GENESIS

Foxtrot

1972 - Charisma Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI PISTOLESI
22/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Non ci sono storie, con l'avvento di Steve Hackett e di Phil Collins una volta assestata quella che diventerà una delle formazioni più importanti della storia della musica, i Genesis, si segnalano prepotentemente come una delle migliori band del nuovo movimento progressive britannico, scalando le classifiche e riempiendo le platee durante le loro esibizioni. Il primo, alla sei corde, con la sua tecnica riesce finalmente a tener testa alle scorribande sui denti d'avorio del maestro Tony Banks, mentre il secondo, dietro alle pelli, porta una ventata di freschezza e positività, nonché ritmiche innovative, facendoci sentire cose che prima non avevamo mai ascoltato su un disco dei Genesis. Con il precedente "Nursery Cryme" avevano dato vita ad un piccolo capolavoro, ma non per questo erano spaventati dall'ingombrante figura di un album quasi perfetto, i nostri erano vogliosi di continuare la loro vertiginosa ascesa, avevano ancora voglia di migliorare e perfezionarsi ulteriormente (se mai questo fosse possibile), e soprattutto, avevano ancora voglia di sorprendere. Perso per strada il vecchio produttore, la Charisma gli affianca un certo Bob Potter, in modo da lavorare sul quarto album, quello che sarà un'altra pietra miliare della musica, intitolato "Foxtrot", ma purtroppo, non scocca la scintilla. Con una buona dose di presunzione, il nuovo produttore entrava spesso in contrasto con le idee della band, sovente non apprezzava le nuove composizioni, in particolare, una rovente diatriba si accese riguardo la monumentale introduzione di mellotron (che nel frattempo avevano acquistato dai King Crimson) di "Watcher of the Skies", che riteneva in maniera inappropriata, "orrenda ed alquanto inutile". Per Tony Banks e compagni invece la lunga introduzione era roba tosta ed innovativa, quindi dopo una serie di accese discussioni, decisero di prendere la più drastica delle decisioni, licenziandolo. Al suo posto arrivò David Hitchcock, che precedentemente aveva portato alla ribalta i Caravan. A dire il vero le cose non andavano benissimo nemmeno con il nuovo arrivato, ma perlomeno non era continuamente in conflitto con le idee della band. Sembrava essere un po' spaesato di fronte a tanta genialità, Peter Gabriel e compagni dovevano stargli sempre con il fiato sul collo per ottenere il sound perfetto. Le nuove composizioni stavano prendendo forma velocemente, "Watcher of the Skies" divenne un classico ancor prima di essere registrata. La spaziale introduzione di mellotron era l'ideale per iniziare i concerti, combinata ai giochi di luce ultravioletti e avvolgenti nuvole di fumo dispensate dalla macchina del ghiaccio, creava l'atmosfera ideale per valorizzare tutta la teatralità di Peter Gabriel, che ammutoliva le platee presentandosi con l'eye-glow attorno agli occhi illuminato dalle lampade fluorescenti, con indosso un lungo mantello scuro e un copricapo a forma di ali di pipistrello. L'impatto scenico era veramente roba forte e lontano anni luce da tutto quello che le altre band proponevano durante le loro esibizioni. Nonostante le tribolate vicissitudini, il nuovo album si avvicinava molto a quello che da tempo quel pugno di perfezionisti tentava di fare. L'album non mostrava punti deboli, ed i nostri lavoravano sodo tutti insieme come se fossero un'unica unità che si muoveva verso una meta ben precisa. Il fiore all'occhiello era la lunghissima suite "Supper's Ready", iniziata con il vecchio ingegnere del suono e terminata con il nuovo fonico John Burns, arrivato con il cambio di produzione. Man mano che la suite prendeva forma, lasciava presagire che sarebbe diventata una delle loro canzoni più importanti, anche se in fase di composizione aveva creato qualche problema, in quanto Steve Hackett si accorse di alcune stonature sulle parti di chitarra, ovviate con una diminuzione dei BPM, anche se a detta del Chitarrista di Pimlico, ancora oggi, quando ascolta il brano, la cosa lo rende di malumore. L'imponente suite rafforzò le ambizioni della band, in una intervista Steve Hackett ha affermato che dopo aver composto "Supper's Ready", quando usciva dallo studio, era invaso dalla voglia di riascoltarla ripetutamente, e questo non era mai accaduto con le precedenti composizioni. Vediamo se anche a noi farà lo stesso effetto, dopo aver però assaporato al meglio le cinque tracce che la precedono.

Watcher Of The Skies

Ad aprire le danze è "Watcher Of The Skies (Osservatore Dei Cieli)", traccia di puro progressive rock diventata leggendaria ancor prima di essere incisa, grazie alla bellissima introduzione di mellotron magistralmente eseguita da Tony Banks. Gli spaziali pad di mellotron ricreano una bellissima atmosfera lisergica, capace di farci sognare ad occhi aperti, immaginatevela al buio, con i fumi e le aliene luci a raggi ultravioletti a rendere ancora tutto più misterioso. Gli accordi in tonalità minore sparati dall'abile Tastierista dell'East Hoathly si lasciano dietro un profondo alone di mistero, si ha l'idea di assistere ad un vecchio film di fantascienza, dove una spedizione di umani è atterrata su un pianeta alieno, esplorandolo, coscienti che dietro ad ogni angolo può celarsi un pericolo letale. Dopo oltre un minuto e mezzo, le affascinati trame del mellotron calano d'intensità, Phil Collins inizia dolcemente a ricamare sul charleston, seguito da Mike Rutherford con una graffiante cavalcata sulle quattro corde, in crescendo, invitando il collega ad arricchire la ritmica. I nostri danno vita ad uno spettacolare climax che culmina a sorpresa con l'arrivo del ritornello. Le epiche fiammate dell'organo aprano la strada al Menestrello di Chobham, che come sempre entra in scena in maniera impeccabile, con una linea vocale evocativa. Mike Rutherford arricchisce la cavalcata plettrata con pungenti passaggi sulle ottave più alte. Dopo un grintoso passaggio all'unisono, si prosegue con la strofa dove Mike Rutherford ingaggia un epico duello con l'amico Tony Banks, dove risulta impossibile determinare un vincitore. Per alcuni istanti calano improvvisamente i BPM, poi dopo un funambolico passaggio, i nostri riprendono l'inciso, dove predominano le trame dell'organo. Al minuto 03:40, finalmente entra in scena Steve Hackett, con un lisergico assolo di chitarra, seguito da alcuni epici passaggi di organo che ci portano nuovamente dritti verso il ritornello, questa volta presentato in una inedita veste che gioca su un ritmica marciante. L'organo detta legge, mentre basso e chitarra seguono le orme lasciate da Phil Collins, creando un diversivo nato a posta per coinvolgere il pubblico in sede live. Improvvisamente i nostri sembrano perdere il senno, e ci sorprendono con un funambolico passaggio che mette in mostra, se mai ce ne fosse stato il bisogno, le loro notevoli doti tecniche. I nostri smorzano i toni con il ritorno della strofa, arricchita da melanconici lamenti della chitarra, che ricordano molto da vicino quelli del maestro Steve Howe. L'ennesimo passaggio autocelebrativo apre le porte al ritorno dell'inciso, reso speciale da un indescrivibile lavoro dietro le pelli da parte di Phil Collins. A seguire, Steve Hackett riprende l'acido assolo lasciato in sospeso precedentemente, i lugubri lamenti della sei corde, anche stavolta sono seguiti da una minacciosa marcia dettata dall'organo che spalanca i cancelli al trionfale ritorno dell'inciso. Andando avanti incontriamo un interessante interludio strumentale, dove i nostri sfruttano abilmente un gioco di volumi. Ad un potente scambio all'unisono di basso, chitarra e batteria, risponde un più pacato passaggio dove la sei corde viene sostituita dall'organo, il tutto eseguito ad un volume notevolmente inferiore. Il giochino si ripete, portandoci con classe verso l'epico finale, dove le fiammate sparate dal castello di tastiere vanno ad intrecciarsi con le lisergiche trame della chitarra e le trascinati scorribande sulle quattro corde. Si ha l'idea di assistere ad un rocambolesco inseguimento, che ci porta dritti verso il gran finale, lasciato ancora una volta nelle sapienti mani di Tony Banks ed il suo mellotron. Come sempre, le liriche sono un ulteriore suggello a rendere ancora più speciali i brani dei Genesis, ma stavolta non sono tutta farina del sacco di Peter Gabriel. L'idea nacque sulla terrazza di un albergo di Napoli dove il gruppo si trovava per il fortunato tour italiano di supporto a "Nursery Cryme". La vista dall'alto della città campana apparentemente deserta, ispirò a Tony Banks e Mike Rutherford l'idea di un mondo in cui l'umanità si era estinta in seguito ad una apocalisse, (forse quella descritta nell'album precedente con il brano "The Return of the Giant Hogweed" ), osservato con stupore da un misterioso visitatore alieno. Durante la sua vita, il Guardiano Dei Cieli ha viaggiato e visitato molti pianeti, ammirando il modo in cui essere viventi hanno plasmato i vari pianeti secondo le proprie esigenze. Ora, giunto sul Pianeta Terra, ha trovato aride distese deserte, prive della forma di vita più evoluta, che aveva costruito basi apparentemente solide durante il lungo lasso di tempo che aveva visto l'essere umano dominare la Terra. Ma ora il regno è giunto alla fine, l'atavica unione fra l'uomo e la Terra è giunta all'epilogo. Ma non possiamo giudicare la razza umana dai ruderi abbandonati, l'unica traccia rimasta a testimoniare millenni di storia, è come se giudicassimo Dio, dopo che le sue creature sono morte. Ma la lucertola ha solo perso la sua coda, alcuni sopravvissuti forse sono in cerca di un nuovo pianeta da colonizzare, a bordo di una nave che, nonostante sia solida, deve affrontare la dura legge del mare, affinché i propri marinai riescano a sopravvivere. Il Guardiano Dei Cieli, si domanda se mai l'essere umano avrà imparato dai propri errori, in modo da poter costruire le basi di una nuova civiltà.

Time Table

Dopo questo epico e sconvolgente brano, che è uscito anche come singolo in contemporanea con l'album, i nostri smorzano i toni con la successiva "Time Table (Tavolo Del Tempo)", facendo una piacevole escursione verso un melodico pop rock, incentrato sul pianoforte e con un Gabriel superlativo. Tony Banks apre con una classicheggiante introduzione di pianoforte. Con l'ingresso pacato della sezione ritmica, gli accordi di pianoforte acustico iniziano a martellarci in modalità Beatles, dando vita ad una melliflua strofa che esalta al massimo le doti vocali di Peter Gabriel. Dopo un paio di rilassatissime strofe, il nostro va ad esplodere letteralmente nell'inciso, con una linea vocale da brividi, ricamata da dolci trame di chitarra, che si intrecciano agli accordi del pianoforte e ai pungenti fraseggi del basso. Dopo una doppia razione di ritornello, andando avanti incontriamo un limbo che pare tenerci sospesi. Phil Collins si limita a delicati tocchi sui piatti, Peter Gabriel, espressivo al massimo, duetta dolcemente con Tony Banks, basso e chitarra eseguono preziosi ricami utili a fare atmosfera. Con classe i nostri ci portano verso un interludio strumentale, dove le tintinnati note del pianoforte si intrecciano con i fraseggi del basso di Mike Rutherford, che lavorando sotto il dodicesimo capotasto ruba la scena con un pungente assolo dalle trame melanconiche. Successivamente i ruoli si invertono, il basso inizia a lavorare su registri più bassi, mettendo in risalto le trame cristalline del pianoforte acustico, che somigliano molto al vetusto e dolcissimo suono dei vecchi carillon. Dopo questo bellissimo intermezzo strumentale ritorna la strofa, con la linea vocale di Peter Gabriel che emana malinconiche note di tristezza e rimpianto. Tempo di assaporare un paio di strofe e ritorna l'inciso, fra i migliori partoriti da Peter Gabriel, con gli strazianti "Why (Perché)" che si incuneano prepotentemente nella nostra mente, rimanendoci a lungo. Il ritornello è fra i momenti più belli dell'album, i nostri ne son ben consci e ce ne servono ancora una volta una doppia razione. Con classe, i nostri calano nuovamente d'intensità, ricollegandosi al dolce interludio assaporato precedentemente, seguito ancora una volta dalle tintinnanti note del pianoforte acustico che si intrecciano con i sinuosi fraseggi del basso. Nel finale Tony Banks sale di tono, rendendo più brioso il dolce assolo di pianoforte, che lentamente sfuma verso l'epilogo. Durante l'interpretazione del brano, Peter Gabriel lasciava trasparire un senso di tristezza e di disappunto, esternandoci in maniera poetica ed evocativa l'inesorabile decadenza che l'essere umano si porta dietro dalla notte dei tempi e sottolineando l'atavica legge della natura che in fondo vince sempre, oggi come ieri. Su di un vecchio tavolo di quercia, abilmente intagliato, sono impresse tutte le storie di un tempo, quando re e regine banchettavano, sorseggiando buon vino in preziosi calici d'oro, tempi dove l'onore valeva più della vita stessa. In quei tempi, quotidianamente avvenivano contese per distinguere il giusto dall'errato, ed i giudici erano le spade e le lance. Il Menestrello di Chobham si domanda perché l'essere umano deve ottenere risposte solo con la violenza, uccidendo o finendo con l'essere ucciso. Perché l'uomo deve accanirsi con razze che ritiene inferiori, per poi rendersi conto che non esiste una razza più nobile delle altre. Se continuiamo di questo passo, una volta scomparsi gli ultimi re e le ultime regine, rimarranno solo i topi a detenere il potere, e le creature più deboli dovranno morire, seguendo l'antica legge della Natura.

Get'em Out By Friday

La successiva "Get'em Out By Friday (Cacciateli Prima di Venerdì)" riprende l'esperimento vincente intrapreso sul precedente disco con "Harold the Barrel", ovvero una mini operetta ricca di strambi personaggi dickensiani, ma stavolta accompagnata da una colonna sonora di puro progressive rock. Peter Gabriel, con un'interpretazione da oscar, cambia timbro di voce e anche l'accento a seconda del personaggio che interpreta. Il geniale Cantastorie di Chobham ha preso spunto dalla vita privata, in quanto all'epoca aveva seri problemi con il padrone di casa, ergo si sprecano geniali frecciatine satiriche. La storia, con risvolti grotteschi, degni di un episodio di "Black Mirror", (una recente serie televisiva britannica, ideata e prodotta da Charlie Brooker, che muove grandi critiche alle nuove tecnologie) è ambientata in un futuro distopico, (che poi sarebbero i giorni nostri ). Il personaggio principale è il burbero John Pebble, titolare della società immobiliare Styx Enterprises. L'avido imprenditore, incarica l'agente giudiziario Winkler di liberare l'appartamento della Signora Barrow e tutti quelli della medesima strada, entro venerdì, affiancandogli il suo scagnozzo, il temuto signor Mark Hall, noto come il "buttafuori". Seguendo gli ordini del suo principale, il temibile signor Hall, va a bussare a tutte le porte del quartiere, dicendo che rappresenta la ditta che recentemente ha acquistato gli appartamenti, invitando gli inquilini spaesati a trasferirsi in un posto, a detta dello stesso "migliore", che si scrive vendeteci gli appartamenti in centro e andatevene in quelli di periferia. Se molti degli inquilini accettano a malincuore, lo stesso non si può dire della signora Barrow, che rifiuta categoricamente, in quanto fra quelle quattro mura lei ci è nata. Di fronte al rifiuto, il signor Pebble, convinto che con il denaro si può ottenere tutto, offre una bustarella contenente quattrocento sterline ed una foto dei nuovi appartamenti. Dopo aver addirittura proposto di pagare un affitto doppio, portata allo sfinimento, la povera signora Barrow accetta a malincuore il trasferimento. Una volta raggiunta la nuova abitazione, il vampiresco signor Pebble la informa che nel frattempo l'affitto del nuovo appartamento ha subito un leggero aumento. Immaginatevi lo sconforto della signora Barrow. Ma il risvolto grottesco arriva il 18 Settembre del 2012, quando il Controllo Genetico emette il seguente comunicato: "E' mio triste dovere informarvi dell'abbassamento di quattro piedi dell'altezza degli umanoidi". Nei bar inizia a circolare una strana notizia, pare che il Signor Pebble e la direzione del Controllo Genetico siano un'unica entità. Stanno comprando appartamenti in centro per rivenderli a cifre astronomiche, e, sfruttando il nuovo emendamento, possono riempirli con il doppio degli inquilini, in quanto più bassi, occupano minor spazio. In maniera cinica, il brano si chiude con un laconico jingle che recita: [Memo from Satin Peter of Rock Development Ltd.] "With land in your hand, you'll be happy on Earth. Then invest in the Church for your Heaven. (Con una proprietà terrena nelle tue mani sarai felice solo sulla Terra. Perciò investi nella Chiesa per il tuo Paradiso)". Dopo questa prolissa ma dovuta disamina delle geniali liriche, passiamo a quello che amiamo di più, la musica. I nostri partono all'improvviso, con uno squillante accordo all'unisono, si ha l'idea che il nostro lettore sia difettoso ed abbia saltato alcuni secondi del brano. Successivamente incontriamo un wall of sound puramente progressive, con un melenso tema di chitarra che predomina, alternato ad un funambolico passaggio di organo di Wakemaniane memorie. Una graffiante scale di basso detta un cambio di atmosfera. La marcia stoppata di Phil Collins vien seguita all'unisono da tutta la banda. Quando il brano sembra evolversi verso lidi tranquilli, improvvisamente irrompe l'inciso, Peter Gabriel recita con grinta i voleri del Signor Pebble, Mike Rutherford domina con uno spaziale giro di basso che sovrasta le magie all'organo di Tony Banks. Un sognante arpeggio di chitarra annuncia la strofa, da notare il cambio della voce e dell'accento di Gabriel, che stavolta veste i panni del temibile Signor Hall. La sezione ritmica accompagna dolcemente fino al prossimo interludio, un mellifluo climax accompagna Gabriel, che magistralmente registra nuovamente i toni, interpretando la povera Signora Barrow. Ritorna l'inciso, con l'avido Mr. Pebble che vuole gli appartamenti vuoti entro Venerdì. Stavolta il giro di basso è meno articolato e mette in luce le trame di Mr. Banks. Andando avanti si cambia nuovamente atmosfera, la pioggia di luccicanti note arpeggiate e i dolci sospiri del flauto ci lasciano presagire che è il turno della Signora Barrow, la sezione ritmica, con grazia, bada bene a non rovinare l'idilliaca atmosfera ricreata dai colleghi. Come un ciclone irrompe nuovamente il Signor Pebble, accompagnato dal bellissimo intreccio delle trame del basso e della tastiera, che ricordano le caratteristiche spaziali atmosfere degli Eloy. Continua l'alternanza di atmosfere, stavolta la sognante chitarra arpeggiata accompagna le testimonianze del "buttafuori", con l'ennesimo cambi di voce da parte di Gabriel. Con un bel climax, dove fa una fugace comparsa la signora Barrow, i nostri aprono le porte ad uno stralunato assolo di chitarra, gli irridenti fraseggi di Steve Hackett vengono quasi oscurati dallo spaziale giro di basso e dall'organo, i medesimi apprezzati nel primo ritornello. Improvvisamente diminuiscono i BPM, Hackett si fa da parte e lascia le scorribande soliste a Tony Banks e Mike Rutherford. Quando il brano sembra sfumare verso l'epilogo, emerge un oscuro tema di organo, accompagnato da funesti colpi cadenzati della sezione ritmica. L'opprimente atmosfera si fa ancora più triste, quando Peter Gabriel esegue un prolungato assolo con il flauto, poi una prolungata corsa sulle pelli ci riporta all'inizio del macabro interludio, invitando lo stesso a riprendere l'assolo con il flauto, lasciandolo poi in completa solitudine per dodici secondi. E' giunto il momento del grottesco annuncio del Controllo Genetico, accompagnato da una funesta marcia. Peter Gabriel recita l'incredibile annuncio con una disumana voce effettata, dalle sembianze aliene. Le trame dell'organo vengono affiancate da un fastidioso brusio e un rumore di bicchieri e bottiglie, i nostri, con maestria ci portano all'interno del bar, dove si scopre la tremenda verità. Dopo una interpretazione da oscar, Gabriel torna a deliziarci con le dolci brezze del flauto, spazzati via in maniera brutale dal ritorno dell'inciso, che stavolta si presenta nella travolgente versione iniziale. Una serie di passaggi stoppati all'unisono ci accompagna verso il gran finale, dove rallentano i BPM e, una volta recitati gli ultimi versi, Peter Banks suggella splendidamente questo genialissimo brano.

Can Utility And The Coastliners

E veniamo alla traccia numero quattro, "Can Utility And The Coastliners (Canuto E Le Navi Costiere)", dove i nostri fanno un abile gioco di parole, celando il valoroso Re Canuto in "Can Utility". E' infatti la leggenda di Canuto Il Grande, Re di Inghilterra, Danimarca e Norvegia il protagonista delle liriche, stavolta partorite dalla penna di Steve Hackett. Nato nel 994 a Shaftesbury, era il figlio di Re Sweyn Barbaforcuta di Danimarca. Dopo la morte del padre, suo fratello divenne i Re di Danimarca, lui, nel 1015, partì con una impotente forza militare di oltre diecimila uomini, alla conquista dell'Inghilterra. Dopo dure battaglie senza esclusioni di colpi, si accordò con Edmondo Il Coraggioso per la spartizione dei regni inglesi, pattuendo che colui dei due che fosse morto per primo, avrebbe lasciato tutto nelle mani dell'altro. Con la morte di Edmondo, Canuto ben presto divenne Re D'Inghilterra. Morto anche il fratello, la sua brama di potere lo portò ad essere acclamato anche Re di Danimarca. Non sazio, con una con una flotta di cinquanta navi partite dall'Inghilterra, partì alla volta della Norvegia, conquistandola e diventandone il Re. Le sue innumerevoli conquise, lo facevano sembrare un vero e proprio Dio al cospetto del popolo, che lo dipingeva immortale e capace di governare anche Madre Natura. La leggenda narra che, quando l'adulazione sembrava degenerare, sostenendo che il Re poteva persino ottenere l'obbedienza del mare, Canuto volle dimostrare loro la sua natura puramente umana, facendo porre il suo trono di fronte al mare ed ordinando alle acque di arrestarsi di fronte ad esso, ovviamente senza successo. Il trono che affonda nel mare è metafora che sottolinea la vanità della razza umana. Le liriche poi si concludono con dei versi assai criptici che recitano: "See a little man with his face turning red. Though his story's often told you can tell he's dead. (Ecco un piccolo uomo con il volto diventato rosso. Anche se la sua storia viene spesso raccontata si può ben dire che è morto.)" forse, sottolineando che non esistono supereroi, e che anche i più forti, di fronte all'evidenza, si comportano da comuni mortali. E' Steve Hackett ad aprire il brano con la chitarra a dodici corde, facendo piovere una miriade di scintillanti note arpeggiate, dai sentori barocchi. Dopo due manciate di secondi entra in scena il Menestrello Di Chobham, che nell'inciso esplora registri alti, a mio avviso con successo, sempre accompagnato dalle cristalline trame della chitarra a dodici corde. A rendere ancora più medievale l'atmosfera, arrivano delle giulive trame di flauto, che vanno ad intrecciarsi con il sognante arpeggio di chitarra. Nella seconda strofa, il flauto si fa più presente e delineano una strada che ci porta dritti verso l'inciso, dove torna ad essere protagonista insieme a Peter Gabriel. Dopo circa un minuto, entra in scena la sezione ritmica, l'epica linea vocale di Gabriel si intreccia con i dolci sospiri dei flauti, le cui trame ci riportano indietro nel tempo. Nel successivo inciso, la sezione ritmica frena, limitandosi a colpi stoppati che scandiscono la metrica della linea vocale, accompagnata da un meraviglioso intreccio di tastiera e chitarra. Al minuto 01.46 troviamo un effimero bridge, dove stralunati vocalizzi anticipano un passaggio di tastiera, che con classe ci porta verso un bellissimo interludio che vede le chitarre a dodici corde di Rutherford e Hackett protagoniste, dando vita ad un magico intreccio di note. Con una corsa sulle pelli arriva anche Phil Collins, accompagnato dalle corpose e roboanti note del bass pedal. Tony Banks aggiunge struggenti pad di tastiera, brividi. Dopo questo epico interludio strumentale rimane un solare strumming di chitarra acustica, ad accompagnare Peter Gabriel, che con grinta apre le porte ad un bellissimo assolo di organo. Dopo alcune battute i flauti si aggiungono alle trame evocative di Tony Banks, alle quali si intrecciano anche cristallini fraseggi di chitarra acustica. Ad un certo momento, le chitarre ed il basso si fermano, lasciando il solo Phil Collins ad accompagnare Tony Banks, che si cimenta in una interminabile progressione di accordi che si spostano sulle toniche. Una rullata spuria richiama all'appello Mike Rutherford, che spara una serie di micidiali e pungente orde di note con il basso plettrato. Una graffiante scala invita Tony Banks a continuare con l'assolo. Il nostro si sdoppia, mantenendo con la mano sinistra l'accompagnamento dell'organo, che nell'occasione diminuisce notevolmente di volume, e con la destra iniziando una funambolica corsa sui denti d'avorio della tastiera, dando vita ad un evocativo assolo dalle trame barocche. Dopo questa esaudiente dimostrazione di tecnica da parte di Tony Banks, è il turno dell'assolo di chitarra. Le acide note sparate da Steve Hackett, inizialmente rievocano un festoso clima da corte, accompagnate all'unisono dal basso, poi sfociano in trame che in alcuni punti sembrano essere dissonanti. Successivamente, Hackett, prosegue l'assolo, ricamando la linea vocale di Peter Gabriel. Tony Banks riprende l'assolo di tastiera, accompagnato da Phil Collins con una serie di rullate, con il basso e la chitarra che ne seguono i passi all'unisono. Improvvisamente rientra in scena un indemoniato Peter Gabriel, recitando con grinta gli ultimi versi, quasi rischiando di graffiarsi la gola, lasciando poi il campo al gran finale.

Horizons

Prima di servirci la cena, i nostri ci deliziano con un raffinato quanto gradito aperitivo, l'effimero brano acustico "Horizons (Orizzonti)", traccia che a tratti richiama le memorabili escursioni sulla sei corde acustica di Steve Howe. Si tratta di un magico intreccio di ben tre chitarre acustiche, registrato durante il breve regno di Bob Potter. Steve Hackett ha composto ed eseguito da solo il brano, cercando qualcosa che rievocasse il rigoglioso periodo dell'Inghilterra sotto il regno dei Tudor e le composizioni del musicista britannico William Byrd, finendo poi con l'ispirarsi liberamente al primo movimento della "Suite per violoncello solo BWV 1007" di Bach. Il nostro inizia su un ridondante arpeggio, al quale dopo una manciata di secondi va ad intrecciarsi un secondo arpeggio con la chitarra a dodici corde dal suono assai più limpido. Un'ulteriore traccia di chitarra va a ripetere i movimenti della seconda, dando vita ad un suggestivo intreccio armonico. Dopo alcuni fraseggi classicheggianti e barocchi, Steve Hackett si sposta sotto il dodicesimo capotasto, emettendo dolcissimi fraseggi dal suono cristallino, poi, dopo una fugace comparsa dell'arpeggio portante, le squillanti note degli ultimi tasti della sei corde, vanno lentamente a concludere il brano, che nonostante la sua effimera durata e l'assenza degli altri membri, è entrato ben presto nel cuore dei fans, diventando uno dei brani più famosi del combo albionico.

Supper's Ready

E siamo arrivati al pezzo forte dell'album, uno dei brani più belli dell'intera discografia dei Genesis e del progressive rock, la maestosa suite "Supper's Ready (La Cena è Pronta)", suddivisa in ben sette movimenti. Non appena partono le prime note del primo movimento, intitolato "I. Lovers' Leap (Il Salto Degli Innamorati)" si ha l'idea che il nostro impianto stereo abbia dei problemi e si sia perso qualcosa per strada, ma non è così, i nostri iniziano in maniera sconclusionata, senza una minima parvenza di introduzione strumentale, come di solito troviamo nella gran parte delle suite. Steve Hackett continua con la chitarra acustica a dodici corde, affiancato da Mike Rutherford con il medesimo strumento. I due danno vita ad un romantico intreccio che sin dal primo secondo accoglie il Cantastorie di Chobham, che come sempre si presenta in maniera teatrale, con una ammaliante linea vocale. Sfiorando il falsetto, Phil Collins ne segue i passi, generando un suggestivo gioco di eco. Arriva l'inciso, i fragorosi ruggiti del bass pedal scandiscono le toniche con cui si muovono le chitarre acustiche. Peter Gabriel segue in maniera struggente le dolci trame delle chitarre, appoggiandosi su un oscuro pad di tastiera. Dopo un break delle chitarre acustiche, ritorna la strofa, cantata in maniera suggestiva dalle due voci, distanti solamente una infinitesima frazione di secondo, quanto basta a dare un tocco di magia. A tratti la linea vocale sembra un complicato scioglilingua, confermando l'estro di Peter Gabriel, sempre attento alle metriche e ai doppi sensi, durante la stesura delle sue complesse ed originalissime liriche, sfruttando al massimo l'incredibile musicalità della lingua di Shakespeare. A seguire ritroviamo il romantico ritornello, ancora interpretato in maniera struggente, seguito dallo special. Le chitarre si spostano su accordi più alti, il camaleontico Gabriel cambia ancora registro, diffondendo un senso di inquietudine. Altro break strumentale con un bellissimo intreccio armonioso delle due chitarre, affiancato dopo qualche secondo da un oscuro coro celestiale dal retrogusto settantiano. Con una delicatezza disarmante, Tony Banks esegue un articolato assolo di pianoforte, attorcigliandosi alle trame delle due chitarre acustiche. Le falangi del Tastierista Dell'East Hoathly corrono veloci sui denti d'avorio del pianoforte, accennando trame classicheggianti. Al magico intreccio fra il pianoforte e le chitarre a dodici corde, si aggiungono sognanti flauti. Un improvviso cambio di tono delle chitarre annuncia il secondo segmento, e al minuto 03:48 ha inizio "II. The Guaranteed Eternal Sanctuary Man (L'Uomo Del Rifugio Eternamente Garantito)". Il flauto di Gabriel sembra impazzito e disegna funamboliche trame che si divincolano fra la pioggia di note arpeggiate, alle quali, lentamente si fonde un vigoroso strumming sempre rigorosamente acustico, andando poi ad accompagnare Peter Gabriel che fa il suo ritorno dietro al microfono. Il nostro interpreta in maniera magistrale anche queste nuove strofe, che diffondono una piacevole sensazione di pace. Finalmente entra in scena Phil Collins, che fino ad ora aveva assunto le vesti di un interessato spettatore, disimpegnandosi con raffinati cori e controcanti. Il nostro, se pur ad un numero basso di BPM, si trascina dietro tutta la banda, legando con preziosi filler le melliflue trame dei colleghi. Inizia a farsi notare sul serio anche Tony Banks, con un trascinate ed epico riff di organo che diventa la colonna portante di questo interludio. Peter Gabriel, sfrutta le trame dell'organo ed i filler di batteria, catturandoci con una ammaliante linea vocale, che spesso tocca registri alti. In sottofondo Steve Hackett fa lamentare la sei corde, producendo suoni che sembrano provenire da altri mondi e che ricordano vagamente il canto dei grandi cetacei. In maniera brusca i nostri si fermano, lasciando solamente un alieno pad di tastiera. Al disturbante tappeto di tastiera si aggiungono inquietanti cori infantili, che evaporano misteriosamente così come erano apparsi, suggellando la fine del secondo movimento. Passiamo qualche altro secondo in compagnia dell'alieno suono di tastiera e poi al minuto 05:56, ha inizio la terzo parte, intitolata "III. Ikhnaton and Itsacon and Their Band of Merry Men (Ikhnaton E Itsacon E La Loro Banda Di Mattacchioni)". La tensione viene smorzata da un dolcissimo flauto che va ad intrecciarsi con cristallino arpeggio di chitarra a dodici corde. Questo piacevolissimo interludio strumentale, viene bruscamente interrotto da Peter Gabriel, che rompe l'armonia con una linea aggressiva ed insana, accompagnato dalle magie di Phil Collins sul charleston e da un torbido tema di organo, che con una scolastica progressione apre le porte ad un brusco cambio di atmosfera. Phil Collins irrompe con una marcia irregolare, seguito da Steve Hackett con una micidiale raffica di acidi accordi distorti. Dopo qualche istante si aggiunge Tony Banks, con un giulivo tema di tastiera che non sfigurerebbe in qualche jingle pubblicitario. Il festoso tema di tastiera viene sostituito da un aggressivo Peter Gabriel che ci cattura con un'ammaliante raffica di "Bang Bang Bang", che immediatamente si stampa nella nostra mente. Tony Banks tesse una intricata ragnatela di note che sembra imprigionare il Cantastorie Di Chobham. I nostri attirano l'attenzione con un semplice ma funzionale cambio di tono, le tastiere prevalgono ancora sulla sei corde, che successivamente si prende la rivincita con uno stralunato assolo che rievoca atmosfere celtiche. Phil Collins continua con la complicatissima ritmica impossibile da descrivere, mentre Rutherford si sdoppia, accompagnando con acidi accordi distorti di chitarra e con singole e roboanti note sparate con il bass pedal. Improvvisamente rimangono solo Tony Banks e Steve Hackett, che iniziano una funambolica corsa all'unisono, il primo facendo correre a velocità incredibile le falangi sui denti d'avorio della tastiera, il secondo con un virtuoso tapping dall'aria classicheggiante. Dopo questo breve intermezzo autocelebrativo, Steve Hackett e Mike Rutherford iniziano a dialogare a suon di strumming, Phil Collins ritma con il charleston e colpi di gran cassa, accompagnati dai roboanti ruggiti del bass pedal. Timidamente ricompare il funambolico riff di tastiera sentito pochi secondi fa. Sulla base di questa gioiosa armonia che strizza l'occhio agli Yes, entra in scena Peter Gabriel, con una epica linea vocale. Il nostro si alterna a melanconici fraseggi di chitarra, che alla seconda comparsa ci portano verso la parte finale. Si materializza un sognante intreccio fra le due chitarre che lentamente sfuma verso l'estinzione. In fader compare un oscuro pad di tastiera, e al minuto 09:56 ha inizio "IV. How Dare I Be So Beautiful? (Come Oso Essere Così Bello?)". Veniamo avvolti da inquietanti e lugubri accordi di tastiera, che generano un'oscura atmosfera dalle quali spunta fuori il Menestrello Di Chobham, con una linea vocale che riesce a diffondere un opprimente senso di tristezza. Anche se ormai non è più una notizia, Peter Gabriel fornisce una interpretazione da oscar, riuscendo a trasmetterci forti emozioni, accompagnato dalle sole tenebrose trame che come una densa nebbia oscura fuoriescono dal castello di tastiere. Con i suoi soli ottantadue secondi, questo tenebroso e narcisistico segmento è il più breve dell'intera suite, e improvvisamente un interrogativo "A Flower? (Un Fiore?)" apre le porte al movimento numero cinque, intitolato "V. Willow Farm (La Fattoria Di Willow)", che inizia precisamente al minuto 11:19. Una manciata di briosi colpi all'unisono annuncia Peter Gabriel, che insieme all'irridente riff di chitarra ricrea un'atmosfera dall'aria sarcastica, rafforzata dall'insolita ritmica dai sentori circensi. I quattro abili strumentisti proseguono con un irridente tema all'unisono, con teatralità Peter Gabriel si appoggia alla cartoonesca base musicale, citando fra le righe anche un classico della band, "The Musical Box (Il Carillon)". A rendere ancor più bizzarra l'atmosfera si manifestano dei folleggianti coretti in sottofondo. Man mano che la strofa va avanti, il nostro sembra prendere il senno, recitando alcuni versi in escandescenza. Fra le bizzarre trame musicali, frasi apparentemente senza senso, stralunati cori e bizzarri contro canti, si ha l'idea di essere piombati nella sala ricreativa di una casa di cura. La teoria viene rafforzata pochi secondi più avanti, quando un folleggiante Gabriel si appoggia su stralunati fraseggi di chitarra che ricordano il ronzio di una fastidiosissima zanzara. L'irridente atmosfera da cartoon si protrae sino al minuto 12.44, quando alcuni rumori di sottofondo, un fischietto ed un lontano grido che recita "All Change! (Cambio Carrozza!)" annunciano un martellante pedale di pianoforte. Peter Gabriel inizia a duettare con Phil Collins, che per l'occasione sembra essersi fatto un aerosol con l'elio. A rendere ancora più comico questo intermezzo, si materializzano geniali cori e controcanti. Con una genialità ed un coraggio fuori dal comune, i nostri ci trasportano magicamente dentro a qualcosa che ricorda molto da vicino il divertente set del Muppet Show. Dopo neanche un minuto si cambia di nuovo, breve stacco in modalità Beatles e poi una rullata smorzata annuncia una decadente marcia. Peter Gabriel si lascia trascinare dalle irridenti trame circensi degli strumenti. L'ennesimo intervento di bizzarri cori e controcanti, questo comico e prolungato intermezzo sembra estinguersi. Rimane un lugubre pad di tastiera. Intorno al minuto 14:00 è il momento di "VI. Apocalypse in 9/8 (Co-Starring the Delicious Talents of Gabble Ratchet) [Apocalisse In 9/8 (Con La Partecipazione Dei Deliziosi Talenti Di Gabble Ratchet)]". Dalla densa cortina che esce dal castello di tastiere, emergono lancianti fraseggi di chitarra. Poi, dopo circa trenta secondi irrompe un delicatissimo ed idilliaco intreccio fra le chitarre e le tastiere, al quale vanno ad aggiungersi i dolcissimi sospiri del flauto. Con una genialità Ed un talento sempre più disarmanti, i nostri passano con naturalezza da irridenti atmosfere che non avrebbero sfigurato da colonna sonora nelle divertenti comiche in bianco e nero, a melliflue atmosfere da serenata elisabettiana. Andando avanti Tony Banks aggiunge un delicato pad di organo, mentre si paventano meravigliosi fraseggi con la sei corde acustica, che lasciano percepire anche suggestivi "sguish" dei polpastrelli sulle corde. Timidamente si paventano epiche tastiere, che insieme ad una delicata corsa sul rullante danno vita ad un raffinato climax che annuncia l'ingresso in scena di Peter Gabriel, che come sempre lo fa in grande stile, recitando con grinta le prime strofe, appoggiandosi sui minacciosi accordi delle chitarre e sull'incessante pad di organo. Con classe, Phil Collins trasforma la cadenzata marcia in un martellante ed inesorabile 9/8, dando un senso logico al titolo del brano. Tony Banks inizia a tessere un acido e spigoloso assolo con l'organo. Man mano che passano i secondi, le trame dell'organo si fanno più squillanti ed isteriche. Basso e chitarra si intrecciano alla complicata ritmica, dando vita ad un accompagnamento unico. Dopo una infinita serie di scale che salgono verso i registri più alti, Banks ritorna ai graffianti ruggiti dell'organo, lasciandosi dietro una scia di terrore, per poi riprendere una ridondante serie di fraseggi, che come prima si spostano scolasticamente verso le note più acute, ponendo fine a questo prolungato interludio strumentale. Con classe i nostri ricreano la giusta atmosfera pronta ad accogliere Peter Gabriel, che ci sorprende rientrando in gioco con un minaccioso "666 Is No Longer Alone (666 Non è Più Solo)", evocando il numero di Satana, simbolo dell'apocalisse. Il nostro sale sopra il tappeto di organo e si lascia trascinare in alto, districandosi fra le ossessive trame dell'accompagnamento, che lentamente sfumano verso l'estinzione. Rimane solo il tappeto d'organo, ricamato da preziosi intarsi con il flauto. Fra lo squillante suono delle campane ed una delicata corsa sulla pelle del rullante, Peter Gabriel va a richiamare "Lover's Leap", riprendendo lo struggente ritornello, accompagnato solamente dall'organo. Una rullata spuria rimette tutti in gioco, Mike Rutherford fa ruggire le quattro corde, trascinato dalle trame della chitarra ed dell'organo, Peter Gabriel recita in maniera struggente gli ultimi versi dell'inciso, poi, stavolta rimanendo sulla stessa linea musicale, al minuto 21.07 ha inizio la parte conclusiva di questa maestosa suite, dal bizzarro titolo "VII. As Sure as Eggs Is Eggs (Aching Men's Feet) [Sicuro Come E' Sicuro Che Un Uovo E' Un Uovo (Piedi Dolenti Degli Uomini)]". Trascinati dall'incedente ritmica della premiata ditta Collins & Rutherford, che abbandona il micidiale 9/8 in virtù del classico tempo da lentone rock, i nostri ci accompagnano verso il finale. Tony Banks ci martella con un ridondate riff di organo, Steve Hackett inizia a tessere una intricata trama di lancinanti fraseggi, che sembrano imprigionare il Cantastorie Di Chobham, che a fatica riesce comunque ad emergere, portandoci con classe verso il gran finale, lasciato nelle mani del Chitarrista di Pimlico, che va a concludere con un mellifluo inno che lentamente ci abbandona in fader, lasciandoci un po' perplessi, perché vorremmo che durasse ancora a lungo. Una vera e propria epopea del genere, non poteva che essere accompagnata da liriche geniali, come spesso accade Peter Gabriel si dimostra un vero e proprio scrittore fantasy, partorendo testi fuori dal comune. I protagonisti stavolta sono due giovani innamorati, che mentre si apprestano a consumare la cena, improvvisamente si ritrovano tramutati in corpi differenti. Mentre i due cercano di capacitarsi, non riconoscendosi più, si accorgono che anche l'ambiente circostante è mutato. In quello che era il loro giardino, si aggirano minacciosamente sette losche figure incappucciate, la prima porta una croce. Si percepiscono chiari richiami alla reincarnazione, agli sbalzi temporali e ai mondi paralleli. I due si ritrovano in una città straniera senza tempo, dove a contendersi il dominio vi sono due personaggi: un contadino, che accudisce i propri raccolti con acqua pura, ed il leader di una religione scientifica, che si presenta come "Guaranteed Eternal Sanctuary Man (L'uomo del Santuario Eterno Garantito)" e professa falsamente di conoscere il segreto per domare il fuoco. E' evidente la contrapposizione fra il bene ed il male, rappresentati da due dei quattro elementi naturali come l'acqua ed il fuoco, che dalla notte dei tempi hanno sempre avuto significati magici, diventando la base per le culture pagane. Se analizziamo a fondo i personaggi, possiamo attribuire al contadino il dono di portare la vita, mentre l'altro la morte. Da qui ad identificarli in Cristo e l'Anticristo, il passo è breve. Nel terzo movimento incontriamo altri due personaggi, Akhenaton e Itsacon, due generali dell'uomo che custodisce il Santuario Eterno. Akhenaton prende il nome da un Faraone dell'antico Egitto, mentre Itsacon deriva da "It's a con (è un truffatore)". Cercando di nascondere i propri sentimenti, i due innamorati si imbattono in un'orda di guerrieri dalla pelle nera, l'esercito delle forze del male inviato dal custode del Santuario Eterno per uccidere tutti coloro che non hanno ancora firmato la pace e il contratto, che poi si rivelerà una "Licenza di Eterno Asilo". Ottenuto il successo, è il momento di gioire e festeggiare per le forze oscure. Vagando sui campi devastati dalla battaglia, i due innamorati, facendosi largo fra cataste di corpi umani, incontrano una figura solitaria che, come nel mito di Narciso, è ossessionata dalla propria bellezza. E come Narciso, viene tramutata in un fiore non appena si specchia nell'acqua di un laghetto. Incuriositi, dopo essersi avvicinati, i due innamorati vengono risucchiati dal laghetto, come Narciso, e si ritrovano in un mondo totalmente diverso, surreale, variopinto e pieno di vita. Nella fattoria di Willow tutto può accadere. Peter Gabriel dà sfogo a tutta la fantasia nel partorire le liriche del quinto movimento, che vi ricordo è quello dalle trame musicali comiche ed irridenti. A "Willow Farm", con un fischio ogni cosa si trasforma in un'altra. E' un'incredibile è una carrellata surreale sull'immaginario inglese: da un "Winston Churchill dressed in drag (Winston Churchill vestito da donna)" al papà che sta in ufficio mentre la mamma a casa lava i panni, il tutto condito con strambe licenze poetiche (la rana era un principe, il principe era un mattone, il mattone era un uovo, e l'uovo era un uccello) e c'è posto anche per il "Carillon (The Musical Box)" di "Nursery Cryme", nonché di una sorta di scioglilingua formato da neologismi in rima (butterflies, flutterbyes, gutterflies). Semplicemente geniale. Ma le sorprese non sono finite, i due innamorati vengono trasformati in semi e messi a dimora sottoterra terra, dove riconoscono negli altri semi, altre persone provenienti dal loro mondo originario. Mentre attendono la fine dell'inverno, essi ritornano improvvisamente al loro mondo, trovandolo nel bel mezzo dell'Apocalisse di San Giovanni, citata con una serie di riferimenti biblici, che vanno dalle guardie di Magog, ai sette trombettieri, al 666, il numero della bestia. Infine c'è posto anche per Pitagora, comparso dall'antico mondo greco, che dopo innumerevoli pene riesce a scrivere con il sangue una canzone nuova di zecca, che si rivelerà essere nient'altro che il ritornello di "Lover's Leap". Alla fine, i nostri protagonisti riescono a fatica a tornare al mondo reale, come il fiume prima o poi raggiunge il mare. La storia si chiude in maniera significativa con i versi "Here's an angel standing in the sun, and he's crying with a loud voice "This is the supper of the mighty one". Lord of Lords, King of Kings, has returned to lead his children home, to take them to the new Jerusalem. (C'è un angelo alla luce del sole, e sta gridando a gran voce "Questa è la cena dell'onnipotente". Signore dei Signori, Re dei Re, che è tornato per ricondurre a casa i suoi figli, Per portarli verso la nuova Gerusalemme.)" mettendo in luce la morale della favola, ovvero che esiste la certezza che le forze del bene sono sempre quelle da seguire, e che se pur con fatica e sacrificio, ci condurranno alla nuova Gerusalemme, ovvero un luogo di pace.

Conclusioni

E' doveroso dare atto a "quel pugno di perfezionisti", come li aveva definiti un non profetico Anthony Phillips, che pur partendo male, al quarto tentativo sono riusciti a coronare il loro obbiettivo, ovvero quello di dare vita ad un album semplicemente perfetto. "Foxtrot" è un forziere ricco di gioielli e sorprese, privo di punti morti, che mette in mostra due grandi classici della band come "Watcher of the Skies" e la monumentale epopea "Supper's Ready" (per chi vi scrive la Bibbia del progressive rock assieme a "Close To the Edge" degli Yes ), affiancandogli altri brani cosiddetti "meno famosi", ma di una bellezza ineguagliabile, come ad esempio il gioiello "Get 'Em Out by Friday", un micidiale mix di musica progressive e liriche visionarie che dà vita ad uno dei pezzi più geniali della storia della musica, perlomeno secondo la mia come sempre sindacabilissima opinione, ma non sono da meno le altre restanti tracce. Ascoltandolo attentamente, ognuno di voi individuerà un piccolo gioiello che si porterà sempre dietro. I nostri si dimostrano abilissimi nel ricreare le giuste atmosfere rievocando i passi delle liriche, catapultando prepotentemente l'ascoltatore all'interno della canzone. Peter Gabriel, come al solito è unico nell'interpretazione dei brani, cambiando stile, timbrica e talvolta anche l'accento, a seconda delle situazioni, ingigantendo il tutto in sede live, come dimostrano le testimonianze video dell'epoca. Ma il nostro si rivela abilissimo anche con la penna, partorendo liriche geniali, fuori dal comune, sfruttando al meglio la musicalità della lingua di Albione con geniali rime e qualche neologismo, enfatizzando quando serve le parole chiave per dare un senso al brano. L'altra colonna portante da cui i Genesis non possono prescindere è Tony Banks, che senza eccedere in virtuosismi come i colleghi Rick Wakeman e Keith Emerson, riesce sempre a trovale la soluzione giusta, una vera e propria macchina dispensatrice di atmosfere, che raggiunge l'apice con un prolungato assolo nella monumentale traccia che chiude il platter. Ma adesso il nostro ha trovato pane per i suoi denti. Steve Hackett è un chitarrista in grado di tenere testa alle sue scorribande, sfornando magici arpeggi e funambolici assoli, dove sovente ricorre alla tecnica del tapping, di cui si considera il precursore. I due spesso creano magici intrecci insieme a Mike Rutherford, che come in passato, spesso abbandona il basso in virtù della chitarra a dodici corde, adempiendo alle lacune ritmiche con il bass pedal (e vi assicuro che in sede live la cosa non è affatto semplice). Ma il nostro riesce a convincerci anche quando impugna il basso, sciorinando giri portanti articolati e trascinanti, facendo forza sull'estro di Phil Collins, che riesce a risultare decisivo anche nei momenti dove viene relegato ad un ruolo secondario, mentre è letteralmente travolgente nei momenti topici, mettendo in mostra impressionanti serie di filler e ritmiche complicate senza eguali. Il nostro sconfina spesso con la batteria oltre i canonici compiti ritmici. "Foxtrot" è venuto alla luce il 6 Ottobre del 1972, registrato fra Agosto e Settembre del medesimo anno presso gli Island Studios di Londra. La produzione è stata affidata a Dave Hitchcock, che comunque si è avvalso della collaborazione della band. Della distribuzione se ne è occupata la Charisma, per quanto riguarda il mercato europeo, mentre l'Atlantic ha provveduto per quello a stelle e strisce. Come per i due precedenti album, l'artwork è stato affidato nuovamente alle mani di Paul Whitehead, che però, a detta della band, stavolta, perlomeno inizialmente, non era stato all'altezza dell'album come in precedenza, dando vita ad un'opera strana, debole e poco professionale. Nel front, troviamo una curiosa volpe vestita in rosso, che se ne va su un iceberg in mezzo a un mare dove fanno capolino una trota fario , un delfino e una mazza da croquet, lasciando di stucco quattro cacciatori e i loro segugi, che nel back di copertina la guardano basiti allontanarsi verso l'oceano, rimanendo impotenti.  I quattro cacciatori a cavallo non sono stati messi lì a caso, ma vanno a richiamare i Quattro Cavalieri dell'Apocalisse. Il secondo cacciatore cavalca un cavallo bianco come il primo cavaliere senza nome. Un altro bizzarro particolare lo troviamo se osserviamo attentamente il cavallo cavalcato dal cacciatore con la faccia verde (Morte), se guardate con attenzione, noterete una vistosa erezione. Il primo cavaliere ha i capelli rossi ed un pinocchiesco naso sproporzionato (potrebbe essere guerra, che cavalcava il destriero rosso). Il terzo ha uno strano volto animalesco e vistose orecchie appuntite ed ha una testa raggiante, e mantenendosi in linea con la teoria dei Quattro Cavalieri dell'Apocalisse, non rimarrebbe che Carestia. Il fatto strano è che Paul Whitehead in un'intervista, riguardo al secondo cavaliere ha dichiarato: "La morte cavalca un cavallo bianco - noterete che il personaggio sul cavallo bianco sta piangendo - e ha anche un'enorme gobba sulla spalla". Teoria smentita se andate a spulciarvi il testo dell'Apocalisse, dove Morte è in sella ad un cavallo verde. Che si tratti solo di una grossolana svista? Infine, i più attenti, potranno notare sotto le montagne che creano lo sfondo, che sulla spiaggia, si sta disputando una partita di croquet che va a rievocare il precedente "Nursery Cryme". Un altro lampante riferimento a "Supper's Ready" sono le sette figure incappucciate, in processione sulla spiaggia. Con il passare degli anni, comunque i Genesis hanno iniziato ad apprezzare l'opera di Whitehead, che nel suo obbiettivo aveva quello di continuare ad attaccare le passioni dell'alta borghesia inglese, passando dal croquet alla caccia alla volpe. Concludendo, è impensabile che questo album manchi nelle discografia di chi ama ascoltare buona musica, indipendentemente dal genere o dalle simpatie. E' un album che nasconde sorprese dietro ogni angolo, un album che in futuro influenzerà notevolmente la nuova armata del neo progressive, IQ e Marillion su tutti. 

1) Watcher Of The Skies
2) Time Table
3) Get'em Out By Friday
4) Can Utility And The Coastliners
5) Horizons
6) Supper's Ready
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