GRACE DISGRACED

Enthrallment Traced

2013 - Buil2Kill Records

A CURA DI
PAOLO GLENNTIPTON ERITTU
15/04/2013
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Dalla Russia con furore, arriva la potenza annicchilente del Technical-Brutal Death dei Grace Disgraced, gruppo di Mosca formatosi nel 2004, che inizia la sua carriera discografica con quest'album, un concentrato di musica ferocissima e testi davvero particolari, che trattano di filosofia e di umana sofferenza. Dico particolari perchè sono perlopiù degli oscuri soliloqui, ruggiti dalla voce da tirannosauro della angelica biondina Polina Berezko, accompagnata dalla precisione chirurgica della chitarra di Alexandr Klaptzov, in articolate melodie che si poggiano sul granitico lavoro di basso di Andrey “Volosss” Andreev, e sull'eccellente drumming di Andrew Ischenko. Si nota da subito il grande bagaglio tecnico del gruppo, in particolare per quanto riguarda la sezione ritmica, soggetta a una continua variazione, rendendo così ogni traccia un esplosivo concentrato di sensazioni (anche grazie a un'ottima produzione).



Le danze vengono aperte dalla turbinante violenza di Prophecy of Somnambulist, che si scatena subito con un intro dominato dalla batteria, che crea le fondamenta per un bellissimo lavoro di chitarra. Il ritmo frenetico si stempera all'improvviso nella calma di inquietanti arpeggi, che sono solo un'illusione di pace, prima dell'arrivo di una vera e propria picconata sulle gengive: infatti all'improvviso gli strumenti scuotono il cervello con riff serrati e potenti, ma il loro imperversare viene sovrastato dal ringhio ferino della cantante, che inizia il suo inquietante monologo tra i continui cambiamenti di ritmo. Il testo si rifà al film muto del 1920 “Das Cabinet des Dr. Caligari“, del regista Robert Wiene, un'opera cinematografica appartenente alla corrente espressionista, che tratta il tema del doppio, del tentativo di distinzione tra una realtà e un'immaginazione che si fondono tra loro. Rifacendosi al film, il testo parla in prima persona di una storia terribile: in un paese giunge un medico che porta con sé un sonnambulo, che pare predica il futuro una volta svegliato. Viene così predetta la morte di un amico della protagonista, che puntualmente avviene; in preda alla furia, essa compie delle ricerche, per scoprire una tremenda verità: l'assassino è il sonnambulo. “Un misterioso potere infonde la volontà di agire! Ma chi lo alimenta? Chi lo detiene?”, la mente dietro questo orrore è il medico, chiamato “Sovrano del Sonnambulo”, che utilizza il malcapitato burattino di carne come cavia per i suoi esperimenti mentali, che si basano sulle idee del fittizio Dottor Caligari, ideatore e primo sperimentatore di tale abominio. La melodia si articola con l'entrata di licks di chitarra, mentre la musica muta e si fa sempre più frenetica ed evocativa trascinandoci sulla lama del rasoio, il labile confine tra realtà e allucinazione. Alla fine si lascia intendere che tutto quest'incubo sia frutto della mente folle della protagonista. O forse no? Hipocrytical Oath si scaglia invece sulle case farmaceutiche, che utilizzano persone disperate per compiere esperimenti in modo da creare delle droghe con le quali arricchirsi. Il testo si concentra in particolare sulle false speranze che i “camici bianchi” infondono nelle loro cavie: “Vero aiuto? Vera speranza?/Aspettative incredibili/Per quanto riguarda la natura del mercato/In contrasto con l'umanità.”. Anche qui la batteria risulta superlativa, con un lavoro di cassa davvero spaventoso, rinforzato dal basso, in perfetta simbiosi con la chitarra, che si cimenta in pesantissimi riff, molto complessi e tecnici, arricchiti da licks che si piantano nei timpani come schegge di ghiaccio. Un articolato outro chiude la canzone tra inquietanti sussurri della cantante. To Autumn ha un testo più personale e introspettivo, che porta a fondersi con l'anima stessa dell'Autunno, trascinandosi per strade fangose sotto la pioggia immersi in una luce grigia, sentendo l'opprimenza del mondo esterno mentre si precipita nel proprio Io più profondo, il tempo scandito dai propri passi, in un movimento inerziale attraverso una realtà priva di qualsiasi stimolo, al punto che non si distinguono i volti delle persone intorno, che diventano un'unica, confusa massa da attraversare, in un incedere senza perchè, senza destinazione. La musica riflette la frustrazione e la converte in rabbia, in un ritmo cadenzato, in continua mutazione, sono davvero da menzionare i bellissimi break strumentali tra una strofa e l'altra, dove le rasoiate della chitarra si uniscono alla bellissima batteria, tra pause e improvvise sferzate, quasi a simulare la pioggia, che cambia continuamente direzione, in balia di un vento gelido. Psycho Cycle ha una tematica legata all'incubo, in un continuo sprofondare nei recessi più oscuri e primitivi della mente, che viene vista come il “Labirinto di Eryx” del romanzo di fantascienza “In the Walls of Eryx”, di H. P. Lovercraft e Kenneth Sterling, una costruzione persa in un pianeta (Venere) coperto da giungle e abitato da mostri. Le foreste impervie del nostro Io, il labirinto del nostro subconscio, le mostruose creature che rappresentano la forma fisica delle nostre paure, del nostro istinto più animalesco, tutta la traccia è un'allegoria, un'Odissea, la nostra personale Divina Commedia: “Istinti nascosti appaiono nella loro crudele verità/Un passo più lontano dall'Umano - Sordidi desideri/Più oscuro della fuliggine: Ciclo Psicotico progressivo!”. La musica inizia con inquietanti arpeggi accompagnati da un delicato lavoro di piatti e un altrettanto delicato basso, ma all'improvviso si sbatte contro un muro: parte un pesante riff, molto cadenzato, che fa da altare perfetto per la voce estremamente gutturale della cantante, la musica ha un nonsochè di ossessivo, qualcosa che rimanda davvero a un luogo claustrofobico, un labirinto al centro del quale si trova quel nucleo di tenebre presente nei recessi della mente ognuno di noi. Gli arpeggi riecheggiano un'ultima volta, sfumando in mezzo a un rumore di onde che si infrangono sulla riva. Questo suono rilassante fa da ponte con la traccia successiva, trasformandosi progressivamente in rumori di battaglia, e catapultandoci nella Seconda Guerra Mondiale, nelle cave sotterranee di Adzhimushkai, in Russia, dove si trovavano più di 10.000 persone, tra civili e militari, chiusi nel sottosuolo con provviste e acqua assolutamente insufficenti (“Succhiando gocce d'acqua dalle pareti di pietra/Dandole a coloro che a malapena possono gemere/Cercate di sopravvivere!”). Accerchiati dalle forze naziste, arginati da filo spinato e bombardati da granate e gas, resistettero stoicamente per più di un anno, rispondendo colpo su colpo, morendo senza mai aver chiesto pietà ed essersi arresi ai loro macellai. È la mia traccia preferita, potente, rabbiosa e imperiosa, con riff articolati che si stampano a fuoco nella mente, ritmiche imponenti e multiformi. È una canzone feroce per una storia violenta, che raggiunge un picco di bellezza notevole durante il ritornello, dove il ruggito della Berezko viene accompagnato da un meraviglioso e sinistro duetto di chitarra e batteria, mentre il basso detta il tempo con potenza. La canzone si chiude con un pesante outro, dove il batterista si lancia in un lavoro rapidissimo e ossessivo di doppia cassa. Villain si riferisce a una figura abbietta, malvagia, conscia della propria condizione di mostro. Questo soggetto si identifica esso stesso in una bestia, che nei propri spasmi di agonia tenta ancora di lacerare i suoi uccisori; ha sempre desiderato essere amato, ma il suo impulso più forte era la volontà di uccidere. Si può identificare questo personaggio in un militare, un mercenario, un assassino esaltato e psicotico, un demone assetato di massacro. La musica esplode da subito, violenta, variegata, con un lavoro impeccabile di chitarra sorretto da un basso e una batteria bellissimi, che creano melodie di spessore, sulle quali imperversa la voce,un ringhio animalesco. Il tutto si fa più cadenzato nell'imponente ritornello, dove il mostro sfida i suoi nemici a ucciderlo, anche se forse, in realtà, vorrebbe morire davvero. Si arriva così all'ultima traccia, Orchids of the Fallen Empire, che io vedo riferita al nazismo, alla sua insania, la sua malata megalomania, frutto di idee orribili di menti abbiette: “Catena di morti davanti ai loro occhi, a loro non importa se qualcuno vi si trova./Hanno gli ideali e il loro scopo è puro!/(Ma milioni di persone devono morire!)/La loro sete di sangue è più forte delle loro menti!”. La musica muta di continuo, ricca, vibrante di rabbia, spietata e tecnica, rappresentando una chiusura perfetta per quest'album spettacolare.



Davvero pochissimi si possono vantare di un disco d'esordio di tale spessore e qualità, questi ragazzi creano un personale Brutal-Death, fatto di partiture ritmiche pregevoli e privo di assoli, arricchito da una linfa Progressive che aggiunge ulteriore bellezza e valore al loro lavoro, che può vantare una produzione ottima e dei testi davvero peculiari e interessanti. Insomma è evidente che i Grace Disgraced hanno le idee chiarissime, una tecnica notevole, e, se continuano così, almeno per quanto mi riguarda, un futuro roseo. Vorrei puntualizzare infine che io non sono particolarmente fan del Brutal Death, ma non posso rimanere indifferente a qualcosa di simile a quest'album: in fatto di musica i gusti sono soggettivi, la qualità no.


1) Prophecy of Somnambulist
2) Hypocritical Oath
3) To Autumn
4) Psycho Cycle
5) Adzhimushkai
6) Villain
7) Orchids of the Fallen Empire