GOJIRA

The Link

2003 - Boycott Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
03/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Continua la nostra analisi della discografia dei francesi Gojira, band nata come gruppo di Death tecnico sotto il moniker Godzilla, poi cambiato nell'attuale evrsione romanizzata per ragioni legali. Con il precedente debutto "Terra Incognita" i nostri si sono affacciati sulla scena mostrando un suono che, mantenendo tutta la base Death/Groove/Thrash, si apriva anche verso soluzioni meno scontate tra momenti Crossover, accenni etnici e momenti progressivi che li avvicinavano alla frangia Avantgarde del Metal moderno; quest' ultimo aspetto è confermato da "Maciste All' Inferno", una pubblicazione limitata contenente quindici tracce registrate dal vivo durante la proiezione dell'omonimo film presso il "Rock School Barbey" di Bordeaux, dai connotati altamente progressivi e non certo destinata al successo commerciale, tant'è che sarà pubblicato indipendentemente dal gruppo su formato Cdr in edizione limitata, e mai più ristampato. Nello stesso anno di questo esperimento, il 2003, sotto etichetta Boycott Records il progetto torna ufficialmente con il secondo album "The Link - Il Collegamento", che prosegue la loro evoluzione sonora. Il gruppo è ancora poco conosciuto al difuori degli ambienti specializzati, anche a causa del suono difficilmente inquadrabile in facili schemi e strutture, lontano tanto dal semplice Nu - Metal che ormai stava passando nelle retrovie, quanto dal revival oldschool imminente. Come molti altri gruppi quali i Meshuggah, il successo di massa arriverà verso la seconda metà del primo decennio, spinto dalla scoperta del Metal più "concettuale" da parte del giovane pubblico che ormai grazie ad internet può venire a contatto con le più disparate influenze; il tutto naturalmente facendo storcere il naso a molti puristi che considerano certi suoni geometrici più legati alla scena Hardcore o Post - Rock, piuttosto che al Metal. In ogni caso il gruppo, composto sempre da Joe Duplantier (voce e prima chitarra) Mario Duplantier(batteria) Jean-Michel Labadie (basso) e Christian Andreu (seconda chitarra), prosegue sicuro per la sua strada, mantenendo una certa pesantezza rocciosa che mantiene l' elemento Death/Thrash, anche se ora più limitato in favore di un certo Crossover pesante e moderno, ma allo steso tempo ampliando le parti atmosferiche e gli inserti "esterni" come quelli etnici, progressivi, e in generale con una ritmica varia che trascina l' ascoltatore grazie a cambi improvvisi e sezioni diverse tra loro ripetute all' interno dello stesso pezzo, accostando anche generi diversi. Tutto questo è supportato dalle doti dei nostri: il cantante sa usare sia la voce pulita, sia un growl "armonico" che non va a caso e segue la linea melodica dei pezzi, le chitarre sanno essere sia feroci, dissonanti e grevi, sia darsi a delicati ed eleganti fraseggi ammalianti, il basso mantiene la struttura ritmica sulla quale la batteria conosce evoluzioni poliritmiche che si alternano con doppie casse serrate; insomma, i Gojira conoscono il proprio mestiere e si dedicano sempre di più ad esso, ed è l' attenzione ai dettagli e al songwriting che permette loro di farsi notare in pezzi che, se gestiti con minore cura, risulterebbero confusionari e senza nesso. Dal punto di vista tematico continuano le rappresentazioni spirituali di viaggi interiori e di catarsi, descrivendo il superamento di difficoltà che portano all' elevazione, il collegamento con la natura e l' Universo, il tutto con un' atmosfera molto "New Age" che sicuramente distingue la band dal generale negativismo esistenziale di molto Metal estremo (elemento anch' esso che farà storcere il naso a molti, dalla parola "Hipster" sempre pronta).



"The Link - Il Collegamento" parte con percussioni etniche sviluppate tramite strumenti di legno, che dimostrano la capacità del batterista Mario Duplantier di confrontarsi con strumenti a percussione diversi dalla normale batteria, e suoni di corno tibetano dal sapore mistico e misterioso, sostituiti presto da giri dissonanti e riff in tremolo discordanti e spezzati, su cui si staglia il cantato aggressivo e altrettanto robotico nel suo andamento, del cantante, che richiama il Thrash più tecnico ed alternativo, nonché certe tendedenze Groove. Non mancano poi melodie delineate da arpeggi, sotto le quali si sente la presenta del basso, e dove la voce si apre in cori effettati che rimandano ai momenti più onirici dei Fear Factory; la velocità rimane controllata, anche nelle bordate dominate da rifting serrato e potente, e la struttura generale del pezzo è sincopata con rimandi e aperture melodiche. Potenza e melodia sono le due parole chiave, anche grazie al cantato in linea con la seconda, abilmente arricchito con effetti in studio non abusati; verso i tre minuti e mezzo parte una sezione ricca di riff taglienti che trascinano il brano verso lidi in cui le vocals si fanno più sostenute e serrate, così come anche i ritmi della strumentazione, soprattutto nei riff meccanici di chitarra delineati in loop progessivi, fino all' ennesima apertura eterea in stile Fear Factory che conclude il pezzo con un grande effetto futuristico. Il testo narra del desiderio di rifugiarsi in se stessi e superare le banalità e dicotomie fasulle della società, trovando un proprio mondo interiore che possa fare da riparo; "Find a link between wrong and right, understand, you create what you are, be the link, you are what you create - Trova un collegamento tra giusto e sbagliato, comprendi, tu crei ciò che sei, sii il collegamento, tu sei ciò che crei" ci invita il gruppo, ovvero a risolvere in noi i contrasti dell' esterno, ricordandoci che siamo noi a decidere e ad avere il controllo su noi stessi; nell 'intimo il potere della creazione è nostro, e bisogna sfruttarlo. "Death of Me - La Mia Morte" si apre con ritmi discordanti e spezzati che creano un effetto cadenzato alla Meshuggah su cui si organizza il cantato strisciante di Joe Duplantier sempre debitore verso certe tendenze Crossover e Thrash/Groove che gli donano un connotato decisamente moderno; presto però incontriamo cambi di tempo al fulmicotone con chitarre impazzite e batteria serrata in doppia cassa, dove i riff dissonanti configurano seghe elettriche sonore che incidono la composizione a fondo creando claustrofobia, accompagnandosi con un più tradizionale lavoro di tremolo che mantiene la linea melodica. Verso i due minuti e cinquanta riprende il motivo iniziale con un gusto molto Crossover, anche nel cantato che ne segue l' andamento, confrontato anche questa volta con interruzioni fatte da movimenti di chitarra precisi e taglienti, che assumono toni più monolitici verso il quarto minuto, in un epico momento con arpeggi rocciosi e voce lanciata in un cantato melodico ed aggressivo che crea ritornelli trascinanti, delineando una marcia serrata e marziale che procede senza tregua mutilato in certi frangenti da scale tecniche; partono poi cambi di tempo tecnici che si interrompono lasciando spazio all' inizio del successivo intermezzo sonoro. Il testo è una catartica descrizione rituale di "morte" e rinascita, bruciare il vecchio in se stesso per creare del nuovo, accettare il cambiamento. Il tutto si configura in un viaggio interiore nel mondo dei morti, con il quale si trova una sciamanica conciliazione ed accettazione, come in "I feel the end is near for me, my world goodbye, people of the dead, I join you, in this confusion I don't even recall my name, there something inside I want to reveal -Sento che la fine è vicina per me, il mio mondo (dice) addio, gente dei morti, vi raggiungo, In questa confusione non ricordo nemmeno il mio nome, c'è qualcosa dentro (di me) che voglio liberare " in cui si racconta la perdità dell' illusione del Io e il raggiungimento della comunione con le anime defunte, riconoscendo l' atavico collegamento con esse. "Connected - Collegato" è la strumentale dal sapore etnico che fa da spartiacque tra il brano precedente e quello successivo, molto breve nei suoi suoni come di xilofono ripetuti ad oltranza insieme a percussioni su legno, per un siparietto ritmico di poco più di un minuto di durata che funziona da intro e presto lascia spazio ai ritmi serrati di "Remembrance - Rimembranza" e delle sue chitarre meccaniche in pieno buzz, su cui trovano sfogo le vocals del cantante, divise tra growl capibile e screaming effettato che lo sottolinea in alcune parti, e il drumming serrato che si prodiga in bordate potenti a doppia cassa. Verso il minuto e mezzo si installa un ritmo meccanico ed ossessivo, in cui Il loop ripetuto di chitarra Post - Hardcore è poi sorretto da sinistri effetti Ambient, che poi lasciano di nuovo posto ai robotici andamenti divisi tra corse e rallentamenti grevi dove trovano spazio momenti più melodici e ragionati. Si anticipano quindi le chirurgiche bordate su cui si staglia la sezione poliritmica del drumming a cura del secondo fratello Mario Duplantier, tra forti influenze Groove alla Pantera e riff serrati come colpi di mitra che richiamano ancora una volta il lavoro certosino dei Meshuggah; infine torna l' elemento etnico che chiude il pezzo con connotati ambientali ed atavici cari ai Sepultura, riferimento sempre molto sentito dal gruppo francese, specie in questi interludi, che si legano con l' inizio del brano successivo. Il testo può essere interpretato su due piani: il ricordo di vite passate, in senso letterale, ma anche semplicemente il ricordo di ciò che si era, perché nella vita noi tutti viviamo diversi periodi e cambiamenti che creano più vite all' interno di un solo periodo; i nostri ci invitano a ricordare i momenti di forza per costruire su di essi il nostro futuro, non perdendo mai il collegamento con il ricordo di noi stessi, anche eprchè tutto torna in se stesso e in luoghi e momenti topici ripetuti, come semplicemente delineato in "Images of the past, other lives and other places, always the same embraces. I return to where I've been - Immagini del passato, altre vite e altri luoghi, sempre gli stessi attaccamenti, ritorno dove sono stato". E' quindi possibile tornare a quel apssato, anche se in una chiave arricchita da ciò che è venuto dopo, un ritorno ad una "Età Dell' Oro" interiore e personale. "Torii", il cui nome fa riferimento ai portali a colonne posti davanti ai luoghi sacri in Giappone, è un altro siparietto strumentale, questa volta dai toni progressivi grazie a delicati fraseggi di chitarra, che si sviluppano in arpeggi armoniosi sotto i quali si configurano vari effetti campionati di rumori naturali e suoni di campanelle, anche questa volta per un minutaggio molto basso che lo rende una sorta d' introduzione per i ritmi  Rock di "Indians - Indiani" che richiama certo Crossover americano nel suo cantato sdoppiato in parti melodiche in ritornello e momenti più aggressivi, e nei suoi giri di chitarra da carro armato, sui quali si stagliano movimenti melodici accennati che per contrasto ne sottolineano l' andamento. Verso il minuto e quaranta una pausa anticipa la ripresa della marcetta che delinea la struttura del songwriting del brano, che ancora una volta si apre in un ritmo più deciso e meccano, in cui l' atmosfera generale è concitata ed incalzante, ricca di bordate serrate e lanci in doppia cassa, con scale sonore che trascinano l' ascoltatore in un gioco di stacchi e riprese, come nel ponte di metà pezzo giocato su groove geometrici dal sapore fortemente Math Rock. Essi s' intersecano in giochi tecnici di abile fattura che si sviluppano fino all' improvviso finale che confluisce nel pezzo successivo; notiamo quindi anche in questo caso un continuo tra i brani che compongono il lavoro, rendendoli tappe di un percorso sonoro e tematico più amplio e non semplici singoli raccolti insieme tra loro. Il testo non ha un andamento lineare o razionale, bensì segue un flusso di coscienza onirico ed astratto, in un nuovo viaggio interiore in un' altra vita, in cui reale e immaginario perdono discernimento e differenza. Cavalcando sulle onde del tempo, il protagonista trova un' atavica identità in "You're not the one, you think you are, since you were born. An Indian tribe - Non sei tu, pensi di esserlo, da quando sei nato. Una Tribù Indiana" che lo collega da un' altra esistenza che potrebbe esser stata, ritoccando il tema della reincarnazione, reale o figuara non è chiaro e forse non ha importanza. "Embrace the World - Accogli il Mondo" riporta in primo piano l' elemento Death tecnico con le sue evoluzioni di chitarra meccaniche e ripetute, che delineano la melodia seguita dalle parti vocali, dedite ad un growl soffocante ed aggressivo supportato dai giri di chitarra taglienti e feroci dal sapore Groove che chiamano in causa i Pantera e i Sepultura di "Roots", unendoli però con una certa struttura oldschool debitrice del Death e del Thrash più sporchi e monolitici, dalle chitarre rocciose che si accompagnano ad un cantato effettato che ancora una volta richiama i Fear Factory. Verso i due minuti e venti riprende il movimento iniziale, ancora più violento ed ossessivo nelle chitarre sincopate e nel growl del cantato, alternandolo con solenni bordate tecniche ricche di fraseggi ed effetti oscuri di corno tibetano in sottofondo, che si uniscono ai beat poliritmici del drumming con un' onirica atmosfera sacrale perfetta per i nostri, accumunabili in questi episodi ai Meshuggah, ma diversi allo stesso tempo per una minore claustrofobia dissonante, e un maggiore gusto per la melodia epica, mantenuta sotto diverse forme durante i vari cambi che caratterizzano il songwriting del brano, sorretti da ritmiche tribali che richiamano foreste fluviali e riti sciamanici. Verso il quarto minuto riprende l' andamento serrato e martellante, che però si esaurisce subito segnando la fine del pezzo; il testo parla ancora una volta del trovare rifugio e forza dentro se stessi, lontano dal mondo che viene visto dall'alto, lontano e indifferente, dal proprio punto d' osservazione. Ma al contrario di quanto può sembrare, questo porta a trovare collegamento con il mondo stesso, nella sua connotazione più vera, riscoprendo il legame con la natura che è in noi, e diventando tutt' uno con essa: "I close my eyes. I'm all around, I feel so present, embracing it's vastness I hold, facing the world, I become a part of it, I'm not alone anymore - Chiudo gli occhi, sono tutt' intorno, mi sento così presente, avvolgendo e affrontando il mondo nella sua vastità lo tengo, divento parte di esso, Non sono più solo" conclude il narratore, riconoscendo l' unione appena descritta in una nuova consapevolezza. "Inward Movement - Movimento Interiore" ci accoglie con i suoi monolitici riff rocciosi lenti e cadenzati, dove si aggiunge la voce anch' essa rallentata e greve dalla forte componente Crosover, così come i battiti cadenzati di batteria tecnica che si mantengono controllati. Verso il minuto e quaranta il tutto evolve in una più incalzante cavalcata serrata dal sapore Death/Thrash che conosce  come in una corsa di treno rallentamenti e accelerazioni giocata su rifting incalzante e drumming più conciso che nelle pause si fanno più dilatati, lasciando poi spazio ad un gioco di dissonanze progressive dove la voce diventa un growl bestiale e la batteria assume i connotati della doppia cassa lanciata in improvvise bordate brutali. L'andamento diventa quindi schizofrenico, con aperture melodiche che contrastano con gli altri elementi discordanti, in un continuo contrasto disorientante che investe l' ascoltatore con i suoi cambi, fino all' epica coda finale ricca di malinconica melodia atonale e fredda e ripetuta in loop di chitarra ammalianti sui quali si stagliano i colpi secchi e distribuiti di batteria,  creando un mantra solenne nel quale non si può non rimanere incastrati fino all' inevitabile conclusione improvvisa. Il pezzo mette in evidenza la capacità dei nostri di orchestrare architetture sonore grazie a momenti tecnici geometrici e ai giochi di dissonanze, scolpendo con il songwriting non lineare movimenti uditivi fluidi, capacità che in futuro verrà sempre più messa in evidenza nel loro suono. Prosegue nel testo il tema della realizzazione interiore e del rifugio in se stessi, che serve a ritrovare conciliazione con la realtà esterna, ma tramite un viaggio nell' Io, dove sono nascoste le ataviche radici che ci collegano con l' essenza antica del mondo. "The land beyond is deep within. I took the path & I cannot go back, I've just connected myself with I - La terra esterna è molto lontana. Intraprendo il sentiero e non posso tornare indietro, ho connesso me stesso con l' Io" è una dichiarazione d' intenti, proseguendo sempre più a fondo il viaggio che permette di riscoprire se stessi, e come detto contemporaneamente la realtà nella sua connotazione più pura e priva dei contrasti che la civiltà moderna crea con il suo allontanamento dalla vera essenza della vita. "Over the Flows - Oltre i Flussi" richiama i momenti più progressivi del gruppo, con i suoi arpeggi eleganti che si accompagnano con la voce pulita in modalità molto melodica, che si aprono poi in improvvise accelerazioni "Hardcore", ricordando con tutte le differenze e i distinguo le modalità di songwriting e cantato dei System of A Down, ma in una modalità decisamente più intima dove le tendenze liriche si uniscono ai giochi di contrasti ripetuti tipici del modus operandi dei nostri. Con il procedere del pezzo troviamo poi  momenti Post - Rock come quello del secondo minuto e venti dove è la sognante e malinconica melodia a fare da padrone, tra connotati  Funky di chitarra e le aperture epiche del cantato. L'atmosfera ottenuta è dilatata, notturna, evocando luci soffuse e malie non lontane anche dal mondo sonoro ed immaginifico dei Deftones del secondo periodo. Il brano si conclude su tali delicati connotazioni verso il terzo minuto, facendo irrompere i ritmi più aggressivi di quello successivo in un gioco del contrasto mantenuto non solo nella struttura interna dei brani, ma anche nella loro disposizione all' interno dell' album rispetto agli altri pezzi. Nel testo il legame interiore prende connotati cosmici riconoscendo i cieli e lo spazio in se stesso, osservando dall' alto tutto e capendo i meccanismi che ci sovrastano, ridimensionandone l'importanza in nome di una celestiale comprensione che abbraccia tutto l'esistente, superando contrasti e dissidi, comunione perfettamente espressa in "Over the sky, I found a place I can be, no need to run. Follow my heart, I understand why and when and what it's all about - Oltre i cieli, ho trovato un luogo in cui posso essere, non c'è bisogno di scappare. Seguo il mio cuore, capisco il perchè, il quando e il cosa di tutto" dove viene ribadito il proprio ruolo nel tutto. "Wisdom Comes - La Saggezza Arriva" ci assalta nuovamente con bordate Death brutali in doppia cassa e giri discordanti di chitarra, che si aprono ad evoluzioni tecniche grazie all' abilità dei due chitarristi che mantengono sempre care le dissonanze discordanti in grado di creare andamenti meccanici e geometrie sonore dall' impatto tecnico ammaliante, ma mai fine a se stesso, contribuendo all' incedere del pezzo. Il cantato è questa volta un growl brutale alternato con uno screaming disperato, delineando il pezzo più legato all' elemento originario della band, in un violento Death tecnico dai ritmi serrati dove i riff sono trapani, e la batteria un mitra senza sosta che non lascia respiro. Verso il minuto e mezzo parte una marcia di chitarra che si apre in andamenti più claustrofobici ed esaltanti, sviluppati tramite bordate e in una folle corsa finale in doppia cassa dilaniata nuovamente dalle dissonanze di chitarra. per  un brano è decisamente molto breve che raggiunge appena i due minuti e venticinque di durata; esso è diretto, distanziandosi dai momenti più elaborati del resto del disco, in favore di un attacco sonoro più classico, ma comunque mai privo di abili esercizi tecnici, anche se qui più controllati e convogliati in funzione dell' assalto continuo a cui è sottoposto l' ascoltatore. Il testo tratta dell' affrontare il dolore che non può e non deve essere evitato, ma bensì affrontato come una lezione da cui rinascere con una nuova consapevolezza, lezione che ci accompagna sempre come espresso abilmente in "He who learns must suffer, and even in our sleep, pain falls drop by drop, upon the heart - Colui che apprende deve soffrire, e anche nel nostro riposo, il dolore cade goccia per goccia, sul cuore". Continua dunque la connotazione spirituale e di riflessione che caratterizza tutto il lavoro, e in generale l' aspetto tematico della produzione dei nostri, ricca di riferimenti alla natura e ad una mistica spiritualità interiore che cerca conciliazione con la realtà superando i contrasti presenti in essa tramite la riflessione e la riscoperta di forze ataviche chiuse in noi. "Dawn - Alba" è il lungo finale strumentale, che parte con un Rock sognante  dominato da chitarra e giri di basso, su cui si stagliano i beat controllati del drumming, insieme a campionamenti di cinguettii ed effetti di tastiera, alternando poi dal minuto e dieci fraseggi strazianti ed emotivi su cui viene costruito un bellissimo andamento, spezzato però dalla ripresa del movimento iniziale reiterato, dove la melodia di chitarra è rafforzata dall' uso di tutte e due quelle disponibili, prima di riprendere ancora ritmi più serrati sviluppati in lente, ma incalzanti. Troviamo quindi il gioco di alternanza di momenti diversi ripetuti all' interno del pezzo, fino al rallentamento dei tre minuti, che lascia poi il passo ad una marcia di chitarra incalzante ed elegante  dove il rifting è protagonista insieme al basso, con giri continui ben articolati ed epici nelle loro sottolineature stridenti; si delineano riff corposi e serrati che sottolineano certi momenti dell' andamento, e assoli stridenti in sottofondo dal gusto psichedelico che aggiungono un certo gusto cacofonico  al brano, che man mano conosce connotati più Metal ed incalzante, in una bella jam session ricca di movimenti tecnici che proseguono a lungo con perizia con il solito gioco di rimandi e riprese, in una bordata continua che delinea una sorta di ibrido Doom/Groove che solo nel finale lascia posto ai cinguettii iniziali, riportando la natura e la sua armonia al primo posto chiudendo con pace e tranquillità il lavoro dopo aver dato  a lungo spazio a ritmi meccanici ed innaturali, in una sorta di bilanciamento delle parti.



Rispetto al debutto notiamo un gusto più marcato per le atmosfere e la melodia, nonché per le influenze Alternative/Crossover; l'elemento Death/Thrash non è scomparso, ma viene decisamente limitato in favore di altri elementi. Questo un po' va a giocare a sfavore dell' impatto di "The Link" se confrontato con i momenti più claustrofobici e serrati di "Terra Incognita" che con la loro maggiore presenza creavano un pathos fatto di contrasti con i momenti più calmi, che risultava più sentito ed esaltante. Detto questo comunque si tratta di un buon lavoro, che ci mostra un gruppo in procinto di trovare propriamente una sua dimensione distaccandosi dal passato, ma ancora un po' divisa tra varie influenze, le quali però funzionano come detto inizialmente grazie all' indiscutibile abilità tecnica dei componenti e all' attenzione per le melodie e le strutture dei pezzi. Il successivo "From Mars To Sirius" aggiusterà il tiro trovando di nuovo un buon compromesso, abbandonando certi aspetti del vecchio corso ormai non sentiti più dal gruppo, in favore di nuove soluzioni  e di una direzione più precisa, che prosegue l' evoluzione dei nostri verso un proprio territorio sonoro ben delineato.


1) The Link
2) Death of Me
3) Connected
4) Remembrance
5) Torii
6) Indians
7) Embrace the World
8) Inward Movement
9) Over the Flows
10) Wisdom Comes
11) Dawn

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