GENESIS

Selling England By The Pound

1973 - Charisma Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI PISTOLESI
04/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Dopo l'ottimo "Trespass", Anthony Phillips e John Mayhew uscirono dai Genesis, in quanto il gruppo pareva invaso da una forte mania di perfezionismo. Sicuramente i due si saranno mangiati le mani poco dopo tempo. Ma i nostri non si abbatterono minimamente, appena reclutati i sostituti (e che sostituti), continuarono a credere nelle loro idee, perfezionando giorno dopo giorno il loro sound, arricchendo sempre di più il loro bagaglio tecnico e sfornando composizioni sempre più complesse e mature. Dimenticando il primo mediocre platter d'esordio, da loro stessi rinnegato, album dopo album i nostri mettevano in mostra una lampante crescita tecnico-compositiva ed una maturazione quasi al di fuori dell'ordinario, raggiungendo l'apice con il quarto album "Foxtrot", una vera e propria pietra miliare della musica rock. Nel giro di soli tre anni, avevano spazzato via le ingenue canzoncine pop degli esordi, raggiungendo il loro obbiettivo: l'album perfetto. Con un album del genere alle spalle, qualsiasi altra band si sarebbe trovata in difficoltà a bissarne il successo e la magnificenza, ma non i Genesis. Con alacrità e forza di spirito i nostri si misero al lavoro, cercando, se mai fosse possibile, di eguagliare il precedente album, con l'obbiettivo improponibile di superarlo addirittura. Un altro nuovo obbiettivo della band era quello di conquistare il mercato a stelle e strisce, dove sino ad ora i risultati ottenuti erano tutt'altro che soddisfacenti, al contrario di quelli ottenuti nella terra di Albione ed in gran parte del resto dell'Europa. Di conseguenza, le nuove composizioni erano orientate verso lidi più melodici e meno oscuri rispetto al precedente album, con l'intenzione di strappare magari anche qualche passaggio radiofonico. Fu cambiato anche per l'ennesima volta il produttore, con lo scopo di migliorare ulteriormente il suono, in modo da mettere ancora più in risalto le capacità vocali di Peter Gabriel. La produzione fu affidata a John Burns, tecnico del suono che aveva impressionato la band durante le registrazioni dell'album "Foxtrot", oltre che a vantare preziose collaborazioni con band del calibro di King Crimson, Jethro Tull e David Bowie, solo per citarne alcune. Con la formazione sempre più amalgamata, i nostri potevano permettersi di esplorare altre sonorità. Mike Rutherford arricchì il suo arsenale con il sitar elettrico, stretto parente del sitar, uno strumento a corda tipico della musica indiana, allo stesso tempo Tony Banks ampliò il castello delle tastiere con i synth, in modo da avere a disposizione maggiori soluzioni. Il suo nuovo ARP Pro Soloist, in quegli anni era il non plus ultra per un tastierista. Anche se dall'ascolto non si direbbe, "Selling England By The Pound", venne scritto tutto in un botto nel giro di sei settimane, a dimostrazione del periodo di forma che stava attraversando la band.  Il titolo, che alla lettera suona come "Vendesi Inghilterra Un Tanto Al Chilo", prende spunto dai primi versi del brano di apertura "Dancing With The Moonlit Knight". L'ormai leggendaria locuzione, fu estrapolata da Peter Gabriel da un manifesto del Partito Laburista Inglese, che con tale espressione denunciava la "svendita" del Paese a meri interessi finanziari ed economici, in virtù di una preoccupante "americanizzazione". Ovviamente, come da tradizione, le liriche dell'album sono lontane anni luce da argomenti esplicitamente politicizzati, fatta eccezione delle solite pungenti frecciatine sarcastiche. Ma non è tutto oro quel che luccica, purtroppo iniziarono a crearsi le prime crepe all'interno della band. Tony Banks era contrario all'inserimento del brano strumentale firmato Hackett "After the Ordeal" nella track list definitiva del nuovo album. Anche Peter Gabriel si schierava a favore della teoria sostenuta dal talentuoso tastierista, ma contemporaneamente non gradiva neanche la parte finale di "The Cinema Show", creando un po' troppa confusione, con il risultato che i nostri non trovandosi d'accordo, finirono con l'inserire entrambi i pomi della discordia nell'album, ritrovandosi con una "lato B" sproporzionatamente più lungo della facciata A. Anche il manager Tony Stratton-Smith non fu entusiasta ai primi ascolti del nuovo album, era preoccupato dai numerosi e prolungati interludi strumentali. Ma invece, i nostri smentirono tutti, raggiungendo con il nuovo album una sorprendente posizione numero tre nelle classifiche inglesi, rafforzata dal loro primo singolo di successo "I Know What I Like (In Your Wardrobe)", che nell'Aprile del 1974, raggiunse una dignitosa posizione numero ventuno delle classifiche dei singoli più venduti in Inghilterra. "Selling England By The Pound" fu anche il primo di una serie di album dei Genesis a riportare nell'edizione tricolore, la traduzione in italiano dei testi, a cura di Armando Gallo, giornalista musicale che da sempre aveva esternato il suo amore verso il geniale combo albionico, contribuendo sin dal 1972, tramite la mitica rivista "Ciao 2001" a diffondere in Italia il verbo dei Genesis, continuando poi a curare le traduzioni delle liriche fino al 1980. Ma bando alle ciance, è giunta l'ora di inserire "Selling England by the Pound" nel nostro impianto stereo e sentire se in maniera innaturale, i nostri sono riusciti ad eguagliare il capolavoro "Foxtrot", o quantomeno ad avvicinarsi.

Dancing With The Moonlit Knight

Come da tradizione, i nostri partono alla grande e ci sorprendono immediatamente con "Dancing With The Moonlit Knight (Danzando Col Cavaliere Illuminato Dalla Luna)", una traccia di puro progressive rock con un Phil Collins stratosferico, non molto lontana dai precedenti cavalli di battaglia della band. Dal silenzio assordante dei secondi che precedono il brano, emerge Peter Gabriel, che per l'ennesima volta ci sorprende, recitando a cappella i primi versi del brano. Lentamente Tony Banks inizia ad eseguire preziosi ricami, sfoggiando la sua nuova attrezzatura tecnologica. Steve Hackett fa capolino con un semplice quanto ammaliante fraseggio di chitarra, che si stampa subito nella nostra mente e che ritroveremo a più riprese andando avanti. Come spesso accade, Mike Rutherford si diverte a tessere trame barocche con la chitarra a dodici corde. Con il passare di secondi, l'apporto delle tastiere si fa più consistente, catturandoci con evocative trame che ci portano indietro nel tempo. Peter Gabriel enfatizza al massimo il titolo del brano, accompagnato da blandi accordi di chitarra acustica e seguito dall'ammaliante fraseggi sentito qualche istante fa. La strofa continua, l'evocativa linea vocale viene supportata da un magico intreccio fra la chitarra acustica ed il pianoforte. Breve break strumentale, con l'ammaliante fraseggio di chitarra protagonista, accompagnato da un vigoroso strumming da parte di Mike Rutherford alla seconda chitarra. Rientra in scena un ispiratissimo Peter Gabriel, che segue la strada melodica aperta da Steve Hackett, il quale ci ripropone in loop l'ormai familiare fraseggio con la sei corde. Tony Banks aggiunge un mellifluo e celestiale pad di voci, che con un bel climax ci accompagna verso un sontuoso accordo all'unisono, quasi rompendo l'idilliaca atmosfera. Phil Collins ci desta con una sfrenata corsa sulla pelle del rullante, seguita da un breve ma energico bridge che apre le porte al ritornello. Le epiche trame della tastiera trasportano letteralmente il Menestrello Di Chobham, che seguendo la strada aperta da Tony Banks, confeziona uno degli incisi più amati dai fans. Improvvisamente, i nostri ci sorprendono con un brusco cambio di atmosfera. Accompagnate da un oscuro pad di organo le due chitarre sparano un minaccioso riff all'unisono lasciandosi dietro una scia di terrore. Phil Collins accompagna a ritmi vertiginosi, poi dopo neanche dieci secondi, Steve Hackett ci attacca con un funambolico fraseggio in tapping, seguito da una serie di stralunati lamenti. Un terrificante ruggito esce dal castello di tastiere, ammutolendo il talentuoso Chitarrista di Pimlico, che subito dopo riprende a tessere le trame dell'assolo, stavolta con delicati e sognanti fraseggi. Di seguito, il nostro continua con una serie di delicati tocchi sulla sei corde, accompagnati con maestria da Phil Collins. Si ha l'idea di essere in un limbo che rimane sospeso in aria. Improvvisamente i due aumentano vistosamente i BPM, raggiunti da Tony Banks, che partecipa alla sagra del virtuosismo. Una prolungata corsa sulle pelli ci lascia presagire che questo prolungato interludio strumentale sia giunto alla fine, ma non è così. Steve Hackett continua il suo assolo, stavolta con melodici temi che svolazzano fra le caustiche trame dell'organo. Andando avanti, le sedicesime sparate dal basso si fanno più minacciose, ed invitano Hackett a riprendere gli esercizi di tapping. Una rullata spuria ci riporta verso il terrorizzante riff all'unisono delle due chitarre, sentito all'inizio di questo epico e prolungato interludio strumentale. Phil Collins abbassa notevolmente i giri del motore e ritorna la strofa. Gli epici fraseggi della chitarra si intrecciano con un paradisiaco pad. Con grinta Peter Gabriel ci porta verso l'accattivante bridge, dove vola in alto, facendosi largo fra i filler di batteria e le evocative trame della tastiera. A grande richiesta ritorna anche l'inciso, servito in una doppia razione, con in mezzo uno stralunato e virtuoso bridge. Fa una breve comparsa il minaccioso riff all'unisono, seguito da un assolo di tastiera dalle trame barocche. Michael Rutherford segue all'unisono i passi dell'amico Banks, dopo di che è il turno di un breve assolo di chitarra, subito spazzato via dal prepotente ritorno di Tony Banks, che dà vita ad un assolo memorabile mandando chiari messaggi ai colleghi Rick Wakeman e Keith Emerson. Anche lui si candida per salire sul podio di miglior tastierista del Regno Unito. Dopo un micidiale attacco al limite della musica psichedelica, calano vistosamente i BPM, con una serie di raffinati fraseggi, che sprizzano classe da tutti i pori, i nostri ci accompagnano verso un rilassante finale, la giusta medicina per riprendersi dai precedenti sei travolgenti minuti di puro progressive rock. Sfruttando le nuove attrezzature, Tony Banks apre scenari new age. Fra i paradisiaci pad, si manifesta un delicato e cullante intreccio all'unisono fra chitarra acustica a dodici corde e la tastiera. Siamo avvolti da un mellifluo sciame di note, alle quali si aggiungono i dolci sospiri del flauto. Fra tintinnanti percussioni e l'intreccio di suoni cristallini con dolci melodie, ci sembra di sognare ad occhi aperti. Siamo sommersi da una marea di suoni di una rara bellezza primitiva, che lentamente sfumano in fader lasciandosi una piacevole sensazione di benessere. In origine, questo bellissimo ed avvolgente finale, faceva parte del brano "The Cinema Show", che però avrebbe raggiunto una lunghezza troppo elevata, finendo con il somigliare troppo al capolavoro "Supper's Ready". Veniamo alle liriche. Ignaro di quello che sarebbe successo qualche decennio più avanti nel Regno Unito (per non parlare dell'attuale situazione), Peter Gabriel lancia pungenti frecciatine ad un'Inghilterra che riconosce sempre meno, a causa di una preoccupante "americanizzazione". E per farlo, in maniera geniali crea due figure, l'"unifaun", una bizzarra creatura ibrida nata dall'incrocio fra l'unicorno, animale mitologico che da sempre viene identificato nella purezza, ed il fauno, divinità simbolo della natura. L'altra figura è l'incerta "Queen Of Maybe (Regina Dei Può Essere)", la versione satirica della "Queen Of May (Regina Di Maggio)", ovvero la personificazione della bella stagione e delle vacanze, secondo la tradizione inglese. Con aria smarrita, l'unifaun domanda alla regina dove sia finito il suo paese e con lui tutti i suoi vecchi valori. Lei, in maniera cinica, risponde che il suo paese ha barattato gli antichi valori per altre dubbie mercanzie, che non sono altro che i famosi hamburger Wimpey, che tanto facevano impazzire Poldo Sbaffini, (che nella terra di Albione si chiama appunto "Wimpey") e i Green Shield Stamps una famosissima raccolta punti in voga nell'Inghilterra degli anni sessanta, da Gabriel celati sotto le affascinanti vesti dei "Cavalieri degli Scudi Verdi". Mentre l'Inghilterra viene venduta al miglior offerente, i giovani sostengono che siamo quel che mangiamo, quindi dovrebbero mangiare bene, mentre i vecchi dicono che ci distinguiamo per ciò che indossiamo, ergo è doveroso vestirsi bene, secondo  un sarcastico Gabriel. "Citizens of Hope and Glory (Cittadini di Speranza e Gloria)" è un chiaro richiamo al famoso inno patriottico britannico "Land of Hope and Glory (Terra Di Speranza E Gloria)", composto nel 1902, con musiche di Edward Elgar e testo di Arthur Christopher Benson. Da un sondaggio della BBC effettuato nel 2006 risultò che il 55% della popolazione inglese l'avrebbe gradito come inno nazionale. Non mancano gli attacchi alle lotterie e alle slot machine, altra moda che stava prendendo piega all'epoca e che faceva arrossire il glorioso passato della terra di Shakespeare, basato da sempre sull'onore ed i valori della vita. Chissà cosa penserà Peter Gabriel rileggendo questo testo nel nuovo millennio.

I Know What I Like (In You Wardrobe)

Andando avanti incontriamo il primo singolo di successo dei Genesis, "I Know What I Like (In You Wardrobe) (So Cosa Mi piace, Nel Tuo Armadio)", una piacevole escursione nel pop rock romantico con venature esotiche, che mette in vetrina uno dei ritornelli più famosi del progressive rock. Tony Banks apre il brano con uno sciame di rumori disturbanti, rievocando il famoso "tagliaerba" che troveremo nelle liriche ed anche in copertina. I tamburi "scordati" di Phil Collins donano un'anima esotica a questa breve introduzione, che il Cantastorie Di Chobham affronta con un ammaliante parlato. Arriva la strofa, Tony Banks si diverte con il nuovo sintetizzatore, Phil Collins accompagna con uno spensierato ritmo sincopato condito dai ruggiti delle quattro corde, mentre Steve Hackett ci ipnotizza con un ridondante tema di chitarra, sul quale si appoggia Peter Gabriel, che inserisce la modalità Beatles per interpretare le prime strofe del brano. Una prolungata cosa sul rullante annuncia l'inciso, fra i più celebri del nuovo movimento musicale britannico (alzi la mano, chi non si è mai imbattuto nella melensa linea vocale che prepotentemente entra nella nostra testa per non uscirci mai più). Seguendo la sognante melodia che emerge dal castello di tastiere, Phil Collins e Peter Gabriel cantano all'unisono il ritornello, ottenendo un suggestivo risultato, e aggiungerei vincente. Mike Rutherford ricama il tema portante della tastiera con un articolato giro di basso, ricco di scale e note pungenti. Una improvvisa rullata apre le porte allo special, dove prima spadroneggia l'organo Hammond, seguito da un interludio dal sapore esotico, dove insani vocalizzi si intrecciano con i tamburi leggermente scordati. Ritorna la strofa, cantata in maniera più spensierata da Peter Gabriel, rafforzato da Phil Collins nei momenti salienti. Seguendo la canonica struttura dei brani pop rock, ritroviamo l'inciso, che ormai abbiamo facilmente memorizzato. Breve e stralunato interludio e poi i nostri approfittano della funzionalità dell'inciso e rincarano la dose con un secondo passaggio. Tony Banks fa ruggire l'organo Hammond, annunciando lo special. Stavolta le ritmiche esotiche accompagnano una inquietante parte parlata, seguita da un insolito assolo di flauto, inizialmente aspro e a tratti dissonante, che si addolcisce lentamente con il passare dei secondi. Tony Banks, ci accompagna verso il finale, riproponendoci gli oscuri pad sentiti all'inizio, sfruttando le note più gravi del mellotron, sonorità scoperte da Peter Gabriel durante una sessione di registrazione, approfittando di una pausa dei colleghi. Per le liriche, il Poeta di Chobham si è ispirato al dipinto della pittrice inglese Betty Swanwick intitolato "The Dream (Il Sogno)", che è anche la copertina dell'album. Il protagonista è Jacob, uno scansafatiche che ama passare gran parte del tempo ad oziare su qualsiasi superfice piana disponibile, circondato da una schiera di strambi personaggi, che sovente lo richiamano all'ordine. Ethel lo invita a rimettere in ordine la sua stanza, mentre Mr. Lewis pensa che sia giunta l'ora che debba mettere la testa sulle spalle e comportarsi da adulto. Mr. Farmer gli fa notare che sta sprecando il suo tempo, e che per lui immagina un futuro roseo nel mondo delle uscite di sicurezza, accusando l'insegnante Miss Mort di aver contribuito alla creazione di un fallito durante gli anni di scuola. Peter Gabriel insiste con la teoria che ci distinguiamo per ciò che indossiamo, quindi bisogna migliorare il nostro guardaroba. Ma di tanto in tanto, a più riprese incontriamo la frase "Keep them mowing blades sharp... (Tieni affilate quelle lame da falciatrice...)" che inizia a farci venire qualche dubbio su chi o cosa sia realmente il nostro Jacob, dubbi rafforzati dagli enigmatici versi che concludono il brano recitando "Me? I'm just a lawnmower - you can tell me by the way I walk. (Io? Sono solo una falciatrice di prati - lo vedi dal modo in cui cammino.)". Da sempre l'enigmatico finale è stato fonte di discussione fra i fans, aprendo una svariata serie di scenari. Il più interessante, e che condivido, è quello che porta nel mondo della fantascienza, precisamente al futuro dispotico narrato dallo scrittore Clifford D. Simak, nel libro "City", in Italia pubblicato con il titolo "Anni Senza Fine". Con l'immagine del tagliaerba, è possibile che Gabriel volesse simboleggiare l'ossessione dell'inglese medio per l'apparenza, a partire dalla perfezione dell'erba del giardino di casa, tema già affrontato nella geniale "Harold the Barrel".

Firth of Fifth

E siamo arrivati ad un brano a cui sono particolarmente affezionato, quella "Firth of Fifth (Fiordo Di Quinto)" che mi ha fatto scoprire quanto erano diversi i Genesis vecchio stampo, da quelli che imperversavano a metà degli anni ottanta, quando io timidamente mi affacciavo al mondo della musica rock e metal. Si tratta di una delle più belle composizioni in assoluto del progressive rock, con un'introduzione di pianoforte da brividi ed un memorabile assolo di chitarra. Tony Banks ci ipnotizza con una bellissima introduzione di pianoforte, dall'aria classicheggiante. Si tratta di una composizione per pianoforte estremamente complicata, sia sotto il punto di vista armonico e melodico, che quello ritmico, in quanto composta da battute dispari. Tony Banks iniziò a lavorare su questa introduzione e sul resto del brano fin dai tempi della Charterhouse School, successivamente il brano fu scartato dalla set list di "Foxtrot", trovando finalmente la sua giusta collocazione un anno dopo. Dall'autunno del 1973, dal vivo il brano venne eseguito senza l'introduzione al piano, perché secondo Tony Banks, il pianoforte elettrico che usava sul palco non rendeva giustizia al brano, in quanto lasciava a desiderare dal punto di vista della dinamica. Ma i più maligni sostengono che più volte il nostro non eseguisse perfettamente la partitura in sede live e non volle più eseguirla durante i concerti. Un vigoroso accompagnamento effettuato con la mano destra, si fonde con il delicato sciame di note che il nostro dispensa con la sinistra, e aggiungerei con una naturalezza ed una agilità disarmanti. Gli ultimi passaggi, con classe, ci fanno intuire che questi fantastici settanta secondi di saggio pianistico stanno per terminare, lasciando il campo ad un travolgente wall of sound crimsoniano. Peter Gabriel segue la strada aperta dalla chitarra e dall'organo, che si muovono sulla medesima lunghezza d'onda. Phil Collins accompagna con delicatezza, abbellendo con una serie di filler, valorizzati dall'articolato giro di basso. L'oscuro ritornello vien riproposto due volte, poi piombiamo in un avvolgente limbo che ci mantiene sospesi in una dimensione senza tempo. In maniera dolcissima Peter Gabriel recita le strofe, accompagnato da un delicato arpeggio con la chitarra a dodici corde che si appoggia su uno spaziale pad di tastiera, Phil Collins si limita a raffinati tocchi sui piatti. Successivamente Steve Hackett fa lamentare la sei corde. Una serie di colpi stoppati scandiscono la metrica della linea vocale, poi si continua con la strofa. Stavolta la chitarra si limita a blandi accordi, mettendo in evidenza l'avvolgente nebbia di note che fuoriesce dal castello di tastiere. Phil Collins inizia a riempire gli spazi con delicati passaggi, mentre inizia a manifestarsi una celestiale armonia vocale. La chitarra riprende ad arpeggiare, i nostri, con un bel climax, ci riportano dritti verso l'inciso, che ben presto lascia il campo al pezzo forte del brano, un prolungato interludio strumentale dove a turno i nostri danno il meglio di sé. Si parte con una manciata di classicheggianti accordi di pianoforte, che successivamente si tramutano in un enigmatico tema che va ad intrecciarsi con un bellissimo assolo di flauto. Siamo letteralmente ipnotizzati dalle melliflue trame del pifferaio magico, che gradualmente si fanno più aggressive, lasciando poi il campo a Tony Banks, che con il pianoforte disegna una bellissima trama di note che in crescendo ci portano verso un assolo di tastiera, dove il nostro va a riprendere la melodia dell'introduzione. Phil Collins ci sorprende con una complicata ritmica dispari, Mike Rutherford segue con le quattro corde tutti i passi dell'estroso Tastierista Dell' East Hoathly. Andando avanti, il nostro si sofferma in loop sul riff, che viene scandito da una serie di colpi stoppati all'unisono, ai quali si aggrega anche il suono sporco dell'organo Hammond. Dopo questo break che ci tiene col fiato sospeso, Tony Banks va avanti con una interminabile progressione che ci porta verso una parte più epica del suo memorabile assolo. Timidamente fa la comparsa un funambolico tapping di chitarra che va ad intrecciarsi con le trame della tastiera, come se volesse dire "Tony, adesso basta, è il mio turno!". Ultimi passaggi con il riff portante, accompagnati in maniere indescrivibile dalla sezione ritmica, e poi i nostri con classe sfumano, preparando il terreno per l'assolo di chitarra, che vi preannuncio (per i pochi che ancora non lo sapessero) è fra i più belli e famosi del progressive rock. Il nostro parte in maniera dolce, replicando le melliflue melodie dell'assolo di flauto sentito qualche minuto prima. I tocchi vellutati sulla sei corde, rendono il suono simile al lamento di un violino. Come per la gran parte del brano, la sezione ritmica accompagna facendo passaggi e ritmiche impossibile da descrivere, supportata dal suono scekerato della maracas. Tony Banks mette a riposo le sue preziosissime falangi, limitandosi ad uno spaziale tappeto di mellotron. Di tanto in tanto Steve Hackett si fa prendere la mano, cimentandosi in brevi e virtuosi tapping che fanno da legante. Al minuto 06.30 ha inizio la parte più bella dell'assolo, siamo investiti da lancinanti fraseggi che emanano un piacevole senso di malinconia, anche se questo può suonare come un ossimoro. Il nostro si cimenta in emozionanti passaggi che talvolta rievocano la musica classica. Una rullata sembra porre fine all'assolo, ma invece no, Hackett riprende la sua melanconica trama di note, che si mescolano alle note arpeggiate della chitarra a dodici corde, le quali piovono giù come luccicanti glitter. Siamo talmente presi da questo intenso ed emozionante assolo, da non renderci conto che ha una durata che va oltre i due minuti e mezzo. Una rullata dice che potrebbe anche bastare, le note sparate dalla chitarra diminuiscono lentamente d'intensità, affogando nella dense trame dell'organo. In crescendo i nostri annunciano il ritorno dell'inciso, che stavolta risulta meno aggressivo. Lentamente si sfuma verso il finale, dove da un tappeto di tastiera che sfuma in fader emerge un'ultima fughetta di pianoforte. In passato ho appreso una notizia curiosa, che mi è rimasta impressa nella mente, leggendo un articolo sui Genesis su una vecchia fanzine di progressive rock, che parlava proprio della bellissima parte centrale che vede i nostri cimentarsi nei tre memorabili assoli. Questi assoli hanno lunghezze di 13, 34 e 55 battute, numeri che appartengono alla famosa "successione di Fibonacci", una sequenza di numeri interi positivi, in cui ciascun numero è la somma dei due precedenti, ideata dal noto matematico Leonardo Pisano, ma meglio noto come "il Fibonacci", nato a Pisa (la mia stessa città natale) intorno al 1175. A suggellare la teoria, pare che alcune delle battute siano formate da 144 note, altro numero appartenente alla successione del matematico pisano. L'altro aspetto curioso del brano è il titolo, pressoché intraducibile, poiché si tratta dell'ennesimo gioco di parole, "Firth of Forth (Fiordo Di Forth)" è il nome dell'imponente fiordo scozzese che vede sfociare il fiume Forth nel Mare del Nord, L'assonanza tra "Forth" e "fourth (quarto)" è notevole. Sfruttando l'allitterazione fra il nome del fiume e "quarto", i nostri hanno avuto la stravagante idea di inventarsi un "Fiordo Del Quinto", ovvero "Firth of Fifth". Le liriche sono opera di Tony Banks e Mike Rutherford. Lo stesso Banks ha sempre sostenuto di non essere molto entusiasta delle liriche, definendo quello di "Firth of Fifth" uno dei peggiori testi nei quali è mai stato coinvolto. In effetti non è facile penetrare nelle oscure liriche, piene di profonde licenze poetiche. La mia idea è, che avendo il brano una colossale spina dorsale strumentale, i nostri non abbiano perso tanto tempo soffermandosi sulle liriche, mettendo insieme qualche idea e lasciando valorizzare il brano solo dalla maestosità delle sinfonie, caso più unico che raro per i Genesis targati Gabriel, che hanno sempre avuto nei testi un punto di forza. Teoria rafforzata dal bizzarro titolo, che fra l'altro non viene mai menzionato nel brano. Comunque sia, il Firth of Fifth potrebbe essere un immaginario estuario dove si conclude la vita dell'uomo, paragonata ad un fiume che termina il suo corso sfociando nel mare, non potendo fare nulla di fronte all'ineluttabilità del fato. Negli anni settanta, spesso la vita dell'umo veniva associata alle acque del fiume, metafora spesso usata anche da Jon Anderson. Fra un bellissimo dipinto che illustra le bellezze di madre natura e qualche inquietante licenza poetica di difficile interpretazione, come ad esempio "The scene of death is lying just below (La scena di morte si stende appena sotto.)", si va verso l'epilogo, dove un fiume si dissolve in mare e Nettuno reclama un'altra anima.

More Fool Me

Andando avanti incontriamo "More Fool Me (Che Stupido)". Come spesso accade, i nostri alternano lunghe e complesse composizioni a brani più brevi e meno difficili da apprendere, e stavolta ci disintossicano con una breve e melliflua ballata acustica, che vede protagonista Phil Collins alla voce, accompagnato dalle chitarre . Il brano nacque quasi per caso, scritto da Collins e Rutherford, seduti sugli scalini degli Island Studios. In seguito, il brano fu molto usato in sede live, per dare l'opportunità a Phil Collins di uscire da dietro al drum set, mettendolo alla ribalta come cantante, evidenziando tutte le sue potenzialità per una futura carriera da solista. Si parte con un romantico intreccio di due chitarre acustiche, seguite da un paio di dolcissimi e sognanti vocalizzi. Dopo una ventina di secondo arriva la strofa, le poche tristi note di chitarra mettono in risalto la struggente interpretazione di Phil Collins, che esterna tutto il suo disappunto per una delusione amorosa. Arriva l'inciso, le chitarre tirano su il morale con un vigoroso strumming, Phil Collins inietta una buona dose di positività nella linea vocale e viene affiancato da un dolcissimo coro da parte di Peter Gabriel. Con il ritorno della strofa l'atmosfera si incupisce nuovamente. I tristi arpeggi delle chitarra accompagnano Phil Collins verso l'ultima apparizione dell'inciso, affrontato in maniera più brillante dal nostro. Sul finale un suadente coro e come se tirasse un sospiro di sollievo. Accompagnato dalle decadenti note della chitarra, lentamente Phil Collins si avvia verso il più classico dei finali. Penso che Peter Gabriel abbia ceduto volentieri lo scettro al collega, per interpretare liriche non sue e lontane anni luce dalla sua visione di testo. Non ci sono né neologismi né doppi sensi o criptiche frasi di difficile interpretazione. Si tratta del classico testo romantico "ti amo, mi manchi", dove Collins esterna il suo triste stato d'animo, di fronte ad un amore che ormai non è più corrisposto. A lui le giornate senza la compagna sembrano giornate perse. Le sera si reca tristemente nel letto, in completa solitudine, senza aver nessuno da stringere e non sapendo da che parte girarsi. Ed invece lei appare così sicura del passo fatto, convinta di essere dalla parte della ragione, era consapevole che il primo a crollare sarebbe stato lui. Anche se lei lo ha lasciato consapevole di non tornare mai più, lei non ha mai detto addio, lasciando una flebile speranza nel cuore del povero Phil, che ogni santissimo giorno spera che i problemi possano risolversi e che tutto torni come prima. Inconsciamente, Collins e Rutherford hanno dato vita ad un testo che sarà la genesi (scusate il gioco di parole) delle liriche romantiche del dopo Gabriel.

The Battle of Epping Forest

Per sottolineare l'abisso che separa le due penne, basta analizzare le liriche della successiva "The Battle of Epping Forest (La Battaglia della Foresta di Epping)", per le quali il geniale Gabriel si è ispirato ad un reale fatto di cronaca, che illustrava una crudo regolamento di conti fra bande rivali, per rivendicare i diritti territoriali, in stile "I Guerrieri Della Notte". La battaglia senza esclusione di colpi ebbe sede nella Epping Forest, uno dei tanti polmoni verdi della zona periferica di Londra. Ma ovviamente il nostro non ebbe neanche la minima idea di fare una reale telecronaca della cruda guerriglia fra bande, ma ci ha costruito su una delle sue bizzarre trame, con i soliti stravaganti personaggi in stile "Harold the Barrel" e "Get 'Em Out by Friday", condendola con l'immancabile dose di doppi sensi e neologismi, e sforzandosi di cambiare intonazione ed accento a seconda del personaggio, durante l'interpretazione. Siamo lungo la Forest Road, ci sono centinaia di lussuose auto parcheggiate, pare che oggi sia il giorno del giudizio, alcune bande di gente poco raccomandabile si sono date appuntamento, devono fare i conti per delineare bene i confini dei loro territori. Da una parte ci sono gli uomini di Willy Wright, mentre i più agguerriti sembrano quelli di Billy, che fanno un baccano infernale. Ci sono anche i duri di Little John ed i fanatici teppisti di Barking. Questo numeroso ed agguerrito esercito senza scrupoli si è radunato nei pressi della Foresta di Epping, e si sta apprestando ad incendiare una battaglia senza eguali, siamo ai livelli della guerra civile. L'arbitro ha detto che le ostilità possono avere inizio, in questo duello fra gentiluomini non ci sono pistole. Arriva Georgie, brandendo una robusta catena, spaventando talmente lo studioso d'arte Harold Demure che si arrampica in cima all'albero a lui più vicino. Ognuno rivendica i propri diritti e le proprie ragioni, Mick Prick, appena uscito di galera, pretende il pizzo dai negozianti per la sua "protezione", mentre Liquid Len cerca fra la folla il bastardo che lo ha tradito. C'è posto anche per un ex prete, che, nonostante si uscito dalla Chiesa dopo aver provato i piaceri carnali, continuano a chiamarlo il "reverendo". Arriva anche il Macellaio Di Bethnal Green. Fra fendenti con le bottiglie rotte, nasi fracassati, fionde e catene, al mattino rimane un vero e proprio macello. Pare che nessuno sia sopravvissuto alla dura battaglia, se non i capi delle rispettive bande, rimasti in disparte a gustarsi lo spettacolo, e che di fronte ad un pareggio, devono decidere le sorti della battaglia tirando in aria una monetina. Con questa sanguinosa lotta fra bande rivali, Peter Gabriel vuole sottolineare l'inutilità della guerra, ma anche la stupidità dell'inglese medio, i cui atavici valori vanno scomparendo con il passare del tempo, rimanendo all'interno della tematica principale dell'album. Ma veniamo ai quasi quindici minuti di musica, a mio avvisi un po'appesantiti dalla produzione. Si parte con una marcia d'altri tempi, con i rullanti che scandiscono il tempo ed i flauti che suonano una giuliva melodia con l'intento di caricare al massimo i combattenti. Dopo oltre un minuto, come in fader era apparsa, la marcia in fader se ne va, lasciando il campo di battaglia ad un complicatissimo attacco. Peter Gabriel attacca di botto, seguendo la ragnatela di note della chitarra e gli accordi dell'organo. Il lavoro che fa Phil Collins dietro alle pelli è semplicemente impossibile da descrivere, sostenuto dalla raffiche di terzine sparate dal basso. Nella seconda parte della strofa, i powerchord donano epicità, poi incontriamo un breve break, con funambolici fraseggi di chitarra in evidenza, e si riparte con l'epica cavalcata della strofa. Arriva l'inciso, fra i più strani e meno orecchiabili mai composti dai nostri. La sezione ritmica vira verso lidi stoppati e sincopati, Peter Gabriel praticamente viaggia all'unisono con organo e chitarra, gridando in maniera insana il titolo del brano. Breve stacco con un funambolico e stralunato assolo di pianoforte che ruba la scena, e poi si continua con il ritornello, seguito ancora dalla fuga di pianoforte, che stavolta ci porta verso lo special. Si placano leggermente gli animi, la sezione ritmica accompagna con un delicato tempo sincopato, Tony Banks è il protagonista con acidi accordi di organo Hammond. Peter Gabriel è da oscar, interpretando in maniera magistrale i vari bizzarri personaggi. Arriva un bellissimo assolo di synth, si ha l'idea che le falangi di Banks svolazzino leggiadramente sui tasti bianche e neri della sua nuova attrezzatura. Dopo un fugace ritorno della strofa, dove Gabriel si lascia trasportare dalle ultime note dell'assolo di tastiera, incontriamo uno stralunato interludio. Anche stavolta, Tony Banks indossa le vesti del pifferaio magico, facendosi seguire all'unisono dai colleghi. Si ritorna alle ritmiche stoppate per qualche battuta, dove è ancora l'organo a comandare. Poi veniamo risucchiati da un vortice di fraseggi della chitarra, seguiti da un funambolico riff di tastiera. Phil Collins ritma con preziosi ricami sul charleston, Peter Gabriel continua a passare da una personalità all'altra in maniera quasi inquietante, portandoci verso un epico break strumentale con le tastiere in evidenza, che ci aprono fantastici scenari. Al minuto 05.38, in maniera del tutto brusca, si cambia atmosfera. Rimane un nostalgico strumming di chitarra a dodici corde, dalle piacevoli atmosfere barocche. Il Cantastorie Di Chobham come sempre si adatta all'atmosfera, interpretando in maniera impeccabile le strofe, ricamato da inquietanti cori. Forse siamo di fronte al brano che ha la struttura più complicata e frammentata dell'intera discografia dei Genesis, si cambia ancora. Dal castello delle tastiere evapora un'oscura nebbia che si lascia dietro un alone di mistero. Phil Collins accompagna effettuando raffinate magie sul charleston e con colpi di gran cassa, seguiti come un'ombra dalle profonde note del pedal bass. Con una linea vocale inquietante, Gabriel si divincola dalla ragnatela formata dalle chitarre a dodici corde. Con improvvisi sbalzi di umore, che ci fanno pensare immediatamente ad un sanatorio, con una interpretazione hollywoodiana, il nostro continua la cronaca della sanguinosa battaglia, accompagnato dalle cristalline trame delle chitarre acustiche. Ritorna lo strumming dall'aria barocca, e con lui anche gli insani coretti, poi con un funzionale climax i nostri ci portano dritti versi il ritornello, seguito da una versione quasi disturbante della strofa. Le falangi di Tony Banks tornano a svolazzare sui tasti zebrati del synth, trasportandoci verso lo special, e tornando nuovamente protagoniste con un nuovo assolo, stavolta meno virtuoso e più calmo. Gradualmente le trame della tastiera vengono raggiunte dal resto della banda, portandoci verso la parte finale di questo insolito brano. Peter Gabriel si lascia guidare ancora una volta dalle epiche trame della tastiera, ricamate da graffianti fraseggi del basso. Altro break con le tastiere in evidenza, e poi arriva un lancinante assolo di chitarra. Le acide note sparate da Steve Hackett si fanno largo fra le note del basso e il fragore della tempesta che si è abbattuta sul set di piatti. Nel finale, il nostro si lascia prendere la mano e ci accompagna verso il gran finale con una serie di funambolici fraseggi.

After The Ordeal

Ben consci di averci messo alla prova, i nostri ci riportano sulla Terra con "After The Ordeal (Dopo Il Calvario)", una sorta di epilogo della precedente sanguinosa battaglia, un brano strumentale che vede protagonisti Steve Hackett e Tony Banks che intrecciano le loro trame, rievocando atmosfere d'altri tempi che vanno a comporre una sorta di sigla di chiusura, dove in maniera immaginaria vediamo scorrere i nomi delle vittime, in modo da suggellare l'epica e sanguinosa battaglia. Dopo tre sferraglianti accordi all'unisono, Tony Banks ci conquista con una melliflua trama di pianoforte dall'aria barocca, ricamata da preziosi intarsi con la chitarra acustica. Con il passare dei secondi, la fughetta di pianoforte si fa più vivace, emanando sentori classicheggianti, le note aumentano a dismisura e le falangi corrono velocemente sui tasti del pianoforte. Anche Steve Hackett deve invigorire le sue pennate, per stare al passo. Con classe i due talentuosi musicisti riportano la calma, gli accordi del pianoforte accompagnano una serie di preziosi fraseggi con la chitarra acustica. I due si scambiano i ruoli, Steve Hackett ritma con veloci fraseggi dall'aria spagnoleggiante, lasciando lo scettro a Tony Banks, che ci conquista con una bellissima partitura di pianoforte. Breve break all'unisono, scandito dal metallico ronzio del piattello, e poi si riparte con il bellissimo tema iniziale, che magicamente ci trasporta all'interno di un maestoso maniero medievale. Squillanti fraseggi all'unisono rafforzano le epoche atmosfere d'altri tempi. I nostri ripercorrono alcuni passaggi già sentiti in precedenza, chiudendo con i tre accordi metallici dell'inizio. Al minuto 02.11, entra in scena Phil Collins, con una suggestiva corsa sulle pelli, seguito dal compagno di sezione ritmica, che con corpose note dona un'anima ai colpi di gran cassa. Tony Banks stende un "procolharumesco" tappeto d'organo, preparando la scena a Steve Hackett, che ci fa drizzare i peli sulle braccia con uno struggente assolo di chitarra. Le tristi trame della chitarra richiamano reminiscenze classicheggianti. Delicati ricami di pianoforte donano ulteriore magia all'assolo. Con il passare dei secondi, il pianoforte si fa leggermente più presente, creando intrecci da brividi con i lamenti della sei corde. Una prolungata corsa sulle pelli dei tom, invita Steve Hackett ad invigorire l'assolo, che abbandona le arie classicheggianti in virtù di un'anima più rock. Entra in scena anche Peter Gabriel, con sognanti trame di flauto, che lentamente si fanno più brillanti, accompagnandoci verso una lentissima evaporazione. Questo bellissimo brano aveva creato alcuni dissapori in fase di registrazione, ma mi sento in dovere di schierarmi fermamente dalla parte di Steve Hackett, che a tutti i costi esigeva che non fosse scartato dalla track list definitiva dell'album.

The Cinema Show

Dopo questo piacevole intermezzo strumentale, incontriamo un'altra lunga composizione, di oltre undici minuti, "The Cinema Show (Il Cinematografo)", brano che rievoca in qualche maniera le atmosfere di "The Musical Box". Si tratta da un pezzo dalla struttura anomala, cantato nella prima parte, dove i nostri puntano molto su atmosfere d'effetto, seguito da una seconda parte strumentale di puro progressive rock, dove invece si sprecano i virtuosismi. Subito siamo avvolti da un melanconico intreccio delle chitarre a dodici corde, che si lascia dietro un piacevole retrogusto barocco. Dopo circa quaranta secondi, l'arpeggio si fa più brillante, di tanto in tanto fa la sua comparsa il metallico "cric" di un campanello da bicicletta. Una dolce tastiera e una piacevole brezza soffiata dal flauto vanno a fondersi con la scintillante pioggia di note delle chitarre a dodici corde, aprendo le porte a sua maestà Peter Gabriel. Nelle prime battute, il nostro, sembra quasi recitare in maniera poetica una insolita versione di Giulietta e Romeo. Nell'inciso, il nostro interpreta in maniera struggente le liriche, sempre accompagnato dalle chitarre a dodici corde e dai melliflui respiri del flauto. Breve break strumentale, con le chitarre che vanno a fondersi magicamente con il flauto, poi si riparte con la strofa, seguita dal dolcissimo inciso. Successivamente entra in scena anche la sezione ritmica, sempre con classe, quando si tratta di accompagnare momenti d'atmosfera. Steve Hackett tesse preziosi ricami con la chitarra elettrica alla linea vocale di Gabriel, che si appoggia sulle armoniose trame delle chitarre a dodici corde, che successivamente si prendono un prolungato momento di gloria, in un magico interludio strumentale, dove compare nuovamente il sognante flauto di Peter Gabriel, che disegna celestiali trame paradisiache. Successivamente i nostri ci sorprendono con una dolcissima armonia vocale, fatta di melliflui vocalizzi che si intrecciano fra di loro, dando vita ad un momento suggestivo che trasmette forti emozioni, si respira la spensierata atmosfera hippie degli anni settanta. Con l'avvento della strofa, rientrano tutti in gioco, Steve Hackett continua la sua preziosa opera d'intarsi con la sei corde elettrica. La prima parte del brano si conclude con un melodico assolo di chitarra, le cui melodie sembrano uscito da un vecchio cartoon giapponese. Intorno ai sei minuti i nostri voltano pagina. Supportato da una complicatissima ritmica jazz-rock, dove Phil Collins dà il meglio di sé, Tony Banks inizia un prolungato assolo in 7/8, eseguito con l'ARP Pro Soloist, un sintetizzatore alquanto rivoluzionario per l'epoca, passando da un suono all'altro con una disinvoltura disarmante. Si parte con un festoso tema di synth che si intreccia con i gracchianti accordi della chitarra. Successivamente si paventa un pad di organo, il festoso tema si fa più pronunciato. Tony Banks si fa sfuggire la mano e ci fa notare che quando vuole sa essere anche virtuoso, con una sognante scorribanda sui denti d'avorio della tastiera, ritornando poi verso trame più epiche e rilassanti. Nel frattempo, Phil Collins fa sentire cose che voi umani non potete nemmeno immaginare. Lentamente l'assolo di tastiera si dissolve in fader, lasciando il campo ad una cavalcata dai sentori funky. Ma dopo pochi secondi, Tony Banks ritorna in scena, proseguendo con lo spaziale assolo di synth. Andando avanti il nostro si sdoppia, la mano sinistra stende un tetro pad di organo, con la destra continua il funambolico assolo di synth. Breve pausa, dove il talentuoso Tastierista Dell' East Hoathly lascia per alcuni secondi la scena ai compagni, per poi riprendere le virtuose scorribande su denti d'avorio delle tastiere. Rick Wakeman e Keith Emerson sono avvertiti, il nostro si candida prepotentemente come terzo incomodo per accaparrarsi il titolo di virtuoso della tastiera. Passando da momenti di puro autocelebratismo a rilassanti momenti di calma, Tony Banks ci accompagna verso il finale, con epiche fiammate che lentamente evaporano verso l'estinzione, sopraffatte da un barocco arpeggio di chitarra acustica. Nonostante il brano superi gli undici minuti, le liriche sono abbastanza brevi e concise, e si sviluppano solamente nei primi cinque minuti, dove regna una magica ed avvolgente atmosfera d'altri tempi. Scritte a quattro mani da Mike Rutherford e Tony Banks, rivisitano la più famosa storia d'amore di tutti i tempi alla loro maniera, mixandola ad un altro capolavoro della letteratura moderna, il poema di Thomas Stearns Eliot "The Waste Land (La terra desolata)", poemetto risalente al 1922, considerato uno dei capolavori della poesia modernista, dove l'autore esprime tutto il suo disappunto nei confronti della società moderna, a confronto di quella del passato, piena di valori e moralità, argomento da sempre caro ai Genesis e tema portante dell'album. Per la precisione si fa riferimento al capitolo III "Il sermone del fuoco", dove viene descritta una squallida e fugace storia di sesso. A dire il vero, l'idea di chiamare i due protagonisti Giulietta e Romeo, fu di Peter Gabriel, omaggiando in qualche maniera William Shakespeare, l'inglese per eccellenza. Giulietta torna dal lavoro, e se pur stanca, si mette a sparecchiare il tavolo imbandito per la colazione, finendo con una meritata doccia ed una cospicua quantità di spruzzate di profumo. Arriva anche Romeo, con indosso una vistosa cravatta a fiori. I due rischiano di far tardi per lo spettacolo al cinema, decidono che il letto lo sistemeranno al ritorno. Poi, improvvisamente, i due poeti vanno a scomodare Tiresia, una figura della mitologia greca che aveva il dono di essere indovino, anch'esso protagonista ne "La Terra Desolata". Tiresia, dopo aver infastidito due serpenti durante il rito dell'accoppiamento, fu trasformato in donna, fino tornare uomo dopo sette anni. Nel frattempo, Giove e Giunone stavano discutendo quale dei due sessi provasse più piacere nell'atto sessuale. Per togliersi il dubbio, lo chiesero a Tiresia, ed egli rispose che a godere di più era la donna. Giunone, in collera, lo condannò alla cecità, ma Giove lo premiò concedendogli il dono di vedere il futuro. Questa è la chiave per decriptare gli ultimi versi delle liriche, che nella fattispecie recitano: "Once a man, like the sea I raged, Once a woman, like the earth I gave. But there is in fact more earth than sea (Quando ero uomo, come il mare mi infuriavo, Quando ero donna, come la terra donavo. In realtà c'è più terra che mare)".

Aisle Of Plenty

L'album si chiude con "Aisle Of Plenty (Navata D'Abbondanza)", un'effimera appendice di soli novantadue secondi che va a riprendere il tema musicale del ritornello di "Dancing With The Moonlit Knight". Sull'intreccio fra il dolce tema di tastiera e le chitarre a dodici corde, Peter Gabriel fa leva su astuti giochi di parole e doppi sensi per richiamare alcune grandi catene di supermercati britanniche come "Tesco", "Safeway" e "Fine Fair", riprendendo sarcasticamente quella che è la tematica dell'album, ovvero la svendita di tutti quei valori che in passato hanno contraddistinto il popolo inglese. Dopo circa trenta secondi con una delicatezza disarmante entra in scena Phil Collins, Peter Banks stende un celestiale pad di voci, mentre Steve Hackett e Mike Rutherford, con le due chitarre sparano una serie di ridondanti fraseggi che si insinuano prepotentemente nel nostro cervello, facendo da accompagnamento ad un suggestivo intreccio fra le voci di Peter Gabriel e Phil Collins, che in maniera insana cominciano ad elencare una serie di prodotti in offerta nei supermercati, che vanno dalla costata di manzo abbassata a 47 penny alla libbra, al famoso biscotto Peek Freans scontato di 5 penny, dalle pastiglie per lavastoviglie Fairy formato gigante a soli 17 penny e mezzo, alla gelatina da tavola che potete far vostra solamente con 4 penny, passando per il Burro Anchor sotto costo, ed altre allettanti offerte a poco prezzo, come a poco prezzo è stata messa in vendita l'Inghilterra ed i suoi atavici valori. Questa rilassante cantilena, che per come è cantata rievoca i canti dei nativi indiani, evapora lentamente in fader, riecheggiando però a lungo nella nostra mente.

Conclusioni

Sebbene "Selling England By The Pound" sia dipinto da molti degli addetti ai lavori come l'apice della carriera dei Genesis, come spesso accade, il sottoscritto tende ad andare contro corrente. Mettiamo subito in chiaro le cose, vade retro dal bocciare il disco, che reputo un capolavoro del progressive rock insieme agli altri tre assi che vanno a formare un micidiale poker iniziato nel 1971 con "Nursery Cryme" e terminato nel 1974 con "The Lamb Lies Down on Broadway". Il platter in questione è un grandissimo esempio di musica progressive rock, ma che io trovo un gradino sotto al capolavoro "Foxtrot" (la sola "Supper's Ready" valeva da sola il prezzo del biglietto). Forse si tratta esclusivamente di gusti personali, ma se nell'album precedente i grandi cavalli di battaglia erano contornati di brani cosiddetti minori ma altrettanto validi, qui i masterpiece "Dancing with the Moonlit Knight", "Firth of Fifth" e "The Cinema Show" sono affiancati da tracce che in alcuni punti risultano assai più deboli rispetto ad una "Time Table" o una "Can-Utility and the Coastliners" di turno. Qui si percepisce una minore dose di magia e di intensità, ma questo è il rischio che si corre quando una band sforna un capolavoro come "Trespass", la medesima cosa che successe agli Yes dopo "Close to the Edge", che portò addirittura Bill Bruford ad abbandonare la band, in quanto sosteneva che era impossibile replicare un capolavoro del genere. Comunque sia, siamo di fronte ad un grande album, dove non mancano i soliti colti riferimenti letterari e memorabili passaggi strumentali, su tutti il trittico di assolo di "Firth of Fifth", e l'interminabile assolo di tastiera in 7/8 di Tony Banks, che ruba la scena per tutta la seconda parte di "The Cinema Show". In maniera tirannica, anche questa volta il nostro va ad occupare il gradino più alto dell'immaginario podio che abitualmente stilo per ogni album. Se pur non sempre appariscente, Tony Banks è la vera colonna portante della band. Tutti i brani si sviluppano introno alle sue trame di tastiera, sia che si tratti di avvolgenti atmosfere che di funamboliche scorribande soliste. Lo segue a ruota Phil Collins, che su quest'album raggiunge l'apice. Sul podio non poteva mancare di certo Peter Gabriel, sempre camaleontico nell'interpretare i brani, meno estroso con il flauto e con la penna rispetto al passato, lasciando addirittura gli oneri dei testi ai colleghi su qualche brano. Le abilità tecniche di Steve Hackett non si discutono, ma stavolta vengono sfruttate assai meno rispetto al passato. Il nostro comunque mette a segno uno strepitoso golden goal con l'assolo di "Firth of Fifth" che entra prepotentemente fra i migliori dieci della storia del rock. Mike Rutherford come al solito si sdoppia alternandosi fra le quattro e le dodici corde ed il bass pedal, disegnando fantastici arabeschi con la chitarra, ma risultando meno incisivo con il basso. Veniamo ora ai dati anagrafici: "Selling England By The Pound" è stato rilasciato il 13 Ottobre del 1973, registrato nel mese di Agosto del medesimo anno, presso gli Island Studios di Londra, distribuito come al solito dalla Charisma per il mercato europeo e dalla Atlantic per quello americano. La produzione, a tratti pesante, è opera di John Burns e dei Genesis. L'artwork stavolta è un dipinto della pittrice inglese Betty Swanwick (1915-1989) intitolato The Dream (Il Sogno). Su richiesta del gruppo, l'autrice aggiunse all'illustrazione originale un tosaerba di fine Ottocento, andando a richiamare un verso del singolo "I Know What I Like (In Your Wardrobe)". Nel dipinto si respira una calda atmosfera estiva, su un viale contornato da alberi potati in maniera certosina a forma cilindrica, ci sono una serie di personaggi con il naso all'insù, ad ammirare qualcosa nel cielo, mentre solo una signora con un ombrello in mano, presta attenzione in maniera misericordiosa ad un clochard coricato su di una panchina, con sotto le sue poche cose di proprietà, una tazza, una bottiglia ed un pezzo di pane. Di fianco, un vecchio taglia erba. "Selling England By The Pound" è stato l'album più venduto dell'era Gabriel, entrando per la prima volta anche nella classifica degli album più venduti in America, precisamente alla posizione numero settanta. Grazie al suo successo, gli americani cominciarono a conoscere ed apprezzare anche gli album precedenti dei Genesis. Erano passati solamente quattro anni dallo scialbo album d'esordio, i nostri, lavorando alacremente con i propri strumenti, stavano progredendo in maniera quasi innaturale, al cospetto di molte altre band del panorama progressive britannico, che dopo qualche anno cadevano nel dimenticatoio. Come i tre album che lo hanno preceduto, è impensabile che "Selling England By The Pound" manchi nella discografia di chi ascolta buona Musica, con la "M" maiuscola, e come ho fatto per i sui predecessori, invito le nuove leve di rocker ad ampliare la loro cultura musicale e fare un magico tuffo nel passato, scoprendo sonorità che a distanza di oltre quarant'anni, suonano ancora attuali e non finiscono mai di sorprendere. Pur ritenendolo un gradino al di sotto del suo predecessore, non posso certo esimermi dal dargli una eccellente valutazione.

1) Dancing With The Moonlit Knight
2) I Know What I Like (In You Wardrobe)
3) Firth of Fifth
4) More Fool Me
5) The Battle of Epping Forest
6) After The Ordeal
7) The Cinema Show
8) Aisle Of Plenty
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