GODFLESH

Streetcleaner

1989 - Earache Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
09/01/2019
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Siamo giunto ad un momento topico del nostro viaggio nella discografia dei Godflesh, la band che ha stravolto la faccia del metal alternativo introducendo suoni di derivazione industrial in un metal pachidermico e monolitico. Parliamo infatti del loro album di debutto, quel "Streecleaner - Spazzino" che piomberà come una bomba sulle teste degli ascoltatori, distruggendo ogni cosa, galvanizzando intere generazioni, ispirando la nascita di band che ne seguiranno il corso, ed influenzando diverse future derive del metal anni '90. Un disco che per molti rappresenta il punto più alto e puro della loro carriera, perfetta rappresentazione di quel suono meccanico dove i modi del metal si fondono perfettamente con l'ethos industrial, traendo forza da quest'ultimo, ma anche dalla lezione del post-punk più caotico e grezzo, dal doom più monolitico, dalla psichedelica e dal grind inglese. Il duo britannico composto da J.K.Broadrick e G.C.Green, coadiuvato in alcune occasioni dal terzo chitarrista Paul Neville, concepisce un vero e proprio viaggio infernale che rappresenta qualcosa di allora inedito: un inferno dalle fiamme alte, ma fredde, che bruciano con il loro gelo estremo, incarnato nell'ossessione delle drum machine e nei riff grevi e ripetuti. Non c'è posto qui per assoli o momenti catchy, un'atmosfera urbana, satura, mostra al mondo le basi di una concezione diversa del metal, giocata su accordature basse e suoni grevi, nonché strutture ipnotiche più vicine a generi quali l'hip-hop. Se questo vi fa venire in mente generi come il crossover, o il futuro new-metal, sappiate che non è una coincidenza, ma anche che i Nostri fanno parte di un universo a sé stante. Se il primo è parallelo e per certi aspetti vicino all'esperienza dei Godflesh, il secondo, nelle sue prime emanazioni più brutali, trarrà a piene mani dalla lezione dei Nostri, così come faranno il post-metal, certo groove, e naturalmente la scuola industrial metal. Nonostante tutto questo, la band rimarrà a lungo tempo il tipico caso di ispiratori ed influenza, che non troverà lo stesso riscontro commerciale di molti ispirati: pur se conosciuti e nominati, i Godflesh rimarranno un progetto di culto, complice sia la natura inumana ed ossessiva della loro musica, lontana da facili appigli anche nelle sua fasi più "melodiche", sia il fato che ogni disco mostrerà un universo sonoro con accorgimenti leggermente diversi, a volte andando contro le aspettative del pubblico, e degli autori stessi. I semi di tutto questo, vengono gettati proprio con quest'opera, forse l'unica della loro discografia ad aver conosciuto un'acclamazione universale, convincendo sin da subito la critica, e colpendo futuri musicisti: senza "Streetcleaner" oggi non avremmo dischi quali "Demanufacture" dei Fear Factory (la band che più di tutte è riuscita a dare interpretazioni dell'alternanza vocale e dei modi cybermetal, appetibili al grande pubblico), la carriera degli Strapping Young Lad, sicuramente la nascita dei Pitchshifter (nei primi album, veri e propri cloni della band qui recensita), progetti come gli Isis, le evoluzioni dei Neurosis, i primi passi dei Korn, e molto altro. Le basi per tutto questo erano già presenti nel EP omonimo della band, ancora però acerbo e non del tutto chiaro nella sua fusione di linguaggi musicali fino ad allora distanti, così come nel passato del duo, e nelle loro esperienze musicali precedenti. Nel 1982 Green fonda insieme a Neville i Fall Of Because, band post punk dalle caratteristiche noise e sperimentali, ed in contemporanea Broadrick, stava portando avanti il suo progetto suoni dark ambient Final; nel 1983 incontrerà gli altri due grazie all' amico comune Diarmuid Dalton, aggiungendosi alla band come batterista e seconda voce. Il progetto andrà avanti negli anni pubblicando alcuni pezzi, mentre nel frattempo Broadrick diventerà membro dei Napalm Death suonando come chitarrista sul primo lato di "Scum", pubblicato nel 1987, cantando nel pezzo "Polluted Minds" e scrivendo parte dei testi. Sarà il passaggio proprio di Broadrick come batterista nella band post punk/industrial Head Of David (autrice del brano "Dog Day Sunrise", in futuro ripreso dai Fear Factory) a segnare la fine dei Fall Of Because, ma non della sua collaborazione con Green; solo sei mesi dopo infatti i due uniranno le proprie forze, ed ecco che i Godflesh prenderanno forma, con Broadrick come chitarrista e cantante, Green come bassista, mentre la ritmica verrà affidata alla drum machine. Ed ecco che a pochi anni da questo, la musica dei Godflesh erutta nella sua forma meno mediata, più diretta ed agghiacciante: in futuro affineranno le loro armi, aggiungeranno anti-melodie geniali create tramite la saturazione di suoni noise, sperimenteranno con suoni elettronici, ma l'impeto compositivo, l'urgenza senza scampo, quasi dittatoriale, di questo disco non verrà mai veramente ripetuta.

Like Rats

"Like Rats - Come Ratti" è un brano che nel suo testo esprime tutto il disgusto verso la società e le persone, viste come ratti che si diffondono senza controllo, in un'esistenza vuota, morte dentro. Un fraseggio greve e distorto si leva nell'etere, avanzando con la sua linea squillante, ed giungendo un fischio caotico; ecco che viene introdotto un trotto meccanico, coadiuvato da una drum machine in quattro quarti, delineata da riff severi e cimbali incalzanti. Broadrick si cimenta in grida disumane e filtrate, ripetendo con ossessione prima il titolo del brano, poi con toni da cyborg assassino la sua nera lezione: i ratti si riproducono, stilizzati, deformi, senza guardarsi indietro. Già da queste parole possiamo percepire un disgusto non di certo celato, supportato dalla musica monolitica, ma aggressiva, dove ogni suono di chitarra ed ogni elemento ritmico diventa un attacco ossessivo che non ci lascia tregua. Passiamo di seguito a montanti contornati da una sorta di groove combattivo, cesellati da rullanti marziali, e dal ritorno del cantato distopico; i ratti continuano a riprodursi, mentre vanno verso l'oblio, in un mondo fatto di menzogne e deformità, esseri morti sin dalla loro nascita. Ancora una volta, non è difficile capire il messaggio della canzone, perfetto biglietto da visita per le atmosfere e per l'impianto tematico dell'album. Una visione ostile e caustica della società e dell'esistenza, un giudizio senza filtri e senza speranza verso il prossimo, in un mondo che viene visto come una discarica morale e reale, infestata da ratti-persone che vivono una vita senza consapevolezza ed identità, destinate a perpetuare all'infinito la loro genia, in un'esistenza vuota e priva di un vero significato. Allo stesso modo, la musica si mantiene aggressiva e pachidermica, in un impianto asfissiante che non lascia possibilità di esaltazione o sublimazione all'ascoltatore: come succederà sempre con la musica dei Nostri quest'ultima completa le parole, e in alcuni casi diventa ancora più espressiva dei testi stessi, a volte più accenni sconnessi e flussi di coscienza, piuttosto che narrazioni dal senso compiuto. Il mantra distorto prosegue con i suoi andamenti ipnotici, in una serie di loop dove riff ben congegnati e ad attacchi più concitati si alternano, consegnandoci un episodio basato su una ritmica minimale. Al secondo minuto un galoppo più concitato prende piede, portandoci con sé verso mari di fraseggi striduli e caotici,in un songwriting allora moderno e diverso dal metal tradizionale, giocato su suoni dissonanti e difficili. Ritroviamo di seguito gli ammanetti precedenti, tra suoni di basso greve e riff rocciosi sui quali si stagliano le vocals distorte di Broadrick, cantore senza pietà della società post-industriale. Inevitabili nuove esplosioni ritmate e corde squillanti, in una saturazione del suono che è una delle carte principali dei Godflesh, tanto quanto la drum machine quadrata e senza sosta, che prosegue fino alla chiusura improvvisa del brano, lasciata a suoni stridenti.

Christbait Rising

"Christbait Rising - Sorge L'esca Di Cristo" è un episodio dove, con poche parole, il testo esprime uno dei temi che compariranno spesso nella discografia dei Nostri: l'opposizione alla religione, vista come mezzo di oppressione e controllo, che prosciuga l'umanità. Un basso greve e pesante introduce la canzone, alternato a rullanti e sottolineato da cimbali ripetuti, in una struttura trattenuta, pronta ad esplodere in una marcia pulsante dove colpi veloci e suoni stridenti in sottofondo si uniscono in una parata serpeggiante. Broadrick interviene con le sue vocals piene di riverbero, in un cantato ritmato dal gusto urbano, ma sempre pregno di caustica belligeranza; non vuole essere in alcun modo trattenuto, quello che vive è il suo inferno personale, un'esca di Cristo, un lumachicida, che sorge per farci cadere giù, nelle nostre menti, prosciugando il sangue dell'umanità. Notiamo una ritmica urbana, quasi hip-hop, dove s'incastrano i colpi meccanici della drum machine e i suoni dissonanti delle chitarre, facendo da sfondo per le declamazioni veloci del Nostro. Il risultato è un'atmosfera acida che anticipa sotto molti aspetti i modi del crossover e del nu-metal, ma con una natura decisamente più ostica e minimale, giocata su colpi duri e suoni grevi, e dove non c'è posto per gli assoli, le facili melodie, e tutti quegli elementi che caratterizzano il metal nell'accezione classica del genere. In episodi come questo si capisce la carica di novità insita nel gruppo, foriera di un nuovo modo di intendere il metal, che troverà diversi proseliti negli anni novanta, dando vita a tutta una serie di generi e variazioni che possiamo raggruppare sotto l'ombrello, molto generico, va detto, di alternative o post metal. L'attacco ossessivo si blocca con una cesura fatta di fraseggi dilatati e colpi improvvisi, che ci riportano alla situazione iniziale della canzone; ecco che dopo alcune ripetizioni, riprendono i movimenti cadenzati di drum machine, con rullanti militanti sopra i quali si elevano i versi rabbiosi di Broadrick, intento nel suo attacco al vetriolo contro la religione vista come inganno e trappola, uno specchio per allodole che intrattiene ed imprigiona la massa, mentre viene prosciugata e resa schiava. I Godflesh non hanno riserve nella loro musica, e nella loro analisi grigia dell'esistenza, soppesando ogni aspetto di controllo e anche l'attitudine passiva delle masse, che si vogliono far soggiogare, piuttosto che ragionare con le proprie menti. Gli incastri continuano in un suono marziale, basato su lunghe sequenze concitate, alternate con cesure sospese e strisciatati, che raccolgono energia per gli assalti. Ecco che al secondo minuto e quaranta, un bel groove fatto di suoni squillanti prende piede, contornato da cimbali combattivi e colpi pestati, in una sequenza ritmica da manuale che fa quasi dimenticare la natura artificiale della batteria, perfettamente programmata dai nostri. Un'ennesima sospensione, altri fraseggi notturni ed atmosfere controllate, così come nuove esplosioni marcianti: di sicuro il songwriting non rifugge qui la ripetizione, usata come mezzo per esprimere la pachidermica monotonia dell'esistenza, e il carattere imponente, inquisitorio, del potere religioso. Le vocals in riverbero si muovono come fantasmi rabbiosi tra i suoni violenti, e ormai le alternanze con climi più distesi non ci prendono alla sprovvista, in un movimento ad onde continue. Un suono metal nervoso e scolpito, ci guida con le sue bordate vibranti, in un mondo sonoro caustico, ma anche ammaliante. Ora la voce ripete con i suoi modi ipnotici la parola "lies-menzogne", in un mantra reiterato diverse volte, andando a scontrarsi con un oceano di chitarre rumorose, vera conclusione della lunga canzone.

Pulp

"Pulp - Polpa" è l'ennesimo esempio di testo breve e criptico, caratteristica quasi sempre presente nei primi dischi della band, più una suggestione che un significato completo,dove possiamo però intuire temi di distanza da tutti, basati sul sentirsi libero, ma anche senza più nulla. Una drum machine marziale si accompagna a bordate grevi e dissonanze abissali, aggiungendo poi riff a mitragliatrice. L'atmosfera bellica fa da sfondo per le vocals di Broadrick, declamanti e piene di riverberi, intente ad imporre la loro lezione aggressiva, destreggiandosi tra accordature basse e climi dittatoriali. Ci parla di come, quando è solo, si senta libero, potendo rifiutarsi di stare al gioco degli altri e alle regole imposte dalla società (si delineando qui i temi di contrasto sociale molto cari ai primi Godflesh), mentre le sue braccia attendono, avvolgenti, con nulla rimasto più per lui. Il tedio monolitico espresso dalle parole, l'attesa eterna e solitaria, vengono perfettamente mutuate nell'ossessività della musica, acida nelle sue atmosfere sature e distorte, scolpite dai colpi duri di batteria e dai loop stridenti di chitarra, sottolineati da snare ipnotici. Sottili variazioni permettono ondate di movimento, ma la struttura si mantiene sempre strisciante e controllata, votata all'ipnotismo tramite un songwriting che ad orecchie non iniziate potrebbe sembrare semplice e fin troppo ripetitivo. In realtà i Nostri si dimostrano già grandi maestri nell'utilizzare un setting minimale al meglio, imbastendo trame sonore pulsanti e grevi; ecco quindi che al minuto e sessanta andiamo a scontrarci con montanti rocciosi, quasi thrash, i quali s'incastrano perfettamente con i rullanti militari. Seguono dissonanze evocative, in una sequenza squillante e densa, che rende tutta la follia del cantato, ora intento a grida e ripetizioni rabbiose. Musica e tema diventano tutt'uno, in una serie di attacchi che non conoscono tregua, freddi e calcolati, dall'andamento meccanico ed industriale. Difficile non pensare a quanto verrà in futuro, tra la ripresa di certi temi sonori da parte del nu-metal,allo stile altrettanto quadrato usato nel groove e nel post metal. La forza marziale va di nuovo a mischiarsi con dissonanze squillanti, in un'orchestrazione cacofonica che ci ammalia e che esprime tutto il dissidio interiore del cantante, feroce nella sua rabbia. Un metal diverso da quanto sentito fino ad allora, una sorta di mutazione di connotati industriali, post-punk, ma anche solide basi doom, con una base ritmica dal gusto belligerante. Ed è proprio quest'ultima a segnare la parte finale della canzone, in una serie di giochi tra tamburi e rullanti, che vanno a concludersi con un suono solitario. Ennesima dimostrazione della potenza del disco, selvaggio, ma allo stesso tempo controllato nella sua freddezza data dall'uso della drum machine, e dalla mancanza di assoli o melodie immediate.

Dream Long Dead

"Dream Long Dead - Un Sogno Morto Da Tempo" presenta un testo che parla del sentire che i propri sogni sono morti, una fiamma ormai fredda, un guscio che va rimosso. Disperazione esistenziale, ma sempre glaciale, quasi calma nella sua rassegnazione. Una serie di suoni squillanti ci da il benvenuto con i suoi drammi sonori, presto raggiunta da bordate di basso e ritmi imperanti e picchiati. Broadrick si inserisce con vocals filtrate dal gusto alienante, delineando le visioni acide del testo: in una stanza riempita da fumi, nella quale vediamo uno schermo totalmente vuoto, fragile e morbido, sentiamo di volerci riprendere qualcosa indietro. L'atmosfera distopica, dissonante, fa ad perfetto quadro sonoro a queste immagini, tessendo strutture sonore volutamente sgraziate, rafforzate da suoni stridenti che non cercano di certo la facile assimilazione da parte dell'ascoltatore. Il tutto è dilatato, sospeso nel tempo, permeato da suoni asfissianti e pachidermici, pesanti nel loro riempire lo spazio sonoro a disposizione. Un metal estremo che non gioca sulla velocità, ma che nazi schiaccia sotto il suo peso, e poi trascina con i suoi loop ritmici ipnotici e carichi di ossessione. I ruggiti del cantante trovano come sempre posto in tutto questo, enunciando con un tono carico di disgusto le sue parole: la fiamma interiore diminuisce, mentre il nostro tempo arriva agli sgoccioli, ed è giunto il momento di liberarci dal peso di sogni morti da lungo. Come sempre, non c'è spazio per la speranza nella musica della band, ed inoltre mancano qui le parti più melodiche, pur se legate ad una melodia caotica, che in futuro daranno se non altro una controparte "emotiva" all'efferatezza sonora del duo britannico. Ossessioni sonore grevi e suoni ripetuti danno la cifra di un mondo post-moderno, una società basata solo sullo sfruttamento e sul ricavo materiale, in cui l'individuo è annientato e schiacciato, distrutto anche interiormente. Un requiem per sogni e speranze, che di conseguenza si manifesta come una lunga marcia dove non mancano rallentamenti doom soffocanti e chitarre dalle scale altisonanti, spremute letteralmente nei loro squilli assordanti. Al secondo minuto prende piede una bordata martellante, che mostra la capacità di elaborare stilemi metal secondo un proprio gusto meccanico, ripetuta varie volte con i suoi timbri devastanti, ma anche appassionanti. Torniamo poi alle tensioni sospese, tra loop stridenti e vocals infernali, coadiuvate da un basso militante e cimbali cadenzati; inevitabili i nuovi rallentamenti, saturi ancora di dissonanze quasi orchestrali, così come la ripresa delle bordate schiaccianti che ci conducono in giochi dai riff rocciosi e dalla drum machine massacrante. La parata monolitica prosegue, arricchita da una sorta di "groove sublimale" che va a collassare in un feedback prolungato.

Head Dirt

Con "Head Dirt - Sporco In Testa", ci troviamo difronte ad un ulteriore esempio di astrazione testuale, spesso usata dai Nostri, in una serie di parole che funzionano più come un flusso di coscienza, piuttosto che un discorso dal senso vero. Un galoppo concitato, sottolineato da un basso tellurico, ci accompagna con i suoi suoni stressanti, in una marcia concitata, ma pachidermica. Ecco che una serie di ritmiche sincopate creano un groove alienante ed acido, dal gusto contratto e meccanico, nel quale Broadrick prende posto con vocals altrettanto non umane e piene di effetti. Mentre parla, potrebbe essere benissimo schiacciato, egli declama, mentre cià che sentiamo viene scritto sulla roccia. Non vuole assolutamente essere chiamato d a noi per nome, semmai possiamo chiamare noi stessi (forse un riferimento all'idea di identità e di allontanamento dalla massa, tipico delle tematiche dei Godflesh), e seguono riferimenti alla testa sporca, che egli vede nei suoi sogni. Come anticipato, il tutto ha un impianto onirico estraniante, che si lega indissolubilmente alle soluzioni musicali qui adottate, dai tempi contratti e dalle ritmiche irregolari . Una fabbrica sonora dai climi industriali e caotici, una sorta di lezione noise-rock applicata al metal, dove chitarre squillanti, ritmiche spezzate, e versi robotici generano un mantra intervallato da cimbali spediti e colpi duri di drum machine. Muri di chitarra distorta e batterie ossessive creano una sorta di rituale funereo, basato su loop perpetrati con cieca devozione. Ma la struttura è incredibilmente varia per un pezzo dei Godflesh, caratterizzata da cambi di andamento; dopo che il cantante ci invita a provare tutto questo, prende piede una sequenza con cimbali ben presenti e strutture di chitarra squillante, dai tratti spettrali . Viene ricreata, con abilità, e per l'ennesima volta, un'atmosfera che ci riporta all'incubo acido, distorta, "fuori fase", convogliando tutta la confusione e rabbia insite nelle parole del Nostro. Sono molti i connotati vicino a certo sludge metal, ma il tutto ha sempre quel substrato industriale, freddo e meccanico, tipico del duo britannico. Ci ritroviamo al terzo minuto in un oceano sonoro fatto di suoni spettrali e squillanti, tra chitarre altisonanti e passi di basso grevi; la nuova struttura striscia monolitica, ripetendosi con i suoi tratti disorientanti, aggiungendo anche asperità graffianti dai tratti infernali. Escono qui fuori gli aspetti del suono della band mutuati dall'esperienza nowave e post-punk più sperimentale, legati alla ricerca del l'ostico e all'uso del rumore come mezzo per creare musica. Seguiamo la lunga coda fino alla sua conclusione con feedback, la quale chiude la canzone, lasciando dietro di se la stessa sensazione di un risveglio da un sogno che non ricordiamo, ma che ci influenzerà per tutto il giorno.

Devastator

"Devastator - Devastatore" sembra toccare temi legati alla fiducia abusata, che si possono legare sia al potere religioso e alla sua falsa promessa d'amore, che nasconde invece distruzione e morte, sia a quello politico, con accenni alla guerra, sia nei rapporti interpersonali. Esso si ricollega al successivo "Mighty Trust Krusher", sia musicalmente (in pratica funziona da intro a quest'ultimo, andando a collimare dentro di esso), sia tematicamente, e non a caso in diverse versioni dell'album le due canzoni sono contenute nella stessa traccia. Un grido raggelante introduce un fraseggio lento e combattivo, contornato da suoni dissonanti e sgradevoli, in un passo segnato da rullanti marziali e sample di dialoghi e suoni vari. Colpi duri di drum machine scandiscono il passo, in un clima post-metal denso e caotico, dal gusto monolitico e severo. La lunga coda si arricchisce di suoni distorti e squillanti, in un climax ripetuto dove i loop dati tanto dagli strumenti, quanto dai già citati campionamenti, la fanno da padrone. Broadrick interviene con toni inquietanti, qui trasformato tramite gli effetti in qualcosa di veramente inumano, una sorta di demone robotico e rabbioso; egli elargisce una serie di invettive contro colui che usa male la fiducia, colui che abusa e vende la morte, il devastatore delle nostre vite. In sottofondo linee roboanti e colpi cadenzati tengono costante la tensione sospesa, in una sorta di rituale sonico giocato su ritmi quasi tribali. La sensazione generale è quella di una preparazione alla guerra, perfetto completamento delle parole scandite, e anche perfetta struttura per il pezzo-intro: l'energia viene qui caricata tramite l'aspettativa, pronta ad essere rilasciata nel brano che seguirà. Cacofonie urbane e sample sempre più violenti si legano alle chitarre stridenti, e non è difficile immaginare scenari da guera, e tutta una filmografia legata a film quali "Apocalypse Now", caratterizzati da una visione cruda della guerra, e forti rappresentazioni di essa. La conclusione tematica non può essere che una: qualcuno finirà inevitabilmente ucciso. Queste ultime parole vengono ripetute in modo ossessivo da Broadrick, ripreso dai campionamenti, e ripetute fino alla conclusione, seguita da ulteriori suoni squillanti, introduzione della canzone successiva. Troviamo qui dei Godflesh innovativi ed attenti alla funzione dei pezzi nel contesto dell'album, capaci di legare tra loro gli episodi secondo un'esegesi narrativa che rende "Streetcleaner" ben più che un semplice contenitore di canzoni. Inoltre il songwriting ci mostra la capacità di creare qualcosa di allora assolutamente nuovo e personale, unendo l'uso dei sample con chitarre dissonanti e ritmiche striscianti.

Mighty Trust Krusher

"Mighty Trust Krusher - Potente Distruttore Della Fiducia" riprende la dove la precedente "Devastator" aveva lasciato, usando le chitarre dissonanti come introduzione per i suoi testi . Si continua quindi con parole legate al tema del bisogno e all'abuso di quest'ultimo, in un rapporto di dipendenza dai connotati decisamente distruttivi e deleteri. Il loop squillante viene delineato durante il suo movimento ossessivo da contrazioni, raggiungendo poi una serie di falcate nervose, scolpite dai colpi duri di drum machine e dai versi quasi doloranti di Broadrick, sempre aggressivo, ma dalle vocals più umane rispetto all'episodio precedente. Egli declama come abbia bisogno di tutto questo, di noi, e di come insieme pregheremo sulle nostre ginocchia. La musica prende energia, arricchendosi di cavalcate più concitate, sulle quali abbiamo ritornelli addirittura evocativi ed epici, cosa alquanto insolita per i Nostri: la capacità di aggiungere momenti inusuali dimostra una band che non è incastrata in ciò che più la caratterizza, capace di adattare la musica a bisogni legati ai diversi brani, senza però perdere la trama di fondo o snaturarsi. Senza sforzo, si manifesta il potente distruttore della fiducia, in una sorta di iniziazione ed introduzione alla sua figura. L'energia del brano è ora del tutto liberata, coadiuvata da riff rocciosi e rullanti dilatati, ottenendo un galoppo che mostra lati metal quasi classici in alcuni frangenti, ma filtrati dallo stile siderurgico del duo britannico. Andiamo poi a rallentare nella ripresa delle bordate pesanti dal sapore ritmico, sottolineate dalle ormai familiari dissonanze squillanti. Il cantato riprende con i suoi toni rauchi ed altisonanti: il narratore ha bisogno di tutto questo, è nel suo cuore, e promette in modo malevolo amore, e una fiducia che cresce sempre di più. Quasi a voler esprimere la minaccia nascosta, la musica si mantiene dura, riprendendo poi con la velocizzazione già incontrata verso i cori epici; viene quindi ripetuta l'annunciazione, tra scariche taglienti di chitarre e ritmiche militanti. Ma invece di esplodere, come potremmo aspettarci, il tutto si risolve in una discesa verso cesure segnate dal ritorno dei suoni iniziali, ripetuti sempre con fare ipnotico e disorientante. Seguiamo questa sequenza fino al ritorno dei colpi devastanti di batteria e dei suoni stridenti in sottofondo, perfetta colonna sonora per le parole di Broadrick. Possiamo odiarlo e tradirlo, avendo prima insegnato tutto a lui, e ora lo uccidiamo, finalmente. Parole sarcastiche che esplicitano il tema della fiducia tradita e dello sfruttamento, dove la vittima è quasi volontaria. Non è difficile pensare agli effetti dell'asservimento al potere politico e religioso, che portano l'individuo verso la rovina e la morte, in cambio di false promesse di benessere, terreno o spirituale che sia. La canzone riprende velocità, riportandoci ai toni concitati del ritornello, segnato dal cantato sentito e dai suoni combattivo; ecco quindi la chiusura data da feedback in loop ed effetti cacofonici squillanti, in un collasso voluto.

Life Is Easy

"Life Is Easy - La Vita E' Semplice"è un brano il cui tema si lega al titolo sarcastico della traccia, delineando la vita nella società moderna, vista solo come profitto, guadagno, qualcosa di poco conto, una vita dove si è morti, dentro, ma a volte anche fuori. Una serie di cacofonie dissonanti ci accolgono, in una sorta di orchestrazione che rimanda alla musica atonale e alle sperimentazioni più noise del rock colto, mettendo in chiaro la natura ostica del brano. Ecco che un basso greve s'introduce tra i suoni stridenti, greve e sottolineato da piatti sospesi, dal movimento delineato da ritmi cadenzati e sospesi. Le vocals acide e psichedeliche di Broadrick si palesano con versi ariosi e sdoppiati, mentre la strumentazione si da a parti epiche dove i riff rocciosi e la batteria diventano tutt'uno acquistando forza. La vita, la nostra vita, è solo qualcosa di sacrificabile, qualcosa di cui non deve importarci, la vita è solo denaro, senza profitto, e il denaro stesso è la vita. Le parole descrivono la visione materialista che domina il mondo e la società, tramite un amara ironia dove ci si appropria di una visione che non è la nostra, ma che influenza le nostre vite senza alcuna scelta. La musica e il testo seguono un movimento pachidermico, onirico e legato ad influenze doom, e anche al suono dei Black Sabbath, naturalmente in una rielaborazione indissolubilmente legata allo stile dei Nostri ; ogni parola viene quindi dilungata, ogni passo della composizione assume un'importanza monolitica, sospesa nel tempo e nello spazio. Lo stile creatosi è una sorta di sludge corrosivo, e non sono poche le somiglianze con quanto fatto dai Ministry da "Filth Pig" in poi (quindi qualche anno dopo l'uscita del disco qui recensito), ancora una volta mettendo in chiaro la forte influenza che la band ha avuto sul panorama metal alternativo. Nella seconda parte del pezzo abbiamo l'altra faccia della medaglia, il lato negativo e distruttivo di questo modo di concepire l'esistenza: la vita è fatta di debiti, i quali la uccidono, la rendono morta, la corrodono. Se la vita è denaro, significa quindi che è anche l'antitesi di se stessa, diventa la morte, in un mondo in cui ogni valore legato ad essa è perduto. Ancora una volta il malessere della società post-industriale viene mostrato in tutta la sua natura, sena sconti o edulcorazioni, in modo freddo e meccanico, ma anche con una rabbia spietata. La musica si mantiene greve ed asfissiante, dando un perfetto sfondo sonoro al messaggio qui espresso, tra chitarre ad accordatura bassa e paesaggi onirici, densi e caratterizzati da andamenti rocciosi e sospensioni. Broadrick rilascia punte vocali velenose, alternate a vocalizzi ariosi, coadiuvato dal riverbero e da feedback stridenti di chitarra. Ecco che all'improvviso, il pezzo si conclude, terminando senza fanfare o presagi: proprio come la vita non ha importanza, ridotta a mero calcolo economico, così il nostro viaggio si chiude senza grossi annunci. Nel concreto, siamo davanti ad uno dei brani più doom del disco, e legati a modi non sperimentali, ma in ogni caso sempre caratterizzato da quel "quid" che lo rende un brano del dio al cento per cento.

Locust Furnace

"Locust Furnace - Fornace Della Locusta" è caratterizzata da un testo che ci mostra uno scenario apocalittico, un mondo freddo e morto, dove rimangono i segni della decadenza e della corruzione, tra il silenzio eterno. Opportunamente, la musica d'introduzione è sospesa e strisciante, unita a cimbali cadenzati e colpi dilatati di drum machine. L'atmosfera tesa, da film thriller, va a scontrarsi con effetti elettronici e colpi ritmici più presenti, introducendo le vocals malevole, ma umane, di Broadrick. Egli esprime le sue visioni da profezia raggelante, aiutato da suoni di chitarra che suonano come violini stridenti, mantenendo quei toni quasi "orchestrali" che troviamo in gran parte dell'album. La Terra è congelata, un mondo pallido e morto, ed ora noi siamo come un pezzo di carne che sventola da un gancio da macellaio, destinati a morire. Ogni parola viene distesa con enfasi, seguendo il lento andamento della batteria, creando così una struttura asfissiante e monolitica, dove ogni enunciazione è carica di gravità assoluta; ritornano le cesure elettroniche, unite a tamburi martellanti, i quali dominano di seguito la scena con la loro parata. Siamo nella fornace della locusta, e la corruzione dilaga tra il gregge di capre, e la carne soccombe e decade nel mondo reale. Un movimento contratto, in qualche modo "sbagliato", caratterizza la sessione, in un andamento che mette in gioco il songwriting sperimentale che in futuro avrà ancora più posto nella discografia dei Nostri. Suoni grevi, colpi improvvisi, vocals declamanti, sono gli ingredienti di un pezzo quasi asfissiante, tanto quanto i rallentamenti che discendono verso climi infernali. Il silenzio desolato ora domina la fornace della locusta, un appello di cui non conosciamo il senso. Un flusso di coscienza, più che un significato vero e proprio, una serie di visioni oniriche che hanno il gusto della profezia da rivelare, ma che forse non ha altro senso che le immagini stesse. E' la musica a parlarci di passi grevi e monolitici, trame stridenti ed ossessioni che ci schiacciano. Le parole vengono ripetute come in un mantra, reiterando il paesaggio devastato dove la carne decade, e la terra è solo una fornace dove periamo tutti. Broadrick ora grida il suo disgusto, mentre le chitarre in sottofondo vengono spremute in feedback che vanno a chiudere la traccia.

Tiny Tears

In "Tiny Tears - Piccole Lacrime" il testo mostra qui il lato più umano della band, legandosi al tema del dolore, rappresentato in modo poetico da piccole lacrime che dovrebbero essere emesse dal mondo, in commemorazione del dispiacere. Una drum machine cadenzata introduce un ritmo meccanico, intervallato da chitarre squillanti, in un movimento contratto. Ecco che il drumming prende energia, lanciandosi in una corsa a tutta velocità, insolita per i modi normalmente pachidermici dei Nostri. La cavalcata da tregenda ricorda molto quelle dei Ministry di "The Land Of Rape And Honey", per una volta quindi è il duo inglese a mostrare apertamente un'influenza altrui nel proprio suono. C'è però una premessa da da fare: "Tiny Tears" è la prima delle quattro tracce finali della versione su CD di "Streetcleaner", non presenti nella primissima versione in vinile. Queste tracce sono state prese da un EP mai pubblicato, registrato prima dell'album stesso, caratterizzato quindi da uno stile ancora più acerbo e derivativo , più vicino al precedente EP omonimo alla band. Dopo qualche secondo s'introducono le vocals ariose di Broadrick, piene di riverbero e dal gusto psichedelico e disteso: dal luogo in cui ci troviamo, sentiamo il dispiacere. Dell'universo. In sottofondo la musica prosegue senza pietà, caratterizzata da una ritmica spacca ossa e contornata da riff distorti dalla natura molto metal, in un'orchestrazione selvaggia che va a scontrarsi contro cesure dal basso greve e roccioso, sempre delineate da suoni stridenti improvvisi. Il songwriting è semplice, ma dal grande effetto, contornandoci di assalti continui ed atmosfere diafane, dove la voce spettrale del cantante contrasta con i suoni duri di batteria e chitarra. Ora egli ci parla di come il mondo dovrebbe quanto meno versare una piccola lacrima, la nostra piccola lacrima; notiamo qui un lato più umano dei Godflesh, estremamente malinconico e caratterizzato da una lucida disperazione che si traduce in una sorta di fredda calma, ma contornata da una furia musicale che esprime un tumulto esistenziale che non riesce a nascondersi. Il cantato vede anche una sorta di ritornello, mentre i riff mostrano montanti appassionanti, in una struttura ancora più "tradizionale", ma dove già il gusto per le accordature basse ed i suoni stridenti si mostra. Un galoppo continuo, dove ora non si può fare altro che ripetere con furia sempre più grande come il mondo dovrebbe piangere per il nostro dolore, rabbia che nasce dalla sua indifferenza continua difronte al nostro dolore. Di conseguenza, la musica va a creare una serie di contrasti tra colpi in quattro quarti e dissonanze, le quali poi dominano tutta la coda finale del brano. Un episodio diretto e veloce, che mostra un duo ancora alla ricerca del proprio suono, e che sperimenta con il formato canzone per trovare la propria strada.

Wound

"Wound - Ferita" è un brano dalla storia un po' particolare: si tratta infatti di una prima versione di un pezzo che comparirà, rivisto secondo un'ottica più elettronica, nel futuro EP del 1991 "Slavestate". Il pezzo tratta di ferite interiori e tradimenti, riferendosi ad un interlocutore non precisato, accusato di essere astuto e silenzioso, causa di morte per noi, che per colpa di quanto inferto moriamo dentro, soli. Una drum machine dominata da piatti e colpi devastanti si mischia con suoni roboanti e rocciosi, creando un impianto caotico e greve, sul quale Broadrick interviene con la sua voce piena di effetti, aliena e sospesa nel tempo. Il sole continua a splendere sugli edifici, le strade sono vuote, ma i piccoli tradimenti che avvengono ogni giorno lasciano il loro stampo nella mente del narratore. Come spesso accade con i Nostri, i climi quasi siderali e psichedelici della musica contrastano con il pessimismo delle liriche, andando a rafforzare tanto la maestosità, quanto la sensazione di rabbia trattenuta nelle parole, scandite con un sarcasmo velenoso. Intanto le chitarre si danno a montanti fumosi, in un galoppo rallentato che si apre improvvisamente a marce di drum machine contornate da ruggiti stridenti e bordate militanti dal gusto quasi thrash, in un songwriting dove ritmica e suoni grevi risaltano su tutto; largo quindi a piatti cadenzati e riff severi, sui quali tornano le vocals spaziali del cantante. Sempre con estrema ironia, nota come il suo silenzioso interlocutore (o interlocutrice?) si muove con tanta grazia, lasciando ferite da tradimento, a causa delle quali moriamo soli. La massa caotica costituita da loop di chitarra e colpi di batteria prosegue, tra piatti scanditi con forza e marce improvvise, interrotte da mitragliate decise, scolpite dalla drum machine fredda e senza pietà. Proseguiamo su questo corso fino alla conclusione improvvisa, consegnata a suoni distorti. Rispetto alla versione futura, notiamo qui un songwriting più semplice e lineare, basato sull'attacco ritmico, con alternanze ripetute in un mantra dal buon effetto; un altro esempio di studio della materia metal da parte dei Nostri, filtrata già secondo un gusto dove viene applicato il gusto per la ritmica meccanica e i suoni grevi e squillanti, quella ricerca dell'anti-musica mutuata dalla scuola industriale, e che la band applicherà al proprio suono segnando il corso dell'evoluzione del metal.

Dead Head

"Dead Head - Testa Morta" riprende i temi di visioni apocalittiche di morte e decadenza, questa volta con un filtro ancora più astratto dove assistiamo a marce fatte da esseri senza anima, oceani morti, e mondi senza cielo. Un suono sommesso annuncia un riffing fumoso, tempestato da colpi di drum machine cadenzati, presto uniti alle vocals psichedeliche di Broadrick, piene di riverbero e dal gusto evocativo. La struttura conosce anche impennate dai riff ruggenti, presentando un clima saturo che si ricollega a quegli elementi che potremmo definire proto-shoegaze e che prenderanno piede più avanti nel corso della carriera dei Nostri. Il cantante delinea gli elementi tematici prima accennati, tra oceani morenti, e marce di figure prive di anima, in un'ambientazione dai toni nefasti, ma narrati con una fredda calma eterea, che rende il tutto ancora più sconcertante e d'impatto per l'ascoltatore. La drum machine alterna colpi duri e piatti distribuiti tra i giri meccanici di chitarra, i quali poi prendono potenza in attacchi ritmati; Broadrick si ripresenta con i suoi riverberi distanti, parlandoci di pagine che vengono osservate da un luogo sicuro, privo di cielo, dove tutto è solo pieno di lui, e di nulla d'altro. Parole astratte, che ci trasmettono un senso di rammarico e solitudine, mentre la musica ripresenta toni quasi epici, grazie ai suoni saturi e grevi, all'insegna della distorsione spinta al massimo. Andiamo ora incontro a giochi ritmici fatti di lunghe marce dove rullanti e piatti s'incastrano perfettamente con loop rocciosi delle accordature basse. Seguono cavalcate dal forte impatto, sottolineate da belle anti-melodie distorte e sferraglianti. Il galoppo iniziale prende di nuovo posto, dando modo a Broadrick di ripetere la sua spettrale lezione, coadiuvato dalle aperture ariose dei suoni che riempiono l'etere con la loro carica combattiva, ma quasi sognante. Ora gli esercizi ritmici aggiungono assoli dissonanti dal sapore industriale, in una scala che trasmuta i modi del metal classico secondo un'ottica acida tipica dei Godflesh, ed è proprio poi la chitarra in solitario, a chiudere il pezzo. Un brano che af parte del lato più onirico e disteso dei Nostri, capace però di mantenere con coerenze il loro gusto per distorsioni, suoni lenti e grevi, dissonanze. Non cambiano gli strumenti, bensì i modi in cui le possibilità di distorsioni ed accordature basse vengono usate, anticipando tutta una scuola che si manifesterà nel post-rock e nel già citato shoegaze a venire ad inizio anni novanta. Un brano che inoltre presenta un'altra caratteristica della band, ovvero quella di riuscire a creare contrasti tra testi negativi e, in questa occasione, apocalittici, e una certa malinconia epica emotiva, in un fattore umano che risulta presente, ma danneggiato e alla goccia. L'uomo post-moderno, e soprattutto le sue paralizzanti angosce, trovano qui perfetta collocazione.

Suction

"Suction - Suzione" è la traccia finale, un addio che vuole mettere le cose in chiaro, tramite ritmi martellanti, suoni duri, e vocals aggressive. Qui il testo tratta in modo accennato e criptico di paesaggi che rappresentano uno stato di malessere interiore, forse rappresentazione di quella Birmingham sentita come un luogo oppressivo da Broadrick, fonte di molti suoi testi del primo periodo di carriera. Senza molti preamboli, un suono ultra-distorto dal riff meccanico ci investe insieme ad una drum machine ossessiva, in un perfetto esempio di metal industriale freddo e senza scrupoli, marchio di fabbrica della band. La cavalcata prosegue, investendoci con i suoi climi distorti, coadiuvata da improvvise bordate squillanti, sulle quali anche la ritmica si fa più dura; ecco che Broadrick interviene, con delle vocals che si adattano al contesto sonoro, aggressive e sature di riverberi che le rendono distanti, in una sorta di cyborg furioso che sputa fuori tutta la sua rabbia. Egli si descrive come privo di illusioni e con gli occhi iniettati di sangue, con o senza pelle (riferimenti criptici aperti alle interpretazioni, forse legati alla vulnerabilità di un crollo nervoso), una situazione che si palesa come la sua e la nostra. L'atmosfera è lisergica e disorientante, e non è affatto difficile rivolgere la mente ancora una volta ai Ministry più sludge che verranno a metà anni novanta, dimostrando ancora una volta il forte impatto e l'influenza di questo disco, che ha gettato le basi per una certa concezione del metal alternativo, poi riprese e rielaborata da più fonti e scuole. Un inferno sonoro, terribile e gelido, dove le chitarre scolpiscono immagini di fiamme che si innalzano mentre battiti ipnotici proseguono senza tregua; ecco nuove bordate devastanti, che scuotono l'etere con i loro colpi ripetuti. Il cantato non perde tempo, e si ripresenta quasi subito con le sue grida in riverbero, proseguendo le sue desolate descrizioni fatte di paesaggi desolati e devastati, corrispondenza di un mondo interiore altrettanto distrutto e senza via di ritorno. Una piccola città esaurita, si trova presso una riva (quasi sicuro riferimento a Birmingham), il luogo in cui si svolge la nostra esistenza, privi o meno di una pelle spessa che ci protegga da quanto accade a noi ed intorno a noi. Il loop sonoro avanza, tra montanti ritmici e suoni distorti, mentre il passo viene segnato da bordate duro in uno schema ben preciso. Ecco ora accordature basse che ricordano disturbi statici e battiti ancora più incisivi, giostrati in galoppo che portano in avanti la composizione. Un tripudio di andamenti concitati, per un industrial metal che offre uno dei momenti più diretti e feroci dei Godflesh contenuti in questo lavoro. La drum machine la fa da padrona, mentre i suoni dissonanti di chitarra creano un substrato che fa da base per i giochi ritmici ripetuti, protratti fino alla conclusione improvvisa: essa vede un suono distorto in digressione, destinato a perdersi nell'etere, chiudendo tanto la canzone, quanto l'album qui recensito.

Conclusioni

Un'opera imprescindibile, tanto per la discografia del duo, quanto per l'evoluzione della musica metal a fine anni ottanta, un vero e proprio meteorite che ha sconvolto non pochi ascoltatori, e generato una miriade di epigoni, generi, e fatto conoscere al mondo la musica dei Godflesh. E, sempre per molti, rimarrà l'esempio più puro e riuscito della loro visione artistica, una perfetta sintesi tra metal, post-punk (o post-rock, volendo), musica industriale, capace di essere tutte queste cose contemporaneamente, senza tradire le radici di nessuna di esse. Nasce qui il mondo post-metal, una costellazione dove gli strumenti e i modi del genere vengono mutati e soggiogati a logiche ben diverse rispetto al passato, e ad un immaginario greve, acido, riflesso di una realtà sempre più nichilistica e negativa, quegli anni novanta dove non a caso fenomeni quali il grunge, lo shoegaze, il post-rock, si allontaneranno sempre di più da ogni machismo superomistico, andandosi a rifugiare in vece in un'interiorità pessimista che taglia i ponti con la realtà. In realtà i Godflesh non sono nemmeno del tutto assimilabili a questa visione, costituendo qualcosa di davvero a se stante, che influenzerà altri nel loro percorso, ma che non potrà mai davvero essere imitata. Questo perché non si tratta semplicemente di usare chitarre ad accordatura bassa o drum machine: c'è un qualcosa, un'attenzione ai particolari, alle variazioni, quel riuscire a suonare non come metal fatto con le macchine, ma come metal fatto da macchine, che si arricchisce di una serie di contraddizioni , soluzioni inusuali, sorprese, che fanno parte dell'esperienza dei Nostri. C'è un motivo se per esempio i primi lavori dei Pitchshifter, al limite del plagio, non avranno la stessa risonanza e carico del disco qui recensito. Non basta rubare la formula, non basta ripetere i modi, Green e Broadrick investono la musica di qualcosa che appartiene solo a loro. Il risultato è un'opera che non possiamo non considerare una pietra miliare del genere, e che nonostante la novità e gli aspetti ostici della sua musica, ha conquistato favorevolmente pubblico e critica. "Streetcleaner" presnta al mondo una visione del metal dove non ci sono assoli di chitarra o virtuosismi, dove il basso invece prende un posto di rilievo, e la ritmica artificiale sostituisce l'elemento umano. Anche le vocals diventano qualcosa di diverso, spesso manipolate, filtrate, usate come uno strumento esse stesse, espressioni di parole che sono più rigurgiti di sensazioni e stati d0animo, piuttosto che narrazioni classiche. L'influenza di Swans, Sonic Youth, Discharge, dei Napalm Death, si concretizza nei suoni stridenti e le dissonanze largamente impiegate dai Nostri, mentre il suono lento e psichedelico dei Black Sabbath influenzerà i modi pachidermici e le atmosfere acide della band, e infine l'esperienza post-punk e l'industrial daranno quell'impronta sperimentale e meccanica che s'incastra con tutto il resto dell'armamentario. Un successo prima più underground, dato dal primissimo EP omonimo della band, considerato dalla critica ufficiale ancora non definito; proprio li pero erano state lanciate le basi che poi sarebbero state migliorate in questo album, permettendo l'approdo presso l'etichetta Earache Records. Un pubblico "alternativo" accoglie questo lavoro ritrovandosi nella visione misantropa nata da sofferenza, confusione e frustrazione, abbracciando questo nuovo concetto di pesantezza che andava ben oltre ad una semplice estetica del rumore. Tutto è qui congegnato in modo tale da darci un suono opprimente, lento, freddo, rappresentazione di un mondo privo di emozioni o pietà. La fusione uomo-macchina ha qui la sua manifestazione definitiva. Se è vero che il così detto metal industriale non è stato inventato dal duo, troviamo antecedenti in nomi quali Ministry, KMFDM, The Young Gods, è anche vero che ne prima, ne dopo, ci sarà una tale sintesi perfetta di suoni, estetica, intenti, tra i due generi. In futuro i Godflesh stessi sperimenteranno più con un tratto o con l'altro, aggiungendo anche altre influenze, acquisendo un formato canzone più "lineare" (con tutti i distinguo dovuti del caso, poiché non perderanno mai il loro gusto per il songwriting irregolare e meccanico), e perdendo anche il controllo della propria creatura, che incomincerò a sviluppare un'anima malinconica. Ma questo è il futuro, per ora il duo rappresenta una macchina apocalittica che stabilsice delle basi dalle quali non si tornerà indietro. Il nostro viaggio a ritroso prosegue dunque, andando ad indagare le origini della nostra avventura, ovvero il già nominato EP omonimo della band inglese.

1) Like Rats
2) Christbait Rising
3) Pulp
4) Dream Long Dead
5) Head Dirt
6) Devastator
7) Mighty Trust Krusher
8) Life Is Easy
9) Locust Furnace
10) Tiny Tears
11) Wound
12) Dead Head
13) Suction
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