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Rites Of Love And Reverence

2021 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
26/10/2021
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

GosT è la creatura del produttore americano James Lollar, attivo sin dal 2013 nel mondo della musica synthwave con uno stile che è molto evoluto nel tempo, cambiando connotati e suoni nelle varie uscite. Se infatti il debutto omonimo e il disco "Behemoth" erano molto legati ai connotati più familiari della synthwave, tra retaggi house e ritmiche sincopate e bassi distorti di scuola dubstep, il successivo "Non Paradisi" faceva abbastanza il verso sia a livello estetico che di suono a quanto all'epoca realizzato da Perturbator (non a caso il disco, così come il precedente, era uscito sulla Blood Music) scambiando però le atmosfere cyberpunk del francese con connotati di matrice più occulta/horror. Il tratto distintivo del progetto è sempre stato infatti un certo gusto legato alle colonne sonore dei film horror anni '80, cosa che lo accomuna con Carpenter Brut; ecco quindi che il Nostro si può a pieno titolo configurare in quello che è il suono darksynth, ovvero la frangia più oscura e dai suoni più duri della synthwave, la versione del genere spesso preferita dal pubblico di estrazione metal che si avvicina a questo genere. Lollar sembra intuire questo collegamento, o comunque il suo senso estetico e musicale è istintivamente vicino a questo sentire, provenendo anche lui come i due progetti prima citati da un passato legato al metal estremo. Ecco quindi che "Possessor" alza la posta in gioco, dando probabilmente un'identità finalmente davvero distinguibile al suo suono incominciando a iniettare elementi darkwave e pure qualche timido uso di voci distorte e doppia cassa black metal in alcuni esperimenti che anticiperanno la recente svolta dark del più famoso Perturbator. La logica conclusione arriverà presto con il disco "Valediction", opera che vede il passaggio sotto l'etichetta Century Media Records e il superamento della synthwave con un suono ibrido che fonde elettronica, new wave, black metal, industrial ottenendo qualcosa che sembra una versione più ragionata e senza influenze techno/trance del suono harsh EBM dei primi anni duemila con commistioni darkwave e bassline distorte che ricordano riff di chitarre in loop. Forse però la proposta è avvenuta nel momento non giusto, e il disco viene applaudito da alcuni, ma anche bersagliato da altri, soprattutto i fan della prima ora nostalgici della direzione synthwave dei primi lavori del progetto. Sono ora passati due anni, ed ecco che GosT torna con "Rites Of Love And Reverence", disco uscito alcuni mesi dopo quel "Lustful Sacraments" che per ironia della sorte verrà incensato proprio per l'implemento di alcuni suoni già tentati da Lollar con meno riscontro (va detto però per correttezza, anche in maniera un po' diversa e più aggressiva). Non sappiamo se il successo dell'opera di Perturbator possa aver in qualche modo condizionato le scelte fatte per la nuova uscita di GosT, è lecito pensare che la stesura dei brani sia iniziata diverso tempo fa, ma è inevitabile riscontrare alcune similarità tra i due lavori. Messi da parte i suoni "electro-black metal" e le voci distorte (tranne che in alcune sparute occasioni), vengono riprese le bassline spezzate di scuola dubstep/EDM tipiche della darksynth, ma vengono anche aggiunte chitarre vere dal gusto post-punk e vocals molto mansoniane dal fare lascivo e decadente. In realtà l'album presenta anche alcuni episodi che riprendono il gusto per l'electro-pop anni '80 e vicini alla recente minimal wave di progetti come i Boy Harsher (si ascolti "November Is Death" a tal proposito) che dimostrano come il Nostro continui a tendere un orecchio verso la scena underground elettronica di stampo oscuro. Il risultato complessivo comunque vede da una parte un passo indietro rispetto alla durezza del disco precedente e all'allontanamento da certi suoni synthwave, dall'altra vede una maggiore esplorazione di suoni darkwave, post-punk e new wave, consegnandoci un'opera che si trova sulla stessa linea di quello del collega/ispiratore e che ci fa pensare alla nascita di un filone che forse verrà seguito da altri nel breve.

Bell, Book And Candle

"Bell, Book And Candle" è il pezzo introduttivo al disco, un mantra di circa due minuti dove la voce femminile dell'ospite Bitchcraft (nome d'arte delle moglie di Lollar) illustra i temi legati alla stregoneria e alla figura della donna nel passato legata a essa, elementi che costituiscono il perno lirico di tutto l'album. Suoni orchestrali e cori femminili eterei introducono atmosfere misteriose sottolineate da un synth in loop, mentre effetti da marcia e vocals femminili filtrate s'insinuano nel denso strato sonoro che diventa sempre più pulsante e nervoso, creando un climax dissonante pronto a collimare nel silenzio, lasciando spazio a sussurri e suoni epocali. Il titolo fa riferimento alla formula cristiana per scomunicare le persone tramite anatema, un presagio dei temi di persecuzione che compariranno più avanti nel lavoro. Vengono quindi ripetute varie frasi e concetti legate all'esoterismo, dove come è il sotto, così è il sopra, e diamo pieno potere al nostro spirito senza sosta. Così come è il dentro è il fuori, e l'amore è il nostro mantra eterno, un inno costante. L'universo è come l'anima, e il battito del cuore corrisponde al suo, il nostro obbiettivo finale è il rilascio, in modo che il corpo possa diventare una vera rappresentanza dell'anima, un'affermazione che è la più grande manifestazione, un canto che è un'euforica canzone d'amore. Le parole crescono d'intensità con la musica, che da loro potenza e peso; la narratrice è la figlia contornata di rosso, una nuda brillantezza nel voluttuoso cielo notturno, e dobbiamo osservare il suo petto sanguinante, inciso con un segno sacro dal quale esce il sangue che impregna l'incenso. Le sacerdotesse evocano, e in un rituale viene consumato il pane con un giuramento, mentre ci s'infiamma con una preghiera. Non c'è grazia o colpa, l'unica legge è fai come desideri.

Bound By The Horror

"Bound By The Horror" mostra un esempio di suono ibrido tra la darksynth vibrante dai connotati EDM/dubstep e le tinte gotiche che caratterizzano il progetto, sfondo di allusioni riferite alla religione cristiana come elemento di oppressione e conversione forzata verso i culti pagani e mistici delle streghe, simbolo di un falso salvatore che è in realtà un oppressore. Ecco che dei bassi distorti introducono ritmiche spezzate di chiara impostazione dubstep, interrotte da tastiere squillanti in un connubio di elementi eterogenei. Su queste arie tetre compare la voce di Lollar, dai toni lascivi e dalle punte rauche che ricordano molto il Manson d'annata. Esse si aprono a ritornelli dalla nera melodia malinconica, mentre le ritmiche sincopate rimangono come sostegno in sottofondo: parla di una storia che deve durare in eterno, dove cerchiamo di mantenerci integri, ma in un modo lontano da quello che vorremmo che fosse, legati al terrore e per sempre in lacrime. Il baciare la croce sotto cui siamo non porterà un finale felice, e sentiamo un Giuda pronto a tradirci, il sentire il sudore di San Pietro (il primo vescovo secondo la tradizione cristiana, e il primo a battezzare un pagano,il centurione Cornelio) non darà la pace che cerchiamo. Ritorniamo ai toni gotici precedenti uniti al passo moderno d'estrazione elettronica, conditi con il solito cantato decadente. I bisognosi chiederanno sempre l'elemosina, insieme sporti e ignorati, anche loro legati dal terrore in una situazione lontana da quella della salvezza promessa. Incontriamo una cesura fatta di bassi distorti che esplodono in contrazioni dubstep ripetute, unite poi a suoni inquietanti da film horror e vocals maligne sospirate, introducendoci in un caos controllato dai cori spettrali; trasmutiamo in uno strato più angelico, che implode nel ritornello familiare, seguito da una coda che si consuma in un finale di tastiera che ricorda molto i suoni delle colonne sonore di Carpenter, regalandoci una conclusione a tinte horror.

The Fear

"The Fear" si apre con arie dark e batteria cadenzata, presentando anche tastiere dal sapore quasi etnico e riff elettronici distorti in sottofondo. La traccia viene coronata da melodie squillanti e bassline roboanti, creando un suono molto anni '80 che riprende elementi wave e li unisce a tratti più moderni. Lollar si presenta con un cantato suadente che ci riporta anch'esso al electro-pop più decadente, e che ci parla del terrore che domina le nostre vite e c'impedisce di viverle al meglio facendoci rimanere indietro. Dobbiamo accettare gli attacchi di cuore, lo sprecare il fiato ci blocca e basta, siamo senza riposo e turbati mentre sprechiamo gli anni stesi sulla nostra schiena, senza agire. Un ritornello ammaliante mete in gioco effetti nebbiosi e giri di tastiera magistrali, mettendo in gioco un registro che unisce passato e presente per connotati dalle tinte nere, ma anche decisamente melodiche. Non dobbiamo serrare gli occhi e sprecare tempo, dobbiamo credere all'evidenza che preme contro il nostro petto e assaporare il tempio di una non identificata figura femminile; le nostre paure ci trattengono, solo la verità ci farà rimanere intatti. Sarà l'ultimo sussulto senza respiro emesso dalla misteriosa figura (forse la morte) a portarci finalmente a casa. Musicalmente prosegue il mantra nostalgico con il suo passo cadenzato e le sue arie malinconiche, ripresentando il coronamento fatto di ritornelli trascinanti. Una cesura improvvisa ferma il tutto con suoni in levare, esplodendo in un riffing elettronico che gioca con suoni dubstep presto però uniti alle tastiere in un vivace gioco d'inseguimento che dona dinamicità contratta alla struttura del epzzo, mantenendo un certo tratto synthwave innestato tra quelli prima menzionati. Ecco quindi una conclusione dal forte pathos dove cori femminili completano il quadro in una corsa portata avanti fino alla conclusione.

A Fleeting Whisper

"A Fleeting Whisper" è il primo brano a presentare una delle novità esclusive dell'album, ovvero la presenza di chitarre vere dall'inconfondibile sapore post-punk. Proprio esse introducono la traccia insieme a un galoppo ritmico cadenzato, poi sottolineato anche da bassline concitate e nervose che mantengono l'elemento elettronico. Il cantato è sempre su connotati gotici e suadenti, coerente con le tinte dark del suono; il testo sembra parlare in modo implicito delle torture subite dalle donne da parte dell'inquisizione per farle confessare il loro essere streghe, riprendendo il tema principale dell'album. La bestia circonda la malcapitata ora, e tutte le sue preoccupazioni sono solo un sussurro effimero che l'ha sempre abbandonata, speriamo sarcasticamente che tutto questo le dia ciò di cui ha bisogno, sappiamo che la faranno inginocchiare, e che dovrà sanguinare perché non ha voluto ascoltare gli altri. Il galoppo terso prosegue con il suo passo spedito, in un'evocazione continua dei suoni oscuri anni '80, innestata sopra un substrato più moderno come d'abitudine per il Nostro. I momenti di tregua dal dolore sono concessi solo dietro l'estorsione del piacere (probabile riferimento alle violenza sessuali verso le accusate da parte dei loro aguzzini), e viene chiesto alla vittima di implorare per avere il perdono. Il pianto di pentimento è uno sguardo bisognoso, una libertina che non vuole arrendersi, e speriamo che questo sia ciò di cui ha bisogno, mentre viene fatta piegare sulle ginocchia per sanguinare. La musica è una locomotiva sonora dai tempi medi, che si ferma per una pausa fatta di arpeggi eterei e atmosfere sospese, pronte a presentare giochi di batteria dai rullanti sincopati, sotto i quali si sviluppano sospiri rauchi: potremmo andarcene senza vedere più i suoi occhi, ma non vogliamo, concetto ripetuto a oltranza in un mantra in loop. Un delicato suono di piano fa da cesura prima di una ripresa del ritornello veloce e lanciato, ultima cavalcata nera ripetuta con effetti sempre più epici in un crescendo che fa da climax per la conclusione dove regna solo il piano sentito in precedenza, triste e dolce nella sua melodia.

We Are The Crypt

"We Are The Crypt" è un nuovo pastiche techno-pop/new wave che ci riporta alla decade di tale genere, questa volta in modo ancora più esplicito e con meno commistioni con suoni moderni. S'introduce qui un'alternanza tra brani dove sopravvive l'elemento synthwave tra quelli dark, e altri più sperimentali che navigano totalmente in altri lidi musicali dalle tinte oscure, mostrando tutta la natura da "crossover" del suono qui usato da Lollar. Il testo è, senza voler fare giochi di parole, molto criptico e suggestivo, basato su pochi termini ripetuti in un affresco gotico che basa una serie di immagini legate alle cripte dei cimiteri su una corrispondenza con la mente e la vita di una donna che ha subito un torto, potremmo pensare alla tomba di un vittima dell'inquisizione, ma non abbiamo elementi espliciti in merito. Una distorsione drone apre la traccia, mentre un motivetto sinistro a tinte horror si unisce a una marcia ritmica che conosce una breve cesura prima di lasciare spazio a tastiere trascinanti e sequenze di drum machine cadenzata; un suono che ricorda molto i Depeche Mode di "Black Celebration" con i suoi toni industrial-pop, sensazione accentuata dall'introduzione del cantato che sembra fare il verso al Gahan d'epoca. Ecco quindi una bassline pesante che non sfigurerebbe nelle discoteche a tema, base per l'enunciazione lasciva e sospirata del cantante. Riviviamo rilasciamo, perdoniamo questa provocazione, la nostra mente, nel tempo, non dimenticherà i loro segni, in un tempio deprivato e sepolto nel tempo tutto scivolerà sotto il pentimento del narratore. Parole e suoni creano un andamento ritmato sottolineato da parti quasi orchestrali e delineato da ritornelli malinconici dove gli effetti di tastiera creano cori ossessivi: siamo ultimi in ogni cosa, così crediamo, concetto che ripetiamo come un mantra segnato dal rimorso e dal senno di poi. Suoni squillanti di synth completano il quadro, mentre andiamo a incontrare cesure dalle ritmiche più contratte e sospese, oasi evocative dai suoni tristi in bella vista, adatti al clima funereo della traccia. Essi rimangono in solitario in una parte cinematica che poi lascia spazio a giochi ritmici dal sapore metallico; si presenta dopo questa sequenza contratta l'ultima ripresa del ritornello, questa volta seguito da una coda conclusiva dove suoni e voci si sovrappongono in un climax narrativo dal bel effetto.

Blessed Be

"Blessed Be" parte con suoni d'organo cerimoniali, creando un'atmosfera solenne che viene però presto sostituita da riff di synth in un contesto decisamente più vivace di natura synthwave. In sottofondo sentiamo però anche chitarre ariose che si manifestano sempre più nel suono mutante, instaurando note post-punk sulle quali Lollar interviene con uno stile vocale molto simile a quello di Carl McCoy dei Fields Of The Nephelim, con tanto di parti sussurrate, e tutto sommato mostrando ancora una volta di saper cantare in modo appropriato per il ruolo. Ritroviamo quindi anche qui le invocazioni degli anni '80 più dark che caratterizzano buona parte del disco, così come i ritornelli dalle frasi ripetute. Il testo parla di una notte misteriosa dove vite e bugie s'intrecciano in un contesto non chiarito, ma dal piglio decisamente gotico e relegato a suggestioni e accenni, che non sappiamo come e se si collegano in qualche modo al tema centrale delle streghe. Una notte nera dove ci sono bugie bianche, dove ci rivediamo dietro gli occhi di una donna, persi in una bugia mentre cantiamo nella grazia. Ripetiamo la parola laccio nero, ricordando che coprire significa interessarsi. La sessione ritmica si concede alcuni tratti sincopati che delineano il corso altrimenti quadrato, mentre feedback di chitarra si ricollegano alle atmosfere lisergiche di certo post-punk. Riecco quindi i toni lascivi su suoni di chitarra ariosi e malinconici: dispieghiamo il tempo perduto, mentre le nostre vite s'intrecceranno in questa notte, persi in una bugia mentre cantiamo nella grazia. Inevitabilmente si ripete il ritornello dai giri di chitarra neri e con eco vocali che delineano i versi fino al raggiungimento di una cesura dalle batterie sospese e dalle accordature basse, quasi doom. Un perfetto strato sonoro con tanto di campane funeree, perfetto per le vocals delicate che vanno a concludere la traccia, intente a dirci ossessivamente che senza la benedizione di lei, il narratore rimarrà qui solo a sanguinare, in un contesto pieno di romanticismo nero.

November Is Death

"November Is Death" vede il ritorno della compagnia di Lollar come ospite in una traccia che epsca molto dalla scena minimal wave attuale, un misto tra connotati darkwav e suoni EBM in un'atmosfera nebbiosa e allo stesso tempo concitata. Una bassline pesante introduce la traccia, corazzata sintetica che ci conduce fino all'introduzione di una drum machine in 4/4 che fa da strato sonoro per suoni minimali e voci suadenti da parte di Lollar, adatto per le atmosfere notturne del brano grazie ai suoi toni suadenti e soppesati. Un testo che parla di passione e fughe notturne nei boschi ci fa pensare a due amanti separati dalle circostanze, forse perché una dei due è una strega che si deve dare alla fuga, ma non prima di un'ultima emanazione di passione tra le foglie. Cercheremo i suoi occhi che per noi sono ogni cosa, senza un luogo dove nascondersi o fuggire, lei necessita di qualcuno, di qualsiasi cosa, e di non sentire nulla. Le parole vengono sottolineate da cori che aumentano l'intensità della prestazione, fino al climax del ritornello molto ben costruito, fatto di suoni squillanti e vocals pesantemente filtrate dai riverberi in una sequenza quasi acida. Riprendono poi i passi felpati dal gusto sintetico, in uno stile che non può non richiamare i già citati Boy Harsher sia nei modi musicali che vocali adottati. Tutti soli, in una notte eterna, camminano tra le foglie cadute a mezzanotte, con una preghiera d'amore e un desiderio senza ragionamenti, amanti che senza tempo che gemono nella luce della luna, stanotte. L'anima di lei è tutto per noi, soprattutto ora che non abbiamo dove nasconderci e fuggire. Ritroviamo i crescendo inizali, così come il ritornello concitato sempre dal gran effetto, ripetuto tra cori femminili e colpi ossessivi di drum machine fino al raggiungimento di una cesura celestiale. Intervengono qui groove di bassline rallentata e le vocals della ospite, intenta a recitare con enfasi una parte di testo dove viene descritto ancora il bosco e come le foglie si spezzano sul terreno come la sua anima si spezza per l'amante, pensando che ci sia abbastanza tempo per provare e sentire, in un dolore reale, una passione senza limiti dove i due si fondono in uno. Il destino è incombente, e il loro amore eterno, e lei vuole l'altro più che mai, chiedendo di essere voluta, sentita, presa. Intanto la batteria sale d'intensità, portandoci a una cesura che poi lascia spazio a suoni graffianti di synth e ariosità celestiali scolpite dai rullanti di batteria. La passione, indiscrezione, e la supplicazione sono offerte per la sottomissione, l'incisione una dichiarazione di cieca devozione ispirata da un movimento. La vibrazione un ritmo senza freni, l'ispirazione un'ammirazione allarmante, il desiderio e l'attrazione fanno commiserare questa infatuazione. Ed è su queste note che si conclude il brano dopo uno stop improvviso segnato da un breve effetto che si perde nell'etere.

Embrace The Blade

"Embrace The Blade" ci accoglie con un riff distorto di chitarra presto raggiunto da tastiere squillanti e ritmiche di stampo più moderno e spezzate, in una delle tante fusioni tra vecchio e nuovo che possiamo trovare nel corso del disco. Il cantante parte con una bella sequenza melodica dai toni appassionati e delicati, parlandoci di un rituale segreto tra amanti dove patti di sangue ed evocazioni creano un cerimoniale dagli intenti arcani. Accogliamo i riti dell'altra e la lama, mentre segniamo un cerchio sentendo il sangue e il dolore, chiamiamo i loro nomi ad alta voce e sentiamo tutto a pieno sulle nostre labbra, in un rito di sovranità, una benedizione che crolla. La musica si mantiene malinconica e dolce, in connotati electro-pop che si aprono poi a ritornelli sottolineati da distorsioni di chitarra e tastiere sempre squillanti nelle loro sequenze trascinanti. Ora sentiamo, è tutto vero, e sappiamo che unirci non nasconderà il marchio di lei, ci ritiriamo e non troviamo nulla, questa volta sentiamo che sta funzionando e che sia vero. Ci riposizioniamo sui movimenti più distesi e sognanti, in una sorta di filastrocca o ninnananna, almeno nei modi se non nelle parole: rilasciamo il respiro in una maledizione di morte, prendendo la corona di serpenti mentre il giorno termina e si avvicina la notte, dove la tenebra ci trattiene, e ancora una volta sentiamo tutto sulle nostre labbra e sappiamo che è vero. Si ripetono le sequenze precedenti, con un crescendo che ci riporta al ritornello accorato, sempre unito aritmiche spezzate moderne e chitarre oscure vecchia scuola; ora però ci scontriamo con pause fatte di synth cadenzati e falcate ripetute tra suoni evocativi in una parte cinematica che collassa in una sorprendente coda dubstep dove fanno la loro comparsa grida distorte di stampo black metal, elemento ben poco presente in questo disco. Viene evocata la madre e martire, sul fuoco, sempre alta e adorata, in un minaccioso rituale arcano che si configura come un caotico attacco electro-black con tanto di rullanti di doppia cassa. Si chiude così un episodio abbastanza mellifluo e mutante, che riporta in questi ultimi frangenti l'aggressività dell'opera precedente, anche se per poco.

Coven

"Coven" si apre con ritmiche cadenzate e loop di chitarra ad accordatura bassa, poi coperti da bassline ruggenti e sinistre tastiere da film horror. La parte iniziale va a collimare con suoni frastagliati che fano da base per il cantato nebbioso di Lollar, creando un moneto ibrido di synthwave dai connotati dark e post-punk. Egli continua le narrazioni legate alle streghe e ai loro riti, parlandoci di una congrega intenta in un rituale che sembra continuare quello descritto nella traccia prima incontrata, tra segni, maledizioni, patti misteriosi. Viene cantata qui una canzone di vera devozione, con parole scritte senza sosta in una prosa e tono virtuosi dove in eterno vengono fatte lodi, egli occhi brillano come diamanti con lacrime antiche e vere. Sentiranno l'incisione della maledizione, per far loro sentire il sangue e sudore di lei, la convinzione che terrifica per davvero, il desiderio e la fiducia vengono resi reali dal dolore, ma ci si chiede a quale costo e con quale perdita il patto di sangue viene sigillato. La musica alterna quindi esplosioni dark-rock e sequenze sintetiche ritmate, ma immerse sempre in un substrato nero e decadente, anche nelle vocals "mansoniane" rauche e striscianti. Raccogliamo i materiali per il rituale, ingoiamo un calice di sangue preso da vecchie vene, vuote, e sappiamo che pregheranno per sempre per lei, e noi rinunciando alla nostra mente ci diamo completamente a lei. La struttura è abbastanza lineare, ripresentando le sequenze già vissute fino al ritorno ai suoni dalle tinte horror che costituiscono il ritornello. Ci fermiamo però con una cesura sospesa, dove troviamo ritmiche curiosamente etniche, poi soppiantate da una doppia cassa sottolineata da tastiere evocative: partono grida in screaming che ripresentano l'elemento black metal, ricollegandosi anche in questo all'episodio precedente. La conclusione vede un bel assolo di chitarra dark che si ripete fino alla digressione che chiude la traccia.

Burning Thyme

"Burning Thyme" è il brano conclusivo del disco, un'interessante suite divisa in due parti, la prima pacata e dai tratti neo-folk, la seconda concitata e dai suoni techno-pop martellanti e maestosi. Il pezzo è come un commiato, con un testo pieno di rammarico e nostalgia che suona come un epitaffio per una tragica storia d'amore, che brucia come il timo spargendo il suo profumo. Dopo un effetto orchestrale in levare troviamo arpeggi di chitarra delicati, violini e una voce filtrata che si perde quasi nel vento, accennata e dalla prosa dolorante. Mentre le fasi si alternano la luna splende, inseguendoci, un dono prezioso e una rima sottile, che porta una sciocca delizia. Vogliono di più, eppure abbiamo bisogno dimeno, un vanto d'amore, divino, un pannello di legno che fa da confessione e testimonianza questa notte. Il suono si mantiene terso e minimale, dai suoni dolci e commemorativi, poi accompagnato da baritoni orchestrali dai tratti grevi che arricchiscono la composizione. Una dolce arresa, un orgoglio stupido, dobbiamo ricordarci che la nostra ora è vicina, che non siamo altro che timo che brucia. Il libro su di noi è quiescenza, tingiamo le pagine di bianco e ci sdraiamo sulla terra con un sanguinare sacro, liberi per questa notte dalla sua mente. Si ripetono i passi precedenti, fino a che il motivo introdotto non si converte in un synth cadenzato dal gusto roboante, presto raggiunto da colpi come su incudine, creando un tratto industrial-pop sul quale si uniscono tastiere e vocals gotiche: si creano una proposizione nera, una seduzione affascinante che invoca lo spirito che era nascosto dentro in profondità, parole ripetute in un rituale che sfocia in un climax di cori angelici, colpi di drum machine, e cantato esultante e sentito. Una coda conclusiva che va a trascinarci fino al finale sia del pezzo, che dell'album, lasciando solo il silenzio.

Conclusioni

"Rites Of Love And Reverence" è un album che invece di proseguire il discorso del precedente "Valediction", si colloca a metà strada tra "Non Paradisi" e "Possessor" aggiungendo nella seconda parte del disco alcuni interessanti esperimenti che esulano ancora una volta, ma in modo diverso rispetto al passato recente, da un mero retaggio synthwave. Chi scrive parla di metà strada tra quei due dischi perché viene ripreso un certo strato darksynth dalle ritmiche spezzate vicino al primo, ma con l'aggiunta di elementi marcatamente oscuri e wave derivati dal secondo, ridimensionando invece quanto detto gli esperimenti più vicini al metal estremo. L'esperienza finale è quella di un ascolto mutevole che passa da momenti sincopati ad atmosfere sepolcrali, e da pulsioni più legate alla EDM a esplorazioni più underground verso suoni minimal/darkwave contornati da chitarre ad accordatura bassa e batteria cadenzata in pieno stile anni '80. Insomma, nonostante il ritorno di certi elementi non possiamo parlare di una svolta a U totale e nemmeno di un disco ruffiano fatto per riprendere vecchi ascoltatori; difficilmente i puristi della synthwave si farebbero bastare qualche richiamo al genere immerso in elementi di estrazione ben diversa. E' più probabile invece che Lollar abbia sentito il bisogno di seguire una certa strada per il nuovo album riprendendo alcune cose usate nel passato del progetto, e aggiungendo suoni coerenti con il suo recente interesse verso gli anni '80 più oscuri. Il tutto è abbastanza variegato, soprattutto grazie all'alternanza tra momenti legati alla synthwave, tracce post-punk, e cavalcate nostalgiche techno-pop dove si tenta un approccio melodico che tutto sommato riesce. Inoltre le strizzate d'occhio conclusive alle trame più dure usate nei dischi precedenti fanno pensare a una certa auto-consapevolezza e al fatto che in futuro potrebbero ripresentarsi lavori più in linea con questo elemento. Una certa malinconia e nostalgia permeano il percorso, e in questo viene mantenuta tutta la coerenza del discorso synthwave improntato proprio sulla nostalgia e ripresa del passato. La differenza sta nel fatto che progetti come GosT e Perturbator hanno spostato l'oggetto di tale anelito dalle colonne sonore, film, cartoni e videogiochi degli anni '80 alla scena dark dell'epoca. Va fatto un discorso a monte: ormai da anni proprio questi suoni sono stati ripresi dalla scena underground europea e successivamente americana, con progetti che fondono post-punk ed elettronica ora minimale, ora di stampo techno. E non a caso sia Lollar che Kent hanno usato elementi provenienti da queste scene attigue a quella metal, che sicuramente conoscono molto bene. Si viene quindi a creare un punto di collisione tra scene sotterranee diverse, con quel principio di ibridazione continua che è fattore dominante della musica post-internet dove si ha accesso subito a ogni influenza e scena con un click, la dove invece alcune decadi fa dovevano passare anni e avere incontri fortuiti per entrare in contatto con certi suoni. E' affascinante chiedersi dove questo porterà nel lungo periodo, se si tratta di un ramo evolutivo che rimarrà fine a se stesso, oppure il seme per un nuovo, ennesimo, genere-nel-genere; c'è da dire che ormai l'estetica synthwave è stata vampirizzata dal mondo delle serie tv e del cinema, e anche dalla musica pop, mentre la musica in sé è sempre rimasta di nicchia, per ironia della sorte. Forse il rivolgersi anche a un'altra nicchia è la soluzione giusta per rendere il suono appetibile a più persone dalla mentalità musicalmente più aperta dato il loro retaggio già sperimentale. A conti fatti, rimanendo nei fatti concreti e tangibili, abbiamo qui un album riuscito che probabilmente è meno coraggioso rispetto a quello precedente, ma che si fa ascoltare con piacere e presenta anche alcune piccole sorprese. Lollar sa destreggiarsi nel songwriting tra diverse tendenze e dimostra di saper confezionare cavalcate roboanti da club così come tracce legate al formato canzone con elementi acustici (ritorniamo agli elementi folk e archi di "Burning Thyme"), tanto da far venire la voglia di ascoltare un suo progetto parallelo dove abbraccia pienamente tali suoni. Forse GosT rimarrà un progetto per pochi a causa della sua natura ibrida, o forse le recenti commistioni portate avanti dal più conosciuto Perturbator permetteranno un maggior riconoscimento anche verso di lui che, come detto a inizio recensione, è l'apripista di questi esperimenti. In ogni caso chi scrive si augura di sentire ulteriori evoluzioni di quello che è forse l'act più sottovalutato della corrente post-synthwave, e che riesca in futuro a sintetizzare le novità di questo lavoro con lo stile di quello precedente bilanciando aggressività e tetra evocazione, in modo da creare quello che probabilmente sarebbe il suo lavoro migliore.

1) Bell, Book And Candle
2) Bound By The Horror
3) The Fear
4) A Fleeting Whisper
5) We Are The Crypt
6) Blessed Be
7) November Is Death
8) Embrace The Blade
9) Coven
10) Burning Thyme
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