GIACOMO VOLI

Ancora Nell'Ombra

2015 - Self

A CURA DI
ROBERTA D'ORSI
22/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Recensione

Il dilagare sempre più imponente dei talent show in Italia, mi ha fatto molto riflettere sulla qualità degli stessi, portandomi ad un inevitabile paragone con quelli inglesi e americani, la cui partecipazione da parte di aspiranti talenti, non conosce una strada unilaterale, ma consente un approccio artistico a 360°. La nascita dei talent show avviene nei primi anni duemila in Inghilterra per mano di Simon Fuller, manager di Annie Lennox. “Pop Idol” funziona, diviene un contenitore di intrattenimento televisivo, che consente agli aspiranti cantanti (in questo caso) di realizzare il sogno di una vita, passando per il giudizio del pubblico da casa tramite ausilio di televoto e di una giuria in studio, composta da personaggi del mondo dello spettacolo. La creazione di Fuller fa il giro del mondo, con la conseguenza quasi scontata di avere dei programmi cloni in altri paesi; è la volta dell’America e ad ideare il tanto famoso “The X Factor” è il produttore discografico Simon Cowell. Invece negli anni duemila in Italia prolificano “Amici”, “Popstars”, “Operazione Trionfo”, “Music Farm”, il clone di “X Factor” e “The Voice”. Devo ammettere che inizialmente ho seguito ognuno di questi talent “pizza e mandolino” ed ho sentito sempre le stesse voci, sempre lo stesso genere “leggero”, personaggi ed aspiranti musicisti fatti con lo stampino, quasi sempre, ma la caratterizzazione rimaneva sugli standard pop – commerciali. Ho cominciato quindi a guardare le edizioni straniere, in particolare proprio quelle inglesi ed americane e con grande soddisfazione, aspettandomelo, ho constatato quanto sia eterogeneo il comparto partecipativo degli artisti in gara. Voci non solo belle, particolari, ma che appartengono a gusti ed ispirazioni variegate; pop, country, blues, jazz, rap, rock e metal. Ce n’è davvero per tutti i gusti ed il rock e il metal non vengono bistrattati come da noi, nonostante ai provini le voci “dure” si presentino, ma o vengono cestinate o se riescono a partecipare alla gara televisiva, vengono messe fuori combattimento quasi da subito. Nel 2014 al reality show “The Voice of Italy” si presenta un “losco figuro”, un certo Giacomo Voli che con il suo abbigliamento Malmsteeniano, il capello lungo ed una voce dalla grande estensione, riesce (con mia enorme sorpresa) ad arrivare secondo. Abbandonata la visione di questi contenitori ormai da anni, ho appreso la notizia dell’esistenza di Giacomo, tramite il web; facebook dilagava di notizie su questo “metallaro” che aveva incendiato gli animi degli spettatori del talent show e del suo vocal coach, Piero Pelù. Non potevo quindi non approfondire la cultura su questo capellone e sulla sua voce rock. In effetti le sue performance vocali trovate su youtube mi hanno portata a pensare che Giacomo, avrebbe meritato la vittoria, invece è stato spodestato da Suor Cristina.. Evito qualsiasi commento per rispetto dei credenti, ma una cosa la voglio dire: “Mi trovo di fronte alla solita Italia, falsamente aperta di mentalità e che conquista il popolino con contenuti artistici di infimo livello”. Di contro ho sempre pensato che la vittoria in un concorso, qualunque esso sia, non è di certo sinonimo di essere davvero il migliore o il più meritevole, per cui ben venga nel caso di Giacomo il secondo posto. Nasce a Correggio e cresce a Reggio Emilia, dove sin da ragazzino si appassiona alla  musica grazie a suo nonno cornista d’orchestra ed insegnante di conservatorio. Adolescente Giacomo abbraccia la passione per il canto, cominciando la sua esperienza, come molti ragazzi fanno, nella classica garage – band. L’influenza di lirica e musica classica lo porta a cimentarsi nell’interpretazione dei brani appartenenti ai Queen ed alla voce inconfondibile di Freddie Mercury. Poi arrivano gli studi con maestri di canto ed il mettersi in discussione interpretando oltre alle canzoni dei Queen, quelle di Toto e Deep Purple. La partecipazione a concorsi musicali, l’esibizione nei musical e nelle tribute band, l’esperienza in progetti inediti, tengono Giacomo costantemente impegnato nella sua grande passione, finché nel 2012 decide di impartire lezioni di canto presso scuole private e di comporre pezzi propri, prendendo ispirazione dal rock elettronico, dal pop, dal funky e dall’RNB. Nel 2014 partecipa al talent show che gli è valso il secondo posto e conseguenzialmente registra il debut album dal titolo “Ancora nell’Ombra”, rilasciato nel 2015, autoprodotto e distribuito dall’ Atomic Stuff Promotion; la voce di Voli e la batteria di Demis Castellari sono state registrate presso il D-Show Studio di Giovanni Pigino a Baganzola di Parma, la chitarra di Riccardo Bacchi ed il basso di Federico Festa sono stati registrati nello studio di Bacchi, la tastiera di Mattia Rubizzi è stata registrata in casa sua come anche la realizzazione del mix. Il master finale è stato realizzato col supporto di tutta la band presso lo studio di Mattia Rubizzi. La caratterizzazione di questo lavoro è la scelta di cantare in italiano, decisione presa come una sfida, al fine di rilanciare il rock cantato dal suo interprete in lingua originale. L’artwork di copertina è molto semplice e minimale, ritrae l’artista mentre imbraccia una chitarra, sullo sfondo ingrandito del suo logo. L’ep d’esordio di Giacomo Voli, contiene sei tracce di cui quattro inediti e due cover, per una durata di 24 min. e 06 sec.



Il disco parte con “Il Vento Canterà” il cui sound di stampo indubbiamente hard rock affonda le radici in un post – grunge che richiama band come Alter Bridge e Black Stone Cherry, la cui musica è stata di ispirazione per Voli. Il riff iniziale deliziosamente southern rock avvia la traccia che prende una piega più propriamente alternative. Il cantato in italiano non mi spiace affatto, di sicuro crea un contrasto particolare ed interessante con la melodia proposta, anche se la linea vocale la trovo un pelino “pop” e tipicamente da musica leggera italiana. In sostanza il risultato funziona, grazie all’interpretazione variegata di Giacomo, che fortunatamente tra vocalizzi e registri altri, dona movimento alla linea vocale. Il brano mi ricorda molto i vecchi Timoria nell’era di Francesco Renga alla voce, così come trovo delle similitudini tra i due vocalist, nonostante un timbro diverso. Mi colpiscono alcuni pattern di batteria ne Il Vento Cambierà, rispetto agli altri strumenti che rimangono più in sordina e la cui unica funzione è quella di accompagnamento per la voce. L’inizio e la fine del brano presentano un deciso riff di chitarra, unico momento in cui le corde si fregiano di protagonismo. Quel riff, così come l’evocativo fill di batteria, sono gli unici due elementi strumentali ad avermi colpita e che in realtà danno movimento al songwriting, altresì un po’ piatto. Il testo enuncia una condizione di sfruttamento da parte del protagonista, parole di sfogo nei confronti di chi lo ha prima usato e poi gettato via; frasi come “giochi con la vita, giochi quasi a fare Dio” oppure “usi me perché tu non hai qualità” sono esplicitamente indicative di quanto l’essere umano, pensa di essere sopra qualsiasi cosa e sopra chiunque, calpestando la dignità di altre persone che dimostrano una maggiore disponibilità e tolleranza. Questo non significa essere inferiori, tutt’altro e spesso chi soffre di insoddisfazione personale, cerca di annientare gli altri per sentirsi più gratificato. Il protagonista auspica, chiaramente, in un mondo diverso, dove prevalgano onestà e verità ed il vento porterà in giro l’eco della sua musica, una musica colma di sogni e speranze. Si cambia totalmente registro con “La Fenice”, che ci regala sonorità più cupe infarcite di effetti synth. Il nostro Giacomo trova l’ispirazione per questo brano in artisti quali Muse e Skunk Anansie, in effetti riuscendo ad isolare la sua voce dalla melodia, quest’ultima evoca ambientazioni elettro – alternative – rock, mentre se ci fate caso col cantato in italiano e la conseguente linea vocale, il risultato è qualcosa di molto simile ad alcuni vecchi pezzi dei Negramaro, gruppo (in particolare per i primi dischi) ingiustamente bistrattato. La presenza abbondante delle tastiere e di effetti elettronici, così come gli FX sulla voce, mettono in risalto una cura più minuziosa alla creazione della track in questione. Voli non ha un timbro particolarmente riconoscibile o peculiare, ma ha la capacità di interpretazione nonché il dono e la tecnica per spingersi su ottave piuttosto alte. Il livello compositivo della canzone non è eccezionalmente difficoltoso, ma la creatività e l’arrangiamento ne rendono gradevole l’ascolto per tutta la durata. Il commettere errori di cui pentirsi cercando di imparare da essi per migliorarsi, viene interpretato nelle liriche come la metafora di un amore che finisce e che si desidera ardentemente risorga, proprio come la fenice rinasce dalle proprie ceneri. La perdita della persona amata è talmente straziante, da sentirne ancora di più il bisogno di averla accanto, come sempre accade; il protagonista chiede idealmente al suo amore di perdonarlo, in modo tale da poter ricominciare un nuovo percorso insieme. La cenere rimasta dal loro rapporto potrebbe far rinascere un rinnovato e ritrovato sentimento, con la forza della volontà e del perdono, capendo quali sono gli sbagli commessi ponendo il giusto rimedio. Altro genere altra corsa con “Un Capitale”, brano nel quale possiamo immergerci in sonorità hard rock secche e lineari. Non ci sono fronzoli od orpelli particolari, ritmo ed energia percorrono un fronte energetico che trova a  metà canzone, riposo su un tappeto estremamente melodico. La modernità di sound ed arrangiamento proposto nei due brani precedenti, lascia il campo ad atmosfere tipicamente rock old school, ed è un piacere lasciarsi trasportare da nudezza e crudezza compositiva, in cui non ci si arrovella la mente alla ricerca di questo o di quell’effetto, al fine quasi ossessivo di incorporare personalizzazione alla melodia. La resa musicale degli strumenti che producono note e sound secco, è ugualmente incisiva e d’impatto di quelle più articolate ed infarcite da una moltitudine di effetti. Giacomo Voli in tre tracce è riuscito a proporre ogni volta un suono diverso, applicando al rock di base, influenze diversificate. Merito o pregio? Ve lo dirò a fine articolo. Il capitale a cui si fa riferimento nel testo non è certo quello economico, si parla dei setti vizi. Inizialmente vengono citati superbia ed avarizia, che però non tentano il nostro protagonista, attratto da ben altri peccati. Lussuria e gola sembrano interessarlo di più, declama di non voler smettere, di essere come un bambino che grida se non può ottenere quello che vuole. Il protagonista ad un certo punto si rivolge a Dio, dicendogli di non voler credere nella sua presenza e di non voler pensare, di volere il suo vizio, vuole osare, non vuole frenarsi. C’è un punto in cui Voli dice di tenere “un piede sulla retta via.. e l’altro? Via!”. Un compromesso questo al fine di non perdersi del tutto nel lascivo assoluto, ma di camminare in equilibrio sul filo della vita, una vita che non riservi totale morigeratezza, ma l’opportunità di togliersi quegli “sfizi” che rendano l’esistenza meno pesante e molto più divertente. Proseguiamo con l’ultimo inedito prima delle due cover. “Ridi nel tuo Caffè” è una traccia melodica spudoratamente di stampo pop ed infatti personalmente, la trovo fuori luogo con quello ascoltato sin ora. All’interno di un tappeto sonoro marcatamente commerciale, le uniche note positive sono l’arpeggio iniziale e l’innesto di un assolo, che però presi singolarmente funzionano,  mentre incastrati in questo brano non fanno altro che cozzare con il resto del songwriting. Ho come l’impressione che, l’assolo in particolare, sia stato inserito per smorzare la sensazione estremamente easy e commerciale della melodia. Mi duole davvero dirlo, ma ascoltare questo brano mi ha fatto venire in mente le orribili canzonette dei giovani “artisti” italiani (creati a tavolino) che tanto piacciono alle ragazzine. Dopo tre brani dalla discreta fattura, mi sarei aspettata si una traccia più armoniosa e dal ritmo pacato, ma mai qualcosa del genere. Batteria ripetitiva e chitarra spenta, linea vocale in perfetta simbiosi con il tappeto armonico, ma che chiaramente non basta assolutamente a farmi apprezzare il brano.. de gustibus! Se musicalmente faccio abbondantemente a meno di pezzi così, dal lato delle liriche è apprezzabile il contenuto che parla di lotta contro una malattia. Le parole sono dedicate a questa donne forte, che con tenacia ed estrema voglia di vivere ha affrontato un grave male col sorriso sulle labbra. Le metafore cantate sottolineano ed incitano questa persona a mordere la vita, a far si che il buio non prevalga e che sia la luce ad illuminare la sua esistenza. Un insegnamento questo per chi invece ha sempre una lamentela senza un giustificato motivo. La prima delle due cover è “Impressioni di Settembre” della Premiata Forneria Marconi. Prima di Giacomo ci hanno pensato illustri colleghi a reinterpretare il brano, dalla versione più rock dei Marlene Kuntz a quella decisamente più melodica di Francesco Renga, a quella surreale e space di Franco Battiato, tutte versioni validissime. Il rifacimento propostoci da Giacomo Voli strizza abbondantemente l’occhio ad un sound moderno. La melodia di base è stata mantenuta vivida, così come l’innesto dei sintetizzatori che producono un effetto cosmico. La linea vocale segue un percorso evolutivo, partendo sommessa sino ad esplodere in evoluzioni che danno sfoggio e padronanza di una buona tecnica vocale. Non essendoci grandi cambiamenti a livello stilistico, quello che viene maggiormente apprezzato è proprio il contributo di Giacomo e la parte introduttiva del brano, che ci fa letteralmente viaggiare verso pianeti sconosciuti, grazie agli effetti synth. Sembra quasi che siano stati mescolati sapientemente gli arrangiamenti  musicali degli artisti citati poc’anzi, con in più l’apporto dell’interpretazione vocale di Voli in pieno stile rock. In definitiva la cover funziona alla grande. Il significato che si cela dietro il testo di Impressioni di Settembre è quello della speranza. Ricordando che la canzone è stata pubblicata nel 1971, anno in cui il movimento hippy, quello dei figli dei fiori, era ormai ben consolidato, è quasi naturale trovare riferimenti di speranza in un canzone dell’epoca. Ma considerando che il termine hippy trae riferimenti dalla parola hypochondria e cioè, venivano etichettati così tutti quei giovani dall’aspetto malinconico ed “ipocondriaco” in senso romantico, non di meno nelle liriche di canzoni, si potevano scorgere sintomatologie melanconiche e di chiusura in se stessi, creando un rapporto stretto ed intrinseco con la propria interiorità. Impressioni di Settembre sottolinea la presa di coscienza dell’essere umano che vede una vita vuota e priva di valori davanti a sé, cerca quindi in tutti i modi di portare cambiamenti positivi, combattendo assiduamente per favorirne la riuscita. Questa la speranza di uomini che troppo spesso affrontano un senso di nullità e di vuoto, dai quali ci si sente oppressi. Siamo arrivati in chiusura con la seconda cover, ovvero “Can't Find My Way Home” scritta da Steve Winwood e pubblicata originariamente dal gruppo dei Blind Faith, di cui faceva parte assieme ad Eric Clapton, ideatore della band. Questa meraviglia di canzone gode delle cover di musicisti eccellenti quali Joe Cocker (pace all’anima sua) e del gruppo hard rock House of Lord. Anche in questo caso, nella versione di Voli,  non ci sono stravolgimenti per quanto riguarda la ritmica, il brano mantiene fede alla melodia originale. Chitarra acustica arpeggiata accompagna la prestazione vocale del nostro Giacomo Voli che dopo l’intonazione delle due strofe procede verso il termine della canzone con le sue evoluzioni vocali, mettendo la parola fine al suo ep di debutto. Il testo breve e conciso parla della ricerca di se stessi, con la metafora del non riuscire più a trovare la via di casa. Il protagonista ha bisogno di cambiamenti, per quanto lo riguarda personalmente, sia dal punto di vista caratteriale che di vita. La motivazione può essere una persona, che ha la chiave giusta per aprire la porta del mutamento tanto desiderato. Abbandonare tutto ciò che è materiale per ricercare la felicità in un sentimento e ritrovare così la strada per casa.



Le considerazioni da fare sull’artista e sul suo debutto sono diverse. Innanzitutto apprezzo la scelta del cantato in italiano, non per patriottismo ma per la difficoltà di far arrivare la nostra lingua tradotta in musica, anche oltre lo stivale. Tenendo presente questo, il rischio di cadere e scadere nel commerciale e nel banale, è molto alto ed un flop c’è stato con Ridi nel tuo Caffè, per le motivazioni che ho descritto in precedenza. Consideriamo poi il pregresso di Giacomo, con la sua esperienza alle spalle mi sarei aspettata qualcosa in più di quattro inediti ed un paio di cover, che ad ogni modo hanno sostanzialmente prodotto un discreto risultato finale. Giacomo è un cantante e si è scelto di valorizzare il suo ruolo con composizioni semplici, in alcuni frangenti anche troppo, avrebbe musicalmente potuto osare di più. La semplicità a mio avviso paga sempre, ma l’innesto di armonizzazioni, assoli e fill articolati di batteria non vanno di certo ad oscurare una performance vocale, se tutto ciò viene collocato in parti strumentali. Un altro punto su cui voglio soffermarmi è la diversificazione di stili ed influenze ascoltati. Se già un numero di pezzi così ridotto, ha trovato la sua collocazione in altrettanti stili, non oso immaginare se le canzoni fossero state dieci. Sono favorevole in linea di massima alla sperimentazione e al non chiudersi mentalmente in un rigido percorso artistico, ma in questo caso è come se il compositore avesse le idee un tantino confuse. Prese singolarmente le tracce funzionano tutte, compresa la semi ballad pop, ma raccolte in un unico disco danno l’idea di una compilation di “artisti vari”. In definitiva proprio perché i brani sono orecchiabili, il debutto di Giacomo Voli viene promosso, ma auspico in futuro in una scelta stilistica più congrua per un insieme di pezzi che compongono un disco e ad una maggiore attenzione ai dettagli strumentali. Per il cantato in italiano lo esorto nel continuare a coltivarlo, questa è una sfida che ha abbracciato e che inizialmente ha superato.


1) Il Vento Canterà
2) La Fenice
3) Un Capitale
4) 
Ridi nel tuo Caffè
5) 
Impressioni di Settembre 
(PFM cover)
6) 
Can't Find my way Home 
(Blind Faith cover)