GENESIS

And Then There Were Three

1978 - Charisma Records

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
06/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

L'improvviso addio di Peter Gabriel aveva messo a dura prova i Genesis, che incredibilmente erano riusciti ad uscire ancora più forti, perlomeno sotto il punto di vista delle vendite, grazie alla rischiosa ma azzeccatissima soluzione interna, che vide Phil Collins disimpegnarsi nel doppio ruolo di batterista e frontman. Il tour a supporto dell'album "A Trick Of a Teil", con Bill Bruford a fare le veci di Phil Collins dietro al drum set, aveva ottenuto un ottimo successo, specie nel nuovo continente. Ancora meglio andò il tour dell'ottimo "Wind & Wuthering", che vide il precario Bill Bruford sostituito dal batterista americano Chester Thompson, prelevato dai Weather Report e messosi in luce con Frank Zappa fra il 1973 ed il 1974. La collaborazione fra i Genesis ed il batterista part-time perdurerà nel tempo, allargandosi anche ai progetti solisti dei membri della band. Il nuovo batterista ci mise poco a legare con Phil Collins, fra i due nacque immediatamente un grande feeling, e quando lo show lo permetteva, i due deliziavano le platee con memorabili duetti alla batteria. Il successo dei due tour, spinse il management a pubblicare nell'Ottobre del 1977 un doppio live intitolato "Seconds Out". Ora, proprio quando l'ascesa sembrava inarrestabile, con i Genesis che finalmente erano riusciti a conquistare anche il mercato a stelle e strisce, nuove crepe iniziavano a manifestarsi all'interno della band, crepe che in maniera precipitosa si sarebbero trasformate in voragini. Steve Hackett, già da tempo aveva manifestato i suoi malumori, in quanto le sue numerose composizioni non venivano prese in considerazione dalla band, alle quali troppo spesso venivano preferite quelle di sua maestà Tony Banks. Pur essendo l'anti divo per eccellenza, sempre schivo ad interviste e telecamere, l'estroso Tastierista Dell' East Hoathly, all'interno della band con il passare del tempo stava diventando sempre di più il leader assoluto, specie sotto il profilo compositivo. La goccia che forse fece traboccare il vaso fu l'esclusione del brano "Inside And Out" dalla track list finale dell'ottimo e cupo "Wind & Wuthering". Il brano, in cui Steve Hackett credeva molto, finì comunque nel pessimo EP "Spot The Pigeons", lavoro, che escludendo proprio la traccia che fu il pomo della discordia, non ha niente a che vedere con le epiche sonorità del combo albionico. Ma questo non riuscì a placare le ire di Steve Hackett, che dopo aver tenuto dentro di se la maggior parte di tutte le sue frustrazioni, decise semplicemente che i Genesis non erano più la sua vita ed abbandonò la band, proprio a pochi giorni dalla pubblicazione del doppio live, con lo stupore dei fans, in quanto se non a livello compositivo, il Guitar Hero Di Pimlico aveva dato una impronta ben definita al sound dei Genesis, con il suo inconfondibile stile di suonare la sei corde. Forti della recente esperienza, Tony Banks e compagni non presero neanche in considerazione di mettersi alla ricerca di un nuovo chitarrista, che avrebbe significato notevoli perdite di tempo, decidendo di affidare le parti di chitarra a Mike Rutherford, il quale sin dagli esordi, sovente si era ben disimpegnato con la chitarra, in special modo con la dodici corde, anche se si trattava di ruoli prettamente ritmici, senza mai cimentarsi nelle ben più ardue partiture soliste. Dalla sua, aveva il vantaggio di conoscere alla perfezione la struttura dei brani e di non aver bisogno di tempo per perfezionare l'affiatamento. Se in studio la mancanza di un chitarrista di ruolo poteva essere facilmente ovviata, sul palco il nostro, impugnando spesso l'imponente strumento a doppio manico che comprendeva una chitarra a dodici o sei corde ed il basso, si divideva i ruoli con il polistrumentista americano Daryl Stuermer, che come il nuovo batterista, collaborerà a lungo con i Genesis in sede live, allargando la collaborazione a progetti solisti in studio di Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford. Ma se dopo l'abbandono di Gabriel, i Genesis erano rimasti in qualche maniera attaccati al cordone ombelicale dei capolavori del passato, con la dipartita  del Chitarrista Di Pimlico, per tenersi al passo con i tempi con il punk che iniziava timidamente a venire fuori, i nostri decisero di optare per composizioni meno articolate e più immediate, quasi tutte di breve o media durata. Per alleggerire il lavoro compositivo di Mike e Tony, Phil decise di curare al meglio la stesura delle liriche, con un netto cambiamento rispetto al passato. Anche se sporadicamente ritroveremo qualche tematica fantasy ed alcune citazioni letterarie, la maggior parte dei testi sarà incentrata su tematiche intimiste ed esistenziali a sfondo romantico. Di qui in avanti, sino al 1997, i Genesis saranno un trio. Come in passato, i superstiti sembravano di essere in grado di trarre energia da una dipartita che per altri gruppi avrebbe potuto significare addirittura la fine. Il nuovo materiale germogliava in maniera rigogliosa come i fiori sugli alberi da frutto in primavera e a Settembre del 1977, i nostri si recarono nuovamente presso i Relight Studios di Hilvarenbeek, in Olanda, in compagnia del produttore David Hentschel per registrare il nuovo album, che ironicamente si sarebbe intitolato "...And Then There Were Three... (?E Poi Rimasero in Tre?)" parafrasando un verso della filastrocca del celebre romanzo della giallista Agatha Christie datato 1939" Ten Little Niggers",  pubblicato negli Stati Uniti con il titolo  "And Then There Were None". In Italia fu pubblicato per la prima volta nel 1946 con il titolo "...E Poi Non Rimase Nessuno", diventando poi famoso sotto le nuove vesti di "Dieci Piccoli Indiani". Con il suo sensazionale record di 110 milioni di copie, è il libro giallo più venduto in assoluto al Mondo. Ma bando alle ciance, andiamo ad ascoltare il nuovo lavoro di questo ispiratissimo trio di musicisti.

Down And Out

Il triumvirato si presenta al pubblico con "Down And Out (Fallito/Squattrinato)", brano trascinante che in qualche maniera si mantiene ancora legato al cordone ombelicale progressive, con un Phil Collins dietro al drum set a dir poco esplosivo. I nostri partono in sordina, con un inquietante pad orchestrale ricamato dal suono fatato del chimes. Dopo alcuni secondi, si paventa una seconda traccia di tastiera, che ci apre scenari mistici davanti agli occhi. Successivamente entra in scena Mike Rutherford, con una intricata trama di chitarra, che sostenuta dai prolungati filler di batteria, apre le porte alla strofa. La combinazione fra l'incredibile ritmica dispari, il basso che pompa e le trame di chitarra ed organo che si attorcigliano fra loro è di grande effetto. Phil Collins interpreta la strofa con grinta e cattiveria seguendo la folleggiante ritmica e rievocando il Gabriel di "The Lamb". Nel bridge, basso e chitarra seguono le repentine scariche di gran cassa, un riff di tastiera dall'aria sorniona apre la strada a Phil Collins, la cui voce, sporcata dagli effetti sembra provenire da un'altra dimensione. Ritorna la strofa, con la già complicata ritmica arricchita da funambolici filler di batteria elettronica. Come un ciclone arriva il bridge, con un lavoro ritmico da parte di Phil Collins che ci lascia letteralmente a bocca aperta, a seguire, torna il chorus. Mike Rutherford, lontano anni luce dallo stile chitarristico di Steve Hackett, abusa del pedale della distorsione, dando una forte impronta energica all'inciso e mostrando la strada melodica per la linea vocale. Phil Collins, lega gli accordi di chitarra distorta con una incredibile serie di prolungate rullate e filler in contro tempo, rubando letteralmente la scena. Ritorna la strofa, con la sua ritmica mozzafiato, seguita dall'oscuro bridge, che stavolta annuncia l'assolo di tastiera. Tony Banks ci ipnotizza con sinuose trame dal sapore orientaleggiante. I virtuosi fraseggi sembrano danzare sulla ritmica forsennata, duettando con le raffiche sparate dalla drum machine. Andando avanti ritroviamo il chorus, con un Phil Collins in formissima, sia dietro al drum set che con il microfono. Sul finale torna ad essere protagonista Tony Banks con un epico assolo ricamato da esplosivi filler di batteria. Di colpo gli strumenti si fermano, lasciando nelle sapienti mani del Talento Dell'East Hoathly gli oneri del gran finale. Dal castello di tastiere fuoriescono trame dai sentori mistici che insieme ai magici tintinnii del chimes ci trasportano all'interno di un rilassante tempio buddista, lasciandoci con una piacevole sensazione di benessere. Le liriche sono un diretto attacco ai manager delle case discografiche, che punzecchiavano continuamente le band sotto contratto, non appena si manifestava la minima incertezza. Il titolo, che in italiano si traduce in "squattrinato" o "fallito", ricalca in pieno lo stato economico dei Genesis in quel periodo, accusati dal manager Tony Smith di non aver ancora sfornato un singolo vincente, e se non si davano una mossa, là fuori c'era un cospicuo numero di artisti a pronti a rubare il loro posto. Come spesso accade nelle liriche genesisiane, a parlare è un terzo personaggio, stavolta, per la precisione è un manager di una casa discografica. Ci sono molte possibilità che il dialogo riportato nelle liriche sia realmente avvenuto fra i Genesis ed il manager Tony Smith. Possiamo anche scorgere chiari riferimenti alla dipartita di Steve Hackett: "You and I both knew the score, you can't go on like this forever. So it's with regret that I tell you now that from this moment on. You're on your own! (Entrambi conoscevano la situazione. Non puoi continuare così all'infinito. Perciò con sommo dispiacere ti dico ora. Che da questo momento in poi, Andrai avanti da solo!". Queste righe suonano anche come una sorta di scusa nei confronti dei fans di vecchia data, come se volessero giustificare il lor brusco cambio di direzione. I manager delle grandi case discografiche avevano percepito una pericolosa caduta della musica progressive. I tempi stavano cambiando, e anche i Genesis, se volevano sopravvivere, dovevano imboccare un nuovo sentiero musicale, dal quale, purtroppo, non torneranno mai più indietro. Quindi, prendendo per buone quello che dice il testo, la mutazione musicale dei nostri non è proprio avvenuta spontaneamente, ma influenzata dall'alto. 

Undertow

Ormai i nostri ci hanno abituato da tempo ad un'alternanza fra brani veloci e lenti, si cambia decisamente registro con la successiva "Undertow (Risacca)", una raffinata ballata romantica firmata Tony Banks. Blandi accordi di chitarra e delicati tocchi sui denti d'avorio del pianoforte accompagnano un riflessivo Phil Collins, che segue come un'ombra la metrica della partitura della sei corde. Timidamente si paventa un pad di archi, che riesce a creare un bel pathos. Mike Rutherford ricama con sinuosi fraseggi con il fretless, anticipando l'ingresso in scena del Drummer Londinese, che con una serie di scolastici filler apre le porte alla strofa. Il classico 4/4 da lentone, con profonde pennate di basso e la scintillante pioggia di note arpeggiate rende assai meno cupa l'atmosfera. Nei punti cruciali, la linea vocale viene scandita da decisi colpi stoppati sui piatti. L'effimero bridge ci tiene sospesi, poi una scolastica corsa sulle pelli spalanca i cancelli al ritornello, che ci entra subito in testa. L'intreccio fra le trame della chitarra ed i pad orchestrali sono l'habitat ideale per una linea vocale azzeccatissima. Il chorus è di quelli vincenti, i nostri lo sanno e ce lo propongono in una emozionante doppia razione. Dopo questa ondata di emozioni ritorna la calma, con un breve interludio strumentale dove emergono alcuni romantici sospiri dei flauti. La strofa successiva vede dialogare Phil Collins con la chitarra, replicando con mestizia l'introduzione. Un bel filler di grande effetto annuncia l'ingresso della sezione ritmica. Le roboanti note del basso e i decisi passaggi di batteria scandiscono la linea vocale. Il bridge sta per finire, preparate gli accendini che sta per arrivare il mellifluo ritornello ad inondarci di emozioni. La vincente linea vocale di Phil Collins è un perfetto mix di dolcezza e verve e fa del chorus uno dei più riusciti del dopo Gabriel. In chiusura ritornano i flauti dall'aria barocca, che vanno a suggellare questa bellissima ballata, dove i raffinati arrangiamenti emergono prepotentemente. La risacca, è il flusso di ritorno delle onde, la cui corrente è considerata pericolosa, in quanto porta verso il largo tutto ciò che incontra. Tony Banks usa questo fenomeno naturale come metafora, per descrivere due situazioni agli antipodi, ma allo stesso tempo a pochi metri di distanza l'una dall'altra. Da una parte c'è una coppia che romanticamente si scalda davanti ad un camino, al riparo dalle gelide temperature dell'inverno britannico. Ma nello stesso momento, poco lontano dal loro nido d'amore, ci sono numerosi senzatetto costretti a vivere all'addiaccio, con il tempo che minaccia una copiosa nevicata. I poveretti, si preparano ad affrontare l'ennesima notte, in compagnia del gelido vento che soffia da nord, senza sapere se quella sarà l'ultima cruda battaglia da affrontare. Ma l'idea che là fuori ci sono persone che ogni notte rischiano di morire assiderate, rompe tutte le sicurezze che la coppia ha all'interno della loro accogliente casa. E allora provano ad immedesimarsi nelle persone più sfortunate di loro. E se fossero loro a dover passare ogni santa notte all'addiaccio? Questo crudele dubbio, gli porta ad assaporare ogni singolo attimo della vita, a vivere ogni giorno come se non ci fosse un domani. Banks fa una chiara dichiarazione d'amore alla vita, esortandoci a vivere al meglio e ad assaporare ogni singolo istante di vita, gustando intensamente ogni singolo sorso di vino, utile a spazzare via i cattivi pensieri dalla mente. E' lampante il riferimento alle odi oraziane ed il suo "Carpe Diem", traducibile in "Cogli Il Giorno" e spesso liberamente tradotta in "Cogli l'Attimo" da intendersi non come invito alla ricerca continua del piacere, ma ad apprezzare ciò che si ha. Una piccola curiosità, il nostro, nel suo primo album solista datato 1979 ed intitolato "A Curious Feeling", riprenderà in parte il tema musicale del brano nella strumentale traccia di apertura, intitolata appunto "From The Undertow". 

Ballad Of Big

Anche se l'introduzione può trarre in inganno, "Ballad of Big (La Ballata Di Big)" specie nella strofa, è aimè un antipasto dei Genesis che verranno. Dopo circa 30 secondi dove in un'atmosfera mistica danzano pochi accordi di pianoforte, come un ciclone irrompe la strofa. Sull'onda di una trascinante cavalcata ritmica, Mike Rutherford tesse interessanti trame con la sei corde, aprendo la strada melodica da seguire a Phil Collins, che tutto d'un fiato recita le prime strofe, narrando le gesta di Big Jim Cooley, uno sbruffone sceriffo texano, protagonista del brano. Nell'inciso calano vistosamente i BPM, il charleston sferraglia, ma a dominare è l'organo Hammond, seguito all'unisono dalla chitarra elettrica. Phil Collins canta con grinta i primi versi del chorus, per poi addolcirsi successivamente, dopo una forse troppo estesa parte strumentale. Verso la metà dell'inciso, un'armonia vocale canta "Must Be Mad! (Deve Essere Pazzo!)". Il ritornello, fra i più lungi scritti da Banks e compagni, va avanti ancora, con Phil Collins che si lascia trasportare dall'unisono della chitarra e dell'organo, mentre il basso pompa in sottofondo. Improvvisamente ritorna l'epica cavalcata della strofa, dove è impossibile non riconoscere i Genesis del decennio successivo. I nostri iniziano a snellire le loro composizioni, a partire dalla durata, e qui lo fanno in maniera troppo estrema, limitando la struttura del brano ad una rapida successione di strofa e ritornello, anche se è doveroso sottolineare che l'inciso in questione è fra i più meno canonici scritti da Rutherford e compagni, a mio giudizio eccessivamente lungo e con molti interludi strumentali fini a se stessi. La marcia trionfale del chorus ci accompagna con brio verso il finale. Ma proprio quando le trame musicali sembrano dissolversi in fader, la marcia trionfale del chorus, riprende. Tony Banks cerca di dare un senso al reprise con alcune fiammate di synth, sinceramente lontane anni luce dalle funamboliche escursioni in solitario del passato, fiammate che anonimamente se ne vanno lentamente, senza aver lasciato il segno, mentre il brano si dissolve in fader, stavolta in maniera definitiva.  Phil Collins, recentemente ha rivelato la sua passione per le guerre d'indipendenza americane, scrivendo addirittura un libro nel 2012 intitolato "The Alamo And Beyond", sfruttando una incredibile collezione privata di cimeli e testimonianze relative all'epoca. Ma l'amore del nostro verso la storia americane risale addirittura all'infanzia, quindi è comprensibile che per una delle sue prime esperienze con la penna abbia scelto una delle più classiche storie fra cow boy e pellerossa, che ha come protagonista uno sceriffo sbruffone di nome Big Jim Cooley. Big Jim era uno sceriffo rispettato e temuto da tutti, la sua stella brillava, illuminata dai raggi del Sole. Una sera, il temuto sceriffo fu sfidato da un contadino, che gli dette addirittura del codardo, pronto a scommettere che non avrebbe avuto il coraggio di guidare un gregge di bestiame per tutta la pianura, dove imperversavano pericolosissime tribù di indiani. Colto nell'orgoglio, gettò via il distintivo, radunò cinque uomini e accettò la sfida. Tutti in paese gli davano del "pazzo", augurandogli buona fortuna. Il maltempo rese ancora più impervia l'impresa, ma Big Jim e i suoi uomini riuscirono a mantenere in vita tutti i capi di bestiame. I cavalli erano nervosi, come se avvertissero un pericolo imminente. Vinti dalla stanchezza, Big Jim ed i suoi uomini decisero di accamparsi per la notte. Nel sonno furono colti di sorpresa da un manipolo di indiani agguerriti e assetati di vendetta. Per la prima volta nella sua vita, Big Jim ebbe paura, e morì nello sanguinoso scontro insieme a tutti i suoi uomini. Ma Big Jim non si dette per vinto, la leggenda narra che il suo fantasma è ancora nella pianura a che cavalca, cercando di portare a termine la scommessa. Passiamo ora ad una composizione firmata da Mike Rutherford, "Snowbound (Bloccato Dalla Neve)", una fragile e gelida ballata ambientata in un paesaggio innevato. Tony Banks ricama il glaciale arpeggio di chitarra con fatati flauti, aprendo scenari fiabeschi di fronte ai nostri occhi. Questa bellissima introduzione a mio avviso avrebbe meritato più spazio, ma la sua vita è alquanto effimera e dopo otto secondi arriva la strofa. Phil Collins interpreta con grazia e riverenza le prime strofe, accompagnato dalle gelide note arpeggiate. In sottofondo, sinuose trame di flauto dal piacevole retrogusto medievale si muovono dolcemente. I momenti salienti sono evidenziati da preziosi fraseggi di basso, che nella parte finale della strofa si fa più presente. Un climax di gran classe apre i cancelli al ritornello. Le tastiere di Banks irrompono come una valanga sul paesaggio innevato. La struggente linea vocale si sposa alla perfezione con le melanconiche trame della tastiera. La sezione ritmica, con pochi colpi fa quello che serve. Un filler scolastico annuncia un deciso cambio di tono. Phil Collins vola in alto, trasportato dalle tastiere e da uno stanco e gelido strumming di chitarra. Una serie di colpi stoppati seguiti meccanicamente dalla linea vocale suggellano questo inciso che trasuda emozioni. Un breve interludio strumentale fa da bridge, flauti dal sapore fiabesco vengono ricoperti dalla gelida pioggia di note arpeggiate, che perdura nella strofa successiva. Mike Rutherford riempie gli spazi con sinuosi fraseggi di basso, poi il solito climax spalanca nuovamente i cancelli al ritornello, che cominciamo ad apprezzare in maniera particolare. E' un ritornello vincente, i nostri se ne approfittano forse un po' troppo e ce lo ripropongono in loop, lasciando che sfumi gradualmente verso l'estinzione, lasciandoci con l'idea che al brano manchi ancora qualcosa prima di terminare. Non essendo abituati ad ascoltare un brano dei nostri con la classica struttura strofa ritornello, ci aspettiamo sempre un colpo di scena, ma quelli erano i Genesis di qualche anno fa, che aimè d'ora in poi, ritroveremo assai raramente. Seguendo un percorso naturale, a differenza dell'album precedente dove era l'Autunno la stagione predominante, in questo album spesso le liriche sono ambientate nel gelido Inverno. Il nostro Mike rievoca in parte le liriche gabrielliane, dipingendo un innevato quadretto fantasy dai risvolti macabri. Durante una tempesta di neve, un uomo, non si sa per quale assurdo motivo, si sdraia sul terreno innevato, e con il passare del tempo viene ricoperto da una spessa coltre di neve, finendo con il trasformarsi in un pupazzo di neve vivente. Arrivato il giorno, i bambini ignari di tutto, si divertono a giocare con quel bellissimo pupazzo di neve. Ingenuamente, i bambini iniziano ad incidere i propri nomi sulle mani del pupazzo, non sapendo che questo è capace di provare dolore. Bloccato dal ghiaccio, il pupazzo di neve vede soffocare nella neve le sua urla di dolore, come spesso avviene nel peggiore degli incubi, quando le nostra grida di aiuto vengono misteriosamente soffocate da un fenomeno inspiegabile. Esiste un libro giallo, scritto nel 1941 dallo scrittore di origini irlandesi Nicholas Blake, al secolo Cecil Day-Lewis intitolato "The Corpse in the Snowman", in Italia stampato dalla collana "I Classici Del Giallo" con il numero 469 ed titolo "Misteri Sotto la Neve". Nel finale del libro, dei bambini scoprono un cadavere all'interno di un pupazzo di neve. Visto che il titolo dell'album è ispirato al libro giallo per eccellenza, è molto probabile che Rutherford abbia tratto ispirazione dal racconto di Blake per queste liriche dai sentori macabri.

Burning Rope

La durata di oltre sette minuti della successiva "Burning Rope (Corda Che Brucia)" ci lascia un barlume di speranza, quella di trovare un brano ancora attaccato al cordone ombelicale del progressive rock. Ed infatti, nel brano firmato da Tony Banks, riusciamo a riconoscere i Genesis che amiamo, un brano ricco di cambi di tempo e interessanti esecuzioni soliste che rievoca i tempi migliori. Si parte con una secca corsa sui tom tom, che anticipa un bell'unisono fra chitarra e pianoforte. Mike Rutherford ci fa momentaneamente dimenticare l'assenza di Steve Hackett, sorprendendoci con la tecnica del "bottleneck", ovvero un cilindro cavo di 5-7 cm da infilare al dito, antenato dell'atavico e più economico collo di bottiglia, e che, fatto scorrere sulle corde della chitarra, conferisce ad esse una particolare sonorità. Il tema all'unisono, che senza ombra di dubbio ha influenzato il Teatro Dei Sogni, prende corpo e viene ricamato da filler di gran classe, colpi stoppati e accordi distorti. Phil Collins si supera, inseguendo l'andamento sinuoso del riff all'unisono con una interminabile corsa sulle pelli, e quando dico interminabile, intendo ben 17 secondi! L'introduzione prosegue, si aprono scenari epici, chitarra e pianoforte continuano a dialogare in maniera struggente, accompagnati in maniera brillante dalla sezione ritmica, dove spicca un intricato giro di basso che segue come un ombra pianoforte e chitarra. Al minuto 01:13 arriva l'inciso, che con epicità riprende il tema dell'introduzione, con la struggente partitura di chitarra sostituita dalla calda voce di Phil Collins. Nella parte finale del chorus, la linea vocale segue i complicati passaggi ritmici della batteria, poi un effimero ritorno del tema portante di chitarra e pianoforte annuncia l'avvento della strofa. Dalla ritmica sincopata emerge un bel giro di basso che va ad intersecarsi con il pianoforte ed una blanda chitarra arpeggiata. La linea vocale si fa più spensierata e lascia trasparire un senso di leggiadra positività. La strofa continua, sviluppando raffinate variazioni ritmiche e melodiche. Il bridge è un climax inarrestabile, rafforzato dal vibrante suono del piattello, che ricorda il minaccioso suono del serpente a sonagli. Tutto d'un fiato Phil Collins apre le porte al ritorno dell'epico ritornello, seguito da un reprise del tema dell'introduzione, poi al minuto 03:27 il brano volta pagina. Un arcano dialogo fra i flauti e la tastiera viene trascinato da un bel crescendo di batteria che apre la strada ad un paradisiaco interludio strumentale. Le melliflue trame di flauto vengono annaffiate da una pioggia di note arpeggiate. In maniera minacciosa ritorna il tema sentito pochi secondi fa, che stavolta annuncia l'assolo di chitarra. Come nell'introduzione, anche stavolta Mike Rutherford fa un egregio lavoro con la sei corde, rievocando le melanconiche sonorità dei tempi d'oro. Le trame Hackettiane si lasciano trasportare da uno spaziale pad di tastiera e dalla incessante cavalcata ritmica. Una prolungata rullata impone un cambio ritmico, il basso graffia in sottofondo, le struggenti trame della chitarra vengono ricamate dal pianoforte. L'assolo prosegue in crescendo con un turbinio di malinconiche note, per poi estinguersi improvvisamente, chiudendo in maniera raffinata in un solitario unisono con il pianoforte, che con mestizia va annunciare il ritorno della strofa, seguita da bridge e ritornello, stavolta impreziosito da interessanti cori e controcanti. Si va verso l'epilogo con un travolgente gran finale, dove le acrobazie degli strumenti si intrecciano fra loro, fino a che non rimane un delicato unisono fra chitarra e pianoforte che va a riprendere il tema portante del brano. Tony Banks non si è accontentato di firmare il migliore brano del paltter, ma lo ha contornato anche di liriche profonde, che se pur meno criptiche, poco hanno da invidiare a quelle gabrielliane. Si parte con il sogno dell'uomo sulla Luna, che proprio in quegli anni stava mestamente evaporando, perdendo tutta quella magia che aveva diffuso pochi anni prima. Poi in qualche maniera, il nostro si ricollega alle liriche di "Undertow", che sposavano in pieno la teoria oraziana del vivere alla giornata. Anche qui, il nostro ci esorta a vivere al meglio l'oggi senza pensare al domani, in quanto l'uomo non è un essere immortale. Di immortale c'è il Sole che scalda, la pioggia che rinfresca, il fulmine che squarcia le tenebre, ma non l'essere umano. La corda che bruci simboleggia la vita, che giorno dopo giorno si abbrevia, anche se non ce ne rendiamo conto. Ma con il passare del tempo l'uomo diventa saggio, scoprendo che tutto quello che ha costruito è destinato a diventare polvere. E allora l'uomo s'inventa un futuro dopo la morte, dove però, ammesso che esista, non puoi portarsi dietro tutte le cose che ama, ma dovrà affrontare la nuova vita in completa solitudine. Quindi, non viviamo oggi pensando al domani, ma assaporiamo ogni singolo istante della vita, cercando di apprezzare quello che abbiamo, per non doverlo rimpiangere quando non lo avremo più. 

Deep In The Motherlode

Dopo questa bellissima composizione che di certo non avrebbe sfigurato sull'album precedente, i nostri continuano con "Deep In The Motherlode (Giù Nel Filone Madre)" un altro brano che a tratti lascia trasparire piacevoli venature progressive, a partire dalle prime note dell'introduzione, che ricordano vagamente "Eleventh Earl Of Mar". Tony Banks stende uno spurio pad di tastiera, dal suon oscuro, che crea una martellante ridondanza in sotto fondo che va a sporcare l'evocativo e pomposo riff di tastiera portante. La premiata ditta Collins-Rutherford accompagna con una cadenzata marcia, ossessiva ed inesorabile. Il Cantastorie Di Londra si lascia trasportare dalla musica, cullandoci con una linea vocale dai toni ammonenti. Breve stacco strumentale che ripropone il tema dell'introduzione, e poi si continua con la lenta ed inesorabile marcia della strofa. Successivamente ritorna il tema dell'introduzione, Phil Collins ci canta sopra pochi versi, dandole una parvenza di inciso, che poi apre i cancelli ad un importante cambio di atmosfera. Un incessante tappeto di gran cassa e basso vengono accompagnati dallo sferragliante incedere del charleston. Mike Rutherford inizia a tessere una intricata ragnatela di note con la chitarra elettrica, Tony Banks libera fluttuanti suoni alieni che si muovono con leggiadria, evitando di finire imprigionati nella vischiosa ragnatela di note sparate dalla chitarra, che successivamente si trasforma in un interessante tema che inizia a duettare con Phil Collins. Il nostro sembra quasi rannicchiarsi su se stesso, interpretando con una disarmante dolcezza la strofa. I riff di tastiera si fanno più presenti, dando un leggero senso di crescendo al brano. La voce assottigliata di Phil Collins e l'avvolgente babele di suoni, ci fanno fare un salto nel futuro, fino all'anno 1983, quando i Marillion dettero nuova linfa al progressive rock con il capolavoro "Script For A Jester's Tear". D'altronde, Fish e compagni non hanno mai nascosto le loro influenze. Come un fulmine a ciel sereno irrompe il tema portante dell'introduzione, seguito da una strofa, stavolta assai più energica grazie ai power cord di chitarra distorta sparati da Mike RutherfordPhil Collins inizia una serie di potenti corse sulle pelli che annunciano il ritorno dell'inciso, seguito da una coda strumentale, dove la sezione ritmica fa cose aliene, dando l'idea che il nostro supporto audio abbia dei seri problemi. Fra i taglienti accordi distorti si fa strada un riff di tastiera dall'aria spettrale, che lentamente evapora in fader come un ectoplasma. Le liriche tornano a far visita al Far West, ma stavolta è Mike Rutherford a portarci nella seconda metà dell'Ottocento, quando come una letale malattia contagiosa, si stava diffondendo a macchia d'olio la febbre dell'oro, argomento già affrontato nel 1925 da Charlie Chaplin, con una storia che curiosamente aveva fra i protagonisti un uomo di nome Big Jim. Anche i Fratelli Marx, nel 1940 portarono sugli schermi il film "Go West", una simpatica commedia western incentrata sulla corsa all'oro, la cui frase di apertura "Go West Young Man (Vai Ad Ovest, Giovanotto) viene ripresa pari pari nelle liriche dal nostro Mike, che ci illustra il lato oscuro della corsa all'oro. La frase citata nelle liriche e nella pellicola dei fratelli Marx ha però origini ben più lontane ed è passata alla storia per un altro motivo: il 13 Luglio del 1865 fu pronunciata dal politico e giornalista Horace Greeley, che in un comizio, incitava i giovani americani a cercare fortuna verso l'Ovest, a caccia del preziosissimo elemento chimico di numero atomico 79. Seguendo alla lettera il consiglio e accecate dalla possibile ricchezza, molte famiglie iniziarono a mandare incoscientemente i loro figli, spesso neanche maggiorenni, nelle vallate dove proliferavano le preziose pepite gialle, sapendo che esistevano buone probabilità che molti di loro non avrebbero fatto ritorno a casa. La riserva aurifera più gettonata all'epoca, si trovava in California, alle pendici del massiccio della Sierra Nevada, chiamata appunto Motherlode Country e meglio conosciuta come Gold Country. Ma dopo un estenuante e massacrante viaggio lungo i polverosi sentieri che costeggiavano le ferrovie americane, una volta raggiunta la meta, gli speranzosi adolescenti vedevano frantumare tutti i propri sogni di ricchezza. Le vene aurifere erano praticamente tutte esaurite, e da cercare c'era rimasto poco o nulla. L'eccitante corsa a l'oro si era rilevata una mera illusione per i giovani e speranzosi che avevano abbandonato tutto in cerca di gloria, ma come spesso accade, la felicità non è sinonimo di ricchezza. Se solo avessero saputo della amara sorpresa che li attendeva alle pendici della sierra Nevada, molti di loro se ne sarebbero rimasti a casa, a cercare di costruirsi una vita felice nel paese natio, lasciando le poche briciole di oro ai più temerari. Il 7 Aprile del 1978 il brano fu pubblicato come terzo singolo estratto dall'album, e in Giappone e negli Stati uniti uscì con il titolo "Go West Young Man (In The Motherlode)".

Many Too Many

Andando avanti incontriamo "Many Too Many (Molti, Troppi)", una sorta di power ballad firmata da Tony Banks, accompagnata da un testo assai banale, che anticipa il futuro della band, lontano anni luce da quel progressive rock di cui possono considerarsi fra i maggiori esponenti. Il brano, pubblicato come secondo singolo il 23 Giugno del 1978, si apre con un'ormai classica e struggente introduzione Banksiana di pianoforte. Insieme ad un avvolgente pad orchestrale fa il suo ingresso Phil Collins, che nelle ballate da sempre il meglio, con linee vocali che ti catturano all'istante. Un delicato filler, accompagnato dal basso e dal piano annuncia l'ingresso della sezione ritmica, che rende più incisiva la strofa successiva. Mike Rutherford ricama con delicati fraseggi di chitarra fra un capoverso e l'altro della strofa. Una sostenuta corsa sulle pelli apre le porte all'inciso, reso energico dall'unisono delle tastiere e dei power cord distorti sparati dalla sei corde di Mike. Sinuosi fraseggi di basso legano l'energica progressione di accordi di chitarra, che trasportano in alto un Phil Collins sempre più a suo agio in queste situazioni. Sugli accordi in dissolvenza, un effimero fraseggio di pianoforte annuncia il ritorno della strofa, seguita scolasticamente dall'energico chorus. A seguire, troviamo un interludio strumentale, che si muove sulla linea melodica della strofa. Facendosi largo fra la scintillante pioggia di note arpeggiate, i fraseggi di chitarra lentamente si trasformano nel più classico degli assolo strappa lacrime, anche se a mio avviso, per essere ancora più incisivo, aveva bisogno di un sound leggermente più aggressivo. Le note della chitarra si dissolvono lentamente in fader, dandoci ancora una volta l'idea di un'opera incompiuta. Le liriche, come già detto alquanto banali, vedono protagonista un depresso "mammone", che in seguito ad una delusione amorosa cerca conforto nella madre. Una volta resosi indipendente, il nostro insicuro protagonista era convinto di potercela fare, di poter dare un taglio netto al cordone ombelicale. Ma, di fronte alla prima difficoltà, eccolo di nuovo invocare aiuto alla mamma, che forse lo ha liberato troppo precocemente. Reso ormai ceco dalla delusione amorosa, per lui l'unico modo per ritrovare la retta via è l'aiuto della madre, ed è convinto di non essere né il primo né l'ultimo in questa imbarazzante situazione. Ce ne sono stati molti e ce ne saranno altri. Alcuni fans, scorgono fra le liriche un velato riferimento all'addio di Steve Hackett, forse nei versi "The part was fun but now it's over, Why can't I just leave the stage? Maybe that's because you securely locked me up. Then threw away the key. (La parte era divertente ma ora è finita. Perché non riesco a lasciare il palcoscenico? Forse è perché tu mi hai saldamente incatenato. E poi hai gettato via la chiave)". Potrebbe anche starci, ma personalmente credo che la chiave in questione sia quella delle catene che legano il nostro insicuro protagonista alla madre. 

Scenes From a Night's Dream

La successiva "Scenes From a Night's Dream (Scene Da Un Sogno Notturno)" è una spensierata e brillante cavalcata che anticipa quello che saranno i Genesis del prossimo futuro. Tastiera e strumenti a corda sparano un tema all'unisono che si alterna con funambolici filler di batteria. La strofa mette in mostra una ritmica dispari mozzafiato, seguita in maniera magistrale da una articolato arpeggio di chitarra. In maniera spensierata Phil Collins ci porta allegramente verso l'inciso, dove una chitarra distorta duetta con le tastiere, rendendo più energico il tutto. La brillante linea vocale, nel finale viene rafforzata da una decisa armonia vocale. Ritorna la strofa, che risulta simpatica sì, ma non è certo di quelle che lasciano il segno. A seguire nuovamente il chorus, seguito da uno special sconclusionato, dove Phil Collins duetta con uno squillante riff di tastiera, seguendo i passi irregolari della sezione ritmica. Successivamente troviamo una versione alternativa della strofa, impreziosita da celestiali armonie vocali e da una bella partitura di basso. La scolastica struttura del brano ci ripropone il ritornello e lo special, stavolta seguito da un interludio strumentale dove chitarra e tastiera viaggiano all'unisono, riproponendoci il tema dell'introduzione, che con insignificanti piccole variazioni evapora tristemente verso l'estinzione, lasciandoci con un profondo ed inequivocabile interrogativo: Come siamo finiti qui, partendo da "Supper's Ready"? In questo brano simpatico ma fine a se stesso, le liriche, che affrontando tematiche fantasy con mirati riferimenti letterari, sono l'unica cosa in cui in qualche maniera riusciamo a riconoscere i Genesis. Iniziate da un Tony Banks colto da una improvvisa sindrome del blocco dello scrittore, furono terminate da Phil Collins. Il nostro si ispirò ad una famosa striscia fumettistica americana intitolata "Little Nemo In Slumberland (Il Piccolo Nemo Nel Paese Del Dormiveglia)" ideata dal disegnatore statunitense Winsor McCay agli inizi del secolo scorso. Phil Collins molti anni prima, aveva regalato al fratello Clive un libro che raccoglieva le avventure di Little Nemo. Il libro influenzò tantissimo il giovanissimo Clive, che in futuro diventerà uno dei più famosi disegnatori di fumetti dell'Inghilterra. Ricordando con affetto l'infanzia, il Cantastorie Londinese si è ispirato in maniera lapalissiana al fumetto, citando anche gli altri personaggi principali. Little Nemo è un bambino americano che ogni notte nei suoi sogni vive delle fantastiche avventure, che lo catapultano in mondi fantastici pieni di draghi, folletti e funghi giganteschi. Ma puntualmente le sue avventure terminano in maniera brusca, con la classica caduta dal letto a causa dei genitori che lo chiamano per andare a scuola, per la luce del mattino per qualsiasi altro accidente. Spesso ci pensa Flip (un personaggio del fumetto che ostacola in qualsiasi maniera le avventure di Nemo) a infrangere i sogni di Nemo, presentandosi in maniera brusca con la scritta sul suo cappello "Wake Up (Svegliati)". I sogni ricorrenti di Nemo hanno un filo conduttore ed uno scopo ben preciso, ovvero quello di incontrare la Principessa di Slumberland (che si chiama proprio "Principessa"), costantemente in cerca di un compagno di giochi. Principessa, tramite il padre Re Morfeo invia ogni santissimo giorno mostri e ambasciatori per condurre Nemo alla corte del regno di Slumberland, ma l'impresa non riuscirà per molto tempo a causa di vari impedimenti. Una volta entrato nel regno di Slumberland Nemo si imbatte nel suo primo nemico, un personaggio con il sigaro in bocca di nome Flip Flap (Flip), invidioso di Nemo perché vorrebbe incontrare la Principessa per primo, e per tale motivo crea continuamente ostacoli per impedire a Nemo di arrivare alla Principessa. Col tempo però Nemo diventerà amico di Flip. Nelle liriche, ogni avventura onirica di Nemo si conclude con un "Nemo, Get Out Of Bed! (Nemo, Esci Dal Letto!)", costringendo il nostro giovane protagonista e tentare di portare a termine l'impresa la notte successiva.

Say It' All Right Joe

Prosegue l'alternanza fra un brano brillante ed un lento, stavolta con una ballata riflessiva (con un ritornello improbabile) firmata Mike Rutherford ed intitolata "Say It's All Right Joe (Dì Che è Tutto OK, Joe)". Il brano si apre con un raffinato intreccio fra poche note di piano e chitarra che accompagnano un riflessivo Phil Collins. Si respira una calorosa atmosfera natalizia, contaminata da leggere venature di mestizia. La strofa scorre via piacevolmente, con qualche raffinato ricamo di tastiera. Nel bridge, un blando strumming di chitarra apre le porte al ritornello. Appena si paventa il chorus, crediamo di aver premuto per sbaglio il tasto dello "Skip", le calorose atmosfere da whisky sorseggiato di fronte ad un caminetto vengono brutalmente cancellate da un'epica trama di tastiera, che si manifesta in maniera minacciosa accompagnata dalla sezione ritmica. Phil Collins sale a bordo del treno passato all'improvviso e come se nulla fosse, continua a cantare, stavolta con una linea vocale evocativa che lascia subito il segno, facendosi prepotentemente largo fra le fiammate del synth, che poi di colpo evaporano, così come si erano manifestate, lasciando lentamente il campo alle raffinate atmosfere della strofa, stavolta impreziosita da pungenti fraseggi con le quattro corde. Si cambia di nuovo atmosfera in maniera brusca con l'avvento del chorus, che fa quasi a pugni con la strofa, con le sue pompose ed evocative trame di tastiera, che stavolta ci abbandonano molto lentamente, accompagnate da una pioggia di note arpeggiate che luccica come tanti glitter trasportati dal vento. Nelle liriche, Mike Rutherford dipinge un triste quadretto che rappresenta una delle piaghe più frequenti dell'Inghilterra, quella della dipendenza dall'alcol. Un ubriacone impossessato dal demone dell'alcol si affida a Joe, il suo barista di fiducia, chiedendogli un altro drink dove affogare la sua solitudine e la sua disperazione. Ormai invasa dai fumi dell'alcol, la sua mente inizia a confondere la realtà con la fantasia, mescolando sogni e discorsi privi di senso con poche frasi di senso compiuto legate alla realtà. Il barista Joe è forse l'unico amico in carne ed ossa dello sfortunato ubriaco, è l'unico che in qualche maniera riesce a rassicurarlo, l'unico disposto ad ascoltare i suoi discorsi visionari. Il nostro immagina di costruire una torre senza né entrata e né uscita, dove rinchiudersi per i restanti giorni della sua tristissima vita, sperando che di tanto in tanto qualcuno passi a fargli visita. Quando si accorge che l'orologio segna che è arrivata l'ora di andare, con delicatezza toglie il disturbo, non sapendo se tornerà presto o non tornerà mai più. Se ci fosse un fuoco dormiente nel suo letto, dovrebbe lasciarlo bruciare fino alla sua naturale estinzione, sarebbe quella l'unica cura per debellare il male che lo affligge e lo consuma giorno dopo giorno. Il brano, pur non essendo niente di trascendentale, all'epoca entrò nel cuore dei fans grazie alla splendida interpretazione di Phil Collins, che con un cappellaccio in testa, se ne stava appoggiato sul pianoforte di Tony Banks sorseggiando un bicchiere di whisky, mettendo in mostra le su notevoli doti di attore, che si sarebbero concretizzate qualche anno più avanti nel film "Buster", diretto dal regista David Green nel 1988. 

The Lady Lies

La traccia numero dieci "The Lady Lies (La Fanciulla Mente)", è un altro brano firmato Tony Banks, che come il precedente alterna strofe e ritornelli che fra loro hanno ben poco in comune, un brano che dà l'idea di essere un improvvisato puzzle che mette assieme più idee prive di un filo logico che le accomuna. Il brano si apre con un triste tema all'unisono fra chitarra e tastiera, al quale manca solo una fisarmonica per trasformarlo in un liscio Casadeiano. La strofa è un blues moderato, dove l'organo duetta con un graffiante giro di basso, accompagnando un Phil Collins che non si scompone neanche di fronte a queste sonorità alquanto in solite per i nostri. Nel bridge, è sempre l'organo a guidare un climax che apre i cancelli all'inciso. La prima parte del chorus è strumentale, vede protagonista un grintoso ed evocativo unisono fra l'organo e la chitarra distorta, tempestato da una massacrante serie di colpi sui piatti. Quando entra in scena Phil Collins con un delicato falsetto, la ritmica assume toni tribali, con una micidiale raffica di sedicesime sparate dal basso. Chitarra e tastiera, con classe, portano una leggera ventata che sa di fusion. Di colpo, come se qualcuno avesse tagliato il nastro della registrazione, riattaccandolo in maniera del tutto casuale, ritorna il triste tema dell'introduzione, seguito dalla spensierata strofa dai sentori blues, dove stavolta la linea vocale di Collins viene ricamata da brillanti fraseggi di pianoforte. Il bridge, in crescendo, ci porta nuovamente verso l'inciso, che più lo ascoltiamo e più ci sembra fuori luogo rispetto al resto del brano, ma che mette in mostra un eccellente lavoro da parte della sezione ritmica. A seguire l'assolo di Tony Banks. Le scorribande sui denti d'avorio danno vita ad un serpente di note che si muove sinuosamente su un letto di note blue sparate dal basso, che non sfigurerebbe come colonna sonora ad un grandguignolesco balletto di due scheletri danzanti. Una decisa corsa sulle pelli spazza via le ritmiche blueseggianti in virtù di una indemoniata cavalcata dai sentori tribali. Mr. Tony Banks abbandona le sinuose andature mantenute fino a poco fa, dal castello di tastiere fuoriescono taglienti fiammate che sembrano urlare come anime danzanti sul fuoco. Di colpo, sprofondiamo in un breve ed oscuro bridge dai sentori jazz che anticipa il ritorno della strofa, seguita dal bridge e dal chorus, che successivamente in una funambolica versione strumentale ci accompagna verso l'epilogo, evaporando molto, ma molto lentamente in fader. Le liriche sono di gran lunga migliori della parte musicale. Tony Banks ci porta nell'affascinate mondo fantasy ambientato nel medioevo, popolato da valorosi cavalieri, draghi e creature demoniache, avvicinandosi in qualche maniera alle liriche dell'era progressive che fu. Il protagonista è un cavaliere solitario, che in una notte illuminata dal chiaro di Luna, viene attirato dalle grida di una ragazza. Ostentando tutto il suo coraggio, sfodera la possente spada e frettolosamente si reca nella direzione da cui provenivano le grida. Giunto a destinazione, riesce a liberare un'avvenente ragazza bionda dalle fauci di un mostro, che vista l'epoca, potrebbe essere un drago. Ma mentre il protagonista compie l'impresa, il narratore ci mette al corrente che la bellissima ragazza bionda non era una semplice ragazza in pericolo, ma un pericoloso demone in cerca di prede. La ragazza, fingendosi impaurita, lo invita ad accompagnarla a casa, in cambio avrà del cibo, accompagnato da del buon vino, e se lui vuole, sarebbe disposta a dargli qualcosa in più. A quel punto, l'uomo si trova nel belò mezzo della battaglia fra il suo organo riproduttivo, che lo esorta ad accettare l'offerta, ed il suo cervello, che in qualche maniera riesce ad individuare qualcosa di strano nella bellissima ragazza bionda. In un momento di lucidità, il cavaliere però rammenta che in paese la gente mormorava di una casa sperduta nella foresta, dalla quale era meglio stare alla larga, quindi, sconsolato, decide di proseguire per la sua strada, rifiutando l'allettante offerta. Visto il rifiuto, la bellissima bionda cerca di ammagliarlo ulteriormente, invitandolo nel suo giardino magico dove prosperano i frutti e le spezie dell'amore e sottolineando più volte che è impensabile rifiutare un invito da parte della ragazza dei suoi sogni. Al mondo ci sono diverse tipologie di uomini, quelli che riescono a non ascoltare e a non cadere in tentazione, quelli che non imparano mai delle lezioni impartite dalla vita, quelli che non sanno resistere alle tentazioni. Comunque sia, nessuno saprà mai il perché il cavaliere accettò di accompagnare la bellissima ragazza nella sua dimora, pur consapevole di essere caduto in una trappola fatta appositamente per lui, che al centro conteneva un esca succulenta a cui era impossibile rinunciare. Una volta entrato nella casa, si prese tutti i premi pattuiti, e non riuscì più a fuggire dalla casa, perché si sa, è impossibile scappare da ciò che si desidera. Nel brano non viene svelato il destino dell'uomo, a me piace immaginare un lieto fine. Anche se ambientata nel medioevo, la storia di un uomo che è pronto a rischiare per bramare i suoi desideri, specie se lussuriosi, è adattabile a tutte le epoche; morale che ritroviamo nel capolavoro "The Lamb Lies Down on Broadway", nel brano "The Lamia", quando Rael, cede alle tentazioni lussuriose delle tre Lamia, finendo poi con l'essere trasformato in uno Slippermen. E siamo giunti all'ultima traccia dell'album, la stucchevole "Follow You Follow Me (Seguo Te, Segui Me)", croce e delizia dei fans, odiata da quelli di lunga data, che già digerivano a malapena gli ottimi primi due album senza Peter Gabriel, e che erano letteralmente inorriditi di fronte ad una banalissima composizione lontana anni luce delle magiche sinfonie del passato. Ma allo stesso tempo, in maniera inaspettata, il brano si rivelò un enorme successo, facendo strage di cuori fra le giovani ragazze e aprendo la strada ai Genesis verso un successo planetario che di lì a poco li avrebbe consacrati vere e proprie star della musica. Il brano fu composto da tutti e tre in poco tempo, Mike Rutherford ha più volte ammesso di aver scritto il testo in circa cinque minuti. Fino all'ultimo, i nostri non erano nemmeno sicuri di includerla nell'album, sottolineando la poca fiducia che avevano nella banale composizione. Ma invece, trovò spazio nell'ultima casella, la numero undici, finendo con il diventare il brano della svolta. Dietro alla stucchevole canzoncina che faceva forza su uno dei ritornelli più ruffiani della storia del rock, si nascondeva quel singolo tanto bramato da Tony Smith, come sottolineato nel brano "Down And Out". Rilasciata appunto come singolo apripista il 25 Febbraio del 1978, rimase a lungo nella Top Ten dei singoli più venduti in Inghilterra, arrivando fino alla posizione numero 7. Con ulteriore sorpresa, il brano si comportò egregiamente anche negli Stati Uniti, dove raggiunse la posizione numero 23 nella Top 40 dei singoli più venduti nel paese a Stelle e Strisce. Il brano si apre con un ammaliante arpeggio in stile "Every Breath You Take", sporcato dal flanger e da un suggestivo effetto eco. Dopo qualche battuta, entra con estrema delicatezza la batteria, accompagnata da profonde pennate di basso, e da un avvolgente tappeto di organo. Con dolcezza entra in scena Phil Collins, con una melliflua linea vocale, che viene banalmente scimmiottata dalla tastiere. Le strofe scorrono via lisce come l'olio, portandoci verso il chorus. Phil Collins tira fuori dal cilindro una linea vocale banale quanto vincente, anche in questo caso, replicata in maniera non del tutto originale dalle tastiere. Con il ritorno della strofa, l'intensità delle tastiere cala. Dopo una replica della strofa, torna a tediarci quel ritornello che ha stregato gran parte delle dolci pulzelle dell'epoca, seguito da un assolo di tastiera, lontano anni luce dalle travolgenti scorribande a cui ci ha abituato Tony Banks. Dopo uno degli assolo di tastiera meno significativi del nostro, manco a farlo apposta, torna il mellifluo chorus, che in loop ci accompagna verso la fine, che purtroppo sembra non arrivare mai, a causa di una delle più lunghe dissolvenze in fader che la musica ricordi. Mentre la musica evapora molto lentamente, viene a sovrapporsi uno spensierata armonia vocale in stile Gibb Brothers, che, tanto per completare la sagra della banalità, va replicare la melodia dell'inciso, che sappiate, riecheggerà a lungo nelle vostre menti. Nelle liriche, esortato dalla moglie Angie, Mike Rutherford in pochi minuti riesce scrivere dolcissimi versi dove esterna i suoi sentimenti, cosa che prima d'ora era sempre stato titubante rendere pubblica. Con semplicità riesce a tirar fuori versi banali che sono dolci ed allegri allo tesso tempo, dedicata alla donna della sua vita. Si tratta di una serie di versi prettamente adolescenziali, che vanno dallo "stai con me per sempre" al "mi sento sicuro fra le tue braccia" arrivando al fatidico "Io seguirò te, tu seguirai me" dell'inciso, frase banale che ha deciso il futuro di una delle più grandi band della storia del rock. Il brano, oltre che a farci chiedere come i nostri siano arrivati a questo punto, ci fa venire un altro dubbio atroce: come sarebbe stato il futuro dei Genesis se non ci fosse stato questo brano a catapultarli verso lidi pop assai più redditizi? Chissà cosa sarebbe successo se, proprio sul filo del rasoio, il brano non avesse trovato spazio nella track list finale dell'album, forse i nostri avrebbero continuato sulla falsa riga dei due pur ottimi album precedenti, che in qualche maniera erano ancora attaccati al cordone ombelicale del progressive rock.

Conclusioni

"...And Then There Were Three..." mette in mostra tutta la confusione che regnava nella testa dei tre superstiti della band che ci ha stregato agli inizi degli anni '70. Era meglio proseguire sulla falsariga dei due album precedenti, oppure era venuta l'ora della svolta, viste le minacciose crepe che iniziavano a manifestarsi nel progressive rock? Nello stesso anno, anche Yes ed ELP davano preoccupanti cenni di cedimento con i controversi "Tormato" e "Love Beach", sintomo che il progressive rock era alla frutta, e l'unica cura per continuare a sopravvivere era un brusco cambio di rotta. Quello che ne è venuto fuori è un prodotto ibrido, che ha l'unica funzione di fare da sparti acque fra i Genesis del passato e quelli del futuro. In vero, l'album nella prima parte non si presenta poi così male, con l'esplosiva opner e la bellissima "Burning Rope" tracce in cui bene o male, riusciamo ancora a riconoscere i Genesis. A contornare i due ottimi brani ci sono un paio di ballate, che anche se non sono proprio genesisiane, non possiamo certo dire che non siano composizioni di gran classe e piacevoli.  E' nella seconda parte che l'album inizia a perdere colpi, con brani che lasciano il tempo che trovano, composizioni che sembrano dei collage messi assieme in fretta e furia, fino ad arrivare alla fatidica traccia numero 11, di cui abbiamo già abbondantemente cantato pregi (pochi) e difetti (molti). Registrato fra il Settembre e l'Ottobre del 1977 presso gli studi olandesi Relight Studios, siti in Hilvarenbeek, con il produttore David Hentschel, l'album è venuto alla luce il 24 Marzo del 1978. Nonostante l'album non fu accolto calorosamente dai fans di lunga data, si rivelò un successo, raggiungendo la posizione numero 3 nella classifica degli album più venditi in Inghilterra, rimanendovi per ben trentadue settimane. Il disco ebbe fortuna anche negli stati Uniti, dove si piazzò alla posizione numero quattordici degli album più venduti, ottenendo per la prima volta nel nuovo continente la certificazione di disco d'oro. L'artwork, ancora una volta viene assegnato alla Hipgnosis, ma a detta di tutti non fu un lavoro che poteva considerarsi entusiasmante. Sullo sfondo di un cielo nuvoloso colorato di rosso dalle luci del tramonto, in penombra ci sono tre uomini, uno che esce da un'auto, uno che si accende una sigaretta, mentre l'altro tenta di leggere un biglietto con l'aiuto di una torcia. In primo piano spicca una misteriosa traccia luminosa. In alto a sinistr, il logo della band, che va a riprendere quello di "The Lamb", disegnato con una serie di pallini bianchi che ricordano un'insegna luminosa. Gran parte della lettera "G", metà della lettera "E" ed una minima parte della "N" del logo sono ricoperte da una pastosa vernice verde. Subito sotto, il titolo dell'album, in corsivo color celeste. Sul gradino più alto del podio stavolta sale Phil Collins, che anche nei brani meno significativi riesce ad accompagnare con complicatissime ritmiche mozzafiato. Messo a suo agio dalla struttura dei brani, il nostro tira fuori una buona dose di linee vocali vincenti. Mike Rutherford deve sdoppiarsi nel doppio ruolo di bassista e chitarrista. Se alcuni giri di basso sono interessanti, le parti di chitarra sono lontane anni luce da quelle di Steve Hackett, fatta eccezione dell'assolo di "Burning Rope", dove il nostro riesce in parte a replicare le affascinanti sonorità del Chitarrista Di PimlicoTony Banks, forse a causa della struttura assai più semplice dei brani, è meno esplosivo del solito, ma come sempre da un contributo fondamentale in fase di composizione, mettendo lo zampino su otto delle undici tracce che compongono l'album. Le liriche, scritte un po' da tutti, spaziano fra il fantasy, il west ed il romanticismo, ma sono lontanissime da quelle di Peter Gabriel, che ci hanno letteralmente stregato. Tirando le somme, "...And Then There Were Three..." è un album che non lascia il segno, gran parte dei brani sono destinati a finire nel dimenticatoio. "Burning Rope", per chi come me impazzisce per il progressive rock degli esordi, e senza ombra di dubbio la migliore del platter, seguita dalla traccia di apertura ed un paio di intense ballate, per il resto si fa segnalare la fatidica traccia numero undici, ripudiata dai Gabrielliani (ergo dal sottoscritto), ma che volente o nolente, è il brano che ha determinato il futuro della band. Un album nettamente inferiore ai suoi due ottimi predecessori, meno ispirato, ma che grazie ai brani che compongono la prima facciata, va a conquistarsi una meritata e abbondante sufficienza.

1) Down And Out
2) Undertow
3) Ballad Of Big
4) Burning Rope
5) Deep In The Motherlode
6) Many Too Many
7) Scenes From a Night's Dream
8) Say It' All Right Joe
9) The Lady Lies
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