GLORYFUL

End of the Night

2016 - Massacre Records

A CURA DI
FABIO FORGIONE
23/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

A due anni di distanza dall' ottimo "Ocean's Blade", la heavy/power metal band tedesca Gloryful pubblica la sua terza release ufficiale, "End Of The Night", per la "Massacre Records". Il disco, prodotto, missato e masterizzato da Charles Greywolf (Powerwolf) nei suoi studios, e che si avvale (per quel che concerne l'artwork) dell' opera del belga Kris Verwimp(già collaboratore di realtà quali Marduk e Old Man's Child), è il terzo capitolo della saga di Sedna, dea degli abissi marini venerata dalle popolazioni Inuit, e della sua annosa lotta con il capitano Mc Guerkin e i suoi uomini. Una sorta di macro concept cominciato in "The Warrior's Code", album d'esordio della band, datato 2013, passato per il già citato "Ocean's Blade" e giunto al suo terzo capitolo con il full che ci apprestiamo ad analizzare. Tre pubblicazioni alle quali va ascritto l'indubbio merito di aver ampliato la conoscenza del mito di Sedna, che affonda le radici (per l'appunto) nella mitologia Inuit. Viene infatti rivisitato in chiave heavy il mito eschimese della giovane dea dalle dita recise. Sedna, fanciulla bellissima ed estremamente vanitosa, inizialmente promessa in sposa a un cane, instaura invece un rapporto viscerale e per certi versi morboso con il padre; allorché una procellaria, una sorta di divinità inferiore, raffigurata come un uccello dalla meravigliosa livrea, non ne rivendica il possesso, chiedendola in sposa. Il padre concede la giovane al misterioso essere, il quale però ben presto la abbandona su un isolotto deserto, presentandosi al suo cospetto di tanto in tanto unicamente per nutrirla. Sedna, avvinta  dal dolore e dalla disperazione, invoca l'aiuto del padre, il quale, imbarcatosi, la raggiunge e la prende a bordo per salvarla. I due però non sfuggono all'occhio vigile della procellaria che, resasi conto dell' affronto subìto, con un secco batter d'ali provoca una tempesta (si pensi all'etimo latino del termine procella = tempesta). La barca è sul punto di affondare, Sedna si aggrappa al ciglio dell' imbarcazione per evitare di annegare, ma il padre, spinto da un vile sentimento di paura nei confronti dell'uccello, recide le dita della fanciulla con un violento colpo di remi, condannandola alle profondità marine. Spezzato il vincolo che la legava sia al padre che al misterioso e collerico compagno, Sedna è ora libera. Da questo momento in poi ella diviene la collerica e capricciosa dea degli abissi, in perenne contrasto col genere maschile di cui è stata vittima e che ne ha decretato la condanna a morte. Volubile, incostante, altezzosa, a volte anche malvagia, Sedna è in grado di increspare le acque e di creare tormente, se gli umani non le officiano i dovuti rituali e se non sono attenti a non offendere la sua suscettibilità. Ella è regina incontrastata del mare e di tutte le sue creature. Sin dalle origini del mito i popoli Eschimesi la temono e la rispettano, premurosi di non cacciare e consumare mai insieme pesce e carne, poiché questo è per Sedna il più grande torto che le si possa fare, punito con carestie e terribili tempeste. Questo, in brevi cenni, il substrato narrativo su cui si incentra l'opera dei Gloryful. Per quel che concerne invece la veste musicale, la più pertinente ai fini della nostra disamina, va detto che la band è composta dagli stessi elementi che ne siglarono la formazione iniziale nel 2010 e che vede, oltre agli storici fondatori, il frontman Johnny La Bomba e il chitarrista Jens Basten coadiuvati dal bassista Danij Perl e dal drummer Hartmut Stoof, più l'innesto del secondo chitarrista Adrian Weiss, a conti fatti l'unica novità in fatto di line up rispetto al precedente album. La release si muove, con sorprendente agilità e consumata maestria (fatto di per sé straordinario se si pensa alla giovane età media dei singoli componenti) nel vetusto e glorioso  solco dell' Heavy Metal classico, quello della N.W.O.B.H.M. per intenderci, arricchito delle imprescindibili venature power, per la verità massicce e onnipresenti, dettate se non per altro dalla provenienza geografica della band. La Germania, culla incontrastata del Power Metal, la terra che ci ha consegnato gruppi del calibro di Helloween,Gamma Ray, Blind Guardian, Running Wild, Rage, Grave Digger, Edguy, Freedom Call. Gruppi che, oltre ad esser stati i creatori (su tutti gli Helloween e Gamma Ray) del suddetto genere, ne sono stati (per ovvi motivi) anche i maggiori interpreti, dando vita ad un sottogenere che verrà poi ripreso, di lì in avanti, da diverse bands provenienti dalla Svezia (Hammerfall, Nocturnal Rites, Sabaton); dalla Finlandia (Stratovarius, Sonata Arctica); Italia (Domine, Rhapsody, Labyrinth). L'album, pur riprendendo le sonorità dei due precedenti lavori (il debut, giova ricordarlo, fu prodotto da un certo Dan Swano), ne sintetizza e perfeziona la lezione, mostrandosi in tutta la sua forza  e regalità (una produzione encomiabile, che incarna alla perfezione la potenza corale e l'epicità del Power). Il corpus è costituito da  un susseguirsi di perle di sconvolgente bellezza e di maestosa ricchezza compositiva (chi vi scrive è, per dovere di cronaca, un grandissimo estimatore del Power). Si passa con disarmante facilità da mazzate distruttive e di potenza terrificante, a ballad evocative ed intimistiche; da anthem  epici e corali, a stornelli medievali che sembrano esser stati riesumati dalle sabbie del tempo. Il tutto sotto la costante sensazione di avere sotto pieno controllo tutti i registri stilistici via via adottati, in una sontuosa opera di regia musicale degna di un direttore d'orchestra. Musicisti dall'impressionante preparazione tecnica, a cominciare dal talentuosissimo e malmsteeniano Basten, e dal versatile ed eclettico La Bomba; persone che nobilitano e glorificano un genere che, duole ammetterlo, vive un periodo di stasi (se non addirittura di involuzione) con le  bands storiche che non riescono più a rinverdire i fasti di un glorioso passato (penso soprattutto ai Bardi di Krefeld e ai Running Wild, ahimè), vittime prescelte di una congenita incapacità di essere artefici di proposte innovative che non snaturino l'essenza di una proposta cristallizzata ormai da più di tre decadi. Ecco allora una band giovane, fresca, dinamica, incazzata quanto basta, dall'elevatissimo tasso tecnico/compositivo, prendere in mano le redini di un cavallo imbizzarrito che aveva smarrito la giusta via e, soprattutto, colmare un vuoto desolante creato dai già citati, blasonati  fuoriusciti; e che gruppi come i Sabaton, a parer mio, soltanto in parte hanno riempito. Un clima di generale rinascita di un certo sound in cui scorgo una soluzione di continuità col passato (e mi riferisco ai cosiddetti mostri sacri)soltanto nei Rage dell' inossidabile Peavy Wagner e del suo validissimo ultimo "The De il Strikes Again". Come sempre poi, la band di La Bomba e Basten, mostra un songwriting di altissimo livello, in cui in ogni singolo pezzo veste sonora e tema trattato sono in totale simbiosi tra loro. Lascio però ora che siano i brani, a parlare.

Dawn Of The Raven King

I venti secondi della intro "Dawn Of The Raven King (L'alba del corvo sovrano)", col suo piratesco sottofondo di violini e un minaccioso vento che sibila, dalle atmosfere molto Running Wild, ci immerge, quasi a preannunnciarci un imminente tornado, nel poderoso classic metal della prima traccia effettiva del platter. 

This Means War

"This Means War (Questo significa guerra)" profuma di N.W.O.B.H.M. lontano un miglio, fattore tutt'altro che irrilevante se si pensa alla giovanissima età media dei componenti la band. Il mood classicheggiante del brano, che, come vedremo, sarà una caratteristica dell'intera release, è palesemente irrobustito dagli stilemi del power europeo, di cui i teutonici Gloryful non possono non nutrirsi. È fisiologico, come è per un'ape la suzione del nettare da un fiore. Un'inclinazione radicata a fondo nel codice genetico di una band che è espressione di un retroterra musicale dalle nobili vestigia. E che io non stia vaneggiando lo dimostra immediatamente il terrificante riff iniziale, ad opera della sensazionale coppia d'asce Basten/Weiss, coadiuvato dal drumming tellurico del bravissimo Stoot. I colpi cadenzati ma secchi e decisi sul pedale, esplodono dopo pochi secondi in una mitragliata senza tregua, fatta di potentissime bordate e distruttivi colpi di grancassa che non presuppongono pietà. Il massiccio up tempo della sezione ritmica, in cui le linee di basso di un eccezionale Danjj Perl non fanno che rendere più corposo un sound già di per sé potentissimo, ospita il cantato roco e possente di Jonnhy La Bomba, singer versatile e dalle sconfinate potenzialità vocali. Un incedere devastante imposto da un riff assassino, qualcosa a metà strada tra i Grave Digger di "Tunes Of War" e gli Helloween dell'immediato post Kiske, è il terreno ideale per imbastire le armoniche trame delle due chitarre, sempre compatte e furiose, salvo poi alleggerire ed epicizzare l'intero corpus con evocativi "stornelli" di chiara impronta power (Blind Guardian docunt). Tutto il brano è una continua, incessante, accorata incitazione. La Bomba infervora gli animi con la sua voce potente e inconfondibile, la strofa scivola via rabbiosa, mentre il ritornello è una vera e propria esortazione alla battaglia, all'onore, alla gloria. Sempre come copione classico impone, a metà dei quattro minuti circa di durata del pezzo, la coppia Basten/Weiss sfodera un assolo micidiale, veloce e pungente, furente ed epico, nel pieno adempimento dei dettami della european old school. Il tutto però reso sapientemente più nitido e pulito dall'eccezionale veste produttiva del platter, con tutti gli strumenti calati alla perfezione nella loro reale dimensione sonora ed un bilanciamento da manuale. L'inno riprende inarrestabile la sua marcia, tra i sussulti d'orgoglio del refrain e le melodie fortemente sincopate della strofa, sino a giungere al roboante chorus finale, in cui La Bomba tira fuori due terrificanti e ruvidi acuti. Le lyrics riprendono le vicende del capitano Guerkin, che avevamo lasciato nel precedente "Ocean Blade"; vicende e che lo vedevano ucciso da Sedna, dea degli abissi marini, ed imprigionato in una tomba sul fondo del mare. Il testo rievoca dunque la resurrezione del capitano Guerkin, ribattezzato per l'occasione Mc Guerkin dai suoi soldati. Rinascita avvenuta per mano dei poteri magici del più nobile dei suoi guerrieri. Tornato alla vita ed abbandonata la sua sepoltura, Mc Guerkin convoca i suoi fratelli in arme, raduna il suo esercito e lo incita a dare nuovamente  battaglia alla perfida Sedna. Esortazioni all'onore, al valore, allo spirito guerriero si susseguono a ruota. Del resto, questo significa guerra, recita il testo. Ed allora l'incredulo esercito di Mc Guerkin non può non dichiararsi pronto a seguire il suo eroico e valoroso comandante nella sua annosa battaglia contro la dea, anche mettendo a repentaglio la propria vita, se necessario. Le navi salpano nel brumoso orizzonte alla volta della vastità del mare, la quale riserva chissà quali orride e sinistre minacce. Temi epici dunque, che strizzano l'occhio anche alla vetusta e gloriosa scuola dello U.S. Power, degnamente rappresentata da ManowarOmenHelstar e Manilla Road.

The Glorriors

 Il rispetto della tradizione e la devozione dei Gloryful nei confronti delle bands del passato si espleta e si sintetizza al meglio in un brano come "The Glorriors (I Valorosi)", terza traccia del platter. Attacco in pieno stile Running Wild, con i soliti, micidiali riff della coppia d'asce a impazzare devastanti tra le pieghe delle quartine di cui si compongono le strofe. I pattern di batteria, quadrati e compatti, risultano però meno distruttivi che nel brano precedente. E di diverso rispetto al pezzo precedente vi è anche la melodia, qui più lineare e meno serrata. Le linee vocali di La Bomba rievocano i vetrosi, laceranti screams del Chris Boltendahl dei tempi d'oro, così come un chiaro omaggio ai Grave Digger risulta essere l'epico, maestoso refrain. Epico e suggestivo il pre chorus, in cui il "with my brothers" pronunciato all'unisono da tutti i componenti, ha un vago sapore manoworiano, ed è comunque un momento ad altissimo tasso di esaltazione guerresca. Assolutamente dirompente il guitar solo, prova evidente di una eccellente preparazione tecnica dei due guitarist. Rapido e preciso lo stile di Bensen, più corale ed epico Weiss. Ottimo, nel complesso, l'equilibrio espressivo raggiunto dai due axemen, che rendono questo (come del resto gli altri) momento solista, un elemento compositivo che va ad incastrarsi alla perfezione nella tessitura del brano. Il refrain riprende maestoso la sua marcia, accompagnando alla conclusione un brano che decisamente, come il suo predecessore, risulta un vero e proprio pezzo da novanta dell' intero lotto. Il testo mette in scena una sorta di monologo collettivo, mi si passi l'espressione, da parte dei fedeli guerrieri di Mc Guerkin. Figure che, lungi dall'apparire come comprimarie, sono piuttosto un elemento imprescindibile nella trama del concept. I guerrieri rendono omaggio al loro eroe tornato dalla morte. Si dichiarano pronti a seguirlo in battaglia, incuranti dei rischi e sprezzanti della vita stessa, consci del fatto che la morte è, per un soldato,la più alta e nobile manifestazione di eroismo. Concetto questo, derivato dalla mitologia greca classica, e sublimatosi nelle leggende facenti capo alle saghe nordiche, di cui lo spirito dei Nostri è fortemente intriso. Non importa dunque sacrificare la vita, l'onore e la gloria non possono che esser raggiunti tramite il sangue fatalmente versato in battaglia, a costante, imperitura testimonianza di fedeltà e attaccamento  ad ancestrali valori rivolti alle generazioni più giovani. 

Heart Of Evil

L'avvolgente melodia e gli evocativi riff di "Heart Of Evil (Cuore Malvagio)", quarta traccia del full,ci catapultano in una power ballad ricca di fascino e di mistero. La Bomba interpreta le strofe con voce corposa e al tempo stesso pacata, del tutto in sintonia con i contenuti  drammatici delle lyrics, mostrando ancora una volta sorprendenti doti canore. L'incedere mesto della song ha come contraltare un grande lavoro da parte delle due chitarre, impegnate in tessiture armoniche e fraseggi ritmici, percepibili per la verità più mediante un ascolto in cuffia. Sul finire di strofa l'eclettico La Bomba alza drasticamente i toni, andando a graffiare letteralmente il verso che precede il refrain. Ritornello che è un chiarissimo, inequivocabile omaggio ad un'altra musa ispiratrice della band, ossia i Blind Guardian. Impossibile infatti non notare le analogie tra l'esecuzione del refrain di La Bomba ed uno qualsiasi  dell' immenso Hansi Kursch preso a caso da "Somewhere Far Beyond""Imaginations From The Other Side" o "N.I.M.E." , in cui perfino le sovraincisioni registrate su almeno tre diverse tonalità e registri canori,s anno di vero e proprio tributo ai Bardi di Krefeld. Il tutto mentre l'ossessiva e martellante ritmica delle chitarre procede senza sosta in una sorta di perpetuo sottofondo. A metà brano si cambia repentinamente registro e, come un improvviso  soffio di brezza gelida che ci sveglia da un torpido dormiveglia, una brusca accelerazione trasforma la suadente power ballad in un pezzo ultra-speed, con un redivivo Stoot a serrare i ranghi col suo drumming forsennato e il fido Perl a stargli dietro a colpi vibranti di basso. Poco più di una scheggia, che fa da preludio ad un assolo al fulmicotone strutturato in due parti. La prima ad opera del solito Basten, velocissima, pungente, molto pulita nell'esecuzione; la seconda, di stampo classicheggiante, eseguita con enfasi da un ottimo Weiss. Alla fine dello straordinario momento solista, uno stacco di chitarre, una vera e propria cavalcata lenta e poderosa, in pieno Maiden style, ci riporta, come per incanto, nella maestosa epicità del refrain che conduce  il pezzo alla conclusione. Il cuore del male di cui narrano le lyrics altro non è che la manifestazione venefica dei terribili poteri del mostro marino, presumibilmente la dea Sedna che, evocata per colpa dell'oltraggio subito, induce gli audaci guerrieri allo smarrimento. I suoi poteri sono fortissimi, riescono a generare il gelo e l'oscurità nei valorosi animi degli intrepidi navigatori. L'impresa si rivela più ardua del previsto; i guerrieri di Mc Guerkin sono avvinti dallo sconforto, alcuni di loro si lasciano addirittura sopraffare dalle spire malefiche dei poteri di Sedna. Ma non tutto è perduto: i nobili guerrieri sono consapevoli della forza del loro nemico, e sanno anche di poter contare sul loro stesso coraggio. L'incubo è iniziato,recita tuttavia un verso del brano, e allora non resta che fare appello alle eccezionali virtù di cui tutti dispongono, per far fronte comune e cercare di sconfiggere la mostruosa dea degli abissi.

Hail To The King

 La chiusura dell'A-Side, ovvero la quinta traccia "Hail To The King (Lunga vita al re)" è di quelle che abbatterebbero un bisonte inferocito. Un maestoso coro pronunciato da tutti i musicisti e senza alcun sottofondo strumentale, in pieno stile Manowar, preannuncia la corsa forsennata dei quattro strumenti, lanciati all'unisono nell'innalzare un muro sonoro dalla potenza e dalla rabbia spaventose. Riff serrati e velocissimi, linee telluriche di basso con l'ottimo Perl che rischia la rottura del tunnel carpale, Stoot letteralmente devastante dietro il suo drumkit, spianano la strada alla strofa; la solita ruvida, vetrosa rasoiata intonata da un sensazionale La Bomba, intento più che mai a far rivivere i terremotanti fasti vocali del già citato Boltendhal. In coda alla strofa trova posto un epico e melodicissimo refrain,ancora una volta debitore nei confronti dei maestri di Krefeld. Nemmeno il tempo di immergersi nelle magiche atmosfere evocate dal ritornello, che ecco un primo, micidiale, granitico assolo di chitarra ad opera dello strepitoso Basten.Uno di quei momenti che fanno esaltare ogni metal defender che si rispetti. Una furia impressionante, una forza della natura incarnata in cinque dita che si muovono maledettamente veloci sulla tastiera, ricalcando scale cromatiche  al limite del pentagramma. La colata lavica cede nuovamente il passo alla strofa, e poi via ancora col refrain, in un crescendo senza sosta di potenza metallica, accentuata dalla ritmica vorticosa, frenetica, convulsa dettata dalle due asce impazzite. L'orgia d'acciaio fuso riporta nuovamente il pezzo su un altro stratosferico guitar solo, eseguito stavolta da Weiss, il quale, rispetto al collega, mostra uno stile più epico e dai marcati richiami neoclassici, come dimostrano le fasi finali di questo straordinario momento solista, in cui pare davvero di sentirete chiare eco dei primi Helloween. Semplicemente da brividi risultano, poi, i sincopati brevi chorus intonati dai cinque sul finire di ogni strofa. Il pezzo si chiude con il refrain ripetuto per due volte, e ci consegna un episodio che pare realmente emergere dalle sabbie del tempo. Questa è una band coi controfiocchi, con musicisti tecnicamente preparatissimi, un singer poliedrico e versatile; ma soprattutto è una band ancorata a stilemi palesemente  datati, intenzionata a rinverdire i fasti del glorioso power metal di scuola europea, intriso però della più genuina componente "stradaiola" della N.W.O.B.H.M. Le lyrics mettono in scena un monologo al limite dell' autoesaltazione di Mc Guerkin che, ben presto, si tramuta in un animoso e fiero appello rivolto dallo stesso capitano ai suoi prodi. Egli, in un crescendo di orgoglio guerriero e in un tripudio di proclami inneggianti al coraggio e al valore, riannovera, al cospetto dei suoi uomini, le gesta che lo hanno condotto sin lì. Egli ha sconfitto la morte, ha varcato i cancelli infernali, ha avuto ragione dei demoni, della paura e delle incertezze. Ora, nel suo cuore, albergano soltanto sentimenti di rabbia e di vendetta. La perfida Sedna e le sue orride legioni di mostri dovranno fare i conti con i suoi valorosi uomini, uniti e pronti a sacrificarsi in onore del proprio re. Onore al Re, dunque! E che la battaglia abbia inizio!

For Victory

 L'apertura della B Side è affidata ad un anthem dai fortissimi richiami epici. "For Victory (Per la vittoria)" ha infatti il compito di ricondurci in atmosfere più introspettive dopo che la precedente, bellicosa sfuriata, ci aveva messo a repentaglio le vertebre del collo. Riff cadenzati alternati a secchi colpi di pedale e di grancassa introducono la strofa, interpretata con piglio e voce muscolare dal sempre più sorprendente La Bomba, coadiuvato da evocativi chorus sul finire di strofa. Qualcosa nelle melodie di questo brano riporta alla mente i Manowar di "The Gods Made Heavy Metal", fatta eccezione per le caratteristiche vocali di La Bomba, oggettivamente troppo diverse da quelle del grande Eric Adams. Perlomeno sino a quando il pezzo, giunto sul corale refrain, diviene un chiaro omaggio, ancora una volta, agli imprescindibili Blind Guardian, con i suoi intermezzi corali sovraincisi su due diverse tonalità. Un espediente divenuto un vero e proprio trademark di Kursch e soci e sapientemente fatto proprio dai Gloryful. Due strofe e due ritornelli che si alternano in maniera regolare, impreziositi da affascinanti tessiture armoniche e dalle notevoli doti del singer, ora rabbioso, ora declamatorio, a seconda dei contenuti espressi dalle lyrics. Il classicissimo e imperturbabile equilibrio della composizione, con il suo inesorabile mid tempo anthemico, viene interrotto, a metà brano circa, da una brusca accelerazione. Stoot pesta duro sul suo drumkit, seguito a ruota dalle due asce e dal fido Perl. La ritmica, improvvisamente divenuta convulsa, viaggia spedita verso l'assolo di chitarra. Un momento ricco di pathos e che ci riporta dritti alle atmosfere  classiche del power più genuino, in cui, ad una prima parte epica e coinvolgente, ne segue una più lesta e selvaggia, come sempre equamente ripartita tra il solido Weiss e il funambolico Basten. Terminato l'assolo, il brano riacquista la sua dimensione onirica, avviandosi alla conclusione con la reiterata intonazione del ritornello. Per la vittoria, recita il testo della song. E allora ecco che viene fuori tutta la rabbia, la foga,l'impeto di un songwriting orientato sul risveglio dei sentimenti più nobili, atavici e guerreschi che albergano in ognuno di noi. Il testo, per la verità riconducibile a stilemi di pluriennale ed accertata tradizione epica, non certo esclusiva dei Nostri, con le sue esortazioni al valore, al coraggio, ai più nobili e alti sentimenti umani, è più da intendersi come un rafforzamento di tali peculiarità, quasi a voler rimarcare concetti che nella nostra epoca sono andati via via scomparendo, che non come un elemento narrativo indispensabile ai fini dello svolgimento cronologico delle vicende del concept. Nulla di originale dunque, una pedissequa rassegna di topoi tipici del filone epic/fantasy, un trend di cui tutte le più osannate bands militanti nel genere hanno ampiamente fatto uso. Per rimanere ai fatti inerenti l'intreccio narrativo dell'album che stiamo esaminando, il capitano Guerkin, come già fatto precedentemente, esalta i propri uomini, li esorta, con toni al limite del fanatismo bellico, a combattere e a vender cara la pelle. Niente e nessuno sino a quel momento li ha piegati; il viaggio da loro percorso tramite la paura non ha fatto altro che corroborare i loro animi, rendendoli impavidi e spavaldi. Che qualcuno provi a contrastarli, se ne ha il coraggio, essi ormai intendono raggiungere la vittoria, qualunque sia il prezzo da pagare. 

End Of The Night

 Giungiamo dunque alla settima traccia del platter,che è anche la title track. E qui i paragoni con gli incontrastati maestri Blind Guardian si sprecano, essendo il pezzo una vera e propria ballata medievale, con tanto di violini ed archi ad allietare l'udito e lo spirito, nonché chitarre acustiche registrate in primissimo piano. Il pezzo dei Bardi di Krefeld che prima di tutti mi viene in mente è la celeberrima "The Bard's Song", divenuto forse il brano più rappresentativo della band, un vero e proprio  inno del power metal. E qui l'intento dei Gloryful di incensare a dovere Kursch e soci è più che palese. Le strofe viaggiano dolci e suadenti, in perfetta alternanza con i chorus epici del refrain, con La Bomba improvvisamente divenuto un rapsodo, intento a rievocare le nobili gesta e le costanti speranze dei suoi prodi. Dopo le due strofe, trova posto un meraviglioso assolo di violini, perennemente accompagnato dagli evocativi sottofondi di chitarre acustiche, sospese tra lievi arpeggi e armoniche sovrapposizioni. L'incedere, pacato e al tempo stesso maestoso, è realmente in grado di trasportarci in un'altra dimensione, fatta di guerrieri, fate, dèmoni e castelli incantati. Le ambientazioni "Sword And Sorcery" tipiche del power affondano le proprie radici nel vetusto e consacrato filone della musica quattro/cinquecentesca, con i suoi stornelli e le sue ballate. Ma il merito di aver portato i suoi cliché nel rock (e di seguito nel metal) va indubbiamente ascritto a Ritchie Blackmore, primo tra tutti a tentare, con successo, una suggestiva fusione tra gli stilemi compositivi tipici del datato genere e quelli più dichiaratamente rock. Basti pensare ai suoi Blackmore's Night, la summa del suo modo di concepire la musica.Senza ovviamente dimenticarci dell' Elfo Italo-americano, il leggendario R.J. Dio, anch'egli grandissimo estimatore della musica medioevale / rinascimentale. Una digressione che mi è sembrata doverosa, onde comprendere appieno l'opera che stiamo esaminando, figlia di un filone orgogliosamente cristallizzato. Quale sfondo migliore, dunque, per interpretare nella miglior maniera possibile le fiere riproposizioni e le corali rievocazioni del capitano Guerkin? Dopo anni trascorsi sotto il regime del terrore, della malvagità e dell' oscurità, è tempo di tornare a veder sorgere l'alba  di un nuovo giorno. I tempi oscuri sono destinati a rimanere alle spalle dei suoi uomini e dei popoli oppressi dal malefico potere della dea. Il nobile guerriero, già morto una volta, atteso a lungo e poi risorto, è nuovamente pronto a sacrificarsi in nome della libertà e del bene. Il sacro potere della stella di fuoco risiede nella sua mano, egli assumerà l'aspetto di un dio con ali nere che dichiarerà guerra al mondo delle tenebre. Ma, questo è bene che i suoi uomini lo sappiano,s arà una lotta eterna e senza fine, che li vedrà eternamente in guardia. La vittoria è vicina, ma richiederà una strenua resistenza e non sarà una guerra immune da perdite in termini di vite umane. Dopo la pausa di riflessione, i cinque tornano a fare sul serio, pestando duro e premendo il piede sull'acceleratore.

God Against Man

 La successiva "God Against Man (Il Dio contro l'uomo)", infatti, ottava traccia dell' LP, si presenta come una marcia distruttiva e furiosa. I pacati riff che la introducono cedono presto il passo ad una ritmica schiacciasassi, con le due asce e il basso di Perl che avanzano all'unisono, possenti e granitici, guidati dai micidiali pattern di batteria del furibondo e precisissimo Stoot, vera e propria macchina da guerra, in grado comunque di saper gestire e alternare magistralmente diversi registri di drumwork, con consumata maestria. Come è logico che sia, su un tappeto sonoro di tale fattura, il cantato di La Bomba non può che essere energico e rabbioso, perfettamente adeguato, tra l'altro, ai toni eroici e fieri delle lyrics. Rapide e potenti si susseguono dunque due strofe, maestosamente seguite da un coro, anche qui molto Manowar, pronunciato simultaneamente dai cinque. Un "God Against Man" da brivido, che incuterebbe terrore ad un'orda di barbari inferociti al solo sentirlo. Ecco che però, con grande effetto a sorpresa, la ritmica sin qui bellica e vorticosa, lascia spazio, poco prima della metà del brano, ad un indovinatissimo cambio di ritmo. Il poderoso up tempo delle due quartine iniziali si trasforma infatti in un classico mid tempo, con le chitarre e il basso a serrare i ranghi dell'andatura, preparando la strada al consueto, epicissimo refrain di chiara matrice classica. In un intermezzo che sa veramente tanto di Iron Maiden, ai maestosi chorus si alternano due straordinari assoli di chitarra. Come sempre, momento solista bipartito: la prima parte, cadenzata e da un marcato retrogusto melodico, eseguita dall' impeccabile Weiss; la seconda, annunciata da un massiccio distorsore, diviene col passare dei secondi via via più rapida, nitida e precisa, e a farsene carico è, ovviamente, il bravissimo Basten. Momento ad altissimo tasso adrenalinico per quello che, a parere di chi scrive, è il pezzo più interessante tra quelli sinora ascoltati, il primo in cui la band, lungi dal prescindere da irrinunciabili e inevitabili reminiscenze  maideniane, opera un primo, reale tentativo di divincolarsi dal peso della tradizione power di cui pure si nutre. Altro orgoglioso, eroico appello al coraggio e alla battaglia fuoriesce dal testo di questa straordinaria canzone. La marcia contro il nemico ha avuto inizio e non ci saranno alternative alla libertà degli uomini. In un crescendo di esaltazione e di spirito di eroismo, Guerkin esorta i suoi guerrieri a non temere niente e nessuno. La loro unione accresce la loro forza, essi spezzeranno per sempre le catene dell'oppressione e della schiavitù, nella perenne, interminabile battaglia che vede contrapporsi Uomo e Divinità. Una marcia inarrestabile condotta da guerrieri senza paura, poiché ognuno di loro sa che non combatte e mai combatterà da solo. La vendetta è l'unica opzione possibile per chi ha dovuto vivere a lungo sotto l'oppressione e la schiavitù e per chi, come Guerkin, ha superato la tempesta e sconfitto la morte. Egli non avrà pace finché non avrà ottenuto la sua rivincita. Dopo la sfuriata del brano precedente, i toni si stemperano, e il disco ritorna su toni più epici e corali. 

On Fire

La nona traccia "On Fire (A fuoco)" è infatti un altro di quegli anthem che tanto piacciono ai fans del power metal. Delicati arpeggi di chitarra fanno da preludio ad uno squillante e melodicissimo riff, accompagnato da un gran lavoro alla batteria del bravissimo Stoot, che ad una prima parte di drumming molto settantiana, tiene dietro subito dopo con il suo tipico incedere arrembante, in sostanziale simbiosi con il generale innalzamento dei toni della ritmica. Nulla di distruttivo, il pezzo è un mid-tempo marziale e cadenzato, dal mood epico e corale, sottolineato dal cantato di La Bomba, regale come sempre nell'interpretare la strofa. Le chitarre, incessanti nel riprodurre un tappeto sonoro assiduo e quasi asfissiante, svolgono un gran lavoro in fase ritmica, ben sorrette dalle partiture di basso dell'onnipresente Perl, che ricorda molto, nell' economia generale della struttura e del sound della band, lo Ian Hill dei Judas Priest: poco incline a virtuosismi ma tremendamente efficace nel conferire compattezza ai brani. Il pezzo forte della canzone resta però, in realtà, lo straordinario appeal melodico, ancor più palese nel ritornello, l'ennesimo maestoso, epico, monumentale chorus cantato su una doppia intonazione vocale, solare dichiarazione d'amore nei confronti degli onnipresenti Blind Guardian. Questo pezzo, oltre che ai già citati Bardi di Krefeld, è fortemente debitore nei confronti delle sonorità dei Maiden era post reunion. Ciò si evince, oltre che dalla classicissima struttura ad anello che vuole l'apertura e la chiusura del brano stesso perfettamente speculari, con gli evocativi arpeggi a recitare la parte dei protagonisti indiscussi (si pensi a diversi brani tratti da "Dance Of Death""A Matter Of Life And Death""Final Frontier") anche dal perentorio cambio di ritmo che si assesta a metà canzone. Una bruciante accelerazione, trademark inconfondibile del songwriting harrisiano, spezza drasticamente in due il brano, seguito da un micidiale, velocissimo, precisissimo assolo di Basten, in cui a tratti pare di sentire il divino Malmsteen.Passato l'impeto furioso del momento solista, il brano torna in linea col generale trend iniziale, sospeso tra l'epicità del refrain e la sostanziale  robustezza della ritmica, impreziosite dal consueto, accattivante sfarzo melodico; e si chiude, così come si era aperto, con suadenti arpeggi di chitarra. L'annosa sfida con la perfida dea marina sta per giungere alla stretta finale. L'incubo sta per essere infranto una volta per tutte e la gloria eterna attende nell'ombra i valorosi uomini che tanto l'hanno cercata e invocata. In fiamme, le spade rivolte al cielo, il loro clangore riecheggerà minaccioso. Onore, coraggio, bisognerà combattere, fino al giorno del giudizio, fino al raggiungimento della vittoria, il crepuscolo degli dei. Verrà combattuta la battaglia finale, in un cruento faccia a faccia con la malvagia dea. Tutti uniti, per raggiungere la vittoria, i valorosi guerrieri muovono alla conquista del mare, e rispediranno Sedna nel baratro infernale. E allora la gloria arriverà, imperitura, per chi ha compiuto siffatta intrepido impresa. Ennesima dichiarazione di coraggio, ulteriore esortazione a compiere atti eroici, la riconquista della libertà perduta per mano della dea. Un'impresa nobile che verrà tramandata ai posteri e per la quale i soldati verranno ricordati e ricoperti di ogni onore. Il commiato della band dai propri fans è di quelli che lasciano il segno. 

Rise Of The Sacred Star

"Rise of The Sacred Star (Il sorgere della Stella Sacra)", decima e ultima traccia del disco, annunciata dal solito riff epico, si trasforma, dopo pochi istanti, in un'autentica mazzata. Un incedere tritaossa in cui l'intera sezione ritmica contribuisce a conferire al pezzo un'andatura quasi thrash, che viene però gradualmente affievolita dall'ingresso di La Bomba nella song. Il frontman interpreta infatti la strofa col consueto e, se vogliamo, anche scontato mood power, sottolineato dalla fortissima carica melodica di cui il pezzo è intriso. Due strofe e due refrain che si susseguono agili e possenti, la cui magnificenza viene però raggiunta proprio nel refrain, in cui il maestoso chorus riporta alla mente quello dei Maiden della gloriosa "Heaven Can Wait". Solito break centrale con conseguente,brusco rallentamento dell' andatura, anch'esso di stampo chiaramente maideniano, quand'ecco prendere vita uno straordinario guitar solo, la cui prima parte sembra uscita da "The Dragon Lies Bleeding", prima traccia dell'eccezionale "Glory To The Brave", debut degli svedesi Hammerfall. Assolo che diviene, col passare dei secondi, via via più rapido e preciso, la solita, nitida  rasoiata del consumato Basten. Ripresa del vorticoso ritmo iniziale e nuovo rallentamento, in pieno stile classico, per poi avviarsi alla conclusione, con il corale refrain cantato con piglio sontuoso dall'abile singer. Altro pezzo da novanta, in un lotto che, invero, non ha affatto mostrato cali di tensione, in cui, anzi, l'esaltazione e l'adrenalina l'hanno fatta letteralmente da padrone, fatta eccezione per quei brani in cui la band ha voluto mettere maggiormente in risalto l'aspetto più poetico e introspettivo del power metal. Ed un brano di siffatta caratura non può che contenere chiari ed espliciti messaggi inneggianti alla gloria e alla vittoria finale. Guerkin ha nella sua mano un potere immenso, il potere della sacra stella. La forza della luce risiede in lui, e sarà tramite quella forza che annienterà le tenebre e debellerà la dea degli abissi, restituendo ai popoli oppressi la loro libertà. Il suo destino è scritto, l'eroe tornato dalla morte, il prescelto, ha spezzato per sempre le catene dell'oppressione. È divenuto una sorta di Dio mortale, un eroe eterno, che illumina l'oscurità col fiammeggiante potere che possiede nella sua mano. L'ora della sacra stella è giunta, lo scontro finale con Sedna è dunque alle porte. Coraggio e onore,fino alla fine dei tempi!

Conclusioni

Un disco dunque davvero ottimo, che facciamo realmente fatica ad immaginare datato 2016, una di quelle release che ti riconciliano con il classico, che del classico possiedono la storia e la gloria, nonostante la giovane età dei suoi raffinati interpreti. Un sottogenere nato nella seconda metà degli anni ottanta e giunto sono ad oggi, tra mille difficoltà ed alterne fortune, sempre inossidabile e uguale a sé stesso. I Gloryful sono una di quelle band che, grazie anche ai due precedenti album, ma soprattutto per merito di questo "End Of The Night", lancia più che rassicuranti messaggi di speranza per la sopravvivenza e la naturale continuazione del Power che, in un generale clima di penuria di proposte, li consacra come degni eredi di una scuola nobile e gloriosa. Le accattivanti melodie unite alla straordinaria potenza di un sound fatto di ritmiche telluriche, ritornelli epici, linee vocali maestose, assoli al fulmicotone, accelerazioni alternate a suggestivi stacchi e cambi di tempo, sono tutti ingredienti che fanno la felicità di ogni metal defender che si rispetti. Elementi che solitamente vengono cercati (e trovati) in tanti dischi del passato, ma facilmente reperibili in opere contemporanee, quali appunto quelle dei Gloryful. Non vorrei farmi eccessivamente trascinare da facili entusiasmi; del resto, in un periodo che vede un generale e sistematico rilancio del genere (ossia la fine del decennio novantiano), uscito fortunatamente indenne dai tremendi colpi inferti dal Grunge, anche una band come gli Hammerfall aveva infervorato il mio animo assetato di doppia cassa e di "Sword And Sorcery". Salvo poi farmi clamorosamente ricredere, dopo un avvio assai più che promettente. Cosa che, ad esempio, non sono mai riusciti a fare i connazionali Sabaton, prigionieri della loro immagine di power metallers creati ad arte dal mainstream, nella quale forse sono proprio loro i primi a non credere. Questi cinque ragazzi teutonici invece dimostrano, oltre che di saperci fare con gli strumenti, di possedere quel quid che li differenzia dal resto della proposta (non cospicua in verità) e che li proietta in una dimensione superiore. Una band meravigliosamente in grado di muoversi tra le due anime del Power: la già più volte citata anima europea, che ne certifica l'estrazione e ne fissa i dogmi stilistici, e quella più tipicamente statunitense, alla quale pure si ispira, orgogliosamente rappresentata da ManowarOmenManilla RoadHelstar e Virgin Steele. Una scuola, quella d'oltreoceano, sensibilmente diversa da quella europea, più grezza, sanguigna, epica, feroce per certi versi, ancorata a contenuti derivanti dalla tradizione mitologica nordica (fatta eccezione per la band di De Feis,da sempre affascinata da ambientazioni greco/romane classiche). Una scuola in cui è palesemente visibile, e non potrebbe essere altrimenti, la mancanza di quella componente neoclassica di cui le produzioni europee sono intrise sino al midollo, vista la provenienza geografica dei loro interpreti, i quali recano nel proprio DNA gli stessi geni di Wagner o Beethoven. Eccezionali dunque questi Gloryful, band interessante e promettente, che ritengo davvero in grado di superare l' accademico dualismo tra il power del vecchio continente e quello americano, anzi, piuttosto, capace di operare una suggestiva fusione tra le due tradizioni, bilanciando e alternando sapientemente le caratteristiche ora dell'una ora dell'altra, in un'opera dagli esiti a dir poco affascinanti. Se gli Helloween riuscirono, sul volgere degli anni ottanta, ad operare la fusione tra la N.W.O.B.H.M. e l'Heavy teutonico, dando così vita al Power come oggi lo conosciamo, è lecito, se non altro, attendersi un progetto altrettanto audace e ambizioso da parte di questa band. Il tempo è dalla loro parte. A noi non resta che assistere e valutarne i risultati. Per il momento ci godiamo questo disco superlativo.

1) Dawn Of The Raven King
2) This Means War
3) The Glorriors
4) Heart Of Evil
5) Hail To The King
6) For Victory
7) End Of The Night
8) God Against Man
9) On Fire
10) Rise Of The Sacred Star