GOTTHARD

Firebirth

2012 - Nuclear Blast Records

A CURA DI
VALENTINA FIETTA
14/06/2012
TEMPO DI LETTURA:
6

Recensione

Recensire il nuovo album dei Gotthard con la nuova line-up è davvero un’impresa difficile per me, dato che son una fan appassionata della band dagli esordi e dato che ho davvero nel cuore Steve Lee, ex frontman scomparso dopo un’ incidente stradale nel 2010, e credo di non avere ancora risanato la cicatrice per la perdita di un cosi grande artista; lo scrivo qui, nella premessa, perché chiunque legga sappia che non posso (e non voglio) essere oggettiva al 100% nel sviscerare la nuova release. Ad ogni modo penso che come me, anche per altri che la vera curiosità che spinge a sintonizzarsi con questo nuovo “Firebirth” è quella di capire se effettivamente siamo di fronte a una “rinascita di fuoco” con la nuova formazione, se il nuovo frontman (di cui parlerò in seguito) abbia il carisma che ci attendavamo, se possiamo trovare un filo rosso di continuità coi precedenti lavori del gruppo o se invece la band abbia optato per un secco cambio di scena. Snocciolo subito il mio punto di vista. Non trovo il nuovo album una manovra assolutamente riuscita, perché non recupera quell’immediatezza e quell’energia che erano il marchio di fabbrica della band degli esordi, e risulta un disco po’ troppo radiofonico. Quindi a malincuore dico che è solo un ritorno, ma sicuramente senza il botto che ci aspettavamo (o almeno che mi aspettavo io). Sicuramente le sonorità si rifanno a un hard rock viscerale e di sostanza, intriso di corposità e chitarre, ma pecca di originalità e la voce della new entry Nic Maeder, pur adatta al genere, non esplora nessuna nuova soluzione, manca di personalità e sembra piuttosto brillare (pallidamente!) della luce di Steve, in due parole: nessun vivace cambio di direzione. Ma non voglio sembrare eccessiva o affrettata, perché comunque l’album sfoggia anche più di qualche punto di forza, su tutti direi l’esperienza di ottimi musicisti, rodati da una pluriennale carriera, che rimescola le carte in tavola. Anche la produzione mi sembra tutto sommato una scelta azzeccata: se difetta di classe, almeno è sincera nel suo essere ruvida e cruda. Ma è tempo di commentare pezzo per pezzo questa (mancata) rinascita di fuoco. L’opener track è affidata a “Starlight”, un classico ma banale pezzo sulle sonorità bluesy-rock, un mid-tempo che poggia fortemente sul ritornello, direi però che l’idea di leggeri cori la trovo riuscita, perché non sembra una soluzione riempitiva ma davvero pensata a pennello per un pezzo che esige un surround corposo intorno alla voce di Nic. Nota di merito va senza dubbio a Leoni, che come sempre del resto, azzecca un assolo nella parte finale regalando al pezzo un po’ di brio altrimenti assente. Il secondo pezzo è “Give Me Real”, poco più di 3 minuti e mezzo di hard rock scanzonato, energico, sano. Ancora una volta ad alzare il livello del pezzo sono senza dubbio le chitarre: parte ritmica e solista molto curata e indovinata, che dona al pezzo che ogni fan dei Gotthard davvero si attende quando mette play. Forse è davvero questa la grande differenza del nuovo disco: se prima era Steve Lee a trascinare ogni pezzo, ora la musica è la protagonista che trascina ogni track mentre Nic Maeder vi si adatta (se pur in modo pertinente). La sua voce qui risulta malleabile, con un pizzico di aggressività che sembra riprendere i riffing alla Leoni. La terza canzone è un forte strike al cuore, dato che la band ha deciso di proporre una tipica soft ballad dal titolo “Remember it’s Me”. Decisamente il pezzo migliore del disco: merito qui va a Nic, in questa track voce strepitosa oserei, più vera e pura, senza intenti copiosi o eccessivi, mentre Leo& Co. eseguono un lavoro egregio in sottofondo. Mi ritrovo nella classica melodia Gotthard che mi stringe a braccia aperte e non posso esserne rammaricata: 8 in pagella. Impatto marcato e graffiante per il possente riffing di Leoni nella successiva “Fight”, la classe di questo poliedrico e abilissimo musicista si fa notare in tutto il pezzo, mantenuto (musicalmente parlando) a un buon livello, senza perdere mai il mordente. Come al solito la voce si inserisce adeguatamente con un giusto tono heavy-rock direi, ma l’estensione poteva essere curata meglio come pure il refrain, che a scapito dei riffing, risulta un po’ troppo monocorde. La successiva track, come dichiara la band stessa nel video ufficiale della Nuclear Blast è semplice, divertente, scanzonata, senza pretese: “Yippie Aye Yay”, una dichiarazione a festeggiare ogni momento, “Carpe Diem” come dice Leoni. Ora dico però: magari ai più potrà sembrare coinvolgente e scherzosa quanto basta da diventare un highlight da concerto, ma non potevano cercare un titolo e un refrain un po’ meno cretino? Non posso immaginare i fan capelloni dei Gotthard dei tempi di Dial Hard, fare headbanging con un pezzo del genere... una caduta di stile troppo commercialotta direi. La sesta canzone è invece “Tell Me”, una ballata dove la chitarra acustica sposa un dolce pianoforte e sofisticati ricami d’archi edulcorano l’atmosferadisco. Una canzone che merita di essere ascoltata sicuramente. Vorrei dire che è proprio nelle ballate che salvo questo nuovo album perché credo nei lenti esca maggiormente la nuova anima della band con la nuova line-up: proprio quando non cè l’ambizione di creare qualcosa di egregio o pari ai precedenti lavori, esce la vera natura dei Gotthard post Lee. Continuando sulla scia sdolcinata segue “Shine”, semiballad dal retrogusto triste-amaro, che mi ricorda vagamente qualche pezzo Def Leppard come Bringin' On The Heartbreak o Have You Ever Needed Someone So Bad per intenderci. Buona esecuzione, sicuramente stra orecchiabile ma nulla più. A manovella parte la seguente “The Story is Over” rialza un po’ la quotazione dell’album, è un pezzo grintoso che sa il fatto suo, buoni i giri di chitarra, batteria che scandisce bene l’incedere del pezzo, basso che finalmente arriva ad avere una spartitura accettabile, voce malleabile e versatile. Grintoso intro per la successiva “Right On”, in cui il riff e gli effetti riescono a tenere chiunque con l’orecchio attaccato! Peccato che il mix di batteria e voce mi riportino alla mente troppe reminescenze Bonjoviane; ancora una volta il pezzo manca di spunti originali, assolutamente fastidioso l’uso del reverbero nel refrain, ma lo salverei (ancora una volta ) per l’egregio lavoro delle chitarre. La decima canzone di questo Firebirth è “S.O.S” che contrappone strofe volutamente low profile, ritmate da un percussionismo dagli accenti tribaleggianti alla maniera dei The Cult, ad un refrain in crescendo fino ad un bell'assolo di scuola heavy metal. Non entusiasmante, ma in linea col resto del songwriting dell’album. Non resto troppo emozionata neppure di fronte a “Take It All Back”, altra ballata di questo disco con qualche accento country (percussioni, chitarre). Ascolterete 3 minuti di Gotthard che, al massimo, potranno solo farvi ritornare in mente Steve di Need To Believe, con toni più easy-going, se mi passate il termine. Dopo avere raffreddato l’aria arriva a bomba la penultima track dal passo veloce e impetuoso, sto parlando di “I Can”. Nel complesso un pezzo piacevole che riporta il nostro cuore a pulsare vigoroso al ritmo di una batteria che non lascia spazio a dubbi o incertezze, mentre la chitarra cavalca la scena in modo assolutamente trascinante. Direi che insieme a Rememer It's Me è una delle track più azzeccate del disco. In chiusura ritorna una stagnante tristezza nel mio cuore con “Where Are You” ballata acustica dedicata dalla band a Steve Lee. Inutile dire che il pathos è grande, l’incedere magnetico, lento , dolce e insieme amaro e non può che catturare il cuore di ogni rocker con una vena romantica e nostalgica. La scelta di mettere questa track in chiusura credo sia stata una buona mossa, la giusta commemorazione per un ottimo singer che ha accompagnato la band in 20 anni di carriera; il giusto interrogativo che chiunque si pone nel momento della difficoltà e dell’abbandono... non posso che commuovermi quando Nic chiede “Are you singing in the rain?”. Peccato che la conclusione del pezzo sia un po’ troppo frettolosa, si ha la sensazione che venga letteralmente stroncata. In conclusione, possiamo davvero dire che questo album è una rinascita della band? Rinascita mi sembra decisamente un termine eccessivo. Per parlare di rinascita io intendo nuove idee, nuove soluzioni, nuova timbrica... credo che la band avrebbe dovuto differenziare maggiormente il nuovo lavoro dai precedenti, azzardando una scelta più coraggiosa nel songwriting e nella composizione, tentare un cambio di direzione più marcato, data la caratura dei musicisti in campo. Non posso non sottolineare che il disco ha più ha più di qualche momento di cedimento, non tutti gli strumenti trovano spazi adeguati per esprimersi, manca un'alternanza di nuove proposte e suggerimenti, non riesco a trovare il filo rosso di cui accennavo nell’introduzione. Forse i nostri Gotthard temevano il puntuale confronto col pubblico esigente che hanno sempre avuto e hanno optato per dei sound più vicini possibili ai vecchi lavori, scegliendo appunto un nuovo singer abilie, ma con un timbro copioso che cerca fin troppo di emulare Steve. In breve, un album che cerca di proporsi come una rinascita ma che inevitabilmente è ancora troppo invischiato nel passato. Qualche buona premessa resta: la corposità dell’hard rock è presente, posso dire ai Gotthard “Welcome Back”, ma per battezzarli con la nuova line-up resterò in attesa del prossimo album, sperando in una scelta diversa e più matura.


1) Starlight
2) Give Me Real
3) Remember It’s Me
4) Fight
5) Yippie Aye Yay
6) Tell Me
7) Shine
8) The Story Is Over
9) Right On
10) S.O.S.
11) Take It All Back
12) I Can
13) Where Are You