GOJIRA

Magma

2016 - Roadrunner Records

A CURA DI
PAOLO FERRARI CARRUBBA
30/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

"Magma". Un implacabile scorrere, ma anche un ardente ribollire, il minerale della vita, sale della terra, l'agitarsi della pura forza degli elementi. I francesi Gojira hanno sempre avuto caro l'argomento della salvaguardia dell'ambiente, e in generale l'amore per la natura; e con il loro nuovo lavoro questa passione non viene assolutamente smentita. I fratelli Duplantier e compagni hanno ormai consolidato il loro status di band di culto, giunti al sesto album licenziato dalla prestigiosa major "Roadrunner Records", l'ascesa dei nostri pare inarrestabile. All'attivo i Gojira possono vantare almeno tre capolavori, dischi annoverati tra i classici del metal moderno:  impossibile non citare la perfezione di "From Mars To Sirius" (2005, Roadrunner Records), il viscerale debutto "Terra Incognita" (2001, "Gabriel Editions") e l'oscuro e articolato "The Way Of All Flesh" (2008, Roadrunner Records). Album dopo album la band ha conquistato un sempre crescente numero di fan anche grazie all'intensa attività live, prima andando in tournée in supporto niente meno che ai Metallica, poi nome fisso nei maggiori festival del genere, ed infine in tour da headliner. Inutile dire che chi scrive consiglia caldamente di assistere almeno a un concerto dei Gojira, la band infatti in sede live esprime il meglio di se, offrendo solo performances di altissimo livello, potenti e precise, un vero spettacolo; tutti elementi che hanno portato la "Roadrunner Records" a investire sempre più consistentemente sul moniker Gojira, permettendo alla band di pubblicare numerosi video promozionali di alto livello e di grande impatto visivo. Dunque l'ennesimo elemento vincente rappresentativo della formazione riguarda l'immagine, la parte visiva e grafica, sempre artwork sobri ma d'effetto, caratterizzati da un gusto estetico finissimo, probabilmente sintomo di un' estetica elegante tipicamente francese; e non a caso molti lavori grafici della formazione nel tempo sono stati curati da Mario Duplantier stesso. La scelta dell'artwork realizzato per Magma ancora una volta crea una sinestesia volta a rappresentare al meglio il clima emotivo dell'album: Un'immagine mediterranea e scarna, un vulcano elio-morfo, un sole dotato di un volto atarassico, quasi una metafora atta a indentificare Madre Natura come entità imparziale, giudice e giuria dell'uomo, il quale è ospite e non protagonista della vita sulla terra. Il vulcano e il sole sono allegorie che portano alla mente un sentore di folklore marinaresco, infatti il tema del mare e dell'oceano è ricorrente nelle liriche di Joe Duplantier. I Gojira sono sempre stati dinamici, non hanno mai smesso di evolversi e cercare nuove soluzioni compositive; e Magma rappresenta l'ennesima svolta evolutiva, questa volta tuttavia lo stacco con il passato è forte e la direzione creativa vira su lidi intimisti, scarni, ancor più viscerali di quelli del blasonato album di debutto. I francesi sono sempre stati forti di una spiccata personalità artistica, sempre sui generis, sempre difficilmente catalogabili, a cavallo tra un death metal molto tecnico e un thrash dalle tinte prog, con Magma i nostri decidono di ammorbidire consistentemente il loro sound, scegliendo la via delle composizioni dirette, brevi e fortemente emotive. I fratelli Duplantier mesi prima dell'uscita dell'album dichiararono la volontà di comporre un disco breve, senza fronzoli e il più diretto possibile. La morte della madre dei fratelli ha portato Joe a scrivere testi estremamente profondi, intimi e diretti al punto. Da sempre il singer ricicla in propri sentimenti in forma musicale, ma questa volta le liriche sono ancora più sentite e malinconiche, tuttavia Mario Duplantier ha dichiarato che in Magma la band ha voluto raggiungere ulteriori climi emotivi, i testi e la musica infatti di pari passo esprimono sia momenti di caos e negatività, che benessere e quiete, e proprio il connubio di questi elementi si traduce nella stoica atarassia della natura. L'animismo dei fratelli Duplantier non è mai stato tanto aulico e intimo. Parlando dell'aspetto musicale ci troviamo dunque al cospetto di un disco particolare, che unisce influenze variegate di natura post hardcore ed emotive core/emotive punk, in riferimento alla matrice americana più intima. Il sentore di pacato pessimismo che permea le liriche è figlio di capolavori statunitensi come "Diary" dei Sunny Day Real Estate (1994, "Sub Pop Records" e "Full Collapse" dei Thursday (2001, "Victory Records"), mentre l'approccio prog ricalca le soluzioni asciutte e alternative dei Tool di "Lateralus" (2001, "Volcano Entertainment"). Analizziamo ora le singole canzoni.

The Shooting Star

"The Shooting Star (La Stella Cadente)" è probabilmente il brano più prog-oriented del lavoro, l'opener è una composizione basata interamente sulle trame melodiche, qualcuno potrebbe fare un paragone con il singolo Born In Winter, tratto da "Les Enfants Sauvages" (2012, "Roadrunner Records"), precedente lavoro della band; tuttavia il riferimento allo stile dei Tool vanifica il possibile parallelismo stilistico. Il pezzo rappresenta in pieno lo spirito più intimo e pacato del disco, la traccia è sognante, onirica e placida, un mid-tempo perfettamente scorrevole fatto di riff distesi, costruiti su un groove circolare volto a  creare un moto sonoro ondoso e maestoso. L'impeto è quasi totalmente assente ma il drumming variegato crea un movimento sincopato che riesce ad essere comunque d'impatto. "The Shooting Star" è una traccia ipnotica, figlia di un'assoluta perizia tecnica e compositiva, la dimostrazione che senza il sentimento la tecnica diventa un mero artificio fine a se stesso; in questo caso il riferimento alla tecnica non riguarda l'adozione di soluzioni complesse, bensì il tocco assolutamente ponderato e sincero dei musicisti. Se Mario Duplantier è un autentico maestro dello strumento, dotato di uno stile versatile e dinamico, le trame chitarristiche del fratello Joe e del secondo chitarrista Christian Andreu si intrecciano tra una strofa e l'altra creando una tensione emotiva palpabile e vagamente epica, pur mantenendo l'atmosfera eterea. L'equilibrio tra strofe e refrain è un altro elemento che sorprende, dopo qualche ascolto il brano rimane impresso dall'inizio alla fine proprio grazie alla costante delle liriche catchy e semplici; in Magma è inoltre possibile apprezzare uno stile di canto fin ora inedito per Joe, il quale offre vocalizzi pacati e sognanti, perfettamente in linea con la parte strumentale presa in analisi. "Avoid the darkness, stay away, stay out of sight, until you feel the blast of a shooting star" Il testo narra di marinaio in cerca di stelle per orientarsi nell'immensità dell'oceano, allegoria dell'uomo nella natura che cerca la propria direzione, la smarrisce poiché smette di cercarla nella natura, e infine la ritrova nella riscoperta della natura stessa. "Learn the skill to stay alive, survival. The city is so mean, you're being watched" La natura è dunque imparziale fonte di vita e di morte, ma una volta che il marinaio avrà imparato a interpretarne i segni, non ne sarà mai padrone, ma troverà il proprio equilibrio per una serena sopravvivenza, un rifugio intimo distante dal caos del centro urbano, luogo indiscreto, alienante e meschino. Questo animismo riporta alla memoria sentori di folklore marinaresco anche in riferimento alle costellazioni come guida: l'uomo riesce così a trovare la propria direzione, ma anche la propria dimensione e il proprio amore per la natura e per la vita, un amore cosmico a tutto tondo fatto di quiete e contemplazione: l'individuo si arrende davanti all'idea di non poter controllare la natura, ma innalza la propria essenza nella glorificazione della madre Terra. Traccia da promuovere a pieni voti sia per quanto riguarda il  testo, che la musica, che l'esecuzione.

Silvera

"Silvera", l'argento vivo, somma maturità compositiva. La seconda traccia di Magma è senza dubbio alcuno uno dei massimi picchi compositivi dell'opera, brano puntualmente scelto come secondo singolo promozionale, dal quale è stato tratto un futuristico video clip diretto con magistrale perizia da Drew Cox; chi scrive consiglia caldamente ai lettori la visione del video in questione poiché negli ultimi anni risulta davvero difficile trovare trasposizioni visive di tale tenore artistico. Silvera è una traccia diretta, ottimamente costruita e stilisticamente equilibrata, in questa sede torna prepotente l'eco dei vecchi Gojira, l'impeto si fa protagonista in questa composizione epica, potente e disarmante. Il brano si apre con un muro di suono, il riff portante è catchy e granitico, assolutamente vincente, poi un fraseggio che in seguito verrà ripreso nel refrain. La strofa è severa ed immediata, gli intrecci ritmici creano un incedere al cardiopalmo, niente bridge, siamo travolti dalle clean vocals di un ritornello memorabile da cantare a squarcia gola sotto palco. La linearità del brano è un altro punto di forza, l'immediatezza spadroneggia in soluzione ritmiche che rendono Silvera una canzone perfetta per essere proposta in sede live, il sottoscritto in prima persona è stato travolto dall'impeto di questa traccia durante un concerto clamoroso. Il testo del brano ricalca gli ideali animalisti dei fratelli Duplantier, Joe invita l'ascoltatore a prender coscienza dei pericoli che minacciano l'ecosistema, accusando l'uomo di essere colpevole di un costante genocidio animale. "Dead bodies falling from the sky, we are the ape with the vision of the killing, a rain of shame that fills the mines, no other blood in me but mine." Probabilmente per chi come il sottoscritto il consumo di carne è abitudine regolare e consolidata, questo eccesso di moralismo potrebbe risultare fastidioso, tuttavia lasciando prevalere lo spessore artistico, un messaggio del genere può anche passare in secondo piano. E' fuor di dubbio onorevole battersi contro le atrocità degli allevamenti intensivi, ma certi tipi di propaganda così diretta a mio avviso dovrebbero rimanere estranei all'arte musicale. La propaganda continua con insistenza nel refrain: "Time to open your eyes to this genocide [?] when you change yourself, you change the world." Indipendentemente dal contenuto e dal significato profondo, il ritornello grazie all'estrema immediatezza ed epicità è direttamente annoverabile tra i migliori mai scritti dal combo, un successo assicurato. Altra nota di merito va al riff portante, fraseggio semplice e groovy ma assolutamente non scontato, è squisito notare il repentino ma leggero cambio di tempo attuato tra una sezione e l'altra, escamotage che crea un dinamismo concitato e un ritmo marziale. Infine prendiamo in analisi l'assolo che precede il refrain conclusivo, anche in questo caso la sezione solista non presenta soluzioni intricate, bensì fraseggi fluidi e dinamici. Una canzone da incorniciare sotto tutti i punti di vista. 

The Cell

Un ritmo dispari e tribale apre "The Cell (La Cellula)", terza traccia di "Magma", la quale si attesta sulle medesime coordinate compositive di Silvera, tuttavia questa suona meno ispirata e vincente della canzone precedentemente analizzata. La struttura del brano risulta dunque dinamica e lineare anche in questo caso, ma il pezzo scorre fin troppo velocemente, privo di momenti veramente memorabili. La strofa presenta un riffing monolitico e minimalista che riporta alla memoria alcune soluzioni stilistiche adottate dagli svedesi Meshuggah in "Koloss" (2012, "Nuclear Blast"), la claustrofobia della strofa è spezzata dal refrain arioso, sorretto da un tappeto sincopato di doppia cassa, l'apertura melodica delle vocals di Joe Duplantier presenta un buono spunto, che avrebbe tuttavia meritato un'elaborazione più completa ed esauriente. "Get me out of here, I've been lost in the dark, get me out of here, I'm locked inside me" Il testo del brano in questione è criptico e lascia spazio a varie interpretazioni: la cella potrebbe simboleggiare un'altra allegoria della propaganda animalista, oppure l'alienazione dell'uomo prigioniero di se stesso, o anche un dualismo onnicomprensivo che abbraccia entrambe le ipotesi, un parallelismo tra la gabbia in cui l'uomo rinchiude gli animali e le barriere mentali che non consentono all'individuo di vivere una vera libertà, una prigione psicologica fatta di inutili fobie ed auto inganni; l'illusione dell'autocontrollo ci rende prigionieri di noi stessi. In ultima battuta purtroppo l'impressione complessiva è che The Cell sia un mero riempitivo, un esperimento riuscito solo in parte in cui i nostri non hanno voluto osare abbastanza, ottenendo come risultato finale un brano sottotono. Tre minuti che potevano essere sfruttati  decisamente meglio.

Stranded

Prendiamo ora in analisi "Stranded (Arenato)", singolo di lancio del disco per il quale è stato realizzato un video clip diretto da Vincent Caldoni, rilasciato non a caso il 21 Aprile in occasione della vigilia dell'Earth Day, la Giornata Mondiale Della Terra: massima manifestazione globale in favore della salvaguardia dell'ambiente e dei diritti degli animali, una ricorrenza annuale celebrata il 22 Aprile. La quarta traccia dell'album sin dal rilascio ha diviso la critica e i fan tra coloro che lodavano l'impostazione catchy e diretta, e coloro che accusavano l'evidente virata commerciale ed easy-listening da parte del combo. Per chi scrive la verità sta nel mezzo: il brano anche questa volta è costruito su un riff portante semplice e granitico, memore dell'ultima fatica in studio dei Meshuggah, ma il vero elemento di forza qui è rappresentato dalle vocals: "Stranded" contiene il ritornello più cantabile dell'intero lavoro, e questo ne fa un pezzo vincente in sede live, ma anche una composizione fin troppo lineare e ripetitiva, infatti dopo la prima strofa il pezzo verte esclusivamente sulla ripetizione del refrain. Denotiamo dunque una struttura minimale ma decisamente fin troppo scarna, nonostante la piacevole divagazione in clean di Joe Duplantier nel finale, la canzone pecca in varietà ed eccessiva ridondanza nella struttura, basata su schemi ripetuti, fini a se stessi. Stranded è una traccia da promuovere per l'impostazione anthemica ben riuscita, ma sarebbe stato auspicabile una maggior lucidità compositiva; questi sono i Gojira, e il marchio di fabbrica si sente, ma gli stessi nel corso degli anni hanno abituato i fan a ben altri standard. Analizziamo dunque i lati positivi della composizione: la vena catchy del songwriting qui raggiunge l'apice e Duplantier sforna una delle sue performance vocali più trascinanti e memorabili, chi scrive non ha paura di ipotizzare il sentore dell' occhiolino a soluzioni pop oriented. La testa non può fare a meno di tenere il ritmo sia nell'incedere della strofa che nel ritornello. Lo screaming arioso del singer trova spunti melodici sapientemente interpretati, nei quali lo stesso gioca con timbri e colori inusuali. "The cure is somewhere in the silence, But I'm crushed by the noise inside" è impossibile non cantare insieme a Joe, e quest'impostazione ruffiana diventa paradossalmente l'elemento vincente del brano, la strofa riportata è indice di quanto la metrica delle liriche si chiuda bene nel pezzo; per certi versi pare quasi di leggere un testo di James Hetfield, e il parallelismo non è nemmeno poco verosimile dato il dichiarato amore dei fratelli Duplantier nei confronti dei Metallica. "Don't lock the door on me, You'd kill me, face down, dead, Another part of me falls for you", il refrain riprende evidentemente I temi proposti nella traccia precedente, approfondendo il topic dell'abbandono e dell'alienazione, un disperato grido d'aiuto da parte di un animale in gabbia, allegoria dell'uomo in balia delle barriere architettoniche da egli stesso edificate.

Yellow Stone/Magma

La title track è introdotta dall'interludio strumentale "Yellow Stone", una breve jam atmosferica in cui il bassista Jean-Michele Labadie si fa protagonista offrendo all'ascoltatore la possibilità di scoprire piacevoli influenze stoner e desert rock, i quali richiamano alla memoria i Kyuss del classico "Welcome To Sky Valley" (1994, "Elektra Records"). La jam scorre velocemente e non presenta elementi di grande spessore, indubbiamente un buono spunto che poteva, anche in questo caso, esser sfruttato meglio. Di sicuro l'assolo di basso preso in analisi non è annoverabile come una nuova "(Anesthesia) Pulling Teeth". Veniamo ora a "Magma", traccia controversa e sperimentale ma assolutamente riuscita: Un riverbero di chitarra apre il brano richiamando le atmosfere oniriche e intime di "The Shooting Star", anche le distese clean vocals rimandano alle coordinate compositive dell'opener, ora ci siamo, questo è un livello di introspezione e sperimentazione degna del nome in copertina, l'atmosfera è densa, pregna di misticismo, le chitarre si alternano in tappeti pacati e ipnotici, la canzone si snoda tra strofe e ritornelli in un incedere dinamico e coinvolgente, l'emotività è l'elemento predominante. Dopo il secondo refrain posto a metà brano, denotiamo una variazione, prima le chitarre si distendono, poi si inspessiscono per una sezione dispari ma comunque sognante, supportate da eteree harsh vocals. La title track per il sottoscritto è un altro lampante di squisita perizia, ogni dettaglio è al proprio posto, la cura dell'arrangiamento è sorprendente e i suoni si sposano al meglio per creare un'atmosfera carica di emotività. In seguito alla sezione più pesante abbiamo una nuova distensione in cui le chitarre di Duplantier e Andreu si rincorrono armonicamente, infine il pezzo si chiude con un ultimo, sognante ritornello. In questa composizione la semplicità e l'atmosfera creano un connubio magnifico, si tratta di un altro picco compositivo dell'opera."Analyze this chemistry, producing poison and, creeping in your veins, for the love of blood": le liriche della title track riprendono il tema ecologico, ma da un punto di vista più ingenuo, si legge infatti tra le righe una sorta di consolazione dai mali della modernità, l'individuo è riuscito a trovare il proprio posto nella natura ed evadere, elevando la propria natura a un livello più alto: "You are now, high, in the sun, burn, you're away, alive on the moon, round" Questa evasione si concretizza infine nella mistificazione dell'animismo, il Sole, la Luna, la Madre Terra diventano le nuove divinità dell'uomo che riscopre la sua essenza profonda in una dimensione pura e primitiva. 

Pray

La title track si conclude con una dissolvenza che sfocia in "Pray (Preghiera)", ovvero quella che per chi scrive è la canzone migliore in assoluto dell'opera. L'intro è affidato a un'atmosfera cupa, sincopata da un ritmo tribale claustrofobico e arricchita dal distante suono di un flauto. Ormai è chiara la linea atmosferica ed emotiva su cui i Gojira hanno voluto puntare nel comporre Magma, se tutto il disco fosse stato di questo livello e avrebbe rimarcato tale stile, avremmo tra le mani un quarto capolavoro. Citare le influenze in questo caso è d'obbligo, abbiamo a che fare con una traccia che richiama subito alla memoria i Sepultura del seminale "Roots" (1996, "Roadrunner Records") e il Devin Townsed del fenomenale "Terria" (2001, "HevyDevy Records"), l'equilibrio compositivo in questo caso è equivalente a quello riscontrato nella title track, nella sua struttura semplice e lineare Pray è ricca di soluzioni di grande effetto, volte a mantenere alta la tensione emotiva e l'attenzione dell'ascoltatore. Il riff portante spazza via la pacatezza dell'intro con un riff severo, dinamico e dispari, ora l'atmosfera torna pacata, quasi corale con la strofa: "We pray, pray for the light to reign, we call, we call the day" Il concept riprende l'animismo di "Magma", l'individuo ha realizzato se stesso nella natura, ma l'empatia lo porta a pensare a coloro che sono rimasti succubi della modernità urbana ed auspica con una malinconica preghiera che anche il resto dell'umanità possa trovare la propria dimensione con la creazione di un mondo nuovo, inedito e finalmente libero. "No faith in your world create my own to thrive" Realizzare una nuova civiltà lontana dalla modernità per prosperare, questa è la prospettiva di Joe Duplantier, mantra urlato a gran voce nel refrain con vocalizzi di chiaro rimando allo stile canoro di Devin Townsend. Osare. Quando i Gojira osano non sbagliano mai e questa immensa canzone ne è la più lampante dimostrazione. La traccia come detto in precedenza è lineare nella ripetizione di strofa e ritornello, l'unica variazione concreta si denota nel finale in cui abbiamo un'alternanza tra echi atmosferici che richiamano la strofa e la ripresa del granitico riff portante. "Pray" merita necessariamente di essere sfruttata come singolo, inoltre una traccia del genere idealmente risulta perfetta per la proposizione in sede live, una vera perla che da sola vale l'acquisto del disco. 

Only Pain

Ci avviciniamo alla fine dell'album con "Only Pain (Solo il dolore)", brano particolare e di buon livello ma non memorabile, indubbiamente la canzone avrà un buon impatto dal vivo, tuttavia sul disco il brano non convince a pieno, probabilmente per via di un refrain troppo semplice, per quanto diretto e d'impatto. La struttura del pezzo richiama quella di The Cell, anche se in questo caso denotiamo un rallentamento nella parte centrale. Le strofe sono convincenti e ben costruite, supportate da un compatto tappeto ritmico in cui fanno capolino anche interessanti fraseggi di basso da parte di Labadie. "Since day one you try your best, to get what you need the most ,the solution is you, becoming a god." Il testo di "Only Pain" richiama il tema dell'alienazione, approfondendo quel male sociale che porta l'uomo ad una scellerata ambizione, l'eccesso di volontà di autorealizzazione può portare l'individuo al collasso, all'autodistruzione. L'autorealizzazione viene riletta in chiave di male assoluto dettato dai canoni della modernità, l'uomo ambisce patologicamente al potere e al prestigio poiché la società stessa crea nell'individuo un bisogno indotto e malsano, l'uomo desidera così divenire il dio di se stesso, ma finisce col diventare solamente schiavo della propria ambizione. "Only pain, all in vain" Nello scarno ritornello Joe Duplantier recita il suo verdetto finale, l'ambizione conduce l'uomo al dolore e al fallimento: Paradossalmente il brano in se non è un fallimento vero e proprio, ma i Gojira in questo caso non sono stati abbastanza ambiziosi da raggiungere l'eccellenza. 

Low Lands/Liberation

Siamo giunti alla doppietta conclusiva, costituita dall'ultima canzone vera e propria, "Low Lands (Pianure)", e dalla sua coda, l'outro strumentale "Liberation (Liberazione)". Fortunatamente con" Low Lands" i francesci tornano ad eccellere offrendoci un'ultima, spettacolare prestazione: il brano ricalca i canoni compositivi dell'opener e della title track, tutto verte sulla melodia e sull'atmosfera sognante che permea il ricorrente concept animista, le liriche sono un'ultima celebrazione della nuova dimensione spirituale raggiunta dell'uomo, un gran finale. Riff leggeri e galoppanti creano ancora quel ritmo onirico, l'atmosfera esprime atarassia, una gran quiete, Duplantier annuncia la realizzazione finale dell'esistenza terrena, celebrando un'umanità lontana dal tumulto della modernità: "Expanded to the state of light, the deepest corners of the world, gliding through the lowlands and swimming all the oceans". Le strofe si evolvono senza refrain, il testo è pura poesia, un madrigale che celebra la nuova vita, la vittoria della natura e dell'equilibrio cosmico:  "walking through the silence, already made it through the night, there will be a new day, whenever the sun rises". L'uomo è ora in totale simbiosi con il mondo che lo circonda, e lo abbraccia amorevolmente, l'equilibrio universale non è più una distante utopia, bensì una realtà concreta. L'atmosfera è angelica, un paradisiaco idillio, un clima emotivo completamente inedito, distante da quanto proposto fin ora dai Gojira. Il marchio di fabbrica dei nostri torna imperante nel finale arioso, in cui c'è spazio per un crescendo emotivo che culmina in una strofa in dove tornano le harsh vocals. E' incredibile come la perizia compositiva permetta alla band di chiudere il brano con impeto, eppure mantenendo lo stesso la costante del clima onirico. Maestosi, pura classe. Cori lontani e accordi distesi ci cullano verso l'outro dell'opera, "Liberation", una breve e semplice traccia strumentale in cui sentiamo solamente una chitarra acustica e un tamburo pacato. Un disco estremamente emotivo che si chiude coerentemente con una coda atmosferica dal sentore marinaresco.

Conclusioni

Avendo analizzato approfonditamente il contenuto dell'album, giungiamo dunque al verdetto finale: "Magma" è un album diverso, una massiccia virata stilistica che nella sua semplicità compositiva non è comunque indicabile come un ascolto di immediata assimilazione. I Gojira confermano e consolidano il loro status di artisti fuori classe, tuttavia la volontà di sperimentare verso lidi intimi ed atmosferici, in tal sede non è stata concretizzata nel migliore dei modi, in quanto il risultato finale appare etereo ed altalenante. Nel disco sono individuabili due precise e distinte tipologie di brani: quelli basati sull'atmosfera, e quelli basati sull'immediatezza. La prima categoria ("The Shooting Star""Magma""Low Lands e "Pray") si rivela quella più vincente, mentre nella seconda l'unico brano veramente eccellente risulta Silvera. Questa palpabile differenza di livello tra le due categorie incide fortemente sul livello complessivo dell'album e dunque sul giudizio. Denotiamo che i pezzi più atmosferici corrispondono a quelli in cui i francesi hanno deciso di osare con inserti e influenze inusuali, valorizzando l'emotività e raggiungendo risultati assolutamente degni di nota; mentre i brani cupi e pesanti, più in linea con la classica vena compositiva del gruppo, sono quelli più monotoni e goffi, che tendono a farsi ricordare di meno, The Cell su tutti. Abbiamo tra le mani un album di transizione, probabilmente l'inizio di una nuova via, una rinascita basata su un'interessante virata melodica; tuttavia per compiere la vera rottura con lo stile furioso del passato, sarà necessario per i nostri abbandonare completamente alcune scelte compositive che evidentemente allo stato attuale delle cose risultano più un fardello che un bagaglio. Osare, fratelli Duplantier e compagni hanno sempre osato, ma con Magma questi hanno deciso di adagiarsi su schemi cupi che mal si integrano con la svolta intima ed emotiva intrapresa. Dunque in ultima battuta spiace dirlo ma Magma, per quanto nel complesso sia un buon album, risulta un esperimento riuscito solo in parte. Chi scrive apprezza la semplificazione dei brani, varie speculazioni anche abbastanza complottistiche vogliono incolpare l'etichetta dell'alleggerimento del suono e dell'accorciamento delle composizioni, ma verosimilmente tale scenario pare onestamente fantascientifico, soprattutto in forza delle dichiarazioni dello stesso Mario Duplantier in merito alla concreta volontà di semplificare il sound della band. Non si può affermare che i Gojira in assoluto non abbiano osato, anzi, dove i nostri hanno effettivamente osato il risultato è stato encomiabile, il drummer ha sempre dichiarato la naturalezza, la spontaneità con la quale la band riesce a comporre materiale cupo e pesante, perciò è lecito affermare che la sperimentazione melodica attuata su "Magma" sia una scelta pericolosa e coraggiosa. I francesi ci regalano un'opera discreta e onesta, con picchi di eccellenza e ingenue cadute di stile. Non ci resta che augurare alla formazione di superare questa fase di transizione, tornando a eccellere con il prossimo full length. I Gojira sono dei musicisti eccellenti e dei compositori straordinari, chi scrive è certo che Magma avrà un meritato successo tra i fan, ma quest'opera sarà una sorta di spartiacque, in quanto le scelte coraggiose intraprese dal gruppo, se da un lato saranno fonte di gloria, dall'altro saranno fonte di delusione per una moltitudine di fan che si aspettavano un altro disco in linea con i precedenti lavori della band. L'evoluzione è inarrestabile, la creatività non deve avere limiti, osare è la parola d'ordine, osate.

1) The Shooting Star
2) Silvera
3) The Cell
4) Stranded
5) Yellow Stone/Magma
6) Pray
7) Only Pain
8) Low Lands/Liberation
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