GENESIS

From Genesis To Revelation

1969 - Decca Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI PISTOLESI
16/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
4,5

Introduzione Recensione

Alla fine degli anni sessanta in Inghilterra stava avvenendo una germogliazione spontanea di musicisti, vogliosi di lanciare un nuovo messaggio musicale, cercando di staccarsi dalle le radici ormai appassite della musica beat e psichedelica, sostituendo gli ormai sorpassati viaggi lisergici con paesaggi irreali dal sapore fantasy, liriche profonde e spirituali e mettendo in mostra una grande tecnica strumentale oltre ad una immensa voglia di innovazione. Questa nuova ondata musicale che si discostava pesantemente dagli standard dell'epoca, venne inevitabilmente subito battezzata "progressive rock", e vedeva la capitale in Londra, con un agguerrito esercito di preparati musicisti pronti a diffondere il loro messaggio musicale nel resto dell'Europa prima e del Mondo poi, trovando particolarmente terra fertile nel nostro stivale tricolore. E' incredibile il numero di veri e propri talenti naturali che si riunivano nelle cantine londinesi. Basta pensare a Keith Emerson (proprio mentre scrivo, ho appreso che purtroppo anche questo ineguagliabile fenomeno del rock ci ha lasciato, R.I.P.), Chris Squire (R.I.P.), Phil Collins, Rick Wakeman, David Gilmour, Robert Plant, John Wetton, Bill Bruford, Steve Howe, solo per citare alcuni nomi del fior fiore di musicisti sbocciati nel medesimo periodo, quasi da far pensare che si trattasse di una colonia di alieni dalle incredibili doti virtuose, segretamente integrati con la razza umana. Nei vari licei londinesi, c'era un enorme fermento di studenti che formavano nuove band. Oggi inizieremo un affascinante viaggio per conoscere una delle band più influenti del progressive, i Genesis, che come la stragrande maggioranza delle band di fine anni sessanta, iniziarono a prendere forma nei licei londinesi, per la precisione a Godalming, ridente cittadina a pochi chilometri da Londra, la quale ospitava la scuola pubblica di Charterhouse, frequentata da giovani rampolli dell'alta borghesia britannica. Correva l'anno 1967, quando fra le mani del giovane produttore Jonathan King della Decca Records fu recapitato un demo tape, frutto di due band, i The Garden Wall e i The Anon, riunitisi sotto il nuovo nome The New Anon. Nonostante lo stesso King fosse un ex alunno della stessa scuola, non conosceva quei giovani sbarbatelli desiderosi di fare nuova musica, ma fu favorevolmente impressionato dal nastro. La formazione prevedeva Peter Gabriel alla voce, Tony Banks alle tastiere, Anthony Phillips alla chitarra, Mike Rutherford al basso e Chris Stewart alla batteria, quasi subito sostituito da John Silver. Nonostante la giovane età, che variava dai quindici ai diciassette anni, i nostri ottennero il loro primo contratto discografico dalla durata di un anno, con la Decca Records. Dopo aver incassato la bellezza di quaranta sterline per quattro canzoni, i nostri iniziarono le registrazioni presso gli studios Regent's Sound di Londra. Dopo una serie di brani che non lo impressionarono, Mr. King fu colpito da un brano in stile Bee Gees, intitolato "The Silent Sun", prontamente pubblicato come singolo dalla Decca nel Febbraio del 1968. Il singolo purtroppo non riuscì ad entrare in classifica, ed anche il suo successore "A Winter's Tale" non ebbe miglior sorte. Nonostante i due scoraggianti flop, Jonathan King intravedeva discrete potenzialità nel giovane combo albionico, offrendoli addirittura l'opportunità di incidere un intero album. A differenza delle altre band del circuito musicale londinese, i The New Anon non si erano mai esibiti dal vivo, anche se una intensa gavetta in cantina aveva dato vita ad un ottimo affiatamento musicale. L'istrionico produttore, dopo aver apprezzato la qualità dei nuovi brani, suggerì alla band un concept album introspettivo e dal profondo significato a tematiche religiose, che a dir suo si sarebbe sposato alla perfezione con le sonorità di Tony Banks e compagni. Fu così che venne fuori l'idea di From Genesis To Revelation . I baldi giovani sfruttarono le vacanze estive e si rinchiusero nella casa di campagna del nuovo batterista John Silver a comporre musica e liriche, per poi tornare a Londra ai Regent's Sound e registrare a tempo di record in un solo giorno tutto il materiale. L'emozione portò il nervosismo a livelli di guardia. Una atavica leggenda narra che Peter Gabriel fosse costretto a fare di continuo delle docce gelate in modo da essere in grado di prendere le note acute. Dal gruppo emergeva l'ottima qualità delle parti di pianoforte di Tony Banks, che purtroppo non erano valorizzate dalla fiacchezza della sezione ritmica. Per donare al wall of sound un sapore biblico in sintonia che l'importante titolo e le pretenziose liriche, Jonathan King aggiunse delle parti orchestrali dirette da Arthur Greensdale, da non confondere con l'omonimo tastierista Dave. Questa mossa non fu particolarmente apprezzata dalla band, che li vedeva tutti confinati su un canale, per lasciare l'altro ai melliflui archi. From Genesis To Revelation (Dalla Genesi All'Apocalisse) venne alla luce a Marzo del 1969, non fu mai praticamente passato in radio, ricevendo tiepidi riscontri dalla critica e dal pubblico, inabissandosi lentamente senza lasciare alcuna traccia. Furono vendute solamente 650 copie, e anche la copertina completamente nera, che si limitava a sfoggiare il titolo con caratteri gotici dorati, ebbe la sua buona dose di negatività sulle vendite. In alcuni negozi, addirittura l'album venne relegato nella categoria "musica religiosa". Curiosamente, nella copertina non compare il logo della band, in quanto la Decca era venuta a conoscenza di una band americana che già sfoggiava il nome Genesis, quindi propose a band e produttore di cambiare il nome, per non incorrere in dannosissimi conflitti legali, opzione poi prontamente rifiutata. Comunque sia, dei Genesis americani si persero quasi subito le tracce, dopo un solo album intitolato "In The Beginning", pubblicato dalla Mercury nel 1967. L'insuccesso dell'album d'esordio portò alla rottura tra la band e Jonathan King, al quale dissero di un loro scioglimento, mentre in vero si riunirono nuovamente nella casa di campagna per riflettere sul loro futuro e tentare una nuova ascesa nell'olimpo della musica. Dell'esperienza appena passata, i nostri si portarono dietro solamente il nuovo nome, ideato dall'ormai loro ex produttore, ovvero il pretenzioso Genesis. Nonostante l'album fosse ingenuo e dilettantistico, con buona dose di colpe da parte della frettolosa produzione, lasciava intravedere alcune buone cose, ma prima di iniziare ad analizzarlo, andiamo a conoscere da vicino questi giovincelli vogliosi di far buona musica. Peter Brian Gabriel nasce il 13 febbraio del 1950 nella piccola cittadina di Chobham, a 15 chilometri da Londra. Il padre, Ralph Parton Gabriel (1912-2012), era un ingegnere elettronico. Sua madre, Edith Irene (Allen), proveniva da una famiglia di musicisti, di conseguenza è lei che lo ha indirizzato verso il mondo della musica sin dalla tenera età, insegnandogli a suonare il pianoforte. Nei primissimi tempi della sia carriera musicale, era nato come batterista, poi, definito dall'amico Mike Rutherford "un batterista frustrato", decise di dedicarsi a tempo pieno al canto, arricchendo le proprie performance con una esuberante presenza scenica, dovuta al trucco e ai vistosi costumi. In poco tempo divenne subito un "personaggio", in quanto durante l'introduzione dei brani in sede live, amava recitare suggestive introduzioni, immedesimandosi in personaggi ben distinti, che variavano di canzone in canzone, fra i costumi e personaggi più memorabili, ricordiamo "The Flower" e "Magog" in "Supper's Ready, "Britannia" in "Dancing with the Moonlit Knight" e "The Old Man" per il finale di "The Musical Box". Il suo grande amico degli spensierati tempi del liceo, Anthony George "Tony" Banks, nasce il 27 Marzo del 1950 a East Hoathly, una parrocchia civile del Wealden, nel distretto di East Sussex, contea nel sud-est dell'Inghilterra. Stranamente in famiglia non si registrano musicisti, decide comunque di susseguire una formazione classica in pianoforte e di imparare a suonare la chitarra. All'inizio però sembra più orientato a puntare sulla carriera universitaria, studiando prima matematica al liceo di Charterhouse, proseguendo poi con la chimica presso l'Università del Sussex, sconfinando infine nel campo della fisica. Preso poi dal progetto Genesis decide di prendersi un periodo di aspettativa interrompendo momentaneamente gli studi, in modo da poter esplorare una carriera musicale a tempo pieno, aspettativa che tutt'ora non è ancora terminata, per ovvi motivi. Michael John Cloete Crawford Rutherford nasce a Guildford, capoluogo della Contea tradizionale del Surrey, il 2 Ottobre 1950. Il nostro descrive la sua prima esperienza con una chitarra come una cosa traumatica: "Quando avevo sette anni i miei genitori mi comprarono, per otto sterline, una chitarra con sei corde di nylon. Il primo anno imparai tre accordi, con gran dolore e tormento per le mie dita? terribile". Terrorizzato dalle sottili corde in nylon, decise poi di dedicarsi alle più robuste quattro corde del basso. A soli nove anni forma la sua prima band, i Chester. Dopo aver frequentato la Leas Preparatory School a Hoylake, all'età di tredici anni si trasferisce alla Charterhouse School, dove viene anche espulso per cattiva condotta e conosce il chitarrista Anthony Phillips con il quale forma i The Anon. Anthony Edwin Phillips nasce a Londra il 23 Dicembre 1951. Di buona famiglia inglese, negli anni sessanta frequenta la Charterhouse School dove conosce gli altri futuri membri dei Genesis già presentati. Il primissimo batterista Christopher Stewart nasce nel 1951 a Horsham nel Sussex. Sotto la pressione del produttore Jonathan King che lo riteneva scarso, viene ben presto allontanato dai Genesis e sostituito da Jonathan "John" Silver, classe 1950, dopo che non era andata in porto l'assunzione del futuro drummer dei Queen Roger Taylor. Come detto in precedenza, il nostro From Genesis To Revelation (Dalla Genesi All'Apocalisse) non fu il classico esordio con il botto, anzi tutt'altro, finendo addirittura per essere rinnegato in futuro dai Genesis stessi, quindi è giunta l'ora di ascoltarcelo e giudicare da che parte sta la verità.

Where the Sour Turns to Sweet

Ad aprire le danze è Where the Sour Turns to Sweet (Dove l'Acido diventa Dolce), aperta da pochi oscuri di pianoforte, con un desueto schiocco delle dita a tenere il tempo. Peter Gabriel mette subito in mostra le sue abilità canore recitando questi pochi versi. Breve pausa, poi gli accordi del pianoforte si fanno più solidi, accompagnati da un veloce strumming di chitarra acustica da spiaggia, che va a svolgere anche i compiti ritmici. Privo del supporto della batteria, il basso di Mike Rutherford si limita a felpati fraseggi di sottofondo, spesso oscurati dall'orchestra diretta da Arthur Greensdale. Dopo qualche battuta strumentale ritorna in scena il Menestrello Di Chobham, che interpreta in maniera teatrale la strofa. Nel bridge arriva un coro ecclesiastico, seguito dagli archi, che con il passare del tempo si fanno sempre più invadenti. L'inciso viene ravvivato da squillanti ottoni e da un brioso piattello che tiene il tempo. Breve pausa, e ritorna Tony Banks con i suoi tetri accordi di pianoforte, subito seguito dal festoso strumming di Mr. Phillips. Di seguito ritornano il bridge ed il ritornello, con gli ottoni che risultano anche fin troppo invadenti. Rimangono le dita che schioccano a tempo di musica, e Tony Banks ripropone gli oscuri accordi di pianoforte, che forse troppo frettolosamente accompagnano Mr. Gabriel verso l'inconcludente finale. Nelle liriche, Gabriel lancia profondi messaggi, cercando nuovi adepti a cui lanciare la missiva d'amore. Chiede di fare un profondo esame introspettivo, in modo da liberare la mente da oscuri pensieri e riempirla con il raggiante potere dell'amore, in modo da trasformare gli acidi cattivi pensieri in dolci propositi. Esorta poi a dipingersi il volto di bianco candido, in modo da ostentare la pace interiore. Brano scelto come secondo singolo estratto dall'album e che ritengo avesse discrete potenzialità, ma l'assenza della batteria e l'invadente presenza dell'orchestra, lo rende a tratti fiacco.

In The Beginning

Oscuri suoni provenienti da uno dei primi sintetizzatori, gentilmente offerto dalla Regent Sounds, apre la successiva In The Beginning (Al Principio). Le aliene e inquietanti sonorità, che stanno a simboleggiare la nascita dell'universo, anticipano un trascinante groove di basso, non valorizzato dalla inconsistente partitura di batteria, sovrastata dallo sferragliante strumming di Anthony Phillips, mentre in sottofondo, delicati accordi di pianoforte accompagnano la linea vocale grintosa con cui si presenta Mr. Gabriel, che cresce nel bridge. Breve stacco strumentale che funge da inciso, con un'acida chitarra in evidenza e si riparte con la trascinante strofa, seguita dal bridge e dal ritornello, che questa seconda volta viene cantato dopo i lisergici fraseggi di chitarra. Trascinato dagli accordi di chitarra e di pianoforte, Peter Gabriel esplode, urlando ai quattro venti la storia dell'evoluzione della razza umana. Andando avanti incontriamo lo special, con un ammaliante cambio di tonalità, seguito da un fragoroso fraseggio di basso sparato da Mr. Mike Rutherford, affiancato dopo qualche battuta dallo squillante incedere del piattello. Ritorna la strofa, seguita da bridge e ritornello, per l'occasione raddoppiato. I nostri chiudono con l'interessantissimo special, che ci lascia con l'idea che anche questo brano sia stato concluso troppo in fretta. Nelle liriche, Peter Gabriel illustra la sua personalissima visione della creazione del Pianeta Terra, con la colonna sonora degli oceani che si scagliano sulle montagne, mentre minacciosamente un vulcano cosparge di lava incandescente il paesaggio. In uno cielo dalla strana colorazione, iniziano a brillare i dorati stalloni che trascinano il carro, da sempre punto di riferimento della razza umana, che pone la sua giovane esistenza nelle mani del destino. La vita ha iniziato il suo corso, i primi esseri umani hanno tutto il Pianeta a disposizione, sta a loro conquistarlo.

Fireside Song

Altro brano dalle discrete potenzialità, reso inconsistente dal fiacco ed inconcludente drumming di John Silver, bastava un Alan White di turno per rendere assai più interessante un brano, che comunque si fa apprezzare per le pretenziose argomentazioni delle liriche. Tony Banks ci cattura con un'avvolgente trama di pianoforte, introducendo Fireside Song (Canzone del Focolare). Dopo neanche un minuto la profonda partitura di piano lascia il campo ad un solare strumming di chitarra, di quelli da spiaggia, intorno appunto ad un bel falò, a riprendere il titolo del brano. Le pennate sulla sei corde acustica di Anthony Phillips vengono ricamate dalle struggenti melodie degli archi, che anticipano di qualche battuta l'ingresso di Peter Gabriel, il quale dimostra di saper sempre interpretare i brani nella maniera appropriata, nonostante la giovane età. Con un'incredibile maestria, riesce a valorizzare al massimo le banali melodie generate dall'intreccio di chitarra ed archi. Nell'inciso Anthony Phillips abbandona lo strumming in virtù di un mellifluo arpeggio, purtroppo sovrastato dall'invadenza degli archi, mentre Mike Rutherford continua ad eseguire un impercettibile ed oscuro lavoro di riempimento. Ritorna la strofa con la sferragliante chitarra e gli archi alla E.L.O., che a mio avviso invece di impreziosire il brano lo rendono stucchevole. L'orchestra diretta da Arthur Greensdale trasporta in alto il Peter Gabriel, che cosparge di miele la linea vocale dell'inciso, il quale in maniera forse scontata viene ancora ripetuto, fino all'estinzione in fader. Il Poeta Di Chobham ci delizia con una epica visione del Mondo che nasce, sottolineando le meraviglie di Madre Natura, che quotidianamente ci deliziano con spettacoli mozzafiato, troppo spesso non apprezzati dagli umani dell'era moderna. I raggi luminosi dell'alba, penetrano dolcemente nella nebbia che avvolge il paesaggio terrestre, uno spettacolo di una bellezza unica, bellezza che sin dal primo giorno di esistenza del Pianeta Terra, vi si è stabilita, con l'intenzione di rimanervi per sempre. Se prima c'era una confusione infernale, ora ogni alba che nasce è sinonimo di futuro e progresso per la razza umana, che deve solo imitare la tenacia con cui gli alberi affrontano l'impetuosa forza del vento, cercando di rimanere in piedi. L'acqua dei fiumi segue lentamente il suo percorso, andando poi a mescolarsi con quella del mare. Questa è una simbiosi che i parolieri degli anni settanta hanno sempre usato per descrivere il tortuoso cammino della vita dell'uomo, Jon Anderson in primis. Anche in questo brano, il batterista John Silver non è pervenuto, ed è questa la lacuna che emerge in questo primo scorcio di album. La mancanza di un vero e proprio drumming rende i brani apatici e non valorizza il lavoro degli altri strumentisti, facendo diventare scialbe interessanti composizioni che potevano essere sfruttate molto meglio. 

The Serpent

E' il turno di The Serpent (Il Serpente), aperta da un'oscura introduzione, con una brillante chitarra in strumming, seguita dalle note gravi del basso che rimbombano fino alle viscere, mentre in sottofondo si percepisce un ridondante tema di tastiera. John Silver tiene il tempo con delle percussioni dai sentori tribali, poi irrompe per qualche secondo un caustico riff di chitarra, che sfuma subito in fader, lasciando il campo ad un lisergico unisono di chitarra e basso, dove quest'ultimo sovrasta prepotentemente la sei corde. Finalmente entra in scena la batteria, poco incisiva ma perlomeno presente. Peter Gabriel interpreta alla perfezione la strofa dai sentori lisergici, mentre lentamente inizia a prendere vita un tappeto di organo Hammond, che aumenta in crescendo d'intensità fino ad arrivare all'inciso, dove il Cantastorie Di Chobham ammonisce la razza umana, urlando "Beware The Future (Attenti al Futuro)"; il basso macina le note gravi, mentre John Silver ci stupisce con una serie di corse sulle pelli. La rabbiosa linea vocale di Gabriel viene ricamata da inquietanti cori dai sentori clericali, mentre Anthony Phillips fa lamentare la sei corde in sottofondo. Improvvisamente rallentano i BPM, rimane per alcuni secondi il vetusto organo Hammond, poi ritorna la strofa con il lisergico unisono. Breve limbo, dove emerge il rumore delle bacchette che ritmano sul bordo dei tom, poi si riparte con il bridge, che un crescendo di organo e cori apre le porte allo stralunato ritornello, seguito nuovamente dalla strofa, bridge, con il quale i nostri vanno a concludere il brano. Come si evince dal titolo, nelle liriche ci sono lampanti riferimenti al vecchio Testamento. In una notte oscura, con un sibillino allineamento dei pianeti, Dio creò l'uomo, modellandolo a sua immagine e somiglianza, una macchina magnificamente perfetta, che aveva a disposizione un intero Paradiso. Dopo di che creò la donna, che a detta di Gabriel celava l'influenza di Satana. Per mettere alla prova il genere umano e di conseguenza il futuro dell'intera umanità, Dio introdusse nella splendida flora del Paradiso un serpente, astuto, con il Diavolo all'interno delle sue pupille tentatrici. Il resto è storia. In questo brano, i Genesis rimangono saldamente attaccati alle radici della musica psichedelica di fine anni sessanta, dimostrando comunque di avere le basi per diventare quello che poi in effetti diventeranno. 

Am I Very Wrong

 La traccia numero cinque è intitolata Am I Very Wrong (Sono Molto Sbagliato), aperta da Tony Banks con profondi accordi di pianoforte, ricamati da taglienti fraseggi di tastiera. Anche questa introduzione, sembra quasi essere a se stante, finendo in maniera anonima in virtù della strofa, dove spicca un melanconico arpeggio di chitarra. Le avvolgenti trame che tesse Anthony Phillips, vanno ad amalgamarsi con il triste suono dei corni inglesi, generando l'atmosfera ideale per accogliere la deprimente linea vocale di Peter Gabriel, che si dimostra ancora una volta versatile e preparato. Arriva il bridge, dove emerge una bellissima partitura di pianoforte energica, che sembra voler far esplodere il brano verso l'inciso, ma che  ci riporta subito nelle melanconiche atmosfere della strofa, dove emerge il triste lamento dei corni inglesi. Ritorna il bellissimo bridge con il pianoforte rafforzato da un vigoroso strumming di chitarra che stavolta apre le porte all'inciso, di forte matrice Beatlesiana, con una sferragliante chitarra che accompagna un'armonia vocale dai sentori liceali, ricamata sempre dal melenso lamento dei corni. Tornano nuovamente le melanconiche atmosfere della strofa, seguita dal bridge, che senza ombra di dubbio e una delle migliori parti dell'album, con i bellissimi fraseggi di pianoforte che spalancano i cancelli all'armonia vocale liceale dell'inciso. Sul finale un ispiratissimo Peter Gabriel, con una grintosa serie di "Never End (non finiscono mai)" va ad intrecciarsi con l'armonia vocale portante, portandoci in maniera energica verso il finale, che come al solito, sfuma troppo frettolosamente, lasciandoci uno sgradevole retrogusto di brano incompiuto. Nelle brevi liriche il Cantastorie Di Chobham abbandona le tematiche bibliche, in virtù di un profondo esame introspettivo, dove il nostro riconosce molti aspetti negativi della sua personalità. Si ritiene una persona oscura, che non conosce la macchina della felicità, che spesso fa uso delle orecchie da mercante e che si trova palesemente a disagio con tutti coloro che ostentano una mentalità aperta, di fronte ai quali è costretto a fingere, vivendo nel timore di una menzogna senza fine. Disagio che aumenta nel giorno del suo compleanno, dove deve fare per forza buon viso agli amici che lo festeggiano e gli augurano altri cento compleanni ancora, cosa che lascia alquanto perplesso il nostro triste menestrello. Nonostante la sezione ritmica non sia pervenuta, se non per qualche cupa nota di basso, sono stato stregato dal bellissimo pianoforte del bridge. 

In the Wilderness

Andando avanti incontriamo In the Wilderness (Nel Deserto), aperta ancora una volta da Tony Banks con un armonioso giro di pianoforte, che dopo alcune battute viene affiancato da un Peter Gabriel mettendo in risalto le sue capacità vocali e la sua versatilità. Nel breve bridge predominano ancora una volta gli archi diretti da Arthur Greensdale e le profonde pennate sul basso da parte di Mike Rutherford, che emanano forti vibrazioni che ci entrano nelle orecchie e arrivano fino allo stomaco. Il crescendo apre le porte al melodico inciso, dove gli archi sovrastando anche la timida entrata del latitante John Silver e della chitarra mai incisiva di Anthony Phillips. Peter Gabriel viene trasportato in alto dagli archi, che suonano un po' troppo Bee Gees, vero e proprio pallino di Greensdale. Gli archi tornano a tediarci anche nella strofa successiva, andando ad oscurare le bellissime trame del pianoforte, e poi di nuovo il beegeesiano ed ammaliante inciso, con un Gabriel in gran spolvero, capace di comporre interessanti linee vocali, nonostante la giovane età. Breve break strumentale dove Tony Banks ripropone il tema dell'introduzione e poi ritornano in crescendo gli archi, che aprono le porte di nuovo al chorus, con la linea vocale che ormai si è insinuata nella nostra mente. Il ritornello viene ripetuto in loop fino allo sfinimento, con una lenta estinzione in fader, lasciando poi il campo a Tony Banks che va a concludere con oscuri fraseggi di pianoforte che riprendono la dolce melodia dell'inciso, il quale rimane fortemente impressa nella nostra mente. Ritornano le liriche a tematica biblica, Il Paradiso è ormai un ricordo. Non mancano profonde licenze poetiche, come "E le foglie hanno raccolto polvere per correre come cervi" e "La nebbia avvolge i gabbiani, battezzati dalla tempesta", a confermare le abilità con la penna di questo adolescente ed ambizioso cantante, nonché abile paroliere, che ha solo la musica nelle sue orecchie. Ritroviamo ancora una volta la simbiosi fra l'acqua e la vita dell'uomo, che scorre come l'acqua piovana trasportata dalle grondaie. L'animo dell'uomo in men che non si dica è stato invaso dal Demonio e ha dato il meglio di se per costruire armi fatte appositamente per uccidere i propri simili, affiancando la piaga della guerra alla razza umana. I vincitori brindano felici ad ogni battaglia vinta, infischiandosene dei cadaveri lasciati a marcire al gelo della notte, dando vita ad un crudo spettacolo che purtroppo ci portiamo dietro dalla notte dei tempi. Anche questo brano, nasconde ottime idee e buon potenziale, spazzati via dall'eccessive ed invadenti trame orchestrali degli archi. 

The Conqueror

 Se possedete il primo storico vinile, la traccia che andiamo ad ascoltare è quella che apre il lato B, dall'epico titolo di The Conqueror (Il Conquistatore). Essa viene introdotta Anthony Phillips con una triste melodia di chitarra che va a riprendere in maniera solenne la struttura del brano precedente, accompagnato da Mike Rutherford con una seconda chitarra in strumming. Dopo questa melanconica introduzione entra in scena Tony Banks con tetri e potenti accordi di pianoforte, affiancati da una sferragliante chitarra e finalmente da un incidente 4/4 da parte della sezione ritmica. La voce leggermente effettata di Peter Gabriel sembra provenire da un'altra dimensione. Sia l'accompagnamento che la linea vocale della strofa risultano banali e piatte. Non cambia molto nell'inciso, dove una sottile armonia vocale tenta di tirare su il Cantastorie Di Chobham. Le fiacca strofa ed il ritornello vengono ripetute, ma non incidono, nonostante per la prima volta nel platter, John Silver faccia del suo meglio per ravvivare la situazione. Il pezzo scorre via rievocando reminiscenze che ci ricordano i primi Who, senza però lasciare il segno. Le ridondanti strofe e i ritornelli vengono riproposti ad oltranza fino al minuto 02:51, dove rimane solo Peter Gabriel accompagnato da pochi accordi di pianoforte, ma in crescendo i nostri tornano a tediarci con le monotone melodie del ritornello, proponendoci nel finale una versione strumentale, dove si manifesta in sottofondo un dissonante assolo di chitarra, non sono in grado di stabilire se tale dissonanza è voluta o semplicemente si tratta di una maldestra scordatura della sei corde, dettata dall'inesperienza. Le liriche trattano le gesta di un misterioso conquistatore, privo di principi e moralità ed avido di successo dove ama crogiolarsi. Cinicamente percorre la sua strada aperta da un atavico odio, mietendo vittime su vittime, secondo un suo personale senso di giustizia. Molte donne lo acclamano e lui imperterrito ne trae forza dagli elogi e continua a percorrere il suo spietato sentiero di morte. Con le vittorie è riuscito a comprarsi un castello che domina dall'alto della collina, dove quello che molti ritengono un pagliaccio dalla testa vuota, ostenta tutto il suo potere, senza riuscire mai a trovare l'amore, non sono in grado di stabilire se le gesta di questo spietato conquistatore si riferiscano ad un personaggio storico ben preciso, a me istintivamente è venuto in mente il conte Vlad III di Valacchia (chiamato anche Vlad L'Impalatore, o meglio ancora conosciuto come Dracula).

In Hiding

Brano banale ed ingenuo, fino ad ora quello meno interessante, meglio passare oltre scoprire cosa si cela dietro al sinistro titolo In Hiding (In Clandestinità). Chi si aspettava tetre atmosfere viene subito spiazzato dal mellifluo e solare duetto in modalità Beatles fra Peter Gabriel e la chitarra acustica di Anthony Phillips, che accompagna con un ritmo valzereggiante in 3/4 l'angelica voce del Cantastorie Di Chobham, a tratti rafforzato da una armonia vocale vintage. I due duettano durante le rilassanti strofe, fino all'arrivo del bridge, interpretato sempre in maniera Lennoniana, nel ritornello irrompono gli onnipresenti archi, a rendere ancora più sdolcinata l'atmosfera. Il banale strumming da chiesa di Anthony Phillips alla lunga risulta monotono e tedioso. Sul finale dell'inciso, un'armonia vocale celestiale si aggiunge alla melliflua linea vocale di Gabriel, rafforzando le atmosfere Beatlesiane. I cori proseguono anche nella strofa successiva. Con il ripetersi dei tre interludi in loop, la canzone scorre via fino a raggiungere il minuto 02:38, dove sfuma anonimamente senza lasciare il benché minimo segno. Il Cantastorie Di Chobham torna a bramare le bellezze della natura, rifugiandosi in clandestinità sulla cima sperduta di un monte, lontano dai frenetici e velenosi ritmi della quotidiana vita metropolitana. Lontano dalle false verità che quotidianamente aleggiano incontrastate nelle grandi città, lui preferisce camminare in solitudine tra gli alberi ad alto fusto che si sperdono nel cielo, lontano dalle paure e dalle bugie metropolitane e libero di pensare ciò che vuole, magari anche togliendosi i vestiti, senza che nessuno gridi allo scandalo. Finalmente libero dal suo passato, si sdraia lungo la riva del fiume, lontano miglia e miglia dalla sua città natale, che giorno dopo giorno lo stava soffocando, privandolo di pensare liberamente. Immerso nella pace e nella bellezza della natura, ha finalmente ritrovato la sua mente ed il suo ego, che pericolosamente stavano per essere risucchiati dalle grigie ed false atmosfere della città. Una effimera ballata da lambrusco e salciccia, di fronte al falò acceso davanti ad una tenda, in una stellata e calda notte di mezza estate, che scorre via veloce senza infamia e senza lode. 

One Day

Anthony Phillips apre la successiva One Day (Un Giorno) con un solare fraseggio di chitarra acustica, subito affiancata dagli invadenti e sdolcinati archi. Dopo la melliflua introduzione entra in scena Tony Banks con un classicheggiante partitura di pianoforte, ovviamente affiancata dagli archi, che come al solito offuscano la fiacca ed inconcludente ritmica. Peter Gabriel si erge prepotentemente dalle melliflue melodie generate dall'intreccio delle trame degli archi e l'articolata partitura di pianoforte. Ascoltando la linea vocale, ci sembra di vederlo gesticolare come un attore di teatro. Nell'inciso irrompono degli inappropriati ottoni, che inserendo la modalità "Beatles", tentano di dare un senso epico, rafforzati dal coro in crescendo, che ci accompagna a fatica verso un breve interludio di pianoforte, seguito poi nuovamente dalla strofa. Ritorna il chorus, con i fastidiosi ottoni che si intrecciano con il coro clericale, che come prima lascia il campo a Tony Banks, a cui è affidato il compito di fare da bridge al ritorno della strofa, seguita ancora una volta dal ritornello, con i pomposi ottoni che annunciano il sospirato finale. Per la prima volta, il Poeta Di Chobham affronta tematiche amorose, ovviamente alla sua maniera. Il nostro è talmente innamorato, che non trova il coraggio di dichiararsi per paura di essere rifiutato, rifiuto che lo metterebbe letteralmente al tappeto. Il sentimento dell'amore è nettamente più forte delle parole, che non riescono a manifestare quello che lui prova. Lui spera che i cristallini occhi di lei riescano a scorgere tutto l'amore che lui ha nei suoi confronti. Quasi come ipnotizzato, preferisce aspettare un passo da parte di lei, sperando che lo faccia il prima possibile. Nel frattempo, in gran segreto si è preparato un accogliente nido, dove una volta conquistata, porterà la sua amata, abbandonando i noiosi giorni della lunga attesa, e volando verso il regno dei sogni. Lui vorrebbe in prestito le ali degli uccelli e la bellezza dei fiori di ciliegio, per intraprendere un giorno, il viaggio della vita insieme alla sua amata. Brano fortemente Beatlesiano, che mette in mostra le abilità pianistiche di Tony Banks e le abilità interpretative di Gabriel, nonostante il tedioso incedere degli archi e degli ottoni.

Window

Siamo arrivati alla traccia numero dieci, Window (Finestra), aperta da un orientaleggiante intreccio fra le trame della chitarre acustica e di un vetusto pianoforte in modalità honky-tonk, termine derivante dallo slang del Sud degli Stati Uniti d'America per definire gli sgangherati pianoforti verticali installati comunemente nelle taverne di fine ottocento. Come spesso accade nel corso dell'album, la breve introduzione lascia il campo ad una strofa che ha poco in comune con le melodie e le atmosfere di apertura. Un melodioso arpeggio di chitarra viene quasi sovrastato dal lamento del corno inglese, che annuncia l'ingresso in scena di Peter Gabriel, il quale si limita a recitare in maniera scolastica i primi versi della strofa. Nell'inciso arrivano gli onnipresenti archi a dare un po' di verve ad un brano piatto, che non riesce a trasmettere nessuna emozione. Strofa e ritornello si ripetono in maniera banale, fina all'arrivo dello special, dove emerge un celestiale coro, enfatizzato dai corni inglesi che quasi mettono in secondo piano la piatta linea vocale di Peter Gabriel. Breve interludio strumentale, con l'arpeggio di chitarra che si intreccia con i lamenti dei corni e poi ritornano strofa ed inciso, che rafforzano l'idea di una poesia recitata timidamente di fronte ad una maestra ed un coro liberatorio da ultimo giorno di scuola. In fader arriva l'immancabile conclusione affrettata, che stavolta non ci dispiace. Il Poeta Di Chobham torna a magnificare le bellezze della natura, nella fattispecie quelle offerte dalla propria terra natale, con pascoli da sogno e colline mozzafiato che quotidianamente accolgono lo stanco sole, che andando a riposo lascia il campo all'affascinante luce lunare. Il nostro illustra la bellezza degli scenari del sud est inglese con una serie di licenze poetiche, che vanno dalle ninfe che danzano fra i capelli agli orizzonti che sorseggiano il vino ammirando il panorama, andando poi a scomodare Jack Frost, personaggio elfico risalente alla tradizione vichinga che ha il compito di cospargere di ghiaccio e di neve i paesaggi, durante il freddo Inverno. Brano che dà l'idea di essere messo lì per far ciccia, forse a causa delle frettolose operazioni d'incisione e di una produzione che lascia a desiderare.

In Limbo

Passiamo velocemente alla successiva In Limbo (Nel Limbo), introdotta ancora una volta da Tony Banks con un suggestivo intreccio di pianoforte e strings. Come ormai da prassi, le intro sembrano essere interludi a se stanti, che fanno da collante fra i brani. Infatti la strofa si discosta molto dalle barocche atmosfere dell'introduzione, che facevano presagire a qualcosa d'interessante. Un funambolico riff di pianoforte viene ricamato da fiammate sparate dal team dei fiati, mentre un desueto battito di mani tenta di dettare il ritmo. Peter Gabriel entra dolcemente, prendendo la strada aperta dagli strumenti a fiato. Senza una parvenza di bridge arriva l'inciso, dove i compiti ritmici sono relegati ad un vigoroso strumming di chitarra in pieno stile Richie Havens. La linea vocale del Cantastorie Di Chobham diffonde tranquillità e viene ricamata dalle fiammate degli ottoni e da un ammaliante coro che recita "Take Me Away (Portami Via)", il quale si insinua prepotentemente nella nostra testa. Improvvisamente calano i BPM. Dal silenzio emerge una manciata di pennate sulla sei corde, che annunciano il ritorno del vigoroso giro di pianoforte sentito nella prima parte del brano, seguito canonicamente dalla cantilenante strofa e dal ritornello ed il suo "Take Me Away" che ritorna ad incunearsi nei meandri del nostro cervello. Altro brusco rallentamento che annuncia uno sconclusionato finale, dove pesa come un macigno l'assenza di una incisivo lavoro da parte della sezione ritmica. Oppresso da un Mondo invaso dalla tristezza e dalla paura, il Poeta Di Chobham urla ai quattro venti di essere portato via, non importa dove, se sulla stella più lontana del cielo in una profonda grotta che si perde nelle viscere della terra. Il nostro è desideroso di evadere, per poter rientrare in piena sintonia con la propria anima, che pare essergli sfuggita, persa in un mondo tutto suo. Lui vuole fuggire dalle sue ambizioni, vuole essere portato in un lontano limbo dove regna la pace, dove potrà ritrovare la felicità e scacciare i suoi demoni. Il mancato vigore che non riescono a trasmettere basso e batteria, con l'aggiunta delle parti orchestrali, formano una letale miscela che anziché migliorare, sminuisce l'ennesimo brano, che come quasi tutti gli altri, lascia trasparire qualche buona idea. 

Silent Sun

La successiva Silent Sun (Sole Silente), è una delle prime composizioni di Banks e Gabriel, che mixa il folk con il pop ed il rock dell'epoca, volutamente stesa in modalità "Bee Gees" in modo da attirare le attenzioni del futuro produttore Jonathan King. Dietro alle pelli, troviamo il primissimo batterista Chris Stewart, che, pur non facendo nulla di trascendentale, svolge in maniera scolastica i compiti ritmici, a differenza del suo sostituto. Il brano viene aperto come sempre da Tony Banks con drammatici passaggi di pianoforte, accompagnati da un sottilissimo pad di strings. Arriva subito la strofa, con un delicato wall of sound che mette in evidenza l'intreccio fra le partiture di chitarra e pianoforte. L'inciso mette in mostra una armonia vocale che sprizza gioia da tutti i pori, che suona un po' come un jingle da spot pubblicitario anni sessanta, ma che sicuramente all'epoca, aveva tutte le carte in regola per risultare funzionale.  Ritorna la strofa, stavolta impreziosita dalle sognanti trame degli archi che gridano ELO e Bee Gees, archi che proseguono anche nel successivo ritornello, andandosi ad intrecciare con la dolce melodia della linea vocale. La strofa successiva viene eseguita con più delicatezza, poi il crescendo degli archi apre le porte al mellifluo inciso, che dolcemente sfuma verso l'estinzione. Le liriche semplici e romantiche si sposano alla perfezione con le dolci atmosfere del brano. Dalla penna del Cantastorie Di Chobham fuoriescono una serie di licenze poetiche che vanno ad esaltare la bellezza della sua amata ed il forte sentimento amoroso che prova nei suoi confronti. Con la sua luminosità riesce ad illuminare il suo cuore. Lei gli ha cambiato la vita, lui si è totalmente perso di fronte alla sua bellezza, ma non riesce ad esternare a pieno i propri sentimenti. Liriche e musiche ingenue e "liceali", ma dobbiamo tener conto, che si tratta della primissima composizione di una manciata di studenti sbarbatelli, ancora lontani dalla maggiore età e alle prese con l'emozionante prima prova in uno studio di registrazione, ergo va apprezzato tenendo conto delle circostanze.

A Place To Call My Own

 In chiusura troviamo A Place To Call My Own (Un Posto da Chiamare Mio): ad aprire il brano è un effimero e suggestivo duetto fra Peter Gabriel e i tetri accordi di pianoforte di Tony Banks , che quando è libero dall' oppressiva presenza degli archi dà il meglio di se. Nonostante la semplicità del brano, l'intreccio fra le trame del pianoforte e la delicata linea vocale del Cantastorie Di Chobham si segnala come una delle cose più interessanti del platter. Il nostro apre in maniera intelligente con i versi e la melodia del ritornello, per poi interpretare le strofe con una padronanza fuori dal comune per un cantante della sua età, tirando fuori dal cilindro una linea vocale che ci arriva dritta al cuore. Nell'inciso, Tony Banks, diminuisce l'intensità degli accordi, lasciando quasi solo Peter Gabriel, che dà il meglio di se, seguendo in maniera struggente i pochi accordi del pianoforte, lasciando trasparire un piacevole senso di malinconia, anche se questo può suonare come un ossimoro. A rovinare questa oscura ed avvolgente atmosfera, ci pensa Mr. Arthur Greensdale con i suoi temuti ed onnipresenti archi e fiati, che squarciano in maniera negativa il brano come un lampo nelle tenebre, cambiando completamente senso al brano, il quale in un batter d'occhio abbandona le solenni atmosfere gotiche, in virtù di pompose sonorità epiche, che secondo il mio modesto parere fanno più danni di una improvvisa grandinata estiva. Visto che ormai la frittata è fatta, nel finale gli archi ed i fiati vengono affiancati da un'infantile armonia vocale, che va a riprendere la melodia dell'inciso e che frettolosamente sfuma verso la conclusione del platter, come se i nostri si stessero rendendo conto di aver rovinato un brano, non vedendo l'ora di chiuderlo nel peggiore dei modi. Le sparute liriche, che superano a malapena le cinquanta battute, ma che devo dire ostentano una originalità fuori dal comune, illustrano gli ultimi attimi che un bambino passa all'interno dell'utero della madre, costretto ad abbandonare un luogo che ormai considerava suo, sempre a contatto con l'amore materno e protetto da tutte quelle angherie che dovrà affrontare durante l'impervio cammino della vita. Il brano parte bene e ci avvolge immediatamente con le sepolcrali atmosfere che come una densa nebbia evaporano dai cupi accordi di pianoforte, invitando Peter Gabriel ad esternare una delle migliori interpretazioni del disco. Poi, purtroppo, arrivano gli archi a rovinare tutto.

Conclusioni

Spesso, l'album d'esordio, è quello che consacra subito una band, basti pensare ai capolavori con cui si sono presentati i King Crimson ed i Led Zeppelin, due album seminali dei rispettivi generi. Lo stesso discorso non possiamo farlo con Gabriel e compagnia cantante, il cui esordio mixa sonorità folk e pop al rock d'epoca, dando vita ad un risultato lontano anni luce dalle epiche sinfonie dei Genesis che tutti noi progger incalliti amiamo. Sono dello stesso pensiero anche i Genesis stessi, che spesso lo rinnegano, considerando il loro primo album il successivo Trespass, ripercorrendo un po' la strada degli Yes, con The Yes Album anche se devo dire che i due primi lavori di Squire e compagni sono nettamente più maturi e interessanti del nostro From Genesis To Revelation. Ma come spesso accade, io tendo ad andare contro corrente, e considerando la giovane età e l'inesperienza degli elementi, riesco a scorgere diverse idee interessanti, andando a puntare il dito contro il produttore Jonathan King, e l'ospite Arthur Greensdale che con i loro tanto bramati archi alla Bee Gees, hanno finito con lo sminuire ulteriormente le ingenue composizioni di Banks e compagni, che pur lasciavano trasparire idee interessanti. Chissà se con un vero batterista ad invigorire le composizioni, magari il futuro drummer Phil Collins, e un diverso produttore, saremmo a recensire un album diverso. La lacuna più evidente che emerge è appunto la mancanza di una incisiva sezione ritmica che recita il proprio ruolo. Il nuovo batterista John Silver è praticamente ingiudicabile, suonando solo in una manciata di brani e nemmeno bene. Non è che mi aspettassi il Bruford di turno, ma la preparazione tecnica e l'incisività del giovane drummer che è riuscito a spuntarla su un certo Roger Taylor, lasciano a desiderare. Non conosco a pieno i motivi dell'allontanamento di Chris Stewart, pare che il produttore non lo ritenesse all'altezza degli altri strumentisti, ma per quello che ho sentito nell'unico brano in cui è presente, perlomeno anche se in maniera scolastica, suonava il suo strumento, dando un senso ritmico al brano. La quasi totale assenza di una robusto drumming, sminuisce anche la prestazione di Mike Rutherford, che si fa notare in qualche brano, passando poi spesso a quella chitarra ritmica che da bambino gli aveva tormentato le dita. Anche Anthony Phillips non è che mi abbia impressionato più di tanto, specialmente se faccio riferimento all'esordio con il botto, chitarristicamente parlando, di Steve Howe, tanto per rimanere in tema Yes. Una band  che i nostri hanno curiosamente spesso imitato nel lungo cammino musicale, sia agli esordi, che negli anni ottanta, quando a causa di  significativi cambi di line up, imboccheranno strade lontane dalle sonorità progressive in virtù di lidi più orecchiabili che disorienteranno non poco i fans di vecchia data. Il nostro spesso si cimenta in vigorosi strumming che hanno anche compiti ritmici e si segnala per qualche interessante arpeggio. Non pervenuto per quanto riguarda gli assolo. A tener su la baracca ci pensano Peter Gabriel e Tony Banks. Il Cantastorie Di Chobham si mette subito in mostra, dimostrando di saper sempre interpretare il brano a seconda dell'esigenza, consacrandosi poi in sede live, mettendo in mostra le sue fantasiose doti teatrali, dimostrandosi anche abile con la penna. A proposito, le trame bibliche ostentate dal produttore e dichiarate dal pretenzioso titolo, si riducono poi a tre soli brani. Veniamo infine al Pianista venuto dell'East Hoathly, che mette in mostra subito una buona tecnica ed un ottimo gusto in fase compositiva, gettando le solide basi che lo porteranno presto ad essere uno dei migliori tastieristi del rock. Spesso ci avvolge con interessanti partiture di pianoforte che riescono a coprire anche le lacune lasciate dall'inconcludenza dalla sei corde, partiture che secondo la mia sindacabilissima opinione, avevano tutto il diritto di essere valorizzate al meglio, non affiancandole con i mielosi ed invadenti archi, ma con intrecci con la chitarra ed un robusto supporto ritmico, capito Mr. KingFrom Genesis To Revelation è venuto alla luce il 7 Marzo del 1969, distribuito dalla Decca, dopo essere stato registrato in un unico giorno imprecisato del Settembre del 1968, presso i Regent Sound Studios di Londra. La dubbia produzione è opera di Jonathan King, che proprio pochi mesi fa è stato arrestato dalla polizia, con l'accusa d'aver abusato di diversi bambini e ragazzini, tutti d'età inferiore ai 16 anni, fra gli anni '70 e '80, nella fattispecie in occasione di uno storico evento musicale giovanile, il Walton Hop Disco di Walton-on-Thames. King è stato preso in consegna dalla polizia del Surrey, in seguito alla tempestività delle indagini, che sono andate a fine dopo soli trent'anni circa. Dell'artwork c'è poco da dire, si tratta di uno sfondo completamente nero, che in alto a sinistra vede il biblico titolo in un font gotico dorato, mentre sulla destra, invece del logo della band, troviamo quello della label. Nonostante i testi e musiche siano accreditati nell'etichetta genericamente ai Genesis, in SIAE le canzoni risultano depositate a nome dei soli GabrielBanks, Rutherford e Phillips. Sulla scia del successo planetario ottenuto dai Genesis nei decenni seguenti, la Decca ha ristampato l'album in questione moltissime volte nel corso degli anni, sia in formato vinile che in CD, spesso cambiandone il titolo o modificandone la scaletta con l'aggiunta dei due singoli citati nell'introduzione e di altre versioni dei brani, talvolta mono, talvolta demo o anche remix, che sinceramente non sono degne di nota. Venendo alle conclusioni, dobbiamo assolutamente tenere conto della giovane età dei nostri musicisti, e per quanto mi riguarda dell'inefficienza della produzione, che sommata alle frettolosissime operazioni di registrazione, non sono riuscite a valorizzare le ottime idee di Gabriel e compagni. Come sottolineato più volte in fase di track by track, pesa come un macigno una sezione ritmica incisiva, in grado di valorizzare le interessanti trame di pianoforte, al pari della quasi totale assenza degli assolo di chitarra. In maniera curiosa, le introduzioni, si discostano molto dalle atmosfere del brano che vanno ad aprire, dando l'idea di piacevoli interludi messi fra una canzone e l'altra. Comunque sia, le trame delle introduzioni, quasi sempre affidate a Tony Banks, sono le cose più interessanti e meno ingenue dell'album. Mi risulta difficile trovare qualcuno a cui consigliare quest'album, inevitabilmente ingenuo e lontano anni luce da quel progressive di cui diventeranno una delle band simbolo, se non ai fans sfegatati di Peter Gabriel o a chi è curioso di ascoltare le genesi dei Genesis.   

1) Where the Sour Turns to Sweet
2) In The Beginning
3) Fireside Song
4) The Serpent
5) Am I Very Wrong
6) In the Wilderness
7) The Conqueror
8) In Hiding
9) One Day
10) Window
11) In Limbo
12) Silent Sun
13) A Place To Call My Own
correlati