GOJIRA

From Mars To Sirius

2005 - Listenable Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
13/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Prosegue la nostra analisi della discografia dei Gojira, gruppo Alternative/Avantgarde Metal francese nato inizialmente come band Death con il nome Godzilla, inseguito modificato per ragioni legali nella versione romanizzata del nome originale giapponese del famoso mostro del grande schermo, e poi con il tempo evoluta in una propria identità che ha forte radici progressive e sperimentali con largo uso di percussioni etniche e delicati momenti di quiete, ma anche una marcata tendenza Groove/Thrash che mantiene intatto il gusto per riff meccanici e voce aggressiva alternata con tratti puliti e melodici che richiamano anche il Crossover. L' elemento Death però non scompare del tutto, anche se nel precedente "The Link" viene ridimensionato a favore di sperimentazioni varie, sopravvivendo in una forma molto psichedelica che ricorda i momenti più geometrici e articolati dei Morbid Angel, e nelle lezioni care ai Sepultura, elementi che uniti con l' impianto moderno legano il gruppo a tendenze Thrash/Death innovative vicine ai Meshuggah, anche se in una chiave più onirica e meno apocalittico - claustrofobica rispetto al gruppo scandinavo. Con il terzo lavoro "From Mars To Sirius - Da Marte A Sirio", pubblicato nel 2005 un anno dopo la versione live del disco precedente, che per la prima volta metteva su disco e video i loro concerti, prosegue l' evoluzione di Jean-Michel Labadie (basso), Mario Duplantier (batteria), Christian Andreu (chitarre), Joe Duplantier (voce, chitarra), sin dall' inizio componenti della band che non ha mai cambi di formazione nel suo organico, cosa molto rara nel mondo musicale moderno, e che dimostra il loro affiatamento artistico, alla base della coesione di intenti che porta ad un songwriting variegato, ma con una direzione e un' armonia ben precisa nelle costruzioni sonore portate avanti dai nostri. Rispetto al lavoro precedente, in parte di transizione e dove ancora la perdita della maggioranza Death non era stata a pieno compensata dagli altri elementi, notiamo qui la crescita di un certo gusto Progressive Metal moderno che avvicina il gruppo anche ad artisti fuori dagli schemi come Devin Townsend, sia in sede solista, sia nei Strapping Young Lad con le loro tendenze elettroniche derivate dai Fear Factory, e i Voivod più industriali degli anni novanta, perfezionando l' uso dei groove dissonanti e meccanici dove l' atonalità diventa un' arma al servizio di aliene melodie tecniche giocate su continui cambi di scale e ritmi. Questo è possibile grazie sia all' abilità dei chitarristi, sia a quella del batterista che anche in questa occasione oltre alla doppia cassa si prodiga in poliritmi e movimenti calmi e cadenzati nei frangenti di pausa all' interno del lavoro. Viene invece sostituito l' elemento etnico che dominava il lavoro precedente sia con gli appena citati siparietti progressivi, sia con atmosfere ambientali giocate su ricorrenti campionamenti di balene, che riportano a galla il tema unificante del lavoro: a livello tematico continuano infatti i viaggi astratti, onirici e spirituali, ma con un crescente riferimento concreto alla natura e all'azione, purtroppo spesso negativa, dell' uomo nei suoi confronti, con una forte connotazione ecologica sentita fortemente e ricreata tramite immagini vivide e poetiche che fanno riferimento anche alla mitologia e ai temi cosmici e futuristici.



Si parte con "Ocean Planet - Pianeta Oceano" che dopo un' introduzione oceanica con campionamento di canti di balena, si apre in un bellissimo rifting dissonante e melodico, spezzato e giocato su stacchi e ripresi, che richiama fortemente i Fear Factory di "Obsolete" nei loro momenti più malinconici ed oscuri; la struttura è retta da punteggiature di batteria serrata e colpi secchi di chitarra, mentre le vocals di Joe Duplantier si prodigano in un sentito cantato aggressivo, ma capibile, che lentamente avanza tra le pause e corse del movimento meccanico degli strumenti. Dopo la cesura stridente e cadenzata del secondo minuto parte un lungo ponte tecnico dominato da riff serrati e quadrati, ed esercizi di drumming poliritmici che si legano al primo elemento in un crescendo progressivo, che viene poi spezzato dalla ripresa del motivo iniziale. Convivono perfettamente quindi la tecnica dei nostri, così come il lato emotivo ed atmosferico, in un' abile congiunzione di elementi che riserva anche soprese, come l cambio di registro del terzo minuto che si fa ancora più serrato e martellante con chitarre graffianti e batteria in doppia cassa, dove non si risparmiano le bordate Death/Thrash robuste e potenti che inducono ad un' attenzione costante, dettata da ritmi marziali; in seguito assistiamo ad un' apertura melodica e cosmica che ancora richiama l' epicità di Burton C. Bell e del Devin Townsend più lirico, intervallandola con le chitarre dissonanti che fanno da perno per l' andamento del pezzo, e che dominano totalmente la scena nel finale Thrash dal suono geometrico sviluppato tramite i giri ripetuti e le bordate senza tregua, su cui si stagliano i colpi secchi e potenti di drumming questa volta dritto e conciso. Il testo instaura immagini di prigionia e desiderio di fuga mentale, barriere insormontabili che vengono convertite in materia liquida, in un alchemico ed onirico scambio di sostanze ( "Mountainous waves, Are breaking on my despair - Onde gigantesche, S' infrangono sulla mia disperazione") che riprende il tema caro ai nostri del superamento delle difficoltà e della sofferenza grazie a percorsi interiori ricchi di immagini interiori dal sapore del sogno e dell' interpretazione metaforica degli elementi dati, come in "Whales in the sky, I feel they’re so close, Inside, and yet so far away- Balene nel cielo, Sento che sono così vicine, Dentro, e pure così lontane" dove viene ripresa l' immagine di copertina in un unione tra cielo e oceano, balene volanti che simbolizzano l' elevazione e il viaggio in un oltre metafisico. "Backbone - Dorsale" dopo un' introduzione affidata a feedback di chitarra, parte in quarta con minacciose chitarre marcianti in pieno tremolo incalzante, dalla forte componente Thrash oppressiva e claustrofobica, mentre le vocals si impostano su connotati Groove che richiamano Pantera e Machine Head; la batteria sottolinea gli andamenti di chitarra, che verso il minuto abbandonano momentaneamente l' incedere meccanico della parte iniziale e si aprono in una serrata cavalcata in doppia cassa ricchi di giri freddi e atonali che si intermezzano con il movimento precedente, con un alto fattore esaltante e tecnico, che richiama tanto il Death dei Morbid Angel, quanto le corse Thrash veloci dei Slayer più oltranzisti e furiosi. Dopo un susseguirsi di riff taglienti in una costruzione movimentata e lunga, al secondo minuto e mezzo riprende il trotto cadenzato, anch' esso squarciato da chitarre discordante, che poi improvvisamente evolvono in un epico crescendo atmosferico giocato su movimenti geometrici di chitarra compatti come carri armati e la fredda melodia atonale sempre in sottofondo, stridente e progressiva nei suoi andamenti, che vanno ad integrarsi con la marcia precedente instaurando ancora una volta il registro irregolare dei nostri, ricco di sviluppi vorticanti, fino al finale improvviso sottolineato da fraseggi feroci e brevi di chitarre in solitario. Il testo prosegue il tema di elevazioni e scoperta interiore, e quello dello spezzare le catene mentali e spirituali che ci impediscono di elevarci e progredire; "Indestructible, On this rock I lie, But I’m alive for good, And I just free myself now, From all what was wrong, Break the unbreakable - Indistruttibile, sto su questa roccia, Ma sono vivo, E mi sto liberando, Da tutto ciò che era negativo, Spezzando l' inspezzabile." dichiarano i nostri, creando un' immagine di trovata libertà, che poi nel testo prosegue in un' unione tra elementi corporei, fisici, come le ossa e il corpo, ed elemeti celesti come le stelle e il cielo, in mantra spirituale che invita però all'a zione e alla ripresa pratica, in un fuoco indistruttibile che alberga nell' individuo. "From the Sky - Dal Cielo" ci accoglie con chitarre a trapano in puro stile Death moderno come potrebbero essere quelle degli Hypocrisy secondo periodo, compatte e sviluppate in loop circolari sui quali si organizzano i beat controllati di batteria, e i freddi arpeggi atonali ricchi di una malinconica melodia che fa da ossatura per improvvisi giri stridenti ad accordatura bassa che donano al tutto un andamento meccanico. La voce ha connotati puliti, ma aggressivi e segue con abilità la linea melodica della strumentazione, aprendosi in alcuni punti in accenni di growl in uno stile molto Nu Metal, accompagnato però da chitarre serrate che graffiano il songwriting, lasciando poi spazio di nuovo al buzz di chitarra, mentre le vocals si aprono in epici cori effettati dal forte impatto. Verso i due minuti e venti conosciamo un cambio di marcia con chitarre sincopate e screaming stridente, in un ponte sonoro claustrofobico in cui al batteria si abbandona a poliritmi tecnici; ritorna poi l' andamento meccanico che conosce momenti altamente epici nei ritornelli alla Fear Factory, fino alla cesura dei tre minuti e cinquanta costituita da un arpeggio progressivo, presto accompagnato da giri grevi di basso e batteria cadenzata. Ritorna poi il vortice disorientante di chitarre a trapano accompagnate da cantato prima in growl, poi melodico richiamando ancora una volta l' anima Crossover della band, che nel finale vede un ritornello alla Fear Factory che chiude sempre su una nota epica in crescendo il pezzo. Il testo è alquanto esistenziale toccando temi come l' origine della vita, lo stato di precarietà dell' uomo in essa e i misteri spaventosi che lo circondano, nonché l' ennesima ricerca interiore; "I do feel like no one can save me, I am so alone and yet I cried, I called for help, forsaken - Sento che nessuno può salvarmi, sono così solo eppure ho gridato, ho chiesto aiuto, maledetto." esprime perfettamente lo stato di iniziale disperazione e solitudine del protagonista. Essa viene superata grazie al collegamento tra terra e cielo, umano e celestiale, stabilendo un legame interiore che si riflette nell' esterno, uno dei temi spirituali preferiti dai nostri e reiterato in varie forme durante i loro album, in un messaggio positivo e mistico che si discosta da molti testi del Metal estremo. "Unicorn - Unicorno" ripropone i campionamenti di canti di balene, per poi subito presentare un delicato arpeggio progressivo accompagnato da batteria calma e cadenzata, in un' atmosfera onirica dove si stagliano suoni acquatici e fraseggi accennati. L' amore per il Rock progressivo viene qui esplorato completamente in un intermezzo sonoro calmo e pacato di due minuti che fa da pausa tra le bordate epiche che dominano il lavoro. "Where Dragons Dwell - Dove i Draghi Dimorano" presenta un andamento Heavy Metal iniziale ricco di melodie di chitarre e arpeggi in tremolo rocciosi dall' andamento di una locomotiva rallentata che avanza greve, insieme ai giri di basso altrettanto pesanti e presenti nella composizione. Prosegue quindi il malinconico motivo melodico, fino al minuto e dieci quando si aggiungono giri di chitarra serrati dall' animo Death accompagnati da doppia cassa e da vocals oldschool in growl, aperte anche in ritornelli meno mostruosi, ma sempre aggressivi. Abbiamo poi un ritorno alle melodie più pacate ristabilendo il gioco di contrasti caro ai nostri, segnate sempre da scordature improvvise. Verso i due minuti e cinquanta incontriamo un epico ponte ricco di buzz di chitarra in rifting continuo e circolare, su cui il cantante declama con vocals sentite la sua storia, fino all' improvviso stop Ambient del terzo minuto e mezzo, sinistro ed arioso, che poi lascia di nuovo spazio a movimenti rocciosi in tremolo compatti e trascinanti, in una connotazione ai limiti del Doom nella sua ossessività monolitica; si organizzano canti effettati dal sapore teatrale che richiamano svariate influenze, tra Strapping Young Lad e Fear Factory, con un crescendo d' intensità supportato dal loop di chitarra che non conosce tregua, e dalla doppia cassa. Il movimento prosegue in digressione nel finale, affievolendosi sempre di più fino a scomparire, lontano. Questa volta il testo assume connotati simbolico - mitologici utilizzando i draghi come simbolo di forza interiore ed elevazione ("In this region of me, A great dragon is lying. On the wealth of a mighty world, My own world inside - In questo mio territorio, Giace un grande drago. Sulla sommità di un potente mondo, Il mio mondo interiore"), ma anche delle paure e lati oscuri dell' Io che vanno rispettati e saputi conciliare; essi ruggiscono nel cuore del protagonista e lo richiamano in montagne interiori immaginarie, dove egli scava cercando di svegliare prima del tempo il proprio drago. Sono alti anche i connotati fantasy uniti alla linea mistico - spirituale, e ancora una volta ci viene dato un messaggio esistenziale: nel voler evocare il drago quando non ancora pronto (ad affrontare le proprie paure) il protagonista viene divorato dai mostri interiori, che come detto richiedono rispetto per poter essere usati al meglio come mezzo di forza personale, un mito che vive nel cuore dell' uomo e che può essere risvegliato. "The Heaviest Matter of the Universe - La Più Pesante Materia dell' Universo" parte con una bordata tecnica martellante con chitarre in pieno assetto da guerra, lente e rocciose, e batteria cadenzata che presto si apre in una doppia cassa supportata da cori effettati; inizia poi al cinquantesimo minuto la cavalcata segnata da dissonanze ripetute su cui si staglia il cantato aggressivo che si districa in furiosi ritornelli che s' intrecciano con gli esercizi tecnici di batteria e i riff discordanti di chitarra. Al minuto e quaranta riprende l' andamento segnato da stridenti accenni di chitarra e rifting roccioso dal sapore Sludge, allo stesso tempo grezzo, ma ricco di groove trascinante, dove la voce assume connotati Thrash/Death in un' unione di pesantezza e melodie atonali ben inserite e al centro della composizione, che nei due minuti e quaranta dopo una cesura progressiva si apre in un cantato lirico alla System Of A Down, sviluppato in un crescendo operistico, dilaniato dai riff dissonanti giostrati tramite l' uso di breakdow, in un' alternanza di momenti che porta avanti la struttura e dimostra un songwriting ricco e articolato, dove la tecnica è ben presente, ma non fine a se stessa, bensì asservita all' atmosfera e soprattutto alla linea dell' ossatura del pezzo; nel finale dei tre minuti e cinquanta parte un ultima martellata in doppia cassa e growl, che si spegne presto lasciando l' ascoltatore disorientato dall' ennesimo cambio repentino che prende alla gola l' ascoltatore giocando sull' effetto di sorpresa. Il testo evoca immagini di pesantezza interiore, una materia oscura che ci schiaccia dal did entro, simbolo di paure soffocanti, e della negatività accumulata nel tempo che diventa un buco nero che rischia di risucchiarci annullandoci in un freddo vuoto senza anima: "In the heart of the dark, My face is contorted. Don’t know how to reach the light, But I feel so bad, Like a freak in a cage - Nel cuore dell' oscurità, La mia faccia è contorta. Non so come raggiungere la luce, Ma mi sento così male, Come un reietto in una gabbia" enuncia esso, esprimendo al prigionia oppressiva e la disperazione nel sentire che è impossibile raggiungere l'uscita. L'unica figa sta nell' affrontare l'oscurità stessa immergendosi nel proprio cuore, e comprendendo che il terrore è la gabbia, e che solo superandolo conciliandosi con le proprie paure e mutuandole, si può trovare la libertà in una consapevolezza elevata. "Flying Whales - Balene Volanti" riporta nell 'inizio i canti di balena uniti ad un arpeggio che prende sempre più piede e si unisce a battiti cadenzati di batteria e a giri di basso progressivo, con un andamento delicato e raffinato che s' intreccia con i campionamenti iniziali in un forte sapore atmosferico che si dilunga in una jam session strumentale pacata giocata su melodie di chitarra, stacchi e riprese. Questo fino ai due minuti e trenta quando parte un' impennata di chitarra dai giri circolari secchi e ripetuti in loop, sui quali si staglia la voce, ora pulita, ora delineata da un growl effettato e ruvido; il movimento è incalzante e metallico, anche grazie ai rulli improvvisi di doppia cassa che sottolineano i cambi di registro vocali e di rifting, che si apre in break ricchi di epici ritornelli ricchi di pathos e growl soffocato e strisciante. Al quinto minuto parte una serrata marcia tecnica basata su riff in tremolo da corazzata e intersezioni tecniche con fraseggi, che poi lasciano spazio a più dirette e risolute evoluzioni, che a loro volta si fermano all' improvviso al quinto minuto e cinquanta lasciando spazio ad un nuovo arpeggio delicato e melodico dal gusto progressivo che avanza con calma sognante, fino ad un crescendo che esplode in un' altro rifting marziale punteggiato da chitarre stridenti e vocals sofferte mutuate in ruggiti che si dipanano mentre la doppia cassa prende di nuovo piede, nell' ennesimo pezzo ricco di cambi di ritmo e direzione ripetuti in un vortice continuo di tecnica e potenza. Il testo usa tecniche simili a quello di "Where Dragons Dwell", usando la manifestazione di elementi psicologici sotto forma di creature maestose, ma in chiave diversa: dopo un' inondazione manifestazione di confusione interiore, che rischia di distruggere tutto, le balene volanti del titolo guidano il protagonista verso le terre emerse della vita, salvandolo ("Over the winds, They dwell in light. Like the arrow in the sky, I found myself on higher grounds. From up here, For I see them in flight - Oltre i venti, esse giacciono nella luce. Come una freccia nel cielo, trovo me stesso su più alti territori. Da qui, Le vedo volare"). Egli però prima, sott'acqua, osserva nella distanza l'esistenza umana capendone le debolezze e gli errori, ormai così lontani e quasi alieni, e poi la volta celeste dove queste creature danzano e insegnano a volare nella pace celestiale, ennesima manifestazione di elevazione spirituale. "In the Wilderness - Nella Natura Selvaggia" ci sovrasta sin dalle prime note con un rifting brutale tritacarne strutturato in taglienti giri concentrici e claustrofobici, taglienti e ripetuti nel loro incedere che non lascia scampo, e sui quali si stagliano i beat serrati del drumming e la voce in growl del cantante, in un richiamo dello stile geometrico ed apocalittico dei Meshuggah. Largo quindi a dissonanze atonali fredde e dalla muta melodia, giocate su impennate e scariche improvvise, con vere e proprie raffiche di mitra fatte musica, e ritmi incalzanti da locomotiva che non danno tregua; le aperture atmosferiche sono dominate da chitarre in buzz e grida furiose del cantato, in una tetra e violenta teatralità che alterna corse improvvise con punteggiature discordanti, con batteria in doppia cassa protagonista insieme agli strumenti a corda, vere e proprie armi. Nel gorgo sonoro instaurato si mantiene una certa greve e d’oscura epicità grazie ai colpi stridenti di chitarra ad accordatura bassa che mantengono un certo suono meccanico e dissonante, insieme a serrati arpeggi in loop come macchinari impazziti. Dopo un ponte quasi ambient nei suoi effetti di chitarra al quarto minuto, solenni e dilatati, parte una nuova corsa furiosa giocata su esercizi di batteria tecnica cadenzata e freddi riff circolari in tremolo dai forti connotati Death/Thrash contaminati dal solito gusto Groove che da un impianto moderno alle aggressioni controllate dei nostri, senza dimenticare le melodie atonali tristi e malinconiche, che mantengono lato il grado di epicità. Ed è su queste note che il pezzo si chiude in dissolvenza, con un momento molto Metal che mostra la faccia più violenta dei nostri, in una struttura con batteria quasi tribale e chitarre sferraglianti che non mollano mai il colpo, nemmeno negli arpeggi circolari in loop che si trascinano verso la conclusione. Il testo ha forti connotati ecologici e naturalistici, trattando del legame con la natura, e anche della brevità e debolezza dell' esistenza umana, che crea danni ad essa, ma non gli sopravvivrà di sicuro; "Trees so strong, That they never can fall - Alberi così forti, da non poter mai cadere" enuncia il cantante, ben rappresentando l' eternità e la maestosità della natura, la cui forza è anche data dai Leoni di Fuoco ("Lions of fire") che lo approcciano, ma non con minaccia, ma accogliendolo per lo spettacolo davanti al quale ha visioni legare allo spazio e al tempo, durante le quali capisce il rispetto per la natura e lancia un messaggio all' uomo, ricordandogli come detto all' inizio il suo ruolo transitorio nell' esistenza dell' universo, e anche della Terra, e che è quindi suo dovere smettere di distruggerla, e imparare da essa. "World to Come - Il Mondo Che Verrà" dopo un plug-in di chitarra parte con un fraseggio ripetuto, che presto si accompagna con un arpeggio altrettanto trascinante ed ipnotico, in un andamento progressivo dove poi si aggiungono vocals in riverbero sdoppiate, dai connotati vicine ai momenti più calmi del Groove e del Nu Metal, richiamando nelle parti vocali lo stile dei Korn, soprattutto nei momenti di cantato pulito nasale. Una sorta di ballata dominata da movimenti ripetitivi calmi e cadenzati che proseguono insieme ad atmosfere dilatate e sognanti, e dove anche la batteria si mantiene sempre controllata sottolineando i movimenti instaurati dal resto della strumentazione; la struttura è atipica, richiamando anche il Post-Rock, ma installando assoli e vari momenti dove è la chitarra ad essere protagonista. L' aggressività è rilegata alle parti vocali che conoscono accelerazioni urlate, mentre la musica rimane calma nel suo incedere meccanico in loop; al quarto minuto dopo un arpeggio circolare interviene un' epica sezione dove le vocals si fanno più aspre, e dove il motivo di chitarra prosegue per buona parte del ponte sonoro, unito alla ripresa del solenne fraseggio iniziale dal gusto progressivo. Viene così fissata la colonna vertebrale melodica che fa da impianto a tutto il brano, uno dei più sperimentali dell' album e che più si discosta dalla matrice Death/Thrash , senza accelerazioni aggressive o bordate alcune; la lunga parte prosegue in un crescendo melodico ed emozionale molto ben strutturato ed epico, con alcuni stop e riprese segnati dai colpi di batteria e dai giri di chitarra costanti nella loro sentita melodia che nel finale sfuma in alcuni esercizi tecnici da jam session, che segna con evoluzioni di batteria stagliate sul motivo di chitarra, e con un feedback conclusivo, il termine del pezzo. Il testo come in un proseguo tematico di quello precedente, descrive un mondo futuro dove vicino ad un lago si trovano uccelli indisturbati ed altri elementi naturali, in un luogo "alieno", ma allo stesso tempo familiare al protagonista, non più contaminato dalla presenza umana e libero di essere nella sua essenza; "This world is life, This “clouds-and-wonders” Is all I need, And it will never go. You say it’s lost, I don’t believe it. This is my vision, We can never know - Questo mondo è vivo, Queste "nuvole e meraviglie" E' tutto ciò di cui ho bisogno, E non andrà mai via. Dici che è andato, ma non ci credo. Questa è la mia visione, Non possiamo mai saperlo" esprime perfettamente la convinzione del protagonista, e lo sfumare della differenza tra visione e realtà, in un gusto profetico legato al profondo legame spirituale da lui sentito, nei confronti di ciò che vede, che ha sempre avuto dentro di se. "From Mars - Da Marte" ci accoglie con un bell' arpeggio progressivo dal sapore anni settanta, onirico e sottolineato dal fraseggio in sottofondo che già stabilisce la linea melodica di voce e chitarra, e che presto si accompagna con una voce sospirata altrettanto retrò e che ben si coniuga con la parte strumentale, in un esecuzione che richiama i Pink Floyd nella sua calma epicità che cresce seguendo onde sonore tese, ma che mai esplodono del tutto. La batteria si infiltra cadenzata tra le trame di chitarra, sviluppate in fraseggi incalzanti e melodici dal sapore psichedelico, per un altro pezzo che si discosta dall' elemento Metal, e che con la sua durata di circa due minuti e un quarto funge da introduzione a quello seguente; i giri di chitarra e gli arpeggi melodici sono i protagonisti in salire, insieme alla batteria, sfociando direttamente nel finale in un crescendo che si convertirà nel rifting serrato del secondo. Questa volta il testo assume connotati più cosmici, ma sempre di riflesso rapportati ad un mondo interiore, immaginando di partire da Marte ("Took off from the red place, In the sky I fly. I have lost my reason, And I’ve made my sense - Parto dal luogo rosso, volo nel cielo. Ho perso al ragione, E ho trovato il mio senso") con toni onirici ed enigmatici, in cui si rinuncia al raziocinio, in nome di un' ascensione mistica, volta a ritrovare se stessi nell' infinito, in un legame tra Macrocosmo e Microcosmo interiore indissolubile; l' obbiettivo non è però l' astrazione fine a se stesse, bensì superare l'alienazione ritrovando nel viaggio immaginario, ma vissuto, il legame con l' Io più autentico e profondo.  "To Sirius - Verso Sirio" riporta in primo piano l' elemento Metal con un rifting potente e roccioso sorretto da doppia cassa e vocals aggressive, ma capibili, con una connotazione altamente Groove/Thrash che ci rimanda a Pantera e Machine Head; non mancano giri circolari dissonanti che instaurano vorticanti montagne russe claustrofobiche, prima della ripresa dell' andamento iniziale, in una marcia costante dove esso si alterna con gli acidi riff taglienti pregni di melodie atonali. Al secondo minuto dopo un' accelerazione parte un pachidermico incedere di rifting a mitraglia e beat ultra veloci e pestati, in una ripresa dell' elemento Death sottolineata da vocals in growl ossessivo e strilli grevi, che si lega indissolubilmente al muro sonoro costituito da bordate di chitarra marziali e doppia cassa martellante; esso inizia ad alternarsi in un gioco tecnico di lasciata e ripresa con le accelerazioni sempre cariche di adrenalina, per un dinamico movimento epico nei suoi crescendo sonori e nelle vocals che assumono nei ritornelli un riverbero sognante e lontano, come voci nella nebbia che fanno eco nella distanza, ed è proprio su uno di questi che si chiude in dissolvenza il brano, sorretti come sempre da riff di chitarra rocciosi e pesanti e rulli di batteria potenti e che non lasciano scampo. Le parole del testo sono un diretto proseguimento di quello precedente in un continuo tematico: ora ci si sposta in un' altra galassia, raggiungendo il pianeta Sirio ("Sirius C") e trovando un' antica saggezza aliena e misteriosa dalla quale trae insegnamento prima di proseguire nel suo viaggio; ma la sua attenzione, per contrasto, è presto rivolta al mondo che ha lasciato dietro, la Terra piena di contraddizioni e violenza. Realizza che la razza umana non è nulla nel grande disegno cosmico, e che le varie guerre e senso di superiorità sono totalmente inutili, e scompariranno con essa nell' immensità del tempo, come espresso perfettamente in "For god’s sake, They have never heard of you: “You’ll never reach, This master race”. Our force sickening, Killing all the time, Human laws, Already slayed many lives - Per grazia di Dio, Non hanno mai sentito parlare di voi: "Non raggiungerai mai, Questa razza superiore", La nostra forza disgustosa, uccidendo tutto il tempo, Le leggi umane, Hanno già massacrato molte vite". Egli quindi ala fine decide di trovare dimora nell' immensità del cosmo, lontano dagli affanni e dalle continue ricerche di inutili successi, in una pace interiore ed esteriore completa. "Global Warming - Riscaldamento Globale" cambia registro rispetto al pezzo successivo, iniziando con un suono di tastiera effettato, il cui motivo melodico viene subito ripreso d aun bellissimo fraseggio tecnico di chitarra sotto il quale si stabilisce il basso di e che si accompagna con le cadenze di batteria. Le vocals assumono ancora una volta connotati moderni richiamando le performance vocali con stile nasale di Jonathan Davis dei Korn, alternando aperture melodiche e momenti aggressivi; i giri di chitarra creano un continuo loop ipnotico che si sviluppa in scale tecniche vertiginose che mantengono alto l' elemento progressivo, grazie a geometrie sonoro dal garnde effetto. Al secondo minuto parte un rifting più regolare giocato su melodie atonali esaltanti, il quale però presto lascia il spazio alle dissonanze precedenti, in un progredire stridente che presto conosce le tipiche alternanze tra i due diversi movimenti, dove quello più diretto è sottolineato da voce effettata aggressiva in pieno stile Crossover, sofferta e teatrale nelle sue declamazioni; il passaggio di consegna tra le strutture è disorientante e crea un sottile dinamismo ripetuto tipico del gruppo, che al quinto minuto supporta insieme alle cadenze di batteria dilatata e progressiva un coro nasale trascinante, in un crescendo emotivo giocato sulla tecnica di chitarra e dalle atmosfere malinconiche del ritornello del cantato, ripetuto ad oltranza nel vortice prolungato di melodie atonali e stridenti, che richiamano l' Hard Rock più psichedelico. Nel finale una doppia cassa accelera il passo, lasciando però subito il posto alla ripresa dell' effetto iniziale, chiudendo in delicatezza e sulle note del sogno il brano, ma anche l' album nella sua totalità. Il testo torna a trattare temi ecologici molto cari ai nostri, inizialmente con una visione mistica dell' origine della vita, imputata qui ad origini aliene, e poi subito riferendosi agli errori della razza umana e al suo distruggere la natura; il protagonista si sente lontano da essa, e trova corrispondenza con gli elementi naturali del paesaggio, come i ghiacciai come occhi,  le montagne come la testa, e gli oceani come il cuore. Egli cerca di liberarsi dall' odio, ma visioni tetre di rovina e distruzione lo assalgono in "A world is down, And none can rebuild it, Disabled lands are evolving. My eyes are shut, a vision is dying, My head explodes, And I fall in disgrace - Un mondo è caduto, E nessuno può ricostruirlo, Terre disabilitate si stanno evolvendo. I miei occhi sono chiusi, una visione sta morendo, La mia testa esplode, E cado in disgrazia"; ma grazie ad un dialogo con il proprio Bambino Interiore ("Inner Child within") riesce a superare questi pensieri e a sviluppare una nuova speranza per il futuro, immaginando un' umanità evoluta che riscoprirà il suo legame con il mondo e continuerà ad esistere in armonia con esso, in un finale positivo dove l' idea di elevazione non è più solo personale, ma diventa collettiva abbracciando tutta l' umanità.



In definitiva una ripresa del percorso evolutivo da parte dei Gojira, che cambiano pelle e abbracciano pienamente e perfezionano i loro lati Groove e Progressive, allineandoli ad un Metal denso e articolato che si destreggia all' interno dello stesso brano tra Thrash, echi Death, Crossover, con un' impronta personale sempre sottolineata da momenti sperimentali, più Ambient e Progressive ora, mai però abusati o fuori contesto nella struttura dei brani. Come nei migliori esempi di Metal sperimentale, è partendo dalla lezione del passato e arricchendola con il presente che il gruppo delinea il suo suono, accumunabile ad altri gruppi del periodo e con tendenze simili, ma inconfondibile e con una sua identità precisa che ormai li fa riconoscere. Da notare il perfezionamento in chiave Post - Metal dell' uso del basso, pesante e greve, così come l' uso delle vocals molto vario che si destreggia tra growl, screaming, parti pulite effettate, e solenni soliloqui quasi teatrali; inoltre i pezzi si fanno più lunghi ed elaborati, mostrando la maggiore confidenza della band che non ha paura di risultare noiosa o di non saper portare avanti con variazioni coerenti l' andamento dei brani, giocati su corse sincopate e pause progressive abilmente orchestrate, che giocano con diversi stili di Metal e Rock senza reverenze o paure, con uno stile libero slegato dai semplici registri e da songwriting tradizionali. Da qui la corsa sarà tutta in discesa, e i Gojira acquisteranno sempre più fama dopo anni di parziale oscurità, dimostrando che la loro determinazione alla fine ha dato risultato.


1) Ocean Planet       
2) Backbone  
3) From the Sky        
4) Unicorn                   
5) Where Dragons Dwell     
6) The Heaviest Matter of
the Universe    
7) Flying Whales
8) In the Wilderness
9) World to Come    
10) From Mars          
11) To Sirius
12) Global Warming

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