GODFLESH

Slavestate

1991 - Earache Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
19/12/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Proseguiamo con il nostro viaggio a ritroso nel tempo, continuando l'analisi della carriera dei Godflesh, la band simbolo del metal di stampo industriale più pachidermico, oppressivo e monolitico. Abbiamo ormai quasi raggiunto gli albori del loro percorso, iniziato nel 1988 dalle ceneri dei Fall Of Because, gruppo post punk dai tratti altamente sperimentali, vero e proprio prototipo dei Godflesh, nel quale militavano G.C Green e Justin Broadrick. Proprio in quell'anno veniva pubblicato l'EP omonimo, un debutto  che già conteneva tutti gli elementi principali che avrebbero sconvolto il mondo del metal, poiché allora inediti ed innovativi: un basso greve e pesantissimo, chitarre piene di effetti e una voce totalmente immersa nei riverberi. Un lavoro che lanciava una carriera dove già nei primi passi si trovavano lampi di genio e capolavori, come dimostrato dal primo album intero della band, quel "Streetcleaner" considerato da molti il punto più alto tanto del metal industriale, quanto del percorso artistico del duo. Un'opera che influenzerà ascoltatori, band a venire, come per esempio i Pitchshifter ed addirittura interi generi, dal post metal anni novanta, al nu metal, al così detto industrial metal. Nonostante la natura non certo facile della musica, per nulla vicina al concetto tradizionale di metal ed alla forma-canzone in genere associato ad esso, anche la critica ha pareri positivi nei confronti della band, la quale crea presto un culto intorno a sé, anche grazie ad un alone di mistero maggiore rispetto ad oggi, dove le informazioni riguardo ai suoi membri sono all'ordine del giorno, così come le interviste. Nel frattempo, i Godflesh non rimangono con le mani in mano, ne dal punto di vista delle sucite, ne dal punto di vista della crescita stilistica. I primi anni novanta vedono singoli come "Cold World", "Slateman / Wound '91" e "Slavestate" (omonimo dell'album-raccolta qui recensito) dove si aggiunge una certa malinconia fredda e, a tratti, elettronica, senza però snaturare quanto presentato nel debutto, e mantenendo quell'atmosfera pesante ed aliena tipica della band. Ecco quindi che nel 199, un anno prima dell'uscita del secondo album vero e proprio della band "Pure", la Earache pubblica "Slavestate - Stato Degli Schiavi", contenete sia brani contenuti in "Slateman / Wound '91" e "Slavestate", sia degli inediti. Inizialmente concepito come due EP separati, ma pubblicato per volontà dell'etichetta come un'opera unica, il disco offre un suono molto particolare, confermandosi come un episodio unico della carriera dei Nostri. Elementi elettronici di stampo techno si uniscono ad una produzione ancora più pulita, ma senza mettere da parte ossessioni graffianti e passaggi dissonanti, creando un clima sonoro allo stesso tempo marziale e futuristico, dove le marce tipiche dei Godflesh vedono una versione ancora più trascinante e sperimentale. È curioso notare come forse questa sia stata l'opera più imitata del duo, soprattutto per quanto concerne l'uso di synth ed elementi di elettronica "dance" in campo metal/rock, tanto da poterla considerare come una delle basi del movimento coldwave americano, nonostante poi in realtà essi abbiano seguito una strada diversa. Ascoltando il disco, non è difficile capire per esempio da dove arrivi il suono dei Fear Factory, da sempre apertamente influenzati dai Nostri, soprattutto per quanto concerne i loro primi dischi. Una drum machine pestata si unisce a suoni stridenti, grida con effetti, e parti elettroniche sapientemente dosate: l'identità dei Godflesh si trova anche in questo, e la dove altre band spingeranno più il piede su un elemento o sull'altro, un equilibrio costante, che renda la loro musica un ibrido unico, verrà sempre mantenuto da parte loro. Comunque questa volta l'apprezzamento verso l'EP non sarà unanime, e parte della critica e del pubblico non apprezzeranno questa deriva del suono della band. Ascoltato oggi, dopo decenni di esperimenti, ibridazioni, e successo da parte di band e generi dove il metal viene costantemente fuso con suoni esterni, è difficile capire lo shock rappresentato da un'opera contenete elettronica marcatamente dance e remix in campo metal, ma all'epoca, quando ancora il termini industrial metal era sconosciuto ai più, l'accusa di eresia era dietro l'angolo. In retrospettiva, Broadrick stesso (insolitamente positivo verso un suo lavoro) reputerà che il disco non sia stato capito ed apprezzato come si sarebbe dovuto fare all'epoca della sua uscita. Ironia della sorte, da li a poco le band che si prenderanno molte più libertà con questi suoni troveranno successo, soprattutto in America, tra il pubblico e la critica, considerate innovative e fresche; ancora una volta ai Godflesh spetta il ruolo di pionieri che spesso si muovono non in sincronia con le mode e seguendo un proprio percorso, anticipando tendenze prima che siano commercialmente redditizie, salvo poi muoversi verso altri lidi quando altri raccoglieranno i frutti economici.    

Slavestate

"Slavestate - Stato Degli Schiavi" vede un testo che esprime con pochi e semplici versi l'idea di uno stato totalitario, del controllo politico che rende la massa schiava e la riempie di odio e dolore, compiendo un vero e proprio lavaggio del cervello.  Una sequenza elettronica introduce il brano con i suoi freddi suoni marcianti, in un'atmosfera cyberpunk dove la drum machine si prodiga in rullanti, presto raggiunti da cacofonie di chitarra e bordate di basso assolutamente grevi e taglienti. Cesure ritmiche stabiliscono la natura pulsante e senza pietà della canzone, tra climi industriali e distorsioni dense di chitarra. Broadrick interviene con il suo familiare cantato inumano, perfetto per la musica che lo accompagna; egli ci ricorda come Gesù implorò, riprendendo la famosa frase biblica resa ancora più popolare nella cultura pop grazie al finale del film Hellraiser di Clive Barker, creando già un parallelo a tinte blasfeme tra l'idea religiosa del dolore e della sottomissione, e quella promulgata a livello politico. Mettendosi nei panni di chi è asservito, chiede di essere stretto forte, e di essere affogato (forse un riferimento al battesimo, primo simbolo di omologazione forzata).  La musica prosegue ossessiva e senza tregua, con i suoi loop taglienti e colpi duri, dando perfetta corrispondenza musicale alla natura belligerante del testo. Una nuova cesura improntata sul suono della drum machine carica una tensione che si apre a nuove sfuriate dissonanti, sulle quali il cantato riprende con i suoi versi gridati: l'odio è qualcosa che ci è stato insegnato, e ora non sentiamo altro che dolore, e siamo più che contenti di poter scambiare la nostra mente, le nostre idee, pur di non sentirlo, illudendoci di diventare puri in eterno. Queste sono e basi dello Stato Degli Schiavi, una realtà dove la massa è sin dalla nascita bombardata da messaggi, espliciti o impliciti, di sottomissione alle regole imposte dall'alto, e anche da messaggi di odio che vogliono distrarre dalla sofferenza provocata proprio dal potere centrale; spesso gli schiavi accettano tutto questo, in cambio di una falsa promessa di purezza e di fuga dal dolore che non riescono a gestire. Ancora una volta il clima dittatoriale viene rievocato in musica da una cesura, la quale ci dona atmosfere inquisitorie e marziali dove suoni pesanti da fabbrica si uniscono a snare striscianti. Questa volta essa degenera in fraseggi squillanti, sui quali i colpi si fanno sempre più pesanti ed ipnotici, in una lunga sequenza. Ecco quindi che torniamo ai suoni cibernetici di inizio brano, pronti a riprendere il corso già incontrato. Broadrick ripete quindi la sua lezione aggressiva, mentre giri circolari di chitarra creano muri di suono distorto. Degeneriamo ancora in marce industriali sottolineate da dissonanze stridenti, in un mantra pachidermico che avanza pestando qualsiasi cosa. Un esempio del suono dell'opera, dove la natura monolitica dei Godflesh trova perfetta unione con le soluzioni elettroniche qui adottate, senza perdere la propria essenza o atmosfera claustrofobica e senza speranza.

Perfect Skin

"Perfect Skin - Pelle Perfetta" è un brano di interpretazione non facile, caratterizzato da un testo molto criptico, che sembra fare riferimento alla percezione esteriore della bellezza, ma anche a riferimenti alla violenza e all'abuso. Come spesso accade con i primi lavori dei Nostri, tutto è lasciato alla libera interpretazione, mantenendo di sicuro un'atmosfera negativa e dove si riflette un'idea pessimistica della società e dai rapporti umani. Un movimento estremamente lento e greve si  manifesta tra colpi dilatati di drum machine e suoni improvvisi di chitarra, in un andamento non lineare che gioca con i silenzi. Ecco però che all'improvviso un suono epico, quasi onirico, prende piede, mentre la marcia industriale prende forma in un rituale tanto possente, quanto trascinante e di ottima fattura. Riff incalzanti completano il quadro insieme a cimbali ossessivi. Ed è su questo strato sonoro, altisonante e magistrale, che si manifestano le vocals di Broadrick, questa volta eteree e totalmente immerse nei riverberi, metodo questo che verrà sempre più usato nella discografia dei Nostri, permettendo la creazione di "anti-ballad" capaci di mostrare anche nel suono fredde e sintetico dei Godflesh una sorta di emotività aliena e distante, dove la malinconia si fonde con l'intransigenza ritmica. Si parla di un'apparenza da nuova era, qualcosa che non viene apprezzato da qualcuno, e di una pelle considerata squallida, proprio come noi; le parole vengono espresse con un cantato comprensibile, per quanto sgraziato, sottolineate dall'atmosfera insolitamente quasi trionfale della musica. L'andamento si apre ad una marcia esaltante, dove melodie stridenti sembrano anticipare i suoni saturi dello shoegaze e del post-rock, facendoci capire l'importanza dell'influenza dei Godflesh non solo per il così detto metal industriale, ma anche per tutto quello che sarà lo spettro alternativo degli anni novanta. E' proprio questa l'idea pionieristica che si farà sempre più strada nella band: la capacità di evocare melodie usando distorsioni, dissonanze, e suoni stridenti, un concetto oggi ormai sdoganato da miriadi di band e generi, ma allora abbastanza alieno ed inusuale. Tutto questo crea un qualcosa di personale ed unico, che all'epoca aveva affascinato in molti, ed allontanato altri, caratterizzando l'immagine della band e la sua inedita estetica sonora.  Rullanti potenti colpiscono duro, mentre di seguito ritornano i suoni quasi celestiali di chitarra, in un songwriting che non può lasciare impassibili; ma le bordate ritmiche sono dietro l'angolo, in un'unione tra evocazione ed attacco monolitico. Broadrick trova nuovamente posto tra la musica, con il suo cantato ispirato: egli accusa l'oggetto della sua narrazione di essersi macchiato della colpa dell'abuso, senza che ne lui, ne la (forse) vittima se ne siano mai resi conto, accusandolo poi di aver perpetrato questo perché in realtà non può davvero toccare (forse nell'anima?) l'oggetto dell'atto.  La musica prosegue intanto con la sua marcia, indifferente, ma contornata da aperture ariose dal largo respiro, cesellate da suoni stridenti. Raggiungiamo quindi una cesura dove colpi sospesi e distorsioni dilungate si liberano nell'etere, creando un'atmosfera progressiva dal grande effetto. Continuiamo quindi con i trotti striscianti, poi coadiuvati in un andamento più energico grazie a riff taglienti e cimbali cadenzati. Il cantante ripete con enfasi le sue parole precedenti, in un climax che ci riporta al lato più umano della band. Come già detto, siamo davanti al prototipo di quei brani che renderanno i dischi dei Godflesh qualcosa di diverso anche da quel' industrial metal sviluppatosi sulla loro scia, generando quel clima arioso, ma allo stesso tempo saturo, che troveremo in lavori come "Selfless" o in alcune parti di "Us And Them". La drum machine pesta duro, mentre i loop di chitarra tessono melodie fredde e malinconiche, poi intervallate da bordate grevi e vocals evocative e dilatate, in una commistione grandiosa che corona uno degli episodi migliori del disco. La firma finale vede distorsioni in loop, che vanno a perdersi in modo spettrale nell'etere.

Someone Somewhere Scorned

"Someone Somewhere Scorned - Qualcuno Da Qualche Parte Disprezzato" tratta di sentimenti legati al sentirsi soli e disprezzati, intrappolati in un processo che non si riesce a modificare, ma che non smette di fare male, tormentandoci con pensieri ossessivi. Un ritornello elettronico apre il brano, dilungandosi con le sue pulsazioni sintetiche, fino a raggiungere i colpi programmati della drum machine, duri ed intervallati da suoni industriali. Il risultato è concitato, sottolineato da cimbali veloci, un mantra ipnotico che viene improvvisamente intervallato da fraseggi grevi e dalle vocals striscianti di Broadrick: qualcuno, da qualche parte, viene disprezzato, e non lo dimenticherà mai. Ecco che i toni si fanno più altisonanti, tra grida stridenti e riff caotici, coadiuvando nella musica l'innalzamento dell'impatto emotivo delle parole, e della rabbia esistenziale che si cela dietro di esse.  Ci sentiamo bruciare, privi di desiderio, senza amici, soli nella nostra mente. Pensieri ossessivi che trovano perfettamente corrispondenza nei loop dissonanti delle chitarre, e nei colpi meccanici, senza tregua, della batteria sintetica. Esplode il ritornello, dove la ritmica diventa ancora più pestata, e le chitarre si aprono  ad ariosità sinistre e severe, evocando un'atmosfera tetra e piena di tensione, in un'ottima capacità di usare in modo creativo la struttura minimale del songwriting tipico dei Godflesh. Non cambieremo mai, eppure si brucia ancora, continuiamo a sentirci disprezzati: un tripudio di dissonanze squillanti e suoni rumorosi danno un quadro dell'astio emotivo ora raggiunto. I suoni elettronici iniziali tornano a fare da cesura, stabilendo un nuovo punto di partenza per la cantilena rituale che caratterizza la traccia. Essi s'intrecciano con i suoni squillanti di chitarra, portandoci verso le bordate ritmiche che ricreano la marcia industriale sulla quale il cantato ripete la sua lezione: bruciamo nella nostra mente, dentro di noi bruciano i nostri desideri, e ci sentiamo disprezzati, ormai privi di qualsiasi desiderio. Ritroviamo tutti gli sviluppi precedenti, tra mantra strscianti, esplosioni pestate, e suoni disorientanti ed acidi, in un'atmosfera carica e pesante, ma allo stesso tempo capace di offrire anche spazzi evocativi, in una fusione tra freddezza meccanica ed emozioni furiose, che è il marchio di fabbrica del duo inglese. Loop dissonanti s'intersecano quindi con tappeti ritmici senza pietà, mentre il cantato di Broadrick si fa sempre più ossessionato, fino a raggiungere un grido liberatorio, seguito da fraseggi squillanti ed effetti da fabbrica. La coda che si crea genera un effetto trascinante, mentre in sottofondo un suono come di macchinario mal funzionante ci da idea di un'ennesima piccola genialità: una perfetta metafora della mente che non funziona più come dovrebbe, dilaniata dalla rabbia e dal peso dei pensieri esposti. Un cyborg sonoro, e tematico, che va a confluire con l'ennesima ripresa della marcia portante, prima strisciante, poi ibera in tutta la sua epica cacofonia. Un suono distruttivo, ma sempre stemperato da ariosità maestose, che prosegue fino al finale. Qui i suoni elettronici sottolineano gli ultimi vagiti industriali e dissonanze, mentre Broadrick ripete ad oltranza l'ultima parola del titolo, quasi a voler sottolineare il tema principale. 

Meltdown

"Meltdown - Fusione" è un brano di cui non sono disponibili i testi ufficiali , ma che possiamo intuire come trattante temi legati all'esaurimento e l'essere arrivati al limite, tradotti tramite una parole che ben si adatta alle atmosfere meccaniche e da fabbrica della band. Un fraseggio stridente si espande, presto raggiunto dai colpi sincopati dei piatti prima, e della drum machine marciante poi. Riff dissonanti seguono il passo insieme ai trotti grevi di basso, in una familiare struttura cacofonica e meccanica, la quale striscia furtiva tra i solchi musicali; la voce di Broadrick interviene con toni alieni che trovano subito posto tra le atmosfere acide ed estranianti create dalle chitarre stridule e squillanti. Non è difficile immaginare una tensione mortifera che, come un brusio, si espande in sottofondo, qualcosa di tediante e continuo, come l'esaurimento che avanza, il punto di implosione che si avvicina. Riff circolari scuotono il movimento serpeggiante, mentre bordate metal e rullanti di drum machine costituiscono parentesi più spietate e martellanti, punto di raccolta dai tratti esaltanti. Una sorta di groove altisonante ci consegna un'ennesima lezione di cacofonia godibile, arte dei Nostri che qui trova una mirabile applicazione supportata da una struttura tutto sommato minimale, ma capace di guidare l'ascoltatore tra i paesaggi sonori dissonanti del brano. I loop di chitarra tagliano l'etere, mentre il cantato sdoppiato si ripresenta, così come gli attacchi ritmati dal sapore meccanico e freddo. Il termine industrial metal ha qui un senso veramente legato ai due termini usati, in una fusione di modi e strumenti che permette ai Godflesh di rispettare in contemporanea ed in maniera totalmente sincera i dettami dei due generi, creando un'entità unica che va oltre essi stessi. Raggiunto quasi il secondo minuto, un fraseggio stridente si accompagna a colpi caustici, in un mantra che prosegue con toni sempre più alti, e con una pulsazione alternata all'oceano stridente fatto di chitarre e drum machine. Un motivo elettronico sottintende il tutto, fino all'arrivo di suoni più tradizionali, ma non meno ossessivi. Riprende ora la marcia cavernosa, in un andamento ipnotico, sui cui loop si stendono le vocals filtrate di Broadrick; non ci sorprende il passaggio alle alternanze portanti, tra bordate di chitarra e ritmica, e passaggi più dilatati, ma sempre dall'atmosfera greve. Giungiamo di nuovi alle cesure con suoni squillanti, alternate a marce sintetiche con suoni striduli in sottofondo. Il gioco delle lasciate e riprese diventa il filo conduttore di un mondo sonoro che evoca una musica fata da macchine per macchine, ma che in realtà è eseguita da uomini per un pubblico di uomini, espressione di un'alienazione interiore che è simbolo della società post-industriale. E non ci sono parole migliori per esprimere questo concetto, se non quelle non espresse, come nel finale dove suoni accennati e distanti, chiudono il cerchio dopo gli attacchi precedenti. Tirando le somme, una traccia che rimane molto legata ai modi degli episodi precedenti della discografia dei nostri, ma con un impianto ben più arioso e dilatato.

Slavestate (Radio Slave)

"Slavestate (Radio Slave)" è il primo remix presente nella raccolta, una reinterpretazione in chiave sincopata e veloce del brano, giocata su ritmi spezzati e loop ossessivi dal gusto ritmico, tra influenze jungle, breakbeat e techno. Il brano subito esplode con i suoi suoni da fabbrica, prendendo il motivo elettronico dell'originale, dilatandolo in un loop ossessivo sul quale prende piede una ritmica ancora più meccanica rispetto alle pulsazioni usate nella prima emanazione della canzone. Suoni squillanti s'intersecano con loop vocali di Broadrick, intento  a ripetere all'infinito la parola "Jesus", mentre la linea di basso serpeggia in sottofondo, facendo da collante per gli altri elementi usati. L'andamento ipnotico ed ossessivo rielabora in chiave più elettronica i temi sonori e lirici del pezzo, trasmettendo in questa occasione l'atmosfera di uno stato totalitario dove tutto è controllato, tramite il movimento continuo di drum machine e suoni reiterati. Superato il primo minuto, le bordate ritmiche si fanno ancora più possenti, mentre possiamo percepire una sorta di "funk robotico", sottinteso da malie oscure che mantengono la natura distopica del suono dei Nostri. E' interessante notare come, pur rientrando pienamente nell'elettronica da ballo dell'epoca, la canzone anticipi alcune tendenze recenti (a onor del vero, frutto di un certo revival) nel mondo della techno più oscura, grazie all'uso di elementi pesanti e distorti ad uso e consumo di un dancefloor lontano da ogni solarità, e all'insegna dello sperimentalismo messo a disposizione per il movimento. Ecco che raggiungiamo suoni vibranti in una sequenza trascinante presto raggiunta anche dai suoni squillanti, i quali rimangono poi sospesi: largo quindi a rullanti di drum machine e giri di basso grevi, nonché al ritorno dei fraseggi notturni. Pochi elementi, ma usati in maniera efficace, capaci di non annoiare l'ascoltatore, nonostante la loro ripetizione continua, grazie ad un ponderato schema di alternanze. Dopo il terzo minuto si passa a climi ancora più ruggenti ed industriali, con campionamenti da macchinario, sottintesi da cimbali spediti e giochi ritmici, coadiuvati dai ruggiti di Broadrick. Ascoltato con il senno di ora, la traccia non ha nulla di scioccante, e mantiene in realtà elementi legati all'uso di strumentazione vicina al metal, ma probabilmente se vista con gli occhi dell'epoca, e con le aspettative dei primi fan dei Godflesh, è facile capire il perché questi remix non siano stati ben visti da molti: si svela qui il gusto più ipnotico del musicista inglese, amante di generi quali il dub, l'hip-hop e la techno più spezzata e caustica, lontano dai connotati grind e doom mostrati agli albori della carriera della band. 

Slavestate Total State Mix

"Slavestate Total State Mix" presenta il secondo remix dedicato alla canone, questa volta diretto verso lidi più industriali e serrati, che evolvono in marce elettro-ossessive e dal retrogusto urbano, presentando anche strutture ritmiche vicine a certo hip-hop. Un' ennesima emanazione in chiave sonora del tema di controllo da parte di uno stato totalitario che opprime il proprio popolo. Ecco quindi l'introduzione data da suoni dissonanti e taglienti, substrato sonoro per i cimbali cadenzati e per i colpi di batteria elettronica ripetuti in alternanza con i baritoni distorti; esplode quindi un riffing dagli effetti dub sotterranei, pieno di effetti, mentre la familiare ritmica squillante presente anche nell'altro remix della traccia, ovvero "Slavestate (Radio Slave)", ricompare con i suoi giochi ritmici vivaci. Un mantra marziale si dispiega dunque in un solco che non lascia spazio a molti fronzoli, alternato da cesure giocate sui colpi secchi presenti anche nell'originale. Suoni severi di chitarra compaiono in sottofondo con i loro riff distorti, ma la vera protagonista rimane la ritmica sintetica, anima del brano e direttrice del songwriting. Il remix diventa occasione per riflettere su uno dei tanti aspetti della musica dei Godflesh: l'importanza della drum machine nella composizione ed ossatura dei brani. Se in alcuni esempi del metal più tradizionale, ma anche non, le chitarre e voce hanno maggior rilievo rispetto al resto della strumentazione, i Nostri giocano invece molto su batteria e basso, creando quel loro tipico suoni greve e marziale, dove le vocals servono a dipingere scenari desolati, e le  chitarre riempiono gli spazi; anche in queste varianti elettroniche, anzi ancora di più, la ritmica domina la scena, tirando fuori il retaggio hip-hop caro a Broadrick. Ci troviamo quindi in una vera e propria fabbrica sonora, dove la musica sembra fatta dai macchinari, piuttosto che da esseri umani, con un'insolita vivacità che, ironicamente, risulta più marcata rispetto ai brani "tradizionali" della band. Quasi giunti al quarto minuto, incontriamo strutture vicine a certa EBM, arricchendo l'armamentario del pezzo, ma sono le familiari bordate vibranti di basso e i colpi secchi di batteria i protagonisti. Filtri dub interessano alcuni passaggi, mentre di seguito collimiamo in distorsioni dissonanti che ci riportano in territori più ostici. Una marcia greve prende piede, con nuovi percorsi ritmici che vanno ad incastrarsi con gli effetti squillanti a noi ben noti, proseguendo fino al raggiungimento di strutture urbane. Quest'ultime si lanciano a tratti psichedelici minimali, instaurando un'atmosfera acida che ci riporta all'elettronica anni novanta più lisergica e dedita a rave esaltanti. Rullanti cadenzati e tirate più dirette configurano il finale, altrettanto ipnotico ed ossessivi, segnato da colpi sospesi e loop squillanti protratti fino alla conclusione.

Perfect Skin Dub

"Perfect Skin Dub" è la riproposizione, come da titolo, in chiave dub del brano "Perfect Skin", già presente nella sua versione originale nell'opera. Notiamo sin da subito un uso lampante dei riverberi e dei rallentamenti, come da tradizione per il genere, in una sequenza pachidermica fatta di suoni distanti e colpi dilatati. L'atmosfera creata è sospesa, quasi onirica, in un contesto non troppo lontano da certo sludge acido. Applicare tali soluzioni ai Godflesh, significa ottenere un suono che ci riporta alla scuola industriale prima maniera, tra S.P.K e Throbbing Gristle, anche se l'intervento di bordate di basso e di rullanti cadenzati danno spazio anche ad una dimensione metal, filtrata naturalmente dall'ottica aliena dei Nostri. L'ossessività ed il senso di tensione strisciante qui raggiunti esemplificano egregiamente i temi dell'originale, legati in maniera accennata all'aspetto esteriore, ma anche all'abuso, ed in generale a sentimenti negativi. Colpi serrati e sessioni da fabbrica in piena attività ci guidano in una sinfonia industriale che si fa sempre più dura ed altisonante, regalandoci un momento spietato, arricchito poi da riff che suonano come colpi di mitra ripetuti. E' facile intuire certe claustrofobie che più avanti negli anni, in altra forma e modi, verranno mutuate da generi quali il post-metal ed il groove più ossessivo, qui rese però in una maniera unica, propria della band; i modi della musica industriale vengono presi e filtrati dalla manipolazione di strumenti usati nell'ambito metal, salvo naturalmente la drum machine ipnotica. Schegge di chitarre, colpi di batteria, suoni di basso greve, s'incastrano tra di loro, in un percorso meccanico sottolineato da baritoni dark ambient in alcune parti, aumentando l'atmosfera epica qui raggiunta. Il brano si configura come un'esperienza all'insegna del drone più disorientante, capace però di regalare cliamax sonori che danno una struttura sensata al tutto: si pensi per esempio ai cori onirici che superato il quarto minuto e mezzo prendono piede sulla strumentazione. Troviamo anche rallentamenti minimali, supportati dai già citati suoni oscuri e vibranti, in un percorso strisciante dove, ancora una volta, le minime variazioni fanno la differenza, permettendo una narrazione sonora coerente che va ben aldilà dell'esperimento fatto tanto per essere fatto. Una nuova vita viene data al pezzo, qui reso qualcosa di diverso, ma allo stesso tempo vicino a quelle melodie create dalla saturazione cacofonica presenti enll'originale. Giochi sincopati tra loop vocali e campionamenti di riff danno un percorso spezzato, il quale collassa nell'andamento portante, severo e spietato nel suo uso di elementi stridenti. Gli ultimi due minuti del lungo episodio sono dominati dai loop vocali, in una sequenza dal forte impatto, che come un'onda conosce alzate ed abbassamenti, prima di perdersi nell'etere. 

Slateman

"Slateman - L'uomo Lavagna" è il quinto pezzo non remixato presente nell'opera, un brano evocativo e dalle trame più "rock", che tratta in modo vago e suggestivo di temi che possono essere legati al potere  e ai retroscena che lo caratterizzano, o in chiave più personale ed esistenziale agli aspetti negativi dei rapporti umani, al sentirsi sopraffatti dal prossimo. Un fraseggio maestoso, dal gusto post-rock nebbioso e strisciante, si unisce a cimbali altrettanto serpeggianti, dandoci una sequenza ben congegnata. Suoni squillanti e riff dilatati si uniscono in un mantra appassionante, il cui effetto emotivo viene sottolineato da una svolta più robusta, ma non frenetica, della ritmica, e dall'aggiunta delle vocals ariose di Broadrick, piene di riverberi in un mare di effetti che chiama ancora una volta in causa certi motivi che, in contemporanea, stavano caratterizzato generi alternativi emergenti come lo shoegaze. L'atmosfera eterea, rilassata quasi, cozza con le parole espresse: abbiamo il sangue di qualcuno sulle nostre mani, e non possiamo smetterla di ripeterlo, mentre intorno a noi si concretizzano immagini di un mondo fatto di macchine grigie ed oceani che muoiono. La musica tiene un passo maestoso e monolitico, strutturato tramite suoni grevi, mentre in sottofondo  linee malinconiche possono essere percepite, potenziando la caratura evocativa del brano. Ecco che effetti stridenti delineano il passo di riff rocciosi, in una struttura che chiama in causa un rock mutante dove lo  stile dei Nostri filtra elementi tradizionali, reinterpretandoli in strutture non convenzionali dove il songwriting lineare lascia spazio a contrazioni minimali dal passo meccanico, ma allo stesso tempo ricco di suggestioni. Broadrick prosegue con il suo cantato saturo di effetti, quasi angelico, descrivendo come egli senta bisogno di aria, mentre la mano altrui è sul suo cuore, come continui a sopravvivere nonostante tutto. Suggestioni di rapporti umani che diventano asfissianti, o comunque fonte di peso, qualcosa a cui sopravvivere. Il mondo tematico dei Godflesh non presenta mai speranza o salvezza, nemmeno nei momenti più distesi ed evocativi, mantenendo tanto nella musica, quanto nei testi, un certo sottinteso ostico e nervoso, una sensazione di disagio che scorre sotto la pelle, e che mai può essere veramente cancellata. Synth sognanti tornano a sottolineare i riff distorti, mentre la drum machine e i cimbali spediti segnano il passo ritmico in una marcia sintetica tanto quadrata, quanto efficace. Al secondo minuto e venti una serie di bordate creano una cesura dal sapore più metal, coadiuvate da assoli stridenti e colpi di batteria pestati. Le linee squillanti si dilungano in sottofondo, mentre aperture più distese si alternano con la parata monolitica. Giochi di drum machine e chitarre dal sapore orchestrale si ripetono, portandoci ad un rallentamento sospeso dominato da chitarre dilatate e rullanti accennati. ritroviamo poi la ripresa dei modi iniziali, mentre il cantato ripete con enfasi le sue parole, potenziate ancora una volta da brevi synth, e da loop di chitarra distorti. Si collima ancora con le bordate severe e gli assoli dissonanti, in un'atmosfera dall' anti-melodia appagante. Ed è su queste note che giungiamo al finale, segnato dalla ripresa delle alternanze ritmiche, perpetrate fino ad un ultimo feedback che si dilunga fino all'oblio. 

Wound '91

"Wound '91 - Ferita'91" ha una storia un po' particolare. Si tratta infatti di una seconda versione di un pezzo registrato durante le sessioni di "Streetcleaner" e presente, come altri brani che dovevano comparire sull'EP mai rilasciato "Tiny Tears", nella versione su CD del disco.  è interessante notare le variazioni apportate, in un episodio che, al contrario di altre operazioni analoghe, non solo ha pienamente senso di esistere, ma riesce anche a superare quanto fatto precedentemente, potenziando l'impianto ritmico della traccia e la sua atmosfera altamente malinconica e crepuscolare. L'introduzione marciante quindi viene ora tradotta in un linguaggio più sintetico, ma non meno interessante, con suoni di drum machine presto raggiunti da montanti di chitarra tetri e rocciosi, sottolineati da colpi duri e ripetuti. Broadrick interviene con la sua voce sgraziata, raccontandoci di trame che non possiamo del tutto conoscere: anche in questo caso, infatti, manca un testo ufficiale per la canzone. Conoscendo comunque il mondo tematico dei Godflesh, non è difficile immaginare discorsi su ferite interiori che ci devastano dentro e ci allontanano ogni giorno sempre di più dalla nostra umanità,  configurandosi perfettamente nell'alienazione esistenziale espressa tanto dalla musica, quanto dai testi dei Nostri. In sottofondo si crea una sorta di anti-melodia dissonante, dove un clima insolitamente ammaliante ci guida in una sorta di blues meccanico; l'abilità nel tradurre elementi classici secondo il proprio filtro e gusto non passa mai inosservata, anche se non è così scontato riuscire a captare questi elementi in un contesto così  personale e lontano dai spunti originari. Il groove circolare non si arresta, proseguendo con i suoi toni grevi ed avvincenti, ed ecco che al cinquantesimo minuto s'instaura una marcia marziale dove il basso fa da substrato per i rullanti ripetuti della drum machine, e per le dissonanze di chitarra. Raffiche ritmate fanno da cesura, in un suono duro e decisamente potente, che ripete ad oltranza i suoi modi militanti, sfociando in una serie di attacchi pulsanti. La situazione torna a stabilizzarsi su andamenti dilatati e drum machine in loop, riportandoci ai suoni più distesi di inizio brano; si ripetono comunque le alternanze già incontrate, tornando alle cesure imponenti che evocano parate militari tradotte da chitarre ruggenti e colpi duri di batteria. Mitragliate ritmiche questa volta s'intersecano con dissonanze sparate, in un suono da fabbrica che prende piede con la sua cacofonia tagliente, proseguendo a lungo con rinnovata energia. Un loop ipnotico supportato da fraseggi stridenti in sottofondo, in un suono dal gusto metal, ma anche meccanico, destinato a concludersi con suoni filtrati, capaci di evocare una certa malinconia, coronamento emotivo di una perfetta chiusura per il disco. Un altro tassello per una svolta più emotiva, con tutti i distinguo del caso, che troveremo sempre più nella musica futura della band. 

Conclusioni

Un'opera per lungo tempo sottovalutata, probabilmente avanti con i tempi rispetto al suo periodo d'uscita, e soprattutto lontana dalle aspettative che molti si erano creati dopo l'uscita del disco "Streetcleaner". In realtà, ascoltato con il senno di poi, e con una visione data da quanto è seguito nel tempo e dall'evoluzione dei Godflesh, è facile rendersi conto di quanto le cose siano molto meno diverse rispetto a quanto percepito dal pubblico dell'epoca. Sotto gli elementi elettronici definiti come techno (per gli standard attuali di ibridazione pochi e non certo causa di scalpore nell'odierno ascoltatore più smaliziato) esistono le stesse chitarre ad accordatura bassissima e grevi suoni di basso, coadiuvati anche questa volta da una drum machine meccanica ed ossessiva. Certo, sarebbe altrettanto fuorviante negare quelle che sono le differenze: la voce di Broadrick presenta sempre più anche tratti ariosi ed immersi nei riverberi, senza abbandonare il suo growl ruggente e rabbioso, e nemmeno le sue grida da climax emotivo furente, mentre si affacciano trame che si distanziano da quel "grind rallentato ed industriale" che aveva entusiasmato molti ascoltatori alternativi estremi, avvicinandosi a climi post-rock più evocativi. Ritmiche elettroniche ed atmosfere schiaccianti dominano gran parte dell'album, ma i remix offrono invece ulteriori nuovi aspetti che germoglieranno nella futura carriera di Broadrick, soprattutto in progetti alternativi come JK FleshTechno Animal e The Curse Of The Golden Vampire, simbolo di derive ben più sperimentali e lontane dal mondo metal. Troviamo infatti tratti di elettronica oscura ed ipnotica, con linee trascinanti ripetute in loop, vere e proprie colonne sonore per notti passate in fumosi  dancefloor alternativi, ed anche minimalismi dub dove il tutto viene ridotto all'osso, dando spazio all'uso di effetti e riverberi. Un vero e proprio banco di prova per molti elementi che saranno imprescindibili nella storia imminente del duo inglese, come anche l'idea di "anti-melodie" create tramite un sapiente uso di saturazioni e distorsioni, mutuata dall'esperienza di Broadrick in ambito noise/dark ambient come Final e dai sui tantissimi ascolti in tale ambito. L'influenza del post-rock industriale degli Swans, del proto-doom dei Black Sabbath, del post-punk più avventuroso dei Killing Joke, della techno di Birmingham, e della prima scuola industriale, convertono in un suono totalmente unico per l'epoca. Non è difficile capire perché il disco abbia fatto storcere il naso a molti, in attesa di un disco sperimentale si, ma sempre in un ambito principalmente metal; l'essenza musicale onnivora di Broadrick, cresciuto ascoltando generi diversi tra loro, non era qualcosa di comune, prototipo ante litteram dell'ascoltatore moderno che, complice l'era digitale ed il contatto immediato con sterminati universi musicali, spazia con disinvoltura da un versante all'altro. Una scissione tra l'opera della band e la concezione dell'epoca di metal, che andrà sempre più accentuandosi, come dimostrato nelle interviste rilasciate negli anni, dove il Nostro non si è certo trattenuto da giudizi poco lusinghieri verso il genere (in parte ritrattati in età più avanzata e visti da lui stesso come, anche, una reazione al fatto che le sue idee non venivano spesso accettate e capite dal pubblico degli anni novanta). Nonostante tutto questo, i Godflesh riescono a ritagliarsi un pubblico fedele, e proseguiranno da qui la loro carriera, spostando ulteriormente il tiro verso qualcosa che non è un ritorno ai primi passi, ma nemmeno un'evoluzione delle derive technoidi qui presenti. Verrà invece sviluppato sempre più il lato post-rock ed atmosferico che si affaccia in alcuni episodi, mostrando un motivo emozionale che, sulla carta, contrasta totalmente con l'idea di "musica per cyborg" che spesso si associa ai Godflesh (da Broadrick in primis), ma che nei fatti riesce ad integrarsi perfettamente nell'impianto oscuro e negativo della band. La creatura inizia a seguire un percorso che non sempre è totalmente controllato dal duo, specialmente da un Broadrick caratterizzato da una personalità particolare, diviso tra la sua esigenza sperimentale e la sua idea di purezza del gruppo, e l'anima che sta dietro alla macchina si ribella e trova i suoi spazzi tra i paesaggi monolitici della musica dei Nostri.

1) Slavestate
2) Perfect Skin
3) Someone Somewhere Scorned
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5) Slavestate (Radio Slave)
6) Slavestate Total State Mix
7) Perfect Skin Dub
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9) Wound '91
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