GORY BLISTER

The Fifth Fury

2014 - Sliptrick Records

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
29/09/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Si sa, l'Italia è famosa nel mondo per tante cose, come la pizza, la pasta, l'arte e la cultura in generale, ma c'è un altro importantissimo aspetto da non dimenticare, quello del metal. Ebbene sì, nonostante sia ancora diffusa la concezione che “solo all'estero suonano bene” anche in casa nostra ci sono band che non hanno nulla da invidiare ai colleghi oltre confine e che anzi, in alcuni casi, hanno contribuito a fare la storia di questo genere. Parliamo ora dei Gory Blister, gruppo technical death metal milanese che ha saputo, nei suoi vent'anni di carriera, farsi largo nel panorama estremo facendo sventolare fra i vessilli mondiali delle sonorità più pesanti anche il nostro tricolore, portando sulle scene un connubio di potenza e tecnica per nulla estraneo o carente rispetto alle realtà estere, a conferma del fatto che la musica, se suonata con il cuore e con motivazione, non possiede alcun confine geografico. Dopo tre demo ed il debutto “Skymorphosis” del 2006, il successo ha lentamente iniziato a guardare a questo quartetto con i successivi “Graveyard Of Angels” ed “Earth Sick”, disco quest'ultimo che ha attirato l'interesse di Karl Sanders dei Nile, il quale, compare come guest su due canzoni; possiamo quindi dedurre che la band in questione vanta un curriculum di tutto rispetto e conclusa questa breve presentazione, possiamo ora addentrarci nei meandri oscuri e maligni del loro ultimo album "The Fifth Fury", lavoro che, grazie ad un contratto con la Sliptrick Records ed una line up rinnovata, inaugura una nuova era per questo combo lombardo.



Il disco è aperto da "Psycho Crave" l'introduzione del pezzo crea subito un'atmosfera solenne ed epica grazie al lavoro delle chitarre di Raff, intente a sfoderare un fraseggio che ricorda molto quello degli ultimi lavori dei Death, e delle tastiere in sottofondo, i cui accordi tenuti sembrano quasi annunciare l'arrivo dei nuovi Gory Blister, la cui formazione è stata rinforzata con l'ingresso del nuovo bassista Emilio Dattolo, già conosciuto per la sua militanza negli Illogicist e nei Faust. Questo preludio si interrompe bruscamente, lasciandoci la suspence di un break tanto netto quanto spiazzante, poi la partenza: la batteria di Joe entra serratissima con un blast beat tritato e lineare, perfetto sostegno per un riff articolato e pieno di groove. Come si accennava all'inizio stiamo parlando di un gruppo di death metal tecnico, le strutture quindi sono molto variegate e ben lontane dal seguire una struttura standard; ogni strumento infatti crea le proprie ritmiche intrecciandosi con gli altri, senza però uscire mai troppo dal seminato o risultando noioso. Una base più che ideale per la voce insana di John, la cui alternanza di growl e screaming sui pezzi riesce quasi a far credere che i cantanti siano due vista la loro netta diversità: gutturale e profondo il primo, al vetriolo e maligno il secondo. A differenza dei precedenti lavori dei Gory Blister, in questo album si avverte subito un lavoro maggiore sulle melodie, gli arrangiamenti infatti si arricchiscono di passaggi melodici sempre ben inseriti all'interno di ritmiche possenti e martellanti, lasciando anche lo spazio per un assolo dal gusto hard rock, segno dello stile eclettico di Raff. Il testo racconta di una droga che devasta l'essere umano fino a consumarne la carne ma allo stesso tempo anestetizzandolo attraverso un oblio mentale indotto dalle endorfine, ormai assuefatti si vive in una condizione di perenne astinenza, dove lentamente si viene divorati senza accorgersene (“Swallow me, follow me where the sky is white, dream, is your brain that craves? Here I am to cure, please your hunger, do it at your leisure, walk the same path, take my hand, to the finest wrath, tastes so good flesh feeding flesh” trad. “Inghiottimi, seguimi dove il cielo è bianco, sogno, è il tuo cervello che brama? Sono qui per curarti, saziando la tua fame a tuo piacimento, percorriamo la stessa strada, prendi la mia mano, fino alla più sublime collera, ha un così buon gusto, la carne nutre la carne"). Molto più diretto è l'inizio di “Thresholds”: la doppia cassa entra subito spedita sui trentaduesimi, lanciando la traccia su velocità alcaline. Lo stile si conferma un brutal death tecnico e diretto, in grado di abbattere qualsiasi muro si possa trovare di fronte a noi; il riff di chitarra si compone di note serratissime sotto la strofa del cantato per concedersi un fraseggio elaborato ed incisivo fra una frase e l'altra. La vera chicca della traccia però è il ritornello: un apertura con accordi pieni sostiene la parola “thresholds” separandola nelle due sillabe che la compongono, ognuna delle quali viene sostenuta da una nota oscura e maligna, quasi a rimarcare l'inesorabilità della morte che arriva funesta a stravolgere l'esistenza umana. A seguire troviamo una parte dal gusto più prog che lentamente ci conduce al finale, dove il main riff viene seguito da raddoppi di tempo di Joe e dalle armonizzazioni rispettivamente della chitarra di Raff e del basso di Emi; una sezione decisamente atmosferica, sul quale John ha modo di eseguire la sua parte vocale dando sfogo a tutto il suo pathos ed alla sua teatralità a metà fra il diabolico e l'alienato. Tutta la canzone viene arricchita da un synth in sottofondo, percettibile solo nei punti ove esso è più necessario per creare la giusta imponenza sonora che serve a descrivere la suprema rinascita ultraterrena di cui parla il testo (“Renewed on my knees here am I raising purified flesh, who walked unaffected, through the realm of death, fury of rebirth, goddess of purification, I evoke thee to be reborn, Osiris, push my soul beyond the thresholds sublime infinite thresholds, hope, hate, perfection, death is a higher step” trad. “In ginocchio, mi sto rialzando purificando la mia carne, cammino sicuro nei reami della morte, furia della rinascita, dea della purificazione, ti invoco per rinascere, Osiride, spingi la mia anima oltre le soglie, sublimi ed infinite, speranza,odio, perfezione, la morte è il passo più alto”). Un rituale per rinascere in una forma più elevata e spiritualmente superiore espresso attraverso la furia death metal, condito anche da un campionario di mitologia pagana. “Toxamine” viene aperta da degli stacchi di batteria, seguiti da una chitarra che esegue accenti secchi e precisi, sostenuti a loro volta da un basso caldo e monolitico; la struttura del brano alterna una strofa serratissima dove le pelli in quattro quarti in puro stile Carcass lasciano poi spazio a dei medley aperti ed ariosi, sempre conditi dall'estro chitarristico di Raff che aggiunge sempre qualche ricamo stilistico all'interno di ogni passaggio. Indubbiamente il livello dei Gory Blister è altissimo ed oltre alla voglia di tritare ossa si sente anche quella di farlo attraverso uno stile personale ed originale. A colpire di “Toxamine” è la parte centrale (che inizia a 3:01) e che conduce il brano alla conclusione: una chitarra pulita fa il suo ingresso eseguendo un fraseggio dal gusto tipicamente esotico, quasi a ribadire il legame del gruppo con le atmosfere arcane dell'antico Egitto declamate dai Nile, a cui si affianca una parte distorta sempre presente e dinamica. Indubbiamente in questa canzone non manca la potenza, anche se la parte meglio riuscita sembra essere quella più riflessiva e meditata. Il testo racconta nuovamente di una sostanza stupefacente che questa volta viene somministrata ai soldati, sullo stesso stile delle anfetamine somministrate ai marines fin dalla seconda guerra mondiale: con l'ausilio della droga infatti, l'organismo non sente il dolore ed i soldati possono continuare a combattere anche mentre il loro colpo viene crivellato dalle mitragliatrici nemiche, un concetto atroce al pensarci ma la guerra è guerra e durante le battaglie gli interessi delle due fazioni arrivano a prevalere anche sul valore della vita stessa (“War needs faceless soldiers war needs harmless victims, this is why you take our medicine, it affects your brain, increases perceptions, stomach ulceration, hate perceived, your blood doesn’t clot, in full clarity of mind, killing is your only wish, your skin turns red, toxamine, take your daily dose, toxamine, ten milligrams of violence in your head” trad. “La guerra ha bisogno di soldati senza volto, di vittime inermi, ecco perché prendi la tua medicina, agisce sul tuo cervello, aumenta la tua percezione, le ulcere al tuo stomaco, aumenta l'odio ed il tuo sangue non coagula, in uno stato di piena lucidità mentale, il tuo unico desiderio è quello di uccidere, toxamina, la tua pelle diventa rossa, prendi la tua dose giornaliera, toxamina, dieci milligrammi di violenza nella tua testa”). Bastano pochi cc per rendere un uomo simile ad una macchina, che invece degli ingranaggi fuori uso lascia sul campo pezzi di carne maciullati senza nemmeno rendersene conto. Una delicatissima chitarra in pulito, nuovamente dal gusto orientaleggiante introduce la seguente, “Devouring Me”; dopo pochi secondi entra il basso di Emi con poche note incisive e gravi; si aggiunge anche una chitarra distorta ad arricchire la struttura con una ritmica cadenzata in palm muting, si sta creando il crescendo che di lì a poco condurrà all'esplosione quando eccola: la batteria entra a gamba tesa e lancia il pezzo ad esattamente 0:44. La partenza è furiosa, un quattro quarti preciso ed elaborato con dei raddoppi di cassa sostiene una strofa velocissima e claustrofobica, la chitarra ed il basso spingono a forza di note serrate che solo nel bridge si trasformeranno in un riff pieno di groove. La voce di John dal sussurrato misto al growl rabbioso dell'introduzione è passato ora ad uno screaming da manuale in ambito di grindcore: è quello del buon Jeff Walker infatti lo stile vocale che ci balza subito alle orecchie, anche se a differenza dei Carcass lo stile dei Gory Blister si muove su strutture maggiormente elaborate; se proprio vogliamo accostarli alla band inglese dobbiamo obbligatoriamente rifarci ai lavori da “Heartwork” in avanti, anche se il combo milanese punta ad avere un songwriting ed un impatto più moderno, pur restando immancabilmente vincolato alla tradizione old school del metal estremo. La progressione che si crea fra la parte introduttiva della traccia e la seguente, decisamente più tirata, denota uno studio compositivo notevole, ogni passaggio infatti è calibrato in modo tale da funzionare anche da lancio per il successivo, rendendo così l'evolversi del brano molto fruibile e coinvolgente nonostante l'elevato livello tecnico ed esecutivo proposto dal quartetto. Quanto alle tematiche siamo di fronte ad un clichè del death metal, il venire divorati sarà anche un tema trito e ritrito in questo genere ma poco importa quando a sostenerlo è un sound accattivante e coinvolgente: a cibarsi dell'essere umano non sono altri uomini o belve, si tratta delle creature del nostro inconscio che ci sbranano non appena ci troviamo dispersi nel buio dei nostri incubi (“There is so much pain, I can hear what I breathe, not air but some speech, a funeral echo far away, yet some creatures are here, on my unseen skin, consuming my hands, they are devouring me, they are devouring me devouring me” trad. “C'è così tanto dolore, riesco a sentire il mio respiro, non è aria ma un parlare, un eco funereo da lontano ed ecco che delle creature sono già qui sulla mia pelle, mi consumano le mani, mi stanno divorando, mi stanno divorando”). Si giunge alla titletrack dell'album, canzone che il gruppo ha scelto per girare il videoclip promozionale del disco: “The Fifth Fury” inizia immediatamente imponente e diretta, proponendo una perfetta mescolanza tra tocco epico e possente e velocità alcalina, un espediente che ormai sembra diventato d'ufficio nello stile della band. Dopo la sezione iniziale infatti, dove i power chords vengono sguinzagliati senza freno ed arricchiti da un arpeggio distorto a conferire un tono insano allo sviluppo, ecco infatti esplodere una strofa in puro stile Cannibal Corpse, la batteria di Joe ci scaglia letteralmente nei denti un quattro quarti su cui la chitarra ed il basso martellano a più non posso per travolgerci; particolarmente interessante è di nuovo una progressione ritmica, la batteria infatti partendo dai quarti arriva fino ai trentaduesimi alternando ogni disegno in maniera ordinata e precisa, grazie all'ottima equalizzazione della cassa (e del set in generale) riusciamo a percepire ogni piccolezza esecutiva con cui il batterista milanese arricchisce il proprio drumming. La chitarra si muove su una ritmica thrash death che non mancherà di entusiasmare i fans più accaniti del genere, Raff su questa canzone abbandona, solo momentaneamente, i ricami stilistici per proporre una parte di sei corde più diretta ed orientata alla tradizione del genere mentre, di contraltare, troviamo il basso di Emi, il quale esegue delle ritmiche maggiormente strutturate e ricche di armonizzazioni eseguite con le dita, in modo da rendere il tocco più morbido e fluido e creando così nel complesso una struttura a metà fra il vecchio ed il nuovo, fra il tecnico ed il diretto, ideale per soddisfare ogni tipo di palato in materia. Anche John sfodera tutto il suo estro, alternando nuovamente un growl chiuso e gutturale in puro stile “George Fisher” ad uno screaming acido adatto anche per il black metal, ribadendo nuovamente tutto l'eclettismo della band. Concluso questo crescendo distruttivo, il brano ritorna ciclicamente alla struttura iniziale per poi chiudersi; dopo l'uragano non ci resta che ammirare le macerie e la desolazione che esso ha lasciato ed allo stesso modo l'arpeggio di Raff chiude in fade out questa canzone. Il tema del testo si innalza notevolmente sul piano epico, come si può notare sull'artwork del lavoro, sono le furie a parlare: le creature mitologiche si alternano fra loro in vari cori come sullo stile delle tragedie greche, tingendo di un pathos classico lo stile dell'album: alle quattro furie canoniche (Tisifone, Megaera, Alecto e Nemesis) si aggiunge una quinta furia che si ribella e prende il controllo sulle altre, in quanto generata da Zeus stesso come incarnazione del male (“To my commands obey now, Erynies, ministers of pain, Zeus generated me and released me as a hound of hell, when I was born, the day had to die, I’m the Fury from the dark side, don’t wait for a dawn, don’t call for light, worship a sun that will never rise” trad. “Obbedite ai miei ordini ora, Erinie, padrona del dolore, Zeus mi ha generata e rilasciata come incarnazione dell'Ade, quando sono nata il giorno morì, sono la furia che giunge dal lato oscuro, non aspettate l'alba, non invocate la luce, adorate un sole che non sorgerà mai"). Fin dal suo inizio “Prometheous Scars” si presenta come la traccia più “moderna” del disco, ad arricchire un inizio brutale e serrato entrano degli effetti di background che sembrano usciti da “Life Is Peacy” dei Korn, atmosferici ed avanguardistici essi arricchiscono i bridge del brano prima che parta una sequenza di stop and go chirurgica ed efficace. È nuovamente la batteria di Joe ad essere il carro armato trainante del pezzo, seguito fedelmente da una ritmica di Raff quasi new metal nelle strofe e tipicamente brutal nei restanti passaggi e da un basso dove Emi può inserire anche qualche slap a dare maggiore enfasi agli accenti della sezione. Tutto la canzone punta comunque su una velocità travolgente ed inarrestabile, non vi è infatti alcun momento di pausa o di rallentamento all'orizzonte ed i Gory Blister ci dimostrano che anche se la velocità non è necessariamente la cosa fondamentale per spaccare di sicuro ha comunque un suo ruolo fondante: partendo dal blast beat iniziale fino all'effetto in fade out nella chiusura infatti la band non esegue nemmeno un rallentamento, la canzone continua a delinearsi su parti complesse ma sempre su bpm elevatissimi, non mancano poi spunti jazz all'interno della parte centrale, Joe infatti esegue tempi non necessariamente death metal ma che nonostante questo essere fuori degli schemi rendono il pezzo tutt'altro che privo di impatto. “Prometheus Scars” è decisamente accattivante ma altresì molto particolare: per le orecchie abituate a sonorità più sperimentali essa si presenterà subito interessante ma chi invece non apprezza troppo le astrusità ritmiche avrà bisogno di più tempo per metabolizzarla; quel che è certo è che i Gory Blister colpiscono al volto e lo fanno duramente. L'umanità è insolente e superba verso il pianeta che la ospita e quasi vanifica il sacrificio che il titano Prometeo fece per regalare agli uomini il fuoco: gli esseri umani, così insignificanti se paragonati alla potenza degli dei fecero pena al povero titano che preso dal buon cuore regalò loro le fiamme affinché potessero servirsene per scaldarsi e cuocere le carni per nutrirsi, ma essi ne abusarono arrivando fino ai giorni nostri come una società malata che spreca, brucia ed inquina; il calvario che Prometeo affrontò come punizione infertagli da Zeus per la sua bontà venne così vanificato e l'oscurità sgorga nella nostra realtà come il sangue dalle ferite di Prometeo (“Foul Tyrant, who defied the Gods, and mother Earth betrayed, Darkness over the day like blood out of Prometheus scars, the shadows are condemned to wander on Earth, while their vacant shapes, to hold all human remains beneath, till death unite them in Hell and they part no more” trad. “Sciocco titano, che sfidò gli dei e tradì la madre Terra, l'oscurità cola sul giorno come il sangue dalle ferite di Prometeo, le ombre sono condannate a vagare sulla terra per l'eternità, mentre le loro forme trattengono gli umani che restano, finché non saranno tutti riuniti all'Inferno da dove non potranno più uscire”), A nulla quindi è servito il sacrificio di Prometeo. L'inizio di “(Meet Me) In The Mass Grave” richiama fortemente ai Death, una struttura contrattempata ed articolata introduce una partenza schietta e più lineare, dove la chitarra di Raff conduce il tutto con un riff granitico e potente, la brutalità sonora qui abbraccia amorevolmente la melodia, riprendendo la varietà stilistica che abbiamo già avuto modo di elogiare. La voce di John entra subito maligna poco prima dell'ingresso delle pelli di Joe, che scagliano nuovamente il tutto; questa volta la struttura è più lineare delle tracce precedenti, nonostante non manchino nemmeno qui cambi di tempo e stop and go; il main riff è più tirato e dal vivo garantirà sicuramente un bel massacro sotto il palco, la velocità è alta ma non da impedirci di tirare qualche sana spallata a chi ci sta vicino in un bel pogo violento. Tutta la furia di questi brani è condensata in appena tre minuti di durata, che ci consentono comunque di apprezzare ogni elemento compositivo pur nella sua brevità, creando così brani concisi e diretti ma allo stesso tempo variegati. John sfoga tutta la sua follia attraverso frasi brevi e concise, come quelle di un sadico che non riesce ad esprimersi in periodi lunghi perché in preda all'estasi del massacro e ci da appuntamento in una fossa comune (la “mass grave” per l'appunto) dove il suo corpo martoriato potrà giacere insieme a mille altri dopo aver sfogato tutta la propria perversione (“I want you, I will kill you, how does it feel to be my victim? Meet me in the mass grave, be my tormented slave meet me in the mass grave, lie with me, this horror now asks for more to the sad unfortunate progeny, I leave you my soul, bloodstained sister, like a whisper for future generations, my corpse has been raped twice, and thrown down in this hole among the others” trad. “Ti voglio, ti ucciderò, come ci si sente ad essere la mia vittima? Incontriamoci nella fossa comune, sii il mio schiavo tormentato ed incontrami nella fossa comune, giaci con me, mia sorella macchiata di sangue, come un sospiro per le generazioni future, il mio corpo è stato stuprato due volte e gettato in questa buca sopra agli altri”), torna quindi il tema splatter, tanto caro al death metal quanto agli amanti dei film horror più depravati, arricchito nuovamente da uno stile compositivo fresco e decisamente originale. A Raff è lasciato l'onere di dare il la per “The Grey Machinery” attraverso un riff basato sull'hammer on della chitarra, espediente che conferisce sicuramente un tono molto frenetico ed ossessivo. La partenza questa volta consiste sì in un quattro quarti ma dal tiro più thrash metal moderno, il gruppo questa volta guarda infatti ai Testament di “The Gathering”: ritmiche spedite e pesanti ma non eccessivamente estreme, nettamente più gradevoli dei costrutti brutal iperveloci che a volte risultano difficili da seguire. Ovviamente è un “calo” di velocità momentaneo, perché Joe non si tira indietro dal lanciare il suo doppio pedale al limite dei trentaduesimi; sono velocità molto alte ma il drummer lombardo è sempre preciso sia che si tratti di tappeti lineari sia che vengano eseguite delle terzine o degli incisi, stesso discorso valga anche per il lavoro delle mani che rendono ogni blast beat un vero frullatore per i nostri timpani. Su questa canzone il gruppo si muove compatto e preciso e gradualmente passa dalle parti più elaborate a quelle più lineari senza che lo stacco sia troppo netto. Le numerose sovraincisioni di chitarra inoltre permettono di apprezzare sia gli accordi della ritmica principale sia i fraseggi e le parentesi soliste, offrendoci la prova di un chitarrista completo sotto tutti i punti di vista; in particolare gli assoli meritano una menzione d'onore: le parti soliste di Raff su “The Fifth Fury” sono complete sotto ogni punto di vista, esse infatti possiedono la velocità tipica del death metal ma anche la melodia ed il cuore dell'hard rock, la quale esalta ogni bending ed ogni pull off come se arrivasse direttamente dal cuore, indice di una vasta gamma di ascolti da parte del loro esecutore. Per quanto riguarda il basso di Emi, la sua esperienza come bassista degli Illogicist e dei Faust (anch'esse band dall'elevato livello tecnico) gli consente di creare tappeti ritmici dinamici e corposi che non rifiutano però qualche occasionale ricamo esecutivo; a far da collante al tutto troviamo, ultima ma non meno importante la voce di John, malleabile e sempre efficiente su ogni registro in modo tale da avere un impatto sempre personale ed istintivo. Sul piano lirico “The Grey Machinery” si pone a cavallo fra il gore più crudo ed il riflessivo: ogni processo del nostro organismo, ogni sinapsi del nostro cervello rientra tutto nel processo di funzionamento di quel grande macchinario che ci crea ed allo stesso modo ci distrugge (“Cells within the flesh , gears within the mind, illusions, lies, lost in the factory of mechanical perception, into the dimension of infected reproduction, buried under faded faces, into dust, blind and consumed, each on his assembly blood-line , a ritual, to the eternity of an old, grey machinery , “feasting on our rotting bodies” trad. “Cellule nell'organismo, ingranaggi nella mente, illusioni, bugie, disperse nella fabbrica della percezione meccanica, nella dimensione della riproduzione infetta, sepolti sotto volti sfumati, nella polvere, ognuno sulla sua linea di sangue assemblata, un rituale verso l'eternità di un'antica e grigia macchina”). Il disco si chiude con la strumentale “Heretic Infected Orchestra”, una bonus track che esula dal death metal per utilizzare la musica classica come espressione dell'umana follia. L'atmosfera è ossessiva e diabolica come quelle dei film di Dario Argento, si sentono delle voci che sussurrano confuse, non si riesce a capire cosa stiano dicendo, ma ci assillano come delle presenze maligne ed oscure. Un pianoforte ossessivo ed articolato introduce il tutto con degli accordi pesanti e caldi poco prima di lanciarsi in una partitura complessa, seguito a ruota da degli archi intenti ad eseguire delle note serrate e quasi stridenti; la nostra paura cresce mentre visualizziamo ormai davanti a noi un'orchestra di morti viventi eseguire questa partitura ossessiva e diabolica, una perfetta colonna sonora per i nostri incubi più arcani. A conferire un tocco lugubre e cimiteriale entrano gli oboe, i quali, con il loro fare pesante e basso creano una base tonica tombale per l'ultima follia dei violini prima che il tutto svanisca bruscamente come le immagini dell'incubo al nostro improvviso risveglio. Come già fatto da gruppi come Emperor, Cradle of Filth e Dimmu Borgir anche i i Gory Blister sfruttano tutta la potenza espressiva della musica classica (giusto una traccia sull'album), che nonostante la sua diversità si dimostra malsana ed efficace quanto le altre canzoni votate al death metal; chi come il sottoscritto apprezza notevolmente la musica sinfonica resterà enormemente sorpreso da questo brano, qui posto in chiusura ma ideale per la band in veste di intro per i live.



 



A differenza del precedente “Earh Sick”, disco maggiormente votato al brutal e nettamente più conforme agli standard del genere, “The Fifth Fury” sembra quasi elevare la band milanese ad una dimensione superiore del proprio potenziale; in queste tracce vi è un maggiore studio per quanto riguarda gli arrangiamenti e le melodie, che vanno ad arricchire un songwriting già variegato e complesso qui proposto con una produzione in studio pressoché perfetta. Naturalmente a restare predominante è la matrice estrema del sound dei Gory Blister, che con questo loro quarto album evolvono ulteriormente il loro stile, vertendo ancora di più verso un death metal dall'alto valore tecnico ma allo stesso tempo ricco di impronta e stile personale, elemento questo senz'altro fondamentale per garantire un seguito duraturo ed un interesse sempre maggiore verso il progetto. All'ascolto di queste canzoni si nota subito l'enorme attenzione per il dettaglio che rende ogni singola nota a suo modo fondamentale, ogni passaggio, ogni cambio ed ogni pausa sono state messe al punto giusto senza mai stonare, andando a creare un prodotto finale assolutamente impeccabile e vivamente consigliato; chi segue già i Gory Blister troverà in “The Fifth Fury” un'ennesima conferma del talento di questo gruppo, chi invece si trova di fronte al primo ascolto del loro materiale ne resterà senz'altro soddisfatto.


1) Psycho Crave 
2) Thresholds 
3) Toxamine
4) Devouring Me 
5) The Fifth Fury 
6) Prometheous Scars 
7) (Meet Me) In The Mass Grave 
8) The Grey Machinery 
9) Heretic Infected Orchestra