GENESIS

The Lamb Lies Down On Broadway

1974 - Charisma Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI PISTOLESI
30/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Con "Selling England By The Pound" i Genesis si consacrano in maniera definitiva in Europa e riescono finalmente a farsi notare anche nel Nuovo Continente, dove grazie al nuovo album attirano l'attenzione anche sui precedenti lavori. La mania di perfezionismo porta i nostri a pensare in grande, pensano che sia giunta l'ora di sorprendere tutti e di raggiungere lo status di mega star del rock. Seguendo l'onda degli Yes, decidono di cimentarsi in un ambizioso doppio album. Ma iniziano a manifestarsi alcune crepe all'interno della band, che con il tempo diventeranno delle vere e proprie voragini. Durante le prove dove i nostri cercavano di mettere nero su bianco le idee per il nuovo album, Peter Gabriel fu contattato da William Friedkin, regista di Hollywood venuto alla ribalta con la pellicola horror "L'Esorcista". Vista l'abilità che Gabriel aveva dimostrato con la penna, sfornando sovente liriche degne di episodi di "Ai Confini Della Realtà" l'oscuro regista offrì al nostro la possibilità di scrivere la scenografia per un nuovo film. L'inattesa chiamata del regista americano portò non poche distrazioni nella testa di Gabriel, che si distaccò dalle sessioni di composizione del nuovo album. Si prese il suo tempo per decidere se accettare o meno la proposta, rimanendo lontano dai colleghi, poi, una volta sfumato il progetto cinematografico, ritornò all'ovile apprendendo che il nuovo album sarebbe stato un doppio ambizioso concept. L'idea di un concept da sviluppare su due dischi fu accolta con entusiasmo da Peter Gabriel, che decise di assumersi la responsabilità di scrivere da solo l'intera trama del concept, che a posteriori si rivelerà troppo complicata e difficile da comprendere per il pubblico, creando preoccupanti malumori all'interno di casa Genesis, in primis mandando su tutte le furie Mike Rutherford, che aveva ideato una sua trama per il concept, ispirata al romanzo "Il Piccolo Principe" dello scrittore francese Antoine De Saint-Exuopèry. La situazione peggiorò ulteriormente in occasione della travagliata gravidanza della moglie e conseguente nascita della prima figlia di Gabriel, Anna. Le precarie condizioni di salute della primogenita, portarono ad un inevitabile ulteriore allontanamento dal gruppo, che in maniera non del tutto etica non la prese nel migliore dei modi, fomentando in Gabriel l'idea di un clamoroso abbandono. Il nostro comunque decise in maniera signorile di terminare l'estenuante tour, prima di rassegnare le proprie dimissioni. L'addio al gruppo è raccontato da Gabriel nella canzone "Solsbury Hill", tratta dal suo primo album solista. Ma torniamo a parlare del sesto album in studio dei Genesis, intitolato The Lamb Lies Down On Broadway, presentato in una importante versione di doppio vinile che conteneva oltre novantaquattro minuti di grande musica, suddivisa in ben ventitré canzoni, tutte legate fra di loro. I vari intermezzi strumentali che incontreremo durante l'ascolto, oltre che da legante, davano la possibilità a Peter Gabriel di cambiarsi d'abito fra un brano e l'altro durante i concerti. Per comporre l'album, i Genesis affittarono un ex orfanotrofio a Headley Grange nell' East Hampshire. Nella abitazione rurale avevano precedentemente soggiornato altre band come Led Zeppelin, Bad Company e Pretty Things, lasciando i locali in condizioni ai limiti della praticabilità, fra escrementi, ratti e finestre rotte che lasciavano entrare qualsiasi tipo di essere vivente. Una volta riportati gli ambienti a delle condizioni igienico-sanitarie accettabili, i nostri si gettarono a capofitto nelle nuove composizioni, contornati dall'affascinate verde delle campagne inglesi. Che il rapporto fra Gabriel ed il resto della band si stava deteriorando, lo conferma il fatto che, eccetto rare escursioni sconfinanti dell'uno o degli altri, le liriche sono opera della mente geniale di Peter Gabriel, mentre le musiche sono state composte dal resto della band. L'album fu supportato da un imponente tour mondiale, che lo vide suonato per la sua interezza per ben centodue volte. Il protagonista di questo viaggio attraverso la psiche umana è Rael, un giovane punk portoricano che appena fuoriuscito dal riformatorio di Pontiac, lascia le proprie tag con la vernice spray sui muri di New York. Passando per Broadway, il nostro si imbatte in una misteriosa e densa nebbia, che magicamente lo catapulta in una nuova dimensione spazio-temporale, nella quale affronterà una serie di avventure e di incontri con svariati personaggi. Fra le inquietanti ambientazioni e bizzarre creature, siamo immersi in un mondo immaginario che mixa l'Inferno Dantesco con i visionai scenari di David Lynch. Rael, oltre ad essere l'anagramma della parola "Real (Reale)" non è altro che l'alter ego di Peter Gabriel, attraverso il quale il nostro esterna il suo lato interiore, affrontando durante lo svolgimento, il proprio rapporto con il sesso, con la paura e con la morte. Il fatto che il protagonista fosse un punk, destò qualche problema alla band, in quanto i punk si chiedevano perché mai quel manipolo di inglesi dovessero cantare le gesta di uno di loro. Per rendere più accessibili le criptiche liriche, l'intera trama della storia su cui si basa l'album, fu riportata per intero all'interno del vinile. Per registrare l'album, i nostri trasferirono l'attrezzatura mobile degli Island Studios nella suggestiva Glaspant Manor, un affascinante cottage risalente al 1800, ubicato nel Carmarthenshire, bellissima contea collinare del Galles. Nonostante il nuovo album non sia dei più facili da apprendere, dal punto di vista musicale è senza ombra di dubbio il più maturo. Rispecchiando in pieno la parola "progressive", in molte occasioni le sonorità di "The Lamb Lies Down On Broadway" sono avanti di almeno un decennio rispetto agli standard dell'epoca. In questo album seminale, scoverete magici momenti musicali che un paio di lustri più avanti influenzeranno la maggior parte delle band del nuovo movimento britannico, denominato neo progressive, Marillion, Twelfth Night, Pendragon ed IQ su tutti, ma anche band più recenti come Porcupine Tree e Spock's Beard. E' come avere fra le mani un gigantesco puzzle, le cui tessere sono note musicali, che si incastonano perfettamente l'una all'altra. Ma bando alle ciance, prepariamoci ad affrontare l'affascinante viaggio di Real, accompagnati da oltre un'ora e mezza di fantastica musica.

The Lamb Lies Down On Broadway

Ad introdurci nella storia è la title track "The Lamb Lies Down On Broadway (L'Agnello Si Stende Su Broadway)", un brano pieno di brio e trascinante, aperto in maniera magistrale da Tony Banks con una rapsodica fuga di pianoforte che non avrebbe sfigurato come colonna sonora di un vecchio thriller di Alfred Hitchcock. Le sapienti falangi di Banks corrono all'impazzata sui denti d'avorio del pianoforte, arrivando ad aprire scenari più epici. Qualche colpo stoppato che riprende le toniche del pianoforte e delicate carezze sui piatti danno vita ad un bel climax che ci porta dritti verso uno degli incisi più riusciti e famosi del combo albionico. Con una interpretazione al massimo della teatralità, Peter Gabriel recita il titolo del brano, esplodendo in maniera solare con l'ormai leggendario "Broadway" cantilenato che va a fondersi con la strofa. Il pianoforte continua a martellarci, e lo farà per tutto il brano, ma stavolta deve fare i conti con un grintoso riff all'unisono fra il basso e la chitarra. Il sound del drum set di Phil Collins ha fatto passi da gigante, valorizzando ancora di più il lavoro dell'estroso Batterista di Londra, che come un treno si trascina dietro tutti quanti. Peter Gabriel si lascia trasportare dalle fantastiche trame pianistiche, arrivando nuovamente al ritornello, che ormai siamo già in grado di ricanticchiare tutti quanti. Andando avanti incontriamo nuovamente la strofa, fra le più aggressive composte da Steve Hackett e compagni. Attraverso un grintoso bridge, i nostri aprono i cancelli al ritorno dell'inciso, stavolta seguito da un mellifluo interludio che manco farlo a posta, vede protagonista Tony Banks. Dal castello di tastiere fuoriesce uno sciame di note che magicamente accompagna il Menestrello di Chobham. Questo è uno dei momenti in cui possiamo riscontrare le romantiche sonorità del futuro neo progressive. Mike Rutherford riempie con profonde pennate di basso, mentre Steve Hackett fa lamentare dolcemente la sei corde, disegnando tristi arabeschi. Trasportato da un crescendo mozzafiato, Peter Gabriel sembra soffrire del Disturbo da Personalità Multipla, e con inquietanti mutazioni di timbro vocale spalanca le porte all'inciso, che ormai si è incuneato prepotentemente nei cassetti adibiti all'archivio della musica del nostro cervello. La successiva strofa viene interpretata in maniera magistrale, poi il trascinante bridge annuncia l'ultima comparsa del ritornello, che si avvia verso l'estinzione con un suggestivo intreccio di cori e controcanti. Le liriche ci introducono nella fantastica avventura che ci apprestiamo ad affrontare, mettendo in mostra una forte metafora religiosa, quella dell'agnello, simbolo del sacrificio e della purificazione. Rischiando, i nostri passano in maniera controversa dalle familiari ambientazioni britanniche a quelle affascinanti del mondo a stelle e strisce che precedentemente avevano condannato, ma che allo stesso tempo erano riuscite ad affascinarli durante il tour americano. Le insegne neon colorate, i cinema aperti fino a tarda notte che spesso ospitano ubriachi e senza tetto, cacciati via alla fine dell'ultimo spettacolo, il caldo vento che soffia dall'oceano, sono gli scenari con cui si apre l'avventura onirica di Rael, che appena uscito dal riformatorio, avverte che qualcosa dentro di lui è cambiato. Affascinato dalla miriade di luci e dalla magia che aleggia nell'aria di Broadway, il nostro protagonista lucida la sua arma preferita, la bomboletta spray e si mette a firmare i muri con la vernice bianca, forse l'unico modo che conosce per poter affermare e fissare nel tempo la propria personalità. Rael, il principe imperiale dell'aerosol è tornato.

Fly On a Windshield

Mentre Rael lascia le sue tag, in fader si manifestano le prime note di "Fly on a Windshield (Mosca Sul Parabrezza)", un magico intreccio fra un blando strumming di chitarra e spaziali tappeti di synth. Dalle arcane nebbie di note emerge Peter Gabriel, con una linea vocale carica di mistero, che lo vede passare da un registro all'altro con una disinvoltura disarmante. Una squillante progressione di accordi squarcia le tenebre come un raggio di sole. Peter Gabriel segue la strada aperta da Steve Hackett, enfatizzando i momenti chiave. In sottofondo inizia a farsi sentire l'eterea dodici corde di Mike Rutherford, avvolta dalle trame di tastiera. Peter Gabriel conclude la strofa trascinando in maniera suadente la parola "freeway." 

Broadway Melody Of 1974

 Al minuto 01.19 si cambia completamente atmosfera con la seconda parte della suite, intitolata "Broadway Melody Of 1974"Phil Collins e Mike Rutherford entrano in scena con un potente ritmo cadenzato che ci invita ad oscillare la testa a tempo di musica. Il protagonista di questo interludio strumentale è sempre Tony Banks, che intreccia avvolgenti pad a melanconiche trame orchestrali che si lasciano dietro un alone di mistero. Steve Hackett accarezza dolcemente la sei corde, producendo suoni che sembrano provenire da altri mondi, mentre Phil Collins mette tutti d'accordo con preziosi filler che fanno da legante. Lentamente Steve Hackett si fa prendere la mano ed inizia a tessere una preziosa trama solista che va ad intrecciarsi magicamente con la nebbia dai sentori orientaleggianti che fuoriesce dal castello di tastiera. Phil Collins attira l'attenzione su di se con una serie di prolungate corse sulle pelli, annunciando il rientro in scena di Peter Gabriel, che recita in maniera impeccabile le strofe. Chitarra e basso viaggiano all'unisono, facendosi largo con grinta fra le spaziali trame della tastiera. Si respirano le future oscure atmosfere dei Porcupine Tree, sta a voi decidere quanto i nostri abbiano influenzato Steve Wilson e soci, o quanto i nostri fossero avanti con le sonorità. Mentre continuiamo ad ondeggiare la testa seguendo l'incedere della batteria, Peter Gabriel ci sorprende con una sorta di rap parlato, ritornando poi gradualmente alla linea vocale standard. In conclusione, Phil Collins accompagna all'unisono Peter Gabriel, dando vita ad una suggestiva armonia vocale. Improvvisamente le tastiere aumentano d'intensità, ponendo fine a questo bellissimo pezzo di forte atmosfera, diverso da tutto quello che sino ad oggi ci avevano fatto sentire i Genesis. A riportare la calma ci pensa Steve Hackett, con trenta secondi di magici intrecci fra uno spaziale pad di mellotron e una serie di melliflui accordi di chitarra aumentati. Questo effimero e piacevole intermezzo strumentale, oltre che a fare da collante con il brano successivo, serviva a Peter Gabriel per intrattenere il pubblico in sede live, espletando la trama della sua controversa storia, facendo rifiatare anche i colleghi. Ma torniamo alla nostra storia, questi due brani sono sempre stati considerati concatenati fra loro, quindi analizziamo le liriche in una unica soluzione. Mentre Rael continua ad imbrattare i muri con la sua bomboletta spray, improvvisamente inizia a manifestarsi una densa nebbia, nessuno sembra farci caso, sembra che solo Rael sia in grado di vederla. Con il passare del tempo, misteriosamente la nebbia sembra solidificarsi, fino ad assumere le sembianze di un imponente muro che si abbatte su Time Square. Come in un episodio di "Ai Confini della Realtà", il nostro improvvisamente si trova catapultato in una dimensione spazio temporale, ubicata nel sottosuolo. Rael si sente spaesato, gli sembra di ronzare invano come una mosca che finisce con lo schiantarsi contro un parabrezza. Il titolo del brano prende palesemente spunto dalla saga hollywoodiana "Broadway Melody", il cui primo capitolo, datato 1929, segnò la fine del cinema muto. In questa nuova dimensione, il nostro incontrerà svariati personaggi, sia reali, che hanno segnato il corso della sua vita, sia le classiche bizzarre figure gabrieliane. Il primo a paventarsi davanti al nostro protagonista è Lenny Bruce, un comico americano morto per overdose e bandito da molte città degli Stati Uniti a causa delle battute considerate troppo "colorite". Pare che il controverso comico statunitense abbia influenzato molto il panorama musicale britannico, in quanto dopo essere apparso sulla copertina di "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band" dei Beatles, lo ritroveremo qualche anno più avanti nella copertina di "Clutching At Straws" dei Marillion. Successivamente il nostro incontra un altro controverso personaggio, il filosofo, sociologo e critico letterario canadese Marshall McLuhan, che troviamo con la testa sotto la sabbia, richiamando una delle sue opera, "Understanding Media (Gli strumenti Del Comunicare)", dove accusa i mass media di ricorrere a qualsiasi mezzo pur di accaparrarsi l'attenzione del pubblico, arrivando ad anestetizzarli, riducendoli come tanti struzzi con la testa sotto la sabbia. In questa allucinante dimensione parallela dove il Klu Klux Klan serve pasti caldi accompagnati dalla colonna sonora di "In the Mood" di Joe Garland, c'è posto anche per Groucho e le sue taglienti battute, mentre è ritornato dall'aldilà Caryl Chessman, un criminale statunitense, che in attesa di finire nel braccio della morte, scrisse ben quattro libri. Andando avanti il nostro incontra anche l'eccentrico imprenditore statunitense Howard Hughes, mentre in sottofondo dei bambini giocano ascoltando "Needles and Pins" dei The Searchers. "Needles and Pins" è anche una celebre serie tv degli anni settanta ambientata proprio a New York. E' difficile stabilire con certezza se Gabriel intendesse citare l'una o l'altra. 

Cuckoo Cocoon

Tornando all'ascolto, la traccia successiva è "Cuckoo Cocoon (Cuculo Bozzolo)", brano le cui atmosfere vanno a richiamare i vecchi classici del passato come "The Musical Box". Ad aprire il brano è un sognante arpeggio di chitarra che ci fa respirare le magiche atmosfere degli album precedenti. Peter Gabriel nei momenti salienti vien affiancato in maniera suggestiva da Phil Collins. Dopo pochi secondi arriva l'inciso, una sorta di scioglilingua che recita il bizzarro titolo del brano. Dopo quello che è l'inciso più corto scritto dai nostri, ritorna la strofa, con le sue atmosfere barocche che accompagnano il Cantastorie di Chobham. Altra fugace comparsa del ritornello, poi siamo incantati dalle melliflue trame del flauto di Peter Gabriel. Il pifferaio magico apre scenari che ci trasportano lontano e ci fanno sognare. Sul finire di questo interludio strumentale, fa la comparsa un brillante passaggio di pianoforte, che poi continuerà nella strofa successiva, andandosi ad intrecciare con le trame della chitarra. Ritorna per l'ultima volte l'effimero inciso, lasciando poi il campo a Tony Banks e Peter Gabriel, che danno vita ad un magico intreccio fra flauto, tastiera e funamboliche fughe di pianoforte. Nelle liriche, qui Gabriel fa riferimento ad una celebre opera fantascientifica. Il nostro Rael si ritrova racchiuso in un bozzolo di lana, confuso, non riesce a stabilire se sia morto o se sia un sogno, in qualche maniera comunque sente che la vita scorre ancora dentro di lui. Forse è semplicemente tornato in una squallida cella di un carcere di Brooklyn, o all'interno della pancia di una balena come Giona. La metafora del bozzolo potrebbe essere anche ad un rifermento al rapporto di Gabriel con la maternità ed ai nove mesi passati nel grembo materno, nonché un omaggio alla travagliata gravidanza che stava attraversando sua moglie. Rael chiede al bozzolo se forse si è rinvenuto prima del tempo, prima che riesca a liberarsi per affrontare una nuova vita.

In The Cage

Dopo questi intensi 132 secondi di musica, arrangiati con classe sopraffina, passiamo al brano più lungo della prima parte del concept, "In The Cage (Nella Gabbia)". Si tratta di un brano a tratti claustrofobico, dove si respira una forte sensazione di panico, e lasciatemelo dire, dove i nostri raggiungono livelli di autocelebratismo mai sentiti. Si parte con la sezione ritmica che simula il battito cardiaco di Rael, Tony Banks stende uno spaziale tappeto, sul quale si adagia un oscuro Peter Gabriel. Le tastiere crescono leggermente, lasciando poi il campo ad un oscuro suono che ricorda il "didgeridoo" degli aborigeni australiani. Il battito del cuore si fa più incessante, i cupi suoni della tastiera diffondono un senso di malessere e di panico, disseminando terrore. Lentamente si paventa uno spigoloso riff di organo dall'aria isterica, il basso pompante ed il lisergico riff sparato da Tony Banks crescono a dismisura. In sottofondo possiamo percepire una caustica ragnatela di note sparate dalla chitarra distorta, che sembra tenere imprigionato un melanconico arpeggio. Il volume aumenta sempre di più, una volta raggiunto il livello massimo, una rullata spuria annuncia Peter Gabriel, che si presenta con una linea vocale accattivante sposandosi alla perfezione con lo psichedelico wall of sound generato dai colleghi. Mike Rutherford fa vibrare le quattro corde, arrivandoci fino allo stomaco. Peter Gabriel trascina qualche parola, annunciando l'inciso. Il protagonista è un articolato e pungente giro di basso che la spunta sul ridondante riff di organo e un timido arpeggio di chitarra. La linea vocale di Gabriel si fa meno oppressiva e lascia trasparire un barlume di positività rispetto alla strofa. Il ritornello si chiude in crescendo, con una spaziale tastiera che cresce di volume, annunciando il ritorno della strofa. L'isterica linea vocale di Peter Gabriel lotta con le fiammate psichedeliche sparate da Tony Banks, mentre Phil Collins corre all'impazzata trascinandosi tutti dietro in una folle corsa che ci riporta dritti verso il ritornello, con un Gabriel che canta a registri altissimi, mai sentiti nel suo vasto repertorio. Al minuto 03:16 ha il via un prolungato interludio strumentale, dove i nostri eccedono nell'autocelebratismo come non mai. Ad aprire le danze è Mike Rutherford, con uno spaziale giro di basso carico di effetti, accompagnato in maniera pressoché indescrivibile da un superlativo Phil Collins. E' l'invito a cena per Tony Banks, che ci cattura un una lisergica spirale di suoni raggiungendo livelli di virtuosismo mai sentiti. La sezione ritmica accompagna in maniera folle le preziose escursioni soliste di Tony Banks, che si avvicina la funambolico stile di Rick Wakeman come non mai. Mentre in sottofondo persiste un acido tappeto di organo Hammond, una corsa sulle pelli dei tom annuncia il cambio di rotta, ora le trame di tastiera si fanno più epiche e pompose, guarnite da preziosi filler e accompagnamenti ritmici la limite dell'inverosimile. Con classe, i nostri diminuiscono l'intensità fino a che rimane una pungente nota di tastiera in loop. Phil Collins inizia una serie infinita di rullate, mentre dal niente sbuca una gracchiante chitarra distorta. Dalla disturbante babele di suoni spunta fuori nuovamente Peter Gabriel, con una linea vocale al limite dell'isterismo, guidata da un alieno riff di synth. Phil Collins e Tony Banks aumentano gradualmente l'intensità, costringendo Peter Gabriel a rendere più agghiacciante la linea vocale. Come se nulla fosse, il crescendo delle tastiere si trasforma in un nuovo virtuoso assolo, ma stavolta assai più breve. Trasportato dalle onde sonore del synth, Peter Gabriel inizia a farneticare in maniera insana, il synth viene sostituito da un più rilassante tappeto di organo, che si tramuta subito nello spigoloso riff sentito all'inizio. In maniera folle Phil Collins alza gradualmente l'asticella dei BPM esplodendo in una epica cavalcata, Mike Rutherford spara micidiali raffiche di terzine che si insinuano nel nostro cervello come affilati aghi. A porre fine al delirio ci pensa il ritornello, che fa il suo ultimo ritorno, seguito da un'appendice travolgente. Trasportato dalla cavalcata ritmica, Peter Gabriel facendosi largo fra le fiammate dell'organo, inizia a delirare a suon di "Keep On Turning (Continua a Girare)", contornato da armonie vocali e terrificanti vocalizzi degni di un Uruk-Hai. I terrificanti effetti vocali son opera del re della musica ambient Brian Eno. Velocemente sfuma tutto in fader, ma il brano non è terminato. Tony Banks tenta di disintossicarci dalla grandinata di note con cui siamo stati investiti, iniziando con un sognante intreccio di tastiere: ad un ridondante tema, fanno eco epici fraseggi che lentamente vanno sfumando verso l'epilogo, lasciandoci una piacevole sensazione di tranquillità. Avevamo lasciato il nostro Rael all' interno di un bozzolo, ma l'agonia non è finita, adesso il nostro si trova imprigionato in una letale gabbia aliena formata dall'incrocio fra le stalattiti e le stalagmiti. Le poche volte che riesce a sopraffare le tentazioni di Morfeo, il nostro viene completamente invaso dalla paura e colpito da forti attacchi di panico. La gabbia lo trattiene imprigionato, fomentando in lui forti attacchi di claustrofobia. E' convinto che se fa forza sul proprio self control, prima o poi potrà liberarsi da quelle opprimenti pareti che lo tengono imprigionato. Avvolta nel bagliore della luce, gli si paventa una strana visione. La sua non è l'unica gabbia, ma ce ne sono molte, unite fra di loro a formare una stella. I prigionieri sembrano essere intrappolati dai loro legami, dai loro ricordi. Improvvisamente, vede suo fratello John, che lentamente si muove in maniera furtiva. Rael si graffia la gola implorando aiuto, ma John lo guarda inerme, senza emettere alcun suono. Rael si sente impotente, vede svanire la sua unica opportunità di salvezza. Si materializzano i brutti ricordi del carcere, e più passa il tempo, più diminuiscono le speranze di potercela fare. Il suo cervello inizia a dare pericolosi segni di squilibrio, oppresso dalla disperazione è arrivato a desiderare di trasformarsi in un liquido, in modo da poter scivolare via attraverso le sbarre formate dalle stalattiti e dalle stalagmiti, ma disgraziatamente lui è allo stato solido. Improvvisamente, suo fratello John scompare, e allo stesso tempo, come per magia la gabbia si dissolve. Senza alcun motivo, Rael inizia a girare, a ruotare intorno, senza una minima parvenza di meta. 

The Grand Parade Of Lifeless Packaging

La successiva "The Grand Parade of Lifeless Packaging (La Grande Parata dell'Imballaggio Inanimato)" è uno dei pezzi più sperimentali scritti da Gabriel e compagni. Un brano ossessivo, che punta su un acido ritornello che si insinua prepotentemente nel nostro cervello. Dopo un effimero soffio del flauto che ricorda il canto del treno, irrompe un ridondante tema di tastiera, accompagnato da Phil Collins con un delicata marcia che cresce lentamente con il passare dei secondi. Peter Gabriel canta in maniera alienante la strofa, con la voce leggermente sporcata dagli effetti di Brian Eno, che donano un freddo aspetto robotico. L'atmosfera viene rallegrata da sognanti cinguetti di simpatici uccellini. Il fischio del treno annuncia l'inciso. La base musicale rimane la stessa, spostandosi di un tono. Peter Gabriel e Phil Collins sussurrano il ritornello, dando vita ad un inquietante intreccio di voci, che sembrano provenire dall'oltretomba. Ritorna la strofa, con la voce effettata, stavolta ricamata da lamentosi fraseggi di chitarra. Il successivo ritornello vien proposto in una versione più grintosa e cantato a tre voci. Alla voce di Peter Gabriel fa eco Phil Collins, sfiorando il falsetto, mentre una oscura terza voce baritonale fa da eco. Nella strofa successiva si manifesta un pad di tastiera, mentre Mike Rutherford fa ruggire le quattro corde. Il brano segue un costante crescendo, ed il successivo ritornello è ancora più energico. Le tre voci continuano ad intrecciarsi, accompagnate da un lisergico pad di tastiera. Ormai la cantilenante linea vocale si è insinuata nei meandri del nostro cervello, riecheggiando a lungo. Andando avanti incontriamo un caotico special, in sottofondo la terza voce, quella più oscura, continua a martellarci, Peter Gabriel inizia a vomitare frasi in maniera insana. Phil Collins ora accompagna con energia, riempiendo con prolungate corse sulle pelli. Le note sparate dal basso di Mike Rutherford ci pungono come aghi. Si paventa un sinistro organo, lentamente siamo risucchiati da una caotica babele sonora, dove suoni, vocalizzi e controcanti si fondono ottenendo un effetto quasi ipnotizzante che ci proietta in un lisergico viaggio senza fine, proprio come quello del nostro Rael, che ora si trova all'interno di una fabbrica misteriosa, dove in una catena di montaggio vengono assemblati esseri umani inanimati di ogni colore, privati dei loro ricordi e che dopo essere stati impacchettati, si preparano per una nuova vita terrena. Una vera e propria reincarnazione seriale. Il prodotto finale è un articolo che va a ruba, i facoltosi clienti possono trovare svariati tipi di tipologie umane, ovviamente quelli che vanno per la maggiore sono quelli sani e ben vestiti. La ditta fornisce anche il destino che spetta ad ogni singolo essere umano rigenerato, garantendo sempre una infanzia felice e spensierata. Rael riconosce alcuni ex compagni della sua gang fra gli articoli che fuoriescono in maniera seriale dalla inquietante catena di montaggio, e successivamente ritrova anche suo fratello John, con il numero 9 sulle spalle, in stile calciatore. Da questo particolare possiamo trarre alcune conclusioni sul significato del nome John, al quale istintivamente affibbiamo un significato evangelico, ma con il numero 9 sulla schiena, il discorso cambia, e il nome potrebbe essere un tributo a John Lennon, da sempre legato al numero 9, come lo testimoniano le canzoni "Revolution 9" e "One After 909" composte con i Fab Four e "#9 Dream", singolo estratto dal "Walls and Bridges", il suo nono album da solista, pubblicato proprio circa un paio di mesi prima di "The Lamb Lies Down On Broadway". Rael è un privilegiato rispetto a tutti quegli esseri umani che vengono rigenerati. Seguendo un percorso dantesco, non essendo ancora morto, si ritrova nell'oltretomba, in possesso della possibilità di decidere il suo destino. Siamo ancora all'inizio del viaggio di Rael e le sorprese non finiscono mai di stupirci, ma siamo sicuri che ce ne saranno delle altre. 

Back In NYC

Proseguendo incontriamo "Back In NYC (Ritorno A New York)", altro brano sperimentale, avanti anni ed anni rispetto agli standard musicali degli anni settanta. Brano ipnotico dove dominano i futuristici synth di Tony Banks. In fader la sezione ritmica mima nuovamente il battito del cuore di Rael, un invasato Peter Gabriel recita poche parole, poi con classe, Phil Collins ci porta dentro la strofa, dove domina un ridondante riff di synth che grida fortemente anni '80. La ritmica cadenzata si sposa alla perfezione con il riff portante sparato da Tony BanksPeter Gabriel recita in maniera adirata le prime strofe, con una voce leggermente effettata che sembra provenire da un mondo subacqueo. La strofa va avanti, con un insolito Peter Gabriel in versione punk, che quasi si graffia la gola vomitando i versi della strofa. Siamo letteralmente ipnotizzati dal riff di tastiera e dall'ossessivo ritmo, ma a destarci ci pensa un inquietante bridge strumentale, che vede ancora protagonista Tony Banks. Il nostro ci delizia con un funamboliche scorribande sui denti d'avorio della tastiera, lasciandosi dietro una scia di mistero. Se vi aspettavate l'inciso, siete fuori strada; ritorna l'ossessiva strofa, con l'ipnotico riff di tastiera e l'adirata linea vocale. Andando avanti incontriamo nuovamente il funambolico bridge strumentale, che stavolta compie a pieno i suoi doveri ed annuncia uno dei ritornelli più sperimentali mai scritti dai GenesisTony Banks è ancora il protagonista e troneggia dall'alto del suo castello di tastiere con un riff che viene scandito dalla ritmica stoppata della premiata ditta Collins & Rutherford. In maniera meccanica, Gabriel segue la complicata ritmica, con una voce effettata che lo rende più vicino ad un robot che ad un essere umano. Il nostro esplode nella seconda parte dell'inciso, dove le testiere si fanno più epiche, Mike Rutherford fa vibrare le quattro corde in maniera innaturale, seguito all'unisono dalla chitarra, mentre sono difficili da descrivere i miracoli di Phil Collins, seduto dietro al drum setting. Ma l'inciso non ha una minima parvenza pop, e cambia ancora. Tony Banks comanda ancora, ma stavolta con un festoso tema di organo, sempre evidenziato dalla ritmica stoppata. Un Peter Gabriel ai limiti del T.S.O., recita follemente in loop la frase "Off we go (Andiamo Fuori)". Un effimero e rilassante passaggio di tastiera annuncia il ritorno della strofa, dove Tony Banks aggiunge un tetro pad di organo all'ossessivo riff portante. Andando avanti incontriamo nuovamente il bridge, seguito dall'inciso, con il quale i nostri vanno a chiudere il brano. Avevamo lasciato Rael nella grottesca fabbrica di esseri umani rigenerati, il vedere il fratello e le facce dei vecchi amici ha provocato un flashback che ci mostra la vita di Rael prima dell'inizio di questo viaggio allucinante, una sorta di prequel, rimanendo in ambito cinematografico. Peter Gabriel imposta le liriche come se il nostro protagonista si trovasse al cospetto di un giudice, con i toni che spesso si scaldano, enfatizzati dalle camaleontiche interpretazioni del Cantastorie Di Chobham. Rael non è affatto pentito degli atti teppistici che lo hanno portato a passare parte della sua adolescenza nel riformatorio di Pontiac, dal quale è uscito all'età di diciassette anni. E' convinto che la colpa sia della moderna società, buona solo a creare mostri. Ma la dura vita del carcere lo ha plasmato, lo ha fortificato. Il suo cuore è stato avvolto da una coltre di peli che lo isolano da qualsiasi tipo di emozione, forgiando in lui un forte personalità da duro che lo porta ad essere il leader indiscusso della banda delle catene, con la quale commette atti vandalici che vanno dal lancio delle bottiglie molotov a risse con le altre bande rivali. Il nostro ammette di avere avuto a che fare anche con sostanze stupefacenti, cercando sempre il conforto nelle più forti. Dopo la metafora del cuore peloso, Gabriel ne tira fuori un'altra delle sue, paragonando la coscienza di Rael ad un porcospino, che se lo stringi ti ferisce le mani con i suoi aculei affilati, quindi è per il nostro punk armato di bomboletta spray, risulta difficoltoso fare un esame di coscienza. Ma per Rael è giunto il momento di radere il suo cuore, di liberarlo dalla coltre di oscurità che lo pervade e tornare nuovamente a provare dei sentimenti.

Hairless Heart

Dopo un brano angosciante come quello appena ascoltato, sentiamo l'urgente bisogno di qualcosa di dolce e calmo che ci riporti con i piedi per terra, i nostri ne son ben consci e ci regalano la strumentale "Hairless Heart (Cuore Senza Peli)". Un brano breve quanto intenso, che emana forti emozioni ad ogni singola nota rilasciata dai nostri. Tony Banks stende un rilassante tappeto di mellotron, un vigoroso strumming con la dodici corde annuncia l'ingresso di uno spaziale riff di tastiera. Le ridondanti spirali di note che fuoriescono dal castello di tastiere hanno il potere di proiettarci in un'oscura dimensione dove pervade un piacevole senso di benessere. Steve Hackett imbraccia la chitarra acustica e ci incanta con un romantico arpeggio che va ad intrecciarsi con lo sciame di note liberato da Tony Banks. La linea melodica dell'arpeggio è talmente forte che dopo pochi secondi siamo già in grado di ricanticchiarla, come il più facile dei ritornelli. Per alcuni secondi rimane solamente lo spaziale riff di tastiera, il tempo necessario che serve a Steve Hackett per passare alla chitarra elettrica. Con una dolcezza ed un feeling disarmanti, fa piangere le sei corde, i cui melanconici lamenti vanno a riprendere la melodia portante dell'arpeggio. Una delicata corsa sulla pelle del rullante annuncia un importante cambio. Giocando sempre sulla linea melodica portante, Tony Banks ci ipnotizza con un riff di una epicità unica, accompagnato delicatamente dalla sezione ritmica. Andando avanti ritroviamo il riff alieno sentito inizialmente, stavolta accompagnato da un'oppressiva ritmica cadenzata. Steve Hackett riprende il melanconico tema con la chitarra elettrica.

Counting Out Time

Con una rullata Phil Collins annuncia il ritorno delle epiche tastiere, che hanno il potere di rievocare scenari senza tempo, cullandoci magicamente verso il prossimo brano, intitolato "Counting Out Time (Contando Le Ore)", brillante brano beatleseggiante. Da un intreccio di pad di tastiera emerge il pungente giro di basso sparato da Mike Rutherford, che dona un'anima musicale alla la brillante ritmica di Phil Collins. Dopo questa breve introduzione a sorpresa arriva subito il ritornello, che rievoca fortemente le spensierate atmosfere dei Fab Four. Il basso pompa e si amalgama con il festoso intreccio di chitarra e pianoforte. La linea vocale di Peter Gabriel emana gioia e positività da tutti i pori. Un effimero bridge ci porta verso la strofa, fra le più grintose e dure mai scritte dal combo albionico. All'unisono con la sezione ritmica, Steve Hackett spara una grintosa serie di powerchords distorti dai sentori hard rock. Un simpatico bridge che punta su coretti dal retrò annuncia che è nuovamente il momento dell'inciso, anticipato da una incisiva corsa sulle pelli da parte di Phil CollinsMike Rutherford ci punge con un articolato giro che gradualmente si sposta verso le note più alte. L'inciso stavolta è guarnito da celestiali coretti vintage. I nostri ritornano alla grintosa strofa, anch'essa impreziosita dai coretti retrò, poi il breve bridge apre le porte allo special, fra i più irridenti sentiti nell'intera discografia genesisiana. La melodia portante viene ripresa da Steve Hackett, che rimpinzando la chitarra di effetti, ottiene un buffo suono che sembra uscito da un cartoon con protagonista Paolino Paperino. Percussioni ed un giulivo riff di tastiera rendono ancora più inverosimile l'atmosfera. Phil Collins funge da instancabile metronomo, mentre il compagno di sezione ritmica si prodiga in sinuosi fraseggi. Dopo questo intermezzo cartoonesco torna nuovamente il beatlesiano inciso, la cui grintosa appendice ci accompagna verso il finale, dove per alcun i secondi rimane una sottile babele di voci. Veniamo ora alle liriche di quello che è stato il primo singolo estratto dall'album, precedendolo di un paio di settimane. Rael, dopo averci illustrato il proprio rapporto con la morte e la paura, arriva descrivere i suoi primi approcci con il sesso, mettendo in evidenza la goffaggine con cui un adolescente si presenta al fatidico primo appuntamento con una bella ragazza. Rael sta contando le ore che mancano al suo primo appuntamento. La tensione accumulata lo porta a trovare una soluzione alquanto astuta ed insolita. Per non farsi trovare impreparato, ricorre ad un manuale dove sono descritte tutte le migliori tecniche di approccio e quelle sessuali per soddisfare una ragazza. Inizia così a scoprire le zone erogene e ad ammirarle, donadogli un ruolo fondamentale nella vita dell'essere umano. Una volta appresi tutti i trucchi del mestiere, si immagina come potrebbe evolversi il suo primo appuntamento, facendo sdraiare la ragazza e provocandola sensualmente, mettendo in atto tutti i punti fondamentali appresi durante lo studio del libro. Nel manuale del sesso i punti caldi sono illustrati con delle le figure numerate. Dopo un approfondita disamina delle figure che vanno dalla numero uno alla numero nove, sorvolando quelle dal numero uno al numero sei, trova qualche problema nel comprendere la numero sette, fino ad arrivare al Paradiso, illustrato nella figura numero undici. Ma fra la teoria e la pratica c'è di mezzo un muro difficile da superare. Il nostro risulta troppo impavido e precoce, e alla richiesta formulata alla ragazza di aprire la cerniera lampo, riceve in cambio un bello schiaffone. I suoi sogni da Casanova evaporano nel breve spazio di pochi secondi, dopo aver bramato per ore ed ore quel fatidico momento. La scottante delusione lo porta a chiedere un risarcimento da parte del libraio, che gli aveva garantito un successo sicuro, se avesse seguito passo per passo i consigli del libro. Non gli rimane che la piacevole scoperta delle zone erogene del corpo umano.

The Carpet Crawlers

La prossima canzone, oltre che ad essere il secondo singolo estratto dell'album, è una delle canzoni dell'era Gabriel più famose e più amate dai fans di lunga data, la dolcissima "The Carpet Crawlers (Le Creature Striscianti)", aperta magistralmente da Tony Banks con una funambolica fuga di pianoforte che fonde i sentori classicheggianti con le lugubri atmosfere da film horror. Peter Gabriel sposta la voce su registri inusualmente bassi, tanto da donarle uno strano tono nasale. In sottofondo Steve Hackett tenta di riempire i pochi spazi vuoti, con delicati fraseggi, quasi impercettibili, che vanno a fondersi con lo sciame di note che fuoriescono dal pianoforte. La strofa scivola via dolcemente, diffondendo piacevoli sensazioni ed avvolgendoci come una nebbia oscura. Nel bridge Tony Banks si sposta sulle note più gravi, Mike Rutherford ritma con profonde pennate di basso. Arriva l'inciso, con classe, il talentuoso Tastierista dell'East Hoathly si riporta verso tonalità più brillanti, Phil Collins accompagna dolcemente la linea vocale di Peter Gabriel, dando vita ad uno dei ritornelli più dolci e suggestivi dei Genesis. I due viaggiano all'unisono, impreziosendo la linea vocale con celestiali vocalizzi, mentre Steve Hackett esegue preziosi intarsi con la sei corde. L'intreccio fra i registri bassi di Peter Gabriel e quelli più alti di Phil Collins è di quelli da pelle d'oca. La strofa successiva viene potenziata dall'ingresso della sezione ritmica, il sinuoso giro di basso di Mike Rutherford si muove inseguendo la dolce melodia della linea vocale, sempre accompagnata dall'incessante fuga di pianoforte. Ritorna l'inciso, sempre con la dolce armonia vocale ricamata dai melanconici lamenti della chitarra. Il brano decolla con lo special, dove un importante cambio di tono attira la nostra attenzione. La linea vocale di Peter Gabriel si fa leggermente più grintosa, ma la caratteristiche melliflue atmosfere del brano tornano immediatamente con l'inciso. Le delicate cavalcate sul charleston da parte di Phil Collins donano un trascinante senso ritmico al brano. Andando avanti incontriamo una versione alternativa della strofa, meno oscura delle precedenti, seguita scolasticamente dal mellifluo ritornello. In sottofondo inizia a manifestarsi un suggestivo tappeto di percussioni, che donano un piacevole retrogusto esotico al brano. Il finale è la parte migliore della canzone. Muovendosi sulla linea melodica del ritornello, i nostri danno vita ad una magica babele che vede intrecciare canti, vocalizzi, contro canti e le trame degli strumenti, che lentamente ci accompagna verso il finale, evaporando lentamente. Nelle liriche torna ad essere menzionato l'agnello, simbolo di rivelazione, ed anche stavolta annuncia un nuovo ambiente onirico e visionario che sembra partorito dalla mente contorta di David Lynch. Rael si ritrova in un corridoio coperto da una soffice e calda lana rossa sulla quale vede degli uomini strisciare lentamente verso una pesante porta di legno, situata alla fine del corridoio. Lui è l'unico a potersi muovere liberamente, mentre gli altri sono costretti a strisciare per raggiungere a fatica l'uscita. Fra una serie di criptiche licenze poetiche messe a sottolineare la pateticità dell'essere umano, che vanno da una salamandra gettarsi inutilmente fra le fiamme per essere distrutta e delle pulci che si arrampicano sul vello d'oro per porsi in salvo, il nostro spaesato Rael segue le orme delle misteriosi creature striscianti che durante il loro cammino si lamentano dicendo "We've got to get in to get out (Dobbiamo entrare per poter uscire)". Forse questa è la parte più oscura delle liriche, perlomeno di quelle analizzate fino ad ora. Si sprecano licenze poetiche impenetrabili, che vanno a scomodare Superman e la kryptonite, passando ad un inquietante manichino con la pelle lacerata, fino ad un lusingatore con in mano uno spinarello (un piccolo pesce con la livrea simile al persico reale). Intanto le creature striscianti stanno per raggiungere il loro obbiettivo, una porta, al di là della quale si svolge la festa per il raccolto e che lascia intravedere una scala a chiocciola che sale a perdita d'occhio. Se la mente di Peter Gabriel può sembrare contorta, la mia non è da meno, io nel faticoso percorso delle creature striscianti ho trovato molte analogie con quello dell'essere umano, che dai primi istanti di vita, sotto forma di spermatozoo, cerca di raggiungere la porta principale per entrare nel mondo, ovvero il grembo materno, per poi finalmente uscire ed iniziare a risalire l'interminabile scala a chiocciola della vita.

The Chamber Of 32 Doors

E siamo arrivati all'ultimo brano del primo disco, "The Chamber Of 32 Doors (La Camera Dalle 32 Porte)", brano di forte atmosfera che punta su improvvisi cambi ritmici e bruschi sbalzi atmosferici. Si inizia con un'epica introduzione di forte atmosfera, con i melanconici lamenti della chitarra che si fanno largo fra gli spaziali pad di tastiera, scanditi da potenti colpi all'unisono della sezione ritmica. Grazie ad un bel climax arriviamo alla strofa, dove troviamo un caldo tappeto di organo, dal quale emerge un pungente giro di basso, sul quale si appoggia Peter Gabriel, per cantare in maniera energica le prime battute della strofa, che al minuto 01:04 incappa in un brusca caduta. Arriva il bridge, calano i BPM, l'atmosfera s'incupisce, basso e gran cassa ritmano in maniera decisa, Peter Gabriel rattrista la linea vocale, accompagnato dalle solenni trame dell'organo. Con l'inciso il brano sale nuovamente d'intensità, la raggiante voce di Gabriel si intreccia alle brillanti trame di pianoforte e i raffinati fraseggi della chitarra, mentre Phil Collins accompagna con classe, riempiendo con calorosi filler seguiti all'unisono dalle note del basso. Si respira una piacevole atmosfera beatlesiana, che se ne va improvvisamente, come era apparsa. Rimane solo Tony Banks ad accompagnare un Peter Gabriel triste e carico di interrogativi. Forti emozioni nello special, dove le rullate di Phil Collins si intrecciano con gli struggenti fraseggi di chitarra, muovendosi sempre su uno spaziale pad di tastiera. Ritorna la strofa, con l'articolato giro di basso in evidenza, le cui note ci pungono come aghi. Ritroviamo anche l'avvolgente bridge, seguito dal solare ritornello, confermando i bruschi sbalzi atmosferici che caratterizzano il brano. L'intreccio fra il pianoforte e la solare linea vocale di Peter Gabriel, dona all'inciso quell'aria positiva dei classici inni peace & love. Finale da brividi, con Peter Gabriel che duetta in maniera struggente con Tony Banks, il quale si divide fra pianoforte e tastiera ricreando una avvolgente atmosfera, l'ideale per valorizzare al massimo le capacità vocali del Cantastorie di Chobham, che ci lascia con un laconico "Take Me Away (Portami Via)". Sulle note in sustain del pad di tastiera, Tony Banks suggella la fine del primo disco con un classicheggiante ed effimero fraseggio di pianoforte. Ci eravamo lasciati con Rael che riesce a superare la porta, la quale celava una interminabile scala a chiocciola, lui, a differenza delle creature striscianti, può muoversi liberamente, ed inizia a salire i gradini, che lo portano in una stanza affollata, dove ci sono trentadue porte. Riguardo alla scelta del numero 32, che fra l'altro non viene mai menzionato nelle liriche, le vie interpretative sono molteplici. Si va dal numero dei quadrati bianchi e neri e delle pedine della scacchiera, ai 32 sentieri mistici della conoscenza del Sefer Yetzirah, il più importante testo di riferimento dell'esoterismo ebraico. Le oltre cento persone si muovono freneticamente cercando la porta giusta per poter raggiungere la libertà, ma se si sbaglia porta, si torna al punto di partenza, come in un classico incubo Kruegeriano. Dal ricco al povero, dal cittadino all'uomo di campagna, tutti si credono in grado di consigliare la porta giusta da aprire, Rael è confuso, nella folla riconosce anche suo padre e sua madre, uno la manda a sinistra, l'altra a destra, c'è il prestigiatore con un mazzo di chiavi in mano, c'è anche un prete. Rael non sa a chi credere, ma negli gli occhi innocenti e le mani logore dal lavoro dell'uomo di campagna scorge qualcosa che fa pendere la bilancia a suo favore. L'uomo di campagna è l'unico che non grida ai quattro venti la sua scoperta, e questo è un altro punto che depone a suo favore. Rael decide di affidarsi al suo istinto e di seguire il contadino. Siamo giunti alla fine del primo disco, a metà del cammino del lisergico viaggio di Rael, abbiamo incontrato mille sorprese, sia musicali che nelle liriche, quindi siamo impazienti di sapere che cosa ci riserberà la seconda parte di questo sorprendente "The Lamb Lies Down On Broadway" e siamo curiosi di scoprire se Rael ha effettivamente aperto la giusta fra le trentadue porte.

Lilywhite Lilith

Effettuato velocemente il cambio di disco, con lo stesso entusiasmo di un bambino che apre i regali di Natale, ci apprestiamo a scoprire quale sorprese ci cela la seconda parte del platter. Si parte con "Lilywhite Lilith (Candida Lilith), effimero brano acido che sin dalle prime note rievoca piacevoli ricordi. I fans di vecchia data, sin dai primi istanti saranno colpiti da un piacevole senso di déjà-vu, infatti, si tratta della rivisitazione di un vecchio brano risalente ai tempi di "Nursery Cryme,", intitolato "The Light", che i nostri riproponevano sovente in sede live, ma che prima d'ora, non aveva mai trovato una meritata collocazione su un album in studio. Non appena partono i primi secondi della canzone, siamo investiti da un caustico e potente impatto sonoro, Peter Gabriel si muove con agilità, calpestando il tappeto di organo e facendosi largo fra le trame del basso e della chitarra che viaggiano all'unisono. Phil Collins, fra filler ed un mid tempo di rara potenza, fa scorrere velocemente le strofe, la melodica linea vocale di Peter Gabriel, si dimostra seminale per le future generazioni hard rock. Nell'inciso calano i BPM, i nostri ci sorprendono con trame celestiali, dove la linea vocale si intreccia a sognanti coretti e la brillante arpeggio di chitarra. Dopo un breve bridge strumentale, dove la protagonista è la chitarra di Steve Hackett, come un ciclone ritorna la strofa, la cui ammaliante linea melodica ci entra subito in circolo. Andando avanti incontriamo un secondo passaggio della strofa, seguito dal paradisiaco ritornello e dallo special. Basso e chitarra viaggiano all'unisono, facendosi largo fra le spaziali trame della tastiera. Dopo alcuni secondi strumentali, ritorna Peter Gabriel, il pad di tastiera ed il basso sporcato dagli effetti, ci rievocano nuovamente sonorità che sembrano appartenere al futuro, i primi gruppi che mi vengono in mente sono i Porcupine Tree e gli IQ, band che hanno visto il loro splendore negli anni novanta, tanto per rimarcare di quanto i nostri fossero avanti con le idee e le sonorità. Peter Gabriel sembra delirare, trasportato dalle lisergiche trame degli strumenti. Improvvisamente il brano si dissolve, lasciandoci con l'amaro in bocca. Se proprio devo trovare un difetto alla prima traccia del secondo disco, è proprio la appena citata effimerità. Nella puntata precedente, avevamo lasciato un confuso Rael all'interno della stanza dalle trentadue porte, indeciso su chi seguire e quale porta aprire per trovare una via d'uscita. Nella babele di voci, miracolosamente Rael riesce a percepire una timida voce femminile, che lo implorava ad aiutarla ad uscire da quella bolgia infernale. Essendo non vedente, in cambio, lei offriva un aiuto per riuscire a trovare l'uscita da quell'infernale labirinto costellato di porte. E' così che conosciamo un nuovo personaggio, una timida creatura albina completamente cieca, Lilywhite Lilith (Candida Lilith). Nell'oscurità della notte, la sua candida pelle rifletteva la pallida luce lunare, conferendole un sinistro aspetto spettrale. Si tratta dell'ennesimo ossimoro che incontriamo in queste liriche. Peter Gabriel associa la salvezza e la luminosità ad un nome, quello di Lilith, che da sempre è stato sinonimo di tenebre e di disgrazia. Sin dalla notte dei tempi, la figura di Lilith è stata accostata ai demoni ed alle streghe, o comunque sia a qualcosa di malvagio. Invece per il nostro Rael, Lilith rappresenta l'unica via di salvezza, e lui decide di seguirla e darle fiducia. La misteriosa creatura albina sosteneva di poter trovare l'uscita, facendo riferimento alla direzione da cui proveniva una piacevole brezza. Rael decise di seguirla. Si ritrovarono in una grande cavità rotondeggiante. Prima di farlo sedere su freddo trono scolpito nella giada, gli disse che "stavano venendo per lui e di non avere paura". Ma chi stava venendo a prenderlo? E perché mai non avrebbe dovuto aver paura? Nuovi interrogativi si facevano minacciosamente avanti nella strada già ricca di ostacoli ed imprevisti. Avvolto nelle tenebre, Rael non aveva altra scelta se non quella di fidarsi della misteriosa creatura albina priva della vista. Un ronzio si avvicinava minacciosamente, seguito da un accecante bagliore, due globi luminescenti fluttuavano nella stanza, emanando una luce bianca accecante.

The Waiting Room

 La successiva "The Waiting Room (La sala D'Aspetto)" è un brano sperimentale, una caotica babele di suoni e rumori, che presumo provengano dalla mente disturbata di Brian Eno, anche se nei crediti dell'album il nostro non viene accreditato nella traccia in questione. Si parte con una rilassante nebbia di note che fuoriesce dal castello di tastiere. Siamo investiti da una scintillante pioggia di note dal suono cristallino, che riescono ad emanare una piacevole sensazione di benessere. Ma ben presto le tenebre avranno il sopravvento. Lentamente iniziano a paventarsi sinistri rumori, che si mixano alla piacevole pioggia di note dal suono cristallino, fino a sopraffarla. Lentamente gli effetti speciali si fanno disturbanti, si passa da lamenti che ricordano un felino affamato a fastidiosi ronzii di provenienza entomologica. Siamo inghiottiti da un vortice formato da inquietanti lamenti, rumori che sembrano provenire da un'altra galassia e dal disturbante rumore di vetri che si infrangono. Diciamo che non si tratta della classica colonna sonora che tutti si aspettano di sentire nella sala d'aspetto di uno studio medico, a dispetto del titolo del brano. I rumori si fanno più minacciosi, emanando una pesante sensazione di ansia. Fra rumori metallici, minacciose sirene che ricordano una nave che tenta di farsi largo fra la nebbia ed oscuri lamenti che si avvicinano al canto dei grandi cetacei, per la prima volta siamo attratti dall'idea di premere i fatidico tasto dello skip. Proprio quando la nostra pazienza è al limite, in fader inizia a manifestarsi un ossessiva trama musicale. I rumori lasciano il campo ad un inquietante impatto sonoro che riesce a diffondere un pesante senso di malessere. Il metronomo Collins si trascina tutti dietro con una funesta marcia funebre, supportato dalle oscure note del basso. I lamenti della tastiera e della chitarra si intrecciano, dando vita ad una ragnatela di note aliene che imprigiona la nostra mente. Il brano riesce a trasmetterci tutta l'inquietudine e la paura di Rael, che si trova spaesato in un ambiente ostile.

Anyway

 Prima di ritrovarci internati in un sanitario, aumentano lentamente i BPM, le trame degli strumenti si fanno meno ossessive, Phil Collins riesce a tirarci fuori dall'incubo, mentre lentamente le trame degli strumenti ci abbandona in fader, lasciando solo un alieno pad di tastiera, dal quale emerge un brillante pianoforte, che introduce la successiva "Anyway (Comunque)", un brano incentrato su una partitura di pianoforte di rara bellezza. Come spesso accade, anche questa traccia viene aperta da Tony Banks con un ammaliante giro con il pianoforte a coda, che emana forti sensazioni di nostalgia e tristezza. Peter Gabriel precede di un secondo l'ingresso della sezione ritmica, come sempre incisiva e trascinate. Il nostro si lascia trasportare malinconicamente dal delizioso sciame di note generate dagli ottantotto tasti bianconeri. Arriva l'inciso, annunciato da una delicata corsa sulla pelle del rullante. Tony Banks mantenendo la metrica del riff portante, si sposta su registri più alti, spingendo in alto Peter Gabriel, che interpreta il ritornello con una velata dose di energia in più. Nella parte finale, l'inciso sembra piombare in un abisso. La sezione ritmica si limita a colpi stoppati sulle toniche, coadiuvati da uno Steve Hackett finora in ombra. Un decadente Peter Gabriel, si lascia cullare ancora dalle melanconiche trame del pianoforte, portandoci con classe nuovamente verso il ritorno della strofa, dove le melanconiche note del pianoforte vengono replicate in maniera suggestiva da Phil Collins con il vibrafono, un vecchio strumento musicale inventato negli Stati Uniti intorno al 1921. Il vibrafono appartiene alla famiglia degli idiofoni ed è composto da lamelle in metallo che ne costituiscono i tasti, percossi da battenti con la testa in gomma o feltro. Una rullata apre i cancelli all'inciso, dove stavolta possiamo apprezzare melliflui vocalizzi che fanno eco alla linea vocale del Cantastorie Di Chobham. Nella seconda parte del ritornello, i vocalizzi vengono sostituiti da dolci fraseggi di chitarra dal piacevole retrogusto esotico. Dopo l'oscuro finale dell'inciso, un potente accordo all'unisono ci fa sobbalzare. Le funamboliche falangi di Tony Banks sembrano impazzite ed iniziano a correre freneticamente sui denti d'avorio del pianoforte. Ora le trame pianistiche classicheggianti diffondono un opprimente sensazione di inquietudine. I potenti colpi all'unisono si lasciano dietro una scia di terrore. Brividi. Dopo una infinita serie di colpi stoppati, Phil Collins ci trascina on un potente 4/4, il basso sporcato dagli effetti di Mike Rutherford domina, poi un sibilante riff dai sentori alieni annuncia finalmente l'assolo di chitarra. Steve Hackett tira fuori tutta la sua anima rock e ci investe con un'orda di note che emanano calore e passione da tutti i pori, mentre in sottofondo continua ad incedere la funambolica partitura di pianoforte. Come spesso accade, il lavoro della sezione ritmica è difficile da descrivere, impreziosito da sinistre percussioni. Dopo questo fantastico interludio strumentale, eseguito magistralmente ed in maniera impeccabile dal combo albionico, rimane sulla scena il solo Tony Banks, che ci ripropone il riff portante con cui ci ha conquistato all'inizio del brano. Peter Gabriel ancora una volta anticipa l'ingresso dei colleghi, annunciando la strofa, seguita dall'ultima apparizione dell'inciso, che ci lascia con l'amaro in bocca, salutandoci con l'oscura appendice conclusiva. Per come sono fatto io, avrei preferito un paio di minuti in meno sulla precedente canzone sperimentale, e qualche magico istante in più di pura essenza musicale con la quale ci ha conquistato "Anyway", che si candida prepotentemente a migliore traccia del platter. Avevamo lasciato il nostro Rael in compagnia di un nuovo personaggio, la misteriosa Lilywhite Lilith, che sembrava avere tutte le carte in regola per riuscire ad aprire la porta giusta, l'unica delle trentadue in grado di portare il nostro mago dell'aerosol in salvo. Ma la vita del nostro protagonista è minacciata da due misteriosi globi scintillanti che fluttuano in aria. Per la prima volta durante questa incredibile avventura, Rael ha paura di morire. Tutti dicono che la Grande Mietitrice giungerà in sella ad un cavallo bianco, ma a lui sembra di sentire sopraggiungere un treno, il treno della morte. Si chiede se una volta passato a miglior vita, finirà con l'arricchire le scorte di petrolio e carbone del sottosuolo o se esploderà come una stella, andandosene senza lasciare la benché minima traccia. Lui riesce ad immaginare il fatale incontro con la Morte, che suona il suo campanello scusandosi del ritardo. Ma per fortuna, la data di scadenza del nostro Rael è ancora lontana, qualcuno ha ancora grandi progetti per lui.

Here Comes The Supernatural Anaesthetist

 La successiva "Here Comes The Supernatural Anaesthetist (Ecco Che Arriva l'Anestesista Sovrannaturale)" è una delle tracce di passaggio, che servono a fare da collante. Si tratta di un brano in gran parte strumentale con uno Steve Hackett in gran spolvero. Tanto per cambiare ad aprire il brano è Tony Banks, con uno spaziale pad di tastiera, che dopo qualche secondo lascia il campo ad un triste strumming di chitarra che accompagna Peter Gabriel e Phil Collins che cantano all'unisono con registri diversi le poche righe presenti nel brano. Collins chiude la strofa quasi in falsetto, la cui melodia viene ripresa da Steve Hackett, sulla quale ci costruisce in interminabile assolo, formato da melodici quanto incisivi fraseggi, che vanno ad intrecciarsi con le note del basso, che si muovono sulla medesima lunghezza d'onda. Phil Collins accompagna in maniera magistrale con una complicata ritmica formata da una difficile interazione fra il rullante ed il charleston, diventata ben presto leggendaria nel mondo dei batteristi. Con una naturalezza disarmante, Steve Hackett riesce a donare la parola alla sua sei corde, facendoci dimenticare la momentanea assenza di Peter Gabriel. Dopo circa un minuto, Tony Banks replica all'unisono le gesta del Chitarrista di Pimlico, per poi sparare uno spaziale riff con il synth, annunciando dei sottilissimi coretti vintage che vanno a fondersi con i melodici fraseggi di chitarra. Arriva il gran finale, gli ultimi lamenti della chitarra vengono enfatizzati da un raffinato crescendo sui piatti da parte di Phil Collins e da un minaccioso pad di tastiera. Tony Banks va a concludere poi il brano in maniera definitiva con disturbanti suoni che sembrano provenire da un'altra dimensione, proprio come quella in cui è stato catapultato il nostro Rael. Nei pochi versi che compongono le effimere liriche, Peter Gabriel e Phil Collins narrano dell'incontro fra Rael e la Morte, definita in maniera prettamente gabrielliana l'Anestetista Sovrannaturale. Sin dalla notte dei tempi, l'uomo è sempre stato affascinato dal personificare la Morte, spesso raffigurata da un tetro scheletro coperto da un lungo mantello nero e con in mano una grossa ed affilata falce con cui miete le sue vittime prescelte. Nella mitologia greca era Thánatos, mentre per gli egizi Osiride era il dio della morte e dell'oltretomba. Per l'eclettico Scrittore Di Chobham è l'Anestesista Sovrannaturale, che si presenta con l'eleganza di un ballerino e che se vuole, ha il potere di farti passare a miglior vita con un semplice soffio del suo alito mortale, ma per fortuna non è ancora giunto il momento di Rael. Qui Peter Gabriel rievoca la pellicola svedese "Il Settimo Sigillo", diretto dal regista Ingmar Bergman nel 1957, dove il cavaliere Antonius Block, reduce dalle crociate in Terra Santa, incontra la Morte, che le offre di giocarsi la vita con una partita a scacchi. Alla fine, il protagonista, pur perdendo la partita, con un movimento del braccio colpisce intenzionalmente la scacchiera facendo cadere alcuni pezzi, riuscendo a scampare alla letale falce della Grande Mietitrice. 

The Lamia

A sorpresa la Morte, si avvicina minacciosamente a Rael, ma lo risparmia, preparandolo all'incontro con tre misteriose creature che conosceremo con la romanticissima "The Lamia (Le Lamia)". Il brano si apre con uno struggente duetto fra Peter Gabriel ed il pianoforte a coda. Il Cantastorie Di Chobham recita con dolcezza le prime strofe, giustificando tutti coloro che sostengono sia stato l'indiscussa musa ispiratrice di Fish. Siamo letteralmente ammaliati dalle melanconiche trame di pianoforte, protagonista in questa prima strofa. Breve interludio strumentale, dove un sottile alito emanato dal sintetizzatore va a fondersi con il pianoforte, e poi ritorna la melanconica strofa, dove Peter Gabriel continua a duettare romanicamente con il pianoforte. Un improvviso fraseggio di tastiera, seguito da una raffinata rullata annuncia l'inciso. Le trame del piano si fanno ancora più melanconiche, rafforzate dal supporto della sezione ritmica, che con classe trascina un Peter Gabriel meno oscuro rispetto alla strofa. Nella seconda parte il ritornello si fa più incisivo, grazie anche ad una interminabile corsa sulle pelli da parte di Phil Collins. L'inciso sembra sfumare verso l'epilogo, organo e tastiere si intrecciano accompagnando il triste Cantastorie Di ChobhamPhil Collins inizia una raffinata rullata che apre scenari più grintosi, che vedono Gabriel esplodere, ricamato da melanconici fraseggi di chitarra. Con un decadente filler, il brano sembra concludersi qui. Ma dopo un paio di secondi dove rimane un oscuro pad di tastiera, ritornano le melanconiche trame di pianoforte, che si prendono una meritata porzione di gloria, prima di proseguire con la strofa, dove la sezione ritmica e la chitarra continuano da fare da spettatori, lasciando tutto nelle mani e nella voce del duo Banks - Gabriel. Nelle ultime battute, Phil Collins segue dolcemente i passi di Gabriel, annunciando il ritorno del melanconico inciso, che rivede la sezione ritmica a pieno regime. Dopo l'appendice energica, una rullata decadente dice nuovamente stop. Stavolta Peter Banks riprende la splendida melodia del piano con il sintetizzatore, accompagnandola con un insistente tappeto di organo. Successivamente sopraggiunge nuovamente il pianoforte, che inizia a muoversi all'unisono con il sintetizzatore, aggrovigliandosi al tappeto di organo. In sottofondo iniziano a manifestarsi inquietanti lamenti che ricordano l'ululato di una creatura sovrannaturale. Improvvisamente si paventa lo special, che vede l'organo protagonista, Peter Gabriel, la cui linea vocale emana un forte senso di disperazione, si adagia sulle trame dell'organo. Con un tempo doommeggiante, la sezione ritmica ci accompagna dritti verso l'assolo di chitarra, che non poteva che essere struggente e melanconico. Steve Hackett dimostra che se avesse avuto maggior spazio nel corso del platter, avrebbe donato un ulteriore tocco di magia alla colonna sonora che accompagna le incredibili avventure di Rael. A tratti il nostra rievoca il memorabile assolo di "Firth of Fifth", passando da struggenti lamenti a funambolici fraseggi, accompagnato da un grande lavoro da parte della sezione ritmica, con un Phil Collins a dir poco superlativo che a suon di filler riesce a tenere testa alle scorribande sulla sei corde del collega. Purtroppo, l'assolo sfuma lentamente il fader, mettendo un prezioso sigillo ad uno dei brani più interessanti del platter, brano che secondo il mio modesto e sindacabile parere, ha influenzato non poco la futura generazione del neo progressive. Nel corso della puntata precedente, Rael era scampato miracolosamente all'incontro con l'Anestesista Sovrannaturale. Adesso si ritrova in un lungo corridoio illuminato in maniera soffusa da un enorme lampadario. Viene guidato da una scia di profumi, che passano da fragranze familiari ad aromi finora sconosciuti. Il nostro si ritrova di fronte ad una magnifica sala, che ospita una piscina riempita con una profumata e rilassante acqua di rose. La piscina è avvolta da un sottile strato di nebbia. Pensando di essere solo, Rael entra nell'affascinante sala. Improvvisamente l'acqua della piscina si increspa, rivelando una inattesa compagnia. Dalla sottile strato di nebbia emergono tre sinistre creature. Sono tre serpenti color vermiglio dal volto di donna. L'ammaliante bellezza delle creature folgora letteralmente Rael, che spaesato, non sa se aver paura o gettarsi fra le spire delle donne serpente, che si muovono in maniera leggiadra. Con un sottilissimo lamento che ricorda il canto di una sirena, le tre creature rassicurano Rael e si presentano: "Rael welcome, we are the Lamia of the pool, we have been waiting for our waters to bring you cool (Benvenuto Rael, siamo le Lamia della vasca. Stavamo aspettando che le nostre acque ti arrecassero refrigerio)". Ammaliato dalla bellezza delle tre creature, Rael si getta la paura alle spalle e si immerge nelle dolci e profumate acque della piscina. Ben presto viene accerchiato dalle tre donne serpente, che con la lingua assaporano la sua essenza. Le loro velate carezze gli provocano uno sciame di brividi che si percorre tutta la spina dorsale. Durante il morboso amplesso, mentre mordono il frutto della sua carne, Rael non prova alcun tipo di dolore. Ma al contatto con il suo sangue, le tre creature iniziano a contorcersi, in preda a violenti spasmi, provocati da un dolore atroce ed insopportabile. Prima di esalare l'ultimo respiro, la Lamia più bella riesce a gridare "We all have loved you Rael (Tutte noi ti abbiamo amato, Rael)". Ora le tre sagome serpentiformi galleggiano inanimate sull'acqua, come silenziose barche vuote alla deriva. L'aria viene pervasa da un nauseante odore acido. Rael si mette ad esaminare le salme, ma non riesce a trovare il minimo segno vitale. Accarezza i loro avvolgenti capelli ricci, che lentamente si stanno impallidendo. I loro corpi emanano un odore che ricorda quello dell'aglio, Rael accecato dalla fame, inizia a nutrirsi dei corpi delle tre Lamie. Scampato miracolosamente ancora una volta alla morte, Rael vede mutare lentamente lo scenario intorno a se. L'acqua torna ad essere gelida e blu, le luci si abbassano. 

Silent Sorrow In Empty Boats

Genesis celebrano il funerale e la rinascita delle tre Lamie con un brano strumentale di forte atmosfera, intitolato "Silent Sorrow In Empty Boats (Il Dolore In Silenzio Nelle Barche Vuote)" e che vede protagonista assoluto Tony Banks. Il nostro ci avvolge con una piacevole nebbia di note, che si fonde con spettrali cori ancestrali. Phil Collins ricama accarezzando dolcemente il "chimes", il cui suono cristallino dona un tocco di magia alle oscure trame di tastiera, che ci trasportano con la mente lungo il letto di un fiume immaginario, dalle acque cristalline. Le ridondante trame di tastiera, a tratti oscurate dai cori celestiali, lentamente sfumano verso l'estinzione, accompagnando le tristi sagome delle barche vuote, che mestamente scompaiano dalla nostra vista. Con grazia, ritornano i cori ancestrali, che gradualmente sopprimono le tastiere, evaporando in fader verso la fine di questo brano che può considerarsi il precursore della musica ambient.

The Colony Of Slippermen

Le avvolgenti atmosfere continuano anche nella successiva "The Colony of Slippermen (La Colonia degli Amorfi)" una suite divisa in tre distinti movimenti, e che per un solo secondo vince la palma di brano più lungo del platter, dall'alto dei suoi 08.13 minuti di puro progressive rock. Si parte con "The Arrival (L'Arrivo)" che per oltre un minuto e mezzo ci ipnotizza con una babele di effetti sonori, il cui intreccio rievoca atmosfere orientaleggianti. Il sintetizzatori emana inquietanti sciami di note aliene che si fondono con l'esotico suono del temple block (o block di legno coreano) uno strumento musicale a percussione formato da blocchi di legno cavo (talvolta da noci di cocco scavate) adatti per produrre scoppiettanti impulsi ritmici. Con inquietanti sonorità che sembrano provenire da un altro mondo, i nostri riescono magicamente a catapultarci con la mente nell'inquietante dimensione parallela che ha inghiottito il povero Rael, riuscendo a diffondere il senso di disagio e di terrore che accompagna il protagonista durante questa parte fondamentale del suo affascinante viaggio. L'inquietante sciame di effetti sonori si dissolve molto lentamente, e dopo alcuni secondi di silenzio assordante, l'ingresso a sorpresa di Peter Gabriel ci fa sussultare. Tony Banks rompe la tensione creata in precedenza con un festoso riff di organo, accompagnato da una ritmica sincopata che a tratti sembra toglierci il fiato. Nella linea vocale di Peter Gabriel traspare una leggera venatura umoristica, con la quale descrive le bizzarre creature incontrate da Rael, gli Slippermen. In sottofondo Steve Hackett tesse una vischiosa ragnatela con la chitarra elettrica, che in parte replica il riff dell'organo. La strofa va avanti, trasportata dalla ridondante trama dell'organo, poi improvvisamente entra in scena Phil Collins che sembra essere impossessato dal Demonio. La sua voce è a dir poco inquietante, sembra appartenere ad una creatura infernale. Il nostro si mette nelle vesti di uno Slippermen che inizia a dialogare con Rael, la cui sorpresa viene materializzata da Tony Banks con un pomposo ed epico assolo con il sintetizzatore. Successivamente, Phil Collins ritorna ad impersonare lo Slippermen, con la voce infernale che riesce a trasmettere una opprimente sensazione di paura. Le tastiere disegnano una serie di inquietanti arabeschi che si sposano alla perfezione con la spettrale voce effettata di Phil Collins. La musica cresce minacciosamente ed al minuto 03:30 ha inizio la seconda parte della suite, intitolata "A Visit To The Doktor (Una Visita Dal Dottore)". Peter Gabriel canta la strofa energicamente, con un velato effetto d'eco. Tony Banks continua a tessere l'inquietante trama di note con le tastiere, accompagnato in maniera impeccabile dalla sezione ritmica, mentre Steve Hackett è ancora una volta relegato a compiti di riempimento che di certo non gli rendono giustizia. Durante questa breve strofa, Peter Gabriel veste i panni del Dottor Dyper, con una voce gracchiante che non lascia presagire niente di buono. Minuto 04:04, ha inizio la terza ed ultima parte della suite, "The Raven (Il Corvo)", che vede ancora una volta protagonista Tony Banks, con uno squillante assolo di tastiera che rievoca battaglie senza tempo. Improvvisamente si paventa un rumore disturbante, ma state tranquilli, il vostro impianto non ha nessun problema, si tratta di solamente di un effetto sonoro. Tony Banks si sdoppia, con la mano sinistra stende un ronzante tappeto di tastiera, mentre con la destra continua a massacrarci con il ridondante riff di organo, che nell'occasione si presenta in maniera meno aggressiva. Mike Rutherford spara orde di terzine enfatizzando la cavalcata ritmica di Phil Collins, che con una bella rullata annuncia l'ennesimo assolo di Tony Banks. Il synth spara un alieno riff dall'effetto lisergico, che nella seconda parte va a fondersi con il gracchiante ruggito dell'organo Hammond. Il nostro si fa prendere la mano e si dilunga in sinuosi virtuosismi che sembrano risucchiarci in una interminabile spirale di note, che poi evapora improvvisamente, lasciando il campo al ritorno della strofa. L'ennesima rullata annuncia lo special, che vede ancora l'organo protagonista accompagnare un Peter Gabriel più rilassato. Un inarrestabile Tony Banks ci delizia con un altro epico assolo con il sintetizzatore, che misteriosamente se ne va come era apparso, lasciando la scena nuovamente alla strofa, che ci lascia con una sconclusionata appendice che vede sempre protagonista le spaziali trame di tastiera, ricamate da pungenti fraseggi di basso.  Ritorniamo alle liriche, andando a conoscere le ennesime strane creature. Dopo essere scampato miracolosamente dal morboso attacco delle Lamia, Rael si trova in mezzo ad una colonia di bizzarre creature deformi, gli Slippermen. Le amorfe creature piene di escrescenze purulenti, caracollano con i loro piedi scricchiolanti, disonorando ogni orifizio. La loro punizione è la conseguenza di aver ceduto alle lussuriose lusinghe delle tre Lamie. Una delle orribili creature si paventa di fronte a Rael salutandolo. Nonostante il terribile aspetto, gli Slippermen non sono pericolosi. Le labbra flaccide gli scivolano sino al mento, mentre gli arti contorti ciondolano come tubi di gomma. I due si stringono la mano, ma gli arti sembrano scivolare, non riuscendo ad effettuare una presa salda. La creatura amorfa dice a Rael che sono stati trasformati in mostri per aver assaporato l'intenso amore delle Lamie, e che lui è esattamente come loro, anche se non può rendersene conto. Fra le numerose creature deformi, riesce a riconoscere quello che una volta era suo fratello John, che a quanto pare ha assaporato l'amore letale delle Lamie. John lo informa che esiste una drastica soluzione per riacquisire l'aspetto umano. C'è un fantomatico Dottor Dyper, che esegue chirurgiche castrazioni, in modo che i volontari non caschino mai più in tentazioni carnali (Si percepisce un velato attacco nei confronti della chiesa bacchettona). Rael non può sopportare di rimanere intrappolato altro tempo all'interno di quel corpo deforme, e decide di sdraiarsi sul gelido tavolo di marmo del Dottor Dyper, che sarcasticamente lo informa che il suo pene ha i secondi contati. "Zac", e l'organo genitale di Rael si trova imprigionato in un contenitore di plastica di colore giallo. Una scritta recita in maniera sarcastica che se fosse mai colpito dalla libidine, sono sicuri che non potrà infrangere il patto. Improvvisamente le tenebre scendono dal cielo. Un enorme corvo si libra agilmente in cielo, nonostante le dimensioni innaturali. Con una rapace picchiata, piomba giù e ruba dalle mai di Rael il contenitore giallo, e con lui il prezioso contenuto. Sconvolto, Rael chiede aiuto al fratello, deve assolutamente inseguire il corvo gigante, ma John, per l'ennesima volta lo tradisce e lo abbandona, lasciandolo basito. Rael si mette all'inseguimento dell'enorme uccellaccio nero, attraversando tortuosi ed angusti tunnel. Arrivato alla fine del tunnel, riesce a vedere il corvo gigante mentre perde il prezioso involucro giallo, che cade velocemente nel letto di un fiume e viene portato via dalla corrente.

Ravine

"Ravine (Burrone)" è un altro intermezzo strumentale, brano rilassante dai sentori ambient, che in sede live permetteva a Peter Gabriel di cambiarsi d'abito e a qualche strumentista di rifiatare. L'ululato di un gelido vento si intreccia a lugubri effetti sonori che talvolta assumono una identità aliena. Steve Hackett riempie con un vigoroso strumming in sottofondo, i fugaci passaggi di chitarra rievocano inquietanti creature che si muovono furtivamente fra le tenebre. Se chiudiamo gli occhi ci sembra di vedere un vecchio film di fantascienza, dove la colonna sonora accompagna una lenta carrellata su misteriosi paesaggi alieni, dove dietro ogni angolo può celarsi un'insidia. Nella parte finale del brano, il vento si fa più incessante, arrivando quasi ad annientare gli alieni sibili del sintetizzatore e i rapidi strumming di chitarra. Lentamente, le lugubri atmosfere si dissolvono magicamente, lasciandoci non pochi dubbi sul significato del brano. "Ravine (Burrone)" per allitterazione è molto vicino a "Raven (Corvo)", ma secondo il mio modesto e sempre sindacabile parere, il burrone in questione potrebbe stare a rappresentare il grembo materno, simbolo della rinascita, ovvero quello che è lo scopo principale di Rael, rinascere a nuova vita, lasciandosi alle spalle l'oscuro passato, pieno di atti deprecabili e malefatte, in virtù di una nuova vita nel segno dell'amore e del rispetto, tornando ad assaporare le gioie e le emozioni della vita quotidiana.

The Light Lies Down On Broadway

La successiva "The Light Dies Down On Broadway (La Luce Si Spegne su Broadway)" oltre a rievocare in parte il titolo della traccia di apertura, nonché quello dell'album, ne ripropone anche il ritornello, come concept comanda. Si tratta di un bellissimo brano dalle nostalgiche sonorità anni settanta, che riesce a trasmettere forti emozioni nei suoi soli 03:33 minuti. Tony Banks stende un vetusto tappeto di organo, al quale si attorcigliano alieni sospiri del sintetizzatore insieme a sottili lamenti della sei corde e dolci melodie alitate dal flauto traverso di Peter Gabriel. La bellissima introduzione lascia trasparire un piacevole senso di tristezza, anche se questo può suonare come un ossimoro. Il flauto si fa più sostenuto, ricamato da una pioggia dorata di note arpeggiate, poi una raffinata rullata annuncia la strofa. Il sostenuto tappeto di organo e la ricercata ritmica, trasportano magicamente Peter Gabriel, che ci conquista con una melanconica linea vocale, la quale si segnala fra le migliori del platter. Steve Hackett ricama con malinconici fraseggi di chitarra, che vanno a fondersi con le trame dell'organo. La strofa scorre via veloce, trasmettendo una piacevole sensazione di benessere. Nel bridge il brano inizia a crescere, la linea vocale di Gabriel si fa più energica, ricamata da cori celestiali. Un grintoso climax apre i cancelli all'inciso, che ci ripropone l'ammaliante melodia del ritornello del brano di apertura, anche se in maniera più soft e melanconica, trasmettendo una sensazione di rassegnazione e preannunciando che siamo giunti quasi alla fine di questo fantastico viaggio. Un fugace sospiro del flauto ricama la parte finale dell'inciso, annunciando il ritorno della strofa, che torna ad avvolgerci con le sue tristi atmosfere. Si risale nuovamente con il bridge, i celestiali cori ci riportano agilmente verso il ritornello, stavolta seguito da un'appendice strumentale, dove delle esotiche trame di flauto si avvinghiano al sostenuto tappeto di organo. Lentamente si paventa un lugubre lamento del sintetizzatore, che lentamente ci accompagnai verso la fine, rimando in solitario in maniera disturbante. Le liriche sono le uniche che non portano la firma di Peter Gabriel, ma sono state scritte a quattro mani dalla premiata redazione Rutherford-Banks. La differenza con le liriche partorite dalla mente geniale di Gabriel è lampante, infatti, è come se i due volessero distaccarsi dal personaggio, raccontando le gesta di Rael in terza persona. Nelle puntate precedenti, avevamo lasciato Rael all'inseguimento dell'enorme corvo che gli aveva rubato il contenitore giallo, che all'interno ospitava il suo prezioso organo genitale, amputato dal dottor Dyper in cambio di un ritorno al suo aspetto umano naturale. Durante la fuga, il corvo si era lasciato sfuggire il prezioso plico, che era finito nel letto di un fiume sotterraneo, finendo con l'essere trasportato dalla forte corrente delle acque. Durante l'inseguimento, s'imbatte in vecchi ricordi. Improvvisamente da una finestra posta in alto rispetto alla riva del fiume, riesce a scorgere la sua vecchia casa. Riesce a percepire anche i caotici rumori metropolitani di Broadway e l'odore acre della sua fida bomboletta spray. Si domanda se quella finestra è l'agognata via di fuga, o solamente l'ingresso ad un altro terribile sogno. Le luci si spengono su Broadway, il passaggio si sta assottigliando, mentre il nostro si accinge a fuggire dal tremendo incubo, sente un grido. I vortici della corrente stanno risucchiando suo fratello John, che chiede disperatamente aiuto. Il passaggio sta lentamente scomparendo, ma Rael sarebbe ancora in tempo a valicarlo. Deve decidere se abbandonare per sempre in quel posto desolato o salvare quel fratello che più volte le ha voltato le spalle.  Precedentemente aveva depilato il suo cuore, ora Rael prova dei sentimenti, la coscienza lo porta a salvare suo fratello John, mentre le luci si stanno spegnendo su Broadway, ed il passaggio si chiude completamente. Questo momento cruciale del racconto lo possiamo identificare con la vita reale di Peter Gabriel. Rael, che vi ricordo è l'alter ego di Gabriel, si trova di fronte ad una difficile scelta, che potrebbe segnare la sua vita, nel ben o nel male, la stessa pesante scelta che dovrà fare di qui a poco Peter Gabriel, ovvero quella di abbandonare o meno i Genesis. Con questa scelta, Rael da una fondamentale importanza al personaggio di suo fratello. Se identifichiamo Gabriel in Rael, ancora non siamo però in grado di stabilire chi si nasconda dietro la figura di John.

Riding The Scree

Solo il prossimo brano, "Riding The Scree (Traversando la Frana)" può rivelarci se l'impresa verrà condotta con successo. Si tratta di un brano distante anni luce dal precedente, basato su futuristiche sonorità elettroniche e su funamboliche escursioni di tastiera. Il brano si apre con un robotico intreccio di suoni, che dopo alcuni secondi accoglie un gorgogliante assolo di sintetizzatore. Anche il lavoro della sezione ritmica appare freddo e piatto, limitandosi dare il ritmo all'aliena babele di suoni. Il ridondante accompagnamento riesce ad ipnotizzarci, poi siamo letteralmente trasportati da rilassanti pad di tastiera, che precedono un altro assolo dall'aria irridente di Mr. Banks, seguito da una seconda parte ben più epica. Le festose trame del sintetizzatore si intrecciano con il tappeto d'organo, mentre la sezione ritmica ravviva, districandosi in tempi complicati, che esortano Tony Banks a farsi prendere la mano e dilungarsi in una serie di funamboliche escursioni sulla tastiera. Dopo questa lunga introduzione strumentale, al minuto 02:13 entra in scena finalmente Peter Gabriel, e lo fa alla grande, con una graffiante ed energica linea vocale che si appoggia sulle sinuose trame della tastiera. Un inquietante cambio di timbro vocale da parte di Gabriel pone fine alle effimere liriche, lasciando il campo alle elettroniche sonorità con cui si era aperto il brano. Con una voce che sembra appartenere ad una inquietante creatura delle tenebre, Peter Gabriel con un "Here I go! (Eccomi!)" annuncia l'ennesimo assolo di tastiera. Tony Banks torna alle epiche e pompose trame sentite in precedenza, ricamate da preziosi filler di batteria e da fiammate sparate dal synth. Nel finale del brano, le tastiere si fanno ben più docili e nostalgiche, e lentamente ci accompagnano verso l'estinzione del brano. Rael ha deciso di salvare suo fratello, ma fra il dire ed il fare c'è di mezzo il mare. Ormai abbiamo appreso che in questo mondo desolato i pericoli si nascondono dietro ogni angolo. Durante la discesa viene travolto da un'improvvisa frana. Le rocce rotolano minacciose intorno a lui, sfiorandolo più volte. Se vuole salvare suo fratello, deve scacciare via le paure che lo stanno tormentando in quei terribili momenti.

In The Rapids

Per farsi forza, cerca di convincersi che il celebre stuntman statunitense Evel Knievel non è nessuno in confronto a lui, e con un tuffo disperato cerca di raggiungere le acque tempestose del fiume, agitate dalle rapide, come suggerisce il titolo del brano successivo, "In The Rapids (Nelle Rapide)", l'unico brano del disco che richiama fortemente le affascinanti sonorità degli album precedenti. Steve Hackett apre con melliflui accordi di chitarra acustica, eseguiti con una delicatezza unica. Peter Gabriel narra con disperazione del fratello di Rael che viene inghiottito dalla rapide. Gli accordi vengono docilmente arpeggiati. Gabriel interpreta in maniera struggente questi primi versi. Il sordo tono di un tom annuncia l'ingresso della sezione ritmica, che come sempre accompagna con grazia nei momenti di maggiore atmosfera. Le profonde pennate del basso scandiscono le toniche, Peter Gabriel si aggrappa alle dolci trame della chitarra, ricamate da preziosi intarsi di pianoforte. Per tutto il brano, cosa più unica che rara, le tastiere si limitano ad un compito di solo riempimento, con avvolgenti pad che si fondono con la melliflua pioggia di note arpeggiate. Nonostante Peter Gabriel stia cantando una situazione critica ed un momento cruciale, la canzone riesce a trasmettere piacevoli sensazioni, e questa è una rarissima contraddizione per i Genesis, che da sempre hanno mirato a mettere in perfetta simbiosi le liriche con la musica. Arriva l'inciso, Peter Gabriel spolvera una velata dose di peperoncino sulla linea vocale, invitando Phil Collins ad iniziare a fare sul serio. Il nostro inizia a mixare filler con passaggi in contro tempo, riuscendo quasi a rubare la scena a Steve Hackett, una volta tanto protagonista assoluto su un intero brano. Dolcemente il brano, con le sue affascinanti atmosfere dal piacevole retrogusto inizio anni settanta, evapora verso la fine, lasciando il campo ad un disturbante suono che fuoriesce dal castello di tastiere. Scampato alla frana. Rael riesce a raggiungere le acque tempestose del fiume, che portano suo fratello John lontano dal suo campo visivo. L'acqua è gelata, brividi di freddo iniziano a tormentarlo, mentre il fragore dell'acqua lo stordisce. Adesso si trova nel bel mezzo delle rapide, e l'unica soluzione plausibile per riuscire a sopravvivere è quella di provare a mantenersi a galla. La sponda opposta è impossibile da raggiungere, suo fratello John non lo vede da un pezzo. La violenza delle acque cresce con il passare del tempo, ora è davvero difficile mantenersi a galla. Una fortissima corrente improvvisa lo spinge verso il fondo, quando tutto sembra essere perduto, Rael riesce ad aggrapparsi ad una roccia, e vi rimane, sperando che la corrente trascini suo fratello John vicino a lui. Finalmente le acque vorticose portano John vicino a Rael, che riesce ad afferrarlo. I due si tengono l'uno con l'altro, trascinati via dall'impeto delle acque gelide. Finalmente giungono in punto in cui le acque del fiume si placano, Rael incoraggia suo fratella a tenere duro, ce l'hanno fatta. Ma una volta in salvo, arriva il colpo di scena. Il volto di John ha preso le sembianze di Rael, ecco allora svelata la misteriosa identità di John, non era altro che la doppia personalità di Rael, che nei momenti più critici veniva a galla. Per uno strano gioco del destino, nel brano "The Colony Of Slippermen" a dare la voce a John, aka l'alter ego di Rael/Gabriel, è Phil Collins, che di lì a poco sostituirà il Cantante Di Chobham come nuovo frontman dei Genesis. E siamo arrivati all'ultimo brano, quello che pone fine al fantastico viaggio di Rael, intitolato semplicemente "IT (Esso) (chissà se non abbia influenzato Stephen King?). Si tratta di un brano spiritato, eseguito con l'asticella dei BPM ai massimi livelli per tutta la durata. Ad aprire le danze è Steve Hackett con un vigoroso strumming di chitarra, seguito da uno spaziale effetto di synth che annuncia l'ingresso della sezione ritmica. Phil Collins corre veloce come non lo si era mai sentito, Mike Rutherford disegna sinuose trame che si intrecciano al festoso tema all'unisono di chitarra e tastiera, che sembra uscito da uno spot pubblicitario di Carosello. Sempre sull'onda della trascinante cavalcata ritmica, arriva la strofa, dove entra in scena Peter Gabriel con una oscura linea vocale, ricamata da funambolici arabeschi disegnati da Steve Hackett e Tony Banks. Andando avanti incontriamo un breve interludio dove i nostri rallentano, rimane il vigoroso strumming di chitarra, poi un alieno ronzio di tastiera ci riporta a bordo del brillante inciso, dove domina il tema all'unisono sentito nei primi secondi del brano, sul quale si appoggia agilmente Peter GabrielPhil Collins continua la sua corsa sfrenata, riportandoci velocemente verso la strofa, dove spicca un armonioso arpeggio di chitarra, ricamato dall'orda di note sparate dal basso. A seguire ritroviamo il ritornello, con il festoso tema che ormai si è insinuato nella nostra mente e siamo in grado di fischiettare allegramente. Questo è sicuramente il brano meno articolato (e aggiungerei meno interessante) del disco, dalla classica struttura pop rock, infatti andando avanti incontriamo nuovamente la strofa, seguita dall'ammaliante ritornello, che ci accompagna lentamente verso il finale, immagino per la gioia di Phil Collins, che finalmente può tirare un sospiro di sollievo. Se eravate rimasti esterrefatti dal il finale a sorpresa, quello che accade più avanti è a dir poco sconcertante. Rael e John si dissolvono in una nebbia purpurea senza lasciare traccia. Come Peter Gabriel ha affermato in ripetute interviste, la storia non è che un pretesto per dar forma a temi che riguardano l'interiorità dell'autore, come il rapporto col sesso ("Counting Out Time", "The Lamia", "The Colony of Slippermen"), con la paura ("In the Cage"), con la morte ("Anyway", "Here Comes The Supernatural Anaesthetist,  il tutto, da buon inglese, con una buona dose di ironia: nel brano conclusivo "IT", il nostro ci lascia con la classica morale della favola, ovviamente in pieno stile Gabrielliano giocando  interamente sull'uso impersonale del pronome neutro inglese "IT", mettendo in guardia l'ascoltatore da interpretazioni troppo serie di tutta la storia ,chiudendo l'intera opera ripetendo il verso "IT's only knock and know-all, but I like IT (Perché IT è solo botta e risposta ma mi piace IT)", ennesimo gioco di parole che storpia il titolo di un celebre brano dei Rolling Stones, "It's Only Rock And Roll But I Like It" sostituendo "Rock and Roll" con "Knock and Know-All" alla lettera "saccente". Quindi ci resta difficile dare un significato di senso compiuto ad "IT", che Gabriel dipinge con un inno alla neutralità, IT è qualunque cosa, IT è chiunque, IT è in ogni dove. IT è nello spirITo, è quello che ci dà il coraggio per poter sopravvivere e uscire dalle situazione più ingarbugliate. In poche parole IT è tutto ed è nulla. Sta ora a voi dare la vostra interpretazione delle liriche, attraverso le quali Peter Gabriel ha trasmesso il difficile momento che stava attraversando. Chissà se l'evaporazione spontanea di Rael e John dopo un'allucinante avventura, dove se ne sono viste di tutti i colori, non stia a rappresentare in anteprima la sua dolorosa separazione dai Genesis, dopo averci regalato un'infinità di pietre miliari della musica rock.

It

E siamo arrivati all'ultimo brano, quello che pone fine al fantastico viaggio di Rael, intitolato semplicemente "IT (Esso) (chissà se non abbia influenzato Stephen King?). Si tratta di un brano spiritato, eseguito con l'asticella dei BPM ai massimi livelli per tutta la durata. Ad aprire le danze è Steve Hackett con un vigoroso strumming di chitarra, seguito da uno spaziale effetto di synth che annuncia l'ingresso della sezione ritmica. Phil Collins corre veloce come non lo si era mai sentito, Mike Rutherford disegna sinuose trame che si intrecciano al festoso tema all'unisono di chitarra e tastiera, che sembra uscito da uno spot pubblicitario di Carosello. Sempre sull'onda della trascinante cavalcata ritmica, arriva la strofa, dove entra in scena Peter Gabriel con una oscura linea vocale, ricamata da funambolici arabeschi disegnati da Steve Hackett e Tony Banks. Andando avanti incontriamo un breve interludio dove i nostri rallentano, rimane il vigoroso strumming di chitarra, poi un alieno ronzio di tastiera ci riporta a bordo del brillante inciso, dove domina il tema all'unisono sentito nei primi secondi del brano, sul quale si appoggia agilmente Peter Gabriel. Phil Collins continua la sua corsa sfrenata, riportandoci velocemente verso la strofa, dove spicca un armonioso arpeggio di chitarra, ricamato dall'orda di note sparate dal basso. A seguire ritroviamo il ritornello, con il festoso tema che ormai si è insinuato nella nostra mente e siamo in grado di fischiettare allegramente. Questo è sicuramente il brano meno articolato (e aggiungerei meno interessante) del disco, dalla classica struttura pop rock, infatti andando avanti incontriamo nuovamente la strofa, seguita dall'ammaliante ritornello, che ci accompagna lentamente verso il finale, immagino per la gioia di Phil Collins, che finalmente può tirare un sospiro di sollievo. Se eravate rimasti esterrefatti dal il finale a sorpresa, quello che accade più avanti è a dir poco sconcertante. Rael e John si dissolvono in una nebbia purpurea senza lasciare traccia. Come Peter Gabriel ha affermato in ripetute interviste, la storia non è che un pretesto per dar forma a temi che riguardano l'interiorità dell'autore, come il rapporto col sesso ("Counting Out Time", "The Lamia", "The Colony of Slippermen"), con la paura ("In the Cage"), con la morte ("Anyway", "Here Comes The Supernatural Anaesthetist,  il tutto, da buon inglese, con una buona dose di ironia: nel brano conclusivo "IT", il nostro ci lascia con la classica morale della favola, ovviamente in pieno stile Gabrielliano giocando  interamente sull'uso impersonale del pronome neutro inglese "IT", mettendo in guardia l'ascoltatore da interpretazioni troppo serie di tutta la storia ,chiudendo l'intera opera ripetendo il verso "IT's only knock and know-all, but I like IT (Perché IT è solo botta e risposta ma mi piace IT)", ennesimo gioco di parole che storpia il titolo di un celebre brano dei Rolling Stones, "It's Only Rock And Roll But I Like It" sostituendo "Rock and Roll" con "Knock and Know-All" alla lettera "saccente". Quindi ci resta difficile dare un significato di senso compiuto ad "IT", che Gabriel dipinge con un inno alla neutralità, IT è qualunque cosa, IT è chiunque, IT è in ogni dove. IT è nello spirITo, è quello che ci dà il coraggio per poter sopravvivere e uscire dalle situazione più ingarbugliate. In poche parole IT è tutto ed è nulla. Sta ora a voi dare la vostra interpretazione delle liriche, attraverso le quali Peter Gabriel ha trasmesso il difficile momento che stava attraversando. Chissà se l'evaporazione spontanea di Rael e John dopo un'allucinante avventura, dove se ne sono viste di tutti i colori, non stia a rappresentare in anteprima la sua dolorosa separazione dai Genesis, dopo averci regalato un'infinità di pietre miliari della musica rock.

Conclusioni

Se mi chiedessero di racchiudere in un'unica parola questa monumentale opera rock, direi "geniale". Geniale la musica, spesso avanti lustri rispetto all'epoca, geniali le liriche, partorite dalla mente contorta e visionaria di Peter Gabriel, che con questa strabiliante opera giustifica il desiderio di William Friedkin di affidargli la sceneggiatura di un suo prossimo film. Anche se Peter Gabriel ha lavorato esclusivamente sulle liriche ed il resto della band sulle musica (fatta qualche rara eccezione) i nostri hanno saputo amalgamare il tutto alla perfezione, ottenendo un risultato eccellente, che può considerarsi l'apice della band, la punta di diamante della loro carriera, nonostante la sua complessità che a tratti può renderlo di difficile apprendimento (la cosa non mi riguarda, anzi, vi consiglio vivamente di ascoltarlo leggendo in contemporanea le liriche, in modo da assaporarne tutte le essenze). Si tratta di un album complesso e pretenzioso, che può venire in mente solo a dei geniali musicisti come lo sono i nostri. Con coraggio, hanno deciso di provare a conquistare definitivamente il pubblico con un opera complessa che gli veniva dal cuore, infischiandosene di brani commerciali per i passaggi radiofonici. Infatti, alla fine dei conti, a causa della sua complessità, "The Lamb Lies Down On Broadway" è l'unico album dei Genesis dell'era Gabriel che ha venduto meno del suo predecessore, ma il tempo gli ha dato giustizia, e con il passare degli anni è entrato prepotentemente nel cuore dei fans, diventando per molti il capolavoro assoluto di Gabriel e compagni. Veniamo ora all'ormai consueto podio. Con delle liriche del genere e un'interpretazione unica, il gradino più alto va di diritto ad occuparlo Peter Gabriel, di cui non mi stancherò mai di osannarne la genialità. Lo segue a ruota Tony Banks, vera colonna portante della band, che in qualche maniera domina su tutte le ventitré tracce, vuoi con nebulose ed avvolgenti atmosfere, vuoi con funamboliche scorribande soliste, vuoi con riff portanti. A pari merito con l'estroso tastierista si piazza Phil Collins, che grazie ad un grande lavoro della produzione e dei tecnici del suono è riuscito ad avere un suono pressoché perfetto per il suo drum setting, in modo da esaltarne al massimo le strabilianti performance, come sempre il nostro sa essere incisivo quando serve, trovando sempre la giusta soluzione per ogni singola occasione. Inoltre è doveroso ricordare che Phil Collins, da una grossa mano a Peter Gabriel nelle parti vocali, con azzeccatissimi cori e controcanti. Per quanto mi riguarda, si tratta della migliore performance dietro alle pelli di tutta la sua carriera. Veniamo ora a Steve Hackett, a mio avviso le sue notevoli capacità tecniche e stilistiche non sono state sfruttate al massimo, se avesse avuto più spazio, specie nelle parti soliste, avrebbe dato un ulteriore tocco di magia all'album, ma va bene così, il nostro ha messo a segno l'ennesima prova convincente, come il compagno Mike Rutherford, che con il passare del tempo si dedica molto di più alle quattro corde, dando vita a intricati quanto incisivi giri di basso, non disdegnando come da tradizione le sue ormai leggendarie escursioni con la chitarra a dodici corde. "The Lamb Lies Down On Broadway" è venuto alla luce il 18 Novembre del 1974, Registrato fra l'Agosto e l'Ottobre del medesimo anno, presso la suggestiva Glaspant Manor, dove per l'occasione erano state trasferite le attrezzature mobili degli Island Studios. Per quanto riguarda la produzione, i Genesis si sono affidati alla preziosa collaborazione di John Burns, con il quale avevano prodotto anche il disco precedente. E lasciatemelo dire, gran parte del merito della magnificenza di questo album va proprio alla produzione, che rispetto al passato ha ottenuto un suono più duro ed incisivo, specie per quanto riguarda i suoni della batteria. L'album è stato distribuito dalla Carisma. Per quanto riguarda l'artwork, stavolta i nostri si sono rivolti alla Hipgnosis, specializzata nelle copertine di band appartenenti al movimento rock britannico come Pink Floyd, Wishbone Ash, ELP etc. Quindi via gli evocativi dipinti, a scapito di tre foto in bianco e nero, che ritraggono il protagonista Rael in alcuni momenti cruciali del suo viaggio allucinante. Anche lo storico logo progettato da Paul Whitehead è stato sostituito con uno più futuristico e stilizzato, ideato da George Hardie per conto della Art Deco. Tirando le somme, sono rimasto letteralmente affascinato dalla musica e dalle liriche di questa imponente opera rock. Mi è risultato difficile scegliere i due brani da allegare alla recensione, alla fine, meritandomi una buona dose di insulti, ho deciso di scartare l'amata "The Carpet Crawlers", in virtù della micidiale accoppiata "Fly on a Windshield / Broadway Melody of 1974" per quanto riguarda il primo disco, mentre per quanto riguarda il secondo, è impossibile sfuggire alla magia di "Anyway". Nonostante, come spesso accade per i capolavori, inizialmente l'album abbia diviso i fans, a causa di una eccessiva prolissità, per il sottoscritto siamo di fronte al migliore album sfornato dai Genesis, album immancabile in ogni discografia che si rispetti, che ha l'unico difetto di essere l'ultimo con il geniale Peter Gabriel.

1) The Lamb Lies Down On Broadway
2) Fly On a Windshield
3) Broadway Melody Of 1974
4) Cuckoo Cocoon
5) In The Cage
6) The Grand Parade Of Lifeless Packaging
7) Back In NYC
8) Hairless Heart
9) Counting Out Time
10) The Carpet Crawlers
11) The Chamber Of 32 Doors
12) Lilywhite Lilith
13) The Waiting Room
14) Anyway
15) Here Comes The Supernatural Anaesthetist
16) The Lamia
17) Silent Sorrow In Empty Boats
18) The Colony Of Slippermen
19) Ravine
20) The Light Lies Down On Broadway
21) Riding The Scree
22) In The Rapids
23) It
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