GENESIS

Trespass

1970 - Charisma Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI PISTOLESI
11/04/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Non si può dire che l'esordio discografico dei Genesis sia stato di quelli con il botto, al pari della maggior parte dei loro illustri colleghi. Peter Gabriel e compagnia cantante sono i primi a riconoscerlo, addirittura rinnegando l'ingenuo primo album. Finita finalmente la scuola, i nostri decidono di fare della musica la loro professione, e dedicano gran parte delle giornate ad affinare le tecniche sugli strumenti. Questa è una delle spiegazioni alla fenomenale esplosione di talenti musicali nella Londra degli anni settanta, suonavano per molte ore al giorno, e quando non studiavano lo strumento, erano in sala prove con la band. Come sottolineato più volte nella recensione di "From Genesis To Revelation", secondo una mia sindacabilissima opinione, gran parte del fallimento era dovuta alla discutibile produzione di Mr. Jonathan King e della scarsa, ma aiutatemi a dire scarsa, vena del primo batterista Chris Stewart e del suo successore Jonathan Silver. Mentre nonostante le molte ingenuità, dovuta anche alla giovanissima età dei nostri, Peter Gabriel e Tony Banks, lasciavano intravedere molto talento, talento che sarebbe esploso di lì a poco. Durante le uscite live, i nostri attirano l'attenzione di Tony Stratton-Smith, che ha l'occhio lungo e ne diventa subito il manager, mettendoli anche sotto contratto con la sua etichetta indipendente Charisma. Inevitabilmente i nostri cambiano anche il batterista. Ad agosto del 1969 arriva John Mayhew, nato il 27 Marzo del 1947 a Ipswich. I suoi genitori si separano, lui decide di vivere con il padre, ma l'amore per la musica glielo trasmette la madre. Dopo un po' di gavetta con le band underground di Ipswich decide di trasferirsi a Londra. Nonostante la leggenda narri che sia stato reclutato tramite un annuncio sul mitico Melody Maker, in una intervista John Mayhew ha dichiarato di essere stato contattato da Mike Rutherford, dopo che lui stesso aveva tappezzato la città di Londra con il suo numero di telefono perché in cerca di una band. A dimostrazione di volersi lasciare alle spalle il pessimo esordio discografico, i nostri licenziano Jonathan King ed affidano la produzione a John Anthony, messosi in luce con i primi due lavori dei Van Der Graaf Generator. I nostri passano ben cinque mesi di clausura al Christmas Cottage di Dorking, dal Novembre 1969 fino ad Aprile 1970, provando assiduamente sia un convincente assetto da tenere sul palco, sfruttando le abilità teatrali di Peter Gabriel, sia le nuove composizioni per il secondo full lenght, che verrà intitolato "Trespass (Trasgressione)". Nonostante sia passato neanche un anno, le nuove composizioni sono distanti anni luce dall'ingenuo pop folk rock di "From Genesis To Revelation". I nostri, oltre ad aver affinato la tecnica strumentale, sono maturati sotto il profilo del songwriting in una maniera disarmante, passando da banali canzoncine di tre minuti a complesse e articolate composizioni che vanno dai sette ai nove minuti, quasi da farci venire il dubbio che non si tratti del medesimo gruppo. I flauti di Peter Gabriel, l'uso del mellotron da parte di Tony Banks, mettono in luce tutta l'ammirazione che i nostri hanno nei confronti dei King Crimson. Le versioni originali dei brani, erano assai più lunghe di quelle finite sull'album, vennero effettuati importanti tagli per ridurne la durata. Con un vero e proprio batterista a supporto, sia Anthony Phillips che Mike Rutherford erano migliorati in maniera incredibile nello spazio di pochi mesi, in special modo il biondo chitarrista sembra letteralmente un altro musicista. Crescendo umanamente e professionalmente, Gabriel e compagni erano diventati ipercritici nei propri confronti, e anche se il rapporto era ottimo, non erano soddisfatti a pieno dell'operato del nuovo produttore, accusato di mettere troppa carne al fuoco sulla stessa traccia. Registrando con un innovativo sedici piste, avevano molte possibilità di arrangiamento rispetto al disco d'esordio, che fu registrato con un quattro piste. Nonostante l'assidua ricerca del pelo nell'uovo, "Trespass" era pieno di ottime idee e fece prendere alla band una precisa direzione musicale, diventando una delle band più importanti del progressive rock. I nuovi brani vennero molto apprezzati anche in sede live, enfatizzati dalla teatralità di Peter Gabriel. Lentamente i nostri si stavano costruendo una schiera di fedelissimi fans che sfiorava il fanatismo, in quanto a devozione. Ma, nonostante il precipitare degli eventi, ed il periodo d'oro che stavano attraversando, per i Genesis non era tutto rose e fiori. Una volta ultimato il nuovo "Trespass", il chitarrista Anthony Phillips ed il batterista John Mayhew decidono in maniera incomprensibile di abbandonare la band, forse ignari del luminoso futuro che stava attendendo la band. I due saranno ben presto sostituiti da due personaggi che diventeranno due vere e proprie leggende del progressive rock, ma che andremo a conoscere da vicino nella prossima recensione, ora è venuto il momento di tastare con mano (o meglio con orecchio) l'incredibile passo in avanti fatto dai Genesis, con il nuovo "Trespass".

Looking For Someone

Ad aprire le danze è "Looking For Someone (Cercando Qualcuno)", aperta con classe dal Peter Gabriel, accompagnato da un solenne e raffinato tappeto di organo steso da Tony Banks. Già da questi pochi ma importanti secondi di musica, si capisce che siamo di fronte a dei fenomeni. Aprire un disco con la sola voce, ed un timido tappeto di organo, quando si è praticamente sconosciuti, richiede una buona dose di personalità e spavalderia. Mentre il "Looking For Someone (Cercando Qualcuno)" riecheggia ancora nella nostra mente, la strofa va avanti. Il terzo membro ad entrare e Mike Rutherford, che con profonde pennate di basso, dona un senso ritmico alla prima strofa, seguito da Anthony Phillips, che inizia a ricamare con preziosi intarsi con la chitarra. I due strumenti a corda iniziano ad intrecciarsi generando un vortice di note di gran classe, lontani anni luce da quei grezzi ed ingenui impasti del primo album. A cancellare in maniera definitiva tutte le perplessità del recente passato, ci pensa il nuovo drummer John Mayhew, che si presenta con una serie infinita di corse sulle pelli e colpi sui piatti. Il Biondo Chitarrista tesse una interessante trama melodica, che sfuma insieme ai filler del nuovo batterista. La strofa successiva vede duettare Peter Gabriel con oscuri accordi di pianoforte, scanditi all'unisono dalle note del basso e dai delicati tocchi sul "ride". Mr. Banks inizia a impreziosire con un sognante riff sparato dal synth, spazzando via i ricordi degli improbabili archi voluti a tutti i costi del vecchio produttore. Un rigenerato Anthony Phillips con un ammaliante arpeggio annuncia l'inciso, dove Peter Gabriel esplode letteralmente, trascinato da una infinita corsa sulle pelli da parte di John Mayhew e dalle tastiere di Banks. Rimangono solo un oscuro pad di tastiera e qualche timido fraseggio di chitarra, Gabriel rientra con una struggente linea vocale, ricamato da inquietanti passaggi del pianoforte. A ravvivare l'atmosfera ci pensa il ritorno dell'inciso, annunciato da una profonda rullata. I melodici temi della chitarra emergono e guidano un Peter Gabriel in gran spolvero che con grinta va a chiudere. Andando avanti incontriamo un breve interludio strumentale, con Tony Banks protagonista. Il nostro stende un avvolgente tappeto di tastiera, dove vanno ad intrecciarsi magicamente le trame del pianoforte e della chitarra. Poi, al minuto 02:55 il brano cambia completamente atmosfera. Il nuovo drummer inizia una prolungata corsa sulle pelli, subito seguita da una cavalcata all'unisono degli strumenti a corda. Tony Banks accarezza l'organo con passaggi di Emersoniane memorie, che successivamente lasciano il campo ad un breve assolo di chitarra. Supportato da una frenetica serie di rullate e da una miriade di note sparate dal basso di Mike Rutherford, Anthony Phillips fa lamentare la sei corde, ricamato da funambolici passaggi di pianoforte. Breve interludio stoppato all'unisono e poi si cambia nuovamente atmosfera. Con un improvviso trillo con il flauto, Peter Gabriel, annuncia un idilliaco interludio, dove i ricami degli strumenti accorda si intrecciano con le trame della tastiera. Altri delicati sospiri del flauto anticipano un bellissimo stacco di pianoforte, che ci riporta alle dolci atmosfere dell'introduzione, che quasi subito lasciano il campo ad un potente unisono, sostenuto da una grintosa ritmica. Si cambia di nuovo, basso e gran cassa tengono il ritmo, Anthony Phillips ci sorprende con un irridente motivo dall'aria barocca, ricamato sul finale dal flauto di Peter Gabriel. Un altro grintoso passaggio all'unisono ci porta in un nuovo interludio strumentale. Tony Banks tesse un'oscura trama con l'organo, Mike Rutherford segue i suoi passi, attirando l'attenzione del compagno di sezione ritmica, che si aggiunge con una marcia irregolare, scandita da profondi accordi di pianoforte. Entra anche la chitarra, all'unisono che in crescendo ci porta verso l'ennesimo complicato interludio strumentale. Accompagnati da un'infinita corsa sul rullante, gli accordi del pianoforte vanno ad intrecciarsi con i lamenti della chitarra, poi ritorna il grintoso unisono, impreziosito da svolazzanti flauti, che riprendono il tema melodico degli altri strumenti. Lentamente, con colpi cadenzati, i nostri ci accompagnano verso il gran finale. Peter Gabriel sembra molto maturato anche sotto il punto di vista della penna. Le liriche in questione sono quasi impenetrabili, piene di doppi sensi, modi di dire e ricercate licenze poetiche, Il Poeta Di Chobham è alla disperata ricerca di qualcuno, che altri non è il suo ego. Come impossessato da un'identità maligna che prevale sulla sua personalità naturale, deve fare un profondo esame introspettivo, rovistando negli oscuri meandri della sua mente. Ma ritrovare se stesso è come trovare un ago in un pagliaio. La chicca è l'uso dello specifico termine inglese "mumbo-jumbo", che sta ad indicare un linguaggio confuso o privo di senso, ma che può anche fare riferimento a pratiche basate sulla superstizione, in special modo per riti destinati ad evocare caos e confusione, come quella che regna all'interno della sua anima. Il nostro vaga senza meta alla ricerca della propria identità, verso destinazioni oscure che neanche il suo migliore amico saprebbe individuare. Alla fine, riuscirà nell'intento di trovarsi, cercando di scacciare l'oscura presenza che pervadeva dentro di sé. Bè, che dire, se ascoltate questo brano immediatamente dopo "From Genesis To Revelation" vi sembrerà di aver sbagliato CD e di stare ascoltando un'altra band. I nostri hanno subito una metamorfosi musicale quasi innaturale. I molteplici sbalzi di atmosfera, i cambi di ritmo ed i funambolici passaggi all'unisono ci lasciano a bocca aperta. Quel manipolo di ingenui sbarbatelli è maturato a dismisura, posso tranquillamente asserire che con questo brano sono nati i Genesis. Chapeau.

White Mountain

La seconda traccia, "White Mountain (Montagna Bianca)", sin dalle prime note conferma quanto di buono abbiamo sentito i precedenza. Una misteriosa tastiera in fader ospita un suggestivo intreccio fra le sinistre trame della chitarra acustica e le affascinanti sonorità del "dulcimer", un atavico strumento a corda, risalente al medioevo, molto usato nella musica celtica. Le struggenti melodie attirano il Cantastorie Di Chobham, che va a ricreare una nostalgica atmosfera che grida anni sessanta, interpretando magistralmente la prima strofa. Se prestate attenzione, in sottofondo potete sentire le insolite sonorità della fisarmonica, suonata dall'eclettico Peter Gabriel. Una prolungata rullata annuncia un repentino cambio ritmico, con un notevole innalzamento dell'asticella dei BPM. Arriva l'inciso, trascinato dal brioso tempo della sezione ritmica, Anthony Phillips tesse una velocissima trama ridondante che va a rubare la scena a Peter Gabriel. Il motivo portante subisce un importante cambio di tono che ci porta verso un paradisiaco interludio, dove le trame degli strumenti vanno magicamente ad intrecciarsi, creando una epica atmosfera, ingigantita dal sognante flauto di Peter Gabriel. Ritorna la solenne strofa, seguita dal repentino cambio ritmico del ritornello. La parte finale del Gli affascinati soffi del flauto si intrecciano con le barocche trame degli strumenti a corda. Peter Gabriel, si dimostra anche un ottimo interprete del flauto, riuscendo a rubare la scena ai colleghi anche quando non canta. Questa sognante atmosfera dai sentori medievali viene spazzata via da potenti colpi di gran cassa, seguiti all'unisono da profonde pennate di basso. Tony Banks strizza l'occhio al Re Cremisi con solenni passaggi di mellotron. Anthony Phillips inizia a ricamare con uno struggente arpeggio acustico, anticipando il ritorno di Peter Gabriel, che ripropone la triste linea vocale della strofa. Una prolungata corsa sulla pelle del rullante annuncia il ritorno dell'inciso, seguito dall'ennesima variazione di atmosfera, dove la chitarra va ad intrecciarsi con i misteriosi sospiri del flauto. In fader prende vita un tetro pad di organo, Peter Gabriel ci stupisce iniziando a fischiettare come il primo muratore di turno, ostentando tutta la sua sfrontatezza e la sua eccentricità. Lentamente ritorna la struggente melodia dell'introduzione, che insieme ad un oscuro coro clericale, ci accompagna verso il finale. Le liriche sono ispirate ad un classico della letteratura per ragazzi, che quelli più attempati come me, ricorderanno con nostalgia, sto parlando dei "Zanna Bianca", dello scrittore statunitense Jack London, scrittura risalente agli inizi del secolo scorso. Ispirandosi al racconto di London, il nostro ci racconta le gesta di un lupo di nome Fang, che cerca di usurpare lo scettro al capobranco, un vecchio e valoroso lupo di nome One-Eye. La condanna per l'oltraggio commesso da Fang nei confronti del capobranco è la morte. Fang cerca di fuggire, ma viene inseguito da un branco di lupi assetati di sangue, guidati dal vecchio e valoroso One-Eye. L'inseguimento si protrae a lungo, nella gelida giungla di ghiaccio, attraverso pericolosi sentieri scoscesi. Una volta arrivati di fronte, il temerario Fang decide orgogliosamente di affrontare One-Eye, vincitore di mille battaglie. All'alba, la montagna bianca si era tinta di rosso, One-Eye aveva vinto l'ennesima battaglia e tornò a governare il suo branco, mantenendo intatta la leadership e rafforzando le sua leggendaria imbattibilità. Altro interessantissimo brano, che emana tristezza e malinconia, ricco di cambi di tempo e sbalzi atmosferici, impreziosito dall'uso di atavici ed insoliti strumenti, che dimostrano quanto siano cresciuti i nostri sotto il profilo professionale. Una curiosità, nel 1972 "White Mountain" è stata rivisitata da Ornella Vanoni, con il titolo "Un Gioco Senza Età" e le liriche di Claudio Rocchi

Visions Of Angels

 Andando avanti incontriamo "Visions Of Angels (Visioni Di Angeli)" e veniamo catturati dalle bellissime trame del pianoforte, magistralmente suonato da Mr. Banks, che va ad aprire scenari celestiali. Il nostro sembra migliorare minuto dopo minuto, durante l'ascolto di questo sorprendente "Trespass". Nella strofa, entra in scena il rigenerato Anthony Phillips, accompagnando il Cantastorie di Chobham, che stranamente entra in scena con timidezza, forse a causa del mixaggio, forse per rendere ancora più struggente la sua interpretazione della strofa. Gli avvolgenti fraseggi sulle quattro corde di Mike Rutherford, dettano un importante cambio di tono, seguiti dagli accordi del pianoforte, nel frattempo iniziano a fare capolino vetuste trame di organo Hammond, che annunciano il bridge. Peter Gabriel aggiunge un po' di verve alla linea vocale, Tony Banks stende un bellissimo tappeto con l'organo Hammond, aprendo le porte all'inciso. Il Menestrello Del Surrey esplode letteralmente, trascinato dai flussi musicali sparati da Mr. BanksJohn Mayhew riempie energicamente con una serie di filler, impreziositi dagli avvolgenti fraseggi del basso. Breve stacco con l'organo e ritorna la strofa, con le sue atmosfere celestiali scandite dal pianoforte, seguito quasi all'unisono dal basso. Nel bridge sale nuovamente in cattedra l'organo. Peter Gabriel in crescendo annuncia il ritorno del travolgente inciso, che cozza con le melliflue atmosfere della strofa. Stavolta Tony Banks prolunga l'interludio con l'organo Hammond, che prende quasi le sembianze di un assolo, l'ammaliante tema viene scandito con colpi stoppati che si spostano sulle toniche, poi troviamo un epico interludio strumentale. Il basso inizia a sparare un tappeto di sedicesime, le arcane trame della chitarra e del pianoforte si intrecciano, lasciandosi dietro un alone di mistero. In crescendo entra in scena John Mayhew, con una serie di prolungate corse sulle pelli che vanno ad esaltare le clericali trame dell'organo. I colpi sui tom, accompagnati dalle note del basso, emergono in questa epica babele sonora, dove vengono aggiunti oscuri cori. Lentamente rimane solo una scia lasciata dall'organo, che poi lascia il campo ad un bellissimo interludio pianistico, ricamato da Peter Gabriel con il flauto. La sezione ritmica con un potente passaggio, pone fine al magic moment, lasciando il campo alla strofa, stavolta in una tetra versione priva della batteria. Anche il bridge viene variato, le trame dell'organo vengono scandite da colpi all'unisono, che mettono in risalto la bella linea vocale. Dopo un breve accenno dell'inciso, in versione piano organo e voce, una rullata in crescendo spalanca i cancelli al ritorno dell'inciso, nella sua travolgente versione originale, piena di colpi sul drum set e con l'organo a dettare legge. E' ancora l'organo protagonista in un breve interludio che poi apre le porte ad un momento epico dal piacevole retrogusto Crimsoniano, con le affascinati trame del mellotron in evidenza ed una infinita serie di colpi sulle pelli che lentamente ci portano verso il gran finale. Stavolta il Poeta di Chobham affronta le liriche in maniera spirituale, mettendo in simbiosi la vita con le bellezze offerte da Madre Natura. Completamente assolto dalla magia che emana una foresta illuminata dal Sole, con un ruscello che fa da colonna sonora, fa un viaggio onirico va in cerca della sua amata, lui non capisce perché non sia lì insieme a lui, ad assaporare la magia dello spettacolo offerto dalla foresta. Il nostro fa un profondo paragone fra la fragilità della vita e l'effetto che hanno le quattro stagioni sulla Natura. Dopo una frizzante giovinezza paragonabile alla primavera, ed una calda estate amorosa, le foglie iniziano a cadere con l'avvento dell'autunno. Intorno lui vede angeli che danzano nel cielo, mentre i petali degli alberi in fiore che cadono sospinti dal vento, simulano una copiosa nevicata. Quando arriva il gelido inverno, anche l'essere umano sembra risentirne, le menti sembrano più vuote ed i corpi insensibili. Molti credono che una volta lasciata la vita terrena, ci sia una seconda occasione, lui crede che la vita umana non abbia mai una fine. Ora gli angeli sono venuti a prenderlo, per far sì che possa ritrovare la propria amata, che troppo precocemente ha lasciato la vita terrena. Liriche profonde, struggenti, che impreziosiscono ulteriormente una composizione già di notevole spessore, che ancora una volta mette in mostra un songwriting maturato a dismisura nel giro di pochi mesi. Nel brano emerge il forte contrasto fra la melliflua strofa ed l'aggressività dell'inciso, contrasto riproposto nelle liriche fra la delicatezza della vita e la crudeltà della morte. Che ci crediate o no, il brano originariamente era stato scartato da "From Genesis to Revelation", per l'occasione è stato ampliamente rivisitato, sfruttando al meglio l'importante crescita strumentale del combo albionico.

Stagnation

Chi di voi è in possesso della preziosa ed affascinante versione in vinile, è giunto alla fine del lato A, quindi ci stiamo apprestando a girare il disco e gustarci tutto il lato B. Se siete in possesso del CD, stiamo semplicemente ascoltando la traccia numero quattro, intitolata "Stagnation (Stasi)", aperta da Anthony Phillips e Mike Rutherford con un sognante intreccio di arpeggi di chitarra. Annunciato da sottili ed inquietanti cori, Peter Gabriel entra con estrema delicatezza, le prime strofe cantate sono offuscate dalle trame delle due chitarre, che con un vigoroso strumming annunciano un importante climax che culmina con un breve limbo strumentale, dove i protagonisti sono prima lo sporco suono dell'organo, poi il pianoforte. Anthony Phillips ruba ancora la scena con interessanti fraseggi con la chitarra acustica, ricamati splendidamente da Tony Banks, che ancora una volta rafforza la mia idea, riguardo all'inutilità dell'orchestra usata sull'album d'esordio. Dal castello di tastiere fuoriesce un'inquietante nebbia di suoni alieni, che avvolge le barocche trame della chitarra. John Mayhew e Mike Rutherford ritmano a suon di sedicesime con il ride e orde di note, annunciando un importante crescendo che sembra esplodere da un momento all'altro. In fader entra Tony Banks con l'organo, a culminare uno splendido climax che esplode definitivamente al minuto 03:13, dove il Tastierista Dell' East Hoathly irrompe con un travolgente assolo di organo, sulla scia della trascinante cavalcata della sezione ritmica. La chitarra va ad intrecciarsi con le trame dell'organo, dando vita ad un epico wall of sound. Poi una prolungata corsa sul rullante, pone fine a questo fantastico e travolgente interludio strumentale. Brevissima pausa, poi con dolcezza si fanno sentire dei delicati sospiri del flauto, accompagnati da un oscuro pad di tastiera. Le vigorose pennate sul basso ci arrivano fino allo stomaco e vengono sfruttate per tutta la loro durata, indicando la strada al Cantastorie di Chobham, che sempre timidamente si fa trascinare dai vetusti suoni del mellotron. Il nostro interpreta magistralmente questa oscura strofa, crescendo gradualmente d'intensità. Le trame della chitarra si fanno più presenti, poi rubano la scena con un cullante arpeggio. Peter Gabriel si dimostra camaleontico, quasi parlando la strofa, con l'aggiunta di qualche effetto che rende al voce inquietante, facendola assomigliare ad un tenebroso cantastorie. Le tastiere si fondono con un coro celestiale, mentre un tintinnate pianoforte emerge timidamente. Lentamente inizia a manifestarsi un gracchiante tappeto di organo Hammond, che insieme ad una prolungata rullata, fa esplodere nuovamente il brano. Il ridondante riff dell'organo si insinua nella nostra mente, Peter Gabriel inizia a duettarci con grintosi vocalizzi, che si fanno sempre più aggressivi, fino ad esplodere definitivamente nell'inciso, che mette in mostra un notevole impatto sonoro, che giustifica tutti coloro che affiancavano il sound dei Marillion a quello dei Genesis. Un lapidario "I Wanna Drink (Voglio Bere)" dice stop. Sulla scia del pad di tastiera superstite, Anthony Phillips tesse un intricata trama con la chitarra acustica, affiancato dal sognante flauto suonato da Peter Gabriel. La melodia incantevole del flauto si intreccia con i fraseggi della chitarra, aprendo scenari fiabeschi. Una prolungata rullata richiama tutti all'appello. Gli strumenti seguono all'unisono la melodia dettata dal flauto, ed insieme ad oscuri cori ci accompagnano verso il gran finale. Le liriche sono ancora una volta profonde e spirituali, piene di bellissime licenze poetiche. Il Poeta di Chobham, di fronte alla magia del tramonto che tinge di rosso le colline, aspetta l'avvento delle tenebre, ammirando tutti coloro che si sentono felici in corpi liberi, lontani da ogni cliché. Per lavarsi di dosso tutte le scorie lasciate dal passato, il nostro fa un bagno purificatore nello stagno, illuminato dai sorrisi della sua cara amica Luna. Lui è desideroso di continuare la storia amorosa appena interrotta, è disposto ad aspettare tutto il tempo necessario, ingannando l'attesa pescando nello specchio silente dello stagno. Ormai stanco, vuole sedersi e riposare, vuole bere, per togliere tutta la polvere dalla sua gola e lavare via lo sporco che si trova nelle sue viscere. Altro brano di forte atmosfera, che mette in mostra le notevoli capacità di Tony Banks, che lentamente inizia a candidarsi come uno dei migliori tastieristi del nuovo movimento del progressive rock.

Dusk

 La successiva "Dusk (Crepuscolo)", con i suoi 04:13 minuti, è la traccia più breve del platter. Si tratta della rivisitazione in chiave acustica di un vecchio brano, cui stesura originaria risale al 1967-68. Anthony Phillips Mike Rutherford ci cullano intrecciando le trame delle due chitarre acustiche. Lo squillante suono del triangolo di tanto intanto si mette in mezzo fra gli arpeggi dall'aria barocca. Peter Gabriel entra ancora una volta con estrema delicatezza, facendo attenzione a non incrinare l'idilliaca atmosfera ricreata dai due chitarristi. Nel bridge, Tony Banks stende un raffinatissimo tappeto d'organo, che va ad accogliere un avvolgente armonia vocale. Nell'inciso le chitarre aumentano l'intensità della pennata, le cristalline trame della chitarra si fondono con la melliflua armonia vocale. Ritorna la cullante strofa, interpretata in maniera magistrale da Gabriel, seguita da bridge e ritornello. Al minuto 02.09, improvvisamente irrompe il dolce suono del flauto, che inizia a viaggiare all'unisono con le due chitarre portoghesi in strumming, rievocando nostalgiche atmosfere anni sessanta. Andando avanti, tornano protagoniste le due chitarre acustiche, le cui trame vengono affiancate da uno spaziale pad di tastiera, mentre il cristallino suono del triangolo continua a riecheggiare ad intervalli regolari. Una solenne trama di tastiera fa da bridge al ritorno della strofa, che continua a cullarci, rievocando una vecchia ninna nanna. Gabriel mette un po' di verve nella linea vocale, lasciando poi il campo alla melliflua armonia vocale, che torna per l'ultima volta nel bridge e nell'inciso. Tetri accordi di pianoforte annunciano che siamo giunti all'epilogo di questa preziosa ballata acustica. Le liriche pullulano di profonde licenze poetiche, alcune meritevoli di una vera e propria citazione. Tutto ruota intorno al sentimento dell'amore, paragonato al profumo dei fiori ed ai frizzanti colori del mattino. L'amore può finire, ma se si vuole, siamo in grado di farlo rinascere, le lacrime saranno presto dimenticate. Per rafforzare la sua teoria che l'amore non finisce mai, il Poeta di Chobham usa due profonde parafrasi, che cito per intero: "If a leaf as fallen does the tree lie broken? And if we draw some water does the well run dry? (Se è caduta una foglia l'albero si spezza? E se prendiamo un po' d' acqua, la fonte si prosciugherà?)". Frasi del genere dimostrano quanto il nostro sia abile con la penna. Gabriel sostiene che l'amore materno e le grida di piacere di due amanti sono in grado di far scomparire tutte le paure della vita. Ora che l'amore è finito, la sua nave sta affondando, ed il capitano è rimasto da solo, colando a picco assieme al vascello. Ma se aspettiamo con pazienza all'orizzonte, vedremo che sorgerà una nuova alba. Ci sono anche alcuni riferimenti evangelici, con una profonda critica a chi, dall'alto dei cieli, lasciò che Gesù soffrisse, osservando senza far nulla. Per molti "Dusk" è considerato un brano minore dei Genesis, io invece trovo che anche questa sia una composizione di gran classe, mai banale ed arrangiata con estremo gusto e raffinatezza, brano che scorre via veloce come l'acqua di un tortuoso ruscello e che non stona affatto nel contesto del platter. 

The Knife

Piacevolmente siamo giunti all'ultima traccia dell'album, la mitica "The Knife (Il Coltello)", una delle composizioni più aggressive dei Genesis, che a lungo è rimasta nelle set list dei concerti (dove, in alcune occasioni, veniva dilungata fino ai diciannove minuti), diventando una sorta di mito per i fans di lunga data. Ad aprirla è Tony Banks con ruggenti scorribande sull'organo Hammond che lasciano una scia di terrore dietro di sé. Dopo alcune battute in solitario, il riff viene affiancato all'unisono dal fragoroso basso di Mike Rutherford e la chitarra distorta di Anthony Phillips, dando via ad una aggressivo wall of sound, molto più vicino alle sonorità hard rock degli Uriah Heep, che alle sinfoniche composizioni pastorali dei Genesis. L'epica cavalcata si protrae fino alla strofa, dove viene aggiunto un ridondante riff di chitarra. Il camaleontico Peter Gabriel stavolta entra con grinta e brio, con una linea vocale che rievoca le antiche ballate della musica tradizionale irlandese. La strofa si sposta sulle toniche, fino all'arrivo dell'inciso, che vede ancora protagonista l'organo Hammond, accompagnato da colpi stoppati all'unisono. Seguendo le funamboliche orme lasciate dell'organo, Gabriel sembra recitare uno scioglilingua, accompagnato dallo squillante incedere del piattello. Sul finire dell'inciso, Gabriel sfrutta un suggestivo gioco stereo, balzando da una cassa all'altro con oscure frasi recitate in maniere inquietante. Il fragoroso basso di Mike Rutherford che ci accompagna verso un ultimo interludio organistico, che poi lascia il campo al ritorno della strofa. L'epica cavalcata rievoca cruente battaglie del passato, fino al ritorno dell'inciso, recitato tutto d'un fiato, con l'inquietante appendice conclusiva. Nuovo break con l'organo e poi è il turno di un lancinante assolo di chitarra. Accompagnato da una trascinante cavalcata della sezione ritmica, Anthony Phillips fa prima lamentare la sei corde, per poi dirottare su trame rockeggianti con sfumature psichedeliche. A seguire un funambolico assolo di organo, che parte in solitario e poi viene accompagnato da un trascinate unisono di basso e chitarra, che seguono un sorprendente John Mayhew. Sulla scia in fader dell'ultimo accordo di organo, il fragoroso basso di Mike Rutherford inizia a pompare, rievocando i battiti del cuore. Dopo alcune battute che vedono protagonista il basso, come un fantasma ritorna l'organo Hammond, seguito da sottili lamenti della sei corde. Le fragorose pennate del basso fanno vibrare i subwoofer, crescendo gradualmente d'intensità. Le disturbanti vibrazioni sparate dal basso ci raggiungono allo stomaco. John Mayhew riempie con saltuari tocchi sui piatti. I nostri riescono a rievocare un'oscura atmosfera inquietante, dalla quale emerge il delicato sospiro del flauto, che si prende quasi un minuto di gloria. Sul finale, le trame del flauto si fanno più brillanti e con un melodico trillo annunciano un nuovo cambio di atmosfera. Le spettrali note dell'organo riecheggiano nei nostri orecchi, accompagnate da graffianti e saturi accordi di chitarra distorti. In sottofondo si fa largo una caotica babele di voci, seguita dai cruenti rumori di una battaglia, dove le grida di paura si fondono alle sirene ed agli spari delle armi da fuoco. Una grintosa rullata annuncia un lisergico assolo di chitarra, con l'organo ed il basso che seguono all'unisono le psichedeliche note sparate da Anthony Phillips. Il nostro spara una serie di caustici fraseggi, per poi ritornare alle lisergiche trame soliste, sempre accompagnato dalle tetre trame dell'organo. Stiamo ascoltando uno dei momenti più belli dell'album. L'assolo prende una piega melodica. Gli epici fraseggi terminano in maniera cadenzata, lasciando per pochi secondi il campo all'organo, che stavolta viene spazzato via da un effimero ma fragoroso fraseggio di basso distorto, che annuncia l'ennesimo cambio. Sotto una incessante marcia del rullante, basso e chitarra viaggiano all'unisono, mentre Tony Banks tesse un'altra funambolica ragnatela di note con l'organo, che successivamente rimane protagonista assoluto. Una serie di accordi distorti pone fine all'epico momento, ma è ancora Tony Banks a farla da padrone, con un ammaliante riff di organo che canta vittoria e che ci entra subito in testa, tanto da essere immediatamente fischiettato. Il nostro ci accompagna verso un caotico finale, dove Gabriel recita in maniera inquietante le ultime frasi della strofa. Con un pezzo epico del genere, le liriche non potevano che affrontare tematiche belliche. Peter Gabriel stavolta attacca apertamente tutte quelle rivoluzioni violente, mostrando come coloro che usano violenza nel nome della libertà sono spesso solo interessati a stabilire la loro propria dittatura. Chi indice una crociata nel nome della libertà, invita il proprio popolo a combattere, sterminando tutti i loro nemici, donne e bambini compresi. I soldati dovranno portare al palazzo del Re, le teste dei loro nemici uccisi, che verranno infilzate sui pali affilati grondanti di sangue. Qui colgo un velato riferimento al mitico Vlad III di Valacchia, noto come Vlad L'Impalatore, ma meglio conosciuto con il nome di Dracula, che amava banchettare di fronte ai nemici impalati, lasciati agonizzanti. A fine battaglia, anche se si conteranno delle vittime, loro saranno dei gloriosi martiri, mentre i soldati vincenti potranno riposare e la pace tornerà a regnare ed i Re potrà continuare liberamente la propria dittatura, sottomettendo tutti coloro che lo hanno portato alla vittoria. I nostri chiudono con il botto, con il brano più lungo ed aggressivo dell'album, con epiche cavalcate all'unisono che trasportano il protagonista assoluto, Tony Banks, il quale con l'organo mette in mostra tutto il suo talento, tanto da fare impallidire un certo Tony Kaye, all'epoca considerato il miglior organista di Londra. A Maggio del 1971, il brano, fu pubblicato come singolo, diviso in due parti, intitolato appunto "The Knife Part 1+Part 2" ma non ebbe il successo che i Genesis si aspettavano, finendo quasi subito nel dimenticatoio. Del resto, è inimmaginabile pensare a dei tagli da effettuare su questa epica composizione, in modo da ridurne drasticamente la durata per dei passaggi radiofonici. Nonostante il flop del singolo, il brano ha mantenuto intatto tutto il suo fascino, al quale è difficile resistere, entrando prepotentemente nel cuore dei fans e rimanendoci a lungo. Una curiosità, nella copertina del singolo, vengono raffigurati in senso orario partendo dall'alto a sinistra Peter GabrielPhil CollinsMike RutherfordTony Banks e Steve HackettPhil Collins e Steve Hackett non contribuirono né alla composizione né alla fase di registrazione, ma si unirono al gruppo subito dopo, sostituendo rispettivamente i dimissionari John Mayhew e Anthony Phillips.

Conclusioni

Come detto più volte in fase di recensione, se non fosse per l'inconfondibile timbro vocale di Peter Gabriel, sembra di ascoltare un'altra band rispetto al fiacco "From Genesis to Revelation". I nostri sono cresciuti a dismisura nel breve spazio di un anno, sia musicalmente che professionalmente. E' proprio la mania di perfezionismo, che alla fine delle sessioni di registrazione, porterà Anthony Phillips e John Mayhew ad abbandonare il gruppo, ignari di quello che sarebbero diventati i Genesis di lì a poco. Sulli scudi di questo "Trespass" c'è senza ombra di dubbio Tony Banks, vera e propria anima della band, travolgente con l'organo, raffinato con il pianoforte e avvolgente con i pad di tastiera e di mellotron, trovando sempre la soluzione giusta ad ogni situazione. Il nostro è seguito a ruota da Peter Gabriel, vero e proprio camaleonte nell'interpretare in maniera teatrale i brani, rivelandosi anche un ottimo flautista e abile con la penna. Ma i due amici del liceo, avevano messo in mostra il loro talento anche nel precedente disco. Quello che ci sorprende maggiormente è Anthony Phillips, che in passato si segnalava per energici e sferraglianti strumming di chitarra, mentre ora ci colpisce con intricate trame arpeggiate e caustici accordi distorti, mentre a parer mio, deve ancora affinare le parti soliste, che emergono solo nella traccia conclusiva. Il nostro offre anche un enorme contributo compositivo, purtroppo dopo pochi mesi dall'uscita dell'album, abbandonerà i Genesis (ultimo concerto a Haywards Heath il 18 luglio 1970), proseguendo in una valida carriera solista. Per il nuovo batterista John Mayhew era fin troppo facile essere migliore dei suoi scarsissimi predecessori. Il nostro si presenta subito con interessanti filler e si dimostra un ottimo trascinatore nella traccia conclusiva. Anche lui, dopo la pubblicazione dell'album, abbandonerà i Genesis, suonando per qualche anno in altre band londinesi. Nel 1979 decide di andare a vivere in Australia, esercitando la professione di falegname. Nel 2006 fa una fugace comparsa ad un raduno dei fans dei Genesis, suonando il brano "The Knife" insieme alla cover band ufficiale del gruppo, i ReGenesis. Nell'occasione, riceve anche un saldo di 78.000 sterline, come compenso per i diritti della sua collaborazione nel disco "Trespass". Decide di passare il resto della vita a Glasgow, in Scozia, abbandonandoci un giorno prima del suo sessantaduesimo compleanno, a causa di problemi cardiaci. Con un compagno di sezione ritmica adeguato, anche Mike Rutherford appare rigenerato, andando a formare una granitica sezione ritmica, non dimenticando che sull'album suona anche la chitarra acustica. Il sorprendente "Trespass" è venuto alla luce il 23 Ottobre del 1970, distribuito dalla casa discografica Charisma in Europa e dalla Impulse! MCA negli Stati Uniti. La produzione è stata affidata a John Anthony, che ha saputo valorizzare al meglio le capacità musicali di Gabriel e compagni, al contrario del suo predecessore. L'album è stato registrato durante l'Estate del 1970 presso i Trident Studios di Londra, il primo studio di registrazione ad usare il Dolby per la riduzione del rumore, studi che sono stati gli artefici della crescita dei Queen, oltre ad aver ospitato i più grandi artisti del momento. La copertina dell'album è opera dell'artista Paul Whitehead, al quale il gruppo commissionerà la parte grafica di altri due album dopo questo. L'immagine è in realtà il perfetto ricalco di un disegno realizzato nel 1911 dall'illustratore ungherese Willy Pogany (1882-1955) per il libretto illustrativo del Tannhäuser di Richard Wagner. Dalla medesima fonte proviene anche il capolettera gotico del titolo "Trespass" (che con Tannhäuser ha in comune appunto la lettera iniziale "T"). Il disegno si sviluppa attorno alle avvolgenti tonalità del celeste. All'interno di un antico tempio, una coppia di innamorati ammira il panorama offerto da Madre Natura. Di fianco, a sorvegliare i due giovani amanti c'è un angelo. In alto, con una grande "G" in carattere gotico, c'è il logo della band, mentre in basso il titolo dell'album. Il disegno è sfregiato da uno colpo inferto da un coltello, che troviamo piantato nel back di copertina. La leggenda narra che ad opera già ultimata, i Genesis avevano aggiunto la traccia "The Knife" all'album, quindi chiesero all'artista di rifarla perché non era più in sintonia con la musica. Di fronte ad una risposta negativa, i nostri cercarono di ispirarlo tagliando la tela con un coltello. Il tutto venne poi fotografato, conferendo all'opera le caratteristiche tinte azzurre, a causa dell'illuminazione della stanza. Tirando le somme, quello che hanno fatto i Genesis è un gigantesco passo avanti, dalle dimensioni innaturali, se pur il suono e la formazione non fossero ancora quelli definitivi, con "Trespass" i nostri cancellano prepotentemente tutte le perplessità lasciate dall'album precedente, confinandolo nel dimenticatoio, tant'è che in molti considerano "Trespass" il vero primo album dei Genesis. Le complesse e articolate lunghe composizioni sono lontane anni luce dalle banali canzoncine pop folk di tre minuti, gli arrangiamenti sono raffinati e curati alla perfezione, memorabili alcuni passaggi all'unisono. Penso che quelli che hanno conosciuto i Genesis degli anni 80, devono farsi un bel viaggetto a ritroso nel tempo, ed ascoltare la vera genesi dei Genesis, l'affascinate "Trespass", l'album che ha dato vita ad un vero e proprio fenomeno musicale. Chi ama il progressive rock degli anni settanta non può che non apprezzare le raffinate sonorità di questo album, imprescindibile nella discografia di chi ama la buona Musica, con la "M" maiuscola.

1) Looking For Someone
2) White Mountain
3) Visions Of Angels
4) Stagnation
5) Dusk
6) The Knife
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