GENESIS

Calling All Stations

1997 - Atlantic Records

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
06/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione recensione

Il successo ricevuto da "We Can't Dance" stavolta, per chi scrive, è meritato. Dopo un tris di album dove si contano sulle dita di una mano i brani complessivi da salvare, i nostri, superata la soglia dei quarant'anni danno vita ad un album maturo sia musicalmente che sotto il profilo lirico, un album convincente che mette in mostra tutta la loro classe e che proprio in conclusione, udite, udite, fa riaffiorare la vena progressive ormai svanita da troppo tempo. Anche il monumentale tour mondiale fu un grande successo, iniziato l'08 Maggio del 1992 in Texas e terminato il 17 Novembre del 1992 a Wolverhampton, per un totale di settantacinque date, durante le quali i nostri dettero vita a spettacoli indimenticabili con fantascientifici giochi di luce e portando por la prima volta sul palco i mega schermi ad alta definizione della Sony "Jumbotron". Con il materiale registrato durante il faraonico tour, i nostri pubblicarono ben due album live: "The Way We Walk, Volume One: The Shorts" che racchiudeva tutte le hit di breve durata ed il più interessante "The Way We Walk, Volume Two: The Longs", che oltre ad un bellissimo medley con i classici dell'era Gabriel riproponeva le versione live dei brani di maggiore durata degli anni'80, ovvero i più interessanti per i fans di vecchia data. Una volta terminato il tour e tenuti a bada i fans con i due album live, come ormai di consuetudine, i nostri misero in stand by il progetto Genesis, in modo da dedicarsi alle loro carriere soliste. Phil Collins, a Novembre del 1993 pubblicò "Both Sides", dove il nostro si prese la pesante briga di suonare tutti gli strumenti. Mike Rutherford ridusse ai minimi termini l'organico dei Mike And The Mechanics, rimanendo in compagnia dei due vocalist e nella primavera del 1995 pubblicò "Beggar on a Beach Of Gold", album che ricevette un ottimo successo, spinto dal singolo vincente "Over My Shoulder". Il successo dell'Allampanato Bassista stuzzicò Tony Banks, che tentò nuovamente con una band spin-off, gli Strictly Inc., reclutando Mr. Nathan East al basso e pubblicando l'omonimo album a Settembre del 1995. Come ormai da tradizione, anche questo tentativo del talentuoso Tastierista Del Sussex finì nel dimenticatoio, senza peraltro essere mai pubblicato negli Stati Uniti. Nel frattempo, Phil Collins oltre ad essere impegnatissimo con la propria carriera solista, dette vita alla The Phil Collins Big Band, un band jazz dove il nostro rivisitava oltre che ai classici del jazz anche brani suoi e dei Genesis. Inoltre, la Disney gli affidò il compito di comporre la colonna sonora del film d'animazione "Tarzan". Il nostro, ricevette il Premio Oscar 2000 per la migliore canzone ed il Golden Globe 2000 per la miglior canzone originale con il brano "You'll Be in My Heart", cantandolo anche in anche in italiano, francese, tedesco, e spagnolo, in modo che qualche inappropriato doppiaggio non rovinasse l'atmosfera. Gli impegni erano dunque fin troppi e il naufragio del suo secondo matrimonio lo mise definitivamente al tappeto. Per cercare di dare una scossa alla sua vita, decise clamorosamente di ripercorrere i passi di Peter Gabriel e nel 1996 lasciò i Genesis. Stavolta il leggendario combo albionico perse ben due pezzi da novanta in un colpo solo, uno dei migliori batteristi della scena rock e quello che al momento era il frontman più decisivo in circolazione, una sorta di Re Mida del rock, che trasformava in oro tutto quel che cantava. Ma i due superstiti, con uno spirito degno di un highlander, non si dettero per vinti e si ritrovarono negli studio The Farm, in moda da dedicarsi alla composizione di nuovi brani. Con un bel po' di composizioni praticamente ultimate, il compitò più arduo era quello di individuare quanto prima dei degni sostituti per completare la line-up. Per quanto riguarda la posizione dietro alle pelli, il problema venne risolto senza nessuna difficoltà. I nostri, forse indecisi, si affidarono a ben due batteristi. Il primo ad essere reclutato fu il carneade israeliano Nir Zidkyahu (fratello del batterista Tomer Z dei Blackfield di Steven Wilson). Di lui, si hanno ben poche notizie, se non quella che ci comunica che è nato a Gerusalemme a Novembre del 1967. Ben più famoso è il drummer americano Nick D'Virgilio, con passaporto Spock's Beard, di cui è il cofondatore insieme ai fratelli Morse. Nato a Whittier, in California il 12 novembre del 1968, attualmente vive con la moglie Tiffany e i suoi due figli Sophia e Anthony nell'Indiana, precisamente a Roanoke, piccola cittadina portata alla ribalta proprio ultimamente dall'inquietante serie TV American Horror Story. Per il ruolo di frontman la scelta inizialmente ricadde sullo statunitense Kevin Gilbert, produttore, cantante e musicista completo. Ma proprio quando il manager dei Genesis cercò di contattarlo, scoprì la terribile notizia che Kevin era morto da pochi giorni. Il referto del coroner parlava di apparente decesso a causa di asfissia autoerotica, una pericolosa pratica sessuale che prevede l'impedimento o la limitazione dell'afflusso di ossigeno al cervello, con lo scopo di prolungare ed intensificare l'orgasmo. Per la cronaca, anche il leader degli INXS Michael Kelland John Hutchence e l'attore David Carradine pare siano deceduti a causa della bizzarra pratica sessuale. Devo confessarvi, che al tempo, il sottoscritto faceva il tifo per Fish, ormai fuori dai Marillion e reduce da una recente collaborazione con Tony Banks. Ma purtroppo, quella era solo una mia idea che forse non fu neanche mai presa in considerazione dai nostri. Peccato, perché a mio avviso il Pesciolone Scozzese era l'unico che aveva tutte le carte in regola per sostituire sia Phil Collins che Peter Gabriel. Dopo questo inconveniente non da poco, la scelta ricadde su un altro scozzese, il meno celebre cantautore Ray Wilson. Nato ad Edimburgo l'8 Settembre del 1968, il nostro venne alla ribalta con gli Stiltskin grazie al brano "Inside", che fu utilizzato come colonna sonora, manco a farlo apposta, per uno spot della Levi's, che vi ricordo i nostri avevano preso di mira con il brano "I Can't Dance". Arrivato quando la maggior parte dei brani era già stata composta, il Frontman Scozzese dette comunque il suo contributo in fase compositiva, mettendo la firma su tre degli undici brani che compongono la track list dell'album numero quindici dei Genesis, intitolato "Calling All Stations", anche se in copertina il titolo viene stilizzato in "... Calling All Stations ...". L'avvento di Ray Wilson con la sua voce roca e suadente portò un indurimento ed un incupimento nelle sonorità genesisiane, spengendo i sogni di tutti quelli che speravano in un clamoroso ritorno al passato. Anche sotto il profilo delle liriche ci fu una significativa svolta. Via testi ironici alla "I Can't Dance" ma scompaiono anche riferimenti storici o testi fantasy, in virtù di una netta predominanza di temi che affrontano l'isolamento dell'essere umano e l'incomunicabilità fra le persone. Ma se gli album degli anni ottanta dovevano sempre vedersela con i Gabrielliani più estremisti, stavolta il nuovo platter aveva di fronte un esercito ben più nutrito da affrontare, con i fans di vecchia data alleati con i Collinsiani. Ingiustamente, "Calling All Stations" fu accolto con estrema diffidenza dai fans, ma non dal sottoscritto, che lo reputa un discreto album e che con la presente recensione tenterà di rivalutare. Se anziché dell'ingombrante moniker "Genesis" avesse riportato un logo che recitava "Mike, Tony & The Mechanics" o "Bankford", con molte probabilità si sarebbe parlato di un grande ritorno dei due reduci dei Genesis. Ma i nostri, decisero di puntare ancora una volta sul brand storico, forse sperando nell'ennesimo volo di una fenice che ormai era risolta dalle sue ceneri già fin troppe volte. Comunque sia, l'album ottenne un discreto successo, raggiungendo la seconda posizione in patria, Germania e Norvegia (dove forse apprezzavano i toni dark NDR), trovando sempre un posto nelle prime dieci posizioni nel resto dell'Europa. Ma fu negli Stati Uniti che l'album non andò benissimo, spegnendo i sogni di Banks e Rutherford che credevano molto nel mercato a stelle e strisce. Tale fallimento portò ad un clamoroso annullamento del tour americano, a causa forse di un errore di valutazione da parte del management, che per un eccesso di fiducia, aveva prenotato le grandi arene americane. Al contrario, il tour europeo ottenne un successo più che soddisfacente, ma questo non bastò, Mike e Tony intuirono che non ci fossero più i presupposti per andare avanti con quella formazione, congedando il validissimo Vocalist Scozzese e appendendo il glorioso moniker al chiodo. Dopo il 1997, sotto il marchio Genesis verranno pubblicate numerose raccolte di inediti e gratest hits. In vero nel 1999 Phil Collins, Peter Gabriel e Steve Hackett si riunirono insieme a Banks e Rutherford per registrare "The Carpet Crawlers 1999", inserita successivamente nella raccolta "Turn It On Again: The Hits". Fu una sorprendente mossa che stuzzicò non poco la fantasia dei fans, che chiamavano a gran voce una clamorosa reunion. Qualche anno più avanti, la voglia di suonare insieme, il forte legame di amicizia e il richiamo dei fans, dette vita alla tanto agognata reunion, che nel 2007, vide Phil Collins, Mike Rutherford e Tony Banks, supportati dai fidi Daryl Stuermer e Chester Thompson,  tornarono a calcare i palchi del globo con il "Turn It On Again: The Tour", iniziato l'11 Giugno del 2007 ad Helsinki e terminato dopo ben quarantotto date a Los Angeles il 13 Ottobre del medesimo anno, con in mezzo la storica data "gratis" del Circo Massimo di Roma del 14 Luglio che chiuse la parte europea del tour. Per un Phil Collins già in precarie condizioni di salute, il monumentale tour fu un vero e proprio colpo di grazia che lo costrinse a prendersi una lunga pausa, interrottasi proprio in questi giorni, con l'uscita del libro "Not Dead Yet (Non Sono Ancora Morto)" e con l'annuncio di un tour composto da sedici date divise fra Londra, Colonia e Parigi, ovviamente finite sold out dopo pochi minuti dall'annuncio. Dall'altra parte, Peter Gabriel sembrava avere ormai chiuso con la musica, spegnendo i sogni dei fans di lunga data che bramavano una reunion con la formazione storica. L'unico voglioso di portare avanti la vecchia causa pare essere Steve Hackett, con il progetto "Genesis Revisited", che oltre a svariati tour (fra i quali il prossimo del 2017, che prevede tre date primaverili nel Bel Paese), ha visto l'uscita di due album datati 1996 e 2012, dove il nostro rivisita i brani storici avvalendosi della partecipazione di svariate star del rock e del progressive, tra le quali spiccano John Wetton, Tony Levin, Steven Wilson e Steve Rothery. Purtroppo per noi, chi per un motivo e chi per un altro nessuno dei componenti storici per ora non sembra essere stuzzicato dal messaggio lanciato dal Chitarrista Di Pimlico, ma come suol dirsi, la speranza è l'ultima a morire!!  A partire dalla primavera dello scorso anno abbiamo intrapreso un fantastico viaggio insieme con destinazione del Genesislandia, partendo dal 1969, anno in cui i nostri, giovanissimi, dettero alla luce il loro primo album, acerbo, vittima di una disastrosa produzione e della mancanza di un batterista che potesse essere definito tale. Ma l'album lasciava comunque intravedere ottime potenzialità, specie in Tony Banks e Peter Gabriel, potenzialità che sarebbero esplose in maniera innaturale un anno seguente con l'album "Trespass", dove i nostri mettevano in mostra un miglioramento nella tecnica e nel songwriting fuori dal comune. Fu il preludio al poker di capolavori sfornati fra il 1971 ed il 1974, con l'avvento in formazione di Steve Hackett e Phil Collins. Dopo il complesso capolavoro "The Lamb Lies Down on Broadway", Peter Gabriel decise di togliere il disturbo, lasciando nello sconforto i fans. Ma proprio quando i giornali erano pieni di necrologi che davano per morti i Genesis, i nostri trovarono una brillante soluzione interna, rimpiazzando il Cantastorie di Chobham con Phil Collins, che avrebbe dovuto dividersi fra microfono e batteria. Se pur leggermente inferiori ai precedenti capolavori, i primi due ottimi album del quartetto albionico mantenevano inalterata la vena progressive della band. E' nel 1978 che iniziarono i problemi, quando con la dipartita di Steve Hackett i Genesis divennero un trio, con Mike Rutherford a ricoprire il doppio ruolo di chitarrista-bassista, e forse la mancanza di un chitarrista di ruolo è la fonte di tutti i mali. Comunque sia, i primi due album dei Genesis 3.0 non erano proprio da buttare, lasciando trasparire talvolta qualche leggera venatura progressive. E nel pieno degli anni 80 che i nostri iniziarono veramente a deludere i fans di lunga data, lasciandosi trasportare dall'onda del successo ottenuto con frizzanti brani pop rock che con i Genesis avevano ben poco a che vedere, toccando il fondo del barile con l'elettronico "Invisible Touch", album figlio degli anni'80 e di MTV. Nel 1991, comunque, ormai superata la soglia dei quarant'anni, i nostri riuscirono a rifarsi con il discreto "We Can't Dance", ma purtroppo, quando tutti intravedevano un futuro roseo, Phil Collins lasciò la band, il resto è storia. Quindi, apprestiamoci ad ascoltare quella che ad oggi è l'ultima testimonianza in studio dei Genesis, mettendo da parte ogni forma di pregiudizio e cercando di ascoltarlo attentamente senza pensare al passato.

Calling All Stations

E' con l'oscura title track "Calling All Stations (A Tutte Le Stazioni)" che i Genesis presentano al pubblico il nuovo frontman. Mike Rutherford ci sorprende con una serie d riff saturi e taglienti, sparati con la chitarra distorta, andando a toccare i confini dell'hard rock. Dietro alle pelli troviamo Nir Zidkyahu, il drummer israeliano accompagna con una fredda marcia sincopata, potenziata da una martellante linea di basso che segue le toniche della chitarra. Tony Banks aumenta il pathos con avvolgenti tappeti di tastiera, che con un bel climax annunciano l'ingresso di Ray Wilson. La chitarra si fa meno aggressiva, lasciando il campo alla voce roca e suadente del nuovo frontman. Il nostro si presenta alla grande con una linea vocale che lascia trasparire una forte dose di drammaticità, diffondendo un disperato S.O.S. a tutte le stazioni di servizio. La richiesta di aiuto proviene da un naufrago che nel bel pieno di una notte fredda si ritrova in mezzo al mare, circondato dalle tenebre e tormentato da un freddo pungente. Lo sfortunato uomo di mare ha completamente perso il senso di orientamento e non ha la minima idea di dove Diavolo si trovi, è per questo che dirama la sua disperata richiesta di soccorso a tutte le stazioni, sperando che anche la più sperduta nel Mondo riesca a captare il suo S.O.S. Nel bridge l'atmosfera si fa ancora più oscura, struggenti fraseggi di chitarra si intrecciano con inquietanti arpeggi di tastiera. Alla disperata richiesta di aiuto via radio, nessuno risponde, il naufrago, indebolito dal freddo si sente intorpidire gli arti, e anche il suo stato mentale inizia a vacillare. Il chorus viene annunciato da un effimero ritorno del riff iniziale. Sempre con un marcato tono di drammaticità, il Frontman Scozzese ci illustra tutta la disperazione del naufrago. Con le funeree prospettive che gli si paventano di fronte agli occhi, il nostro inizia un viaggio a ritroso nella sua mente, cercando di rivivere tutte le occasioni perdute, alle quali al tempo non aveva dato molta importanza. Oltre al freddo ora ad attanagliarlo sono i rimorsi e alla solitudine fisica si affianca anche una preoccupante solitudine mentale. Nella parte finale dell'inciso, Ray Wilson mette in mostra le sue doti, salendo in alto e provocandoci una buona dose di brividi sulla schiena, dimostrandosi una scelta azzardata quanto azzeccata. Il naufrago inizia a vedere evaporare lentamente tutte le cose a cui tiene maggiormente. Sperando di salvare il salvabile, prova a rivivere gli attimi migliori della sua vita dentro alla sua mente, rafforzando il deprimente senso di solitudine che permea nelle liriche firmate Mike Rutherford. Andando avanti incontriamo un inquietante interludio strumentale, caustici fraseggi di chitarra si intrecciano a suoni alieni che fuoriescono dal castello di tastiere, andando lentamente ad aprire le porte, udite, udite ad un assolo di chitarra. L'Allampanato Chitarrista ci sorprende con un solo di forte matrice rock, dove non mancano né la melodia né la malinconia. Con l'avvento della seconda strofa il naufrago rinnova la sua richiesta di soccorso, ma purtroppo non ottiene nessuna risposta positiva. Tutto appare diverso quando si è soli, spersi nel nulla e lontano da chi si ama, senza sapere se ci sarà il modo di poter riabbracciare le persone care. Ha inizio un lento climax che mette in mostra le ottime doti del nuovo vocalist. In maniera drammatica il, nostro sale nuovamente in alto, spinto dalle tastiere, cantando malinconicamente la disperazione del naufrago, evidenziando la profonda crisi di solitudine in cui è piombato. Purtroppo, proprio quando siamo catturati dal Talento Scozzese, il brano inizia ad evaporare lentamente in fader, lasciandoci con un opprimente senso di malinconia. Le drammatiche e malinconiche liriche ci introducono in un contesto di solitudine ed isolamento che sarà ricorrente per quasi tutto l'album, quasi a farci venire il sospetto che si tratti di un concept. Il brano mette in mostra un inaspettato lato dark dei Genesis che non conoscevamo, sia nelle liriche dai risvolti psicologici che nella parte musicale, dove i nostri puntano tutto su oscure ed a tratti inquietanti atmosfere.

Congo

"Congo" è il primo singolo estratto dall'album, pubblicato il 15 Settembre del 1997. Brano che di Genesis non ha la benché minima traccia, senza fare sfracelli ha navigato al di sotto della ventesima posizione nelle varie classifiche europee. Nonostante il titolo esplicito, le ritmiche tribali e i canti africani dell'introduzione, le liriche non parlano dell'ex colonia francese ubicata nel polmone verde dell'Africa Centrale, ma "il Congo" è soltanto una meta lontana dove poter eclissarsi, in modo da rigenerarsi dopo una crisi di coppia, dove l'incomunicabilità ha portato l'uomo sull'orlo di una crisi di nervi, tanto da desiderare di fuggire il più lontano possibile. Dopo circa quaranta secondi di introduzione dal sapore esotico, arriva la strofa, dove spadroneggiano minacciosi accordi di chitarra distorta. Con l'aiuto delle percussioni e di un basso che viaggia come un cavallo senza i ferri, il nuovo duo ritmico Rutherford- Zidkyahu mantiene un accompagnamento dal sapore esotico. Ray Wilson si presenta con una interessante linea vocale che si lascia dietro un alone di mistero, mentre Tony Banks viene fuori nell'inciso con spaziali pad di tastiera, ma qui cala la tensione, il cantato si fa meno oscuro, si scopre che la donna sostiene che l'unica soluzione sia la più drastica, ovvero separarsi, e tenta di spedire l'uomo lontano, nelle sperdute foreste pluviali del Congo. Con il ritorno della strofa ricala l'oscurità, l'uomo aspetta diligentemente il segnale della sua ex per evaporare e volare il più lontano possibile. Dopo il secondo inciso troviamo lo special, annunciato da una bella trama di chitarra acustica disegnata su un bel tappeto di tastiera. Con una linea vocale rilassata, Il Cantastorie Scozzese tira le somme, dopo tutto, è stata una bella storia, la donna è entrata prepotentemente nella sua vita, illuminandola come un raggio di sole che squarcia le nubi dopo un temporale estivo. Ma purtroppo, il non esternare le proprie perplessità ha manifestato piccole incrinature con il passare degli anni, che con il tempo sono divenute voragini, fino a frantumare tutto quello di buono che era stato costruito, e come canta il nostro, l'unica soluzione è volare lontano, nel Congo, per cercare di rigenerarsi. Andando avanti incontriamo una doppia razione di ritornello, abbellita da coretti spartani che ci preparano per il gran finale, dove entra in scena prepotentemente Tony Banks con un pomposo assolo di tastiera, ricamato da ritmiche tribali e cori dai sentori africani. Curiosamente, il finale è la parte migliore del brano, dopo il solo di mr. Banks, torna Ray Wilson, che con una ammaliante linea vocale ci fa sapere che se pur a malincuore, l'uomo ha finalmente accettato il consiglio della donna, quello di andarsene lontano, dichiarando tutto il suo amore prima di partire e pronto a ritornare al minimo segnale di riappacificazione. Negli ultimi secondi del brano, alla suadente voce del nuovo Frontman Scozzese si intrecciano cori africani e ritmiche tribali che lentamente evaporano in fader come si erano manifestati, lasciandoci con l'idea di un brano tagliato proprio sul più bello.

Shipwrecked

Ad un singolo segue un altro singolo, "Shipwrecked (Naufragato)" una malinconica ballata che valorizza al massimo la calda voce di Ray Wilson. Pubblicato il primo Dicembre del 1997, nonostante sia nettamente migliore del suo mpredecessore, non è riuscito però ad andare oltre la cinquantaquattresima posizione nel Regno Unito. Le liriche sono in perfetta sintonia con quelle dei due precedenti brani, infatti il protagonista è nuovamente un naufrago, andato alla deriva dopo il fallimento di un rapporto amoroso, dovuto all'incomunicabilità fra la coppia. Il brano inizia con il gracchiante suono di una radio che manda un disperato S.O.S. Invece di trovare qualcuno in grado di portare soccorso, la radio si sofferma su una stazione che trasmette una canzone. La chitarra e la batteria ci risultano lontane, poi dopo una decina di secondi finalmente gli strumenti ci raggiungono, affiancati da un triste tema di tastiera e da un martellante tappeto di basso. Dietro alle pelli troviamo ancora il Drummer Israeliano, che lasciatemelo dire, abituato alle ritmiche mai banali di sua maestà Phil Collins, per ora non mi entusiasma più di tanto. Dopo essersi sbizzarrito con struggenti pad di archi, Tony Banks lascia il campo al Cantastorie Scozzese, la sua calda voce ci raggiunge subito al cuore, cantando di un disperato naufrago immerso in una desolante solitudine, in seguito ad una accesa lite di coppia, dove i due non se le sono mandate di certo a dire. Le dure parole della donna hanno creato un tremendo squarcio nel cuore dell'uomo, che dopo aver accusato brutalmente la lezione, si ritrova come un naufrago disperso nell'immensità di un Oceano. Ma anche se si trovasse nel pieno centro di una grande città, durante l'ora di punta, dove tutti si muovono in maniera frenetica, il nostro si sentirebbe ugualmente solo ed abbandonato, senza la sua amata al suo fianco. Ricamato da tristi fraseggi di chitarra, e spinto dalle melanconiche trame della tastiera, con mestizia Ray Wilson ci porta verso l'inciso, dove canta di sentirsi un naufrago, indifeso ed infreddolito, spinto sempre più lontano dalla salvezza dalla ineluttabilità delle correnti marine. Strofa e ritornello ritornano, dove si segnalano interessanti escursioni vocali da parte di Ray, che rendono ancora più drammatica l'atmosfera. Gli strumenti riescono a ricreare un ossessivo senso di solitudine che ci lascia immedesimare nella disperazione del naufrago, lontano mille miglia da tutto ciò che gli è caro. Arriva lo special, che riesce a spezzare leggermente l'alone di malinconia che pervade nel brano. La chitarra tesse raffinati ricami valorizzando le tristi trame della tastiera. Ray Wilson ci porta dentro alla mente del naufrago con un profondo viaggio introspettivo. In preda alla disperazione, il nostro viene colpito da una sorta di Sindrome Di Stoccolma, la ragazza, male di tutti i suoi mali, che l'ha letteralmente abbattuto con frasi che lo hanno ferito come taglienti lame di rasoio, è anche la sua unica ciambella di salvataggio, l'unica capace di portarlo in salvo dalle letali acque dell'Oceano. I nostri ci salutano con l'inciso e la disperata richiesta d'aiuto del naufrago, resa ancora più drammatica da una lancinante effetto sparato dai synth che ricorda la sirena di un'ambulanza, che potremmo identificare nel ritorno della ragazza, che colpita dal rimorso è tornata indietro a soccorrere il naufrago, salvandolo da un morte interiore certa.

Alien Afternoon

Si continua con "Alien Afternoon (Pomeriggio Alieno)", un ossessivo brano che punta tutto sulle atmosfere generate da Mr. Tony Banks, il quale apre il brano con uno spaziale tappeto di tastiera, quasi oscurato da un inquietante effetto di synth. Dal castello di tastiere fuoriesce una nube di suoni floydiani che con la mente ci proiettano nello spazio profondo. Dopo neanche un minuto, questa avvolgente introduzione dalla quale ci aspettavamo ben altri risvolti, viene spazzata via da un inesorabile groove blueseggiante. Mike Rutherford guida il brano con una incisiva linea di basso piena di note bleu, rafforzate dalla sei corde, mentre dietro alle pelli fa il suo esordio Mr. Nick D'Virgilio, aiutato da esotiche percussioni. Seguendo i passi decisi del basso, tutti gli strumenti si fondono in un rhythm and blues trascinante. Con la sua calda voce, Ray Wilson ci illustra la classica noiosa giornata dell'impiegato tipo. Il brusco suono della sveglia invita il protagonista di questa storia a rotolarsi giù da letto e a fare i quotidiani gesti di routine di fretta e furia, sperando di non far tardi al lavoro. La voglia di tornare sotto le coperte al caldo e mandare tutto al Diavolo è tanta, ma il senso del dovere riesce ad avere il sopravvento. Con l'avvento del chorus le tastiere rubano la scena, scalzando le trascinanti ritmiche blues. Seguendo la strada aperta da Tony Banks, con una linea vocale carica di mistero il Cantastorie Di Edimburgo ci avverte che qualcosa non va. Il cielo terso diventa improvvisamente di un inquietante blu scuro. Nonostante non ci fosse la benché minima ombra di una nuvola ed il sole splendesse, iniziò misteriosamente a piovere. Un minaccioso vento iniziò a soffiare forte, ma stranamente le foglie degli alberi non emettevano alcun fruscio. Una inquietante atmosfera aliena era piombata su questa imprecisata cittadina albionica. Nel finale del ritornello, le tastiere ricamano con pompose fiammate, annunciando il ritorno della strofa, dove il nostro protagonista, preso dal panico ha l'unico desiderio di fare le valige e scappare lontano, prima che la situazione precipiti in maniera irreversibile, ma non fa in tempo, perché con l'avvento del secondo inciso, sembra di vivere in un episodio di Ai Confini Della Realtà. Da blu scuro, il cielo prima passò ad un innaturale verde smeraldo, per poi assumere colorazioni mai viste prima. Un suono assordante iniziò a trillare nelle orecchie dell'incredulo protagonista, mentre nella sua testa sentiva voci, nonostante intorno a lui non ci fosse nessuno. Dopo un accenno al riff della strofa, la minuto 03.56, riscontriamo un rapido cambio della guardia dietro alle pelli, il brano cala d'intensità, assumendo toni minacciosi. Il basso continua sui suoi passi, dal castello di tastiere fuoriescono suoni che simulano l'atterraggio di una nave aliena. Sfruttando le inquietanti atmosfere dispensate da Tony Banks, con la voce sporcata dagli effetti speciali Ray Wilson ci presenta i visitatori alieni, che catturano il nostro protagonista che implora di essere lasciato libero. Con l'aiuto del vocoder, le voci aliene rispondono che ora il loro pianeta è la sua nuova casa. Il Tastierista Del East Hoathly ricrea magistralmente atmosfere degne di un vecchio film di fantascienza, mentre Ray Wilson si riallaccia alle tematiche che predominano nell'album, ovvero al solitudine e la mancanza delle cose care. In maniera angosciante, la vittima del rapimento alieno rivive tutta la sua vita, desidera fortemente ritornare nel posto dove è nato, desidera tornare nuovamente a compiere tutte quelle gesta quotidiane che un tempo gli sembravano noiose, desidera tornare a vedere tutto quello che un tempo dava per scontato, non apprezzando a fondo tutte le essenza della vita. In maniera ossessiva, le voci aliene ripetono in continuazione che quella è la sua nuova casa. Mike Rutherford ricama con caustici intarsi di chitarra, mentre Ray Wilson, in maniera straziante ci canta tutta la disperazione del protagonista, che si trova solo in una terra aliena, lontano da tutto quello che un tempo gli sembrava banale ma che ora è diventato tremendamente importante. Il brano si avvia malinconicamente verso il finale, con gli alieni che sembrano aver risvegliato anche Nir Zidkyahu, che ci accompagna verso l'epilogo ricamando con una serie di incisivi filler sui tom tom.

Not About Us

La successiva "Not About Us (Non Riguarda Noi)" è per chi scrive è una delle due perle dell'album, una emozionante ballata incentrata sulla chitarra acustica e che vede un Ray Wilson autore di una prova magistrale. Pubblicato come singolo il 23 Febbraio del 1998, è l'ultimo singolo dei Genesis targati Ray Wilson, che per la prima volta dà il suo contributo anche in fase compositiva. Ingiustamente il brano non ha raccolto il successo che avrebbe meritato, rimanendo infangato nei pressi della posizione numero sessantasei dei singoli più venduti nel Regno Unito. Già dai primi secondi siamo catturati dalle splendide trame della chitarra acustica di Mike Rutherford, semplici quanto ammalianti, che hanno il potere di farci fantasticare con la mente, proiettandoci in un'altra epoca. Accompagnato da un delicato tappetto di tastiera, con grazia entra in scena il Cantastorie Di Edimburgo, con una linea vocale carica di malinconia che ci arriva dritta al cuore, cantando ancora di un forte senso di solitudine, dovuta alla dolorosa rottura di un rapporto di coppia, a causa della solita difficoltà di comunicazione. Sempre con delicatezza entra in scena anche la sezione ritmica, guidata nuovamente dal Drummer Israeliano. Le tastiere, con classe crescono lentamente, aprendo le porte all'inciso, uno dei momenti più belli dell'album. Mike Rutherford guida tutti con un arpeggio leggermente sporcato dal distorsore. In maniera struggente, Ray Wilson elenca una serie di negazioni che hanno lo scopo di giustificare la rottura del rapporto al mondo esterno, sottolineando che non sono né la prima né l'ultima coppia in crisi. Fra i due non c'è odio e non c'è rancore, ma esiste solo un mare infinito di solitudine. Nella seconda parte, il chorus cresce leggermente d'intensità, mettendo sugli scudi una emozionante interpretazione del Nuovo Frontman, che si conferma una valida scelta. Il brano cala vistosamente con l'avvento della strofa, seguita dallo struggente inciso. Al minuto 03:25 Tony Banks ruba la scena con un assolo carico di malinconia, seguito da un oscuro special che vede la chitarra protagonista, che insieme ad un sempre più convincente Ray Wilson ci accompagna verso l'epilogo. Purtroppo sfuma ancora una volta anonimamente in fader, lasciandoci con l'amaro in bocca, l'unico difetto che possiamo trovare a questa notevole composizione.

If That's What You Need

Si continua con una ballata di forte atmosfera, a tratti stucchevole, "If That's What You Need (Se è Quello Di Cui Hai Bisogno)", brano che non si discosta molto dalle sonorità avvolgenti degli ultimi Mike And The Mechanics. Le spaziali trame che fuoriescono dal castello di tastiera vengono ricamate da un raffinato arpeggio stoppato con la sei corde. Dietro alle pelli troviamo il drummer gentilmente offerto dagli Spock's Beard, che per non rompere la fragilissima atmosfera, accompagna con la stecca. Ray Wilson si lascia guidare dalle tastiera, che danno l'idea di disegnare una immaginaria via lattea composta di note. Il nostro canta un testo firmato Mike Rutherford, dove l'allampanato chitarrista, rimanendo in linea con le tematiche dell'album, scrive una lettera aperta alla moglie, sfruttando il canale Genesis per esternare tutti i sentimenti che non è riuscito ad esprimere nel corso della sua forte e duratura relazione. Sin dai primi versi della strofa, si capisce che quella scritta dal nostro Michelone è una vera e propria lettera espiativa, che inizia in maniera profonda con i versi "Parlare ci fa umani", ma il nostro non sembra credere nelle sue parole, in quanto gli risulta molto difficile esprimere i propri sentimenti nei confronti della moglie. Nel chorus il brano cresce notevolmente d'intensità, grazie ad un incremento della sezione ritmica. Le tastiere sono sempre lo strumento guida e accompagnano un profondo Ray Wilson che sottolinea di quanto sia importante il senso di comunicazione all'interno di una coppia, ecco che se ci sarà bisogno del verbo, Mike Rutherford è disposto ad essere un fiume di parole, una rassicurante montagna che veglia sempre sulla sua cara, se ce ne sarà bisogno, troverà tutto il coraggio e la forza per esternare i suoi sentimenti. Nella seconda strofa, attraverso la suadente voce di Ray Wilson, Mike ci fa sapere di come sua moglie Angie abbia stravolto (in maniera positiva) la sua vita, ma sin dai primi tempi, si promise di non dirglielo se non quando si fosse presentata l'occasione giusta, allora lo avrebbe fatto a lume di candela, per rendere ancora più romantica la situazione. Dopo il secondo inciso troviamo lo special. In maniera scolastica il brano cresce. Il Frontman Scozzese, con un grintoso crescendo ci canta di come Mike sia sempre disponibile a correre in aiuto della moglie, qualora ce ne fosse il bisogno. Il costante climax ci lascia presagire ad un esplosione del brano, ma non è così. Incontriamo un interludio strumentale dove Tony Banks si diverte a disegnare trame fiabesche con le tastiere, mettendo da parte l'autocelebrazione che lo aveva contraddistinto molti lustri orsono. Nell'ultima strofa, Rutherford ammette le sue colpe, il suo carattere schivo lo ha portato a non capire i bisogni di Angie, che desiderava sentirsi dire quello che ormai da troppo tempo attendeva gli fosse detto. Stringendola forte, con l'ultimo ritornello, Mike riesce finalmente ad esternare tutti i sui sentimenti, mentre il brano sfuma ancora una volta maledettamente in fader.

The Diving Line

E' giunto il momento di uno dei brani più interessanti del platter, "The Dividing Line (La Linea Di Divisione)", brano in cui se ci sforziamo, possiamo percepire piacevoli venature di neo progressive grazie ad un Tony Banks finalmente protagonista. Si parte con una lunga introduzione strumentale, dove calde chitarre dai sentori blues si mixano a ritmiche tribali ed oscure tastiere, fino a quando Tony Banks non tira fuori dal cilindro un tema di tastiera che ci entra in testa come il più orecchiabile dei ritornelli. Impossibile non fischiettare il motivo sin dai primi secondi di ascolto. Successivamente il Tastierista Dell' East Hoathly ci ipnotizza con un disorientante riff di tastiera, inseguito da ruggenti accordi di chitarra, mentre Nir Zidkyahu cancella le mie iniziali perplessità, accompagnando con una infinita serie di filler sulle pelli dei tom tom. Non è certo l'habitat ideale per un cantante, ma Ray Wilson si disimpegna egregiamente entrando in scena con la sua graffiante voce ed una buona dose di grinta. Nelle liriche, Mike Rutherford affronta un argomento che già in passato era stato preso a cuore più volte dai Genesis, quello dei senza tetto. Stavolta lo fa in maniera più diretta e polemica, evidenziando quella linea immaginaria di confine che nelle città divide le persone benestanti dai meno abbienti. Chi vive nel lusso, finge di non vedere questa marcata linea di divisione, ma nella sua coscienza sa bene che esiste, ed allo stesso tempo non fa niente per rendere meno marcata la suddetta linea. Se guardiamo la città dalla cima del palazzo più alto, possiamo notare che ad un certo punto le luci si spengono e i colori iniziano ad assumere tonalità più tristi, quella è la linea che divide i ricchi dai poveri. Questo concetto era stato ben evidenziato da sua maestà G.A Romero nella pellicola "Land Of The Dead (La Terra Dei Morti Viventi)", dove in un Pianeta Terra ormai dominato dagli Zombi, nella cittadina di Pittsburgh i ricchi e i potenti vivono in un lussuoso grattacielo chiamato Fiddler's Green, al sicuro e con ogni tipologia di lusso a disposizione, mentre il resto della popolazione cerca di sopravvivere nello squallore, priva dei beni primari e a stretto contatto con i Morti Viventi. Tornando alla musica, successivamente troviamo il ritornello, dove il brano cala vistosamente d'intensità. Scendono le tenebre, è un momento riflessivo, fra i vischiosi pad di tastiera e i colpi stoppati della sezione ritmica e della chitarra, Ray Wilson si fa largo, cercando di dissuadere i ceti benestanti, facendo notare che mentre loro sguazzano nel lusso, a pochi metri di distanza c'è chi vive al freddo, massacrato da un gelido vento e da una pioggia incessante, situazione molto simile a quella già descritta dai nostri nel brano "Undertow". Il nostro gli esorta a compiere piccoli gesti di altruismo che possono allietare la vita dei meno fortunati, come un fascio di luce che squarcia le tenebre. Dopo un altro passaggio di strofa e ritornello, dove viene rimarcato l'egoismo di chi vive nella parte benestante della città, ha inizio una lunga coda strumentale. Il Tastierista Dell' East Hoathly ci bombarda con un roboante tappeto di tastiera, aprendo la strada a Nir Zidkyahu che ci sorprende con un articolato assolo di batteria, cosa che nemmeno Phil Collins aveva mai fatto in un album in studio. Mentre il Drummer Israeliano continua a massacrare le pelli dei tom tom senza una fine di continuità, Tony Banks va a riprendere l'ammaliante riff di tastiera sentito ad inizio brano, riff che funziona molto di più dell'inciso stesso. Il tema di tastiera si imprime nella nostra mente, accompagnandoci verso l'epilogo e pronto ad essere fischiettato, mentre finalmente i nostri decidono di terminare in maniera degna ed appropriata un brano, senza ricorrere alla più sbrigativa ma meno affascinante sfumatura in fader.

Uncertain Weather

A seguire troviamo l'altra perla che impreziosisce il platter, "Uncertain Weather (Tempo Incerto)" una emozionante ballata orchestrale con un ritornello da brividi e contornata dalle liriche più interessanti dell'album, firmate Tony Banks, che in qualche maniera va a riprendere quelle di "Fading Lights", traccia che concludeva l'album precedente. Torna la drum machine, accompagnata da un inquietante tappeto di tastiera, poi come un fulmine a ciel sereno arriva un arioso pad orchestrale ad accompagnare Ray Wilson, che durante una giornata meteorologicamente incerta, si ritrova con in mano una vecchia fotografia in bianco e nero sbiadita. Riflettendo sull'ineluttabilità del tempo, il nostro inizia a fantasticare, cercando di immaginare chi possa essere stato il soggetto della foto. Dopo un breve bridge strumentale, dove Tony Banks ci bombarda di emozioni con uno struggente tema di tastiera, arriva la seconda strofa. Dietro alle pelli ritroviamo Nick D'Virgilio, il nostro accompagna con classe sopraffina accarezzando le pelli dei tom tom, ricordando molto da vicino l'accompagnamento di Mr. Simon Phillips nella bellissima "I Will Remember" dei Toto. Il Cantastorie Scozzese inizia a delineare il profilo dell'uomo raffigurato nella fotografia, un santo o un peccatore, forse qualcuno che aveva una famiglia o forse un soldato a cui la guerra ha tolto la possibilità di costruirsi una vita. Sopraggiunge ritornello, ed insieme arriva una buona dose di brividi. Ray Wilson, trasportato dai pad orchestrali vola in alto. L'inesorabile scorrere del tempo, lentamente fa scomparire il ricordo del misterioso uomo nella fotografia, come un alito di vento disperde una coltre di fumo. Con la seconda strofa, il nostro in maniera malinconica sottolinea di quanto il tempo influisca nella vita dell'essere umano. Se pur molto lentamente, una volta passati a miglior vita, i nostri ricordi sono destinati a scomparire, come orme nella sabbia, come fragili bolle di sapone. Andando avanti ritroviamo lo struggente bridge strumentale, che ci separa dalla strofa, seguita dal bellissimo ritornello, senza ombra di dubbio fra i momenti migliori dell'album. Il tempo ha trasformato l'uomo della foto in uno dei tanti di cui non si è più sentito parlare, un volto senza nome che lentamente è scomparso, come fumo disperso dal vento. Il brano avrebbe meritato un finale migliore, magari un assolo di chitarra o di tastiera, ma purtroppo, i nostri hanno optato ancora una volta per la soluzione più semplice e sbrigativa, lasciandolo evaporare lentamente in fader, come i ricordi dell'uomo della foto sbiadita.

Small Talk

A spazzare via l'alone di mestizia lasciato dal brano precedente arriva come un treno "Small Talk (Diceria)" un ossessivo rock blues contaminato dall'elettronica. Dopo una effimera ma pomposa introduzione arriva subito il riff portante del brano, eseguito all'unisono dalla chitarra e dalla tastiera, accompagnati in maniera energica dal Drummer con passaporto Spock's Beard. Nella prima strofa, il main theme viene eseguito in maniera raffinata dalla sei corde, accompagnata da una martellante linea di basso. Nella seconda strofa ritornano anche le tastiere a seguire in maniera però meno marcata i passi della chitarra. Su questo brano torna Ray Wilson a dar manforte in fase compositiva. In una intervista ha dichiarato che le liriche da lui firmate hanno un duplice significato. Oltre a quello più lampante che affronta per l'ennesima volta una crisi di coppia, il nostro ha celato mirati riferimenti alla falsità che come una eterna nebbia, circonda l'industria discografica. Quando si rompe una storia d'amore, sciami di dicerie iniziano a manifestarsi, spesso irrispettose che vanno a ferire l'orgoglio dell'uomo. Le promesse di una amore eterno da parte della donna si sono frantumate in un attimo, l'uomo non riesce ad augurare il proprio stato d'animo nemmeno al peggior nemico. Ma ritornando alle parole di Ray Wilson, il rapporto uomo/donna è facilmente riconducibile a quello fra un musicista e l'avida industria discografica, che promette le stelle quando le cose vanno bene, ma velocemente accantona il musiciste nelle stalle quando gli affari iniziano a diminuire. L'inciso irrompe prepotentemente, guidato dalle epiche trame della tastiera. Il Cantastorie Di Edimburgo chiede giustizia, chiede spiegazioni che giustifichino la fine del rapporto. Il bridge ci ripropone il tema dell'introduzione con una chitarra distorta più aggressiva. La strofa successiva è molto più sostanziosa. Il tema portante viene eseguito all'unisono dalla chitarra e dalla tastiera, mentre tra le righe viene a galla il leitmotiv dell'album, l'incomunicabilità. Dopo un altro passaggio del chorus, incontriamo uno stralunato interludio strumentale. Fra lo zoppicante riff di tastiera inizia a farsi largo un fastidioso brusio, sono le dicerie, i pettegolezzi che danno il titolo al brano. Successivamente il brano cala d'intensità, il tema portante vien eseguito con dolcezza dalla chitarra, accompagnata da spaziali pad di tastiera e da un martellante tappeto di basso. Un suggestivo gioco di cori e controcanti ci accompagna lentamente verso l'epilogo, ovviamente sfumando anonimamente in fader.

There Must Be Some Other Way

Rapido cambio della guardia alla batteria ed è il momento della tetra "There Must Be Some Other Way (Ci Deve Essere Qualche Altro Modo)" titolo partorito dalla mente di Ray Wilson, sul quale Tony Banks ha costruito il resto delle liriche, affrontando un tema tanto caro a Phil Collins, quello del divorzio, ma stavolta visto con cinismo da una prospettiva esterna. Il brano inizia con un'oscura introduzione, dove emerge il basso, con una linea che si lascia dietro un alone di mistero. A rendere più arcana l'atmosfera sopraggiungono strane percussioni e sibillini ricami di chitarra. Lentamente si manifesta uno spaziale tappeto di tastiera che accoglie il Cantastorie Scozzese. Il nostro si cala perfettamente nelle atmosfere tenebrose del brano, introducendoci all'interno di un divorzio fresco fresco, che oltre ad un senso di liberazione, ha portato dolore su entrambi i fronti. Nel chorus, una serie di power chord distorti riesce a smorzare la tensione. Con grinta, Ray Wilson gioca intorno al titolo del brano, mostrandoci un ultimo tentativo da parte della coppia di risollevare la situazione. Calano di nuovo le tenebre con l'avvento della strofa, la coppia si rende conto di far parte di una commedia, dove sconosciuti dall'esterno recitano le loro frasi, trovando la situazione sprezzante e domandandosi come siano riusciti ad arrivare a tanto, rovinando tutto quanto fatto di buono. Dopo un altro passaggio del ritornello, incontriamo un interludio strumentale, dove Tony Banks è il protagonista assoluto. Il Talentuoso Tastierista disegna trame arcane che si intrecciano ad epici riff, Nir Zidkyahu accompagna con una decisa serie di filler. Al minuto 04:44 il brano cala improvvisamente d'intensità, il Tastierista Del East Hoathly continua il suo assolo, optando per una soluzione melodica di wakemaniane memorie. Il nostro successivamente passa nuovamente ad un tema di tastiera dai sentori misteriosi, andandosi poi a ricollegare con disinvoltura alla strofa, dove la coppia, dopo vani tentativi di rimettere insieme i cocci, decide che è giunto il momento di prendere strade separate e farsi una nuova vita, nonostante, davanti all'altare si fossero promessi di stare insieme in eterno. Si chiude con il ritornello, che manco a dirlo apposta, sfuma velocemente in fader, lasciandoci con il ricordo di un interessante assolo di tastiera.

One Man's Fool

I nostri si congedano con il brano più lungo, "One Man's Fool (Chi È Pazzo Per Uno...)", i cui 08:47 minuti sono accompagnati dalle liriche più interessanti dell'album, firmate Tony Banks, il quale in maniera inquietante affronta profeticamente il problema del terrorismo, con quattro anni d'anticipo rispetto all' 11 Settembre. Il nostro lo fa in maniera intelligente, cercando di capire cosa passa per la testa di un terrorista, cosa prova negli attimi dopo aver compiuto un attentato, ma non si limita a questo, Tony fra le righe ci mostra il dolore dei familiari delle vittime, interrogandosi su quale sia il motivo che spinge un essere umano ad uccidere i suoi simile solo perché ha un diverso punto di pensiero. La drum machine con cui inizia il brano ci fa venire in mente le avvolgenti atmosfere di "Duke". Il Tastierista Del East Hoathly ricama con raffinate trame di tastiere, stendendo successivamente un etereo pad, sul quale si adagia con classe Ray Wilson, che ci dipinge il raccapricciante quadro dei momenti successivi ad un attentato, palazzi che si sgretolano come castelli di sabbia, fumo e polvere rendono l'aria irrespirabile, sentore di morte e desolazione, ma incredibilmente, da qualche parte nel mondo, qualcuno guarda soddisfatto lo scempio, riempiendosi d'orgoglio. Mike Rutherford impreziosisce l'atmosfera con vellutati ricami eseguiti con il fretless bass che crescono lentamente, dando un tono di classe alla ritmica. Una corsa sulle pelli annuncia l'inciso. Le pompose tastiere di Tony Banks smorzano la tensione, Ray Wilson si chiede se gli attentatori, convinti di essere dalla parte della ragione, si siano mai domandati il perché di tutto questo odio, si chiede se nel cuore della notte si sono mai fatti un profondo esame di coscienza. Bè, qui mi permetto io di rispondere, certa gente non penso sia in possesso né di una coscienza né tantomeno di qualcosa che gli si possa avvicinare. Con l'avvento della seconda strofa calano nuovamente le tenebre. Il rullante scandisce in maniera ossessiva il tempo, mentre il Cantastorie di Edimburgo ha un pensiero per chi resta, per chi si è visto portare via i propri cari senza una plausibile ragione, portandosi il tormento per il resto dei loro giorni. Dopo un secondo inciso che va a scavare all'interno di un attentatore in cerca di un barlume di coscienza, nella strofa successiva ci si domanda cosa provi un terrorista nel vedere le immagini strazianti post attentato, se mai talvolta ha avuto un momento di dubbio. Strofe e ritornelli si succedono sistematicamente, cercando di trovare una ragione o un senso che riesca a giustificare il mare d'odio fra le razze e religioni diverse. Quello che significa molto per alcuni, è irrilevante per altri, Ray Wilson si chiede se ha senso tracciare dei confini sulla sabbia o nel mare e poi morire per difenderli. Al minuto 03.47, Tony Banks tenta di smorzare la tensione con sognanti trame di tastiera, ma è un fuoco di paglia, quasi a simulare il sogno di tanti di un mondo senza guerre. Il basso torna minaccioso a disegnare trame oscure, seguito da uno spaziale pad di tastiera. E' un momento riflessivo, con una voce che sembra provenire da un'altra dimensione, il Frontman Scozzese prova a mettere insieme i pezzi del puzzle.  Tutti hanno i loro sogni ed hanno il diritto di coltivarli, spesso i sogni sono diversi, ma per far sì che si avverino, bisogna vivere, non morire. Se un uomo gioisce, dall'altra parte del mondo un altro piange, chi da una parte è considerato un Santo, altrove è un pazzo. Lentamente il brano si fa più energico, con una linea vocale simile ad uno scioglilingua, Ray Wilson arriva al nocciolo della questione: una volta finite tutte le guerre, ci sarà la pace per sempre? Fra cori, contro canti e schitarrate alla U2, in maniera trascinante i nostri ci portano verso l'epilogo del brano, che tanto per cambiare, evapora lentamente in fader, ponendo il sigillo all'album.

Conclusioni

Purtroppo quello che abbiamo appena ascoltato è un album vittima dei pregiudizi, un album stroncato ancor prima di nascere, un album che ha il difetto di portare un pesante fardello come il moniker "Genesis", un album che ha caricato troppe responsabilità sulle spalle di un frontman sconosciuto, che doveva vedersela con due pesanti fantasmi come quelli di Peter Gabriel e Phil Collins. Invero, Ray Wilson, checche se ne dica, esce da vincitore dalla partita, sfornando una prestazione convincente. Forse i due veterani avrebbero dovuto dare più spazio in fase compositiva al novello cantante. Dopo anni ed anni di anonime prestazioni, registriamo la prova più interessante di Mike Rutherford con la sei corde, anche se la praticamente totale mancanza di assolo pesa come un macigno sull'economia del platter. Il nostro, per quanto riguarda le quattro corde, si limita sempre a svolgere il compitino, quasi si fosse dimenticato di quanto di buono ha fatto nel passato, quando era riuscito a ritagliarsi un prezioso spazio fra i migliori interpreti del basso. Tony Banks dispensa atmosfere a tutto spiano e si prodiga in alcune interessanti escursioni soliste, ma viste le tonalità cupe che permeano per tutto il platter, perplime il fatto che non abbia mai fatto uso del pianoforte. Per quanto riguarda i due batteristi, entrambi alternano momenti opachi a momenti convincenti, ma è fin troppo evidente che nessuno dei due si avvicina nemmeno lontanamente all'estro e alla tecnica di sua maestà Phil Collins. Come forse avete già intuito, per chi scrive "Calling All Stations" non è un album completamente da buttare, anzi, sinceramente non riesco a trovare brani da skipping, come le orribili "Who Dunnit?" e "Illegal Alien" tanto per fare un esempio. Per apprezzarlo bisogna formattare la nostra mente ed ignorare quanto di buono i Genesis hanno fatto fino al 1976, mettere un pezzo di nastro isolante a coprire il logo della band ed ecco che scopriremo un album di forte atmosfera e gran classe, con almeno quattro brani degni di nota, un album raffinato che si lascia ascoltare tranquillamente in sottofondo, mentre facciamo qualche lavoretto in casa, oppure durante un viaggio in auto. L'ultimo album in studio dei Genesis è venuto alla luce il primo Settembre del 1997, registrato fra il Gennaio ed il Giugno del medesimo anno presso i familiari studio The Farm, ubicati nelle verdi campagne del Surrey. L'oscura produzione è opera di Tony Banks, Mike Rutherford e Nick Davis. Per la distribuzione europea se ne è occupata la major Virgin, mentre negli Stati Uniti ha provveduto l'Atlantic. L'artwork, opera della Wherefore ART?, rispecchia in pieno le tematiche dell'album, in quanto su sfondo nero, troviamo una figura umana al centro di una serie di cerchi concentrici che sfumano dal bianco lucente al blu, simboleggiando un uomo in piena solitudine, un naufrago che lancia disperati messaggi di S.O.S., mentre in arancione spicca il logo della band, forse il più grande difetto di questo album. Vista la miriade di recensioni impietose che circolano in rete, rinnovo nuovamente l'invito a rivalutare l'album, ascoltandolo con la mente sgombra da pregiudizi, in modo da dare all'impavido Ray Wilson quel che si merita.

1) Calling All Stations
2) Congo
3) Shipwrecked
4) Alien Afternoon
5) Not About Us
6) If That's What You Need
7) The Diving Line
8) Uncertain Weather
9) Small Talk
10) There Must Be Some Other Way
11) One Man's Fool
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