GENESIS

Spot the Pigeon

1977 - Charisma Records

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
12/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
4,5

Introduzione Recensione

Il successo dell'album "A Trick Of The Tail", il primo dopo la dipartita di Peter Gabriel, ha fortificato ulteriormente i Genesis, che ispiratissimi, nel medesimo anno sono ritornati sul mercato con l'ottimo "Wind & Wuthering", album più cupo e meno facile del suo predecessore, senza ombra di dubbio la punta di diamante dei Genesis targati Collins. Ricchi di idee, i Genesis avevano a disposizione molti brani da inserire nella track list del loro ottavo album in studio, e per motivi logistici, alcune composizioni rimasero fuori. I nostri allora decisero di racchiudere tre dei brani rimasti fuori in un EP, pubblicato nel 1977 con il curioso titolo "Spot The Pigeon". Forse, l'aspetto più interessante del mini LP è proprio il titolo, che racchiude due grandi passioni dei Genesis, quella per il calcio, come la stragrande maggioranza del popolo albionico, (Phil Collins è un tifoso sfegatato del QPR), e quella per i cartoni animati, già manifestata nell'album precedente con la divertente "All in a Mouse's Night". In copertina troviamo una vecchia foto in bianco e nero, scattata da dietro la porta, con un pallone diretto verso il "sette" ed un portiere in tuffo, ovviamente sullo sfondo vi sono altri calciatori e le tribune gremite. Negli anni '70, in Inghilterra era in voga un concorso a premi intitolato "Spot The Ball", che consisteva nell'indovinare dove andava a finire la palla, basandosi su una foto simile a quella della copertina. Avendo a disposizione il brano "Pigeon", i nostri, simpaticamente, sostituirono la parola "Ball" con "Pigeon". Ma qui viene fuori un'altra citazione, ispirata la mondo dei cartoons. I fans di vecchia data, come me nati intorno agli inizi degli anni '70, ricorderanno le memorabili avventure di "Dick Dastardly e Muttley e Le Macchine Volanti" (1969), spin-off dell'ancora più divertente e celebre "Wacky Races" (1968), con il perfido barone coadiuvato oltre che dal fido cane Muttley, dal balbuzinete Klunk e dal timoroso Zilly, intenti a catturare lo scaltro piccione viaggiatore Yankee Doodle, prima che questi recapitasse la posta ai nemici. La celebre sigla dell'esilarante cartoon si intitolava appunto "Stop The Pigeon (Ferma il Piccione)", ecco quindi svelato il mistero dell'insolito titolo, che in un colpo solo omaggia cartoon e partite di calcio. Ascoltando l'EP in questione, non ci risulta difficile comprendere l'esclusione dei tre brani da un album importante come "Wind & Wuthering". Fra testi a dir poco disarmanti, trame musicali allegre e brillanti che poco si addicevano con le cupe atmosfere autunnali dell'album, forse l'unico brano che non avrebbe stonato fra i solchi del platter ispirato al celebre racconto di Emily Bronte è la conclusiva "Inside And Out", composizione firmata da Steve Hackett, per chi scrive l'unica traccia degna di nota dell'EP. E forse, l'esclusione del suddetto brano dalla track list definitiva di "Wind & Wuthering" è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, portando alla clamorosa dipartita del Chitarrista Di Pimlico, che già da tempo aveva iniziato a manifestare un preoccupante malumore, in quanto sovente alle sue composizioni, venivano preferite quelle di Tony Banks. Steve Hackett si batté a lungo, ma alla fine perse la battaglia ed il suo brano, in cui credeva molto, rimase fuori dall'ottavo album in studio dei Genesis. Esasperato dalla leadership di Tony Banks in studio e più in generale dall'atteggiamento non sempre collaborativo dei compagni riguardo alle sue idee compositive che stentavano a farsi strada, decise di prendere la più drastica delle decisioni e lasciare in maniera clamorosa la band, intraprendendo così una carriera solista. Andiamo ora ad ascoltare questo ormai rarissimo EP, che vanta il triste primato di essere l'ultima collaborazione in studio di Steve Hackett con i Genesis.

Match Of The Day

Ad aprire le danze è "Match Of The Day (La Partita Del Giorno)", brano firmato dall'ormai consolidata triade Tony Banks-Phil Collins-Mike Rutherford. Già dalle prime note, fatichiamo a credere che il brano faccia parte delle sezioni compositive a "Wind & Wuthering", mentre ci rimane assai più comprensibile l'esclusione da quest'ultimo. Il brano sia pre con un acido e giulivo unisono di chitarra e tastiera, accompagnato da uno spaziale giro di basso e un ritmo sincopato, mentre in sottofondo si manifesta un martellante pianoforte dall'aria sorniona. Una rullata annuncia la strofa. Tony Banks si limita ad un incessante tappeto, Steve Hackett ad un brillante strumming, quindi ad emergere è un simpatico giro di basso, accompagnato con delicatezza da Phil Collins. Ad un primo impatto, ci sembra di ascoltare la sigla di un vecchio cartoon giapponese degli anni '70, mai e poi mai penseremmo ad un brano dei Genesis. La spensierata linea vocale di Phil Collins si sposa alla perfezione con l'insolito wall of sound, mettendo in evidenza interessanti escursioni su registri più alti. Arriva l'inciso, che non si differenzia poi tanto dalla strofa, se non per alcune variazioni sulla partitura del basso, che continua a dominare sugli altri strumenti e per una più sobria ed ammaliante linea vocale. Ritorna la strofa, che inizialmente si manifesta in versione strumentale, seguita scolasticamente dall'inciso, che inizia a farsi apprezzare. Nel susseguente special troviamo lo scolastico salto di tono che tenta di dare una svolta al brano, e sottolineo tenta. Andando avanti ritroviamo il tema iniziale, che non sfigurerebbe in un vecchio jingle pubblicitario. Senza ottenere risultati soddisfacenti, Phil Collins prova a recitare alcune righe, sfiorando il falsetto, poi due schiamazzi ci riportano verso la strofa, che come di consueto si paventa prima in versione strumentale. Il successivo ritornello è corredato di una frenetica appendice, recitata tutto d'un fiato da Phil Collins, che successivamente ripete lo sfortunato esperimento di cantare sul tema dell'introduzione. Si chiude con la strofa, dove si manifestano martellanti tastiere, mentre il Cantastorie Di Londra, va concludere recitando con un saccente parlato che replica i classici commenti che sovente aleggiano sulle tribune degli stadi. Come possiamo evincere dal titolo, le liriche sono incentrate su una partita di calcio. Ed è proprio la banalità del testo a dir poco imbarazzante a portare i Genesis addirittura a rinnegare il brano, tanto da non includerlo neanche nella raccolta "Genesis Archive 2: 1976-1992" pubblicata nel 2000.Troverà invece posto nel box set a sei dischi "Genesis 1976-1982", pubblicato nel 2007. Si tratta della descrizione di una partita di calcio, che sembra uscita dalla penna di un bambino di quarta elementare. Prima dell'avvento delle pay-tv, in Inghilterra, il girono dedicato al calcio era il Sabato, non la Domenica come in Italia. Il "Match Of The Day" era la partita di cartello. Le due squadre, una in casacca rossa, l'altra in verde, annoverano fra le loro fila un mix fra velocissime ed agili nuove leve e vecchie glorie, dal passo lento ma dotate di un grande tocco di palla. I 22 uomini in campo, tutti con un numero sulla schiena, sono accompagnati da tre uomini vestiti in nero. Uno di loro ha un fischio, gli altri due una bandierina, e spesso sono d'intralcio, prendendo decisioni sbagliate. Nel ritornello, Phil Collins conferma la sua sfrenata passione per il calcio, cantando non ci sono altri modi per trascorrere il Sabato, se non andare allo stadio. Si continua con altre elementari nozioni che illustrano il manuale del calcio, mixate ai classici commenti che si sentono in tribuna, offese all'arbitro comprese. La leggenda narra che venne realizzato un video promozionale con il Frontman Londinese che cantava sugli spalti dello stadio del Queens Park Rangers. Stranamente, il video, se mai esistito, pare sia andato perduto, sta a voi stabilire se in maniera volontaria o meno. Phil Collins dal canto suo non ricorda di averlo mai realizzato, ma ammette la possibilità di sbagliarsi? Comunque sia, nonostante la banalità delle liriche e della struttura, l'antigenesisiana "Match Of The Day (La Partita Del Giorno)" pubblicata come singolo, si disimpegnò più che egregiamente, raggiungendo una dignitosa posizione numero 14 nella classifica inglese dei singoli più venduti.

Pigeons

 La seconda traccia che andiamo ad affrontare è "Pigeons (Piccioni)", uno dei punti più bassi della discografia genesisiana, sempre firmata dal medesimo triumvirato. Senza tanti fronzoli, il brano parte subito con la strofa, nelle prime battute in versione strumentale. Tastiera e chitarra danno vita a sonorità che richiamano gli anni sessanta. Phil Collins dietro al drum set fa il minimo indispensabile, divertendosi con una brillante ritmica funkeggiante, Mike Rutherford emerge con un simpatico giro di basso che ci entra subito in testa, primeggiando sugli altri strumenti. Già dai primi secondi del brano, possiamo percepire che siamo sulla medesima linea del precedente, ovvero lontani anni luce dalle sinfonie genesisiane. Il bridge, con il suo vellutato crescendo, ci fa rivivere le calde sonorità della disco music degli anni '70, mentre Tony Banks insiste con il martellante riff di tastiera, che inizia ad essere ossessivo, perdurando anche nell'inciso. Si sale di tono, ma gli strumenti mantengono in maniera alquanto monotona le trame della strofa e del bridge. Prosegue il festival della banalità, strofa, bridge e ritornello ritornano in serie, e sinceramente, del monotono persistere delle trame strumentali, ne abbiamo fin sopra i capelli. Dopo la comparsa di sottili percussioni, a fatica, nonostante la breve durata del brano, siamo arrivati al finale, dove ovviamente persiste il ridondante tema di tastiera, ricamato da Mike Rutherford con pungenti fraseggi di basso. Il brano sfuma lentamente in fader. Pare impossibile, ma riesce a farci rimpiangere la mediocre traccia precedente. Non sono da meno le liriche, firmate da Mike Rutherford, che in maniera diretta descrive l'atavica battaglia fra i piccioni e gli abitanti delle grandi città, dove gli eleganti volatili si annidano in quantità industriale, recando una ingente quantità di danni. Nonostante siano i protagonisti, i piccioni non vengono mai menzionati direttamente, ma tramite domande le cui risposte portano sempre dritte al simpatico columbide. Si parte in maniera lapidaria con un diretto "Who put fifty tons of shit on the Foreign Office roof? (Chi mette cinquanta tonnellate di merda sul tetto Ministero degli Esteri?)", continuando con altre banali domande con una marcata vena di sarcasmo, le cui risposte ci riconducono inevitabilmente ai nostri pennuti protagonisti, come ad esempio "Chi porta le malattie?" o "Chi spara a casaccio sui Turisti?". Poi si passa ai ripari, ricorrendo agli uomini della disinfestazione, che con i loro espedienti, più o meno etici, cercano di ridurre il numero dei piccioni, in modo da limitarne i danni. Si conclude con versi allarmanti che fanno presagire ad una imminente e preoccupante invasione di Hitchcockiane memorie. Liriche banali ed infantili, come quelle del brano precedente, che non hanno alcun punto in comune con i poetici versi di "Wind & Wuthering". Le nostre speranze di trovare qualcosa di interessante in questo finora deludente EP, sono tutte riverse nell'ultima traccia, il pomo della discordia che ha portato l'incredibile divorzio fra i Genesis e Steve Hackett, che vedeva sempre meno interesse di fronte alle sue composizioni.

Inside And Out

Il nostro firma insieme al resto della banda questa "Inside And Out (Dentro E Fuori)", senza ombra di dubbio la traccia più interessante del mini platter, anche se sulla carta, questo non significa molto, vista la bassezza delle due precedenti composizioni. Già dall'inizio, l'etero arpeggio acustico di Steve Hackett, ci lascia respirare un po' di fresche boccate di aria genesisiana. Anche l'approccio di Phil Collins è di tutt'un altro pianeta. Il nostro si mette a duettare in maniera dolcissima con le bellissime trame della chitarra, ricamate da raffinati fraseggi di tastiera e di una seconda chitarra acustica, che donano un atmosfera mistica al brano. L'avvolgente strofa perdura per oltre un minuto e mezzo, poi un bel climax apre le porte all'inciso. Fra le squillanti trame delle due chitarre acustiche, emerge una melliflua armonia vocale dal sapore natalizio. Breve break strumentale con le chitarre acustiche protagoniste e ritorna la strofa, che stavolta vede il supporto della sezione ritmica, sempre attenta a non essere invadente in queste situazioni. Stavolta il crescendo è accentuato da una prolungata corsa sulle pelli da parte di Phil Collins, nella parte finale replicata da una pungente scala di basso, che apre i cancelli all'inciso. Con l'apporto della sezione ritmica, anche il chorus si fa più trascinate. Mike Rutherford si incunea fra le cristalline trame delle chitarre acustiche con una serie di graffianti scale. Altro breve interludio strumentale che sembra portare verso l'epilogo, ma improvvisamente al minuto 03:52 il brano cambia completamente le vesti. Un trascinate unisono fra la chitarra e la tastiera viene accompagnato da una frenetica corsa sul charleston e da una micidiale serie di colpi stoppati di gran cassa, seguiti all'unisono dal basso. E' il preludio ad un funambolico assolo di tastiera. Finalmente ora riconosco i Genesis dell'album precedente. Tony Banks ci ipnotizza con una lisergica spirale di note, sparate ad una velocità disarmante ed accompagnate da una travolgente cavalcata da parte degli altri strumenti. Nella parte finale dell'assolo, Mike Rutherford risponde al fuoco, sparando pungenti raffiche di note che si appoggiano su filler eseguiti a velocità iperfotonica. La cavalcata degli strumenti, guidata da un indemoniato Phil Collins, prosegue imperterrita come un treno fuori controllo, dopo alcuni fraseggi con la chitarra acustica, Steve Hackett inizia il suo assolo, un susseguirsi di note sporche e scale acide, in cui risentiamo i primi Yes con Steve Howe. E' il turno della sezione ritmica per mettersi in mostra, i nostri lo fanno liberando tutto il lor ego, dando vita ad una micidiale combinazione di filler e fraseggi di basso iperveloci. Successivamente siamo risucchiati da un limbo dove i nostri riescono a tenerci sospesi nel vuoto con un mix di gran classe fra filler, colpi stoppati ed un energico strumming di chitarra che duetta con funambolici fraseggi di tastiera. La regia gioca con i volumi, mettendo in risalto le fiammate sparate dalle tastiere, lasciando che lentamente il brano evapori verso l'estinzione. Anche le liriche, partorite dalla penna di Phil Collins, sono di gran lunga migliori delle precedenti (non che ci volesse molto NDR). La loro struttura ci riporta ai fasti del passato, dove a recitare i versi sono più personaggi. La storia narra le dure vicissitudini di un uomo, accusato ingiustamente di violenza carnale nei confronti di una donna, ed inevitabilmente finito in carcere. Se sommiamo il fatto che Phil Collins è un noto appassionato di storia americana ottocentesca, un certo "Governatore Conway" che compare all'inizio del brano e l'anno '53 menzionato fra le righe, possiamo dedurre che la triste storia è ambientata in America fra il 1852 ed il 1860, ovvero quando lo Stato dell'Arkansas era sotto il comando del quinto governatore Elias Nelson Conway. Periodo in cui la macchina giuridica americana mieteva molte vittime innocenti. L'accaduto ci viene illustrato dal fratello dell'uomo che sta scontando la pena in carcere, a causa di una presunta violenza carnale ai danni di una donna. Andando contro la versione dei fatti depositata dalla parte lesa, il fratello sostiene che non si tratta di stupro, in quanto la ragazza era consenziente, citando proprio la frase che la presunta vittima disse al fratello: "Put Your Hand Here (Metti La Mano Qui)". Ma la polizia, non poté fare altro che credere alla straziante recita della donna, rinchiudendo in carcere il presunto maniaco. Anche una volta uscito di prigione, lo sfortunato protagonista non se la passava affatto bene; l'alone di solitudine che lo perseguitava durante il soggiorno in prigione, lo ha accompagnato anche fuori dalle mura della struttura di massima sicurezza. Ora che ha pagato per le bugie di una donna, deve farsi forza, cambiare abito ed iniziare una nuova vita, anche se questo non sarà affatto facile, ma con l'aiuto del fratello, l'impresa sarà assai più accessibile. Il brano si chiude con un liberatorio "Out (Fuori)", a suggellare il termine dell'ingiusta punizione inflitta al protagonista.

Conclusioni

L'ultimo brano ascoltato, riesce senza ombra di dubbio a sollevare la valutazione finale di questo mediocre "Spot The Pigeon", che senza di esso sarebbe stato ancora più imbarazzante. Mi sento in dovere di spezzare una lancia a favore di Steve Hackett, che a tutti i costi voleva che "Inside And Out" finisse nella track list finale di "Wind & Wuthering"; in effetti il brano, sia sotto il profilo musicale che lirico, non avrebbe di certo sfigurato sull'ottavo album in studio dei Genesis, magari al posto di una delle tre canzoni strumentali. I tre brani sono venuti alla luce il 20 Maggio del 1977, sono stati registrati fra il Settembre e l'Ottobre del 1976 presso i Relight Studios di Hilvarenbeek, in Olanda. Sempre con la preziosa collaborazione del produttore David Hentschel, i mixaggi finali sono stati effettuati ai Trident Studios di Londra. La distribuzione è stata affidata ancora una volta alla Charisma Records. Sembra che questo "Spot The Pigeon" sia una sorta di contentino per cercare di convincere Steve Hackett a ritirare le sue dimissioni dalla band. Suona come dire: "Hai visto, abbiamo pubblicato la tua "Inside And Out", ora puoi rimanere". Ma purtroppo così non è stato. L'EP datato 1977 verrà ricordato come l'ultima collaborazione in studio fra Steve Hackett e i Genesis, nonché il punto più basso dell'intera discografia, più basso addirittura di quell'ingenuo album d'esordio rinnegato dalla band stessa, che pur sempre lasciava intravedere le notevoli potenzialità di Peter Gabriel e Tony Banks nonostante la giovane età, esplose poi in maniera innaturale con l'album successivo. Nelle prime due tracce, giustamente destinate a finire nel dimenticatoio, facciamo a fatica addirittura a distinguere i magnifici strumentisti a cui ci siamo affezionati sin dal lontano 1970. Tony Banks, che è sempre risultato fra i protagonisti principali in ogni album, si limita con insistenti riff in loop che alla lunga diventano ossessivi. Poco appariscente dietro le pelli, Phil Collins se la cava abbastanza con il microfono, mentre sulle liriche scritte dal medesimo, stendiamo un velo pietoso. Mike Rutherford forse è quello che emerge maggiormente, rafforzato dalla banalità delle strutture, emergendo con interessanti giri di basso. Steve Hackett si limita a svolgere il compitino, ma con l'ultimo brano si rifà in pineo, lasciando i Genesis da vincitore. Infatti, di ben altra pasta è la traccia conclusiva, dove riusciamo finalmente a ritrovare i Genesis che amiamo, sia dal punto di vista lirico che musicale, con un'epica coda strumentale che ci riporta indietro nel tempo. Ricapitolando, con un brano a cui per stima nei confronti di Steve Hackett possiamo dare un bel 7 (Inside And Out), uno da 4 (Match Of The Day) svalutato notevolmente dalle liriche, ed uno da 2 (Pigeons) in cui è difficilissimo riconoscere i Genesis, facendo la media il risultato ottenuto è gravemente insufficiente. Questo "Spot The Pigeon" oltre ad essere fine a se stesso, ci lascia con un atroce dubbio che aleggia nella nostra mente: "Saranno forse quelli delle prime due tracce i Genesis del dopo Hackett?". Lo scopriremo con la prossima recensione. Con l'ormai rara versione in vinile e la ristampa su CD finita fuori catalogo e quindi difficilmente reperibile, "Spot The Pigeon" è consigliato solo ai collezionisti incalliti ed ai grandi estimatori del guitar hero Steve Hackett, per il resto è meglio passare oltre, anzi, retro.

1) Match Of The Day
2) Pigeons
3) Inside And Out
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