GENESIS

Genesis

1983 - Charisma Records

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
06/11/2016
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Ormai è un dato di fatto, più i Genesis si allontanano dal progressive rock di cui possono considerarsi una delle band più importanti e seminali, e più aumenta il loro successo. Il cambiamento è stato dettato anche dall'inaspettato successo del primo album solista di Phil Collins, intitolato "Face Value" ed uscito nel 1981, un album che ha consacrato Phil Collins e di conseguenza i Genesis fra le star della musica rock. Che agli inizi degli anni '80 il progressive rock stava diventando obsoleto è vero, molte band stavano attraversando periodi nerissimi, le più coraggiose, come i Genesis e gli Yes rivitalizzarono le loro carriere con album che con il progressive rock avevano poco a che fare, se pur chi scrive, ritiene 90125 un album di gran classe e di notevole spessore. Ma mi sorge un dubbio atroce: come mai, mentre Genesis e Yes nel 1983 imboccavano la strada del pop rock, sdegnando i fans di vecchia data, nello stesso tempo, in una cantina di Aylesbury cinque baldi giovani, cresciuti proprio con le sinfonie di Foxtrot e The Yes Album, decisero che era l'ora di smettere di suonare cover dei loro idoli e iniziare a comporre propria musica, cercando di rivitalizzare quel progressive rock a loro tanto caro e dato ormai per defunto? Pochi mesi prima che i dinosauri del rock scalassero le classifiche con i loro rispettivi album, i Marillion davano nuova linfa alla musica progressive con il capolavoro "Script for a Jester's Tear", attirando l'attenzione dei media e dando vita ad una nuova ondata di musica progressive, denominata appunto neo progressive. Quindi è ben chiaro che la musica progressive stava tornando lentamente di moda, spazzando via l'effimero regno del punk, come era giusto che fosse. Allora come mai i nostri non hanno voluto fare un passo indietro, tornando a suonare quello per cui erano nati? Gli Yes, invero, in qualche maniera sono tornati al progressive nel corso degli anni, e devo dire anche con ottimi risultati, riuscendo a recuperare gran parte dei fans persi per strada. I Genesis invece no, anno dopo anno continuavano imperterriti nel loro nuovo cammino, deludendo sempre di più in fans che avevano stregato nella prima metà degli anni '70. Sicuramente le uscite di Steve Hackett prima e di Peter Gabriel dopo, hanno contribuito non poco al brusco cambio di rotta dei Genesis, anche se è doveroso sottolineare che il Cantastorie Di Chobham non è che abbia dato un seguito a "Foxtrot" o "The Lamb Lies Down on Broadway" con la propria carriera solista. Ma queste sono considerazioni che lasciano il tempo che trovano, ora siamo qui, nel fior fiore degli anni '80, a parlare dell'album in studio numero dodici dei Genesis. Ovviamente anche il tour a supporto di "Abacab" fu un successo, un vero e proprio tour de force, se si considera che i nostri fecero oltre sessanta date per il Mondo in poco più di due mesi. I molteplici sold out costrinsero i nostri a bissare una buona parte delle date. Una volta terminato il giro del Mondo, i nostri non si dedicarono subito ad un nuovo lavoro dei Genesis come ai vecchi tempi, ma dettero nuova linfa alle loro carriere soliste. Ad aprire le danze fu Mike Rutherford, con il suo secondo album intitolato "Acting Very Strange" e pubblicato a Settembre del 1982. Due mesi più tardi fu la volta di Phil Collins ed il suo "Hello, I Must Be Going!", mentre per Tony Banks bisognò aspettare il Giugno del 1983 per ascoltare "The Fugitive". Tutti e tre gli album, confermavano l'orientamento dei nostri verso un più redditizio pop rock, ma solo Phil Collins riuscì a bissare il successo dell'album d'esordio, consacrandosi a vera e propria rockstar e diventando la figura in cui i nuovi fans identificavano i Genesis. Nel frattempo, Peter Gabriel aveva sperperato tutti i suoi averi investendo nel "Progetto WOMAD (World of Music, Arts and Dance)", finendo sul lastrico. Su idea del manager Jonathan Smith, per aiutare l'amico di una vita a riprendersi economicamente e moralmente, i tre Genesis superstiti dettero vita as una eccezionale reunion con Steve Hackett e Peter Gabriel, andando a riformare lo storico quintetto che aveva fatto innamorare mezzo Mondo negli anni settanta. In una piovosa sera del 2 Ottobre del 1982 la storica formazione salì sul palco del National Bowl di Milton Keynes, nella contea del Buckinghamshire, coadiuvati dai fidi turnisti Chester Thompson e Daryl Stuermer. La memorabile serata fu introdotta dal primo storico produttore della band Jonathan King. Il caso volle che proprio quella sera fosse il compleanno di Mike Rutherford, che festeggiò i suoi trentadue anni insieme ai calorosissimi e numerosi fans accorsi per lo straordinario evento. Per la cronaca, la serata prevedeva anche tre band come special guest, che per la precisione furono il cantautore John Martyn, i The Blues Band e gli allora giovanissimi Talk Talk. Purtroppo la reunion fu fine a se stessa, e non esistono testimonianze audio ufficiali a riguardo; la leggenda comunque narra che in circolazione ci siano alcuni bootleg non ufficiali. Nel frattempo la band aveva pubblicato il mastodontico album dal vivo "Three Sides Live" dove la quarta faccia conteneva brani inediti provenienti dalle varie sessioni di registrazione degli ultimi album. Durante la primavera del 1983, i nostri si chiusero finalmente nei familiari studi The Farm del Surrey, iniziando a comporre materiale per il nuovo album. Il precedente tecnico del suono Hugh Padgham divenne il produttore, ovviamente insieme alla talentuosa triade di musicisti albionici. A differenza del passato, dove i vari componenti portavano brani praticamente già pronti su cui lavorare, stavolta le composizioni vennero sviluppate in piena armonia da tutti e tre gli elementi, basandosi su qualche idea che i nostri avevano nel cassetto e proponevano in studio. A molti anni di distanza, i nostri tornarono a firmare tutte le composizioni con il moniker "Genesis", curiosamente l'unico flebile legame con il passato. Proprio per questa ragione, decisero di intitolare il loro album numero dodici semplicemente "Genesis". Ma come è successo in futuro con il "Black Album" dei Metallica, ai fans non è mai piaciuto più di tanto il titolo che riportava il nome della band. Se per alcuni è diventato "Shapes (Forme)" a causa della grafica di copertina che raffigura le formine in plastica per neonati, l'album è passato alla storia come il "Mama Album", così ribattezzato in seguito al successo a dir poco planetario della traccia di apertura. Il nuovo nome convinse anche i nostri, tanto che il tour a supporto dell'album fu denominato "Mama Tour". Phil Collins, in alcune interviste posteriori all'uscita dell'album, ha apertamente detto che se potesse tornare indietro, non intitolerebbe mai più l'album con il nome della band, ma opterebbe per il più funzionale "Mama". All'epoca, l'opzione fu scartata per non caricare di troppe responsabilità la opening track, forse perché neanche loro si aspettavano un tale successo dal brano.

Mama

Per chi scrive, il precedente "Abacab" pur essendo un album storico e di successo, è stato una delle più grosse delusioni musicali che mi è capitato di recensire, ergo, sperando che l'inarrestabile discesa dei nostri abbia una fine, andiamo quindi ad analizzare con il consueto track by track il dodicesimo album in studio dei Genesis, che si apre proprio con "Mama (Mamma)", brano in cui i fans identificano l'intero album. Si tratta di una canzone che con il progressive non ha niente a che vedere, ma che non possiamo non definire semplicemente "geniale", una composizione di forte atmosfera, oscura ed orecchiabile allo stesso tempo, nata da un groove di batteria elettronica ideato dal creativo Mike Rutherford. Ben presto è divenuta in assoluto la canzone più famosa dei Genesis del "dopo Gabriel", un brano che negli anni '80 ha catturato un numero imprecisato di nuovi fans, facendo riscoprire anche il glorioso passato della band a tutti i nuovi arrivati che avevano un minimo di acume musicale. Si parte con i freddi battiti della batteria elettronica Linn LM-1, seguite da inquietanti suoni alieni che misteriosamente fuoriescono dal castello di tastiere presidiato da Tony Banks, il quale dopo una quarantina di secondi stende un loop nevrotico che ricorda vagamente il rumore di un elicottero che scruta attentamente il paesaggio. Al minuto 01:04 entra in scena Phil Collins con una profonda linea vocale cadenzata che fa centro all'istante. Arriva subito l'inciso, il Cantastorie Di Londra è abile a far salire il brano nonostante l'accompagnamento rimanga praticamente invariato. Le sue linee vocali sono dei veri e propri hook che ci catturano fin troppo facilmente; nella parte finale del chorus, il nostro aggiunge una buona dose di peperoncino, andando a chiudere poi con uno straziante e prolungato vocalizzo. Nella seconda strofa l'atmosfera aumenta grazie ad un delicato accordo distorto di chitarra che sfuma lentamente in fader, immediatamente seguito da un suo gemello con il medesimo destino. Gli inquietanti lamenti del sintetizzatore continuano il loro assillante lavoro. Con l'avvento del chorus il brano sale nuovamente, poi al minuto 02:43 Phil Collins lancia un altro hook a cui è impossibile rinunciare, sorprendendoci con una inquietante risata demoniaca destinata a entrare prepotentemente nella storia della musica. Gli inquietanti sogghigni vengono lasciati in compagnia dei freddi colpi della drum machine. Successivamente ci pensa Tony Banks a smorzare la tensione, con un tema di tastiera dall'aria rassicurante, lontano però anni luce dalle funamboliche escursioni sui denti d'avorio della tastiera del decennio precedente. Il nostro poi squarcia le tenebre con uno spaziale pad di tastiera che apre i cancelli allo special. Phil Collins continua a tenere tutti sulle spine con una delle sue geniali linee vocali, spinta dai delicati accordi distorti sparati dalla chitarra di Mike Rutherford. Il nostro con grinta recita pochi versi, dando vita ad un trascinate climax che culmina con l'ingresso trionfale della batteria (ormai un marchio di fabbrica dei nuovi Genesis), accompagnata dalla risata satanica che fa il suo ritorno. I pochi colpi della batteria accompagnano uno spettrale assolo di tastiera. Più che note, quelle liberate da Tony Banks sembrano veri e propri spiriti che si aggirano in una casa infestata avvolta dalle tenebre. Un deciso filler di batteria annuncia il ritorno della strofa, stavolta molto più energica, grazie all'avvento della sezione ritmica al completo. Premettendo che il brano non richiede assolutamente ritmiche funamboliche, è difficile identificare in questi pochi e freddi colpi la fantasiosa sezione ritmica Collins-Rutherford degli anni settanta. Dopo una doppia razione di strofa torna l'inciso, con il suo importante cambio di tono dettato da Mr. Collins. La successiva strofa viene interpretata con una buona dose di verve in più ed abbellita da scolastiche corse sulle pelli. Gli ossessivi lamenti delle tastiere e della chitarra ci spingono velocemente verso il chorus, semplice quanto funzionante. Il brano si conclude con una coda dove fra gli inquietanti pad di tastiera, i satanici vocalizzi di Phil Collins e i caustici fraseggi della chitarra di Mike Rutherford iniziano a lottare, sfumando lentamente in fader. Nelle liriche, Phil Collins affronta il tema della prostituzione, ma lo fa con gran classe, riuscendo a mascherare i versi, tanto che ad un primo ascolto, il manager Tony Smith credette che le liriche trattassero un altro delicato argomento, quello dell'aborto, con il feto che implorava la madre di non interrompere la gravidanza. Il protagonista è un paranoico adolescente che si invaghisce di una prostituta attempata. La differenza di età porta il giovane amante ad identificare nella prostituta la propria madre, delineando il classico caso da complesso di Edipo. Il giovane si invaghisce talmente della prostituta, tanto da non comprendere come mai il suo amore non sia corrisposto. Il suo cuore impazzisce quando si trova in compagnia della donna di facili costumi, il giovane non resiste lontano tanto a lungo dalla donna dei suoi sogni. Ma la storia non è tutta farina del sacco del Paroliere Di Londra, il nostro ha tratto ispirazione dal libro autobiografico "The Moon's Ballon" di David Niven, mitico attore britannico che molti di voi ricorderanno come il James Bond di Casino Royale e l'Ispettore Clouseau della Pantera Rosa. Purtroppo, proprio nel 1983 fu stroncato dal terribile morbo di Lou Gehrig. Ma torniamo al libro, dove il nostro decanta di come nonostante la prematura scomparsa del padre, abbia saputo assaporare tutte le essenze della vita, non facendosi mancare proprio nulla, compresa una storia d'amore non corrisposta con una prostituta quarantacinquenne. "Mama" fu lanciata come singolo apripista con largo anticipo rispetto all'uscita dell'album, precisamente il 22 Agosto del 1983. Con una pregevole quarta posizione, ad oggi rimane il singolo di maggior successo della band nel Regno Unito.

That's All

Le cupe e spaventose atmosfere del brano di apertura vengono spazzate via dalla successiva "That's All (Questo è Tutto)", una solare e spensierata canzoncina pop che strizza l'occhio ai Beatles, per chi scrive un brano simpatico che lascia il tempo che trova, ma che comunque si è ben comportata come singolo, rilasciato in contemporanea con l'uscita dell'album e raggiungendo la sesta posizione dei singoli più venduti in patria. Il brano viene aperto da Tony Banks con uno spensierato riff eseguito con lo Yamaha CP-70 Electric Grand Piano, che lasciatemelo dire, non ha neanche una minima parte del fascino che aveva il pianoforte a coda con cui il nostro ci ha incantato nel decennio precedente. La batteria accompagna con una decisa iterazione fra la gran cassa ed il charleston, che anticipa in qualche maniera le martellanti ritmiche della dance music. Guidato dalla spensierata linea melodica del pianoforte, il Cantastorie Londinese recita con grazia le prime strofe del brano. Con passi felpati, il basso segue le orme lasciate da Tony Banks. Con l'inciso il brano si apre, rievocando le calorose atmosfere di una ballata country. Si prosegue con la strofa, che gioca molto sulle ammalianti parole messe insieme con maestria dal Paroliere Di Londra. Nella seconda parte della strofa, la batteria entra in gioco a ranghi completi con un tempo semplice quanto incisivo, mentre la chitarra riempie con un gracchiante strumming. Phil Collins, in svariate interviste, ha ammesso che per la parte della batteria si è ispirato alla sua musa per eccellenza, Ringo Starr. Torna il chorus, con le sue calorose atmosfere old west, seguito in maniera repentina dalla strofa. Al minuto 01:39 arriva lo special, che vede protagonista la suadente voce di Phil Collins, ricamata da sottili lamenti di chitarra ed una serie di filler di batteria di gran classe, scanditi da profonde pennate di basso. A seguire troviamo un assolo di organo, dove Tony Banks riprende il main theme del brano. Ovviamente il nostro non lo fa con un vetusto organo Hammond, ma con il più freddo Sequential Circuits Prophet-10. Dopo il solo, ritroviamo l'effimero inciso, seguito dall'accattivante strofa e dall'avvolgente special. Dopo questa scolastica successione si riparte con la strofa, seguita da un assolo di chitarra, se così lo possiamo definire, assolo che riprende le allegre sonorità del brano. L'assolo se ne va lentamente in fader, ricamato da leggiadri vocalizzi d'altri tempi. Quella del terminare i brani in fader sta diventando ormai un marchio di fabbrica dei Genesis 2.0, che da un paio di album a questa parte praticamente terminano tutti i brani con una lenta sfumatura, come se volessero levarsi di torno velocemente il brano senza perdere tempo con gli interessanti finali con cui ci avevano abituato. Se vi mancavano le liriche post divorzio di Phil Collins, eccovi accontentati. Giunto al termine di una storia d'amore, dove l'uno dice nero e l'altra bianco, il cuore infranto di Phil Collins non riesce a dare la spinta definitiva per compiere il traumatico gesto di andarsene. Un flebile e sottile legame affettivo riesce incredibilmente ancora a fare da collante, nonostante le incomprensioni ed i contrasti che quotidianamente lacerano il rapporto amoroso. Nonostante tutto, lui ama ancora la sua donna, nessuna in tutta la sua vita l'ha fatto stare bene come lei. Il nostro poi continua come ormai di consueto ad accollarsi tutte le colpe del fallimento del matrimonio, ma come suol dirsi, non si piange sul latte versato. Corre voce, che in occasione del concerto dei Genesis del 17 Maggio 1987 tenutosi allo stadio Flaminio di Roma, Phil Collins presentò il brano con una simpatica e sorprendente espressione romanesca: "Questa canzone parla di una persona de coccio!".

Home By The Sea

Si continua con "Home By The Sea (Casa Al Mare)", un pezzo di soft rock di classe sopraffina, che punta tutto su linee vocali ammalianti e geniali, per il sottoscritto uno dei brani più riusciti dei Genesis nuovo corso. La canzone viene aperta da una serie di gracchianti accordi di chitarra distorta. Dopo pochi secondi entra in scena la sezione ritmica, un roboante basso vien affiancato da un ronzante effetto di synth, i due vanno a braccetto seguendo i decisi passi della grancassa. La voce suadente di Phil Collins recita più volte il titolo del brano, Tony Banks stende un loop di tastiera dai sentori orientaleggianti. Arriva la strofa, il Cantastorie Di Londra ci conquista all'istante con una ammaliante linea vocale, valorizzando al massimo un accompagnamento musicale non di certo trascendentale. E' impossibile non ricanticchiare la strofa o fischiettare l'azzeccatissima melodia della linea vocale, l'ennesimo hook di Mr. Collins. Con l'avvento dell'inciso il brano si apre, dal castello di tastiere fuoriescono suoni spettrali che vanno a riprendere le tematiche paranormali delle liriche, inseguiti da caustici accordi di chitarra, Mike Rutherford finalmente si ricorda del suo passato e ci delizia con un interessante giro di basso, ricco di pungenti scale che legano il tutto, mentre tanto per cambiare, Phil Collins fa ancora centro con una azzeccata linea vocale. Ritorna la strofa, con tutto il suo fascino che sa d'oriente, seguita dal chorus, stavolta proposto in una doppia razione e provvisto di una interessante coda che vede le tastiere protagoniste duettare con Phil Collins. L'armonico giro di tastiera ci accompagna verso un tetro interludio strumentale. Tony Banks libera una serie di suoni spettrali, ricamati da sottili lamenti della sei corde, i nostri ci fanno sognare ad occhi aperti, trasportandoci in un'oscura dimensione popolata di entità soprannaturali. A destarci torna di colpo la strofa, seguita dal chorus in tutta la sua interezza. Stavolta la coda che vede andare a braccetto Phil Collins ed con l'epico tema di tastiera viene prolungata, poi, magicamente ripiombiamo nel limbo strumentale dall'aria spettrale, lentamente il pad di tastiera sfuma, lasciando solo gli strazianti lamenti della chitarra e del synth in compagnia di delicati suoni arcani. Veniamo alle liriche, mentre Phil Collins improvvisava in studio sul pezzo cantando "Home By The Sea (Casa Al Mare)", a Tony Banks, da sempre affascinato da tutto ciò che a che fare con il paranormale, venne in mente una casa infestata dai fantasmi, e di certo non si fece scappare l'occasione di scrivere la prima ghost story made in Genesis. Ecco come sono nate le liriche di questo brano. Il protagonista è un topo d'appartamento, che notte tempo si intrufola in una casa in riva al mare. Una volta dentro, inizia ad accaparrarsi degli oggetti di valore, rimpinzando il suo capiente sacco. Improvvisamente qualcuno gli dà il benvenuto nella casa sul mare, poi un'orda di fluttuanti ectoplasmi dalle sembianze umane inizia a popolare la casa. Gli spiriti sono ben lieti di accogliere un nuovo ospite, in quanto è l'unica occasione di rivivere le emozioni della vita terrena, intrattenendo l'ospite con le loro vicissitudini. Gli spettri sono come imprigionati all'interno della misteriosa casa sul mare, non riescono a lasciare le mura che sono diventate una inespugnabile prigione. Spaventato, il ladro cerca di fuggire dalla casa, disposto ad abbandonare perfino la refurtiva, ma ecco che fa una scoperta ancora più agghiacciante, la casa ha imprigionato anche lui, costringendolo a passare il resto dei suoi giorni in compagnia delle entità che popolano la casa. Viste le tematiche paranormali del brano, i nostri pensarono bene di pubblicare il brano come singolo proprio il giorno di Halloween.

Second Home By The Sea

Dove finisce il brano precedente nasce "Second Home By The Sea (La seconda casa vicina al mare?)", una interessante coda in gran parte strumentale che va a formare una suite di oltre undici minuti. Le due tracce sono state volutamente separate alla nascita a causa della maniacale necessità di rompere con il passato. Se pur con una inevitabile attualizzazione dei suoni, molto più elettronici, riusciamo a riconoscere qualcosa dei Genesis di fine anni '70. In quel periodo, la batteria elettronica della Simmons stava imperversando un po' in tutte gli studi di registrazione, si tratta di quella batteria formata da elementi esagonali, suonata sovente anche dal maestro Bill Bruford. Il brano si apre proprio con un deciso ritmo sparato da Phil Collins seduto dietro al set di pelli esagonali, affiancato dopo una manciata di secondi da un epico tema di tastiera. La chitarra entra in scena con una serie di delicati accordi distorti, per poi passare ad un riff dai sentori funky. Tony Banks continua a dominare dall'alto del castello di tastiere, senza però eccedere nei tanto amati virtuosismi a cui ci aveva abituato in passato. Al minuto 01.58 incontriamo un interludio che grida fortemente anni '80. La tastiera spara un riff dall'inconfondibile retrogusto ottantiano che si sposa alla perfezione con il suono rotondo della batteria elettronica, la chitarra funkeggia in sottofondo, inseguita dai ruggiti del basso, sembra di ascoltare un pezzo del nostro Dean Arrow! Dopo questo inaspettato interludio, le tastiere tornano a riprendere toni spettrali, ricamate da un etereo arpeggio carico di effetti e da un sinuoso giro di basso. I nostri rievocano abilmente le atmosfere paranormali del brano precedente. Successivamente si cambia nuovamente, ora a comandare è un acido riff di chitarra, affiancato da arcani suoni di tastiera. Un bel climax ci porta verso un ulteriore interludio dall'atmosfera epica. Le tastiere tornano protagoniste con un prolungato assolo, bombardato da una serie di power chord. Successivamente è il turno della chitarra, che torna protagonista con un acido riff funkeggiante. Rientrano in gioco le spaziali tastiere di Tony Banks, che lentamente con classe vanno a riprendere la melodia del ritornello di "Home By The Sea". Mike Rutherford inizia un lancinante assolo con la sei corde, sicuramente fra i più interessanti degli ultimi tre anni. I colpi decisi della Simmons calano gradualmente di intensità, quando il brano sembra giungere verso la fine, i nostri vanno a riprendere la strofa del brano precedente e lo fanno a BPM ridotti rispetto alla versione originale. Un riflessivo Phil Collins si fa largo fra l'interminabile serie di filler sui tom esagonali della batteria elettronica, appoggiandosi sul galleggiante tappeto di tastiera steso da Tony Banks. Successivamente incontriamo la parte finale del chorus, con il bel tema di tastiera che si dimostra valido anche se eseguito in maniera più lenta. Phil Collins recita gli ultimi versi con mestizia, lasciandoci poi in compagnia di un disturbante effetto di synth, che imita i lamenti degli spettri e del ladruncolo, che ora si ritrova a rivivere gioie e dolori della sua vita terrena, vedendo scorrere le interminabili giornate luminose dell'estate e le lunghe notti invernali, aspettando un nuovo ospite da intrattenere con le sue storie. Nel 1985 il brano ricevette la nomination per il Grammy Award relativo alla Best Rock Instrumental Performance, ma a spuntarla furono gli Yes con "Cinema".

Illegal Alien

Tutto quello fatto di buono fino ad ora viene cancellato da "Illegal Alien" un irritante rock elettronico pienamente in linea con i brani del pessimo "Abacab". Il brano parte già male con il fastidioso rumore del traffico, mixato a quello ancor più fastidioso di una radio mal sintonizzata. Improvvisamente irrompe un giulivo riff di tastiera, accompagnato da una ritmica spedita. In sottofondo si percepisce un ronzante rumore metallico, di cui sinceramente non ne vedo l'utilità. Questa introduzione potrebbe andare bene per un jingle pubblicitario degli anni '80, ma non per un brano dei Genesis. Come un treno arriva la strofa, Phil Collins recita tutto d'un fiato e con una eccessiva dose di grinta i primi versi, manco fosse il Keith Morris di turno. Con il chorus, il brano mantiene le atmosfere festose, Tony Banks cambia leggermente il riff di tastiera, ma il succo rimane il medesimo, Phil Collins recita in maniera più consona ai suoi canoni una linea vocale che non verrà di certo ricordata fra le migliori, la sezione ritmica continua a martellare, sempre seguita dall'ossessivo e insopportabile ronzio metallico di sottofondo. Si continua con la strofa, con led sue frizzanti atmosfere punk rock, seguita dallo spensierato ritornello, impreziosito, si fa per dire da eterei cori ancestrali. Dopo due minuti il brano per ciò che mi riguarda, avrebbe già detto tutto, ma le informazioni ci dicono che va ben oltre i cinque minuti. Uno scolastico cambio di tono apre le porte ad un caotico assolo di tastiera. Le pompose fiammate sparate da Tony Banks vengono miscelate ad un insopportabile babele di voci e rumori infernali. Si aggiungono anche delle squillanti trombe suonate da Phil Collins, dal piccante retrogusto messicano che vanno a riprendere le liriche, che affrontano l'atavico problema dell'immigrazione che affligge il confine fra Stati Uniti e Messico, anche se è doveroso sottolineare che un problema di tale importanza non si sposa bene con le giulive e festose atmosfere del brano. Un repentino filler di batteria annuncia uno stralunato special dai sentori reggae. Il basso zoppicante detta il ritmo, la tastiera accompagna con irridenti riff ed un blando pad uno estraniato Phil Collins, che recita sfiorando il parlato questi versi. Al minuto 02.58 incontriamo un altro strambo assolo di tastiera che sembra uscito da un cartoon di Tommy e Jerry, poi si continua con le atmosfere reggae ed il parlato rappeggiante di Phil Collins. La tentazione di premere il tasto skipping è alta, ma il lavoro comanda di proseguire. Dopo una fugace apparizione dell'assolo cartoonesco di tastiera, si riparte con il cantilenante ritornello, con una parte cantata quasi a cappella, con la sola batteria a fare da accompagnamento, dove si percepiscono solari atmosfere gospel e poi via, verso il finale sempre in compagnia del fastidiosissimo chorus, con Phil Collins che canta in un irritante slang messicano che non è affatto divertente essere un immigrato illegale. Il chorus poi sfuma finalmente lentamente in fader ponendo fine ad un brano tirato troppo per le lunghe. Se pur l'immigrazione clandestina sia un problema estremamente serio, i nostri lo affrontano in maniera inappropriata con musiche allegre e liriche sgradevolmente al limite della comicità, scritte da Mike Rutherford, che descrive la tipica giornata di un immigrato illegale messicano, il quale in compagnia di un paio di scarpe, una tequila ed il passaporto si appresta ad incamminarsi verso il burocratico sentiero che lo separa dal confine. Un a volta vistosi negare il visto dall'ufficio passaporti, lo sfortunato messicano decide di passare dalla porta illegale che dà sul deserto dell'Arizona, gestita clandestinamente da un amico dello zio di un'amica di sua cugina, che ovviamente presenta un conto salato prima di effettuare il servizio. L'immigrato con diffidenza e molti rischi si appresta a raggiungere la terra promessa, dove tutto è più facile. Il brano è stato censurato molteplici volte negli stati uniti, perché ritenuto offensivo nei confronti degli immigrati messicani ed ispanici in generale, scatenando molteplici polemiche e facendo piovere sulla band accuse di razzismo. Impossibile stabilire se tali accuse furono giuste o meno, in quanto non sappiamo con quale intento i nostri abbiano affrontato in maniera inappropriata questo delicato argomento. Di certo le atmosfere canzonatorie ed il videoclip con i nostri nelle classiche vesti messicane, non hanno reso le cose facili, mettendo in luce una brusca caduta di stile. Il brano fu scelto come quarto singolo estratto dall'album. Rilasciato il 23 Gennaio del 1984, giustamente il singolo rimase ben al disotto della quarantesima posizione delle varie classifiche di tutto il Mondo.

Taking It All Too Hard

Molto meglio (ci vuole ben poco) la successiva "Taking It All Too Hard (Prendendo Tutto Sul Serio)", il brano più breve del platter, una melliflua ballata di gran classe, accompagnata da sdolcinate liriche d'amore, che se scritte da un'altra band non avrebbero di certo creato tutto quello scalpore che allora si manifestò fra i fans di lunga data, sconcertati di fronte agli sdolcinati versi scritti da Mike Rutherford. Questi sono gli inconvenienti che perseguitano una grandissima band che ha regalato musiche e testi a dir poco memorabili fino a pochi anni prima. Accompagnato da una rilassante batteria elettronica, Tony Banks apre il brano con il gran piano elettrico Yamaha CP-70. La dolcissima partitura avrebbe avuto un effetto ancora migliore se eseguita con il pianoforte a coda che il nostro era sovente usare negli anni settanta. Ma ora i tempi sono cambiati ed il pubblico si accontenta di una fredda imitazione. Mike Rutherford ricama con cristalline note arpeggiate. Questa introduzione non è altro che la versione strumentale del chorus, che a sorpresa si manifesta immediatamente dopo. Le avvolgenti atmosfere sono l'habitat ideale per valorizzare al meglio le capacità canore di Phil Collins, che va a chiudere l'inciso con un cambio di tono che fa stringere il cuore, recitando in maniera struggente il titolo del brano. La strofa mette in mostra arrangiamenti sopraffine e tutta la classe dei nostri, che nonostante il netto cambio di stile, rimane inalterata. Il Cantastorie Di Londra interpreta magistralmente la strofa, emanando un piacevole senso di mistero. Con l'inciso il brano sale delicatamente. La linea vocale di Phil Collins viene ricamata da sdolcinati controcanti in stile Toto. Il chorus è indubbiamente di quelli vincenti, i nostri lo sanno e ne approfittano, presentandocelo in una dolce doppia razione. Ritorna la strofa, con le sue arcane atmosfere. I passi felpati del basso sembrano camminare delicatamente sulle vellutate trame del pianoforte. Si sale nuovamente con il ritorno dell'inciso, che i nostri ci propongono in loop, lasciando per l'ennesima volta che una lenta evaporazione in fader ci porti verso il termine. Mike Rutherford ci ripropone in maniera adolescenziale l'ormai trita e ritrita storia d'amore che va in frantumi, cercando di mascherare gli errori commessi dall'innamorato di turno, errori presi troppo seriamente dalla sua amata. Una serie di piccole incomprensioni e flebili contrasti stanno mandando in malora una storia d'amore, che in passato sembrava indistruttibile e destinata a durare in eterno. Ma i vecchi tempi orma se ne sono andati, lasciando solo splendidi ricordi, paradossalmente è quello che è successo fra i fans di vecchia data ed i nuovi Genesis. 

Just A Job To Do

Sale il ritmo con "Just A Job To Do (Solo Un Lavoro Da Fare)", un frenetico funky-rock valorizzato dalle ottime linee vocali di Phil Collins. Si parte con un travolgente ritmo funky-rock elettronico, guidato da un martellante ed intricato giro di basso. Il synth spara acide fiammate che vanno ad intrappolarsi nella ragnatela di note tesa dalla chitarra. Phil Collins entra in scena con una saccente linea vocale, calando l'ennesimo hook pochi secondi più avanti, con un irresistibile bang-bang-bang. Il bridge fa salire il brano, con un energico unisono di chitarra e tastiera, poi una inopportuna fiammata di ottoni imitati dal synth ci riporta nella verso la strofa. Il bridge stavolta varia, un importante cambio di tono e la grinta del Cantastorie Di Londra aprono i cancelli all'inciso, dove emerge l'ennesima linea vocale vincente, guidata dal basso e dalla tastiera che si muovono sui medesimi registri. Una energica chitarrina funkeggiante ricama ogni capoverso del chorus, rimanendo poi in evidenza nella parte finale, annunciando il ritorno della strofa con le sue ritmiche funkeggianti contaminate di elettronica ed il suo accattivante bang-bang-bang, che va a riprendere le trame giallo noir delle liriche. Stavolta il bridge è seguito da uno spaziale limbo che ci tiene sospesi, catapultandoci poi bruscamente nel travolgente ritornello. A seguire incontriamo lo special, dove il protagonista è Tony Banks con un epico unisono di paino e tastiera. La sezione ritmica vien rafforzata da un battito di mani campionato. Nella aprte finale, Phil Collins ci conquista con l'ennesima linea vocale ammaliante, appoggiandosi sull'ottimo lavoro del tastierista, impreziosito da corpose pennate di basso e da una pioggia di note arpeggiate lasciate cadere dalla chitarra. Dopo un bis dello special i nostri si partono in quarta riprendendo il ritmo funky-rock della strofa, che fa il suo ritorno, annunciata dalla improvvisa fiammata degli ottoni, unica nota stonata del brano. A seguire, bridge e ritornello, che ci accompagna verso il finale, dove rimane un vigoroso strumming funkeggiante, che ovviamente evapora lentamente in fader. Nel booklet interno del CD e del vinile, fra il testo del brano troviamo raffigurata l'inconfondibile sagoma di Dick Tracy, protagonista di una delle più famose strisce fumettistiche a sfondo poliziesco, creato dal fumettista americano Chester Gould nel lontano 1931. Dick Tracy è il classico poliziotto incorruttibile, fedele alla fidanzata e deciso a far rispettare la legge, sempre dolce ed aggraziato verso donne e bambini, ma allo stesso tempo spietato fino all'eccesso nei confronti dei criminali, sovente messi a tacere dopo rocamboleschi inseguimenti dalla mania del grilletto facile del nostro eroe.  Ma nelle liriche scritte da Mike Rutherford il protagonista non è un'incorruttibile poliziotto, bensì uno spietato killer che compie efferati delitti su commissione. Spesso le sue vittime vengono giustiziate dopo un estenuante fuga, che si dimostra sempre fine a se stessa, concludendosi con l'uccisone della vittima predesignata. Durante un'intervista, l'Allampanato Bassista a spiazzato tutti, sostenendo che ha tratto ispirazione dal famoso esperimento del professor Stanley Milgram. Si tratta di un esperimento di psicologia sociale condotto nel 1961, dove un gruppo di volontari rivolgeva una serie di domande ad alcuni studenti, punendoli con una scarica elettrica nel caso di risposta errata. Più crescevano gli errori e maggiore era il voltaggio della scarica elettrica. In vero gli studenti stavano recitando e le scariche elettriche erano simulate. L'obbiettivo dell'esperimento era quello di mettere in risalto di come l'essere umano sia capace in maniera cinica di oltrepassare le barriere morali, pur di seguire un ordine impartito da un'autorità superiore, come il nostro killer, che eseguiva omicidi su commissione, come se stesse svolgendo la più banale delle mansioni lavorative.

Silver Rainbow

Si scende decisamente di qualità con la successiva "Silver Rainbow (Arcobaleno D'Argento)" brano sconclusionato e rumoroso, con una decisa figurazione di batteria elettronica, ma che di certo non lascia il segno. Invero il brano inizia bene con un nevrotico loop di tastiera dal sapore orientaleggiante, ricamato da arcani effetti sparati dal synth che creano l'atmosfera ideale per accogliere un profondo Phil Collins, ma con l'avvento della strofa tutte le nostre speranze di ascoltare un brano degno d'interesse si disciolgono. Dopo le precedenti apparizioni fra i solchi di questo album, ecco nuovamente la batteria elettronica Simmons ad irrompere come un ciclone, quasi ad oscurare una interessante trama di pianoforte alla Supertramp. Anche l'energica linea vocale di Phil Collins fa fatica ad emergere rispetto ai suoni sintetici e rotondi della batteria elettronica. Andando avanti troviamo l'inciso, che devo dire risulta assai anonimo, stavolta Cantastorie Di Londra non è riuscito a partorire una geniale linea vocale che riesca a valorizzare il brano di per sé scialbo. Si continua con la strofa, sicuramente più interessante del successivo inciso, dove epiche fiammate di tastiera duellano con i rotondi suoni dei tom tom esagonali. Uno spettrale sintetizzatore annuncia il ritorno della strofa, seguita in maniera assai banale dal ritornello che fa un'apparizione fugace. Il giochino si ripete ancora una volta, lasciandoci poi in compagnia del chorus, che già non è dei migliori composti da Phil Collins e compagni e se riproposto in loop diventa a dir poco ossessivo. A completare il festival della banalità, l'ennesima estinzione in fader. Come del resto il brano, inizialmente anche le liriche nei primi versi scritti da Tony Banks sembrano essere interessanti. L'arcobaleno d'argento è la linea di confine di un posto immaginario e magico, dove tutto funziona al contrario. I fiumi scorrono in salita verso le montagne, il blu si trasforma in grigio, la mattina è l'atto conclusivo della giornata. Poi arriva una coppia di giovani innamorati, e le liriche, invece di sfociare definitivamente verso atmosfere fantasy, prendono una deludente strada che affronta in maniera del tutto banale i primi approcci sessuali, con il ragazzo che lentamente allunga le sue mani tentacolari, domandandosi fino a che punto la ragazza lo lascerà fare, continuando la sua lenta risalita verso l'obbiettivo primario, proseguendo imperterrito anche se dovesse irrompere un orso ad incrinare l'idilliaca atmosfera. Poi nel ritornello finale, le liriche si limitano ad un'ossessiva ripetizione dei medesimi versi.

It's Gonna Get Better

E siamo giunti alla traccia conclusiva, "It's Gonna Get Better (Sta Andando Meglio)", un classico brano elettro-pop dell'epoca, che con i Genesis non ha niente a che vedere e che conferma una costante discesa dell'album, con un irritante ritornello interpretato in simil falsetto da Collins. Tony Banks apre il brano con un etereo pad di tastiera che mal si sposa con il freddo lavoro della sezione ritmica. Uno spettrale lamento fuoriesce dal castello di tastiere, annunciando il ritornello. Facendosi largo fra le armoniche trame della chitarra, Phil Collins interpreta con grazia l'inciso, con registri inusualmente alti. Ritorna lo spettrale sintetizzatore ad annunciare la strofa, che grida fortemente anni '80. Il Cantastorie Di Londra si incupisce ed il brano perde di brillantezza, sembra di ascoltare una delle tante meteore dell'epoca che popolavano le compilation "One Shot" non di certo i Genesis. Ritorna l'inciso, dove Phil Collins accentua il falsetto ai limiti della sopportabilità. Andando avanti incontriamo un interludio strumentale che vede protagonista Tony Banks, ma siamo lontani anni luce dai tempi d'oro. Il nostro si limita ad accozzare freddi pad di tastiera che non trasmettono nessuna minima emozione. Nella parte finale, Phil Collins recita con dolcezza il titolo del brano, per poi passare all'odioso falsetto. Il brano si conclude con una prolungata coda strumentale fine a se stessa, dove le tastiere vanno a riprendere banalmente la melodia del ritornello. Non sto a rimarcare come il brano prosegue verso l'estinzione. Sicuramente non è la conclusione esplosiva che desideravamo di un album che si era aperto in maniera interessante. Non contenti, i nostri hanno inserito una "long version" del brano come B-side del singolo "Mama", allungando inutilmente un brodo già di per se insipido. Nelle liriche Phil Collins affronta un'altra piaga del periodo, quella dei senzatetto, ma a differenza di "Illegal Alien", il nostro lo fa senza imbattersi in inopportuni versi umoristici e con una buona dose di ottimismo. Il nostro incita gli sfortunati senza tetto a vivere nella speranza, bramando che un giorno la ruota della vita inverta la rotta. Costretti a vivere all'addiaccio nei bassi fondi delle grandi città, i numerosi clochard affidano la loro vita alla speranza, vivendo le monotone giornate lontane dalla frenesia di chi è stato più fortunato di loro. Consci di essere arrivati a raschiare il fondo del barile, vivono consapevoli che e la loro vita potrà solo migliorare, aspettando con pazienza i venti di un improvviso cambiamento. Questi ultimi versi possono tranquillamente riallacciarsi al percorso musicale dei Genesis, passato dalle epiche sinfonie degli anni settanta alle canzoncine pop rock del decennio successivo, ed i venti di un improvviso cambiamento sono quelli che si auspicavano al tempo i fans di vecchia data, cambiamento che purtroppo, non verrà mai.

Conclusioni

Bisogna mettersi l'animo in pace, sono ormai lontani anni luce i coltelli, le volpi e la terra di Albione in vendita a poco prezzo, ma anche le nebbiose atmosfere tempestose ed il simpatico squonk sono ricordi lontani. Sicuramente però, senza farci urlare al miracolo, questo omonimo album dei Genesis è un passo avanti rispetto al deludente "Abacab", che il sottoscritto proprio non è riuscito a digerire. L'album parte bene con l'oscura traccia d'apertura e l'interessante accoppiata delle case infestate in riva al mare, intervallate dalla simpatica ma antigenesisiana "That's All". E' nella seconda facciata che l'album inizia perdere di peso e di originalità in maniera preoccupante, a partire dall'odiosa ed inappropriata "Illegal Alien", (uno dei punti più bassi della discografia genesisiana) e le poche fantasiose e fredde due tracce conclusive, destinate a finire quanto prima nel dimenticatoio. Leggermente meglio le restanti tracce sei e sette, niente di trascendentale sotto il punto di vista musicale ma valorizzate dalla genialità di Phil Collins. Sull'immaginario e ormai consueto podio, è proprio il Cantastorie di Londra ad andare ad occupare il gradino più alto. Se pur meno appariscente dietro alle pelli, forte dell'avvento della drum machine e della batteria elettronica, il nostro sforna linee vocali geniali ed ammalianti che valorizzano al massimo composizioni talvolta non propriamente eccellenti. Anche le genialità di Tony Banks sembra essere offuscata delle nuove tecnologiche attrezzature, che non fanno altro che indebolire notevolmente la granitica colonna portante della band. Mike Rutherford in un paio di occasioni ci sorprende con interessanti partiture di basso, ma risulta quasi impalpabile con la sei corde, anche se l'assenza di un chitarrista di ruolo si fa meno pesante rispetto al passato, visto il sentiero electro-pop intrapreso dalla band. L'omonimo album numero dodici è venuto alla luce il 3 Ottobre del 1983, registrato fra il Maggio e l'Agosto del medesimo anno presso gli studi di proprietà della band The Farm, ricavati da una stalla adiacente ad una abitazione immersa nella suggestiva contea del Surrey. La produzione è opera dei Genesis e di Mr. Hugh Padgham che da tecnico del suono è stato promosso produttore. Distribuito in Europa dalla Charisma, per gli Stati Uniti ci ha pensato la major Atlantic, mentre la Vertigo si è occupata della distribuzione per il mercato sudamericano. Non si può certo dire che l'artwork sia di quelli entusiasmanti che invitano all'acquisto a scatola chiusa, come poteva essere per l'affascinante copertina di "Trespass" o la nebbiosa artwork di "Wind & Wuthering". Il grafico Billy Smith si è limitato a mettere insieme su uno sfondo nero una decina di formine gialle per neonati della Tupperware, azienda leader nel mercato dei prodotti in plastica. In alto, sempre in giallo il timido logo della band in un anonimo corsivo. Comunque sia, copertina bella o brutta, più i nostri si allontanano dalle origini e più le loro tasche si rimpinzano di dollari e sterline. L'album ebbe successo strepitoso praticamente in tutto il Mondo, raggiungendo la prima posizione in patria, in Finlandia ed in Germania. In molti altri paesi si fermò, si fa per dire, alla seconda posizione. Per la cronaca, in Italia raggiunse la quarta posizione. Molteplici furono i riconoscimenti, con un disco di platino in Francia e Germania, due nel regno Unito e in Svizzera e ben quattro negli Stati Uniti. Il successo ottenuto dall'album, ampliato dalla sorprendente "Mama", consacrò definitivamente i Genesis allo status di rockstar, con buona pace dei fans di vecchia data. Ma veniamo alle conclusioni, a parte l'orribile "Illegal Alien", un vera e propria caduta di stile sia liricamente che musicalmente, non ci sono altri brani che invitano allo skipping. Le oscure atmosfere di "Mama" e la "suite" "Home By The Sea" innalzano notevolmente la valutazione finale del platter, che parte bene ma si conclude in maniera anonima. Nonostante di genesisiano queste composizioni non abbiano praticamente nulla, dobbiamo pur riconoscere che si tratta di brani raffinati ed intelligenti e che in qualche maniera fanno riaffiorare una classe che sembrava ormai perduta. Un album consigliato ai nostalgici degli anni '80 ed a coloro che sono afflitti dal morbo Genesis, ascoltando qualunque cosa essi ci propongano. Per i Gabrielliani convinti, meglio passare oltre, anzi, dietro, molto dietro.

1) Mama
2) That's All
3) Home By The Sea
4) Second Home By The Sea
5) Illegal Alien
6) Taking It All Too Hard
7) Just A Job To Do
8) Silver Rainbow
9) It's Gonna Get Better
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