GENESIS

Nursery Cryme

1971 - Charisma Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI PISTOLESI
11/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Dopo un pessimo album d'esordio, i Genesis fanno il punto della situazione e decidono che la musica sarà il loro futuro. Finita la scuola, i nostri, che vi ricordo erano giovanissimi,  dedicano gran parte di ogni santissimo giorno allo studio dei rispettivi strumenti, passando intere giornate fra prove e serate, dormendo qualche ora quando era possibile. Il risultato ottenuto è strabiliante, il successivo album "Trespass" è distante anni luce dal suo predecessore, maturo, professionale, tanto da far venire il dubbio di non essere di fronte alla medesima band. Con il tempo i nostri vengono sopraffatti da una mania di perfezionismo che crea non pochi attriti durante le sessioni di registrazione,  e  nonostante il successo ottenuto dal nuovo album e la popolarità che si stavano costruendo duranti i concerti, grazie alla teatralità del frontman Peter Gabriel, poco tempo dopo l'uscita di "Trespass", il nuovo batterista John Mayhew ed il chitarrista Anthony Phillips abbandonano incomprensibilmente i Genesis, lasciandoli nello sconforto generale, vuoi per divergenze musicali, vuoi per un'ottusità da parte dei due abdicanti che non vedevano nella band un futuro roseo. Il vuoto lasciato dal Chitarrista Londinese pareva incolmabile, in quanto, oltre ad essere uno dei padri fondatori della band era uno dei compositori principali. Il nostro, recentemente ha svelato il vero motivo dell'abbandono con una frase alquanto lapidaria che recita: "Eravamo solo un pugno di perfezionisti. La musica era diventata la fonte della mia più profonda sofferenza". Fra annunci sul Melody Maker e provini in casa dei genitori di Peter Gabriel, il primo ad essere reclutato è un tale Phil Collins, che colpisce tutti quanti oltre che per un grande talento dietro al drum set, anche per la sua teatralità e per un'ottima attitudine al canto, oltre che al suo ottimismo ed uno spiritoso buonumore, ovvero la medicina giusta per porre fine alla profonda crisi di depressione che aleggiava all'interno della band, dopo l'abbandono di Phillips e Mayhew. Il nostro gioca d'astuzia, recandosi con largo anticipo sul luogo del provino, ed in attesa del suo turno, si immerge nella piscina in giardino, mettendosi ad ascoltare i pezzi (tutti tratti dall'album "Trespass") suonati dai precedenti canditati. Con questo astuto stratagemma, il nostro riesce a memorizzarli agevolmente e giocarsi un vantaggio non indifferente al momento del proprio turno. Una volta reclutato il nuovo batterista, per qualche mese, il gruppo si muove come quartetto, avvalendosi della collaborazione ad interim del chitarrista Mick Barnard, e caricando di ulteriori compiti Tony Banks, che spesso si trovava a colmare il vuoto della chitarra, suonando le parti con un pianoforte accordato su registri acuti. Mick Bernard, nonostante ci mettesse l'impegno, (anche se non accreditato come il suo predecessore, il nostro mette pure lo zampino sulla stesura del brano "The Musical Box") non convinceva proprio in maniera soddisfacente da far sì che venisse reclutato in pianta stabile nella band, quindi continuarono le ricerche di un chitarrista che potesse sostituire degnamente Anthony Phillips. Alla fine del 1970, tramite un annuncio sulla rivista Melody Maker, scoprono Steve Hackett, proveniente dai Quiet World, il quale aveva potuto ammirare i Genesis in sede live, rimanendo impressionato dal loro stile. Una leggenda narra che Steve Hackett, astutamente, avesse convocato Peter Gabriel e compagni a casa sua, in mezzo a tutta la sua attrezzatura, in modo da sfruttare al meglio il fattore campo, anziché effettuare il provino in studio, dove probabilmente non si sarebbe trovato a suo agio. Il gruppo rimase talmente impressionato dalla sua bravura e dal suo talento che decisero di interrompere subito le ricerche e di reclutarlo, senza valutare nessun altro chitarrista. Ma andiamo a conoscere i due nuovi arrivati in casa Genesis. Phil Collins nasce come Philip David Charles Collins il 30 Gennaio del 1951 a Chiswick, quartiere sudoccidentale di Londra. Nel Natale del 1956, gli zii gli regalano una batteria giocattolo, ed il piccolo Phil scopre la sua vocazione musicale, invitando i genitori a comprargli batterie vere, sempre più complete. Il nostro non prende nessuna lezione, ma si diverte ad accompagnare la radio e la televisione, sviluppando un metodo tutto suo che non prevedeva la conoscenza della notazione musicale. L'ingresso nel mondo della musica lo fa all'età di dodici anni, formando il suo primo complesso. Due anni più tardi, cerca di perfezionare la sua seconda vocazione e si iscrive alla Barbara Speake Stage School, dando inizio a una carriera parallela come attore e modello. Il primo passo importante nel mondo della musica lo fa nel 1970, suonando le percussioni nella canzone "Art of Dying", contenuta nel triplo LP "All Things Must Pass" di George Harrison. Pur continuando la carriera di attore, si capisce che è molto portato per la musica. Con il suo gruppo The Freehold, scrive la sua prima canzone, "Lying Crying Dying". Nel 1969, con i Flaming Youth incide il suo primo disco "Ark 2", un concept ispirato all'evento del momento, ovvero lo sbarco dell'uomo sulla Luna, dove suona tutte le parti di batteria e canta alcuni brani. Nel 1970 risponde ad un annuncio dei Genesis sul Melody Maker ed il resto è storia. Stephen Richard Hackett, detto Steve nasce a Pimlico il 12 febbraio del 1950. Il nostro inizia a suonare la chitarra a dodici anni come autodidatta. Il suo stile era molto influenzato dalla musica classica e operistica, nonché dal blues. Negli anni sessanta iniziò a suonare in gruppi della nascente scena progressive come i Canterbury Glass e i Sarabande. Nel 1970 pubblicò il primo album intitolato "The Road" con i Quiet World, dove suonava anche suo fratello, John Hackett, al flauto. Ma Steve non era soddisfatto a pieno, era in cerca di musicisti motivati per poter esplorare nuovi orizzonti musicali, e pubblicò un annuncio sulla rivista Melody Maker in cui diceva in maniera pretenziosa, di cercare musicisti "determinati ad andare oltre le attuali stagnanti forme musicali". All'annuncio rispose un certo Peter Gabriel, ed anche in questo caso, il resto è storia. Dopo un periodo di rodaggio non del tutto facile, a causa di una incredibile epidemia di problemi tecnici durante il tour a supporto dell'album "Trespass" i due nuovi arrivati riescono non con poca fatica ad entrare in perfetta sintonia con il resto della band, e si mettono al lavoro sulle composizioni che andranno a delineare la set list del nuovo "Nursery Cryme (Crimini Infantili)", sfruttando anche alcune idee buttate giù con la precedente formazione. Il titolo allude alle nursery rhymes, le filastrocche per bambini diffuse nella cultura anglosassone, e gioca con l'assonanza di rhyme (rima) con crime (crimine), da cui la particolare grafia di cryme. Il riferimento è soprattutto al brano di apertura "The Musical Box", che narra di un bimbo "decapitato con grazia" da una coetanea mentre i due giocano a croquet. Fra addii improvvisi e new entry, in maniera del tutto casuale, stava prendendo forma una delle formazioni più importanti e leggendarie del rock, che scriverà pagine indelebili nel grande libro della Storia della Musica, partendo proprio con il nostro "Nursery Cryme", album che delinea in maniera definitiva l'inconfondibile sound genesisiano e destinato a diventare una pietra miliare del progressive rock e non solo, e che con molta curiosità ci apprestiamo ad ascoltare.

The Musical Box

Ad aprire le danze è "The Musical Box (Il Carillon)", una lunga suite di una epicità ineguagliabile, che nonostante nei crediti venga attribuita ai Genesis, porta la firma di Anthony Phillips. In origine doveva intitolarsi "F #", poi, dopo la sua improvvisa dipartita, il brano è stato arrangiato con l'apporto dei nuovi arrivati, dando vita ad una delle canzoni più importanti e famose della discografia dei Genesis e del progressive rock in generale. I nostri iniziano con un magico intreccio fra le dolci trame della chitarra a dodici corde e della tastiera. Dopo pochi secondi entra in scena Peter Gabriel, e lo fa da campione. Assottigliando dolcemente la voce, ci dà l'idea di essersi persi alcune strofe del brano, tanta è la naturalezza e la disinvoltura con cui entra in scena, accompagnato da una bellissima trama di pianoforte dai sentori classicheggianti, alla quale si attorcigliano i raffinati fraseggi della chitarra. La seconda strofa è annunciata da un profondo fraseggio del basso, Gabriel gioca maliziosamente con le rime, passando con estrema disinvoltura da uno stile di canto all'altro, ricamato dai lamenti della sei corde. Il brano è lontano anni luce dalle classiche strutture pop, ma quello che viene dopo assomiglia molto ad un ritornello. Facendosi largo fra le trame barocche degli strumenti, l'ammaliante "Play me my song (Suonami la mia canzone)" di Gabriel ci cattura all'istante, alla pari del bellissimo contro canto di Phil Collins che recita "Here it comes again (Eccola di nuovo)". Nel mezzo al dialogo, si inserisce il nuovo chitarrista Steve Hackett con un memorabile quanto raffinato fraseggio. Un vortice sembra aspirare gli ultimi versi del contro canto, ed al minuto 01:34 Mike Rutherford attacca un oscuro arpeggio di basso, al quale va ad intrecciarsi l'arpeggio della sei corde, dando vita ad un'inquietante atmosfera dove emergono i melanconici sospiri del flauto di Gabriel. In sottofondo inizia a farsi notare Phil Collins, con raffinatissime magie sul charleston. Peter Gabriel interpreta magistralmente questo tetro interludio, assottigliando la voce in maniera inquietante, mentre lentamente prendono vita dei deliranti vocalizzi dall'aria infantile. Steve Hackett continua la sua preziosa opera di ricamo. Breve stacco barocco all'unisono con il flauto in evidenza, che successivamente ruba la scena per alcuni secondi con un dolce ed effimero assolo, lasciando poi il campo ad un magico ed avvolgente arpeggio di chitarra, le cui note sembrano scendere giù magicamente come luccicanti glitter, fondendosi alle trame del pianoforte. Mr. Hackett ricama con preziosi e raffinati fraseggi, spenti da un improvvisa serie di colpi stoppati, legati magistralmente fra loro da Phil Collins con delicatissime corse sui timpani. Una sognante chitarra arpeggiata annuncia il ritorno dell'inciso, spazzato via da una grintosa progressione di accordi distorti, a cui fa eco il ruggito del vetusto organo Hammond, che lascia dietro di se una scia di terrore. Finalmente Phil Collins si presenta al pubblico, con una travolgente ed epica cavalcata sulle pelli di tom e timpani. Il nostro inizia a tirarsi dietro il gruppo con una incessante cavalcata ai limiti dell'heavy, sulla scia della quale Steve Hackett spara un funambolico assolo, ricco di scale eseguite ad altissima velocità, mixate a fraseggi più melodici, sottolineando che adesso i Genesis hanno anche un chitarrista (con tutto il rispetto del suo predecessore) in grado di tenere testa alle funamboliche escursioni di Banks. Il nostro può considerarsi il precursore della tecnica del tapping, perlomeno in ambito rock. Nonostante in passato fosse stata già utilizzata nel folk e nel jazz, il buon Steve sostiene di averla scoperta da solo, senza trarre ispirazione da altri musicisti. Purtroppo questo epico interludio strumentale, come tutte le cose ha una fine e lascia il campo a Tony Banks, che ruba la scena con un evocativo e sognante tema di tastiera, spianando la strada al ritorno di Peter Gabriel, che segue la via melodica aperta dalle tastiere. Successivamente con un suggestivo "But the clock, tick-tock (E l'orologio ticchettava)" apre con classe i cancelli al ritorno dell'epica cavalcata, dove Steve Hackett riprende l'assolo con cui ci aveva catturato qualche minuto prima. Dopo un furioso sfogo del nuovo chitarrista, è il turno di Tony Banks, che fa centro con un epico assolo di tastiera. Steve Hackett non è ancora sazio, e continua a sparare una serie di note senza fine, che poi si trasformano in strazianti lamenti che dialogano con le aliene fiammate sparate da Banks. Dopo questo acido dialogo proveniente da un'altra dimensione, il Chitarrista di Pimlico continua a tessere intricate trame con la sei corde, mentre Phil Collins ci fa sentire cose che prima d'ora non avevamo mai ascoltato su un disco dei Genesis. Improvvisamente l'interminabile epica cavalcata trova l'epilogo, lasciando il campo ad un inquietante arpeggio di chitarra. Peter Gabriel interpreta magistralmente i pochi versi, a cui fa eco in maniera suggestiva Phil Collins, con dei suggestivi controcanti. Breve stacco con l'angosciante arpeggio di chitarra in evidenza e si continua con la strofa, dove Peter Gabriel ci colpisce caricando al massimo l'interpretazione della parola chiave "Flesh (Carne)". Una profonda pennata di basso annuncia un tetro pad di organo dai sentori clericali. Le magie sul charleston ritmano freneticamente, Gabriel interpreta con grinta queste strofe, terminando con un'orgia di deliranti "Now (Ora)", trascinandosi dietro tutta la band verso un epico finale, dove le trame della chitarra si intrecciano al pad di organo, facendosi largo fra i preziosi filler del nuovo drummer, che ci porta verso il classicheggiante gran finale. Se le epiche sinfonie di questa prima traccia vi hanno stupito, le liriche non sono da meno. Si tratta di una granguignolesca storia che ha come protagonisti due bambini, il più piccolo Henry Hamilton-Smythe (8 anni) e il suo primo amore, l'amichetta Cynthia Jane De Blaise-William (9 anni). I due amici stanno giocando una partita a croquet, uno sport simile al minigolf, che trova la sua definitiva consacrazione verso la metà del 1800 in Inghilterra. Il gioco prevede l'uso di una mazza, con la quale viene colpita la palla, che deve passare al di sotto di una serie di piccole porte, disposte in maniera da formare un determinato percorso. Durante la partita, Cynthia una biondissima bambina dal dolce sorriso, sollevò in alto la sua mazza ed elegantemente decapitò il povero Henry. Il povero bambino, rimasto intrappolato in un limbo immaginario che separa la vita terrena dall'aldilà, è ancora innamorato e spera che un giorno lei faccia suonare il suo carillon, in modo da poter far sì che il suo spirito venga liberato. Due settimane dopo, nella cameretta di Henry, Cynthia scoprì il suo prezioso carillon. Bramosamente lo aprì e mentre le note di "Old King Cole" (una filastrocca britannica risalente al 1708) iniziarono a suonare, apparve una piccola figura fantasma. Henry era tornato, ma non per molto, perché non appena entrò nella stanza, il suo corpo iniziò rapidamente ad invecchiare, mantenendo però intatta la mente del bambino, che da sempre aveva provato una particolare attrazione nei confronti della sua giovane carnefice. Purtroppo il tentativo di convincere Cynthia Jane ad appagare la sua brama romantica, spinse la sua balia ad entrare nella cameretta per scoprire cosa fosse quel baccano. Inorridita dalla presenza dello spettro, istintivamente la tata scagliò il carillon contro il bambino barbuto, distruggendo il carillon che lo aveva evocato, e di conseguenza facendo evaporare il fantasma che era tornato per terminare qualcosa lasciato in sospeso durante la vita terrena. Non si può di certo dire che queste liriche pecchino in originalità.

For Absent Friends

Dal brano più lungo del platter, i nostri passano in maniera contrastante a quello più corto, con i soli 01:48 minuti di "For Absent Friends (Per Compagni Assenti)", un rilassante quadretto acustico che raffigura due vedove, che si accingono ad andare alla messa, in una fredda serata autunnale. Sono sempre le ultime ad arrivare, in quanto amano passeggiare lungo il parco, osservando il festoso clima domenicale, con le altalene che dondolano e bambini felici portati a spasso nel passeggino. Ogni volta fanno lo stesso percorso, e ripensano nostalgicamente a quando erano in quattro, quando i loro mariti le accompagnavano a messa. Il prete le saluta con un cenno del capo, è l'ora di entrare in chiesa. Le due vedove si chinano in preghiera, pregando per i loro cari che non ci sono più. Finita la messa, lasciano due pence sul piattino delle offerte e si incamminano verso la fermata dell'autobus, che procede lentamente in strada. Ad accompagnare questa struggente storia, ci sono le chitarre a dodici di Mike Rutherford e Steve Hackett, che intrecciano le loro tristi trame. Nonostante l'effimera durata, il brano è entrato subito nel cuore dei fans, in quanto si tratta in della prima composizione in assoluto di Hackett con i Genesis, e sancisce il debutto ufficiale di Phil Collins alla voce, che ruba la scena al collega Gabriel in questi pochi secondi dell'album, dimostrandosi un'ottima alternativa. Dopo alcuni secondi introdotti da un melanconico arpeggio, Phil Collins si presenta ai sui nuovi fans, interpretando magistralmente le prime strofe, con uno stile ed una voce incredibilmente vicini a quelli di Gabriel. Nel breve bridge, il nostro segue scolasticamente la cadenzata progressione di accordi delle due chitarre, che tornano tristemente ad arpeggiare nella strofa successiva. E' nel breve inciso che salendo in alto, Collins assomiglia fortemente al Cantastorie di Chobham. Dopo un breve break strumentale dove le due chitarre a dodici corde si intrecciano, ritorna la strofa, seguita dall'inciso, che fa la sua ultima comparsa, stavolta impreziosito da avvolgenti e delicati cori. Una curiosità, molti anni più avanti, una band di neo progressive olandese, talmente affezionata all'effimera triste ballata, decide di chiamarsi proprio For Absent Friends.

The Return of the Giant Hogweed

Dopo questo piacevole intermezzo, i nostri tornano a fare sul serio con una lunga composizione intitolata "The Return of the Giant Hogweed (Il Ritorno Della Pànace Di Mantegazza Gigante)", oltre otto minuti di puro progressive rock che vedono Tony Banks protagonista assoluto. Steve Hackett inizia con un vorticoso tapping di chitarra, seguito a ruota dalle magie sul charleston di Phil Collins e da Mike Rutherford, che con una seconda chitarra ne ripercorre i passi giocando sulle note più gravi. Arriva la strofa, un acido e potente unisono che vede l'organo protagonista. Peter Gabriel si dimostra un vero e proprio camaleonte della voce, interpretando con grinta le prime strofe. Dopo un cadenzato stacco all'unisono, si cambia decisamente atmosfera con l'avvento del bridge. Le profonde pennate del basso scandiscono la marcia di Phil Collins, mentre in sottofondo aleggiano i vetusti lamenti dell'organo, che mostrano la strada al Menestrello di Chobham. Effimero break strumentale e si continua a tempo di marcia con le grottesche atmosfere del ritornello, dove emergono brillanti passaggi all'unisono. Peter Gabriel si lascia guidare dalle trame dell'organo. Altro funambolico break strumentale e ritorna la strofa, con l'aggressivo riff all'unisono, dove è sempre l'organo il protagonista assoluto. Annunciato dal bridge, ritorna l'inciso, l'avvolgente tappeto di organo trasporta Gabriel, che spesso segue gli improvvisi passaggi all'unisono. Con un prolungato climax, Tony Banks apre le porte ad un acido assolo di chitarra, al quale va ad intrecciarsi Peter Gabriel con i dolci sospiri del flauto. Al minuto numero 05:00, Tony Banks ruba la scena con un solitario assolo di pianoforte, dalle trame enigmatiche che si lasciano dietro una scia di mistero. La sezione ritmica interviene con improvvisi filler e profonde pennate di basso. Si respira un'inquietante aria di Goblin. Dolcemente Hackett fa lamentare la sei corde, quasi a simulare il ronzio di fastidiose zanzare in cerca di una preda, poi passa ad un ridondante fraseggio di chitarra che va ad intrecciarsi magicamente con le sinistre trame del pianoforte, il tutto supportato da un lavoro superlativo di Mr. Collins dietro alle pelli. Dopo questo bellissimo groviglio di note, Steve Hackett riprende il suo assolo, fatto di lisergici fraseggi che si alternano a momenti più melodici. Improvvisamente si cambia atmosfera, irrompe Peter Gabriel con un'entrata Hollywoodiana, accompagnato dall'onnipresente organo e da una sottile marcia. La folle linea vocale viene affiancata da cori insani e da una melanconica trama di chitarra. Con classe, Phil Collins ci porta verso un lisergico interludio strumentale, dove le trame degli strumenti a corda si intrecciano con l'organo, il dominatore assoluto di questo brano, che lentamente si avvia verso l'estinzione. Chi come me è affascinato dal cinema e dalla letteratura fantastica, troverà queste liriche a dir poco geniali. Lo Scrittore di Chobham partorisce una trama che non sfigurerebbe in un episodio di "Ai Confini Della Realtà" o in un B-Movie degli anni '60, ispirandosi ad una invadente specie botanica, la Panacea Di Mantegazza, una pianta della famiglia delle Apiaceae, originaria del Caucaso. In condizioni ambientali ottimali, può raggiungere dimensioni mostruose che vanno dai due ai cinque metri, ma la sua peculiarità è quella di essere nociva per l'essere umano. Sia al tatto, che in presenza o in seguito a radiazione solare diretta o raggi U.V, provoca gravi infiammazioni della pelle con estese lesioni bollose che possono lasciare cicatrici permanenti. A volte può essere necessario il ricovero in ospedale. Piccole quantità di linfa negli occhi possono causare cecità temporanea o addirittura permanente. Durante l'epoca vittoriana un esploratore, durante una spedizione in Russia, rimase affascinato dalla pianta e pensò bene di portarla come dono ai Giardini Reali di Kew. Il Pànace di Mantegazza è in grado di diffondersi con estrema rapidità e, come gran parte delle specie alloctone, una volta ambientata, finisce con il minacciare la biodiversità, provocando il deperimento e la distruzione della vegetazione indigena. Con il tempo, specie nel Regno Unito, il Pànace Gigante è diventato un vero e proprio flagello, finendo con l'essere classificata fra le cosiddette Specie Aliene Invasive, categoria che ha stuzzicato la mente geniale di Peter Gabriel, il quale dipinge il Pànace di Mantegazza come una vera e propria minaccia per l'umanità. Con il tempo le sue dimensioni sono aumentate a dismisura, sviluppando potenti anticorpi che la rendono immune a qualsiasi tipo di erbicida, rischiando di dar vita ad una vera e propria apocalisse per il genere umano. In chiusura, il tocco di classe, con la citazione della nomenclatura in latino (Hogweed Heracleum Mantegazzianum).

Seven Stones

Per chi fosse in possesso del prezioso vinile, "Seven Stones (Sette Pietre)" è la traccia che apre il lato B, strano brano dalle atmosfere funeste e crimsoniane, a tratti sconclusionato, che mette in mostra un bellissimo assolo di mellotron sul finale. Tony Banks apre con un melanconico tema di tastiera, le profonde note del basso suonano come dei rintocchi di campana, portandoci con classe immediatamente alla strofa. Peter Gabriel segue tristemente la strada mostrata dalle tastiera. La chitarra si limita a impercettibili ricami, Phil Collins suona con una classe, arricchendo la delicata marcia con magie sul charleston e raffinati filler. Gli epici riff di tastiera aprono le porte all'inciso, dove emerge un colo celestiale che riprende la melodia delle tastiere, poi con una prolungata corsa sulle pelli Phil Collins annuncia l'ingresso di uno straziante Peter Gabriel, che si fa largo fra le acide trame dell'organo e della chitarra, incuneandosi fra gli splendidi filler del nuovo batterista. Andando avanti troviamo un break strumentale, Peter Gabriel intreccia i dolci lamenti del flauto con le trame della tastiera e lo sciame di note sparate dal basso di Mike Rutherford. Ritorna la strofa, dove emergono pungenti passaggi di tastiera, seguita dal ritornello, ancora aperto dal coro pastorale. Stavolta i nostri ci propongono l'inciso in una inedita versione soft, con la sezione ritmica che riduce l'intensità e l'organo a farla da padrone. A seguire troviamo un tetro assolo di organo, accompagnato in maniera magistrale da Phil Collins, che con classe sopraffina spalanca le porte ad un emozionante assolo di mellotron, i cui desueti lamenti ci fanno accapponare la pelle, accompagnati da un Phil Collins ancora una volta superlativo. Quando il brano sembra sfumare verso l'epilogo, Tony Banks continua in solitario il triste assolo di mellotron, che mestamente sfuma verso una lenta estinzione. Spesso, nelle liriche dei Genesis, compare la figura di un vecchio, egli stavolta indossa le vesti di un "vecchio saggio", che rivela al mondo la sua teoria riguardo i segreti del successo e della fortuna. Lui sostiene che la buona sorte sia basata esclusivamente su eventi casuali e circostanze fortuite. A rafforzare la teoria del destino, il Paroliere di Chobham aggiunge il numero "sette", che sin dalla notte dei tempi è sempre stato considerato il numero perfetto, l'espressione privilegiata della mediazione tra umano e divino. Sette erano le fanciulle ed i fanciulli che venivano offerti al dio Minosse, sette sono le virtù, sette sono i peccati capitali, sette sono i doni dello Spirito Santo, sette sono le piaghe d'Egitto, sette sono i sacramenti, e chi più ne ha, più ne metta. Nel Mondo, il numero sette, viene inoltre spesso accostato al segno del destino ed identificato in un saggio, ricollegandosi non a caso alle liriche in questione. Il vecchio saggio, cita alcuni esempi che rafforzano la sua teoria, un tale, bussando a sette porte, nella settima casa trovò un amico. Una ciurma di marinai, in preda ad una tempesta, stava per finire contro una roccia nascosta dalle gigantesche onde. Per puro caso, il capitano, dopo aver visto un gabbiano, senza chiedersi perché, decise di virare il timone all'ultimo momento, evitando così un tragico destino. Una volta un contadino, incerto su quale fosse il giorno migliore per seminare, chiese una consulenza al vecchio saggio, offrendogli del denaro. Il vecchio sorrise, prese il denaro e lasciò il contadino nelle mani del destino.

Harold the Barrel

La successiva "Harold the Barrel" è un simpatico siparietto teatrale, con una serie di personaggi ben delineati, che sembrano usciti da una delle tante pellicole britanniche appartenenti al filone "Carry On", una serie di film comici a basso budget, che ha divertito il popolo britannica a partire dal 1958, sino al 1992. Ma la storiella non è solamente divertente, si sposta verso scenari grotteschi e alquanto surreali. Da un notiziario si apprende che Harold, un noto ristoratore di Bognor, ha fatto perdere le sue tracce. L'ultima volta è stato visto con un cappotto grigio e marrone, accuratamente camuffato, per eclissarsi dopo aver commesso un gesto alquanto esecrabile.  Dopo essersi tagliato tutte le dita dei piedi le aveva servite con il tè delle cinque, attirando le ire del sindaco, dei membri del consiglio, di Mr. Plod e di tutta la popolazione, che chiedono all'unisono una giusta e meritata punizione. Sognando una destinazione esotica in mezzo al mare, al termine della fuga si ritrova sul cornicione di una finestra, con il mondo sotto i suoi piedi. L'anziana madre di Harold, Mrs. Barrel, riesce a trovarlo, lo implora, lo supplica di non commettere gesti sconsiderati A quel punto, tutta la popolazione che ne chiedeva la testa, si ritrova a supplicarlo di non buttarsi di sotto, in quanto tutto si può sistemare, possono aiutarlo a gettarsi il passato alle spalle e diventare amici come prima. Man mano che passa il tempo, il povero Harold diventa sempre più debole e la folla accorsa sempre più grande. La folla invita l'anziana madre a fare da negoziatore, in modo da dissuaderlo da commettere tale gesto. "Se tuo padre fosse ancora vivo, sarebbe davvero sconvolto", le dice. E ancora: "Non puoi saltare di sotto alla finestra, hai la camicia sporca, e sotto ci sono le truppe televisive della Bbc". Qui Peter Gabriel lancia una pungente frecciata satirica nei confronti dell'ossessione che hanno gli inglesi per l'apparenza, anche di fronte a circostanze tragiche. L'anziana madre, in preda alla disperazione insiste: "Saremo tutti tuoi amici, se scendi ne parliamo, figliolo". Ma nonostante tutti questi dubbi espedienti dissuasori, arriva il momento drammatico, il ristoratore folle ha deciso che è giunta l'ora di farla finita, e lascia tutti di stucco con un lapidario "State scherzando? Io mi butto di sotto", lasciando tutti nello stupore più completo. Questa simpatica ed alquanto grottesca scenetta è accompagnata da un irridente colonna sonora, lontana anni luce dalle tipiche sonorità gensisiane. A tirarsi tutti dietro è il martellante pianoforte di Tony Banks, accompagnato dalla folleggiante ritmica di Phil Collins. Peter Gabriel, mettendo in mostra tutte le proprie abilità teatrali, si trova pienamente a suo agio, ed interpreta in maniera magistrale le strofe del brano, passando abilmente da un personaggio all'altro, sfruttando nel breve inciso gli irridenti fraseggi della chitarra. Brevissimo break strumentale con il pianoforte in evidenza e ritorna la strofa, seguita dal folle ritornello. Poi al minuto 01:16, incontriamo un brusco cambio atmosferico. Via le irridenti trame che precedentemente ci hanno accompagnato, in virtù di un momento catartico, dove emerge una melanconica trama di pianoforte, ricamata da leggeri sospiri del flauto, poi un climax dai sentori beffardi ci porta nuovamente alle grottesche atmosfere della strofa. All supertrampiano pianoforte va ad intrecciarsi una serie di irridenti fraseggi di chitarra che seguono i passi della folleggiante linea vocale e che ricordano lo starnazzare delle anatre. Andando avanti troviamo una serie di pungenti armonie vocali, scandite dai repentini colpi della sezione ritmica, che ci portano verso un'ultima parte solare con coretti vintage. Quando il brano sembra essere terminato, dal simpatico coretto che lentamente sfuma in fader, emergono tristi e profondi accordi di pianoforte, a suggellare il funesto epilogo del nostro povero Harold.

Harlequin

Dopo questo insolito e geniale intermezzo, i nostri continuano a sorprenderci con la successiva "Harlequin (Arlecchino)", una breve quanto melliflua ballata acustica, che punta tutto su dolcissime armonie vocali, anch'essa come il brano precedente, lontana anni luce dai canoni del progressive rock a cui i nostri ci hanno abituato, suggellando il talento e la genialità della band. Fra la scintillante pioggia di note delle chitarre acustiche e le tristi trame del pianoforte emerge una dolcissima armonia vocale che riesce a diffondere una rilassante sensazione di benessere. Breve break con un sognante intreccio delle chitarre acustiche in evidenza e ritorna la strofa, arricchita da preziosi intarsi di chitarra elettrica. Nell'inciso emerge un solare fraseggio di chitarra, ma a colpirci è sempre la dolcissima armonia vocale, che a tratti ricorda alcuni passaggi dei primissimi Yes. Altro bridge strumentale, e ritorna la strofa, con in mezzo un effimero e dolcissimo assolo di chitarra. Il successivo inciso viene cantato con una leggera dose di energia in più, arricchito da sottili coretti alla Beach Boys. I dolci intrecci delle chitarre acustiche ci accompagnano lentamente verso l'epilogo. Nonostante il titolo lasci presagire ad alcuni versetti in onore della simpatica maschera bergamasca, siamo di fronte ad un intenso testo impressionistico, una sorta di profondi versi che vanno ad illustrare un bellissimo scenario naturale che segna il passaggio dello scettro fra la frizzante e colorata Estate alle più fredde e grigie stagioni, che seguendo i comandi di madre natura, ciclicamente la susseguono. Siamo in un'afosa notte di fine Estate, la nebbia cala lentamente, avvolgendo la vegetazione e offuscando gradualmente la pallida luce lunare, sbiadendo poco a poco i colori della Natura. Le pallide creature che popolano la radura, continuano noncuranti le loro frenetiche attività, i ragni continuano a tessere le loro grigie trame, costruendo trappole letali, indispensabili per la loro sopravvivenza. Grazie alle sue ultime fiammate, l'Estate riesce a resistere, ma fra poco l'Autunno prima e poi l'Inverno, manderanno le sue immagini in frantumi, lasciando solo un piacevole ricordo. Una volta che l'alba inizia a spazzare via i densi fumi della nebbia, il Sole torna nuovamente ad illuminare il paesaggio, con la splendida colonna sonora dei bambini che giocano in riva ad un rumoroso ruscello. Finalmente il Poeta di Chobham menziona Arlecchino, forse andando a simboleggiare grazie al suo variopinto costume, il forti colori dell'Estate che lentamente andranno a dissolversi, formando le grigie tinte dell'Autunno e dell'Inverno, dove il caldi e luminosi raggi del Sole saranno sostituiti dalle suggestive lingue di fuoco dei camini a legna. 

The Fountain of Salmacis

Dopo questo piacevole intermezzo, siamo giunti all'ultima traccia del platter, "The Fountain of Salmacis (La Fontana di Salmacia)", con la quale i nostri tornano prepotentemente verso sonorità progressive, con una buona dose di mellotron a rendere il tutto più affascinante. Il protagonista è manco a dirlo Peter Banks, che si divide, eseguendo un funambolico e ridondante tema di tastiera con la mano destra, e stendendo un avvolgente tappeto di mellotron con la sinistra, fondendo magicamente insieme le due trame e facendo forza su un suggestivo gioco di sfumature che vanno e vengono in fader. Dopo una quarantina di secondi entra in scena Peter Gabriel, introducendoci nell'affascinante mondo della mitologia con una linea vocale dal sapore epico, che si sposa a meraviglia con il bellissimo intreccio generato sapientemente da Tony Banks. Durante questa epica introduzione, Phil Collins ritma con una delicatezza disarmante, poi con un filler apre la porta alla strofa, dove cessa il vorticoso tema di tastiera, lasciando il campo ad un'avvolgente pad di mellotron e a un finalmente incisivo Mike Rutherford alle quattro corde, che tira su il brano con un articolato ed avvolgente giro di basso. Con malinconia Peter Gabriel ci guida fino all'effimero inciso, dove riscontriamo un bel po' di energia, diffusa dagli accordi della chitarra, che si avvinghiano alle spaziali trame del mellotron. La sezione ritmica fa un grande lavoro fra pungenti scale di basso e funamboliche corse sulle pelli. Ritorna la strofa a placare le acque, il rilassante tappeto di mellotron riesce a diffondere una piacevole sensazione di tranquillità, valorizzando il bellissimo giro di basso. Andando avanti incontriamo nuovamente l'inciso, che stavolta lascia il campo ad un limbo strumentale che ci ripropone il tema dell'introduzione. Steve Hackett esegue una serie di ricami che si intrecciano alla perfezione con le trame di un ispiratissimo Tony Banks. Rientrano Peter Gabriel ed i compagni di sezione ritmica, riproponendoci la parte finale dell'introduzione, poi una pungente scala di basso apre i cancelli al ritorno della strofa, seguita a ruota dall'inciso, che stavolta lascia il campo ad un caotico interludio strumentale. Phil Collins picchia duro sulle pelli, trascinandosi dietro tutti, poi irrompe Tony Banks con un funambolico assolo di tastiera, imitato successivamente da Steve Hackett. Facciamo fatica a distinguere dove finisce la tastiera e dove inizia la chitarra, poi è il turno di Mike Rutherford, che irrompe con una graffiante cavalcata plettrata. Phil Collins accompagna magicamente unendo delicatezza e grinta. Ritorna Tony Banks, stavolta con un tetro assolo di organo, al quale si intrecciano i delicati soffi del flauto. Dopo un vorticoso passaggio all'unisono, Steve Hackett inizia a tessere una trama di note che va ad intrecciarsi con i ruggiti dell'organo. Di colpo, con classe i nostri calano vistosamente d'intensità, dando vita ad un avvolgente limbo dove ritorna Peter Gabriel, successivamente ricamato da un'angelica armonia vocale. Con un bel climax i nostri ci riportano verso il vorticoso intreccio degli strumenti, dove è ancora Tony Banks il protagonista, con una funambolica trama di tastiera che si sposta sulle toniche, accompagnata all'unisono in maniera funambolica dalla sezione ritmica. Dopo una serie di cadenzati colpi, ritorna il tema iniziale, ricamato da un delicato arpeggio di chitarra, e da un crescente tappeto di mellotron, rafforzato da preziosi giochi sui piatti da parte del sorprendente Phil Collins, che con una rullata spuria ci riporta dritti verso la strofa, seguita dall'inciso. Quando il brano sembra volgere al termine, emerge un avvolgente tappeto di mellotron, che accompagna un inquietante Peter Gabriel, spinto verso l'epilogo da infinite corse sulle pelli e da cori ancestrali. Nell'epico finale, i melanconici fraseggi di chitarra si fanno largo fra le pungenti scale di basso e l'infinita serie di filler del nuovo e sorprendente drummer, accompagnandoci tristemente verso il gran finale. Il Cantastorie di Chobham stavolta ci svela la storia ovidica di Ermafrodito, una affascinante creatura della mitologia greca, in origine figlio di Ermes e di Afrodite. Siamo ai piedi del Monte Ida, sacra montagna della mitologia greca, che si erge come un'isola, sormontando una fitta foresta di pini. In una grotta nascosta, le Naiadi, ninfe che popolano tutte le acque dolci della Terra, hanno allevato Ermafrodito, figlio degli Dei. Ormai diventato un bellissimo ragazzo, all'età di quindici anni, annoiato dall' ambiente in cui viveva, iniziò la sua esplorazione del mondo, un lungo cammino che lo portò verso le città della Licia fino a giungere in Caria, sulle rive di un grande lago. Al calare del crepuscolo, si ritrovò sperso in una radura a lui sconosciuta, impaurito, chiedeva aiuto al padre. Quando le forze lo stavano abbandonato, vide un lago luccicante, che lasciava intravedere una minacciosa ombra in prossimità del fondale. Le acque iniziarono ad essere disturbate, come se un'atavica creatura acquatica fosse stata risvegliata e avesse deciso di risalire in superfice. Alla fine, fra gli zampilli dell'acqua, apparve Salmacia, la Regina delle Naiadi. Il fiato caldo del giovane ed impaurito figlio degli dei, condensava a contatto con la fredda nebbia che aveva invaso l'area circostante. Dal nulla una voce dai sentori liquidi sussurrava più volte "figlio degli Dei". Impaurito, si voltò, cercando fra la densa nebbia chi fosse a chiamarlo. Intravide la creatura lacustre, con cli occhi dello stesso colore del lago. Salmacia, desiderava essere tutt'uno con Ermafrodito, ma lui non era certo del medesimo parere. Poi, improvvisamente, una calma spettrale scese dai cieli, le carni e le ossa delle due creature divine si fusero in un'unica entità soprannaturale, dando vita ad una splendida creatura acquatica che si inabissò nelle scure acque del lago.

Conclusioni

Abbiamo ascoltato il primo album che va a comporre un memorabile poker d'assi, esso va a raccogliere quattro ineguagliabili pietre miliari della musica progressive, e aggiungerei non solo. Con Nursery Cryme, i Genesis sanciscono in maniera definitiva il loro sound, sound che in futuro influenzerà innumerevoli band. Sembrano passati lustri e lustri dall'ingenuo e inconsistente "From Genesis To Revelation", ma in realtà sono passati poco più di due anni, dove, grazie alla loro abnegazione, i nostri hanno raffinato la tecnica strumentale, maturando in maniera del tutto innaturale. Senza nulla togliere ai predecessori, gran parte del merito è doveroso attribuirla ai nuovi arrivati. Phil Collins porta una ventata di freschezza, con il suo peculiare stile che lo porta ad essere vincente sia nei momenti più energici, quando c'è il bisogno di ritmiche trascinanti e potenti, sia nei momenti d'atmosfera, quando con raffinati tocchi di classe riesce a dare un senso ritmico senza risultare invadente e rompere i precari equilibri costruiti dai compagni. Il nostro si dimostra anche un ottimo cantante, assomigliando in maniera quasi inquietante a Peter Gabriel, specie nei registri alti. L'altro nuovo acquisto, Steve Hackett, grazie alle notevoli doti tecniche, è in grado di tenere testa alle scorribande sulle tastiere di Tony Banks. Precursore della tecnica del tapping, il nostro è impeccabile sia nelle parti soliste che in quelle ritmiche, dando spesso vita a magici intrecci con la chitarra a dodici corde insieme a Mike Rutherford, che sovente abbandona le quattro corde in virtù delle dodici, ottemperando ai vuoti lasciati dal basso con il bass pedal. Il nostro comunque, finalmente mette in luce anche le ottime doti di bassista, specie nella traccia conclusiva. Peter Gabriel oltre che a colpirci con vincenti linee vocali, interpretate con una teatralità disarmante, ci sorprende dal punto di vista delle liriche, partorendo testi geniali quanto originali, come i granguignoleschi versi di "The Musical Box" o le sorprendenti trame fantascientifiche di "The Return of the Giant Hogweed". Infine veniamo alla performance di Tony Banks, sempre sul gradino più alto del podio, come fu anche in occasione del deludente debut album. E' la vera anima del gruppo, la colonna portante sulla quale i nostri costruiscono i brani, impeccabile sia con le trame di pianoforte che con i pad di tastiera, portando anche una ventata color cremisi ricorrendo spesso all'affascinanti sonorità del mellotron. "Nursery Cryme" iniziò a prendere vita subito dopo l'avvento dei nuovi arrivati, durante una pausa obbligatoria delle sessioni live, in seguito alla frattura di una caviglia riportata da Peter Gabriel, dopo aver effettuato uno spericolato salto fra il pubblico durante l'esecuzione di "The Knife". La produzione fu affidata a John Anthony, le registrazioni furono eseguite nell'Agosto del 1971, presso i Trident Studios di Londra. Venne alla luce il 12 novembre del 1971, distribuito dalla label Charisma in Inghilterra e nel resto dell'Europa e dalla Atlantic negli Stati Uniti. L'album, oltre che per il notevole contenuto musicale, è diventato celebre anche per la copertina, disegnata da Paul Whitehead, che per i Genesis aveva già realizzato l'art work dell'album "Trespass" appena un anno prima. Eseguito in uno strano stile a pastello, intenzionalmente antiquato, con finte crepe nel colore e buffi errori prospettici e di proporzione, il nostro ci illustra un paesaggio vittoriano dove predominano tenue colorazioni che spaziano dal giallo all'ocra, dal verde all'arancione, evidenziando le sfumature al paesaggio conferite dal Sole che lentamente sta tramontando, nell'occasione sostituito da un raggiante logo della band, mentre poco più in basso giganteggia il titolo dell'album. Il soggetto principale dell'illustrazione è Cynthia Jane De Blaise-William, la macabra bambina protagonista della traccia d'apertura "The Musical Box", che sorridendo brandisce la mazza da croquet, con la quale ha già decapitato diversi bambini, le cui teste giacciono in maniera granguignolesca ed inquietante sparse attorno a lei, sul terreno di un bellissimo campo da croquet; alle sue spalle, una bambinaia accorre su bizzarri pattini a rotelle ed un frustino in mano. Ma forse il lato più interessante della copertina è il retro, dove possiamo individuare chiari richiami a tutti gli altri brani dell'album: in basso a sinistra troviamo l' Heracleum Mantegazzianum, la letale piante che porta l'umanità sull'orlo di un'apocalisse nel brano "The Return of the Giant Hogweed", in mezzo al campo troviamo una statua di Afrodite, la madre di Ermafrodito in "The Fountain of Salmacis", allocata sotto un gigantesco albero, che insieme ad un vecchio va a richiamare "Seven Stones" (il vecchio gioca anche lui a croquet con una testa di bimbo). In lontananza, sullo sfondo troviamo le due vedove e il parroco di "For Absent Friends". Infine, in bilico su un cornicione di una imponente casa vittoriana, potete scorgere il ristoratore folle di "Harold The Barrel". L'autore si firma in un angolo, aggiungendo ironicamente al suo nome un copyright retrodatato di un secolo ("© 1871"). Siamo di fronte ad un grande album, un album che non può mancare nella collezione di chi ama il progressive rock e la buona musica in generale. Spesso mi capita di sentire da chi ascolta la musica del nuovo millennio, che i Genesis, come del resto gli Yes e tutti gli altri colleghi appartenenti a quel meraviglioso segmento temporale degli anni settanta, sono roba ormai passata e obsoleta. Mi rivolgo a tutti (spero pochi) coloro che sostengono questa amena teoria, ascoltatevi con attenzione questo album, che a quarantacinque anni di distanza suona incredibilmente ancora attuale e riesce a sorprenderci ad ogni singolo ascolto. La storia non si discute. 

1) The Musical Box
2) For Absent Friends
3) The Return of the Giant Hogweed
4) Seven Stones
5) Harold the Barrel
6) Harlequin
7) The Fountain of Salmacis
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