GOJIRA

L'Enfant Sauvage

2012 - Roadrunner Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
24/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione




Giunge al termine la nostra conclusione dell'analisi del lavoro dei Gojira, band francese che si è imposta con il tempo nel panorama Metal moderno con un suono personale e vario dal sapore Groove, ma che abbraccia diverse tipologie di proposta musicale, tra sperimentazione, corse serrate, arpeggi progressivi, inserti Ambient e/o etnici, a volte all' interno dello stesso brano, in un songwriting poliritmico e articolato dove la batteria da prova di se in evoluzioni conturbanti, e le chitarre segnano i pezzi con passaggi taglienti, e dissonanze circolari dal sapore meccanico; partiti nel 1996 con una serie di demo pubblicati fino al 2000 ("Victim""Possessed""Saturate""Wisdom Comes") dal sapore più prettamente Death tecnico, sotto il nome Godzilla, poi cambiato nella versione attuale per ragioni legali, con il debutto del 2000 "Terra Incognita" i nostri integrano elementi Groove e Crossover con il loro suono iniziale, trovando punti di contatto con i Meshuggah e la scena Nu - Metal, ma sempre con un occhio personale per una ragguardevole tecnica che andrà sempre più sviluppandosi, evolvendo poi in "The Link" del  2003 in elementi etnici che s' inseriscono nel tessuto sonoro meno aggressivo, creando pause ambientali, e raggiungendo un certo gusto progressivo con l' onirico "From Mars To Sirius" del 2005. Il penultimo album del 2008 "The Way Of All Flesh" del 2008 mostrava una sintesi che riprendeva la durezza iniziale, coniugata però con i vari elementi aggiunti nel tempo, con un uso più sentito di stacchi elettronici e Ambient in un suono marcatamente moderno, a tratti melodico e ricco di groove, a tratti oppressivo e meccanico nelle sue costruzioni sonore claustrofobiche. Ora invece, dopo una lunga pausa di quattro anni, nel 2012 i Gojira pubblicano "L'Enfant Sauvage - Il Fanciullo Selvaggio", lavoro che conferma la loro consacrazione mondiale sviluppata dai due lavori precedenti, e la loro appartenenze ad un Metal tecnico e moderno che attinge da più punti, ma rimane riconoscibile sin da subito; meno furioso del lavoro precedente, ora i componenti Jean-Michel Labadie (basso), Mario Duplantier (batteria), Christian Andreu (chitarre), Joe Duplantier (voce, chitarra) continuano sulla sua linea, ma accentuando gli elementi di derivazione Melo - Death insieme a quelli più propriamente Groove e Thrash, senza dimenticare in ogni caso le costruzioni geometriche circolari e claustrofobiche che li caratterizzano. Notiamo un' ancora maggiore attenzione verso la sezione ritmica e la creazione di ritornelli trascinanti, in un songwriting sempre articolato, ma ora ancora più naturale e più facile da seguire grazie ad una maggiore focalizzazione sul percorso dei pezzi, di durata generalmente minore e dai momenti più concentrati. Il cantante come sempre si divide tra growl, effetti robotici, e parti in pulito, mantenendo la sua performance vocale differenziata in base agli andamenti dei brani, la batteria sa quando aprirsi in doppia cassa e quando darsi a parti calme e cadenzate, e quando lanciarsi in poliritmi tecnici, così come el chitarre continuano a trarre a piene mani da PanteraSepulturaMeshuggahMorbid AngelCynicIn Flames, Atheist, etc. unendo queste varie pulsioni in alternanze tra rifting serrato, arpeggi rocciosi o delicati, e giri circolari in loop trascinanti. Il disco vede inoltre il loro passaggio sotto l' etichetta "Roadrunner Records" che sancisce la loro appartenenza alle band di rilievo nel panorama Metal odierno, sotto uno dei grossi nomi della scena che prevede una grande esposizione per il gruppo, conosciuto come uno dei più famosi del suolo francese (anche se ormai internazionale nei suoni e nella produzione cristallina eseguita oltre oceano).



"Explosiaapre il lavoro con sinistri feedback che presto si tramutano in un' impennata di chitarra sottolineata da dissonanze stridule, prima di aprirsi in una marcia Groove dai giri rocciosi, inframmezzati con fraseggi melodici e con le dissonanze precedenti; l' andamento ottenuto è meccanico, ma allo stesso tempo ricco di melodia atonale. Le vocals del cantante seguono il modello Post - Hardcore in un cantato sgolato e aggressivo. Al secondo minuto e tredici i ritmi si fanno più lanciati in una corsa in doppia cassa e riff in tremolo, che presto però muta in un arioso momento saturo di arpeggi melodici sognanti, sui quali la voce in riverbero conosce epiche rialzature, creando un' atmosfera molto sentita ed emotiva, che prosegue intervallata da campionamenti vocali. La malinconia è protagonista fino al quarto minuto, quando un accenno di chitarra segna il passaggio ad un rifting meccanico e battagliero, serrato da colpi di batteria pestati e distorti, dove s' intersecano gli arpeggi dal sapore "western" in un connubio di pulsioni diverse tipico della band. Si ottiene quindi una lunga coda solenne che prosegue con grande effetto in una marcia continua che come un treno in corsa continua nella progressiva dissolvenza che porta il pezzo alla sua conclusione. Il testo segna un cambiamento rispetto alla metodologia che abbiamo sempre incontrato nei testi del gruppo: invece di un viaggio interiore, troviamo un discorso diretto in cui si affronta il tema della gelosia e del tenere dentro di se emozioni negative, fino al punto di esplodere interiormente. Qui non è quindi solo la musica ad essere concisa, ma anche la scrittura, più diretta e meno onirica: "I'm bursting open while you set the tone, You ignored this fury too long, I explode. Bring back to life this anger, let it grow - Mi sto aprendo, mentre tu stabilisci l' andamento, hai ignorato troppo a lungo questa furia, esplodo. Riporta in vita questa rabbia, lasciala crescere" dichiara come le emozioni, anche negative, non vadano ignorate o soppresse, bensì affrontate, rinunciando ad ipocrisie e false maschere per paura delle convenzioni, e liberandosi con sincerità stabilendo di nuovo un equilibrio. "L'Enfant Sauvage - Il Fanciullo Selvaggio" parte con un sinistro suono di chitarra in crescendo, che lascia il posto subito ad una corsa dissonante in pieno stile Meshuggah, sottolineata da chitarre discordanti, e sulla quale si stagliano poi arpeggi melodici taglienti e vocals effettate in grida rabbiose; al primo minuto i ritmi si accelerano in una furiosa unione di beat di drumming serrato e colpi circolari di chitarra a sega elettrica, riprendendo poi invece l' andamento precedente dalla malinconica melodia coniugata con gli strumenti ossessivi e duri, sottolineati dagli improvvisi growl e grida i stile Fear Factory del cantante, stile poi preso al secondo minuto e venti nella claustrofobica corsa di giri circolari, dissonanze, fraseggi atonali, e batteria cadenzata. Al terzo minuto un fraseggio di chitarra apre un nuovo movimento, con chitarre taglienti in stile Death e vocals epiche e sofferenti, in un loop segaossa sottolineato dai blast di batteria; parte poi infine un effetto "subacqueo" che chiude il brano riprendendo sottotono il movimento melodico principale del pezzo. Il testo qui parla di un "bambino selvaggio" che ha fatto qualcosa di avventato durante un eccesso di rabbia  ("I've killed another man, I was raging. The pain is gone, The denial, I've run away from institutions. I own myself Life - Ho ucciso un altro uomo, ero furioso. Il dolore è scomparso, la negazione, sono scappato dalle istituzioni, mi devo una vita") e ora fugge dalle istituzioni in cui era stato rinchiuso, cercando di ricrearsi una vita. Poi il testo prosegue reiterando l' idea del non negare le proprie emozioni, ma di farle confluire liberamente evitando che esplodano creando, come in questo caso, danni; viene richiamata anche la responsabilità di chi ha portato il giovane a quel punto, per non curanza e disattenzione verso di lui, evocando la gabbia sociale delel convenzione che spesso racchiude tutti noi, e porta a situazioni difficili. "The Axe - L'Ascia" mostra sin da subito l' elemento Melo - Death grazie a giri circolari a sega elettrica ricchi di atonale melodia epica, sorrette dalla doppia cassa ossessiva; poi inizia invece un trotto serrato con vocals aggressive, ma che seguono una linea melodica ben presente, che raggiungono grazie ad effetti elettronici un connotato robotico, ma pieno di pathos, sottolineato dalle cadenze di batteria e dai sempre presenti riff di chitarra. L' andamento si alterna tra marce schiaccia ossa che supportano la voce dedita a crescenti struggenti, e momenti più calmi, ma sempre duri e sinistri; questo fino ai due minuti e mezzo quando si aggiunge una triste melodia in arpeggio di chitarra, che accompagna il rifting più serrato, che poi si apre in momenti discordanti sottolineati da colpi di chitarra meccanici in un andamento geometrico, che a sorpresa ospita poi cori quasi sacrali in un crescendo epico dove l' impatto emotivo e melodico è molto alto grazie alla struttura del songwriting dove dissonanze e melodie si fondono, fino al finale del brano. Il testo parla di oscurità interiore, isolamento, depressione, e del bisogno d uscirne; entra quindi la metafora dell' ascia di luce, il barlume di speranza usato per dissipare le tenebre interiori ("In the dark I've lingered too long, This sharpened axe, beam of light, I reach for and I master. Wield against these shadows - Ho crogiolato fin troppo nell' oscurità, Quest' ascia affilata, raggio di luce, io raggiungo e padroneggio. La brandisco contro queste ombre") distruggendo le paure e curando il dispiacere tramite un percorso interiore di "self help" tipico dei concetti spirituali e psicologici della band. "Liquid Fire - Fuoco Liquido" parte con bordate claustrofobiche e serrate, intervallate da arpeggi atonali, le quali acquistano poi un rifting freddo ed epico, ricco di melodia malinconica, dove si aggiunge la voce in riverbero per un forte impatto in crescendo epico. Al minuto e mezzo riparte l' andamento precedente, con vocals più aggressive intervallate da parti in auto tune dal gusto robotico; il pezzo ha forti connotati Crossover che richiamano i Linkin' Park nelle ariose aperture melodiche dal gusto cinematografico, salvo poi assestarsi al secondo minuto e mezzo in un momento incalzante e allo stesso tempo progressivo, con voce effettata e onirica, sorretta da chitarre mutuate in colpi continui e batteria serrata. Riprende poi la corsa iniziale, con vocals ancora una volta divise tra toni ruggenti e parte effettata più futuristica, le quali poi nel finale lasciano completamente la scena ad una jam session di riff rocciosi e chitarre discordanti, che chiudono su una nota incalzante il brano. Il testo è molto astratto e ricco di figure e immagini, usando come da abitudine il racconto di un percorso interiore; il protagonista riconosce come sin dalla nascita egli ha cercato riparo dentro se stesso, trovando forza  e indipendenza in questo, come espresso in "The second I was born I found a shelter deep in my own. I ventured further out on the edge of the glacier, This is how we talk to the world, Pure liquid fire running through our veins. We're in this alone, we bow to no one - Dal secondo in cui sono nato, ho trovato rifugio dentro me stesso. Mi sono avventurato più a fondo ai limiti del ghiacciaio. E' così che noi parliamo al mondo, puro fuoco liquido scorre nelle nostre vene. Siamo da soli in questo, non ci inchiniamo davanti a nessuno. ") dove viene anche ripreso il contatto interiore con il mondo, il gioco di corrispondenze tra esterno ed interno. Il testo prosegue creando metafore varie che ribadiscono il concetto di non seguire le illusioni, ma solo la propria via, trovando coraggio in questo, e continuando per la propria strada, e un fuoco interiore che non si spegne mai, e che scorre in noi. "The Wild Healer - Il Guaritore Selvaggio" è un intermezzo strumentale con scale melodiche incalzanti e "allegre" , dal gusto quasi fiabesco e retrò, sotto le quali però troviamo un lavoro di chitarre ruggenti ad accordatura bassissima; il tutto delineato dalla batteria, qui cadenzata ed ariosa, per un pezzo altamente emotivo e struggente dalla durata di neanche due minuti, il quale lascia spazio ai ritmi ben più serrati di quello successivo "Planned Obsolescence - Obsolenza Programmata" che non perde tempo nel colpire con una spessa doppia cassa supportata da arpeggi rocciosi e monolitici, che dopo una pausa con fraseggio progressivo, riprende insieme a vocals in pieno stile Groove Metal, ruggenti, ma capibili, intervallandosi con discordanze striscianti, in un gioco di movimenti che come da stile dei nostri regala una forte dinamicità all' andamento del brano. Al minuto e dieci troviamo un nuovo elemento, con arpeggi dal sapore Stoner, dilatati e lenti, con voci in stile post - grunge che delineano una cantilena che finisce con un feedback; parte poi di nuovo una sequenza dura con giri circolari discordanti, intervallati da arpeggi melodici, dove a voce si lancia in disperate ed epiche aperture ad alta scala, in un crescendo emotivo che dopo una nuova eco, sboccia in una corsa tritacarne. Ma le sorprese sono sempre dietro l' angolo, e al terzo minuto e quaranta improvvisamente un delicato fraseggio accompagnato da campionamenti di battiti del cuore, instaura un momento calmo e progressivo che richiama i Pink Floyd, il quale prosegue liquido e distensivo fino al finale del pezzo, il quale nel suo complesso è molto vario nonostante il suo minutaggio controllato, dando prova della raggiunta sintesi da parte della band dei vari elementi che compongono il loro sound, ormai marchio di fabbrica. Il testo affronta il tema della società moderna, ossessionata dal potere, e dove le persone sfruttate dai potenti sono programmate per fallire, educate fin dalla nascita a credere che solo la ricchezza conta ("The lust for always more, indulgence in hunger, A greed for power, the demon needs to feed. From cradle you've been taught how to rule and conquer - Il desiderio di fare sempre di più, fa indulgere nella brama, Una bramosia per il potere, il demone deve nutrirsi. Dalla culla ti è stato insegnato come conquistare e comandare"). Si prosegue con nere immagini di illusioni tetre, avvoltoi che si nutrono delle anime, ma anche con l' invito a riscoprire la vera forza, quella interiore, che alberga in tutti noi, e che da vero potere, permettendo di uscire da questo circolo vizioso, e stabilire la propria vita. "Mouth of Kala - La Bocca di Kala" vede protagonisti nel suo incipit giri circolari a sega elettrica che proseguono in un loop tempestato da drumming in doppia cassa, e sui quali si organizzano freddi arpeggi atonali con melodie spettrali; al primo minuto il tutto assume connotati più dissonanti e dilatati, con vocals in stile sempre aggressivo, ma capibile, che delineano armonie melodiche. Riparte poi il movimento precedente, qui però accompagnato da cori epici in pulito; assistiamo alla tipica alternanza tra i vari momenti, in un andamento tecnico e dinamico dove ai due minuti e cinquanta si aggiungono colpi discordanti che sottolineano l' incalzante ed ipnotico andamento dei riff, fino ad un fraseggio che prevede la ripresa della corsa claustrofobica arricchita da voce eterea dalla forte componente emozionale. Ai tre minuti e cinquanta un arpeggio dissonnate lascia spazio ad un movimento Ambient oscuro  progressivo con arpeggi sommessi ed effetti in sottofondo, che salgono fino ad esplodere in una marcia in doppia cassa e arpeggi in tremolo rocciosi, dove si inseriscono arpeggi che riprendono il motivo melodico precedente, in un gioco di rimandi che si configura in un loop meccanico che prosegue fino alla dissolvenza del pezzo, che si trascina ossessivo verso il silenzio. Il testo fa nel titolo sia riferimento alla parola che in sanscrito si riferisce al tempo, sia alla divinità induista Yama (chiamata appunto anche Kala)il dio della morte già nominato nel testo di "Yama's Messengers" dall'album precedente; questo gioco tra i due significati è mantenuto poi durante il testo, richiamando i temi di rispetto per la morte e di catarsi tramite essa, che facevano da tema portante del disco "The Way Of All Flesh". "There's a river of time, Let us worship this god of destruction. On nothing we can rely, All is gone, belong to the past - C'è un fiume del tempo, Adoriamo questo dio della distruzioneSu niente possiamo contare, Tutto è andato, appartiene al passato" viene declamato, esprimendo la caducità di tutto, soggetto allo scorrere del tempo, e celebrando poi il costante cambiamento, il morire e rinascere sotto nuova forma in maniera costante, seguendo il flusso mutevole dell' esistenza; in tale modo non si è schiavi del tempo, ma partecipi ad esso, trovando armonia con il meccanismo cosmico accettando il suo corso e diventando parte di esso. "The Gift of Guilt - Il Dono della Colpa" parte con un bell' assolo classico e tecnico, che si sviluppa in scale dalla forte intensità, che instaurano un movimento sonoro, il quale rimane come ossatura mentre intorno  a lui partono batterie cadenzate ed arpeggi di basso; questo fino al primo minuto, quando parte un rifting serrato e roccioso, con le solite vocals Groove debitrici dei Machine Head e dalla batteria pestata. Abbiamo poi la ripresa della melodia vorticante, con armonie vocali sentite e trascinanti che creano ritornelli poi squarciati dalla ripresa del trotto di chitarra battagliero, sottolineato come sempre da scordature di chitarra dissonanti; al secondo minuto e mezzo le ritmiche si fanno più spesse e la voce più rabbiosa, in un andamento claustrofobico che conosce varie evoluzioni e variazioni, fino alla pausa dei tre minuti e venti dove si staglia su un fraseggio melodico che riprende il motivo portante del pezzo, un effetto vocale in salita che esplode insieme al bell' andamento di chitarra in una connotazione ricca di pathos ed epica, in uno dei brani più legati al Groove e al Metalcore di tutto l' album, giocato su varie linee e armonie melodiche di voce e chitarra, con una forte atmosfera emozionale che dimostra la capacità dei nostri di creare pezzi che colpiscono l' ascoltatore non solo con la violenza. Il testo descrive un paesaggio interiore, simbolo di vergogna e auto - giudizio, ricordi del passato che come avvoltoi ci tormentano ("These vultures from the past, coming, In all the hells and worlds, the time has come, Delivered from their eyes, Embrace, suffer, destroy - Questi avvoltoi dal passato, vengono, in tutti gli inferni e mondi, il tempo è giunto, Liberati dal loro sguardo, Accetta, soffri, distruggi"); ma accettando i propri errori e uscendo dal meccanismo di auto - tormento, è possibile andare avanti, superando il blocco del senso di colpa costante, costruito su un labirinto di bugie continue, e trovando di nuovo pace con se stessi e conciliazione con il proprio passato, in modo da creare un libero presente. "Pain Is a Master - Il Dolore è un Dominatore" inizia su note progressive con fraseggi melodici di chitarra sottolineati da colpi cadenzati e dilatati di batteria, insieme a campionamenti vocali, in un gioco delicato dal sapore classico ed elegante, che crea un' atmosfera pacata e nebbiosa; improvvisamente al minuto e dieci essa viene squartata da un rifting macina ossa sottolineato da staccati dissonnati e dai ritmi di batteria in doppia cassa serrati, in un crescendo vorticante sul quale si piazzano le vocals aggressive e distorte del cantato, con connotati Death fusi con giochi circolari dal sapore Groove. L' effetto è vicino ai Meshuggah, con punti di contatto con il Death melodico più risoluto e violento, anche grazie alle fredde melodie atonali di chitarra che s' instaurano nei freddi giri concentrici. Ai due minuti e cinquanta parte un arpeggio cadenzato e melodico, dove la voce si apre in cori puliti ed armoniosi, instaurando una pausa onirica, prima di un bel fraseggio incalzante sottolineato dai giri di basso in sottofondo, dove la voce prosegue con il cantato melodico, ma effettato in un suono innaturale; ritorna poi la calma precedente, creando un alternanza tra i due momenti che porta avnati con forza suggestiva il pezzo con una forte componente emotiva, fino ala conclusione improvvisa che senza darci avvertimento chiude il pezzo. Il testo affronta il tema del dolore, devastante esperienza interiore che annichilisce il protagonista, come espresso in "I went through this cycle of pain deep in myself, Destroyed by awful hands, a demon of illusion. The pain now awaken, I'm cracking wide open - Ho attraversato questo ciclo di dolore dentro me stesso, distrutto da mani orribili, un demone dell'illusione. Il dolore è ora sveglio, mi sto spezzando"; ma esso viene rivalutato come una dura forma di espiazione e rinascita: il dolore insegna, e viene trattato come un maestro che non va evitato o rifiutato, bensì usato per riemergere più forti di prima, a patto di rinunciare all' ignoranza che lo ha causato, traendo lezione per il futuro. "Born in Winter - Nato d' Inverno" ha un inizio simile a quello del brano precedente, con fraseggi di chitarra melodici dal gusto progressivo e dilatato, con colpi di batteria altrettanto eleganti e vocals pulite e sognanti, lente nella loro esposizione; si crea un effetto ipnotico e rilassato, che al minuto e venti vede un bel ritornello melodico. L' inevitabile esplosione arriva al minuto e cinquanta, in un' epico andamento con armonie vocali e riff melodici circolari, in un gusto Groove che poi trova sfogo in movimenti rocciosi e strisciate di chitarra abrasive, ma in un' inversione dei topoi precedenti, è l' aggressività sostenuta a fare da stacco di pausa, mentre la parte principale del brano rimane calma e delicata. come nella ripresa del fraseggio iniziale al terzo minuto e dieci, il quale prosegue in loop sorretto da arpeggi ricchi di solenne e malinconica atmosfera, in una coda progressiva che si trascina fino alla conclusione del pezzo, abbastanza lineare e conciso, ma sempre ricco di spunti melodici ed emotivi che colpiscono l' ascoltatore e non lasciano indifferenti a cose fatte. Il testo riprende il tema del ciclo dell' esistenza, parlando di un inverno simbolico che rappresenta uno stadio di morte prima della rinascita, un evento interiore ed esteriore che va catalizzato al meglio: "You learn the painful breath of time, Cold morning stretches out your arms, To the mighty warmth of one golden sun - Impari il doloroso respiro del tempo, Durante fredde mattine stendi le braccia, verso il potente calore del sole dorato" enuncia questo processo con un risveglio mattutino, dove oltre il gelo vi è il calore del sole, che va scoperto. L' inverno viene poi inteso come un periodo duro e freddo della propria esistenza, dal quale con occhi aperti e mente attenta, è possibile uscire rinforzati, anche in virtù del legame che unisce tutto  e tutti, poiché nati dal cosmo e dalle stelle, con la stessa energia; grazie a questa forza tratta dalle difficoltà, si può ottenere un cuore capace di sopportare sempre le avversità, e che ci permette di lottare e rimanere a testa alta. "The Fall - L' Autunno" ci sorprende con oscuri synth industriali accompagnati da feedback di chitarra, che rimangono in sottofondo mentre partono freddi giri di chitarra, che s' intervallano con l' elemento precedente, prima di esplodere ai cinquanta secondi in un robotico andamento con voce effettata e chitarre Post - Rock; la voce prende poi alternanze con il growl, in uno stile vicino a quello dei Korn, ma più elettronico, mentre in sottofondo continua in loop il suono atmosferico di chitarra. Al secondo minuto parte una marcia rocciosa incalzante con doppia cassa e sottolineata da colpi discordanti, che cresce in un gusto claustrofobico fino al secondo minuto e un quarto, quando un nuovo andamento dilatato con arpeggi dissonanti inaugura vocals effettate e spettrali, in un clima notturno e malinconico, che non lascia tempo di abituarci ed esplode nel movimento precedente, alternandosi poi tra i due momenti, arricchendo quello più calmo con crescenti effetti elettronici che rendono la voce meno umana. Al quarto minuto e venti dopo un rullo tecnico di batteria il brano esplode in tutta la sua epicità grazie ad armonie di voce effettata e chitarre struggenti, e dopo con un feedback acido di chitarra in sottofondo esso si conclude con un effetto molto psichedelico e d' improvviso, evitando le lunghe colonne ambientali del passato, in favore di una risoluzione concisa che ci lascia frastornati. Il testo continua sul filone di quello precedente, creando immagini legati alle stagioni, in questo caso quella autunnale, che si rispecchiano in periodi della vita, e in stati d' animo interiori, usando immagini legate al periodo specifico, come "Leaves are falling, the wind is blowing so cold - Le foglie cadono, il vento soffia così freddo"; ma quasi subito assume connotati molto astratti, riprendendo il concetto della luce nell' oscurità, di riuscire a trarre il meglio da una situazione difficile: "Fall to the ground, All dies again. A circle of blood and power recycled, Greater vision awaits a new coming - Caduto sul terrenotutto muore ancoraUn ciclo di sangue e potere riciclato, Visioni più grandi attendono un nuovo arrivo" esprime il ciclo di rinascita, di deperimento che fa posto per il nuovo, invitando a non disperare, in prospettiva di qualcosa di ancora più grande che sorgerà dalle ceneri. Viene poi ripreso il tema del trarre forza dal dolore, e anche del superamento delle illusioni che spesso ci imponiamo creandoci malessere, in un sunto di vari temi dell' album, il quale culmina nel ciclo dell' esistenza, che non va rifiutato, ma accolto, in maniera da entrare in armonia con esso, e seguire il suo flusso.



Concludendo l' album non è una copia carbone di quello precedente, ma non vede lo stacco o lo sperimentalismo che finora si era trovato tra un lavoro dei Gojira e quello che lo seguiva; come detto aumenta l' attenzione per la melodia, e i pezzi pur conservando la tecnica dell' alternanza dei diversi movimenti all' interno dello stesso brano, sono decisamente più diretti e lineari limitando i tecnicismi al minimo e giocando molto su lunghe armonie di strumenti e voce. Quest' ultima anche segue uno schema più fisso vicino al gusto Groove, evitando growl estremi che invece erano presenti in passato, mentre l' elemento Death, in chiave comunque melodica, è rilegato alle chitarre circolari in pieno stile Morbid Angel, anche questo elemento non certo nuovo nella discografia dei nostri. Ritroviamo l' uso dell' elettronica e dei crescendo, nonché degli arpeggi progressivi, in una struttura epica ed emozionale del songwriting, che stabilisce l' atmosfera generale del lavoro; si tratta in definitiva di un buon album che per la prima volta però non sorprende l' ascoltatore, affinando qualcosa di già presentato nel disco precedente, che rimane però più oscuro e in qualche modo più "importante", stabilendo una svolta che qui prosegue in chiave più diretta, guadagnando in fruibilità, ma perdendo un po' in potenza ed elaborazione. Alla fine non si può pretendere che ogni lavoro debba per forza stabilire un nuovo punto, e di certo non av condannato un disco per questo, anche perché rimane un' opera ben suonata e dai pezzi che rimangono positivamente nelle orecchie; ma è inevitabile anche stabilire come non sia il lavoro migliore della band, titolo probabilmente da riservare al disco precedente. Speriamo che nel futuro potremo assistere, una volta digerito qui il discorso musicale degli ultimi due album, ad una nuova sorprendente evoluzione di un gruppo che ha sempre colpito per la sua innovazione.


1) Explosia     
2) L'Enfant Sauvage
3) The Axe
4) Liquid Fire 
5) The Wild Healer
6) Planned Obsolescence
7) Mouth of Kala
8) The Gift of Guilt
9) Pain Is a Master
10) Born in Winter
11) The Fall

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