GENESIS

We Can't Dance

1991 - Atlantic Records

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
20/12/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione recensione

Nonostante "Invisible Touch" sia considerato dallo zoccolo duro dei fans di lunga data il punto più basso della carriera dei Genesis, è stato il loro album di maggior successo a livello commerciale. Album e singoli hanno primeggiato a lungo nelle classifiche di tutto il mondo. I nostri sfruttano al massimo l'inaspettata gallina dalle uova d'oro e intraprendono un faraonico tour mondiale, iniziato il 18 Settembre del 1986 a Detroit e conclusosi il 4 Luglio del 1987 in casa a Londra. Ben 112 date, molte delle quali tenute nella medesima città, con il record che va alle città di Oakland e Sidney, che ospitarono i nostri per ben sei serate. Il meglio delle quattro date di Londra nel suggestivo palco dello storico stadio di Wembley, nel 2003 sarà racchiuso nel DVD "Live at Wembley Stadium". Rientrarti dall'estenuante tour, i Genesis si misero in stand by per cinque lunghissimi anni, sfruttando al massimo i ricavi dei botteghini dell'album precedente e dedicandosi ai progetti solisti. Cosa alquanto strana, se si pensa che nei primi cinque anni di vita i nostri pubblicarono ben sei album in studio. Nel 1989 Phil Collins mise a segno l'ennesimo colpo con "...But Seriously", vendendo oltre 20 milioni di copie in tutto il Mondo. Fra le numerose hit, si faceva notare un gradito allontanamento dai synth e dalle drum machine in virtù degli strumenti tradizionali, cercando di dare un suono più caldo e "live", e questa cosa fu a dir poco incoraggiante in vista di un futuro album dei Genesis. Mike Rutherford portò avanti il progetto Mike + The Mechanics, pubblicando "Living Years" a Novembre del 1988, bissando il successo dell'album d'esordio. A Marzo del 1991 i simpatici meccanici pubblicarono il loro terzo album "Word of Mouth", un lavoro visibilmente in calo rispetto ai sui predecessori. Pur essendo un compositore eccellente, la carriera solista di Tony Banks non ebbe lo stesso successo dei colleghi. Il nostro cercò di imitare l'allampanato chitarrista, abbandonando i progetti solisti e dando vita ad una nuova band, i Bankstatement, pubblicando l'omonimo album ad Agosto del 1989, ma era ben chiaro che il nostro raccogliesse il successo solo con il moniker Genesis. Già meglio andò l'album "Still", pubblicato agli inizi del 1991 con il nome Tony Banks, dove il nostro si avvaleva della collaborazione di numerosi artisti, fra i quali spiccavano Fish e Nik Kershaw. Con tutti questi album solisti messi in commerci e Phil Collins alle prese con un importante tour mondiale a supporto del nuovo album, il lungo silenzio dei Genesis iniziava a far preoccupare i fans. Iniziavano ad aleggiare minacciose voci di un probabile scioglimento. Finalmente, nella primavera del 1991, i Genesis si riunirono nei familiari studio The Farm, immersi nella tranquillità della verde campagna inglese. Bastarono poche jam session per far riaffiorare la vena artistica e gettare le basi per il loro quattordicesimo album in studio, intitolato "We Can't Dance". Dopo anni di collaborazione, il produttore Hugh Padgham tolse il disturbo, sostituito da Nick Davis, che già aveva conosciuto i membri dei Genesis producendo i progetti spin-off. Con gli anni'80 ormai alle spalle, l'uso smodato di sintetizzatori e drum machine calò vistosamente, avvicinando il sound all'omonimo album datato 1983. Se pur i brani siano firmati dal triumvirato albionico, il maggior contributo compositivo fu opera di Phil Collins, che aveva il suo album solista ormai alle spalle, a differenza di Mike e Tony, che proprio in quel periodo stavano ultimando i rispettivi lavori. Il nostro firmerà anche più della metà delle liriche. Quello che ne viene fuori è un album nettamente superiore al suo predecessore, un pop rock raffinato di gran classe, maturo sotto il profilo musicale, privo dei pacchiani e pesanti arrangiamenti tipici degli anni '80, maturo anche nelle liriche, dove vengono affrontati argomenti di spessore come le violenze familiari. Come recita il titolo, ormai quarantenni, i nostri non hanno più l'età di danzare. Tornano anche le lunghe composizioni, ben due sopra i dieci minuti, che se pur lontane da "The Musical Box", fanno riaffiorare lievemente il legame con il passato. Pochissimi i brani che non sono degni di nota. Uno snellimento della track list con due tre brani in meno, avrebbe secondo il mio modestissimo e sindacabile parere valorizzato ancor di più l'album.  E' giunta l'ora di andare ad ascoltare, quello che purtroppo viene ricordato come l'ultimo album di Phil Collins con i Genesis.

No Son Of Mine

Ad aprire le danze è "No Son of Mine (Non Mio Figlio)", primo dei sei singoli estratti dall'album, lanciato come brano apripista il 31 Ottobre del 1991, data cara ai Genesis, visto che già precedentemente avevano rilasciato un singolo in concomitanza con la Festa Delle Streghe, per la precisione "Home By The Sea", brano che curiosamente ha altri spunti in comune con la traccia che apre l'album, a partire dalle ammalianti linee vocali che valorizzano al massimo la canzone. In maniera insolita i nostri aprono il platter con i rintocchi di un metronomo impostato intorno ai 200 BPM. Una raffinata chitarra distorta stoppata segue i battiti del metronomo, che ricordano un cuore impazzito, poi è il turno di Tony Banks, che entra in scena con uno spettrale pad di tastiera e fa centro con un effetto molto simile al barrito di un elefante, denominato appunto "Elephantus" e che in origine era il titolo provvisorio del brano. Il suono è stato attenuto da Banks lavorando con il campionatore su un accordo distorto di chitarra. Con un'atmosfera così avvolgente e funzionale, è sin troppo facile per Phil Collins tirare fuori dal cilindro una delle sue ammalianti linee vocali, di quelle che ti entrano subito in testa ma che soprattutto ti arrivano dritte al cuore. Il nostro canta con malinconia una storia di abusi familiari. La situazione fra le quattro mura degenera giorno dopo giorno, il padre ubriaco abusa della madre e sovente malmena il figlio, portandolo a prendere una drastica e poco dignitosa decisione, quella di lasciare la famiglia. Aveva bisogno di nascondersi in un posto tranquillo, dove poter ritrovare la pace, soprattutto quella interiore. I minacciosi lamenti dell'elefante sembrano dire al ragazzo "-vai!" dandogli il coraggio e la spinta decisiva per compiere il grande passo. Nella seconda strofa, mentre gli strumenti a corda viaggiano all'unisono seguendo i battiti del metronomo, il rullante suona minaccioso, replicando i pensieri che aleggiano nella mente tormentata del ragazzo, sempre più deciso a fuggire di casa. Quella era l'ultima notte che avrebbe sentito piangere sua madre. Ma di testi basati sulle violenze familiari con la classica fuga di casa da parte della vittima ne abbiamo visti a centinaia, ecco che Phil Collins ha un lampo di genio, e nel bridge spinto dal delicato crescendo della musica, il Cantastorie Di Londra ci mostra cosa è successo al ragazzo dopo la fuga. Le ferite si sono ormai cicatrizzate, lasciando il campo ad un forte senso di rimorso che lo porta a fare ritorno a casa. Con il cuore in gola suona il campanello cercando di porre fine alle paure che da troppo lo tormentano. Un chiarimento con il padre, anche se doloroso è l'unico modo per esorcizzare i demoni che invadono il suo corpo. Un delicato climax spalanca le porte all'inciso. Il brano esplode, una bella armonia degli strumenti spinge in alto Phil Collins, che con sorpresa ci canta la reazione del padre, che ignorando quanto insegnato dalla parabola del figliol prodigo, gli risponde che lui non è più suo figlio. Quella che doveva essere la cura a tutti i suoi mali si è rivelata una spada di Damocle, che ha riaperto le ferite che si stavano lentamente richiudendo. I nostri continua a puntare sul chorus, inframezzandolo con un breve interludio strumentale dove emerge un dolcissimo tema di tastiera. A fare da bridge con la strofa successiva torna l'oscuro lamento dell'"Elephantus" che ben presto è diventato il simbolo con cui i fans identificano il brano. Phil Collins torna a farci stringere il cuore, cantandoci dello stato d'animo del ragazzo, che spiazzato dalla reazione del padre non sa più che fare. A sorpresa non riscontriamo uno scontato lieto fine, ma la conferma di una famiglia distrutta dal demone dell'alcool, come canta Phil Collins nel chorus che ci accompagna verso un finale, dove troviamo interessanti cori, vocalizzi e controcanti ricamati da interessanti fraseggi di chitarra che hanno l'unico difetto di essere troppo in ombra e di sfumare proprio sul più bello. "No Son of Mine" non ha niente di progressive rock, ma è doveroso riconoscere che si tratta di un gran bel pezzo, raffinato e di gran classe, chapeau.

Jesus He Knows Me

A seguire incontriamo un'altra hit, "Jesus He Knows Me (Gesù Lui Mi Conosce)". Si tratta del quarto singolo estratto dall'album, precisamente il 19 Luglio del 1992. Durante le sessioni compositive, nella geniale mente di Phil Collins riecheggiava costantemente la frase "Cause Jesus He Knows Me And He Knows I'm Right (Perché Gesù Mi Conosce E Lui Sa Che Ho Ragione)", il nostro individuò immediatamente le enormi potenzialità su cui costruire un ammaliante ritornello, intorno al quale poi si sviluppò tutto il brano. Ne venne fuori un trascinate e frizzante pop rock, per fortuna incontaminato dalla tempesta elettronica tanto in voga nel decennio precedente, brano che indubbiamente risulta piacevole e simpatico. Tony Banks apre con un ubriaco riff di tastiera dai sentori orientaleggianti, accompagnato da una serie di power cord distorti lasciati evaporare lentamente. Il Drummer Londinese finalmente lascia perdere gli esagoni della Simmons ormai desueti e torna a sedersi dietro al tradizionale drum set, iniziando a correre come un treno. Arriva la strofa, Mike Rutherford ci martella con una incisiva linea di basso, ricamata da una raffinata trama stoppata con la sei corde in sottofondo, mentre dal castello di tastiere fuoriescono una serie di rilassanti accordi pronti ad accogliere il Cantastorie di Londra, che fa centro con l'ennesima linea vocale vincente. Già in passato, i Genesis vedevano l'uomo medio spesso succube di tutto ciò che stava all'interno di quella scatola maledetta chiamata televisione. Stavolta a finire nel mirino di Phil Collins sono i classici predicatori evangelisti a stelle e strisce. Durante il loro primo tour americano, nostri rimasero letteralmente scioccati da questa subdola figura che imperversava sugli schermi, sulle riviste e nei cartelloni pubblicitari degli Stati Uniti, predicando la parola di Dio in cambio di denaro, una figura molto simile ai nostri maghi che spillano i soldi a persone ormai disperate che non sanno più a che santi rivolgersi per risolvere i loro problemi. Durante la loro permanenza in America, Tony Banks e soci parlarono a lungo della questione "predicatori televisivi", letteralmente impressionati da una figura contornata di sola ipocrisia e domandandosi come gli americani potessero credere a tali sciocchezze. Agli inizi degli anni novanta, l'America affrontava proprio lo scandalo dei predicatori, con le "stelle" Robert Tilton, Jim Bakker e Benny Hinn sotto inchiesta con l'accusa di aver estorto denaro ai propri fedeli, dietro la promessa della "salvezza eterna", argomento facilmente associabile al ritornello che ronzava nella mente di Phil Collins. Il bridge con un bel climax e raffinati coretti ci prepara al chorus, dove ritroviamo la progressione di accordi distorti sparati dalla chitarra sentita nei primi secondi del brano. Grazie alla vincente linea vocale, l'inciso è di quelli che si imprimono prepotentemente nella nostra mente, rimanendoci a lungo, di quelli che ci divertiamo a fischiettare sotto la doccia o al lavoro. Nel chorus vien fuori l'anima subdola del predicatore evangelico, che senza peli sulla lingua dichiara di essere in contatto con il Padre Eterno e che tutto quello che fa e dice è sotto la sua supervisione. Nella strofa successiva, senza peli sulla lingua, iniziano una serie di attacchi che mettono in dubbio l'eticità dei predicatori, che millantano di credere nel Signore e nella famiglia, quando poi di nascosto si vedono con una giovane ragazza se non addirittura con un giovane ragazzo, magari comprando la loro occasionale compagnia con i soldi spillati agli ingenui clienti. Strofe e ritornelli si succedono con la velocità di un jet, fino ad arrivare al consueto interludio strumentale centrale, dove un orientaleggiante riff di tastiera annuncia lo special. I nostri ci sorprendono con un caloroso interludio caratterizzato da atmosfere reggae, spezzando in due il brano. Continuano gli attacchi diretti ai predicatori, sempre gentili e disponibili. Facilmente rintracciabili grazie ad un numero verde, i predicatori sono disposti anche a fare visite a domicilio, senza far scomodare gli ingenui clienti. Con benedizioni dispensate a peso d'oro, le subdole figure arrivano addirittura a promettere una fetta di Paradiso e se ce ne fosse il bisogno anche autentici miracoli, sempre ovviamente sotto un lauto compenso in denaro. Dopo questo caloroso e rilassante interludio i nostri tornano di nuovo all'attacco, con strofa e ritornello, che ci accompagna verso l'epilogo, impreziosito da coretti e controcanti. In seguito, Phil Collins ha tenuto a precisare che le liriche, sicuramente fra le più ciniche mai scritte, non sono affatto contro la religione ma mirano solo ed esclusivamente a smascherare quella schiera di truffatori che in America ha addirittura oltre quaranta canali TV dedicati alla loro deprecabile professione. Divertentissimo anche il video clip, con i nostri nelle vesti di tre predicatori dalle improbabili acconciature, che dopo aver ammaliato i loro adepti si danno alla bella vita, contornati di bellezze mozzafiato e nel finale vengono ricoperti da una pioggia di dollari, ovviamente spillati a quei creduloni degli americani.

Driving the Last Spike

"Driving the Last Spike (Fissando L'ultimo Chiodo)" è il primo dei due brani la cui durata si spinge oltre i dieci minuti. Si tratta di una ballad che con un convincente climax sfocia in un rock di gran classe. Sono lontani i fasti di "The Musical Box", ma grazie anche alle interessanti liriche che vi consiglio di seguire durante l'ascolto, il brano fa riaffiorare la vena artistica dei nostri che aimè, sembrava ormai smarrita. Caldi accordi di chitarra vengono affiancati dai passi acquatici della drum machine. Tony Banks risponde con un raffinato lamento di tastiera, che con il passare dei secondi si fa sempre più pronunciato. Una serie di profondi glissati di basso annuncia l'ingresso in scena di Phil Collins, che lo fa con grazia e raffinatezza. Con mestizia, il nostro ci porta indietro nel tempo, agli inizi del 1800, andando a riscoprire una pagina significativa della storia Inglese, quando in condizioni a dir poco disumane, gruppi di giovani ed inesperti braccianti si apprestavano a costruire la catena ferroviaria che collega l'intera Inghilterra, purtroppo lasciandosi dietro una scia di sangue a tingere di rosso i binari. Già in passato, con "Deep In the Motherlode", i nostri avevano affrontato un problema sotto certi versi simile, raccontandoci la dura vita che dovevano affrontare i cercatori d'oro nell'America del diciannovesimo secolo. Il Cantastorie Londinese si è ispirato al libro "The Railway Navvies" scritto nel 1968 da Terry Coleman. I "navvies" erano appunto gli operai dediti alla costruzione delle linee ferroviarie, e il nostro ci illustra la dura e rischiosa vita che dovevano affrontare quotidianamente, vista proprio attraverso gli occhi di uno di loro. Si inizia con il momento più straziante, quando il protagonista lascia la propria famiglia, senza sapere se sarà un arrivederci oppure un addio, rivolgendosi al cielo per trovare forza, sostegno e un po' di buona sorte. I navvies erano come un corpo militare, tutti uniti davano sempre il massimo dritti verso un comune obbiettivo, ma purtroppo i tirannici padroni pretendevano sempre di più, portando allo sfinimento la valente forza operaia, che per orgoglio e carattere, non si fermava neanche di fronte alla morte nel nome del nulla di alcuni colleghi. Ormai derubati di ogni essenza, le uniche cose che rimanevano intatte erano lo spirito e la dignità, che li portava ad andare avanti, nonostante tutto. Un breve bridge strumentale annuncia il chorus, dove il brano sale notevolmente d'intensità. Phil Collins aiutato da decisi filler di batteria, con rabbia canta la disperazione dei navvies e il cinismo di chi sopra di loro, fa finta di non vedere le condizioni inumane in cui sono costretti a lavorare, ignorando i molteplici incidenti e infischiandosene delle vite perdute, insignificanti numeri messi in preventivo nel nome del progresso. Breve bridge strumentale, dove chitarra e organo dialogano e poi ritroviamo la strofa, stavolta resa più energica da una decisa figurazione di batteria. Chitarra elettrica e organo continuano a dialogare, ricamati da pungenti fraseggi di basso, mentre Phil Collins canta il momento drammatico. Un terribile incidente miete centinaia di vittime, rimaste sepolte sotto una pioggia di pietre dovuta la cedimento di un tunnel. Le sicurezze del nostro protagonista iniziano a vacillare. Chi deve intervenire per evitare incidenti non lo fa, il timore di non rivedere più la famiglia si fa sempre più forte, ma a prevalere è ancora una volta il forte spirito dei navvies, che riprendono il loro incessante lavoro per portare a termine la loro missione. Dopo il secondo inciso, incontriamo un interessante interludio strumentale. Fra gli accordi eterei di chitarra si fa largo un pungente assolo di basso che annuncia una straziante partitura di tastiera. Se pur relativamente semplici, le note che fuoriescono dal castello di tastiere suonano come una solenne messa in onore dei navvies caduti nel terribile incidente. Pelle d'oca. Nella strofa successiva, con profonda malinconia il Cantastorie Di Londra dipinge i terribili momenti susseguenti all'incidente. Una densa nube di polvere rendeva difficile il respiro. Sentore di morte e di terrore aleggiava fra i superstiti, molti dei quali versavano in gravi condizioni. Nessuno sapeva quantificare le vittime, c'era bisogno di tempo e di aiuto dall'esterno. Dai piani alti dicevano che il tunnel era sicuro, ma mentre lo dicevano, sapevano di mentire. Ma in cielo, qualcuno sembra aver ascoltato le preghiere del nostro protagonista, che è riuscito miracolosamente a uscire illeso dal terribile incidente. Dopo l'inciso, al minuto 05:34 il brano cambia completamente veste. Mike Rutherford spara una serie di schitarrate alla Pete Townshend, poi il brano prende a sorpresa una strada che ricorda vagamente le sonorità dei migliori U2. Spinto dal brio degli strumenti, con grinta e rabbia Phil Collins inizia a trarre le conclusioni. L'incidente è stato un evento talmente traumatico che i fortunati sopravvissuti se lo porteranno dentro per l'eternità. Per una paga irrisoria, troppo spesso sono stati faccia a faccia con il Diavolo, lavorando sotto il sole cocente o sotto la pioggia, sotto la neve, al gelo e tempestati da violente raffiche di vento. Temendo sempre di non poter rivedere i propri figli e la moglie, chiedendosi se riusciranno di nuovo a riabbracciarli. Per forza, da qualche parte, deve esserci un lavoro più dignitoso ed una vita migliore. Ma prima di aspirare a qualcosa di meglio, bisogna fissare per bene l'ultimo chiodo. Strofa ritornello si succedono in serie, guidati dall'ossessivo incedere del rullante, che ricorda i colpi di martello inferti sui chiodi. Le drammatiche liriche non hanno nulla da invidiare a quelle dell'era progressive e dimostrano che anche Phil Collins, se mette da parte la sua delusione matrimoniale, è capace di tirar fuori liriche profonde e convincenti, interpretate in questo caso in maniera a dir poco magistrale.

I Can't Dance

E' il turno di "I Can't Dance (Non So Ballare)" un ossessivo rock blues rilasciato come singolo il 30 Dicembre del 1991, comportatosi egregiamente un po' in tutto il Mondo e grazie al quale i nostri ricevettero la nomination per il Grammy Award For Best Pop Performance By A Duo Or Group With Vocals del 1993, vito per la cronaca da Celine Dion & Peabo Bryson. Invero, durante la fase embrionale, il brano si intitolava "Blue Jeans" in quanto il riff di chitarra ideato da Mike Rutherford ricordava vagamente quello di "Should I Stay Or Should I Go" dei Clash, brano che negli anni '80 tornò alla ribalta grazie ad uno spot della Levi's. Con il passare del tempo il titolo venne cambiato, Phil Collins trovava divertenti una serie di soggetti incontrati alla scuola di recitazione che proprio erano negati per qualsiasi tipo di danza, muovendo in maniera scoordinata braccia e gambe, da qui il titolo "I Can't Dance", che suggerì anche il nome dell'album. Ma l'idea dello spot dei jeans rimase e stuzzicò la mente di Phil Collins, che decise di scrivere un testo brillante ed ironico, mettendo nel mirino le pubblicità che evidenziavano il fisico statuario e l'ego del bel ragazzo di turno, testo fra l'altro utile a smorzare la tensione e la drammaticità create dal brano precedente. Insolitamente per i Genesis, tutta la canzone gira in torno ad un acido riff di chitarra in stile ZZ Top, inizialmente accompagnato dai rimbalzi liquidi della drum machine e da strambe percussioni. Il Cantastorie Di Londra entra subito in scena con una calda linea vocale blueseggiante che sembra venire direttamente dalle rive del fiume Mississippi. Accompagnato dall'ossessivo ritmo della drum machine, il nostro si diverte a dipingere con una buona dose di ironia, i quadretti delle famose pubblicità della Levi's. Sole cocente, un tizio che gira rigorosamente in blue jeans in cerca di un passaggio in auto, onde evitare di diventare il pasto per qualche affamato alligatore. Nell'inciso, gli strumenti continuano sulla stessa linea, mentre il cantato, con grinta, sfrutta tutte le potenzialità dell'ammaliante titolo. Nella seconda strofa continua la parodia delle pubblicità ormai vintage della Levi's. Siamo su una spiaggia affollata, il bello di turno, ovviamente armato di blue jeans, tenta di conquistare una bellezza che lascia intravedere le proprie grazie sotto la camicetta, ma il nostro finisce solo con l'attirare il cane della medesima. Dopo il secondo inciso incontriamo lo special. Blandi accordi di chitarra dai sentori blues scaldano l'atmosfera, sempre con la modalità Mississippi inserita, Phil Collins canta poche righe, lasciando poi il campo ad un breve interludio strumentale, dove il riff di chitarra viene ricamata da sornioni sbadigli di pianoforte portandoci dritti verso la strofa successiva, dove la telecamera si sposta in una fumosa stanza di un pub, dove un punk rovescia la birra sulle scarpe al macho in blues jeans ed un grassone unto quanto basta lo sfida a biliardo, con lo scopo di lasciarlo in mutande. Nell'inciso successivo, il piano torna a dialogare con la chitarra, proseguendo il discorso anche nello special tinto di note bleu, dove Phil Collins evidenzia il corpo ed il viso praticamente perfetti dei vari attori che nel corso degli anni si sono alternati negli spot targati Levi's. Si chiude con l'inciso in loop, abbellito da qualche improvvisazione vocale. Tutto quello che ironicamente ha cantato il Frontman Londinese è stato racchiuso in un divertentissimo videoclip, del quale merita una menzione speciale la scena iniziale. Uno sportivo Phil Collins in maglietta bianca e blues jeans sta facendo l'autostop in una infuocata strada in mezzo ad una zona desertica. Una auto sportiva guidata da una avvenente ragazza gli sfreccia davanti, ricoprendolo completamente di polvere. Nel frattempo, la telecamera indugia su un bellissimo esemplare di iguana terrestre. Il nostro, irritato al massimo, inizia a scrollarsi di dosso la polvere, quando nota che l'auto sta tornando indietro a retromarcia. Il suo sorriso da attore navigato si ingigantisce quando vede che la bella ragazza apre lo sportello. Ma è una gioia effimera, in quanto la amazzone motorizzata fa salire l'iguana e sfreccia via veloce. Con in mezzo il memorabile sketch con i nostri che danzano goffamente in perfetta sintonia, vestiti in nero su sfondo bianco che compare per ogni inciso, il video riprende in maniera divertente tutte le strofe del brano, e vede Phil Collins prima contendersi i jeans con un fastidiosissimo cagnolino e poi lasciato in mutande dal paffuto giocatore di biliardo. Non avendo mai fatto del look e dell'aspetto fisico il loro forte, i Genesis si divertono ad ironizzare sui bei ragazzi muscolosi in jeans, ignari che qualche anno più avanti, saranno proprio le boy band a conquistare il mercato musicale, puntando tutto su look e bellezza, senza badare alla sostanza musicale. Per ironia della sorte, cinque anni più tardi, Phil Collins verrà sostituito proprio da quel Ray Wilson venuto alla ribalta con i suoi Stiltskin grazie al brano "Inside" usato come colonna sonora di uno spot, indovinate un po' di chi? Della Levi's!! Dopo questo poker di brani soddisfacenti, incontriamo "Never A Time (Mai Un Momento)", primo brano a scendere di tono, che con i suoi 03:51 minuti vanta il primato di traccia più breve del platter. Si tratta di una classica ballata Collinsiana dal sapore natalizio, destinata a finire quanto prima nel dimenticatoio. Invero, i Genesis credevano molto nelle potenzialità di questa melliflua ballata, lo dimostra il fatto che in fase embrionale il titolo era "B.B. Hit", ergo un potenziale grande successo. Pubblicato come singolo il 5 Novembre del 1992, navigò anonimamente intorno alla ventesima posizione dei singoli più venduti in America, stranamente senza l'apporto di un videoclip, a confermare che forse, una volta ultimato, nemmeno i nostri credevano poi così tanto nel brano. Si inizia con una melliflua chitarra, ricamata da altrettanto zuccherosi accordi di pianoforte. Stavolta neanche Phil Collins riesce a valorizzare il brano con una delle sue linee vocali vincenti. Se stavate in pena per le liriche che narrano di storie d'amore e crisi di coppia, eccovi accontentati, ma a sorpresa non è il Cantastorie Di Londra a firmarle, bensì Mike Rutherford. Dopo una serie di liriche convincenti, si ritorna alle frasi adolescenziali trite e ritrite, che descrivono una storia d'amore apparentemente eterna, andata poi inspiegabilmente in malora. Conscio che è impossibile tornare indietro a mettere in ordine e a rimediare gli errori fatti, l'allampanato chitarrista non si capacita di come una storia d' amore così forte sia potuta finire. Il nostro si domanda se anche la donna è addolorata e se sente la sua mancanza quando si guarda in torno. Forse uno dei mali della crisi di questa coppia è stato il silenzio, la paura di parlare quando ve ne era bisogno. Questo silenzio egoistico ha aperto una strada in discesa che ha alitato una inarrestabile caduta. Ora che la frittata è fatta, vengono in mente tutte quelle frasi che, se dette per tempo, avrebbero salvato la situazione. Se le liriche sono banali, la musica non è da meno. La melensa linea vocale di Phil Collins ha lo stesso effetto di una tripla dose di Valium, a tratti ricamata da scolastici fraseggi di chitarra, che avevano forse lo scopo di far rabbrividire, ma che sinceramente non fanno altro che accrescere la festa della banalità, come gli eterei coretti che si manifestano nella seconda parte del brano e le natalizie trame che fuoriescono dal castello di tastiere. Fra strofa, bridge, chorus e special non c'è nessuno spunto che riesca a tirare su il brano o che ci colpisca in maniera particolare. In passato, nei brani diciamo più banali, sono state le geniali linee vocale tirate fuori dal cilindro da Mr. Collins a dare qualcosa di interessante, ma in questo caso, neanche il nostro ha saputo dare quel tocco di magia in più. Visto la breve durata ed il numero elevato di tracce che compongono la track list, ben dodici, il brano poteva essere utilizzato tranquillamente come b-side di uno dei tanti singoli estratti.

Never a Time

Dopo questo poker di brani soddisfacenti, incontriamo "Never A Time (Mai Un Momento)", primo brano a scendere di tono, che con i suoi 03:51 minuti vanta il primato di traccia più breve del platter. Si tratta di una classica ballata Collinsiana dal sapore natalizio, destinata a finire quanto prima nel dimenticatoio. Invero, i Genesis credevano molto nelle potenzialità di questa melliflua ballata, lo dimostra il fatto che in fase embrionale il titolo era "B.B. Hit", ergo un potenziale grande successo. Pubblicato come singolo il 5 Novembre del 1992, navigò anonimamente intorno alla ventesima posizione dei singoli più venduti in America, stranamente senza l'apporto di un videoclip, a confermare che forse, una volta ultimato, nemmeno i nostri credevano poi così tanto nel brano. Si inizia con una melliflua chitarra, ricamata da altrettanto zuccherosi accordi di pianoforte. Stavolta neanche Phil Collins riesce a valorizzare il brano con una delle sue linee vocali vincenti. Se stavate in pena per le liriche che narrano di storie d'amore e crisi di coppia, eccovi accontentati, ma a sorpresa non è il Cantastorie Di Londra a firmarle, bensì Mike Rutherford. Dopo una serie di liriche convincenti, si ritorna alle frasi adolescenziali trite e ritrite, che descrivono una storia d'amore apparentemente eterna, andata poi inspiegabilmente in malora. Conscio che è impossibile tornare indietro a mettere in ordine e a rimediare gli errori fatti, l'allampanato chitarrista non si capacita di come una storia d' amore così forte sia potuta finire. Il nostro si domanda se anche la donna è addolorata e se sente la sua mancanza quando si guarda in torno. Forse uno dei mali della crisi di questa coppia è stato il silenzio, la paura di parlare quando ve ne era bisogno. Questo silenzio egoistico ha aperto una strada in discesa che ha alitato una inarrestabile caduta. Ora che la frittata è fatta, vengono in mente tutte quelle frasi che, se dette per tempo, avrebbero salvato la situazione. Se le liriche sono banali, la musica non è da meno. La melensa linea vocale di Phil Collins ha lo stesso effetto di una tripla dose di Valium, a tratti ricamata da scolastici fraseggi di chitarra, che avevano forse lo scopo di far rabbrividire, ma che sinceramente non fanno altro che accrescere la festa della banalità, come gli eterei coretti che si manifestano nella seconda parte del brano e le natalizie trame che fuoriescono dal castello di tastiere. Fra strofa, bridge, chorus e special non c'è nessuno spunto che riesca a tirare su il brano o che ci colpisca in maniera particolare. In passato, nei brani diciamo più banali, sono state le geniali linee vocale tirate fuori dal cilindro da Mr. Collins a dare qualcosa di interessante, ma in questo caso, neanche il nostro ha saputo dare quel tocco di magia in più. Visto la breve durata ed il numero elevato di tracce che compongono la track list, ben dodici, il brano poteva essere utilizzato tranquillamente come b-side di uno dei tanti singoli estratti.

Dreaming While You Sleep

Nonostante il dubbioso inizio con i liquidosi (scusate il neologismo) rumori della drum machine di Dukeiane memorie, mixati ad esotiche percussioni, è di ben altra pasta la successiva "Dreaming While You Sleep (Sognare Mentre Si Dorme)", oltre sette minuti di grande atmosfera che esplodono in un accattivante ritornello. Interessanti anche le liriche, dove Mike Rutherford si rifà alla grande descrivendoci la vita di un pirata della strada tormentata dai rimorsi. Sul tappeto ad acqua steso dalla drum machine e dalle orientaleggianti percussioni, Mike Rutherford esegue una serie di fraseggi di gran classe, dove emergono forti sentori blues, a cui fanno eco pompose fiammate di tastiera. Con una linea vocale che si lascia dietro un alone di mistero, Phil Collins ci racconta i momenti precedenti ad un brutto incidente stradale. I una notte piovosa, uno stanco guidatore, in preda ad un colpo di sonno, non vede una ragazza che sta attraversando la strada e la investe. Preso dal panico, fugge via senza prestare soccorso, scomparendo velocemente con la sua auto, inghiottito dalle tenebre. Nel bridge, il Cantastorie Di Londra si intromette in un acceso dialogo fra la chitarra e la tastiera, giocando intorno al titolo del brano, che nonostante le liriche siano firmate Rutherford, è farina del suo sacco. Andando avanti incontriamo un interludio di gran classe, Tony Banks stende uno spaziale tappeto di tastiera, dove Mike Rutherford, con basso e chitarra inizia a tessere interessantissimi ricami. Un violento filler di batteria apre le porte al chorus. Trasportato da un avvolgente tappeto di tastiera ed accompagnato da delicati power chord distorti, Phil Collins cela un altro dei suoi letali hook in mezzo alle liriche dell'Allampanato Bassista, un micidiale "All My life (Per tutta la mia vita)" che ci entra immediatamente in testa e ci arriva dritto al cuore. Il pirata della strada inizia a pentirsi di non essersi soffermato a prestare soccorso, è consapevole che il rimorso lo tormenterà per il resto dei suoi giorni. Un terribile segreto che lo terrà imprigionato per tutta la vita. Dopo una versione ridotta del bridge incontriamo un prolungato interludio strumentale, dove la chitarra spara una serie di caldi fraseggi dai sentori blues, che danno l'idea di luminose stelle in mezzo allo spazio infinito disegnato dalle tastiere di Tony Banks. Nella strofa successiva, i rimorsi iniziano a farsi più pungenti. Televisione e radio parlano dell'incidente, si cerca il colpevole, ma il tormentato pirata della strada non si pente affatto del suo deprecabile gesto, anzi è pronto a portarsi il terribile segreto nella tomba e ad agire nella medesima maniera se mai potesse tornare indietro nel tempo. I nostri danno un'altra ventata di energia al brano con il ritorno del chorus, dove però si accende una flebile speranza in fondo all'anima del pirata della strada. La ragazza, per fortuna non è morta, ma ferita gravemente, versa in un profondo stato di coma. Ora si sente intrappolato all'interno della mente della ragazza, e solo quando lei riaprirà gli occhi, potrà essere nuovamente un uomo libero. E' per questo che anonimamente si reca al capezzale della ragazza, pregando che possa riaprire gli occhi. Nel finale, i nostri sfruttano al massimo tutte le potenzialità del chorus, lasciando che con le sue intense emozioni ci accompagnino lentamente verso l'epilogo. Mike Rutherford, negli attimi finali del brano inizia una interessante assolo, le cui trame, come ormai spesso accade, sfumano lentamente in fader proprio sul più bello.

Tell Me Why

Passiamo a "Tell Me Why (Dimmi Perché)", brano che vanta il triste primato di essere l'ultimo singolo pubblicato dai Genesis con Phil Collins. Si tratta di un pop rock di classe alla Mike And The Mechanics, che si lascia dietro un alone di mestizia. In origine, il brano si intitolava "Rickenbacker", in quanto Mike Rutherford, dopo anni era tornato ad impugnare la chitarra a dodici corde della famosa azienda statunitense, in modo da ottenere un arpeggio ancora più cristallino e squillante. Nelle liriche, Phil Collins torna ad occuparsi dei mali che affliggono il Pianeta Terra, affrontando l'atavico problema della fame del mondo. Secondo il mio modestissimo e sindacabile parere però il nostro lo fa nella maniera sbagliata, sparando non solo a zero sui politici, ma anche sulla gente normale, che continua a mangiare nonostante dall'altra parte del mondo ci sia chi muore di fame. Ma come del resto me lo sono chiesto io, all'epoca in molti si chiesero che cosa facessero Phil Collins ed i Genesis con tutti i loro soldi per risolvere il problema. I nostri si salvarono in calcio d'angolo devolvendo gli incassi del brano alla fondazione Save The Children. Per ironia della sorte però, "Tell My Why", rilasciato l'8 Febbraio del 1993, fu il singolo meno riuscito dei sei estratti dal platter, infangandosi intorno alla quarantesima posizione dei singoli più venduti in Gran Bretagna. Il brano si snoda attorno a tristi trame di tastiera, ricoperti da una luccicante pioggia di note arpeggiate con la chitarra a dodici corde e supportati da un incisivo lavoro della sezione ritmica. La linea vocale di Phil Collins ha una costante nota di malinconia per tutto il brano, ridipingendo i tristi scenari dei notiziari quando ci illustrano il grave problema della fame nel Terzo Mondo, con le madri che impotenti piangono per strada con i cadaveri dei propri figli ai piedi. Nel chorus il Cantastorie Londinese tenta di rompere l'alone di mestizia che aleggia nel brano, trasformando la tristezza in rabbia, rabbia contro tutti quelli che sembrano ignorare il problema. Nel secondo ritornello, il nostro arriva addirittura a scomodare l'Onnipotente, chiedendosi perché si limita a guardare lo scempio senza intervenire, quando gli basterebbe poco per dare una flebile speranza. Dopo un breve interludio strumentale con la chitarra a dodici corde in evidenza, incontriamo lo special, che fa salire il brano, dove è il turno dei politici ad essere accusati, che pensano solo a salvare loro stessi, ma di certo non possono salvare la faccia. Dopo un altro breve intermezzo strumentale, i nostri continuano polemicamente con strofa ed inciso, chiudendo con la melanconica strofa ricamata da interessanti cori e controcanti, che lentamente evaporano in fader.

Living Forever

Si continua con "Living Forever (Vivendo Per Sempre)", brioso brano con una interessante coda strumentale che finalmente vede un Tony Banks in gran spolvero. Il nostro torna finalmente ad occuparsi anche delle liriche, mettendo nel mirino tutti i programmi televisivi che millantano di diete miracolose utili a raggiungere un fisico perfetto ed una vita pressoché eterna.  Grintosi accordi distorti di chitarra si intrecciano con accese fiammate di tastiera, accompagnate da una ritmica "spazzolato". Invero, Phil Collins ha ammesso in una intervista di non saper affatto suonare con le spazzole, lasciandoci con il dubbio che quelle del brano non siano opera della vecchia drum machine. Nelle liriche viene evidenziata la confusione che aleggia nella mente di un telespettatore, bombardato da messaggi di diete e cure miracolose, nonostante fino ad ora avesse puntato su uno stile di vita sano e sensato. Agli inizi degli anni '90, l'ossessione per l'aspetto fisico iniziava a prendere prede, diffondendo il virus dell'anoressia fra le ragazze più deboli e facilmente influenzabili. Dopo il secondo ritornello incontriamo lo special, il brano si oscura, minacciose tastiere si intrecciano con le trame della chitarra distorta, i nostri attaccano tutti gli improvvisati dottori che da dietro lo schermo si sentono Dei, pretendendo di influenzare lo stile di vita dei telespettatori. Con energia arriva il chorus, che gioca sul titolo del brano, contornato da una babele frastornate di cori e controcanti. Nella strofa successiva, la confusione aumenta, gli improvvisati santoni nascosti dentro al televisore invitano i telespettatori a fare cose che una volta venivano ritenute sbagliate, il tutto nel nome di un fisico scolpito ed una prospettiva di vita assai più longeva. Ma è nell'ultima strofa che i nostri hanno la loro ricetta medica personale, ovvero smetterla di preoccuparsi dell'aspetto fisico, mangiando e bevendo, preoccupandosi solo di sopravvivere giorno per giorno. Ma questo messaggio, a giudicare dallo stile di vita odierno, non sembra essere stato preso in considerazione, se non dal sottoscritto e da pochi altri eletti. Nell'inciso finale, i nostri ci domandano se vogliamo veramente vivere per sempre, rispondendo simpaticamente ai Queen, che nella colonna sonora della pellicola "Highlander - L'Ultimo Immortale" si domandavano: Chi vuole vivere per sempre? Al minuto 03:02 ha inizio una prolungata coda strumentale. Supportato da una ritmica jazzata e da una chitarrina funky, Tony Banks libera tutto il suo ego tenuto fin troppo rinchiuso negli ultimi anni, deliziandoci con un prolungato assolo. Si parte con spettrali trame di tastiera che aleggiano misteriosamente lasciandosi dietro una scia di terrore, per poi passare ad un più giulivo assolo dal retrogusto retrò che in qualche maniera rispolvera i fasti del passato. Se pur in maniera meno funambolica, il nostro si ricorda chi era in passato, mettendo da parte le nuove tecnologiche attrezzatura e affidandosi solo ed esclusivamente alla sua tecnica e al suo estro, che vi ricordo, ne ha ancora da vendere. Dopo un rilassante intermezzo dove le tastiere emanano onde di positività, una serie di colpi stoppati all'unisono dal piacevole retrogusto settantiano annunciano il gran finale. Mike Rutherford spara una serie di accordi distorti con la chitarra che vanno ad affiancarsi alle trame della tastiera, accompagnandoci verso il brusco finale.

Hold on My Heart

La traccia numero nove "Hold On My Heart (Cuore Mio Tieni Duro)" è un'altra ballata iper romantica Collinsiana, che pur avendo classe, sarebbe stata perfetta su "No Jacket Required", ma stona un po' su un album dei Genesis. Il brano, ha una struttura anomala, dopo un poker di strofe, che iniziano tutte con l'ammaliante frase "Hold On My Heart (Cuore Mio Tieni Duro)" troviamo un solo inciso, che poi lascia il campo alle due ultime strofe che si avviano verso la conclusione. I nostri puntano tutto sulle raffinatissime atmosfere che ci portano indietro del tempo. Nei primi giorni di vita, il titolo del brano era "Burt", in onore di Burt Bacharach, compositore per eccellenza di raffinatissime ballate di gran classe, che molto spesso affidava alla suadente voce di Dionne Warwick. Un delicato filler sui tom tom annuncia una melliflua armonia degli strumenti. Tony Banks stende un caldo tappeto di tastiera, dove la chitarra va a incastonarsi con una raffinata trama stoppata. Uno spettrale sospiro del synth annuncia la strofa.  Mike Rutherford impugna il basso fretless, in modo da rendere più sinuoso e felpato il delicatissimo accompagnamento ritmico. Con una dolcezza disarmante, Phil Collins torna a parlarci di una storia d'amore, ma stavolta lo fa con classe, non limitandosi a frasi adolescenziali, ma andando a pescare versi profondi che giungono dritti al cuore, trasportati dalle melliflue melodie degli strumenti. Il nostro, ancora visibilmente scosso dalla rottura del suo matrimoni, si affida al suo cuore, pregandolo di tenere duro, in modo da non lasciare trasparire la tristezza ed il dispiacere che aleggiano dentro di sé. Un impercettibile corsa sulle pelli annuncia l'inciso, la chitarra spara una serie di delicatissimi accordi distorti che invitano Phil Collins ad interpretare il chorus con quel tocco di energia in più, badando a non rompere il fragili equilibri creati dagli strumenti e promettendo al suo cuore di farsi trovare pronto se mai un domani gli verrà chiesto di esternare i propri sentimenti. Il nostro sale delicatamente di tono, enfatizzando al massimo la frase "Oh I will be there (Oh sarò lì)" che magistralmente va a fondersi con un raffinatissimo fraseggi di chitarra. La spettrale trama di tastiera sentita all'inizio torna ad aleggiare, aprendo i cancelli alle ultime due dolcissime strofe che, impreziosite da delicati cori e contro canti, lentamente evaporano verso l'estinzione. "Hold on My Heart", pubblicato il 6 Aprile del 1992, è l'ultimo singolo dei Genesis ad essere entrato nelle prime venti posizioni della Billboard Hot 100 Americana, ottenendo anche un buon riscontro in patria.

Way of the World

La successiva "Way Of The World (La Via Del Mondo)" è un brano che nonostante sia privo di elettronica (per fortuna), specie nell'inciso grida fortemente "anni'80", ricordando vagamente lo stile di Nick Kershaw e dei Tears For Fears. Uno scolastico filler annuncia un tempo sincopato in stile Toto che accompagna un pacato dialogo fra la chitarra e la tastiera. Nella strofa, i due strumenti vanno a tessere una fragile ragnatela di ridondanti trame che imprigionano un riflessivo Phil Collins, il quale ci pone quesiti amletici: Se si raccolgono le lacrime, il dolore può sparire? E ancora: Se mettiamo un'arma nelle mani di un uomo spaventato, riuscirà a non mostrare timore? E' in questa maniera che il cantastorie ci introduce nelle sibilline liriche scritte da Mike Rutherford, che parla dei diversi modi da parte degli uomini di vedere i problemi che affliggono il pianeta, con un poco velato riferimento alle fazioni politiche. Andando avanti incontriamo un'altra frase di grande effetto, che vede Madre Natura osservare l'operato dell'uomo armata di pistola, pronta a lanciare le sue letali vendette. Ma è nel bridge che viene a galla il succo delle liriche. Dietro le ammalianti locuzioni "Blue Sky (Cielo Blu) e Red Sky (Cielo Rosso)" che entrano di prepotenza nella mente dell'ascoltatore, si celano i due partiti inglesi, il partito dei conservatori che dalla notte dei tempi viene identificato con il colore blu ed il partito laburista, che da sempre accostato al colore rosso. I nostri si chiedono cosa potrebbe mai accadere sei il cielo blu incontrasse il cielo rosso. Con molta probabilità le ferree regole della politica dovrebbero essere riscritte da capo a fine. Con il chorus, le liriche smarriscono l'interessante strada critica verso la classe politica, spostandosi sulle problematiche ambientali, mentre gli strumenti portano una frizzante ventata ottantiana con armonie vocali e coretti d'altri tempi. In Natura non c'è giusto o sbagliato, ci sono sia i deboli che i forti, questa è la spietata legge della Natura, che vige ancor prima che l'uomo iniziasse a calpestare il Pianeta Terra, una legge banale quanto spietata. Nel corso dei secoli, il progresso è andato di pari passo con l'evoluzione della razza umana, ma allo stesso tempo ha fatto vacillare tutti i perfetti equilibri creati da Madre Natura, portandola lentamente all'esasperazione, con la conseguente orda di sciagure ambientali che suonano come una terribile vendetta in difesa dell'ambiente. Al minuto 04:12 Tony Banks inizia un prolungato assolo. Pur lontano dalle funamboliche escursioni del passato, il nostro mette in mostra tutta la sua classe e il suo gusto, dipingendo piacevoli sfumature che non stonano con il resto. I nostri ci salutano con il chorus, impreziosito da ulteriori controcanti, che come ormai troppo spesso accade da un po' di tempo a questa parte, sfumano anonimamente in fader.

Since I Lost You

. La successiva "Since I Lost You (Da Quando T'Ho Persa)" è una triste ballata dai sentori blues che bisogna ascoltare con il cuore, prestando molta attenzione alle liriche. Infatti, dietro a quelle che potrebbe apparire l'ennesima rivisitazione di una crisi amorosa, si cela lo straziante tributo a Conor Clapton, figlio del famoso Chitarrista Albionico e della soubrette italiana Lory Del Santo, morto alla tenera età di soli cinque anni in seguito ad una caduta accidentale di oltre cento metri. La terribile tragedia si consumò il 20 Marzo del 1991. L'ex amante di Eric Clapton, allora abitava in un lussuoso appartamento al cinquantatreesimo piano del The Galleria Condominium, uno dei condomini più esclusivi di Manhattan, ubicato sulla cinquantasettesima strada. L'appartamento da mille e una notte era di proprietà di Silvio Sardi, la ricchissima nuova fiamma della famosa ragazza fast food del Drive In. Il piccolo Conor, giocava tranquillamente nella sua camera. Una cameriera, lasciò inavvertitamente aperta una delle tante ampie finestre, allontanandosi per qualche istante. Fu un attimo, la curiosità di un bambino di cinque anni spinse Conor ad affacciarsi. Perso l'equilibrio, il piccolo si lascò cadere per una lunga caduta di oltre cento metri, ma non era una delle prime rondini primaverili, era una sfortunata e piccola creatura che si apprestava a volare via per sempre, lasciando un vuoto incolmabile nel cuore dei genitori. All'epoca, Eric Clapton viveva vicino alla casa di Phil Collins. Il nostro trovò un forte sostegno in Slowhand per superare la profonda crisi post divorzio e fra i due si cimentò un forte rapporto di amicizia, che poi sfociò anche in collaborazioni musicali. Quindi è proprio dal profondo del cuore di Phil Collins che provengono le strazianti liriche di questo brano, che viene aperto da una drammatica corsa sul rullante che non lascia presagire niente di buono. Conoscendo le liriche, il lento carico di mestizia ci suona come una funerea marcia, scandita dall'ossessivo incedere del rullante, sulle tristi note della quale il Cantastorie Di Londra prova a dipingere tutto il dolore del Chitarrista Di Ripley iniziando con frasi molto forti e significative, che mi permetto di citare per intero: "It seems in a moment, your whole world can shatter. Like morning dreams they just disappear (Sembra che in un attimo, tutto il tuo mondo si possa distruggere. Come i sogni del mattino che di colpo scompaiono). Sono frasi che sottolineano quanto sia fragile la vite dei un essere umano e di come tutta la gioia ed i progetti possano svanire in un attimo. Ma quello che viene paragonato ad un sogno purtroppo è un incubo reale, forse il peggiore che può capitare ad un genitore, quello di sopravvivere alla propria progenie. E' difficile trovare le parole per descrivere il dolore di un figlio scomparso in un attimo, come un castello di sabbia spazzato via da un'onda improvvisa. Nel chorus, Collins canta in maniera straziante del cuore lasciato in frantumi dal terribile incidente, ricamato da struggenti controcanti. C'è spazio anche per un triste assolo di chitarra, ricco di note bleu, in onore di Eric Clapton. Nel finale, il triste chorus ci viene riproposto in loop, al quale si sovrappongono raffinate trame con la sei corde, che forse avrebbero meritato qualche tacca di volume in più. Escludendo quest'ultimo brano incriticabile per ovvi motivi, la seconda parte del platter era scesa visibilmente di tono rispetto all'interessantissimo poker iniziale. Ecco che i nostri decidono di chiudere col botto l'album, e a posteriori anche l'era Collins, salutandoci con un lungo brano progressive rock di oltre dieci minuti.

Fading Lights

"Fading Lights (Luci Che Si Affievoliscono)" fra i numerosi brani composti negli anni '80 è quello che richiama maggiormente le origini, al netto di una dovuta modernizzazione dei suoni e degli arrangiamenti, utili per restare al passo con i tempi. Le liriche, opera di Tony Banks sono le più brevi di tutto l'album, ma allo stesso tempo fra le più profonde ed interessanti. Timidamente, il ruscello ritmico della drum machine apre la strada a Tastierista dell'East Hoathly, che ci inonda di emozioni con struggenti trame cariche di malinconia, ma che hanno contemporaneamente un pizzico di epicità che le rende uniche. Mike Rutherford ricama con profonde penna te di basso ed un etereo arpeggio con la chitarra a dodici corde, ricreando l'habitat ideale per accogliere Phil Collins, che dà vita ad una delle sue più profonde interpretazioni vocali di sempre, parlando dell'ineluttabilità del tempo e dei ricordi che rimangono impressi in maniera indelebile nella nostra mente, insegnandoci ad apprezzare ogni singolo momento e ad assaporare ogni singola essenza della vita. Spesso ci accorgiamo di quanto fossero importanti le persone solamente quando non le abbiamo più, sognando di quanto potrebbe essere bello poter tornare indietro, ma la vita non è un videogames, dove quando facciamo un passo falso o perdiamo qualcosa di importante, tentiamo di rimediare ripartendo dal salvataggio precedente. I ricordi si affievoliscono lentamente come luci che si allontanano, ma pensandoci bene, che cosa sarebbe la vita se non esistessero i ricordi? Sarebbe un encefalogramma piatto in loop, privo di emozioni. La normale quotidianità appare troppo spesso poco importante, ma con il passare del tempo lo diventerà. E allora che diventeranno importanti i ricordi di un pranzo di festa con un genitore che non è più con noi, le spensierate giornate passate con l'amico del cuore, i fantastici ricordi di una vacanza, i ricordi dei figli ormai diventati uomini e donne e mille altre cose che al momento ci sembravano superflue. Ognuno di noi, pur consapevole che prima o poi arriverà all'ultima pagina del libro, desidera fortemente una storia senza fine, continuando semplicemente a far finta che ci sarà sempre un altro giorno per andarsene. Ma in queste liriche io rivedo molto anche il percorso della band, che se pur cambiando stile musicale nel corso del tempo è sempre attaccata all'affascinante sound degli esordi, ridotto ormai ad una flebile fiammella che però trova la forza di tornare a galla in questo sorprendente ultimo brano. Al minuto 03:21 dei delicati power chord anticipano l'ingresso di Phil Collins, che si siede dietro al drum set tradizionale, spazzando via il liquido accompagnamento della drum machine. Gli accordi distorti si fanno più energici e minacciosi, accompagnati dal ritmo sincopato che ci lascia a tratti senza respiro. Tony Banks irrompe con epiche fiammate di tastiera che vanno di pari passo con la chitarra elettrica, ricamate da potenti filler di batteria. I nostri ci risvegliano dal torpore in cui ci aveva racchiuso il brano nei suoi primi tre minuti di vita. A seguire il talentuoso Tastierista Del Sussex si ricorda chi era e inizia un vorticoso, prolungato e graditissimo assolo. Gli effetti degli innovativi sintetizzatori fanno sembrare le trame del solo il minaccioso lamento di una orribile creatura infernale. La chitarra distorta in sottofondo fornisce una corazza in metallo al già incisivo lavoro da parte della sezione ritmica. Finite le funamboliche escursioni sui denti d'avorio della tastiera, il buon Tony ritorna momentaneamente alle epiche fiammate, seguite all'usino dalla chitarra. Ma era solo un bridge di passaggio per annunciare la seconda parte dell'assolo. Dal castello di tastiere fuoriescono trame spettrali che non sfigurerebbero in una colonna sonora di un vecchio film horror, rese ancor più ossessive da una ridondante linea di basso che ci martella in sottofondo. Il nostro continua la sua prolungata dimostrazione di tecnica e talento, passando da uno strumento all'altro, e facendoci dimenticare la momentanea assenza di una linea vocale. Le tastiere sembrano parlare, narrandoci i ricordi del passato, prima di passare ad una frastornante babele di note che ci ricorda il farneticante chiacchiericcio di laboriose creature aliene. Successivamente gli accordi distorti di chitarra, si fanno più presenti, invitando Mr. Banks a riprendere le tematiche epiche. Il brano, con un lentissimo climax cala di intensità, ma non è ancora il tempo per calare il sipario. Ritornano gli acquatici rintocchi della drum machine e con lei le avvolgenti trame della tastiera, pronte ad accogliere Phil Collins, che ci saluta con le ultime strofe e l'ultimo ritornello, lasciandoci impresso nella mente un piacevole ricordo che in un colpo solo riesce a cancellare gli innumerevoli passi falsi commessi precedentemente. Chapeau.

Conclusioni

Ascoltando "We Can't Dance" immediatamente dopo al pessimo "Invisible Touch" dove i pacchiani arrangiamenti e la tempesta di elettronica riuscivano a rovinare anche i pochi spunti interessanti, ci fa lo stesso effetto di un potente analgesico che spazza via un fastidioso mal di testa. Ascoltandolo, ci sentiamo rinati e sollevati. Sia ben chiaro, sono lontani i tempi di "Selling", "Foxtrot" ed anche di "Wind &Wuthering", che rifioriscono però nella traccia conclusiva, ma nel corso dell'album ritroviamo quella classe che sembrava ormai perduta. Un plauso in particolare va al produttore Nick Davis, che con un colpo di spugna spazza via batterie elettronica e tutti i vistosi arrangiamenti ottantiani, lasciando sopravvivere in qualche occasione la sola drum machine, che se usata con criterio, ha tutto il suo fascino. Il ritorno agli strumenti tradizionali dona all'album quel tocco di calore e passione che era venuto a mancare ormai da troppo tempo. L'album mette in mostra una vistosa maturazione sia musicale che lirica, consegnandoci dei Genesis ancora in gran spolvero. Purtroppo però, "We Can't Dance" verrà ricordato come l'ultimo album dei Genesis con Phil Collins, ma questo è un argomento che affronteremo in maniera dettagliata con la prossima recensione, con la quale concluderemo il fantastico percorso insieme ai nostri, iniziato nel lontano 1969. Se proprio vogliamo trovare un difetto all'album, io avrei tolto un paio di tracce, con "Never a Time" e "Living Forever" maggiori indiziate, in modo da rendere più snello l'ascolto. La elevata durata, costrinse i nostri a raccogliere le dodici tracce in un impegnativo doppio vinile. Per questa occasione speciale, stavolta il mio podio immaginario avrà un solo gradino, quello del primo posto, dove stringendosi un po', saliranno tutti e tre i nostri eroi. Nuovamente seduto dietro un drum setting tradizionale, Phil Collins torna nuovamente ad essere incisivo in fase ritmica, raggiungendo inoltre livelli altissimi dietro al microfono e con la penna. Stranamente, Mike Rutherford stavolta ci colpisce più con le sei corde che con le quattro, mentre nella perla conclusiva ritroviamo il Tony Banks che abbiamo sempre amato. L'album numero quattordici dei nostri è venuto alla luce l'11 Novembre del 1991, registrato fra Marzo e Settembre del medesimo anno presso gli accoglienti studi di proprietà della band The Farm, immersi nelle tranquille verdi campagne del Surrey. La produzione è opera dei nostri, assieme a Nick Davis, che ha portato una piacevole ventata di freschezza. La Virgin si è occupata della distribuzione europea, mentre la major Atlantic ha provveduto alla diffusione oltre Oceano. Anche l'artwork è un enorme passo in avanti, niente di miracoloso, ma sicuramente l'opera della Felicity Roma Bowers è nettamente superiore alle squallide ultime copertine. Si tratta di un dipinto ad acquarello dai toni sfumati, che ritrae un uomo ed un bambino stilizzati, mentre ammirano il cielo azzurro. Simpatico anche il nuovo logo della band, che giganteggia in alto con il suo font sbarazzino. Ovviamente, l'album fu un grande successo un po' in tutto il Mondo, raccogliendo stavolta anche il consenso positivo da parte della critica e da una buona fetta di fans, compresi quelli di lunga data. Numerosi i riconoscimenti, ai due "soli" dischi d'oro, risponde un numeroso esercito di ben più prestigiosi ventotto dischi di platino, fra i quali spiccano i cinque ottenuti in patria ed i cinque in Germania. Tirando le somme, "We Can't Dance" è un gigantesco passo in avanti rispetto ai precedenti dubbi lavori, sicuramente l'album migliore dei Genesis post '80 insieme a "Duke". Se si esclude la frizzante "Jesus He Knows Me" è un album di forte atmosfera, da meditazione, notevole nella prima parte, con una leggera flessione nella seconda parte, ma che si innalza brillantemente nella traccia conclusiva, dove riaffiora prepotentemente la vena progressive della band. E' chiaro che i Gabrielliani più estremisti non riconosceranno mai l'eccellenza del prodotto per partito preso, ma sono sicuro che qualcuno, tenendoselo in segreto per se, ha apprezzato l'album.

1) No Son Of Mine
2) Jesus He Knows Me
3) Driving the Last Spike
4) I Can't Dance
5) Never a Time
6) Dreaming While You Sleep
7) Tell Me Why
8) Living Forever
9) Hold on My Heart
10) Way of the World
11) Since I Lost You
12) Fading Lights
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