GENESIS

Duke

1980 - Charisma Records

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
17/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Nel 1980 soffiavano minacciosi venti di cambiamento che avrebbero sconvolto l'intero panorama musicale mondiale. Il tutto nasce con l'avvento del punk rock e le banali ma immediate strutture dei brani che fanno sembrare le imponenti sinfonie del progressive rock musica appartenente alla preistoria. Addirittura Johnny Rotten e compagni erano arrivati a deridere pubblicamente i musicisti che suonavano progressive rock, accusandolo di stare ore ed ore ad affinare le loro tecniche, quando con tre accordi si poteva fare una canzone. Ma i Genesis non ne volevano sapere di cedere lo scettro a gruppetti di scalmanati strimpellatori, e quasi per caso, si erano ritrovati in casa la soluzione per poter andare avanti. La Sanremiana "Follow You, Follow Me", uno dei brani più odiati dai Gabrielliani, si rivelò un inatteso successo commerciale, mostrando ai nostri la nuova strada da intraprendere. Il "...And Then There Were Three? Tour" si rivelò un enorme successo, raggiungendo cifre da capogiro, ma fu anche estenuante e massacrante, un interminabile giro del mondo in novantatré date. Daryl Stuermer e Chester Thompson divennero membri ufficiali della band durante i concerti, rimanendoci a lungo, accompagnando i nostri sui palchi di tutto il mondo fino alla fine degli anni '90. La prolungata assenza di Phil Collins dalle mura domestiche dovuta all'estenuante tour, tramutò le piccole crepe che si stavano delineando sulla sua vita familiare in vere e proprie voragini. La moglie di Phil Collins Andrea Bertorelli, di chiare origini italiane, stufa dell'assenza del marito dalle mura domestiche, decise di trasferirsi a Vancouver dalla madre, portandosi dietro anche i figli. Finito il tour, Phil, tentando di ricucire il rapporto, raggiunge la famiglia in Canada, prendendosi una pausa dalla vita musicale. Banks e Rutherford, per non commettere lo stesso errore che portò alla dipartita di Peter Gabriel, decidono di accettare tranquillamente la decisione. Non avendo nessuno problema familiare che li tormentava, i due decidono di dedicarsi a progetti solisti. Nel 1979, Tony Banks pubblica il suo primo album solista, intitolato "A Curious Feeling", dove suona tutti gli strumenti, ad eccezione della batteria, suonata dal fido Chester Thompson. A Gennaio dell'anno successivo, lo segue a ruota Mike Rutherford, pubblicando "Smallcreep's Day". Curiosamente, entrambi i lavori sono stati prodotti da David Hentschel e registrati presso ai Polar Music Studios di Stoccolma, di proprietà degli Abba. Nel frattempo, il tentativo di Phil Collins di risanare il rapporto con la moglie Andrea era andato vano. Il nostro rientra in patria e dopo aver collaborato ad alcuni progetti musicali (Brand X e Peter Gabriel), si ritira in solitudine nella sua abitazione di Guildford nel Surrey, in compagnia di un pianoforte, di un sintetizzatore e di una drum machine. Ispirato dalla malinconia dovuta al suo matrimoni andato in briciole, il solitario Phil scrive una quantità industriale di materiale. Saputo del ritorno del figliol prodigo, ad autunno del 1979 Tony e Mike si paventano nel Surrey, in modo da decidere il futuro dei Genesis. Entrambi non hanno molto materiale sonoro a disposizione, avendo riversato tutte le loro migliori idee nei rispettivi progetti solisti. Decidono di ascoltare il materiale di Phil, dove individuano almeno due - tre brani che possono fare al caso, per il resto, avendo solamente un paio di brani a testa, decidono di dedicarsi a prolungate jam session in sala prove, in modo da ottenere un discreto numero di idee su cui lavorare. Ne vien fuori una lunga suite di oltre trenta minuti, intitolata "The Duke Suite", ma visti i tempi, i nostri decisero di spezzarla in due tronconi, mentre dal segmento centrale che serviva da legante, quasi per caso ne nascerà il loro successo più grande, "Turn It On Again". Fra l'enorme quantità di materiale composto da Phil Collins, anche il brano "In The Air Tonight" rischiò di finire nella track list finale del loro album in studio numero dieci, intitolato "Duke", ma per uno strano gioco del destino fu scartata, finendo poi nel primo album solista di Phil Collins "Face Value", che verrà alla luce nel Febbraio del 1981. "In The Air Tonight" diventerà un successo a dir poco planetario, chissà cosa sarebbe successo se fosse finita nel decimo album dei Genesis. Riguardo al titolo "Duke" in molti sostengono che il duca in questione sia la moglie di Phil Collins, ma invero, il nostro era solito presentare la "Duke Suite" in sede live con una simpatica storiella. Il protagonista era un certo Albert, un classico perdente nato che si innamorava con estrema felicità. Durante una vacanza, si innamorò di una donna bellissima, di nome Duchessa, ma non parlando la lingua spagnola, la storia non ebbe un buon fine. Affogando i dispiaceri nello schermo di un televisore, finì con l'innamorarsi di quest'ultimo. Lo strambo Albert, dopo tre giorni dovette ricorrere alle cure mediche per farsi togliere dei vetri dalle parti intime. Decise di passare la convalescenza, nuovamente all'estero, dove lo strano personaggio si innamorò del suo bastone da passeggio, e non vi sto a descrivere come andò a finire. Distrutto dalle sue vicissitudini amorose, decise finalmente di rientrare in patria, finendo in un triste ritrovo di amanti incapaci, chiamato "Duke's End".

Behind The Lines

Ad aprire le danze è il primo troncone nato dalla scissione della "Duke Suite", frutto delle jam session dei nostri in sala prove e che in qualche maniera riesce a donare una velata anima progressive all'album, un debole ed ultimo colpo di coda da parte dei nostri, che con il passare degli anni si allontanano sempre più velocemente dal progressive rock di cui possono considerarsi fra i precursori. Si parte con "Behind The Lines (Tra Le Righe)", brano brillante con una brillante introduzione di tastiera, che "stranamente" non eccede in virtuosismi. Tony Banks ci investe con un'epica pioggia di riff, Phil Collins ritma inizialmente massacrando il charleston, poi con un bel filler entra in scena a pieno ritmo, con uno dei suoi ritmi sincopati. In sottofondo, la sei corde emette lancinanti lamenti, mente il basso spara raffiche che inseguono i virtuosismi del Drummer Londinese. In questa evocativa introduzione, il Talento Dell'East Hoathly domina dall'alto del suo castello di tastiere, anticipando le sonorità delle future generazioni del progressive rock, Pendragon in primis. Dopo un effimero rallentamento, Phil Collins dà il via ad una travolgente cavalcata, seguito da martellanti accordi di pianoforte e da uno spettrale riff di synth. Ritornano le epiche fiammate di tastiera, seguite da una strofa dai brillanti sentori funky. Il Cantastorie Di Londra, appoggiandosi sulle trame del pianoforte, canta con spensieratezza, seguendo i passi irregolari del basso. Nel raffinato bridge, la voce di Collins si assottiglia, andando a sfiorare il falsetto, ritornando poi ai suoi registri naturali nel chorus. La batteria accompagna con delicate corse sui tom tom, tastiere e pianoforte fanno il resto. Con una improvvisata fiammata, Tony Banks annuncia il ritorno della strofa seguita dal bridge e dal ritornello, dove si manifestano coretti dall'arie retrò. Andando avanti troviamo lo special, che vede sempre le pompose tastiere come protagoniste. Con un bel climax, i nostri spalancano i cancelli all'assolo di chitarra, che come potete immaginarvi, non ha niente a che vedere con quelli di Mr. Hackett. Dopo questa fredda escursione solista sulla sei corde, priva di passione e sentimento, ritorna la strofa, dove, ascoltandola attentamente, scorgiamo qualcosa dei Toto. Sul finale, ritorna protagonista Tony Banks, che va a riprendere le epiche fiammate dell'introduzione, che poi evaporando in fader, lasciano il campo alla traccia successiva. I Genesis avevano aperto l'album precedente attaccando il mondo dell'industria discografica, dove troppo spesso i boss ed i manager influenzavano le sonorità delle band sotto contratto. Una reale immagine di come funzionavano le cose all'epoca, sono riusciti a darla recentemente Mick Jagger e Martin Scorsese con la serie TV Vinyl. Stavolta, i nostri, forse logori dalle numerose critiche della stampa che gli piovevano addosso a causa della loro mutazione stilistica, sferrano un pesante attacco diretto proprio al quarto potere. In vero, le liriche originali del brano erano ben più pesanti di quelle definitive. Solo il buon senso di Tony Banks e Mike Rutherford riuscirono a far desistere Phil Collins dall'usare versi offensivi e ad usare toni e termini più moderati. Pare che le stesure originali delle liriche siano purtroppo andate perdute. Il brano, con il suo titolo riferito al "libro" che più volte viene menzionato nel testo, lascia trasparire velenosi attacchi verso una stampa sempre più critica nei confronti dei nostri. Ma le liriche contengono anche alcuni aspetti dell'animo di Phil Collins, tormentato dal matrimonio andato in frantumi, deluso dall'amore della sua vita che lentamente gli stava scivolando dalle proprie mani, lasciando un vuoto incolmabile nel suo cuore.

Duchess

La successiva "Duchess (Duchessa)" è passata alla storia in quanto è stato il primo brano in assoluto dei Genesis dove viene usata una drum machine. Si tratta di una avvolgente composizione di estrema classe e raffinatezza, molto vicina ai futuri lavori solisti di Phil Collins. Dalle note del brano precedente che evaporano, si manifesta un delicato ritmo della drum machine, che stava diffondendosi proprio in quel periodo, quando la Roland lanciò sul mercato la mitica Roland CR-78 (che compare anche all'inizio del videoclip del brano), innovativo macchinario che aveva la peculiarità di essere programmabile e permetteva la composizione di propri ritmi mixando le sonorità di qualsiasi strumento a percussione. Una serie di delicati e tintinnanti passaggi di pianoforte e un etereo arpeggio di chitarra effettuano raffinati intarsi che impreziosiscono ulteriormente l'introduzione, rendendo meno gelide le sonorità della drum machine. Con l'arrivo di un avvolgente pad di tastiera, l'introduzione assume forti sentori ambient. Dopo circa un minuto, l'arpeggio di chitarra si fa più pronunciato, dando il via ad un raffinato climax che fa crescere lentamente il brano. Un fragile tema di pianoforte anticipa di qualche secondo una decisa marcia sul rullante, poi con un potente filler, Phil Collins spazza via la fredda drum machine, e prende il controllo, annunciando la strofa. Il pianoforte e le tastiere sembrano fondersi insieme, creando una magnifica atmosfera. Il Cantastorie Di Londra cavalcando un incisivo giro di basso, ci conquista all'istante con un'ammaliante linea vocale che fa subito breccia nei nostri cuori. A ruota segue l'inciso, che con le sue delicate armonie vocali emana calorose atmosfere natalizie. L'estroso drummer lega ogni capoverso del chorus con una serie interminabile di filler che danno un senso di ridondanza ciclica. Ritorna subito la strofa, che stranamente ci colpisce più dell'inciso, è qui che i nostri nascondono l'hook che attira l'ascoltatore. Nonostante il brano preveda una canonica struttura dove strofe e ritornello si succedono in rapida sequenza, grazie ai raffinati arrangiamenti e alle vincenti linee vocali non risulta affatto monotono. Al minuto 03.58 Phil Collins viene risucchiato da un limbo dove recita poche righe, anticipando un interludio strumentale che spezza in due il brano. Le tastiere sembrano un vulcano in eruzione, che vomita fiumi di note ed avvolgenti pad di tastiera, poi una prolungata corsa sui tom tom apre le porte al ritorno della strofa, che più l'ascoltiamo più ci piace. A seguire il chorus, che ci viene proposto in loop, accompagnandoci verso un finale stralunato, dove ogni strumento sembra recitare una parte a se stante, rompendo i magici equilibri che regnano durante tutto il pezzo. In chiusura torna anche la Roland CR-78, ad accompagnare i fragili e melanconici fraseggi del pianoforte che fluttuano fra la nebbia di note che sale dal castello di tastiere. Il 9 Maggio del 1980, il brano è stato rilasciato come secondo singolo, non andando oltre la posizione numero quarantasei della classifica dei singoli più venduti in Inghilterra. Le liriche ripercorrono la carriera di una rock star femminile, chiamata appunto "Duchess". Non sono riuscito a scoprire se c'è un riferimento ben preciso o se si tratta di un personaggio di fantasia, il cui nome forse tributa in qualche maniere David Bowie, e che in maniera generica, illustra la carriera delle rock star, iniziando dal periodo d'oro determinato dal successo, dove tutto quello che fanno è legge, dove hanno tutto ciò che vogliono, dove i fans sono disposti a fare qualsiasi cosa pur di assistere ad un suo concerto. Ma per nessuno il periodo d'oro ha una durata eterna. Man mano che il tempo passa, corrode e arriva un ineluttabile declino. Tutte le facili discese si trasformano in salite insormontabili. In futuro, Tony Banks, userà le liriche del brano come metafora per spiegare la decisione dei Genesis di allontanare il cantante Ray Wilson, dopo il deprimente insuccesso dell'album "Calling Of Station" e del relativo tour.

Guide Vocal

La prima parte della "Duchess Suite" si chiude con l'effimera "Guide Vocal (Guida Vocale)", uno struggente duetto voce piano firmato Tony Banks. La drum machine ed il malinconico pianoforte del brano precedente evaporano lentamente, dalle loro ceneri, con grazia, nasce il nuovo brano. Uno struggente Phil Collins si lascia guidare da pochi e cupi accordi di pianoforte. Successivamente Tony Banks aggiunge un bellissimo pad orchestrale che rende il tutto più emozionante. Il Cantastorie Di Londra recita con disappunto gli ultimi versi, lasciando poi chiudere il brano al malinconico intreccio fra il piano ed il pad orchestrale. Il termine "Guide Vocal" sta ad indicare le linee vocali preliminari che vengono registrate in studio, in modo da dare un punto di riferimento agli strumentisti che devono registrare le rispettive parti. Rimanendo in casa Genesis, le "guide vocal" furono incise da Phil Collins in modo da dare un punto di riferimento alla nutrita schiera di papabili sostituti di Peter Gabriel, immediatamente dopo il suo doloroso addio. Il caso poi volle che nessuno seppe fare meglio delle "guide vocal" incise da Phil Collins, portando la band, come già sapete, ad una sorprendente soluzione interna per sostituire l'istrionico Frontman Di Chobham. Le poche righe scritte dalla penna di Tony Banks hanno suscitato molte scuole di pensiero che riguardano numerose interpretazioni. La più plausibile e che i taglienti versi siano rivolti ad Andrea Bertorelli, ormai ex moglie di Phil Collins, che alla sua maniera ha dato tutto ciò che poteva al suo matrimonio, guidandola lontano, insegnandole tutto ciò che ora sa. Non ci sarebbe alcun dubbio se le liriche fossero opera del diretto interessato, ma avendole scritte Banks, che da sempre ha amato parlare di leader e grandi condottieri ci potrebbe essere anche una strada percorribile che esula dalla vita sentimentale di Collins, strada comunque alquanto criptica, in quanto non si riscontra nessun minimo riferimento storico o letterario che ci possa ricondurre ad un personaggio storico o di fantasia ben preciso. Meno numeroso è il partito sposante la teoria che sostiene addirittura sia Peter Gabriel a recitare questi ammonenti versi, parlando della band dopo il suo abbandono.

Man Of Our Times

Terminata la prima parte della suite della duchessa, si cambia decisamente atmosfera con "Man Of Our Times (Uomo Del Nostro Tempo)" un brano che avrebbe potuto avere delle potenzialità ma appesantito in maniera smodata da una produzione a dir poco violenta ed opprimente, brano destinato a finire quanto prima nel dimenticatoio. Mi ha fatto lo stesso effetto di alcuni brani presenti su "Tormato" degli Yes, dove alcune tracce dalle discrete potenzialità vennero sminuite da esasperanti arrangiamenti ed un pesante lavoro in fase di produzione. Si aprte con tellurici ed incessanti colpi sul rullante che quasi offuscano un ridondante tema di tastiera. Phil Collins è in possesso di un forte senso di adattamento e non si scompone di fronte a nulla, cantando con grinta questa insolita strofa, anche se in maniera alquanto banale, si limita a seguire la line melodica delle tastiere. Un giulivo riff di tastiera di wakemaniane memorie fa da bridge con la seconda strofa. L'ossessiva marcia dai sentori doom e il ridondante tema di tastiera rendono il brano stucchevole. Il festoso tema di tastiera stavolta precede un breve bridge strumentale, che segnala poche differenze dall'ossessiva strofa. Una rullata scolastica annuncia il ritornello, che apre scenari epici, dandoci una gradita boccata d'ossigeno. Dopo una prima parte strumentale con le tastiere protagoniste, Phil Collins canta con grinta le poche righe del chorus, anche se a mio avviso, il mixaggio tiene la linea vocale troppo al di sotto rispetto agli strumenti. A seguire, uno oscuro interludio sempre con le tastiere a contendersi il primato con le mitragliate della batteria. Come se provenisse da un'altra dimensione, Phil Collins recita alcune frasi on una voce lontana e resa spuria dagli effetti. Dopo questo violento break di techno rock, ritorna la strofa, con tutta la sua ossessività disorientante. Ci pensa il chorus a smorzare la tensione, ma il brano stenta a decollare e non riesce a trasmettere nessun tipo di emozione. Al minuto 04.26 il brano sembra finalmente trovare la fine, ma è una finta, dopo una rapida sfumatura ed un secondo di silenzio assordante, i nostri riprendono con il ritornello, che prima si paventa in una versione strumentale, per poi sfumare lentamente verso l'estinzione. Le liriche si sposano perfettamente con la musica, ergo sono assai deludenti e di difficile interpretazione. Sembra di leggere un collage fatto con vari ritagli di giornale, che vanno a formare una serie di frasi prive di senso ed incomplete. L'unica cosa che riesce ad emergere fra le varie licenze poetiche è che gli sconclusionati versi siano riferiti ad un condottiero o ad un leader politico, comunque sia ad un carismatico personaggio in grado di condurre a destinazione la propria gente verso un obbiettivo ben preciso. L'unico indizio che abbiamo a disposizione è che il misterioso leader è "un uomo dei nostri tempi", quindi qualcuno che combatteva la propria crociata intorno agli inizi del 1980. Correvano i tempi di Lech Wa??sa, Ronald Regan e Bre?nev, ma senza la minima parvenza di un indizio, è impossibile risalire a chi siano riferite le liriche. Se non fosse per il "maschile" usato in maniera costante, si potrebbe pensare alla lady di ferro, la prima donna nella storia dell'Inghilterra ad essere stata eletta come primo ministro, ed il suo mandato ebbe inizio proprio pochi mesi prima della pubblicazione di "Duke". Resta il fatto che l'unico che può sciogliere i nostri dubbi sia Mike Rutherford. Se vi capita di incontrarlo e vi rammentate del brano in questione, chiedete delucidazioni a riguardo.

Misunderstanding

La successiva "Misunderstanding (Malinteso)" è il classico esempio di brano antigenesisiano, che in comune con il passato non ha nemmeno una sedicesima di nota. Una allegra canzoncina pop firmata Phil Collins, la cui spensierata ritmica che si intreccia con il pianoforte e la chitarra la fa sembrare la sorellina minore di "Hold The Line" dei Toto. I nostri partono subito con una brillante iterazione fra un riff di pianoforte di Porcariane memorie e una delicata chitarra distorta seguita all'unisono dal basso, il tutto trascinato da una spensierata ritmica lontana anni luce dalle performance a cui ci aveva abituato l'estroso Drummer Di Londra. L'allegra linea vocale viene ricamata da coretti d'altri tempi. Nel chorus la ritmica non varia di una virgola, un salto di tono cerca di tirare su il brano, Phil Collins sala a bordo del tappeto steso dal basso di Mike Rutherford. Ormai a suo agio nel doppio ruolo di chitarrista-bassista, il nostro fa piovere luccicanti note arpeggiate con la chitarra, che vanno a infrangersi sulle delicate trame della tastiera. Ritorna la strofa, con il pedale di pianoforte ed i coretti vintage. La banale struttura prettamente pop del brano prevede una continua alternanza fra strofa e ritornello. Si ha l'idea che i nostri abbiano momentaneamente smarrito quell'estro compositivo che li ha caratterizzati sin dagli esordi. Solo nel finale, armonie vocali e contro canti cercano di spezzare la monotonia del brano, ma sempre con scarsi risultati. Abituato alle canzoni articolate ed impegnative del passato, mi sono trovato seriamente in difficoltà e anche in imbarazzo ad analizzare questo brano, che forse avrebbe avuto un altro effetto sul futuro album solista di Phil Collins. Ma stiamo pur sempre ascoltando un album dei Genesis e chi vuole, può abusare del tasti "skip" dopo il primo minuto. Il 10 Maggio del 1980 (solamente un giorno dopo il precedente singolo) il brano è stato rilasciato negli Stati Uniti ed in Canada, dove ha conquistato a sorpresa il primo posto della classifica dei singoli più venduti nella patria dell'acero. In patria invece è stato rilasciato il 5 Settembre del medesimo anno, dove non è andato oltre la posizione numero quarantadue. Si tratta del primo brano in assoluto scritto esclusivamente da Phil Collins per i Genesis, con il quale era desideroso di conquistare una nuova fetta di pubblico. Tony Banks non nutre grande simpatia nei confronti del brano, in quanto negli Stati Uniti, grazie al successo ottenuto, era la canzone con cui gli americani identificavano l'album "Duke", sminuendo in un certo senso le altre composizioni, che per quanto mi riguarda, ad eccezion fatta della traccia precedente, sono tutte di gran lunga superiori. Ma veniamo alle liriche, come ormai è noto a tutti, che sia vero o meno, pare che la ex moglie di Collins, Andrea Bertorelli, ebbe una relazione con un decoratore, che a quanto apre preferiva dare pennellate altrove anzichenò sulle pareti di casa. Il Cantastorie Londinese tenta di sdrammatizzare la rottura del matrimonio con una buone dose del caratteristico humor inglese. Il protagonista è un innamorato, che per ore ed ore attende sotto la pioggia la sua amata. Passano i minuti, passano le ore, cade molta acqua, ma la ragazza non si presenta all'appuntamento. Accecato dall'amore, il nostro cerca di trovare spiegazioni che riescano a giustificare l'incomprensibile ritardo. Dopo averla cercata nei luoghi da lei frequentati abitualmente, dopo averle telefonato più volte, neanche quando si reca a casa della ragazza, e vede un uomo uscire dalla sua abitazione, riesce ad accettare l'evidenza, convinto che si tratti solo di un terribile malinteso e che il mancato appuntamento abbia delle motivazioni serie e plausibili.

Heathaze

Di ben altra pasta la successiva "Heathaze (Foschia)", una cupa ballata riflessiva che non avrebbe sfigurato su "Wind & Wuthering", ovviamente firmata da Tony Banks, l'unico dei tre superstiti che con le sue composizioni riesce sempre a trovare un collegamento con il passato, se pur flebile. Timidi accordi di pianoforte anticipano l'ingresso di Phil Collins, che quando si rannicchia su se stesso e va a sfiorare il falsetto, ci fa stringere il cuore, ricordandoci vagamente Peter Gabriel. La strofa successiva viene impreziosita da una pioggia di note arpeggiate e da profonde pennate di basso. Successivamente, con grazia entra la batteria, stavolta con un suono ovattato che le dà un piacevole retrogusto settantiano. Con l'avvento del bridge, il brano cresce gradualmente, come se stesse per arrivare l'inciso, ma al suo posto troviamo un cupo interludio strumentale. Lontano dalle funamboliche escursioni del passato, Tony Banks ci ipnotizza con un sinuoso tema di flauti dall'aria sorniona, ricamato dalla chitarra arpeggiata e dai felpati fraseggi del fretless bass. Un fragile riff di synth annuncia un delicato climax, che stavolta spalanca le porte al ritornello. Il brano esplode, Phil Collins vola in alto, trasportato da un delicato pad di tastiera, conquistandoci con una linea vocale vincente. Le note arpeggiate continuano a scendere giù come glitter luccicanti che vanno ad adagiarsi sui pastosi fraseggi del fretless. Gran classe. Nella parte finale, il chorus cala d'intensità, per poi ripartire come un animale ferito, dandoci un'ulteriore scossa di emozioni. Dopo una dolcissima appendice, ritorna la strofa, che ha l'effetto di una grossa nube che va ad oscurare i timidi raggi di sole paventati nell'inciso. Il bridge illumina nuovamente il brano, e dopo il cupo interludio strumentale, un bel filler di batteria annuncia il ritorno dell'inciso. Phil Collins porta una buona dose di energia, riempiendo con bellissime corse sulle pelli dei tom tom, rendendo ancora più speciale il ritornello. Il chorus per ora è uno dei momenti più belli del platter, i nostri lo sanno e lo sfruttano al massimo, cullandoci verso il finale, dove alla voce si sostituisce una delicato pad di tastiera, che lentamente guida il brano verso una precoce estinzione in fader. Di pari passo con la musica, anche le liriche s'innalzano stilisticamente. Il termine "Heathaze" sta ad indicare la foschia che si manifesta nelle afose giornate estive. Tony Banks dipinge un rilassante quadretto che raffigura un classico paesaggio della campagna inglese, in una calda e afosa giornata estiva. Il cielo è sgombro dalle nuvole, una leggera brezza rinfrescante tenta di raffreddare la terra cotta dal sole. Il leggero frusciare delle foglie crea un'atmosfera rilassante e sonnolenta. E' un giorno di vacanza, senza nulla da fare e senza preoccupazioni da prendere in considerazioni. Un uomo sta oziando, entrando in perfetta sintonia con la calma del paesaggio, silenzioso come la natura che lo circonda. In lontananza ode schiamazzi di persone che cercano di dare un senso alla loro vita facendo ciò che gli piace. Lui invece preferisce oziare, alienandosi dai ritmi della vita moderna, considerando inutile qualsiasi attività gli altri facciano, invece di stare in silenzio a contemplare la natura. Ma è quando incontriamo la frase "Oh I feel like an alien, a stranger in an alien place. (Mi sento come un alieno, uno straniero in un luogo alieno.)" si accende un lumicino. Sembra al quanto lapalissiano un riferimento al racconto fantascientifico "Stranger In A Strange Land (Straniero In Terra Straniera)" scritto da Robert A. Heinlein e pubblicato nel 1961. Il romanzo narra la storia di Valentine Michael Smith, un essere umano allevato dai marziani su Marte. Raggiunta l'adolescenza, viene riportato sulla Terra per sperimentare la sua interazione con la cultura terrestre. Il ragazzo a causa della formazione ricevuta su un altro pianeta, non riesce a comprendere molti aspetti della vita umana, finendo con il criticare vere e proprie istituzioni come il denaro, la monogamia e la paura della morte. Ecco, l'accidioso protagonista si sente come un alieno in terra straniera, non si riconosce nello stile di vita moderno, ed è convinto che nulla riuscirà a cambiarlo, nemmeno il vento, che con il tempo fa perdere le foglie agli alberi, riuscirà a scalfiggere la sua corazza. Nulla riuscirà a fargli cambiare idea, è come un pescatore che continua a pescare in un fiume arido, non provate a dirgli nulla, tanto non vi crederà. Il carattere schivo e da puro anti divo di Tony Banks ci lascia pensare che questo sia un testo autobiografico, lui, che durante le pause dal mondo della musica, si rinchiudeva nella sua abitazione, a coltivare la sua passione preferita, il giardinaggio, lontano dalla vita mondana delle star della musica.

Turn It On Again

A metà del cammino, troviamo la parte centrale della suite, quello che con il tempo è diventato prepotentemente il brano più famoso dei Genesis, quella "Turn It On Again (Riaccendilo)" che ha portato nuove leve di fans al seguito del trio albionico. Le origini del brano sono alquanto curiose. Mike Rutherford aveva ideato il riff con un ritmo assai più lento rispetto al risultato finale, che doveva servire a fare da legante fra la prima e la seconda parte della "Duke Suite". Durante le prove, l'occhio lungo di Phil Collins intravide ottime potenzialità nel riff e chiese di provare ad eseguirlo con un tempo molto più sostenuto, facendo notare a Mike che il riff aveva l'inusuale tempo in 13/8. Sorpreso, Rutherford ammise che era convinto di aver composto il riff in un semplice e canonico 4/4, accettando di buon grado la lezione teorica da parte di Phil. Sciolti i dubbi ritmici, i nostri provarono a lavorare sul pezzo, notando che era maledettamente funzionale. Nel giro di poco tempo, lentamente stava prendendo forma uno dei brani più riusciti dei Genesis 2.0. La canzone inizia con qualche voluta sbavatura, come se i nostri volessero sottolineare che è nata da una jam session. Il riff di chitarra prende lentamente forma, accompagnato dall'incessante sferragliare del charleston. Dopo qualche battuta, si ode un lontanissimo "One, Two, Three, Four" che annuncia l'ingresso in scena dell'ormai leggendario riff di tastiera. Un improvvisa e tagliente fiammata di synth apre le porte alla strofa. La batteria viaggia spedita, sostenuta da un pompante tappeto di basso che segue all'unisono il riff di chitarra. L'ammaliante partitura di tastiera è la protagonista assoluta, e mostra la strada melodica da percorrere al Cantastorie Di Londra. Con il bridge il brano cresce, voce e tastiera vanno di pari passo, trasportate dal basso che inizia a pompare in maniera più energica. Il brano sembra esplodere, ma al posto dell'inciso troviamo una seconda strofa. Finalmente arriva il ritornello. Un ridondante tema di tastiera viene scandito da colpi stoppati, poi per alcuni secondi i nostri ripartono spediti, per poi spezzare nuovamente con i colpi stoppati. In chiusura troviamo un epico tema di tastiera, affiancato da potenti colpi sui timpani e poi via, si riparte con la trascinante strofa, seguita dal ritornello, che stavolta si manifesta in una struttura più lineare, privo dei colpi stoppati. Nonostante sia un brano pop rock, la continua alternanza di strofe e ritornelli non è nauseante, grazie al certosino lavoro in fase di arrangiamento. Dopo un'ultima apparizione dell'inciso, ritroviamo il mitico tema dell'introduzione, che piacevolmente ci accompagna verso la fine del brano, impreziosito da una babele di armonie vocali e controcanti che giocano intorno al titolo del brano. La canzone sfuma molto lentamente in fader, lasciando un segno indelebile nella nostra mente, dimostrandosi un vero e proprio "hook" vincente. La struttura semplice e lineare della canzone permetteva ai nostri di dilungare il brano in sede live, trasformando la parte centrale in un suntuoso medley, dove Banks e compagni mixavano grandi classici della musica rock e blues tra le quali "(I Can't Get No) Satisfaction", "Twist and Shout", "You Really Got Me" e "Everybody Needs Somebody to Love". Le liriche pare siano state scritte da Mike Rutherford, ma non essendo riuscito a trovare informazioni riguardanti la reale paternità dei testi, io rivedo Phil Collins nelle vesti dello sfortunato protagonista, che dopo una delusione amorosa, si rifugia davanti alla televisione. Ora i suoi nuovi amici sono la voce metallica della radio e i protagonisti dei vari show televisivi che quotidianamente lo ipnotizzano. Lo sfortunato e solitario protagonista viene letteralmente risucchiato dal suo nuovo modo di vivere le giornate, tanto da arrivare a confondere la realtà con il mondo virtuale della televisione. Completamente alienato, arriva addirittura a mostrare le foto della sua famiglia al tubo catodico. Quando Phil canta "I, I get so lonely when she's not there? (Io, io mi sento così solo quando lei non è qui...)" è possibile che si riferisca alla moglie che è andata a vivere in Canada con i figli, rafforzando che lo sfortunato protagonista che si rifugia nel mondo virtuale della televisione possa essere proprio lui. E' disarmante come il testo, scritto ben trentasei anni fa, anticipi il male del nuovo millennio, ovvero l'alienazione dietro un mondo virtuale per cercare di scacciare via i fantasmi della vita reale. Tutto questo, con l'avvento di Internet è ancora più facile e frequente ai giorni nostri, dove molti si circondano di amici virtuali che vivono a chilometri di distanza, dimenticando la bellezza del rapporto umano e di tutte le meravigliose emozioni che ci può dare.

Alone Tonight

"Alone Tonight (Solo Stanotte)" è una melliflua ballata firmata Mike Rutherford. Phil Collins duetta profondamente con un triste arpeggio di chitarra, accompagnato da un melanconico tappeto di tastiera. Con mestizia le strofe scivolano via veloci per circa un minuto, poi chitarra e tastiera danno vita ad un crescendo che ci lascia presagire una imminente esplosione del brano. La batteria entra in scena prepotentemente con un bel filler, anticipando in qualche maniera la futura memorabile entrata di "In The Air Tonight" Nell'inciso, trasportato dalle tastiere, Phil Collins esplode, con una melliflua linea vocale di quelle che in sede live generano uno sciame di accendini che ondeggiano a tempo di musica. Le trame arpeggiate della chitarra portano una leggera aria barocca che non guasta. Nel finale dell'inciso, Phil Collins segue con la voce i frammentati filler di batteria, portandoci nuovamente verso la strofa, dove scendono nuovamente le tenebre. Uno spettrale riff di tastiera alita come un gelido vento del nord, trasportando l'etereo arpeggio di chitarra. Nel bridge, Phil Collins segue una interminabile sequenza di filler che spalanca nuovamente i cancelli al mellifluo ritornello, arricchito da scolastici passaggi di batteria, seguiti come un ombra dal basso. Che il ritornello funzioni non c'è dubbio, ma forse i nostri se ne approfittano, riproponendocelo in loop fino al termine del brano, lasciando che sfumi molto lentamente in fader. Le liriche sembrano il seguito naturale della precedente canzone. Si tratta di tristi versi che riguardano la solitudine di un uomo dopo una delusione amorosa. Ma stavolta, prendendo per buono i crediti del brano, siamo certi che sono opera di Mike Rutherford. L'allampanato bassista ha però sempre avuto una vita coniugale più che regolare, vivendo fino ad oggi a fianco di Angie, la sua prima e unica moglie sposata nel lontano 1976. Quindi è assai probabile se non certo che nella stesura del testo si sia ispirato alla difficile situazione sentimentale del compagno di sezione ritmica. Il protagonista è ancora un uomo, che reduce da una scottante delusione amorosa si ritrova solo. Pare che a nessuno interessi un bel nulla della sua solitudine. Senza la sua amata, ogni giorno è tristemente uguale al precedente, ogni anno passa con una disarmante piattezza, privo delle emozioni che solo la sua amata poteva darle. Il momento peggiore è la notte, dove la consapevolezza di essere rimasto solo si fa più concreta. Speranzoso di poter un giorno riallacciare il rapporto, si promette di cambiare, di diventare più malleabile e disponibile. Al mattino il sole lo scalda, lo risveglia ma sarà un altro triste giorno passato in completa solitudine, che lentamente lo accompagna alla desolazione che lo circonda con l'avvento delle tenebre. 

Cul-De-Sac

Tony Banks è una spanna sopra ai colleghi, è l'unico che quando compone si ricorda ancora del passato, e come in precedenza, ci pensa lui a farci dimenticare quanto prima le banali composizioni, con un pomposo brano ben articolato che mette in mostra magnifiche partiture orchestrali, ricco di cambi di ritmo e di atmosfera, che già dal titolo "Cul-De-Sac (Strada Senza Uscita)" si preannuncia interessante. Di fronte alla classicheggiante partitura di pianoforte, che inevitabilmente rinverdisce i tempi d'oro, anche i pochi versi recitati da Phil Collins richiamano fortemente il passato. Successivamente, un classico tema Banksiano di pianoforte prende il sopravvento, incantandoci per oltre venti secondi. Iniziano a manifestarsi delle pompose trame orchestrali, che in maniera Hollywoodiana avviano un climax dai sentori epici che apre i cancelli alla strofa. Seguendo la complicata partitura ritmica, che mette in evidenza un articolato giro di basso che non si limita ai soli compiti ritmici, Phil Collins con una linea vocale evocativa segue la strada aperta dai martellanti accordi di pianoforte. Una sostenuta rullata annuncia l'inciso, dove dominano le pompose tastiere di Mr. Banks, seguite da sinuosi fraseggi di basso. Phil Collins sfrutta al meglio il lavoro del talentuoso Tastierista Dell' East Hoathly, lasciando perdere per una volta le abbindolanti e mielose linee vocali che dominano su gran aprte del platter. Con lieta sorpresa, udite udite, riusciamo a percepire addirittura alcuni lamentosi fraseggi con la chitarra solista. Andando avanti incontriamo nuovamente la strofa, che mette in mostra un arrangiamento ritmico di basso e batteria con i contro attributi. Le pompose tastiere annunciano il ritorno del chorus, stavolta seguito da un classicheggiante interludio strumentale che vede protagonista una raffinata partitura di pianoforte, ricamata da altrettanto interessanti fraseggi di basso. A seguire troviamo lo special, con un importante cambio di tono dettato dal basso e dal pianoforte. Nella parte finale, Phil Collins spruzza una buona dose di peperoncino sulla linea vocale, annunciando con grinta un nuovo interludio strumentale. Le epiche tastiere stavolta aprono finalmente le porte all'assolo di chitarra. Mike Rutherford con una spruzzata di atmosfere mediorientaleggianti va a riprendere il tema portante delle tastiere, che fa il suo ritorno annunciando nuovamente il chorus. Sulla coda del brano, Tony Banks prende nuovamente il comando, con una serie di fiammate orchestrali che non sfigurerebbero come colonna sonora in un vecchio film storico. A suggellare questa notevole composizione, finalmente non troviamo la scontata sfumatura in fader, ma un classicheggiante gran finale che va a chiudersi con poche tintinnati note di pianoforte. Non solo la musica firmata da Tony Banks si emerge dalle altre, ma il nostro esula dai contesti amorosi anche nelle liriche, a partire dal titolo, andando a scovare un modo di dire francese che sì, è conosciuto in tutto il pianeta, ma è allo stesso tempo insolito per un brano di una band attaccata saldamente alle origini del proprio paese. Il vicolo cieco in questione non è affatto una strada a fondo chiuso, ma è la conclusione dell'evoluzione della vita sulla terra, che molto spesso porta alcune creature al capolinea, come ad esempio è successo per i dinosauri. Forti delle notevoli dimensioni e della ferocità di alcuni esemplari, i dinosauri erano i dominatori incontrastati del Pianeta. Nessun altro essere vivente era in grado di insidiare la loro leadership, che sembrava destinata a perdurare nel tempo. Ma a volte Madre Natura sa essere insensibile e spietata, ponendo drasticamente fine a possenti creature fino a quel giorno invincibili. E' bastato che un meteorite gigantesco entrasse in collisione con il Pianeta Terra, causando un terribile inferno di fuoco che non ha lasciato scampo neanche ad un essere vivente. Nessun dinosauro è riuscito a sopravvivere, nemmeno uno, nessuno è rimasto in vita per tramandare le epiche leggende dell'esistenza di queste incredibili creature, che purtroppo se ne sono andate via dal nostro Pianeta in un batter d'occhio, sotto il cinismo di Madre Natura, che a volte sa essere spietata quanto bella. E' curioso, come in quel periodo, i vecchi gruppi del progressive rock fossero definiti dalla stampa "i dinosauri del rock", ovvero band destinate ad una ineluttabile estinzione a causa dell'avvento di nuovi generi musicali. Chissà se Tony Banks non si sia riallacciato alle liriche della traccia di apertura, dove Phil Collins non le mandava di certo a dire quella stampa troppo critica nei loro confronti.

Please Don't Ask

"Please Don't Ask (Non chiedere, per piacere)" è la seconda traccia proveniente dalle sessioni post rottura del matrimonio di Phil Collins, dove il nostro riversa il suo triste stato d'animo. Il nostro riesce a valorizzare il brano con una interpretazione passionale da brividi, brano che se interpretato da una qualsiasi altra persona non avrebbe avuto lo stesso effetto. Malinconici accordi di pianoforte accompagnano un depresso Phil Collins, che recita i primi versi con il nodo in gola, riuscendo a trasmetterci le sue emozioni. Nella seconda parte dell'introduzione, i pochi accordi di pianoforte vengono accompagnati da una serie di colpi stoppati, poi un bel filler annuncia l'avvento della strofa. La ritmica andante spazza via una buona dose di malinconia, in sottofondo si muove come un serpente una notevole partitura di basso che alterna compitici ritmici a pregevoli fraseggi dai sentori fusion. Nel bridge, il pianoforte porta di nuovo un alone di mestizia, che poi evapora immediatamente con l'avvento del ritornello, interpretato con una dolcezza disarmante da Phil Collins. Il successivo special fa decollare in maniera definitiva il brano con uno scolastico cambio di tono. La sezione ritmica spinge il Cantastorie Di Londra verso l'alto, ricamato da raffinate armonie vocali. Andando avanti, troviamo nuovamente la strofa, impreziosita da armonie vocali dal piacevole retrogusto vintage, seguita dal bridge, dal chorus e dallo special. Il brano cala lentamente d'intensità, in maniera graduale la sezione ritmica diminuisce i colpi, portando il brano verso una lenta estinzione, fra raffinati fraseggi e dolcissimi vocalizzi. Le liriche sono fortemente autobiografiche ed intimiste, e descrivono il disagio dovuto al divorzio, visto dagli occhi di un padre, che si è visto portare via i figli, lontano, a molti chilometri distanza. Questa cosa fa soffrire l'affranto Phil, che non può vedere i figli, pur sapendo che sono in mani sicure, considerando Andrea Bertorelli la migliore madre del Mondo. Letteralmente distrutto dal divorzio, Phil è arrivato più volte ad addossarsi le colpe del fallimento, riconoscendo i propri errori e provando a ricucire il rapporto, pur consapevole che le possibilità di una riconciliazione con la moglie erano ridotte al lumicino. Quando sente la moglie, la prega di non chiedergli come sta, lui sta bene, benone. Piange un po', dorme male, ma sta bene. Ricorda i bei tempi, quando dire "ti amo" era facile e naturale, poi con il tempo, la fiamma ha iniziato ad estinguersi lentamente, fino ad arrivare alla drastica conclusione. Ma la lontananza dei figli lo abbatte più di quella della moglie. Spera che crescano bene, ma già lo sa, lei è la madre migliore del Mondo.

Duke's Travels

La prima, "Duke's Travels (I viaggi del duca)", dall'alto dei suoi 08:40 minuti è il brano più lungo del disco, una piacevole escursione strumentale che spesso cade nell'autocelebratismo, con un Tony Banks superlativo. Il brano si apre con un pomposo unisono di chitarra e tastiera, enfatizzato da un vibrante crescendo dei piatti, che crea una certa suspense. Successivamente si paventa un riff di tastiera dai sentori epici. Il crescendo sui piatti si fa più costante, dando l'idea delle onde che si spengono sulla spiaggia. Il brano sale costantemente, spinto da roboanti rulli di tamburi dai sentori Hollywoodiani. Le fiammate di tastiera lasciano presagire che sta per accadere qualcosa di nuovo. Lentamente se ne vanno, lasciando il campo ad una tribale corsa sulle pelli che cresce in maniera inversamente proporzionale all'evaporare delle tastiere. Dopo circa dieci secondi in solitudine, la tribale partitura ritmica viene raggiunta da un ridondante tema di tastiera, e da un corposo giro di basso. Tony Banks ruba la scena con un prolungato assolo di tastiera, dove finalmente riusciamo a riconoscere il talentuoso tastierista che ci ha entusiasmato fino a pochi album fa. Phil Collins abbandona momentaneamente la ritmica tribale, l'estroso Tastierista Dell' East Hoathly continua le sue funamboliche scorribande sui denti d'avorio della tastiera, aprendo una breccia nell'oscurità con epici fraseggi. Con il ritorno della ritmica tribale, sembrano scendere nuovamente le tenebre, dove minacciosamente si muove un serpente di note fuggito dal castello di tastiere, che ci avvinghia con le sue spire. Al minuto 02:58 si cambia nuovamente ritmo. Libero dal microfono, Phil Collins dà il meglio di se dietro alle pelli, divertendosi con una ritmica dai sentori jazz. Le tastiere si fanno sempre meno invasive, trasformandosi lentamente in uno spaziale pad sul quale iniziano a piovere scintillanti note arpeggiate. Tony Banks non riesce a frenare il suo ego, che nei brani strumentali sfugge ed inizia correre veloce, come un animale che trova la libertà dopo essere stato tenuto troppo tempo chiuso in una gabbia. Il nostro alterna funambolici fraseggi a trame pompose dal sapore epico. Al minuto 04:45 improvvisamente è Phil Collins a perdere il controllo e ad alzare vistosamente l'asticella dei BPM, dando il via ad un'epica cavalcata, dove sono sempre le tastiere le protagoniste assolute. I nostri si abbandonano ad una folleggiante jam session dove pullulano una serie di virtuosismi autocelebrativi, facendoci chiedere come sia possibile arrivare qui, passando per un brano banalissimo e fine a se stesso come "Misunderstanding", che come forse avete già dedotto, non è proprio fra i miei preferiti. Le tastiere sono come un vulcano iperattivo che vomita fiumi di note incandescenti. Mike Rutherford impugna la sei corde e finalmente si lascia andare in un assolo che possiamo considerare degno di nota, dove, libero da schemi, fa lamentare la chitarra. Al minuto 06:11 troviamo una sorpresa. Il brano non è del tutto strumentale come si poteva dedurre dal libretto interno che riporta le liriche. Fra la babele di suoni, Phil Collins inizia a recitare timidamente alcuni versi, riprendendo i passi di "Guide Vocal" con l'aggiunta di poche ma significative righe in più che recitano: "And you kill what you fear. And you fear what you don't understand (E si uccide ciò che si teme. E si teme ciò che non si capisce)", versi che suonano come velenose frecciatine rivolte alla ex moglie Andrea Bertorelli, che se ne andata via i Canada con i figli, invece di provare a capire quale fosse il problema e cercare di risolverlo. Improvvisamente l'incessante cavalcata cessa, calano i BPM, i nostri ci aprono scenari epici, mettendo in risalto le poche righe cantate da Phil Collins. Dopo quasi sette minuti sparati a ritmi folli, i nostri ci lasciano con una coda ben più rilassante, con un epico assolo di tastiera che con le sue melanconiche trame ci accompagna verso il finale, dove gli strumenti vibrano con dolcezza gli ultimi colpi di coda, quasi sembrando esausti dopo aver corso per gran parte del brano. Quando il brano sembra terminato, sbuca fuori un sintetizzatore dall'aria infantile che imita il suono di un flauto, salutandoci con tristezza.

Duke's End

Come recita il titolo "Duke's End (La fine del duca)", siamo giunti alla conclusione della "Duke Suite" e di conseguenza del disco. Il brano è un micidiale medley mozzafiato che va a riprendere alcuni temi delle tracce precedenti. Si parte subito in quarta con una epica cavalcata che ci ripropone il tema iniziale della traccia di apertura. Le epiche e pompose fiammate della tastiere duellano con un timido assolo di chitarra. L'epica cavalcata termina con un vigoroso filler, dopo il quale i nostri vanno a riprendere in qualche maniera l'introduzione di "Turn It On Again". Le tastiere scimmiottano il tema portante del brano, affiancate da basso e chitarra. Il brano ora è un climax continuo. Il duello fra le chitarre e le tastiere si conclude con un classico gran finale rocambolesco. Già in passato i Genesis, avevano chiuso un album con un tema che andava a riprendere quello iniziale. Lo avevano fatto con "Selling" e in "A Trick Of The Tail", dando una andamento circolare e ridondante all'album.

Conclusioni

Come nell'album precedente, anche in "Duke" sembra regnare l'incertezza sulla strada da intraprendere. L'unico deciso a continuare sulla strada del progressive rock pare essere Tony Banks, le cui composizioni, pur cercando di restare al passo con i tempi, lasciano intravedere alcuni richiami al glorioso passato. Phil Collins e Mike Rutherford sembrano invece decisi ad imboccare strade più semplici e redditizie, strade che imboccheranno anche con i rispettivi progetti spin-off. Sia musicalmente che liricamente, i brani firmati dai due non sembrano neanche lontani parenti delle epiche sinfonie del passato, e quando dico passato non mi riferisco solamente ai capolavori "Foxtrot" e compagnia bella, ma anche ai primi due ottimi lavori dopo la dolorosa dipartita di Peter Gabriel. Come accaduto con l'album precedente, è il successo planetario dei singoli a spingere i nostri verso lidi più commerciali, determinati a non cedere lo scettro del potere alle nuove generazioni, dimostrando che pur cambiando genere la classe e la tecnica rimangono. Tony Banks quindi con il tempo cederà e seguirà i due vecchi amici e questo "Duke" può considerarsi l'ultimo colpo di coda dei Genesis. Nell'album, forse più che sul precedente, pesa come un macigno l'assenza di un vero e proprio chitarrista di ruolo. Se la soluzione interna di affidare il microfono a Phil Collins si era dimostrata una scelta vincente, lo stesso non si può dire dell'opinabile scelta di affidare le parti di chitarra a Mike Rutherford, che si è un signor bassista, un buon chitarrista ritmico, ma non è un chitarrista come lo era Steve Hackett. Forse era meglio spendere un po' di tempo a provinare qualche chitarrista, che immagino di fronte ad un annuncio, si sarebbero presentati a fiumi a suonare il campanello di casa Genesis. In quel periodo, le cantine pullulavano di talenti, non lo scopro certo io, chissà se non ci fosse stato anche il successore di Steve Hackett, e chissà cosa sarebbero stati i Genesis con un nuovo chitarrista. Sia livello compositivo che a livello strumentale, a salire sul gradino più alto del podio è ancora una volta Tony Banks, vera e propria colonna portante che riesce a tenere in piedi la baracca, esplodendo come ai vecchi tempi nella strumentale "Duke's Travels". La natura dei brani soft, se da una parte valorizza le doti canore di Phil Collins, dall'altra ne limita le scorribande dietro le pelli, stesso discorso per Mike Rutherford, che fa cose egregie con il basso ma risulta impalpabile con le chitarre. Veniamo ai dati anagrafici: "Duke" è venuto alla luce il 28 Marzo del 1980 (il 31 Marzo negli Stati Uniti), registrato fra il Novembre ed il Dicembre del 1979 presso i Polar Studios di Stoccolma, studi di proprietà degli Abba, che forse hanno contribuito ad un alleggerimento delle sonorità, insieme al produttore David Hentschel. L'artwork è opera del disegnatore francese Lionel Koechlin, che raffigura il perdente nato Albert a contemplare il Mondo al di fuori di una finestra spalancata. Albert sembra uscito da un volume del "Il Corriere Dei Piccoli", ha un corpo enorme, sproporzionato nei confronti della piccola testa oblunga. Il quadretto è stato preso dall'opera "L'alphabet d'Albert (L'alfabeto Di Albert)", pubblicata dall'illustratore transalpino nel 1979. Il disegno è contornato da un asettico sfondo bianco, Albert è completamente vestito in verde, le ante della finestra sono di color rosa scuro, mentre nel cielo azzurro brilla una mezza luna. In alto il titolo dell'album, in basso il logo, entrambi in un infantile font color giallo. Stavolta anche la critica si dimostrò ben più malleabile nei confronti del nuovo album dei Genesis, ritenuto più frizzante del precedente. Ottimi i responsi delle vendite. "Duke" resistette per ben due settimane alla posizione numero uno della UK Albums Chart (la prima volta che un album dei Genesis raggiungeva la prima posizione) rimanendo poi in classifica per oltre trenta settimane. L'album si comportò dignitosamente anche in America, dove raggiunse la posizione numero undici della Billboard 200, ottenendo prima il disco d'oro e poi quello di platino. Tirando le somme, "Duke" è un buon album. Le cinque trace che comprendono la "Duke Suite" e le due composizioni firmate da Tony Banks, ci fanno dimenticare i passi falsi commessi dai due colleghi. Io lo trovo leggermente superiore al suo predecessore, come se avesse qualcosa di magico che ti cattura. Per una volta tanto, trovo più che piacevole il singolo "Turn It On Again", che se pur commerciale è di tutt'altra pasta rispetto alla Sanremiana "Follow You, Follow Me". Conscio che purtroppo vedremo tempi ben più bui per i nostri, invito chi come me aveva accantonato troppo frettolosamente l'album, a riascoltarlo attentamente, magari con una mentalità più aperta, cercando di dimenticare il glorioso ed ineguagliabile passato.

1) Behind The Lines
2) Duchess
3) Guide Vocal
4) Man Of Our Times
5) Misunderstanding
6) Heathaze
7) Turn It On Again
8) Alone Tonight
9) Cul-De-Sac
10) Please Don't Ask
11) Duke's Travels
12) Duke's End
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