GOJIRA

The Way of All Flesh

2008 - Listenable Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
20/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Prosegue la nostra analisi del gruppo francese Gojira, che ormai con il precedente "From Mars To Sirius" del 2005 aveva abbracciato la sua natura più Groove e alternativa, trovando riscontro di pubblico e critica e iniziando a farsi conoscere a livello internazionale come nuovi alfieri del Metal moderno più progressivo ed elaborato; questo anche grazie a vari tour con grandi nomi sia del Groove e Metalcore moderno come Machine Head, Lamb Of God e Trivium, sia con protagonisti del Death moderno come i Behemoth, che li mostrano in perfetta forma in sede live, alimentando la loro fama di gruppo tecnico, portando qualcuno a parlare di "Pink Floyd del Groove Metal" per sottolineare la loro natura progressiva. Nel 2008, a tre anni di distanza, esce "The Way of All Flesh" il loro quarto album in studio, che trova una band affermata che ha trovato un proprio suono con il quale vengono subito identificati. Il lavoro non è però una riproposizione completa di quanto fatto prima, e continua anzi l'evoluzione dei nostri, riprendendo in parte la durezza del primo lavoro "Terra Incognita", ma con connotati decisamente più oscuri e drammatici, e con una tecnica affinata che guarda sempre con favore verso gli elementi più disparati, unendo pulsioni Death e armonie vocali Groove, integrando l' elemento progressivo nei singoli andamenti, e meno in siparietti unici staccati come avveniva nell' album precedente. Viene inoltre dato spazio, pur in maniera controllata e ben calibrata, a punte di elettronica con l' uso di synth e momenti Ambient che sottolineano parti iniziali e finali dei brani, e l' elemento etnico di "The Link" viene ripreso, seppur brevemente, in uno dei pezzi, andando a rafforzare l' idea di una summa di quanto fatto fin'ora. Sono ridimensionate le influenze Crossover, non del tutto scomparse, ma integrate pienamente negli elementi Post Metal e Groove dei nostri, che dominano al scena insieme alle cavalcate più direttamente Death ricche di giri circolari alla Morbid Angel, creando così anche un contatto con il Death brutale e tecnico dei già dominati Behemoth, forse derivato proprio dall' aver suonato insieme a loro in sede live. Un lavoro più duro e cupo che trova completamento nella tematica che affronta, ovvero il rapporto con la Morte da parte dell' uomo e la valutazione del suo comportamento nei confronti della natura proprio in vista della fragilità della sua esistenza, visto in chiave spirituale e metafisica come un rito di passaggio da accettare, ma anche ecologica intimando al rispetto per il mondo, che non è nostro e in cui siamo di passaggio, aspetti sviscerati nei testi sotto varie prospettive e immagini, con il tipico gusto onirico e poetico dei nostri, e con riferimenti alti a religioni, filosofie, e concetti occulti. La formazione rimane invariata: Joe Duplantier alla voce e alla prima chitarra, Mario Duplantier alla batteria, Jean-Michel Labadie al basso e Christian Andreu alla seconda chitarra, rimangono le menti costanti dietro al lavoro della band in un iddilio artistico che prosegue negli anni.



"Oroborus - Uroboro" si apre subito con scale vorticanti di fraseggi circolari che mettono in chiaro la natura Progressive del Metal moderno dei Gojira, accompagnate dalla ritmica del basso e dalla batteria cadenzata che si mantiene delicata ed ariosa; questo verso i cinquanta secondi interviene un rifting serrato a mitraglia insieme alle vocals effettate molto aggressive, in un andamento più feroce che s' intervalla con quello iniziale, dove la batteria conosce anche prove tecnica di abilità poliritmica insieme a rulli potenti che sottolineano le evoluzioni degli strumenti a corda. S' individua quindi il movimento del pezzo costruito su questi due motivi, dove s' inseriscono anche freddi giri circolari insieme a punte di chitarre discordanti, e dove le vocals dal gusto artificiale rimangono una costante che crea un' atmosfera disumanizzante e futuristica che si lega per contratso con la strumentazione organica; ai due minuti e quaranta secondi parte una bella sezione con vocals epiche e pulite, supportata di nuovo dalle scale veloci di chitarra, in un momento Groove decisamente ben costruito e ben posizionato nel songwriting ma che s' interrompe quasi subito dando spazio ad un ponte sonoro melodico costruito da batteria strisciante ed arpeggi delicati e sognanti, dove la voce tocca vette alla Fear Factory di melodie vocali sintetizzate, prima di lasciare spazio ad un assolo tecnico dall' alto sapore emotivo sottolineato da, che evolve in una sequenza altrettanto toccante costruita su arpeggi di chitarra circolari, batteria cadenzata, e linee melodiche vocali in un crescendo dove tutti gli elementi s' incastrano che alimenta l' epicità del brano fino al finale improvviso, che lascia spazio ad un outro di tastiera Ambient con suoni d' organo, che confluisce nel brano successivo. Il testo si riferisce, come da titolo, alla figura dell' Uroboro, ovvero il serpente che si morde la coda, simbolo che rappresenta quello che Nietzsche definirà l'eterno ritorno, la natura ciclica dell' universo e degli eventi, che qui ha una avlenza fortemente spirituale esprimendo l' idea per la quale la morte non è una fine, ma un continuo dell' esperienza spirituale dove si riparte da capo. Accenni quindi alla reincarnazione e al ciclo che riparte, come nella figura della Fenice ("Mighty phoenix, from the ashes arises - Potente fenice, sorge dalle ceneri") che brucia alla fine della sua esistenza, rinascendo poi ringiovanita dalle sue ceneri; viene poi descritto un viaggio spirituale oltre la morte, che viene valutata come illusione da non temere, con una consapevolezza che si ha da sempre, e che va solo riscoperta, come espresso in "It seems like i always knew this, Since i'm a child i can feel it, My inner light everlasting, Revolving within a circle - E' come se l' avessi sempre saputo, Lo so da quando ero un bambino, La mia luce interiore eterna, Girando in circolo". Dall' alto dei monti immaginari viene quindi riscoperta la via per l' infinito, dimenticata dall' umanità in un mondo materialista, ma qui riscoperta iniziando il viaggio che analizza l' esistenza umana, e anche il suo dopo. "Toxic Garbage Island - L'Isola Dei Rifiuti Tossici" parte con rifting dissonanti sottolineati da scordature di chitarra, in un ritmo marziale che richiama le claustrofobie dei Meshuggah e le loro evoluzioni geometriche e schizofreniche, in un tecnicismo tagliente che conosce anche potenti bordate continue; è introdotta poi la voce in uno screaming potente, mentre la batteria è anch' essa serrata e pestata facendo da perfetto supporto ritmico alla struttura del pezzo. Al cinquantesimo secondo troviamo una scala di chitarre geometrica che si dipana con effetto estraniante e allo stesso tempo melodico e malinconico, facendo poi spazio ad una ripresa ancora più martellante dei riff iniziali, in chiave ancora più meccanica e serrata, che s' intervallano con la prima in una sorta di Walzer apocalittico. La voce subisce pesanti effetti disumanizzanti, e dove le bordate di chitarra improvvise come quella dei due minuti e venti sono ricche di una fredda epicità meccanica sorretta da arpeggi altrettanto estranianti e drumming in doppia cassa mitragliante, in un gioco delle parti ben calibrato; al terzo minuto le tastiere tornano in sottofondo insieme al lento incedere roccioso di chitarra, in un gusto psichedelico retrò che instaura una nuova atmosfera onirica e fa da pausa progressiva e sperimentale dal forte impatto emotivo, prima della ripresa dell' andamento dissonante e gridato che riporta in superfice la furia Groove dei nostri, la quale sottolinea gli ultimi secondi del pezzo prima dell' improvvisa conclusione.  Il testo esprime un legame tra morte e distruzione della natura da parte dell' uomo: onde di cemento coprono anime tenute nell' oscurità, e una processione di spettri striscia in "Ghost, pale, the procession is crawling - Fantasma, pallido, la processione arranca", simbolo della vita distrutta dall'azione deleteria da parte dell' uomo. Si prende quindi consapevolezza del dolore del mondo, che ora in una comunione spirituale diventa tutt' uno con il protagonista: How could i fail to understand. Cities are burning, the trees are dying, My heart awake but still, Pain is killin me - Come potevo non capire. Le città bruciano, gli alberi muoiono, Il mio cuore è sveglio ma fermo, Il dolore mi sta uccidendo" si chiede prendendo totale coscienza della distruzione perpetrata. Un testo dunque ecologico che denuncia l' irresponsabile inquinamento che distrugge la natura e noi stessi, in un legame di cui l' uomo ha perso consapevolezza. "A Sight to Behold - Una Vista da Osservare" parte con tastiere in bella vista dai toni tetri, ma allo stesso tempo futuristici, mantenuti nella voce elettronica del cantante, effettata in una versione cibernetica di quella del cantante dei Korn, supportata dai battiti ben distribuiti e cadenzati del drumming; improvvisamente al cinquantesimo secondo partono arpeggi etnici circolari di chitarra accompagnati dai battiti dilatati di batteria, in un siparietto che crea "isole organiche" nell'atmosfera altrimenti artificiale del pezzo, dimostrando l' abilità del gruppo nei giochi di contrasti con i quali arricchiscono la struttura dei loro brani. L' andamento si traduce in una sorta di Nu Metal elettronico che si mantiene calmo ed epico nei movimenti dove le chitarre segnano la linea melodica grazie ai loro giri circolari, e dove la batteria si traduce in una doppia cassa al fulmicotone; verso i due minuti e cinquanta esso si apre in un rifting più roccioso che fa da intro ad una sezione onirica e dilatata. Parte poi la doppia cassa che rende i toni più duri insieme alle bordate di chitarra, intervallandosi però con l'elemento più melodico in un familiare gioco di botta e risposta che dona al solita varietà al pezzo, dove la voce si mantiene modificata mantenendo l' elemento robotico, mentre gli arpeggi di chitarra assumono scale tecniche e progressive in una struggente melodia che accompagna perfettamente l' elemento precedente. Momenti di Thrash moderno e Crossover convivono quindi in una visione sperimentale e tecnica della materia Metal dove l' importante è creare spaccati sonori dove tutto è funzionale ad una coesione d' intenti che permette accostamenti altrimenti azzardati e in mani meno abili, che creano un pezzo vario, ma coerente con il suo songwriting; il finale porta i vari elementi melodici alla loro summa creando una conclusione perfetta e cadenzata che rimane in testa nel suo ritornello ripetuto. Qui il testo continua il tema ecologico iniziato nel brano precedente, analizzando più nel dettaglio il comportamento dell'uomo, e condannandolo; esso è visto come un bambino viziato che distrugge il suo giocattolo in "We all behave like children, taking off the head of our teddy bear to see what's inside, taking, not giving back - Ci comportiamo come bambini, staccando la testa al nostro orsacchiotto per vedere cosa c'è dentro, prendendo, e dando nulla in cambio", poi si commemora la natura e le creature uccise nella sua follia dall' uomo, che in realtà sono "dalla sua parte" e contribuiscono insieme a lui al microcosmo della vita. L'unica conclusione è quindi quella per la quale l' uomo sta commettendo un inconsapevole suicidio distruggendo la sua stessa fonte di vita, e il protagonista vorrebbe distanziarsi da tutto questo, ma sente di avere come essere umano parte di responsabilità, vivendo un forte dissidio interiore nella sua consapevolezza. "Yama's Messengers - I Messaggeri di Yama" inizia con un lento e roccioso rifting monolitico che avanza insieme ai grevi toni del basso e ai colpi secchi di batteria, mentre la voce si prodiga in uno screaming aggressivo vicino ai Machine Head, in una riproposizione più dura e meccanica del suono Groove Metal, dove viene mantenuta una certa linea melodica nell' andamento della voce e allo stesso tempo potenziato il lato Death/Thrash insito nella musica dei nostri; al quarantacinquesimo secondo parte la doppia cassa che accompagna un rifting meccanico e discordante di chitarre che dona a tutto un andamento cadenzato, prima di aprirsi nuovamente in un procedere da carro armato, pesante e schiaccia ossa. Esso s' inserisce nella composizione intervallandosi con gli altri movimenti, in un crescendo che trova apice nell' esplosione tecnica dei due minuti e venti, dove la batteria trova forma in colpi schizofrenici frenetici e serrati, e le chitarre assumono toni ad accordatura bassissima, taglienti e dissonanti; riprende quindi l' andamento precedente più giocato sulle cadenze di chitarra e batteria, e sulla voce, in un trotto da guerra che avanza senza sosta trovando nei tre minuti e venti una pausa tecnica che subito però lascia  spazio ad una nuova, serratissima, corsa in doppia cassa sottolineata da taglienti riff di chitarra impazziti, e dove si aggiungono in sottofondo claustrofobici effetti come di sirena sempre più alti nel mix, fino alla conclusione improvvisa del brano su una nota vorticante. Anche il testo è duro e più oscuro, rifacendosi a Yama il Deva indù della morte, padrone e giudice dei morti; si immaginano i suoi servi, esseri dagli occhi rossi che arrivano in massa, pronti a portare via e a giudicare il protagonista. Esso capisce che è troppo tardi per il pentimento, davanti a queste creature che in "They're growing darker while approaching me, creeping, prowling vultures in the sky - Diventano più oscuri mentre si avvicinano a me, arrancando, aggirandosi nel cielo" prendono i connotati di avvoltoi che si nutrono di morte; poi esso sperimenta tutto il dolore causato durante la sua esistenza, diventando simbolo dell' umanità tutta, che nel momento finale rivive tutto il dolore e gli omicidi commessi, distrutta dallo stesso male che essa ha causato, e che inutilmente evoca un creatore cercando aiuto difronte a tanta sofferenza che ora sperimenta. "The Silver Cord - La Corda D' Argento" ha toni più rilassati e psichedelici nel suo inizio con arpeggi di chitarra progressivi sognanti e melodici, accompagnati da una batteria altrettanto controllata, creando un' atmosfera delicata e progressiva da jam session  dove s' inseriscono poi rumori notturni improvvisi in sottofondo, in un ammaliante andamento che non esplode, bensì conosce unità nella malinconia generale di questa breve strumentale ricca di influenze legate ai Pink Floyd, che fa da intro al brano successivo "All the Tears - Tutte le Lacrime" che invece ci attacca subito con riff discordanti punteggiati da chitarre dissonanti, e batteria serrata come un treno nei suoi colpi ripetuti, in un pezzo dai connotati più Groove/Thrash dove l' andamento è multiforme e si apre in parti in doppia cassa che subito s' interrompono in uno stop and go altamente tecnico che crea dinamismo nel songwriting; i toni sono quindi volutamente più confusi ed apocalittici, in un gioco di riprese dove la batteria sottolinea i diversi andamenti con aperture in doppia cassa, e la chitarra ora con giri circolari ad accordatura bassa, ora con arpeggi più melodici, ma sempre spessi e taglienti. Al minuto e mezzo l' ennesima bordata si apre in una sequenza Thrash dominata da rifting chirurgico e da vocals epiche e disperate, presto dilaniata nuovamente dai toni iniziali più meccanici, in un procedere cupo anche grazie agli improvvisi effetti vocali sintetici e alle fredde melodie degli arpeggi che s' inseriscono nella strumentazione. Al terzo minuto parte una nuova scala vorticante sottolineata dal drumming serrato, che come una marcia senza sosta schiaccia tutto fino al finale improvviso che termina il brano sul filo dell' alta tensione ampliandone l' andamento meccanico basato sugli arpeggi circolari rocciosi e ripetitivi che instaurando un loop cadenzato che trascina l' ascoltatore per tutto il pezzo. Il testo prosegue sul tema della sofferenza, ora vista in maniera più personale in un' immagine poetica dove il protagonista torna ad essere un bambino di tre anni bisognoso dell' aiuto materno (simbolo della Natura - Madre), spaventato dall' immensità dell' esistenza e consapevole del dolore della genitrice, le cui lacrime sono come fiumi; interviene poi in Now enter the storm and feel electric sword, my entire life is about to burn. I am struggling, life is illusion, but I keep the dream of a better time - Ora arriva la tempesta e sento una spada elettrica, tutta la mia vita stà per bruciare. Sto lottando, la vita è illusione, ma conservo il sogno di tempi migliori" la consapevolezza del momento finale davanti al quale tutto si dispiega, eppure si vuole mantenere l' idea di un tempo migliore in cui rifugiarsi. Qui viene raggiunta la piena consapevolezza che permette di alsciarsi dietro il dolore e le lacrime della vita, accettando la morte come fine dell' illusione e inizio di una nuova esperienza, che porta oltre, accettazione descritta con le semplice parole "I die - Muoio" dove l' atto è visto nella sua valenza senza più paure. "Adoration for None - Adorazione per Nessuno" parte senza fronzoli con vocals gutturali (ospite speciale al microfono, il singer dei Lamb of GodRandy Blythe) e chitarre discordanti che tagliano al composizione in una conversione in formato Groove dei codici Death, mantenuti nei freddi arpeggi di chitarra circolari come motoseghe, mentre la batteria si da alla poliritmica cambiando spesso connotati e direzione, in una cacofonia tecnica dal grande effetto con non poche somiglianze con i Meshuggah. Dopo una pausa improvvisa, al minuto e dieci parte una sequenza più diretta e serrata, dominata da riff precisi, la quale si apre in un momento più classicamente Death pregno di movimenti di chitarra geometrici alla Morbid Angel, e di drumming in doppia cassa devastante e devastato. Il songwriting si fa poi più roccioso e folle, con incursioni di vocals deliranti, che si accompagnano poi con fraseggi di chitarra più controllati, ma sempre cupi ed apocalittici; questo fino al break dei due minuti  e mezzo, dopo il quale parte un' epica armonizzazione con linea melodica stabilità dalla voce del cantante e dalle chitarre serrate, ma sentite nella loro fredda malinconia, fino ad una nuova esplosione dal sapore Fusion che presenta una versione dura del Crossover di inizio anni novanta, in uno dei brani più feroci di tutto l'album, ma allo stesso tempo tra i più vari nei vari e repentini cambiamenti nella sua struttura. Al terzo minuto e cinquanta infatti abbiamo una pausa atmosferica con arpeggi di chitarra e batteria che si apre in rulli improvvisi, preparando il terreno con un andamento strisciante che lascia l'ascoltatore sul filo della tensione, proseguendo a lungo e sottolineato da improvvise scordature di chitarra meccaniche, in un loop estraniante che invece di esplodere come potrebbe sembrare logico, si perde nella dissolvenza che termina il brano assicurando che i nostri giocano sempre secondo le proprie regole sotto ogni aspetto. Il testo riprende il tema del rapporto con la natura, ricordando l' opera distruttiva dell' uomo ancora una volta; con la coscienza acquisita il protagonista decide di non servire mai più nessuno, se non le leggi della natura stesse ("Nature is my only master, I will bow to no one - La natura è il mio unico padrone, non m' inginocchio davanti a nessuno") e di prendere a piene mani il controllo della sua vita. Però non si tratta di sete di potere, che invece viene vista come la malattia principale del nostro tempo, inutile e disastrosa, che torna indietro a colpire chi la persegue, in un malato ciclo che il protagonista vuole spezzare, libero dal giudizio altrui e dalle regole della società umana, provando la vera libertà. "The Art of Dying - L' Arte di Morire" riporta in auge l' elemento etnico di "The Link" grazie a percussioni su legno tribali e suoni di corno in sottofondo, accompagnate però anche da colpi più serrati e ossessivi di chitarra, in uno strimpellio che anticipa l' esplosione del pezzo vero e proprio con rifting strutturato in muri di suono taglienti accompagnati sempre dalla ritmica precedente. Si ottiene così un crescendo che richiama in chiave più tecnica i Sepultura, questo fino ai due minuti e venti quando i connotati si configurano su una direzione più Death e brutale con voce ruggente e loop di chitarra ossessivi in giri circolari a sega elettrica, ma senza lanciarsi subito in cavalcate: la doppia cassa serrata si troverà solo al terzo minuto e venti, e s' intervallerà subito con l' elemento precedente, pachidermico nel suo incedere monolitico e ripetitivo. Un' improvvisa pausa Ambient però segna un nuovo cambiamento, con un' esplosione epica di drumming serrato, riff geometrici tecnici di chitarra, e vocals melodiche; ma non ci è dato tempo di abituarci, perché improvvisamente il tutto viene violato da nuovi ritmi serrati, salvo poi riprendere il ritornello epico, in un disorientante gioco delle parti dove l' elemento Groove e quello Death si dividono la scena. Al sesto minuto entra in campo un nuovo protagonista, con un fraseggio di chitarra malinconico e cadenzato, come la batteria dilatata che lo sottolinea, dal gusto classico e struggente, instaurando l' ennesima linea melodica che arricchisce il brano e si prolunga per molto in un epica ripetizione  dove il drumming si concede aperture etcniche dalle ritmiche varie, mentre in sottofondo nel mixaggio si sente un sinistro effetto che prende piede mentre il resto della strumentazione finisce nella dissolvenza, evolvendo in una strumentale finale dai toni eterei ed Avantgarde dove l' arpeggio di chitarra è manipolato elettronicamente in un suono struggente e malinconico. Il testo si riferisce al gesto del morire, paura della società moderna e spesso tabù, che invece qui viene affrontato cercando di accettarlo e di capire davvero cosa comporta per l' esistenza umana; "Neglected emotions leading to catastrophic voyage on the other side, I have been given so much stress and lack of confidence, I've been given the gift of so small hope deep inside, I haven't close my eyes in a long time, I am trying - Emozioni negate portano ad un disastroso viaggio verso l' altra parte, mi è stato dato così tanto stress e mancanza di confidenza, mi è stato dato il dono di una speranza così piccola dentro di me, non ho chiuso gli occhi per tanto tempo, ci sto provando" esprime l' inadeguatezza provata difronte a questa realtà, e i risultati della disumanizzazione perpetrata dal mondo moderno, che svuota di forza e valori l' individuo, annientando la sua sicurezza e ragione d' esistenza, privandolo di forza spirituale e morale. Ironicamente si realizza come la razza che sa uccidere fin troppo bene, quella umana, non è per nulla preparata a morire, un evento che annulla qualsiasi possessione terrena togliendogli importanza; per questo il protagonista cerca in se stesso di prepararsi a questo concetto, rinunciando alle illusioni di potere e ricchezze e alimentando il proprio spirito. "Esoteric Surgery - Chirurgia Esoterica" parte con drumming in doppia cassa e riff circolari segaossa in pieno stile Death, ma anche ricchi di fredda melodia in un incedere ammaliante dove poi s' inserisce un rifting roccioso ed esaltante insieme a batterie al fulmicotone, in un andamento allo stesso tempo tecnico ed aggressivo dove la voce riprende la linea melodica della chitarra in una perfetta corrispondenza dei due elementi. Le bordate sincopate richiamano per l' ennesima volta i Meshuggah, ma il gusto per le melodie Groove è tipicamente dei Gojira, mutuare nei giri circolari che poi si aprono come nel minuto e quaranta in marce più dirette ricche di chitarre potenti e batteria che non lascia respiro; l' atmosfera è allo stesso tempo claustrofobica, ma anche cupamente epica, e le aperture melodiche creano un brano dove violenza e pathos convivono insieme in un songwriting dinamico costruito sui due elementi tenuti in armonia tra loro. Al terzo minuto abbiamo una bella sequenza melodica dominata dalla prestazione vocale di, la quale poi lascia spazio ad un siparietto progressivo dalle chitarre notturne, che evolve in una struggente suite dove l' epicità della melodia è ampliata ulteriormente, sottolineata dalle cadenze di batteria, fino ad una nuova pausa ariosa satura di feedback di chitarra; essa si apre in una ripresa del momento finale del brano precedente, che a sua volta degenera in cupi connotati più Dark, terminando però all' improvviso in un effetto di grande sorpresa. Il testo affronta il tema della "cura spirituale", ovvero il saper curare se stessi, sia dai malanni dell' anima, sia da quelli fisici, partendo dal proprio interiore con un giusto rapporto con se stessi: "All illness can be headed. The cell regenerates disambiguated situation, There is a secret code In the structure of the mind. You have the power to heal yourself - Tutte le malattie possono essere curate. La cellula rigenera una situazione disambigua, Esiste un codice segreto nella struttura della mente. Tu hai il potere di curarti" dichiara il cantante con convinzione, epsrimendo un' idea molto new age che rifiuta il dominio della medicina moderna basata solo su farmaci e reazioni chimiche, abbracciando l' idea del corpo astrale che può essere curato tramite la forza della mente. "Vacuity - Vacuità" si apre con bordate serrate e ripetute di chitarra in un incedere violento e robotico dove s' inseriscono le vocals effettate, in un pezzo quasi Industrial Metal, dall' alta epicità e allo stesso tempo moderno e martellante. L' alternanza qui è quindi tra le aperture melodiche incalzanti dominate da vocals che sembrano un ibrido tra Devin Townsend e Jonathan Davis, e da riff decisi di chitarra tempestati dalla batteria, dove i continui colpi secchi dello strumento a corda dominano la scena; tra essi però s' inseriscono arpeggi malinconici che mantengono la linea melodica che fa da perno alla superfice sonora violenta che colpisce l' ascoltatore in modo continuo. Questo fino ai due minuti e quaranta, quando il drumming in doppia cassa e le chitarre graffianti instaurano una nuova corsa dal sapore Death, che però si blocca improvvisamente, lasciando spazio dopo una pausa a scale tecniche vorticanti dal sapore progressivo dove ancora una volta i chitarristi e il batterista danno prova di tutta la loro abilità; tornano poi le voci gracchianti e maligne, in un andamento della strumentazione più strisciante giocato su fraseggi ad accordatura bassa, batteria decisa e cadenzata, e strani campionamenti di fischi nel sottofondo del mixaggio, il quale prosegue fino all' improvviso finale segnato da una sequenza breve di colpi di chitarra che riprendono l' andamento meccanico iniziale in un buon effetto di rimandi. Il testo fa riferimento alla vacuità del mondo materiale moderno, vuoto e distaccato dall' essenza dell' uomo, con la quale invece il protagonista cerca di ritrovare contatto; per fare questo viene svelata l' illusione della vita terrena, concependo il corpo come un prestito temporaneo e l' anima come l' eterna realtà dell' individuo: "Borrow this body for a lifetime, earthly material, My soul unraveled out of mental, The shell returns to dust - Preso in prestito questo corpo per la durata di una vita, materialmente terrestre, la mia anima si libera tramite la mente, L' involucro torna alla polvere" esprime la caducità e la temporalità dell' elemento materiale, e allo stesso tempo l' eternità dell' anima, che esiste aldilà del corpo in un mondo spirituale e mentale. Tramite proprio un viaggio interiore della mente si raggiunge il vero nucleo dell' essere, oltre la vacuità, oltre il circolo vizioso che ora viene visto dall' esterno, tenendo il mondo nelle proprie mani; e diventando tutt' uno con il cosmo, per contrasto si trova la propria identità in se stesso, traendo forza e consapevolezza di essere il proprio universo e la propria esperienza personale da cui ricavare una  saggezza che appartiene solo a noi. "Wolf Down the Earth - Il Lupo Giù , Sulla Terra" è introdotta da un rifting serrato e diretto vecchia scuola, roccioso e greve, perfettamente unito alla doppia cassa battagliera e alle melodie ariose e malinconiche dei giri circolari di chitarra, sottolineati da punteggiature dissonnati; l' andamento si fa più cadenzato e trovano spazio le vocals aggressive, in un incedere epico che presto si apre in ritornelli effettati dal sapore etereo e grandioso. Al secondo minuto chitarre discordanti danno alla struttura del pezzo un movimento più meccanico, introdotto presto da una pausa con feedback di chitarra e batteria in assolo, che poi si accompagna con un lungo arpeggio in tremolo ammaliante su cui si stagliano le vocals effettate e disperate del cantante, in un momento pregno di malinconica. Parte poi una nuova sequenza più movimentata in cui la batteria conosce momenti tecnici di furia compatta e le chitarre si traducono in riff taglienti; essa si alterna poi con il movimento precedente più cadenzato, in un effetto di stacchi che come sempre da varietà ai nostri, in un pezzo che ancora una volta mostra una ripresa del lato Death dei nostri, coniugato con il gusto Groove/Post Metal che ormai fa da costante al trovato suono della band. Largo quindi a cavalcate dritte dal drumming serrato, ma anche ad armonie vocali e di strumenti che danno maggiore spazio alla melodie in trotti continui che coniugano passato e presente con soluzione di continuità grazie alle doti tecniche dei nostri, che permettono a muri di chitarra e fraseggi melodici di convivere nello spazio di pochi secondi. Il finale, o il presunto tale, vede una jam session tecnica di chitarre dissonanti e batteria poliritmica in un gioco d' incastri che fa coda, lasciando però improvvisamente spazio ad un' apertura Ambient con suoni di chitarra rielaborati in studio tramite l' inversione della registrazione, ottenendo un effetto allucinato e spettrale dal gusto progressivo e altamente malinconico, mostrando l' attenzione del gruppo per l' impatto emotivo e l' estrosità nei pezzi, senza però abusare di queste tecniche, e facendo esplodere il tutto nell' inizio deciso del brano successivo. Il testo ha connotati apocalittici espressi tramite la figura di un lupo che scende sulla Terra distruggendo e inghiottendo l' umanità; il riferimento probabile è quello della figura di Fenrir, il lupo della mitologia norrena figlio di Loki e della gigantessa Angrboða, il quale durante il Ragnarök (la distruzione che anticipa però l' inizio di una nuova era, ricollegandosi al tema dell' album di rinascita) si libererà dalle catene e divorerà Odino il padre degli dei, prima di soccombere per mano del dio Víðarr. Ma in generale il lupo è simbolo del divino anche per le popolazioni indigene del Nord America, rappresentando quindi l' inevitabile fine del sistema umano temporaneo che nulla può davanti alla solennità ciclica del tempo: ""Behold the bright lights coming down on time, Before these altars black, made for your sacrifice, You take for granted what's been there for ages, Inside the womb the new blood gets ready to fight - Osserva le luci abbaglianti che provengono dal tempo, questi altari sono neri, fatti per il tuo sacrificio, Voi prendete per certo ciò che è qui da secoli, (ma) Dentro l' utero il nuovo sangue è pronto a combattere" esprime perfettamente il concetto prima espresso, dando voce all' idea dell' infinito che spazza via il momentaneo, e ridicolizzando l' idea che tutto sia da prendere per certo, quando il nuovo è sempre pronto ad emergere e conquistare il suo posto. "The Way of All Flesh" dopo un assolo di batteria parte con un rifting meccanico e tagliente dal sapore claustrofobico e trascinante, sul quale poi si giostrano le vocals aggressive del cantato; movimenti circolari incalzano poi la scena in un crescendo di tensione musicale giocato sull' aggiunta di elementi. Al primo minuto una sequenza grandiosa di arpeggi circolari stabilisce l' apertura melodica che fa da pausa, prima della ripresa dei ritmi più serrati grazie ai riff a locomotiva e alla batteria pestata, in un perfetto momento Thrash/Groove che al secondo minuto si traduce in un movimento più serpeggiante, dove il basso si fa notare tra i giri di chitarra nel suo tono greve, e le vocals diventano uno screaming robotico ricco di effetti elettronici, creando un' atmosfera alienante; il cambiamento è dietro l' angolo con un momento di chitarra e batteria epico, ma ritorna subito dopo il movimento precedente, stabilendo l' alternanza tra i due elementi, aggiungendo ai momenti più calmi voci puliti in un ritornello armonioso e pacato dalla forte atmosfera eterea, sottolineato dagli arpeggi in loop che stabiliscono un mantra su cui i momenti emozionali conoscono un crescendo vocale che si lega perfettamente epr contrasto con il suono ripetitivo e meccanico dello strumento a corda, in un effetto accumunabile a certi momenti melodici dei Machine Head, ma con un gusto tecnico e progressivo più accentuato, anche grazie ai giochi del drumming, mai fisso in un solo andamento, e anzi sviluppato in ritmiche diverse adatte ai diversi punti del brano. Al sesto minuto una bordata di chitarra e batteria lascia spazio ad un feedback di chitarra che chiude il pezzo su una nota dissonante. Parte poi il silenzio che dura per svariati minuti, prima della ripresa al dodicesimo minuto e mezzo della registrazione con un arpeggio di chitarra psichedelico dal gusto onirico e alieno, posto sotto riverberi vari ed effetti che lo rendono lontano, come in una nebbia sonora, in un ennesimo gioco in studio dal grande impatto emotivo, che mostra un certo sapore progressivo anni settanta sempre presente nei nostri, anche in questo album tendenzialmente più duro e diretto rispetto a quanto fatto nel recente passato che lo precedeva; il movimento sonoro continua in un crescendo d' intensità Ambient che richiama il Post Rock strumentale dei Mogwai nella sua malinconia Shoegaze sognante e arricchita da distorsioni di chitarra sempre più graffianti, in un finale imponente e cinematica del lavoro che scolpisce paesaggi sonori dal sicuro e sentito effetto che sfumano come un miraggio nella conclusione del l' album. Il testo chiude il cerchio sul tema dell' esistenza e della mortalità, tirando le somme di quanto espresso nei pezzi precedenti: tutto deve avere una fine, e la morte è un soggetto sul quale riversiamo le nostre paure, ma con il quale bisogna trovare conciliazione se vogliamo raggiungere la vera pace e la totale consapevolezza. In un rituale profondo il protagonista affronta in chiave catartica la propria morte ("Lower and lower is the pressure, i can feel the parts of me, Collapsing one into the other, Higher state of consciousness awaken, i can see the light of this next world, Leading my soul reborn - Sempre più bassa è la pressione, sento le parti che mi compongono, collassare una dentro l' altra, un più alto stato di conoscenza si risveglia, posso vedere la luce del prossimo mondo, La quale guida la mia anima rinata") e la propria rinascita, superando qualsiasi paura e i falsi attaccamenti, accettando che la vita terrena ha un suo tempo superato il quale bisogna andare oltre, per lasciare il posto a nuove esistenze che intraprenderanno lo stesso percorso, in un ciclo continuo che collega l' ultimo brano al primo, richiamando appunto il serpente che si morde la coda, in un processo che non ha mai davvero fine o inizio. La Morte non è più quindi un nemico, ma un'a spetto dell' universo con il quale si è trovato armonia, ora il protagonista può lasciarsi andare, chiudendo il disco e il suo viaggio spirituale nel cuore dell' uomo e del mondo.



Tirando le somme siamo di fronte ad album che aggiusta ulteriormente il tiro delineando al meglio il suono dei nostri riprendendo alcuni elementi del passato, in primis la durezza del suono Death/Thrash, e smussa gli angoli dosando in maniera ancora più funzionale al songwriting i momenti progressivi e le sperimentazioni, usate sia all' interno dei pezzi, sia e soprattutto in code finali che creano squarci d' atmosfera adibiti a mantenere la struttura generale del lavoro e a fare da cesura per certe sezioni dello stesso. Vengono migliorate anche le parti Groove, più epiche e con linee vocali più avvincenti, dove la melodia s' integra perfettamente con quella degli strumenti, in toni più cupi e tetri perfetti per il tema generale del lavoro. Detto questo si tratta di un lavoro dei Gojira che si fa riconoscere come tale grazie ai cambi di tempo e ritmiche improvvise, la struttura giocata sulle alternanze continue di movimenti, il gusto per il cantato vario che si apre in momenti epici, e quello per l' unione di elementi diversi all' interno dello stesso epzzo con uno spirito Fusion e Progressive che sta alla base del songwriting dei nostri. Il tutto semplicemente con un maggiore "focus" e gusto per l' atmosfera, con una ferocia più diretta e allo stesso tempo un pathos più sviluppato, in un' unione d' intenti che nasce dall' esperienza, sia in sede live sia in studio, ormai qui di molti anni. Il campo è pronto per il successivo "L'Enfant Sauvage" che porterà a compimento questo processo delineando ancora di più il suono del gruppo francese.


1) Oroborus  
2) Toxic Garbage Island       
3) A Sight to Behold
4) Yama's Messengers         
5) The Silver Cord instrumental
6) All the Tears
7) Adoration for None
8) The Art of Dying
9) Esoteric Surgery
10) Vacuity
11) Wolf Down the Earth    
12) The Way of All Flesh

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