GENESIS

Wind & Wuthering

1976 - Charisma Records

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
09/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Dei Genesis viene ricordata sempre l'ineguagliabile "era Gabriel" e la ruffiana" era Collins" degli anni '80, con l'incredibile mutazione che ha da sempre sdegnato i fans di lunga data. Ma ingiustamente spesso ci si dimentica che senza l'istrionico Peter Gabriel e con Phil Collins alla voce, nella seconda metà degli anni settanta i Genesis hanno dato vita a due grandissimi album di puro filone progressive rock che poco avevano da invidiare alle pietre miliari del passato, chiudendo poi la trilogia con un terzo album meno eclatante, un po' uno spartiacque fra i due periodi. Con lieta sorpresa degli stessi Genesis, "A Trick Of A Tail" si rivelò un successo inaspettato, ottenendo ai botteghini un successo maggiore di qualsiasi dei suoi predecessori, che vi ricordo sono vere e proprie pietre miliare della musica rock. L'abbandono di Peter Gabriel, da molti dipinto come la fine per i Genesis, in qualche maniera aveva dato nuova linfa alla band, un'atmosfera serena tornò a regnare all'interno del gruppo albionico, e l'azzardata soluzione interna di affidare il microfono a Phil Collins si rivelò una scelta più azzeccata che mai. Il tour a supporto del nuovo album, con Mr. Bill Bruford dietro al drum set, si palesò un grande successo. In maniera intelligente Phil Collins mise una pesante pietra sopra i teatrali siparietti in costume gabrielliani, conquistando ugualmente il pubblico con un atteggiamento spontaneo, intrattenendolo con divertenti barzellette, senza tralasciare pungenti frecciatine ironiche verso l'oscuro approccio sul palco del suo predecessore. Per farvi un 'esempio, il nostro annunciava il medley estrapolato da "The Lamb Lies Down On Broadway" con il profano ma simpatico nomignolo "Lamb Stew (Stufato D'Agnello)".  Iniziato il tour 26 Marzo del 1976 con la storica prima data canadese di London, dopo ben 63 date si concluse in patria, precisamente a Luton l'11 luglio. Per niente stanchi ed ispirati al massimo, i nostri si misero alacremente al lavoro sulle nuove composizioni, cercando di mantenere il filone compositivo dalle tematiche fantasy, fortemente ispirate dalla letteratura. Dopo due album ambientati nel Nuovo Continente, uno nei sobborghi di Broadway, l'altro ispirato alle opere dello scrittore peruviano Carlos Castaneda, tornano alle nebbiose atmosfere di casa, ispirandosi ad un grande classico della letteratura inglese, quel "Wuthering Heights (Cime Tempestose)" della scrittrice e poetessa inglese Emily Jane Brontë, nota anche con lo pseudonimo di Ellis Bell. Nonostante il suddetto romanzo sia considerato un classico della letteratura inglese ed una delle opere letterarie più famose del mondo, fu l'unico pubblicato dalla scrittrice nata nello Yorkshire. Cagionevole di salute, proprio mentre stava scrivendo il suo secondo romanzo, purtroppo andato perduto, non riuscì a vincere una dura battaglia contro la tubercolosi, che se la portò via a soli trent'anni il 19 Dicembre del 1848. Il suo unico e meraviglioso romanzo narra la storia di amore fra Heathcliff e Catherine, e di come questa passione riesca paradossalmente a distruggerli entrambi, sottolineando l'effetto distruttivo che il senso di gelosia e lo spirito di vendetta possono avere sull'essere umano. La frase con cui si conclude il romanzo "Unquiet Slumbers For The Sleepers - In That Quiet Earth" dà il titolo ai due brani strumentali dell'album collegati fra loro. Le nebbiose ed affascianti lande della brughiera inglese portarono alle nuove composizioni atmosfere oscure e melanconici grigiori autunnali, con forti richiami al passato. La struttura dei brani era ben più articolata e complessa e rese l'ambizioso "Wind & Wuthering (Vento E Tempeste)" molto più difficile da apprendere, rispetto al suo predecessore. Anche in questo album, il geniale Tony Banks fu il compositore principale, e la cosa portò il manifestarsi di alcuni malumori da parte di Steve Hackett, il quale sosteneva che le sue composizioni venivano sovente scartate, a beneficio di quelle del talentuoso Tastierista Dell'East Hoathly. Da buon mediatore, Phil Collins sosteneva che venivano semplicemente scelte le composizioni più interessanti ed adatte ai Genesis. Qualcosa si stava incrinando, si stava forse prospettando alle porte un altro clamoroso addio? Questo lo scopriremo con la prossima recensione. Come gran parte delle band inglesi di quel periodo, per sfuggire ai letali morsi del fisco anche i Genesis si recarono all'estero per registrare il nuovo album, per la precisione in Olanda, nella città di Hilvarenbeek, dove erano ubicati i prestigiosi Relight Studios, che vantano di aver ospitato oltre ai nostri, artisti del calibro di Cat Stevens, Black Sabbath, Gentle Giant, The Strawbs e anche l'amico Peter Gabriel. Il soggiorno nella Terra Dei Tulipani durò tutto Settembre e gran parte dell'Ottobre del 1976. Il materiale fu poi remixato ai Trident Studios di Londra, e a poco più di dieci mesi di distanza dal precedente lavoro in studio, i Genesis pubblicarono il nuovo "Wind & Wuthering", che con non poca curiosità ci apprestiamo ad ascoltare.

Eleventh Earl Of Mar

L'album si apre con l'epica "Eleventh Earl Of Mar (Undicesimo Conte Di Mar)", un epico brano di puro progressive rock firmato a sei mani da Steve Hackett, Mike Rutherford e Tony Banks, aperto da quest'ultimo con una partitura di tastiera dai sentori inquietanti. Phil Collins crea ulteriore suspense trillando i piatti, Mike Rutherford fa vibrare le quattro corde, arrivandoci fino allo stomaco. Il riff sparato dal synth evapora, lasciando il campo ad uno spaziale pad di tastiera. Fra lo sferragliante trillo dei piatti, si fanno largo strazianti lamenti della sei corde. Un bel climax apre le porte alla strofa, che nella prima parte si paventa in versione strumentale. Il protagonista è l'organo Hammond, ricamato da taglienti fiammate di synth e da una serie di power cord distorti che seguano una ritmica a dir poco trascinante. Una sostenuta corsa sulle pelli annuncia l'ingresso in scena di Phil Collins, che si presenta con una linea vocale evocativa seguendo la strada aperta dall'organo, a sue volta impegnato in una dura battaglia con le funamboliche scorribande di Mike Rutherford al basso. Arriva il bridge, dove Phil Collins dà il meglio di se dietro al drum set, con una micidiale combinazione di filler e colpi stoppati sui piatti, scanditi all'unisono da tutti gli strumenti. Ritorna la strofa, seguita ancora dal ritmato bridge, che stavolta apre le porte all'inciso. La ritmica si fa più pesante e calano i BPM. Chitarra e organo viaggiano in maniera epica all'unisono. Una prolungata corsa sui tom tom, ed un pungente fraseggio di basso annunciano Phil Collins, che appoggiandosi sull'epico wall of sound vola in alto, sfruttando al massimo i suoi registri più alti. Nella parte finale del chorus, Tony Banks ruba la scena con un bel tema di tastiera, ricamato da fragili fraseggi di pianoforte, risultando più ammaliante delle linea vocale stessa. Proseguendo, incontriamo nuovamente strofa e bridge, stavolta seguito da un tagliente assolo di chitarra che sembra rievocare epici duelli in cappa e spada. Andando avanti ritroviamo l'ammaliante intreccio fra pianoforte e tastiera, con quest'ultima che rimane in solitudine, sfumando lentamente verso l'estinzione. Dalle sue ceneri, sempre in fader prende vita un arcano intreccio di chitarre acustiche, ricamato dal suono fatato dell'autoharp, che nonostante il nome non è uno strumento simile ad un'arpa, ma piuttosto di una variante dello zither austriaco ed è quindi da considerare più affine al dulcimer. Si respira aria ambient, sembra di essere all'interno di un rilassante tempio buddista. Gli strumenti si spostano di un tono, aprendo scenari fiabeschi. Immediatamente dopo, una scintillante pioggia di note arpeggiate piove dalle chitarre acustiche, che successivamente ritornano al rilassante tema iniziale, impreziosito da uno spaziale tappeto di tastiera, fatto apposta per accogliere Phil Collins, che con una suadente linea vocale interpreta a meraviglia il compito di cantastorie d'altri tempi. Il nostro si lascia guidare magicamente dal fragile intreccio degli strumenti a corda, facendoci sognare ad occhi aperti. Improvvisamente, al minuto 05:34 si cambia atmosfera. Un epico fraseggio con la chitarra acustica viene seguito all'unisono da Phil Collins, che ci porta verso un oscuro interludio strumentale. Il ridondante arpeggio con la chitarra a dodici corde viene quasi oscurato da una serie impetuosi colpi stoppati all'unisono, che si lasciano dietro una scia di terrore. Una rullata spuria annuncia un inaspettato ritorno dell'inciso. L'ammaliante appendice strumentale stavolta annuncia un epico finale, dove il protagonista è un indemoniato Phil Collins, che tornato dietro al drum set, trascina tutta la banda verso un'ultima apparizione del bridge, che stavolta precede il gran finale. Si paventa uno spaziale pad di tastiera, i ridondanti lamenti della chitarra annunciano il ritorno dell'inquietante riff di tastiera con cui si è aperto il brano, che misteriosamente evapora, lasciandoci a bocca aperta. Le liriche sono opera di Mike Rutherford, che ha tratto ispirazione dal romanzo "The Flight Of The Heron (Il Volo Di Heron)", dello scrittore Dorothy Kathleen Broster, che nel 1925, con il suddetto romanzo, aprì una trilogia dedicata alla rivolta dei Giacobiti, intitolata "The Jacobite Trilogy". Giusto appunto nel 1976, anno di uscita del nostro platter, la BBC mise per la prima volta in onda una serie TV ispirata alla trilogia di D.K. Broster. Mike Rutherford fu colpito dalla stramba personalità di John Erskine, ventitreesimo e de jure undicesimo Conte di Mar, da lui definito in una intervista, elegante ed effemminato. Andiamo a conoscere da vicino il famigerato Conte Di Mar, meglio conosciuto con il soprannome "Bobbing John", a causa della sua tendenza a spostarsi per convenienza di fazione in fazione, ovvero la classica "banderuola". Privato dei propri incarichi politici dal nuovo Re nel 1714, il Conte di Mar organizzò per vendetta una ribellione contro i nuovi sovrani. La sua fama tragicomica di comandante allo sbaraglio, porta Mike Rutherford a rivisitare le sue impreso con una buona dose di sarcasmo. La missione dei ribelli, iniziò con il piede giusto, infatti riuscirono a conquistare con facilità la città di Perth, confinante con la contea di Aberdeenshire, dove presiedeva lo strambo conte, e distante solo cinque miglia dal villaggio di Braemar, la storica sede dove ebbe inizio l'improbabile missione vendicativa. Proprio a causa della breve distanza percorsa, Mike definisce non con poca ironia i ribelli come "eroi conquistatori con le piaghe sotto i piedi". Ma la vittoria di Perth fu l'equivalente ad una vittoria di Pirro. L'inesperto Conte Di Mar, che poco aveva a che vedere con le strategie militari, non sfruttò l'entusiasmo della vittoria, continuando a marciare verso Londra, ma decise di aspettare le truppe guidate da Giacomo Francesco Edoardo Stuart, pretendente al trono scozzese. Giacomo III Stuart era della sua stessa razza, nessuna esperienza militare e un amore sviscerato per il vino e gli abiti di lusso. Il ritardo dovuto all'improbabile unione, portò un discreto vantaggio alle truppe nemiche, che sfruttarono al meglio il tempo per riorganizzarsi e dare il colpo di grazia alla rivolta giacobita, con un cospicuo spargimento di sangue. Seguendo i passi di Peter Gabriel, con ironia arriva anche l'immancabile frecciatina al clero, con l'arrivo di un vescovo ben vestito, giunto sul posto a dare l'estrema benedizione in cambio di denaro. Gli inesperti Conte Di Mar e Giacomo III furono catapultati sul campo di battaglia dai rispettivi padri, due nobili avvezzi alla guerra ma che non hanno saputo trasmettere ai figli il loro spirito guerrafondaio. Durante il sonno, i due improbabili condottieri sono perseguitati dagli incubi della guerra, e fanno appello ai propri padri di ritirarsi ed lasciare perdere la rivolta giacobita, che qualche anno più avanti non avrà miglior sorte di quella guidata dal Conte Di Mar.

One For The Vine

La successiva "One For The Vine (Quello della Vite)" è una lunga composizione di puro progressive rock incentrata su pianoforte e tastiere, firmata Tony Banks, fra le migliori dei Genesis, sicuramente la migliore del dopo Gabriel. Il brano si apre con un raffinato unisono fra pianoforte e chitarra. Il mellifluo tema si imprime prepotentemente nella nostra mente, è di quelli che ti viene da fischiettare sotto la doccia. I nostri lo sanno, e per la nostra felicità ce lo riproporranno più avanti a più riprese. Arriva subito la strofa, gli accordi del piano emanano atmosfere nebbiose, dalle quali emerge Phil Collins. Il nostro assottiglia la voce e mette in mostra un'interpretazione da brividi, che inevitabilmente ci fa ricordare molto da vicino Peter Gabriel. Breve stacco classicheggiante e si riparte con la strofa, che stavolta vede il raffinato contributo della sezione ritmica. I sinuosi fraseggi di basso sparati da Mike Rutherford si incastonano perfettamente con le trame del pianoforte, Steve Hackett riempie gli spazzi con una raffinata pioggia di note arpeggiate, che scendono giù come luccicanti glitter, andandosi a posare sulle romantiche note del pianoforte. Con un climax di gran classe, enfatizzato da uno struggente pad orchestrale, i nostri spalancano i cancelli al chorus, che porta un timido raggio di sole pallido fra le nebbiose atmosfere del brano. Alle tristi trame pianistiche, Banks aggiunge dei tappeti orchestrali da brividi, la sezione ritmica scandisce in maniera cristallina la metrica delle melanconica linea vocale. Ritorna la strofa, fra le più belle ed avvolgenti scritte dal combo albionico, dove possiamo scorgere le future romantiche sonorità dei Marillion targati Fish. Il romantico bridge, in crescendo ci porta nuovamente verso il ritornello, seguito dallo special. Martellanti accordi di pianoforte si fondono con un epico e pomposo tema di tastiera e struggenti tappeti di violini. Una prolungata corsa sulle pelli annuncia una armonia vocale, dove i nostri, sfiorando il falsetto, ricordano i Bee Gees tanto amati da Jonathan King, colui che un decennio prima, con un occhio lungo, intravide enormi potenzialità in un gruppo di sbarbatelli liceali che timidamente si affacciavano al mondo della musica. La sottile armonia vocale si alterna con un breve intermezzo strumentale, dove ritroviamo il pomposo tema di synth. Stiamo ascoltando uno dei brani meglio strutturati dei Genesis, i nostri, con una naturalezza disarmante, effettuano importanti cambi ritmici e d'atmosfera. Dopo il tributo ai fratelli Gibb si cambia completamente registro. Un grintoso Phil Collins, appoggiandosi su decisi filler di batteria, si fa prepotentemente largo fra i martellanti accordi del pianoforte a coda e le cristalline note arpeggiate della chitarra. Questo interludio evapora lentamente, lasciando il campo a Tony Banks, che ci ipnotizza con una classicheggiante partitura di pianoforte, ricamata dagli scintillanti arpeggi di Steve Hackett. Abbiamo da poco superato un terzo del brano, ma si cambia ancora. Con dolcezza, il talentuoso Pianista Dell' East Hoathly apre le porte al ritorno del camaleontico Phil Collins, che con una oscura linea vocale, segue le impronte lasciate dai pochi accordi di pianoforte. Mike Rutherford riempie con profonde pennate di basso, lasciando che le vibrazioni si dissolvano naturalmente. Successivamente, Tony Banks torna ad essere il protagonista assoluto. Sfruttando al meglio la sua nuova e tecnologica attrezzatura, apre fantastici scenari d'altri tempi. Se pur privi dei naturali trilli, i suoi flauti artificiali riescono ad ottenere un suggestivo effetto, trasportati da un paradisiaco pad di tastiera e ricamati dalle magiche note arpeggiate della chitarra di Steve Hackett. Phil Collins crea suspense trillando in maniera raffinata i piatti, successivamente Mike Rutherford si diverte ad inseguire con il basso la scia lasciata dai sospiri dei flauti. Si respirano le atmosfere dei vecchi tempi. A sorpresa ritorna l'ammaliante tema che ci ha conquistato nei primi secondi del brano, poi al minuto 04:37, il brano prende una inaspettata svolta ritmica. Come un treno irrompe un caotico interludio, una babele di suoni e percussioni dove emergono gli alienanti accordi di pianoforte e l'insana ritmica di Phil Collins, arricchita da un irridente campanaccio che va ad interagire con il pianoforte, dando vita ad uno stralunato botta e risposta. In sottofondo il basso di Mike Rutherford pompa e lentamente ci porta verso una seconda parte molto meno complicata. Lo sferragliante charleston che si apre e chiude si insinua prepotentemente nel nostro cervello. Tutti gli strumenti si muovono sulle stesse toniche, dando vita ad un'epica cavalcata che in crescendo apre le porte ad un pomposo assolo di tastiera, accompagnato in maniera stratosferica dall'incredibile performance del duo Collins - Rutherford. Attraverso la musica, i nostri ci trasportano nel bel mezzo di una infuocata battaglia d'altri tempi. Improvvisamente si cambia nuovamente atmosfera. Irrompe un solare pianoforte beatleseggiante, affiancato da una armoniosa linea vocale, sempre ispirata ai Fab Four e ricamata quasi all'unisono dal basso. Ma le sorpresero non sono ancora finite. Una rullata spuria apre le porte ad un altro interludio strumentale, dove spadroneggia Mr. Tony Banks, che in maniera funambolica inizia una incredibile escursione solista, intrecciando pompose fiammate di tastiera a squillanti suoni sparati dal synth. Se andate a rispolverare vecchi filmati live, apprezzerete ancora di più questa pregiata escursione in solitario di Tony Banks, che per raggiungere le note più alte arriva ad suonare con le mani incrociate. Phil Collins accompagna con preziosi filler, poi con una decadente corsa sul rullante pone fine a questo epico interludio strumentale. Una effimera melodia dal piacevole sapore orientaleggiante annuncia il ritorno del tema iniziale, che ci riporta nelle grige atmosfere autunnali della strofa, seguita dal bridge e dal mellifluo inciso. Una grintosa rullata ci lascia presagire che il brano ha ancora qualcosa da dire. Fra potenti filler di batteria e lo sferragliare dei piatti massacrati da Phil Collins, si fa largo una pomposa trama di synth, che con classe apre il sentiero ad un epico assolo di tastiera, ancora una volta accompagnato in maniera impeccabile dalla sezione ritmica. Lentamente, questa coda strumentale evapora, lasciando il campo ad un triste pianoforte che ci saluta. Chapeau. Nelle liriche si affrontano sempre epiche battaglie, ma Tony Banks non le affronta con ironia, ma con estrema serietà. L'insolito titolo prende spunto dal brano "One for My Baby (and One More for the Road)" scritto da Harold Arlen e Johnny Mercer per il musical "The Sky's The Limit" nel 1943. Il brano fu rivisitato e reso celebre qualche anno dopo da Frank Sinatra. Ma nel titolo, possiamo individuare anche riferimenti biblici, tanto cari al combo albionico, precisamente alla "vigna del signore", piantata per dare vita a frutti benevoli ma che produce solo a frutti selvatici, simbolo della disobbedienza. Il poema bellico nato dalla penna di Tony Banks narra le eroiche gesta di un leader religioso, definito come l'"eletto", che guida fermamente un agguerrito esercito di cinquantamila uomini, che per lui facevano stragi, che per lui erano pronti a dare la vita. E' difficile stabilire se il condottiero ed il suo esercito siano frutto dell'immaginazione di Banks o siano ispirati a qualche reale riferimento storico o religioso. Ma come in tutti gli eserciti, ed anche nelle religioni, ci sono uomini che credono fermamente nel loro leader o nel loro Dio, pronti a fare qualsiasi cosa nel suo nome, ma ce ne sono anche di scettici, che pur non condividendo a pieno gli ordini del leader, continuano a combattere per qualcosa in cui forse non credono. I più ostinati del secondo partito, sono i dissidenti, coloro che hanno perso la fede, e decidono di dissociarsi. Ed il testo si sposta sulle tracce di un disertore, che fugge cercando rifugio sulla cima di una montagna. Ora la storia prende un'inattesa strada dal sapore fantascientifico. Un imprevisto interrompe il suo cammino, disegnato da una forza superiore, alla quale non è facile dare una identità ben precisa. Il disertore si ritrova in una desolata distesa di ghiaccio, abitata da creature primitive. Davanti a questo inaspettato scenario, fu atterrito, ma la sua paura non era nulla, se paragonata a quella degli ingenui abitanti della gelida terra ghiacciata che lo videro apparire dal nulla. L'arretratezza culturale della popolazione indigena ha un forte bisogno di affidare il proprio destino ad un leader, che li guidi verso la vittoria, e in men che non si dica, il nostro protagonista, da disertore viene eletto leader dalla popolazione indigena, che vede in lui l' "eletto" mandato da Dio, per liberarli dagli oppressori. Vittima di un conflitto interiore, il nostro eroe si ritrova ad essere ciò da cui era fuggito. Spaventato, si prende una pausa riflessiva. Raggiunta una vallata sperduta, in cerca di solitudine, parlò prima con l'acqua e poi con il vite, e qui inizia a prendere senso il titolo del brano. E' probabile che il nostro, spaventato dal suo nuovo ruolo, cerchi conforto nell'alcool, ma questo potrebbe essere anche l'ennesimo riferimento religioso, ovvero che il nostro non sa sopportare il peso della mancanza di una fede, e cerca di riavvicinarsi alla religione, in modo da avere qualcosa in cui credere da trasmettere al popolo che lo ha eletto leader. Non vedendo altre soluzioni per poter ritrovare la via di casa, accetta di buon grado il nuovo ruolo, guidando il suo nuovo popolo verso la gloria, che purtroppo spesso fa rima con morte. Con il suo numeroso esercito, il nostro eroe si diresse verso i confini dell'altopiano di ghiaccio. Attraversata una impervia catena montuosa, giunse ad una pianura, la stessa pianura dove precedentemente aveva abbandonato l'esercito, fuggendo dalla guerre e cercando la pace sulla montagna. Incitò il suo esercito a marciare verso la gloria, ma intravide un uomo che come lui era senza speranza e senza fede, che furtivamente si allontanava dal plotone, fuggendo verso la montagna. Lui si riconobbe immediatamente nell'andatura furtiva di quel dissidente, che improvvisamente, come lui, svanì nel nulla. Quindi la storia si conclude in maniera ciclica nella stessa maniera in cui era iniziata, confermando che la ruota della vita gira. 

Your Own Special Way

Andando avanti incontriamo una delle rare tracce firmate dal solo Mike Rutherford, "Your Own Special Way (Il tuo modo particolare)" l'unico singolo estratto dall'album, una solare ballata acustica da spiaggia, che emana positività da tutti i pori, diametralmente opposta al brano precedente, stilisticamente parlando. Se "One For The Vine" è una delle composizioni più estrose ed articolate dei Genesis, questa è una delle più lenone e banali, che sfrutta al massimo la facile melodia del ritornello. Bisogna comunque apprezzarne le ricchezze melodiche e la passione con cui Phil Collins canta strofe e ritornelli, anche se sinceramente, i Genesis che preferisco sono quelli della traccia precedente. E' lo stesso autore ad aprire la canzone, con un blando strumming da falò con la chitarra a dodici corde, accompagnato, sempre con la chitarra acustica da Steve Hackett. Dopo poche battute entra in scena Phil Collins, e lo fa con grazia e classe, intrepretando con passione le prime strofe del brano, ricamato da un esotico pad di tastiera. In maniera canonica, il bridge sale di tono e sembra aprire la strada al ritornello, ma non è così, torna la strofa a cullarci nuovamente. Ora la tastiera si fa più presente, rimanendo in maniera costante a fianco delle due chitarre acustiche. Si sale di nuovo con il bridge, e stavolta preparate gli accendini, arriva il ritornello. Con grazia Phil Collins accompagna con raffinato 4/4 da ballata pop rock, arricchito da delicati filler. La linea vocale è di quelle sdolcinate che ti entrano subito in testa e ci preannuncia quale sarà la strada che prenderanno i nostri fra qualche anno. Steve Hackett ricama con sognanti fraseggi dal sapore hawaiano. I nostri puntano molto sull'ammaliante linea vocale e ci propongono il chorus in una doppia razione. Dopo un breve stacco strumentale dal sapore esotico, dove spicca un sinuoso fraseggio di basso, ritorna la strofa, dove si manifestano inquietanti vocalizzi che ricordano quelli dei nativi americani. A seguire il bridge, e ovviamente l'inciso, che ormai si è impossessato della nostra mente. Stavolta, invece di insistere con il ritornello, i nostri danno la svolta al brano con un prolungato interludio strumentale. Tony Banks crea un'atmosfera fiabesca con il sintetizzatore, appoggiandosi sopra un leggero e tappeto di organo. Le dolci note che fuoriescono dal castello di tastiere ci catapultano nel magico scenario di una vecchia fiaba targata Disney. Dopo questo sognante interludio ritroviamo la strofa, stavolta proposta in una versione più energica grazie all'apporto della sezione ritmica, che accentua il ritmo cullante. Nel bridge stavolta troviamo dei delicati fraseggi di synth, che con classe spalancano i cancelli al ritorno dell'inciso, che dolcemente ci accompagna verso il finale. Le liriche si mantengono perfettamente in linea con la musica. Via scenari fantasy e riferimenti biblici, in virtù di una romantica poesia dove viene idolatrato l'amore della vita, precursore delle liriche romantiche su cui i futuri Genesis, Phil Collins e Mike And The Mechanics costruiranno il loro successo. Il romantico Mike Rutherford non sembra aver ancora smaltito una delusione amorosa. Sono sette anni che naviga alla deriva nel Mondo, lasciandosi alle spalle tutto ciò che amava. Senza la sua musa ispiratrice, la sua vita non ha un senso, non ha mai smesso di cercarla. Non riesce ad andare avanti senza il suo modo particolare di stringere la mano, senza il suo modo particolare di far girare il mondo e di rendere tutto più bello. Ma fra il ridondante ripetere dei medesimi versi, il nostro con classe riesce ad infilarci l'ennesima citazione letteraria. I versi "Whose seen the wind not you or I, but when the ship moves she's passing by. (Chi ha visto il vento, né tu né io Ma quando la barca si muove se ne sta andando via)" riprendo in maniera quasi speculare i versi della poesia "Who Has Seen the Wind?" della poetessa italo-britannica Christina Georgina Rossetti. Vissuta nella seconda metà del 1880, è una figlia d'arte, in quanto il padre, Gabriele Rossetti, era un poeta italiano. La madre, Frances Polidori, era la sorella del medico di Lord Byron, John William Polidori. Questa criptica citazione, in qualche maniera, ci riporta anche al titolo dell'album. La durata della versione singolo di "Your Own Special Way" è stata notevolmente ridotta, passando dai forse troppi 06:19 minuti ai poco più di tre. In pratica, è stato tolto il fiabesco intermezzo strumentale, limitando il brano alla classica alternanza di strofa-bridge-ritornello, in modo da renderla ancora più "radiofonica". Nonostante il funzionale inciso, il brano non è andato oltre la posizione numero 43 nella classifica dei singoli più venduti del Regno Unito, facendo ancora peggio negli Stati uniti, dove è rimasta impantanata alla posizione numero 62.

Wot Gorilla?

Dopo questo salto nel futuro che ci mostra come saranno i Genesis del futuro e le carriere parallele di Phil Collins e di Mike Rutherford con i suoi Mechanics, è il turno della strumentale "Wot Gorilla? (Quale gorilla?)", uno dei brani preferiti da Phil Collins, che la firma insieme all'onnipresente Tony Banks. L'estroso Drummer Londinese è molto contento di questa composizione, la sua preferita dell'album, in quanto è riuscito a metterci dentro le proprie influenze jazz fusion, in particolare le sonorità dei Weather Report, una estrosa band americana degli anni settanta, che ha annoverato nelle proprie file il maestro Jaco Pastorius al basso e dove i Genesis preleveranno il loro futuro turnista alla batteria, Chester Thompson. E proprio per rimanere in tema, Phil Collins, utilizzando slang per trasformare "what" in "wot", ha ideato l'indecifrabile titolo, ironizzando sui bizzarri titoli che spesso troviamo nei dischi di band jazz fusion. Il brano si apre con uno surreale e scintillante sferragliare di campane, triangoli e campanelli. In fader, entra Phil Collins, con una micidiale combinazione di ritmiche jazz e percussioni tribali. Come un ciclone arriva Tony Banks, con un pomposo riff di tastiera. Mike Rutherford riesce a star dietro alla folleggiante ritmica dispari di un divertito Phil Collins, Steve Hackett cosparge il tutto con una pioggia di luccicanti note arpeggiate. Il tema di tastiera si presenta ad intervalli regolari, lasciando poi il campo al prezioso accompagnamento ritmico e alla chitarra. Con il passare dei secondi, libero da schemi, Tony Banks riesce a dare il meglio di se, esibendo virtuose scorribande sui denti d'avorio del suo prezioso arsenale, ricordando vagamente, senza eccedere nel plagio ovviamente, ora Rick Wakeman, ora il Maestro Simonetti. Le classifiche dell'epoca per eleggere il miglior tastierista britannico, vedevano sempre primeggiare Keith Emerson (R.I.P.) e Rick Wakeman, ma anno dopo anno, il nostro Tony Banks si avvicinava sempre di più ai due indiscussi virtuosi della tastiera, avendo dalla sua il non trascurabile fatto di essere la vera anima dei Genesis, sia a livello compositivo che musicale. Siamo letteralmente ipnotizzati dai sinuosi fraseggi di tastiera e di synth. Dopo aver superato una forte crisi di autocelebratismo, l'estroso Tastierista Dell' East Hoathly ci delizia con una prolungata serie di scale che si dirigono in maniera vertiginosa verso registri alti. Steve Hackett ricama con alieni fraseggi con la sei corde, ritornando poi alla scintillante pioggia di note arpeggiate che illumina il riff portante di tastiera. In maniera ridondante, i nostri chiudono con un incessante accompagnamento, dove si fanno apprezzare dei velocissimi passaggi sulle percussioni. La coda del brano si dissolve molto lentamente, lasciando poi il campo all'arcano scintillio di triangoli e campanelli con cui era iniziata. Tastieristicamente parlando, posso tranquillamente asserire che si tratta di uno dei brani strumentali più belli e coinvolgenti che abbia mai ascoltato.

All In A Mouse's Night

La successiva "All In A Mouse's Night (Tutto Quel Che Accade Ad Un Topo In Una Notte)" è un'altra interessante composizione firmata Tony Banks, che mantiene inalterata l'anima progressive dei tempi d'oro, andando a rievocare i simpatici siparietti musicali tanto cari a Peter Gabriel come "Get 'Em Out by Friday" e "Harold The Barrel", con la sostanziale differenza, che stavolta, a parlare in prima persona non sono solo gli esseri umani, ma anche gli animali. Infatti il protagonista del brano è un simpatico topolino, che per caso si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato, rivisitando "Tutto In Una Notte" in chiave topesca. Che ci crediate o no, Tony Banks ha confessato che ha tratto ispirazione dall'intramontabile cartone animato "Tom & Jerry". Siamo nell'alcova di due innamorati, in una notte buia e tempestosa. I due, per difendersi dal freddo si abbracciano calorosamente, e lo fanno talmente forte come se sopra di loro non ci fosse un tetto a ripararli dalle intemperie. Nello stesso momento, un simpatico topolino decide di uscire dalla propria tana, in cerca di cibo. Camminando sopra un lungo tappeto, giunto nella camera da letto, compie un passo falso e viene smascherato dalla giovane coppia. La luce accesa dai due amanti per vedere da dove provenisse il rumore, ha l'effetto contrario sul topo, che abituato a muoversi nelle tenebre, viene accecato dall'improvviso bagliore della luce. L'uomo, dopo aver chiuso la porta, tarpando ogni via di fuga alla piccolo mammifero, di fronte alla innocente creatura, cerca di sdrammatizzare, ma la donna, letteralmente terrorizzata, lo esorta a liberarsene quanto prima. Il paziente compagno, allora chiede alla ragazza di tenere d'occhio il topo, e decide di andare a prendere una scatola per catturarlo, e magari liberarlo fuori dalle mura domestiche, sperando che gli serva da lezione. Ma appena la porta si apre, il piccolo roditore appartenente alla famiglia dei Muridi, vede una inaspettata via di fuga, e coglie al volo l'occasione, fuggendo via velocemente con l'obbiettivo di raggiungere la credenza. Ma durante la disperata fuga, urta contro un ammasso di peli. Gli si paventa dinnanzi il suo acerrimo nemico, il gatto, creatura assai più agile e letale dell'essere umano. Salvo un aiuto esterno, il destino del piccolo topo domestico sembra essere segnato. Proprio quando il tragico epilogo sembra prospettarsi ed il gatto si pregusta già l'inaspettato pasto, durante il rocambolesco inseguimento, un vaso viene urtato e cade sulla testa del gatto, mettendolo fuori gioco, permettendo al simpatico topolino di raggiungere la sua tana incolume. L'indomani, ancora frastornato, il gatto racconta ai suoi amici, che la notte precedente è stato attaccato da un enorme topo alto dieci piedi, con affilati artigli e denti enormi, che con un solo colpo lo ha messo K.O. E qui si omaggia una altro famoso gatto del mondo dei cartoon, il simpaticissimo e sfortunato Gatto Silvestro, che fra la miriade di incredibile avventura, ha dovuto vedersela anche con un piccolo canguro (Hippety Hopper) scappato da un circo, che Silvestro e suo figlio Silvestrino scambiano per un enorme topo gigante alto dieci piedi. E vediamo ora se le musiche sono all'altezza di queste simpatiche quanto insolite liriche. Tony Banks apre con un avvolgente pad di tastiera, che fa da apripista ad un brioso riff di synth, scandito da una serie di colpi stoppati all'unisono. Una interminabile rullata apre le porte all'inciso. Mike Rutherford ricama con sinuosi fraseggi la splendida armonia generata dalle tastiere e dalla chitarra, sfruttata alla perfezione da Phil Collins che con una solare linea vocale impersona la giovane coppia. Come spesso accade quando ascoltiamo i Genesis, in questi frangenti riconosciamo le sonorità del futuro neo progressive che esploderà qualche anno più avanti. Piccolo interludio strumentale, con una celestiale armonia vocale in evidenza e arriva la strofa. Tony Banks disegna arcane trame con le tastiere, le pennate del basso all'unisono con la gran cassa ingigantiscono la suspense. Ora Phil Collins impersona il simpatico topolino, e seguendo la scuola Gabrielliana, interpreta il brano con toni diversi, a seconda del personaggio interpretato. Come un ciclone, dal castello di tastiere fuoriescono violente fiammate che annunciano il bridge, che vede sempre protagonista il nostro topolino. Come se fosse inseguito dalle rasoiate sparate da Tony Banks e i minacciosi accordi di chitarra, il teatrale Frontman Di Londra recita tutto d'un fiato portandoci dritti verso l'inciso, dove cala la tensione. Le ariose trame di tastiera fanno da colonna sonora alla giovane coppia che decide sul da farsi. Ritorna l'effimero interludio strumentale, seguito dalla strofa, le cui inquietanti atmosfere accompagnano il topolino che pianifica la via di fuga, che si concretizza nell'energico bridge, dove le trame musicali degli strumenti riescono proprio a darci l'idea di un rocambolesco inseguimento. Con il prossimo inciso arriva il gatto, accompagnato dai festosi temi di tastiera. Andando avanti incontriamo nuovamente la celestiale armonia vocale, che precede il gran finale. Phil Collins trilla magicamente i piatti, un melanconico trama di tastiera anticipa l'ultimo atto, che vede il gatto ancora frastornato narrare di un topo gigantesco, accompagnato da una cinematografica partitura di tastiera. Quando il brano sembra essere giunto alla fine, una corsa sulle pelli annuncia l'assolo di tastiera. Tony Banks ci apre epici scenari. Dopo qualche battuta, Steve Hackett inizia a tessere una vischiosa ragnatela di note, a mio avviso mixata a livelli troppo bassi rispetto alle pompose trame della tastiera. La sezione ritmica accompagna con una cadenzata marcia, resa oscura dalle profonde pennate del basso. Phil Collins arricchisce con una serie di raffinati filler, mentre in sala regia sembrano avermi dato ascolto, alzando leggermente il volume della chitarra, che continua il suo melanconico assolo. Un incessante tappeto di tastiera viene accompagnato da una marcia dai sentori militari, ricamata da pungenti fraseggi di basso, che molto lentamente evaporano in fader verso l'estinzione.

Blood On The Rooftops

Passiamo ora alla traccia numero sei, "Blood On The Rooftops (Sangue Sui Tetti)" un concentrato di emozioni che mixa intricate escursioni con la chitarra acustica a ritornelli di rara intensità, dove regna la mestizia. Il brano è scritto a quattro mani da Phil Collins e Steve Hackett, che apre il brano con una bellissima introduzione con la chitarra acustica, le cui trame barocche rievocano inevitabilmente le amate escursioni sulla sei corde acustiche di sua maestà Steve Howe. Con il passare dei secondi, le pennate sulle corde si fanno sempre più vigorose, arrivando con un climax di gran classe ad una serie di virtuosi fraseggi eseguiti con una velocità ed una padronanza disarmanti. E' il preludio alla strofa. Un riflessivo Phil Collins inizia a duettare magicamente con le barocche trame della chitarra acustica. Tony Banks entra in scena in un effimero interludio strumentale, con un etereo tema di tastiera che ci trasporta sull'infuocato confine che divide il Messico dagli Stati Uniti. Nella strofa successiva, struggenti pad orchestrali accompagnano le malinconiche trame della chitarra acustica ed una triste Phil Collins. Subito dopo incontriamo un bridge strumentale, che mette in mostra un arcano tema eseguito all'unisono dalla chitarra acustica e dal synth. In maniera brusca arriva l'inciso, che ha lo stesso effetto di un raggio di sole che dissolve una densa nebbia autunnale. Tony Banks fa centro con melanconiche trame di tastiera, ricamate da una delle più belle partiture di basso scritte da Mike Rutherford, che con avvolgenti scale lega le note portanti del tema di tastiera e i tetri accordi di pianoforte. Ma a colpirci è l'ammaliante linea vocale di Phil Collins, che a mio avviso qui raggiunge l'apice. Nella seconda parte dell'inciso, Phil Collins tenta di rompere la triste atmosfera che pervade nel brano, salendo più in alto, trasportato dagli spaziali tappeti orchestrali di tastiera. Prima della strofa, incontriamo nuovamente il breve intermezzo strumentale che vede duettare la tastiera con la chitarra acustica, che torna ad essere protagonista. Torna a manifestarsi il breve interludio strumentale, a fare da ponte alle due strofe, dove la seconda, come in precedenza vede la preziosa partecipazione delle tastiere. Arriva nuovamente il bridge, lasciandosi dietro un piacevole alone di mistero, seguito dal bellissimo inciso, che emana emozioni di forte intensità, senza ombra di dubbio fra i migliori momenti del platter. Brividi. I nostri chiudono riproponendo lo spagnoleggiante tema di tastiera, che sfumando lentamente in fader lascia il campo ad un'ultima escursione sulla sei corde acustica, ricamata da pungenti fraseggi di basso. Il testo è l'unico partorito dalla mente di Steve Hackett, che in origini era partito con intenzioni romantiche, ma visto che il romanticismo perpetrava già sui testi scritti dai colleghi, decise di virare bruscamente e stendere una serie di tristi elucubrazioni sui palinsesti televisivi e le banalità della classica vitta dei sobborghi inglesi. Il titolo è nato dall'idea di una massiccia evasione da un carcere, con i carcerati tutti uniti a protestare sul tetto della struttura di sicurezza, da qui "Sangue Sui Tetti". Ma il sangue sui tetti è anche quello che portano i notiziari nelle case, con le cronache dell'infinita guerra fra arabi ed ebrei che da sempre tedia il Medioriente. I disordini della Palestina erano una tematica che stava molto a cuore al popolo albionico, in quanto, la Gran Bretagna fino al 1948 governava la Terra Santa, lasciando poi intelligentemente agli Stati Uniti l'amministrazione della difficile convivenza dei due popoli, divisi da questioni religiose. Siamo nella classica dimora inglese, dove una coppia di anziani coniugi, precursore dello zapping, pur di scampare ai tristi notiziari che illustrano l'atavico conflitto bellico palestinese, passa dal classico programma britannico "Wednesday Play" agli eroi dell'epoca, come Batman e Tarzan o la tradizionale messaggio natalizio della regina, un appuntamento immancabile per ogni inglese che si rispetti. Ci sono anche molti rimandi alla tradizione britannica, come il classico tè delle cinque o un bicchiere di birra o vino da meditazione. Non mancano le ormai consuete citazioni, nella prima parte del testo troviamo un richiamo alla celebre pellicola "How The West Was (La Conquista del West)", strutturato in cinque episodi diretti da John Ford, Henry Hathaway, George Marshall e Richard Thorpe nel 1962. Rimanendo sempre in campo cinematografico, c'è spazio anche per lo spavaldo attore Errol Flynn, che ha consolidato il suo successo cinematografica con il film piratesco "Capitan Blood", tanto per riprendere il titolo del brano. Senza un'apparente spiegazione, perlomeno per chi scrive, viene citata anche la città di Venezia, in tutto il suo splendore con i colori sgargianti della primavera. La città lagunare vanta il singolare primato di essere l'unica città italiana citata in un testo dei Genesis. Le liriche sono anche una velata critica ai telespettatori incalliti, che non riescono a togliere lo sguardo dallo schermo a tubo catodico, quasi fossero ipnotizzati. E così andando avanti troviamo una seconda carrellata di immagini televisive dell'Inghilterra anni '70, come la simpatica "Mother Goose (Mamma Oca)", che ha cresciuto più di una generazione di bambini, intrattenendoli con fiabe, storie per bambini e illustrando partite di cricket. Per la precisione siamo nel mitico stadio londinese dei Lords, con i padroni di casa "fuori di 23", una sonora batosta secondo le regole del cricket, paragonabile ad un 6-0 calcistico o giù di lì. Nell'ultimo verso ritroviamo Elena Di Troia, già rievocata nell'album precedente con il brano "The Ripples". Ma stavolta la ritroviamo in tutto il suo splendore, con tutta la sua ammaliante bellezza ed un nuovo volto, pronto a scatenare nuove guerre. Dopo questa riflessiva critica nei confronti alla programmazione televisiva ed ai telespettatori che passivamente non riescono a togliere lo sguardo dal piccolo schermo, troviamo le due tracce strumentali, i cui titoli se messi assieme, rievocano i versi "Unquiet Slumbers For The Sleepers In That Quiet Earth (Sonni Agitati Per Chi Riposa In Questa Terra tranquilla)" con cui si conclude il libro "Cime Tempestose" della scrittrice britannica Emily Bronte, a cui l'album è chiaramente ispirato, a partire dal titolo. Wuthering Heights (Cime Tempestose) è il nome della casa immersa nelle nebbiose lande dello Yorkshire, dove vive la famiglia Earnshaw, composta dall'arcigno capo famiglia, la moglie, due figli maschi, la figlia Caterina ed il figlio adottivo Heathcliff. Ed è proprio lo sviscerato amore fra questi ultimi il fulcro del romanzo, che Caterina rende pubblico solo in punto di morte. Una volta morto anche Heathcliff, i corpi dei due innamorati vengono seppelliti insieme, e la leggenda narra che i loro fantasmi si aggirano ancora fra le mura di Wuthering Heights. Il narratore della storia è il signor Lockwood, che in visita alla tomba dei due innamorati, recita le memorabili frasi con cui si conclude il romanzo, smentendo in qualche maniera le dicerie che i due fantasmi si aggirano ancora nella casa degli Earnshaw.

Unquiet Slumbers For The Sleepers...

La prima delle due sorelle strumentali è "Unquiet Slumbers For The Sleepers... (Sonni Agitati Per Chi Riposa?)" poco più di due minuti di poesia musicale firmati a quattro mani da Steve Hackett e Mike Rutherford. Chitarra e sintetizzatori danno vita ad una inquietante atmosfera autunnale. Le lamentose trame del sintetizzatore ricamate dai virtuosi fraseggi con la chitarra acustica, sembrano rievocare gli spiriti dei due amanti che, secondo la leggenda, infestano le mura di Wuthering Heights. Il delicato lavoro di Phil Collins sui piatti somiglia molto ad un gelido vento autunnale che smuove la fitta nebbia, ormai ben radicata fra i solchi di questo cupo album. Alcuni colpi su un timpano scordato rendono ancora più tetra l'atmosfera. Il brano cresce lentamente d'intensità, come se dovesse esplodere da un momento all'altro, ma si continua con il magico intreccio fra la ridondante partitura della chitarra acustica e le spettrali trame che fuoriescono dal castello di tastiere, che immaginiamo immerso nella nebbia. Il fatato suono del chimes accarezzato da Phil Collins rende ancora più arcana l'atmosfera. Nel finale il magico e scintillante scampanellare del chimes si fa più presente, poi gli ultimi spettrali lamenti del synth lasciano il campo ad una corsa sulla pelle del rullante, che crescendo in fader ci tiene sulle spine, come quando durante uno spettacolo si annuncia qualcosa di strabiliante, aprendo i cancelli alla maggiore delle due sorelle strumentali.

...In That Quiet Earth

...In That Quiet Earth (? In Questa Terra Tranquilla)", firmata da tutta la banda al completo. Le due sorelle non si assomigliano affatto, il rullante ha spazzato via la nebbia e gli spettrali lamenti del brano precedente, in virtù di un brillante impatto sonoro, che come un raggio di sole squarcia le nebbiose atmosfere che pervadono l'album. Phil Collins torna a divertirsi come un matto dietro al drum set, portando una spruzzata di jazz fusion al brano. Mike Rutherford ci martella con un articolato giro di basso che si fa prepotentemente largo fra lo scintillante sciame di note arpeggiate. Steve Hackett tiene a lungo in sustain la prima nota, per poi esplodere in un melodico assolo. I fraseggi dell'estroso Chitarrista di Pimlico ci fanno dimenticare che stiamo ascoltando un brano strumentale. Tony Banks riempie gli spazi con avvolgenti tappeti, lasciando per una volta la scena all'amico chitarrista. Con una interminabile corse sulle pelli dei tom tom, Phil Collins annuncia un cambio La pioggia di note arpeggiata cessa, i a melodici fraseggi si fanno più acidi e meno pronunciati, andandosi ad attorcigliare ad un ridondante ed alieno tema di synth, che timidamente tenta di entrare in scena. Magicamente si paventa nuovamente il tema portante, stavolta replicato da Tony Banks con un suono spettrale. Steve Hackett, stuzzicato, torna a riprendere il comando, riproponendo i fraseggi con cui aveva aperto il brano. Dopo alcuni secondi, tastiera e chitarra iniziano a viaggiare all'unisono, dando vita ad un intreccio da brividi. Improvvisamente, al minuto 02:37, come uno spettro si manifesta l'inquietante tema con cui i nostri hanno aperto "Eleventh Earl Of Mar". Phil Collins abbandona la funambolica ritmica jazz in virtù di una cadenzata marcia dai sentori doom, seguita all'unisono dall'organo e dagli strumenti a corda. Tenuto a bada per troppo tempo, Tony Banks esplode con un epico assolo di tastiera con forti richiami orientaleggianti. I sinuosi fraseggi del talentuoso Tastierista Dell'East Hoathly vanno avanti, arrivando a fondersi con un tema che ricorda molto, ma molto da vicino la futura "Here Comes The Feeling" degli Asia. Un effimero ritorno del tema che ha aperto la prima traccia anticipa un caustico interludio. La sezione ritmica continua con l'incessante ritmica doommeggiante, gli accordi distorti lottano con un riff di tastiera vengono ricamati da Tony Banks con l'organo e fiammate futuristiche di synth. Ritorna il tema iniziale del brano che cantava le eroiche gesta dell'Undicesimo Conte Di Mar, stavolta eseguito da Tony Banks con due strumenti ben distinti, che attorcigliandosi fra di loro, danno vita ad un ipnotizzante vortice di note. Di botto il brano si spenge, ma non è finita. Dopo neanche un secondo di pausa i nostri riprendono l'incessante andatura sentita pochi secondi fa, dove continuano i virtuosismi Bankiani, che vanno a fondersi nuovamente con l'ammaliante tema che ricorda "Here Comes The Feeling", seguito da una versione a BPM maggiorati del tema iniziale di "Eleventh Earl Of Mar".

Afterglow

A salutarci, rimane uno spaziale tappeto di tastiera, che va a fondersi con la traccia conclusiva, l'ennesima perla firmata da Banks, una solenne ballata intitolata "Afterglow (Ultimi Bagliori)", termine che in vero non ha una precisa traduzione nella nostra lingua. Si tratta dell'ultimo barlume di luce, generalmente rossastro, con cui il Sole ci saluta prima di tramontare in maniera definitiva. Conoscendo i Genesis, la metafora del tramonto non è messa lì per caso. Potrebbe riferirsi al termine dell'era progressive della band, oppure all'imminente addio di Steve Hackett che si prospettava alla porte, con il chitarrista sempre più oscurato da Banks. Teorie rafforzate dal fatto che il titolo del brano non viene mai menzionato durante la canzone. Di sicuro si tratta del tramonto di un essere umano, che dopo aver perso tutto per cause ignote, si ritrova ad essere un senza tetto che passa da una catapecchia ad un freddo ponte, cercando di sopravvivere in mezzo alla polvere ed al gelo. Phil Collins, interpretando il brano in maniera straziante, riflette i pensieri del povero clochard, che si ritrova ad affrontare una triste situazione lontana anni luce dai suoi canoni di vita standard. Si potrebbe trattare di un impiegato che in maniera brusca ha perso il lavoro, di un uomo finito nel circolo vizioso del gioco d'azzardo, o di un marito cacciato di casa dalla moglie, ognuno di voi è libero di interpretare il brano come vuole. Nella sua mente, brama con nostalgia gli attimi migliori della sua vita, e con disperazione tenta di riconquistare ciò che ha perso, che potrebbe essere un lavoro dignitoso, la fede o il calore di una compagna, che leggendo attentamente le righe, è quello che manca di più allo sfortunato senza tetto. Gli manca la brillantezza della voce della ex compagna, il calore e la luminosità con cui dava senso ad ogni singola giornata. Ora il triste protagonista è pronto a tutto per riconquistare quello che ha perso, è disposto anche a vendere la sua anima, per uscire da un mondo in cui non si riconosce affatto. Il brano, a tratti ricorda il celebre motivo natalizio "Have Yourself A Merry Little Christmas" scritto nel 1943 da Hugh Martin e da Ralph Blane e rivisitato in maniera smodata nel corso degli anni da una quantità industriale di artisti. Lo stesso Tony Banks ha ammesso una certa somiglianza, senza specificare però se si tratta di un tributo voluto o di pura casualità. Il brano nasce dalla reminiscenza del tappeto di tastiere che va a concludere il brano precedente. Phil Collins attacca con un filler molto scolastico ma di grande effetto, annunciando il mellifluo intreccio fra le tristi trame della tastiera ed uno squillante arpeggio di chitarra. La sezione ritmica, stavolta si limita ad accompagnare con uno scarno 4/4 da lento pop rock. La triste linea vocale riesce a trasmetterci un forte senso di nostalgia e malinconia. La musica ci culla piacevolmente fino ad arrivare all'inciso, dove si paventa uno celestiale pad che imita un incessante coro. Phil Collins abbellisce la semplice ritmica con magie in controtempo sul ride che solo un genio della batteria può ideare.  . Ritorna la strofa, con la sua andatura cullante. La melanconica linea vocale viene ricamata da nostalgici cori d'altri tempi che donano un piacevole retrogusto vintage al brano. A seguire ritroviamo il bellissimo chorus che mette in mostra l'abilità di Phil Collins di creare ammalianti linee vocali che lasciano il segno, conquistandoti all'istante. Un delicato filler annuncia una versione più energica dell'inciso, che scolasticamente sale di tono. L'interpretazione di Phil Collins è letteralmente da pelle d'oca. Il nostro carica con malizia i punti cruciali della struggente linea vocale, provocando orde di brividi lungo la nostra schiena. Il ritornello è uno dei punti più alti dell'album, e i nostri con intelligenza lo sfruttano al massimo. Dopo una buona ed apprezzata dose di ritornello, i nostri si dilungano in un melanconico finale strumentale. Il celestiale pad che rievoca struggenti cori domina, ricamato dalla cullante chitarra arpeggiata di Steve Hackett. Ci pensa la sezione ritmica a rendere meno banale questo ending strumentale. Phil Collins riempie con filler di gran classe, Mike Rutherford ci ipnotizza con un prolungato assolo di basso, eseguito con una delicatezza disarmante. I sinuosi fraseggi sulle quattro corde sfumano lentamente in fader assieme agli altri strumenti, lasciandoci con un deciso e piacevole senso di soddisfazione.

Conclusioni

Ed anche questo secondo album del dopo Peter Gabriel ci consegna dei Genesis in gran spolvero, che sembrano non aver accusato il letale colpo inflittogli dal Cantastorie Di Chobham. Mantenendo inalterate le radici progressive, già dalla copertina si percepisce che abbiamo fra le mani un platter dove predominano grigie e nebbiose atmosfere autunnali delle brughiere britanniche, generate dal talentuoso Tony Banks, che sale ancora una volta sul gradino più alto del podio. Il nostro firma ben sei pezzi su nove, ma anche nei brani composti dai colleghi, il suo apporto è a dir poco fondamentale e determinante. L'antidivo per eccellenza alterna funamboliche escursioni soliste a momenti di rara intensità, confermandosi una vera e propria macchina dispensatrice di atmosfere. Phil Collins, come nell'album precedente, si conferma una scelta vincente, disimpegnandosi in maniera impeccabile nel doppio ruolo batterista-frontman. Nelle canzoni strumentali libera tutto il suo ego e tutta la fantasia, dando vita aritmiche più uniche che rare, ma come sempre il suo apporto dietro alla batteria è determinate su tutto il platter. Inizia a farsi apprezzare sempre di più con ammalianti linee vocali, che lasciano presagire quello che diventerà qualche anno più avanti. Steve Hackett, paradossalmente, nonostante abbia esternato tutte le sue rabbie represse dovute all'ingombrante magnificenza di Tony Banks, dà un forte contributo a livello compositivo, il maggiore di tutta la sua fortunata carriera genesisiana. Per quanto mi riguarda, come in gran parte degli album precedenti, le sue indiscusse abilità tecniche non vengono sfruttate al 100%. Mike Rutherford sembra in forma smagliante, dividendosi fra la chitarra a dodici corde ed il basso, con il quale dà vita a momenti che possono essere considerati i più interessanti della sua fortunata carriera. Il nostro da un forte contributo anche in chiave compositiva, firmando addirittura da solo il brano "Your Own Special Way", antipasto dei Genesis che verranno. Il melanconico "Wind & Wuthering" è venuto alla luce il 17 Dicembre del 1976, registrato fra il Settembre e l'Ottobre del medesimo anno presso i Relight Studios di Hilvarenbeek, in Olanda. Sempre con la preziosa collaborazione del produttore David Hentschel, i mixaggi finali sono stati effettuati ai Trident Studios di Londra. La distribuzione è stata affidata ancora una volta alla Charisma Records. La copertina dell'album fu realizzata dal disegnatore Colin Elgie, che lo stesso anno aveva curato l'artwork di "A Trick Of The Tail". Si tratta di un disegno acquarellato, con una forte prevalenza di vari toni di grigio. Fra i densi banchi di nebbia, si intravede in lontananza una maestoso albero, forse una grande quercia. Nel back di copertina, troviamo un altro albero, con molte probabilità lo stesso, spoglio di foglie, mentre un nutrito stormo di uccelli neri, che io identifico in storni, si libra in aria. Ritornando al front, in alto a sinistra in stile araldico, il logo della band ed il titolo dell'album formano una croce, decorata con foglie secche, rafforzando la grigia e triste atmosfera autunnale che prevale per tutto l'album. Come il suo predecessore, "Wind & Wuthering" ha ottenuto un discreto consenso sia dalla critica che dal pubblico, piazzandosi ad una più che dignitosa posizione numero 7 nella classifica degli album più venduti nel Regno Unito e la posizione numero 26 in quella degli Stati Uniti, dove ad Aprile del 1977 raggiunse le 150.000 copie vendute. Nel febbraio 1977, la British Phonographic Industry lo ha certificato come disco d'oro. Anche il tour mondiale a supporto dell'album si rivelò un grande successo. Bill Bruford fu rimpiazzato dal batterista Chester Thompson, che collaborerà a lungo con la band. Il palco fu allestito con una futuristica combinazione di luci e laser. Il tour ottenne un discreto successo anche negli Stati Uniti, dove il numero dei fans aumentava a vista d'occhi, ma le punte più alte di pubblico furono registrate in Brasile, dove addirittura venne annullata una data che prevedeva oltre 100.000 persone, per motivi di ordine pubblico. Per il medesimo motivo, ogni membro della band venne scortato da una guardia del corpo armata, durante tutto il soggiorno nella terra Verde Oro. Meno immediato ma più sostanzioso, forse grazie alle torbide e opprimenti atmosfere che predominano fra i solchi dell'album, lo trovo una spanna sopra al suo predecessore, grazie anche alla presenza della mastodontica "One For The Vine (Quello della Vite)", una delle più belle composizioni in assoluto di Banks e compagni, che da sola vale il prezzo del biglietto. Come ho fatto con il suo predecessore, invito i Gabrielliani più convinti ad ascoltare questo grandissimo album che poco ha da invidiare ai capolavori del passato. Allo stesso tempo è la strada ideale e meno impegnativa da percorrere per chi si vuole affacciare all'era progressive dei Genesis, che aimè termina proprio con l'album in questione, andando poi a ritroso nel tempo, fino ad arrivare ai sempiterni capolavori dell'era Gabriel.

1) Eleventh Earl Of Mar
2) One For The Vine
3) Your Own Special Way
4) Wot Gorilla?
5) All In A Mouse's Night
6) Blood On The Rooftops
7) Unquiet Slumbers For The Sleepers...
8) ...In That Quiet Earth
9) Afterglow
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