GENESIS

Abacab

1981 - Charisma Records

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
27/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
4

Introduzione Recensione

I venti di cambiamento che si erano manifestati l'anno precedente si facevano sempre più minacciosi. Il progressive rock e le sue lunghe sinfonie erano ormai considerate preistoria (per fortuna, verranno giustamente rivalutate in futuro). Tutte le band che fino a qualche anno fa erano sulla cresta dell'onda, venivano risucchiate dalle nuove generazioni punk e new wave, e perché non heavy metal. Chi voleva stare al passo e continuare a campare di musica doveva per forza cambiare stile. Se nel precedente "Duke", si poteva ancora trovare qualche flebile alito dei vecchi Genesis, da qui in avanti i nostri decideranno di cimentarsi verso nuove sonorità pop ed elettroniche. Nel 1981 nascono i Genesis 2.0, e prevedo non poca difficoltà nel recensire i futuri album di Tony Banks e compagni, in quanto per fortuna (in questo caso) è impossibile cancellare il passato. Ovviamente, se esistono molti fans di lunga data che come me sono delusi dalle nuove sonorità genesisiane, ce ne sono altrettanti cresciuti a pane, "Mama" ed "Invisible Touch", quindi qualunque sarà il voto finale, finirò con lo scontentare qualcuno. Cercherò di provare a dimenticare momentaneamente il passato, cercando di valutare attentamente brano dopo brano, ma invero questo l'ho già fatto da quando i nostri sono diventati un trio, riuscendo fino ad ora a riscontrare qualcosa di buono nei due precedenti album, che erano sì lontani dal passato recente e remoto, ma di certo non hanno fatto gridare allo scandalo. Ma stavolta il cambio è troppo netto per essere digerito. Per fare un esempio, gli Yes sono un'altra band che ha riscontrato i medesimi seri problemi in quel periodo, una band che curiosamente spesso ha avuto gli tessi trascorsi dei nostri. Ma Squire e compagni, pur cambiando, raramente hanno commesso passi falsi. Nel 1980, grazie alla geniale fusione con i Buggles, dettero vita a "Drama", quello che per il sottoscritto è un capolavoro. Non erano di certo gli Yes del decennio precedente, ma era pur sempre progressive rock di gran classe. Anche il successivo "90125", se pur lontano anni luce dall'essere un album di progressive rock, fu un album di raffinato rock. I Genesis invece, spinti dall'inaspettato successo del primo album solista di Phil Collins "Face Value" dettero un taglio netto al passato, cambiando radicalmente stile musicale. Forte del successo dell'album, Phil Collins, ormai diventato una star, da ultimo arrivato si ritrovò ad essere l'elemento con maggior peso nel prendere le decisioni nella band, decisioni che portarono al brusco cambio di rotta. Gesto più che comprensibile, visto che più i nostri si allontanavano dal progressive rock e più le loro tasche si rimpinzavano di dollari e sterline. Il primo cambio radicale fu quello di allestire uno studio di proprietà battezzato The Farm e ubicato a Chiddingfold, nel Surrey. Le affascinati sonorità del pianoforte e della chitarra a dodici corde rimangono un lontano ricordo, tristemente rimpiazzate da innovativi sintetizzatori e dalla fredda drum machine. Tramontano definitivamente anche le magiche liriche ricche di richiami letterari, argomenti fiabeschi e termini ricercatissimi. Secondo Phil Collins durante la stesura dei testi badava molto di più al suono delle parole che al significato, ammettendo che non era facile cantare i testi di Peter Gabriel, ricchi di termini non del tutto usuali. A sottolineare la scarsa importanza che davano ai testi, i nostri decidono addirittura di non inserirli all'interno del nuovo "Abacab", undicesimo album in studio ed il primo registrato negli studi di proprietà. In molti, special modo in passato, si saranno chiesti il significato del titolo "Abacab". Semplice, non significa assolutamente nulla! Il neologismo è nato quasi per caso, durante la composizione del brano che poi diventerà la title track dell'album. Per semplificare le cose i nostri avevano denominato con "A" la strofa, con "B" il ritornello e con "C" il bridge. In fase di arrangiamento, ad un certo punto del brano, le tre parti ben distinte si succedevano andando a formare l'acronimo "ABACAB". La stesura finale della canzone poi non comprendeva più quel passaggio, ma chiamarla "Accaabbaac" sarebbe stato forse troppo eccessivo. A confermare lo strapotere che Phil Collins aveva sui compagni, fu un altro significativo cambiamento. Soddisfatto della fresca collaborazione sull'album "Face Value", che sembra essere sempre di più un album determinante per il futuro dei nostri, decise di avvalersi del contributo della sezione di fiati degli Earth, Wind & Fire sul brano "No Reply At All". Invero questa non è la prima volta che però i Genesis sia avvalgono della collaborazione di un musicista esterno su un loro album. Se pur con un flebile contributo, il primo ospite in assoluto su un disco fu l'estroso Brian Eno sul capolavoro "The Lamb". Lentamente vanno a scomparire anche le composizioni dei singoli membri, che si riducono ad una per ciascuno, di qui in avanti, tutte le composizioni saranno firmate "Genesis", ironicamente l'unico legame in comune con il glorioso passato. Altro significativo passo fu quello di non avvalersi della collaborazione di un produttore. "Abacab"è nato, registrato e prodotto negli studi "casalinghi" "The Farm", prodotto interamente dalla band con l'unico aiuto esterno dell'esperto ingegnere del suono Hugh Padgham, che guarda caso aveva già assistito Phil Collins in "Face Value". Inseriamo con una inevitabile diffidenza il nostro "Abacab" nel lettore, andando ad effettuare la consueta analisi track by track, che stavolta si preannuncia dura ed insidiosa.

Abacab

Ad aprire le danze è la title track, un brillante brano di puro pop rock. Vi spoilero già che "Abacab" è una delle poche cose liete dell'album, ergo se non vi attira questa, pensate un po' voi cosa vi aspetta con le tracce successive. Senza una minima parvenza di introduzione, seguendo l'andatura spedita del compagno di sezione ritmica, Mike Rutherford stende un martellante tappeto di sedicesime con il basso. Andando avanti incontriamo alcuni fraseggi di chitarra distorta che annunciano Mr. Tony Banks, che prima srotola un tappeto di tastiera, poi si diverte con un brillante tema che ci entra immediatamente in testa. Arriva la strofa, praticamente un continuo botta e risposta fra un lancinante riff di chitarra ed una tastiera sorniona. Phil Collins canta in mezzo ai due strumenti che continuano imperterriti a dialogare. A dettare il ritmo è sempre il martellante e monotono basso che spara raffiche di sedicesime. Arriva l'inciso, dove ad emergere è un simpatico riff di tastiera che si intreccia con coretti, contro canti e poche frasi cantate con grinta da Phil Collins. Il basso cambia la nota, ma insiste con il martellante tappeto di sedicesime; dove sono finiti gli accattivanti giri di basso di una volta? Ritorna la strofa, seguita manco a dirlo dall'inciso. A spezzare il brano arriva il bridge, Phil Collins con sottili vocalizzi segue all'unisono le tastiere, non perdo tempo a descrivervi cosa fa il basso. Nella seconda parte del bridge si paventa una cristallina chitarra arpeggiata, seguita da uno strano interludio spurio, dove la sezione ritmica raddoppia i colpi e Tony Banks spara taglienti fiammate con il synth che si intersecano con alcuni versi cantati con verve da Phil Collins, quasi volesse sfidare i nemici punk. Un breve e modesto assolo di tastiera apre i cancelli al ritorno della strofa, seguita dal chorus. Al minuto 03.30 il brano potrebbe chiudersi tranquillamente qui, ma i nostri vanno avanti per altrettanti minuti con una inutile coda strumentale fine a se stessa. Un tempo i talentuosi strumentisti albionici si sarebbero sbizzarriti con funamboliche escursioni soliste, dandosi il cambio, accompagnati da una sezione ritmica travolgente, ma purtroppo non è così. A dettare il ritmo è un'unica nota di basso a dir poco ossessiva suonata da Mike Rutherford, che segue come un ombra i passi della gran cassa. Seguendo la ritmica assillante, lancinanti fraseggi di chitarra si alternano ora con suoni alieni sparati dal synth, ora con pompose fiammate di tastiera. In sottofondo permangono costantemente suoni inquietanti che sembrano imitare gli schiamazzi di una giungla appena svegliata al mattino. Sul finale Mike Rutherford inizia un assolo che parte con tre sole note, ma poi sembra prendere una direzione interessante. Ovviamente quando sembra arrivato il momento clou, inizia a sfumare lentamente in fader. Non a caso, questa inutile coda strumentale è stata tagliata nella versione singolo uscita il 14 Agosto del 1981 come anteprima dell'album. Il singolo si comportò egregiamente negli Stati Uniti, raggiungendo la posizione numero ventisei della Billboard Hot 100, rimanendo nelle prime quaranta posizioni per ben sei settimane. In patria, raggiunse la posizione numero nove nella classifica dei singoli più venduti. Per la cronaca, in Italia si piazzò alla posizione numero undici della classifica dei singoli più venduti nel Bel Paese. Dimenticatevile liriche che ci hanno incantato in passato, ora con mirati riferimenti letterari, ora con affascinanti storie fantasy. Mike Rutherford nelle liriche descrive la vita paranoica di un dongiovanni che ha soffiato la ragazza ad uno sconosciuto. La ragazza conquistata vale davvero il prezzo di una vita passata paranoicamente a guardarsi le spalle, ad esaminare ogni angolo della casa in cerca di una prova che certifichi la presenza del rivale in amore pronto a cantare vendetta? Il vendicativo cuore infranto lo perseguita anche nel mondo onirico, è il protagonista dei suoi incubi. Ogni mattino, al risveglio, è convinto di svegliarsi con la testa avvolta in una busta di nylon, soffocando senza poter opporre resistenza. Lui è ovunque, riesce a percepire la sua presenza in ogni luogo. Forese era meglio lasciar stare quella ragazza e concentrarsi su altri obbiettivi femminili liberi da impegni, e continuare a vivere serenamente. Se la parte musicale poteva a tratti essere interessante, le liriche lasciano alquanto a desiderare.

No Reply At All

Ma il peggio deve ancora venire, "No Reply At All (Nessuna Risposta Affatto)" è il brano dove Phil Collins ha preteso che suonasse la sezione fiati degli Earth, Wind & Fire, andando a rovinare un brano che forse se arrangiato diversamente avrebbe avuto un altro effetto. Si parte con un brillante funky soul, variegato dalle fiammate dei fiati, che perdonatemi, non riesco proprio a digerire. Phil Collins si fa largo fra gli squilli di tromba arrivando al bridge, che la prima volta viene solo accennato, per ritornare poi alla strofa con il suo ritmo funkeggiante ed un ridondante tema di tastiera, il tutto ovviamente ricamato dagli squillanti schiamazzi dei fiati. Alla sua seconda apparizione il bridge viene raddoppiato e si fa apprezzare la linea vocale con cui Phil canta il titolo del brano, ricamato da pungenti fraseggi di basso. Di nuovo la strofa, seguita dal bridge e finalmente dal ritornello. Nella prima parte strumentale, fra gli squilli di tromba riesce ad emergere un interessante assolo di basso. Nella seconda parte, Phil Collins sembra inseguire tutto d'un fiato l'ottima partitura di basso, sempre affiancato dallo snervante lavoro della sezione fiati. Una rullata spuria annuncia il ritorno della strofa, seguita a ruota da bridge e chorus. Poi come per magia, al minuto 02.44 il brano finalmente cambia con lo special, che senza ombra di dubbio è il momento migliore del brano, se non di tutto il platter. I fiati che cessano di strillare sono manna dal cielo per le nostre orecchie. Tony Banks si ricorda che nascosto fra le sue innovative attrezzature ha anche un pianoforte ed inizia a duettare con il Cantastorie Di Londra. Questo è uno dei rari momenti in cui ci ricordiamo che stiamo ascoltando un album dei Genesis. Poi un bel climax costante ci accompagna piacevolmente verso la strofa, dove aimè ritroviamo i nostri amici gentilmente prestati dagli Earth, Wind & Fire. Nel finale, i nostri giocano intorno all'ammaliante tema del bridge, ricamandolo con fiammate di tromba e repentini "Is Anybody listening (Qualcuno sta ascoltando)". Non c'era modo migliore per allontanarsi ancora di più dal progressive dell'inserire gli squillanti schiamazzi degli Earth, Wind & Fire. Anche questo brano fu pubblicato come singolo, precisamente il 9 Settembre del 1981, raggiungendo la seconda posizione in patrie e la numero 29 negli Stati Uniti. Mi consola il fatto che il 3 ottobre 1981, quando i Genesis eseguirono il brano dal vivo durante un concerto a Leiden, nei Paesi Bassi, furono sonoramente fischiati. Nelle liriche, Phil Collins affronta il problema di comunicazione che spesso porta ad una rottura di un rapporto di coppia, ergo, rivisita il suo matrimonio andati in frantumi. E' un susseguirsi di ridicole frasi adolescenziali del tipo "Parlami, non mi parli mai" o "Guardami, non mi guardi mai" che rappresentano un vano e mero tentativo di un uomo di riavvicinarsi alla donna persa. Stranamente, proprio nell'interludio dove il Cantastorie Di Londra duetta con il pianoforte, ovvero dove riusciamo a riconoscere i nostri, troviamo una citazione storica. Phil, determinato a riconquistare ciò che ha perso canta: "Too stubborn to say, "The buck stops here." (Troppo ostinato per dire: "Il dollaro si ferma qui")", frase passata alla storia per essere stata pronunciata dal presidente degli Stati Uniti Harry S. Truman (dove curiosamente la lettera "S" non è l'iniziale del suo secondo nome, ma è un omaggio ai suoi due nonni). Metaforicamente significa "passare la patata bollente", Collins la usa per confermare che è determinato a riconquistare la sua ex, prendendosi tutte le sue responsabilità. Ma lei non sembra fare le orecchie da mercante, tant'è che le liriche si concludono con un sintomatico "Is anybody listenin'? Oh, there's no reply at all.... (C'è qualcuno in ascolto? Oh, non c'è risposta affatto...)".

Me And Sarah Jane

Passiamo alla successiva "Me And Sarah Jane (Io E Sarah Jane)" brano sconclusionato che grida fortemente "siamo negli anni '80, il progressive è roba obsoleta", dove notiamo l'ennesimo tentativo di rompere con il passato. Il tecnico del suono Hugh Padgham sembra aver fatto tutto il possibile per allontanare il suono della batteria da quel magnifico e affascinante suono ovattato, tanto caro a noi "progger" incalliti. E' la prima volta che una canzone firmata da Tony Banks non mi entusiasma più di tanto, c'è qualche idea buona, ma la canzone sembra un nevrotico puzzle assemblato in fretta e furia, dove molte tessere risultano fuori posto. Il brano inizia con una drum machine che sembra la fotocopia di quella che apre "Duchess", ma purtroppo, il brano è di tutt'altra pasta. Un nervoso tema di pianoforte viene banalmente ripreso da Phil Collins. Dopo circa un minuto il brano si apre, basso e gran cassa vanno di pari passo, dettando il ritmo, un placido pad di tastiera accoglie Phil Collins, ricamato da poche note arpeggiate. Un leggero crescendo fa finalmente decollare il brano. Tony Banks esegue un banale assolo di tastiera, neanche lontano parente di quelli dei tempi d'oro. Il suono secco e spigoloso del drum setting non facilita certamente le cose, rendendo il brano semplicemente incompatibile con chi è cresciuto a pane e "Supper's Ready". Finito il solo, Phil Collins inizia una serie di melliflui e stucchevoli vocalizzi. Improvvisamente, al minuto 01:52 incontriamo un brusco cambio, ma non è uno di quei fantastici cambi di tempo a di atmosfera che ci hanno fatto innamorare, è un cambio quasi innaturale che rafforza l'idea di un collage di spezzoni assemblati a casaccio. Su una base in stile Supertramp, Phil Collins canta la strofa con un'insolita grinta, come se ancora una volta volesse misurarsi con Johnny Rotten. Arriva l'inciso, con una chitarrina in controtempo che dona un sentore reggae. Nella strofa successiva, le atmosfere reggae permangono, accompagnandoci velocemente nuovamente verso il chorus. Uno strano interludio strumentale ci porta in crescendo verso lo special, dove si paventano celestiali armonie vocali che accompagnano Phil Collins, mentre in sottofondo si segnala un interessante giro di basso. Al minuto 03:31 si cambia di nuovo. Siamo risucchiati da un vortice di note che fuoriesce dal castello di tastiere, Phil Collins sembra venire inghiottito dal turbinio di note, quando a liberarlo è un deciso filler di batteria, che annuncia l'ennesimo cambio. Sicuramente è il momento migliore del brano. Qualche accordo distorto di chitarra va a scontrarsi con le tastiere, si respirano atmosfere epiche. Dopo qualche battuta strumentale rientra il Cantastorie Di Londra, che con una linea vocale trascinante ci porta verso il chorus finale, dove per fortuna scompaiono le atmosfere reggae. In conclusione ritorna la drum machine e insieme ad un ridondante riff di tastiera ci accompagna verso l'epilogo del brano. Le liriche, partorite dalla penna di Tony Banks, descrivono il momento in cui prima di addormentarci, iniziamo a fantasticare con la mente, generando una serie di pensieri sconclusionati e surreali che ci impediscono di finire fra le braccia di Morfeo. Passando da una città avvolta dalle fiamme ad un ghiaccio polare, la mente di Tony finisce con generare un personaggio di fantasia, di nome Sarah Jane. Nella fantasia di Tony, c'è stato qualcosa fra lui e Sarah Jane, una storia fatta di amore e divertimento. Il talentuoso Tastierista dell'East Hoathly ha sempre tenuto a precisare che Sarah Jane è un personaggio di pura fantasia, in quanto gli addetti alla stampa cercavano insistentemente di dare un volto al personaggio. Io ho provato a digitare il nome "Sarah Jane" nel motore di ricerca, ed il primo personaggio che è saltato fuori è la Sarah Jane interpretata da Elisabeth Sladen (tra l'altro deceduta nel 2011, R.I.P.) nella mitica e fortunata serie televisiva britannica "Doctor Who", comparsa precisamente dalla stagione 11 alla 14, trasmesse tra il 1973 e il 1976. Dopo anni di silenzio, nel 1981, la simpatica Sarah Jane ed il suo cane robotico facevano il ritorno sugli schermi britannici con l'episodio pilota dello spin-off "K-9 and Company", episodio che poi non ebbe alcun seguito. Tenendo conto che Tony Banks è un cultore della fantascienza, è molto probabile che seguisse appassionatamente la serie, ed aver preso "una cotta" per la simpatica compagna di avventure del Dottor Who, tanto da dedicarle una canzone. 

Keep It Dark

Se la traccia precedente non vi ha convinto più di tanto, come suol dirsi "c'è sempre peggio al peggio", "Keep It Dark (Tienilo Per Te)" è un brano ossessivo che sfiora la musica dance, aperto da un roccheggiante riff di chitarra. Dopo una manciata di secondi entra la sezione ritmica, Phil Collins viaggia spedito, Mike Rutherford stende il solito tappeto di sedicesime. Tony Banks ricama la stanca linea vocale con improvvise fiammate di synth. Nel bridge, l'unica variazione sono banale tema di tastiera e sottili armonie vocali. Arriva l'inciso, invadenti fiammate di tastiera oscurano finalmente il riff di chitarra, che nei primi due tre secondi poteva sembrare simpatico, ma siamo arrivati a due minuti di brano e Mike Rutherford continua a tediarci con il medesimo riff banale, senza cambiare neanche una virgola. Phil Collins tenta di tirare su il brano spolverando un po' di peperoncino sulla linea vocale, chiudendo con un fastidioso falsetto. Minuto 02.04, vi do due notizie, una buona ed una cattiva. La buona è che finalmente il riff di chitarra è cessato, la cattiva è che incontriamo un odioso interludio dai sentori elettro-pop-industrial. Nemmeno il tempo di un oscuro "Keep It Dark" e ritorna la strofa, con l'odioso riff di chitarra, che man mano passa il tempo e più risulta infantile. Nel bridge un galleggiante loop di tastiera ci porta verso il ritornello, senza ombra di dubbio fra i più orribili di tutta la discografia genesisiana, una babele di aspri versi recitati con grinta e spaziali suoni di synth che non riescono a trasmettere neanche una minima parvenza di emozione. Dopo il breve interludio elettro-pop-industrial, ritorna la strofa in versione strumentale, e con lei ovviamente il riff di chitarra, che spero per il bene del nostro "Michelone" sia riprodotto in loop. Un riff di tastiera banale quanto insignificante ci accompagna verso l'epilogo, ponendo fine a questo brano a dir poco ossessivo che invita prepotentemente allo "skipping". Decisamente meglio le liriche rispetto alla musica (non è che ci volesse molto NDR), che si aprono con una lieta notizia trasmessa dai notiziari: un uomo dato per disperso da giorni è stato ritrovato in stato confusionale. A causa di uno scambio di persona, era stato rapito da una banda di malviventi, in modo da ottenere un cospicuo riscatto in cambio della sua liberazione. Una volta scoperto che non aveva il becco di un quattrino, per sua fortuna hanno deciso di liberarlo, togliendolo da ulteriori spiacevoli situazioni. Ora è di nuovo felice, dalla sua famiglia, può riabbracciare i suoi figli. Ma è solo una felicità esteriore, dentro di sé sa cosa è realmente successo, ma non può rendere pubblica la cosa, altrimenti lo prenderebbero per pazzo. Il rapimento da parte dei malviventi è solo una messa in scena per nascondere un reale rapimento da parte degli alieni. Una volta prelevato dalla navicella aliena, è stato portato su un pianeta dove ogni creatura viveva in pace ed armonia, dove non esistevano le guerre. Desiderava tanto esternare la sua fantastica esperienza, ma in men che non si dica si sarebbe ritrovato in internato in un sanatorio. "Keep It Dark" letteralmente significa "mantieni il segreto", infatti nella copertina del singolo rilasciato il 23 Ottobre del 1981, troviamo le tre simpatiche scimmiette "non vedo, non sento, non parlo", gestualità ripresa dai nostri tre nel simpatico videoclip. Per la cronaca, nonostante tutto, il brano raggiunse la posizione numero trentatré della UK Singles Chart. Le liriche, lanciano anche un velato messaggio, ovvero che nel mondo moderno la gente è più propensa a credere ad una menzogna abbastanza plausibile se pur triste, piuttosto che ad una verità piena di gioia ma inverosimile.

Dodo / Lurker

Per ora i brani sono stati una discesa costante verso il basso, vediamo cosa ci serba l'accoppiata "Dodo / Lurker", due brani che si fondono insieme andando a formare una mini suite, mettendo in luce un tentativo di mixare il reggae con il pop, il rock e l'elettronica.In vero, in origine, il brano era stato concepito come una suite che vedeva legati insieme ben quattro capitoli. I due attuali erano seguiti da due brani strumentali intitolati "Naminanu" e "Submarine", poi omessi per la loro assurda mania di dover rompere per forza con il passato. Le due canzoni scartate finirono poi come b-side inedite dei singoli, rispettivamente di "Keep It Dark" e "Man On The Corner". Si parte con "Dodo", il brano inizia bene con un'epica introduzione dai sentori minacciosi, dove le tastiere sono protagoniste, affiancate da decisi filler di batteria. Dopo questo flebile tuffo nel recente passato, arriva la strofa. Tony Banks si diverte a esplorare nuove sonorità, dando un frizzante tocco di elettronica. Il nostro spara una quantità industriale di suoni, tanto da farci venire il dubbio che a suonare siano due o tre tastieristi. Anche la ritmica è sicuramente più interessante rispetto ai precedenti brani; basso e chitarra viaggiano all'unisono seguendo gli ossessivi passi della gran cassa, ma a colpire sono la figurazione del rullante ed un ottimo lavoro sul charleston da parte di Phil Collins, che azzecca anche una ottima linea vocale, interpretata con una buona dose di grinta. Stranamente, nel chorus cala vistosamente l'intensità, si respirano accoglienti atmosfere reggae. Geniale anche l'interpretazione di Phil Collins che esplora registri gravi e profondi che sfiorano il baritono, cantando la goffaggine del "dodo". Nel breve bridge il brano cresce, grazie ad una celestiale armonia vocale, ma dopo ritroviamo la parte finale del ritornello con le allegre atmosfere reggaeggianti. Nell parte conclusiva di questo interminabile inciso, uno spaziale pad di tastiera trasporta in alto Phil Collins che canta ai quattro venti "I'm back in the sea (Sono di nuovo in mare)". A seguire incontriamo un oscuro interludio strumentale dove regna incontrastata la musica elettronica. Ritorna l'energica strofa, seguita dall'insolito ritornello, che non riesce a fare decollare il brano se non nell'energica appendice finale. Le spaziali tastiere di Banks vanno a fondersi con l'epico tema dell'introduzione, senza ombra di dubbio fra i migliori momenti di questo deludente "Abacab". Le liriche sono dedicate al "Dodo o Dronte", simpatico e goffissimo pennuto appartenente alla famiglia dei columbidi e tipico delle isole Mauritius, estintosi purtroppo intorno al 1600. E' proprio l'incapacità di volare e di difendersi che ha portato il dodo verso una inesorabile estinzione. Ma in vero, durante l'evoluzione, il dodo aveva smarrito la capacità di volare e la grinta di autodifendersi perché aveva trovato l'habitat ideale, senza predatori che ne potessero mettere in pericolo la vita, si era semplicemente adattato, mentendo solo il robusto becco per cibarsi di succulenti frutti. Ma allora cosa ha portato il dodo ad estinguersi? Semplice, l'uomo! Con l'arrivo dei coloni portoghesi prima (a cui deve il curioso nome, che significa più o meno "demente") e olandesi poi, iniziarono i problemi del dodo. Ma non fu direttamente l'uomo a minacciare l'esistenza del goffo columbide, visto che nonostante le notevoli dimensioni, le sue carni erano pessime, [gli olandesi lo chiamano "walgvogel (uccello disgustoso)]" ma fu l'introduzione di specie alloctone che con il tempo portarono inevitabilmente all'estinzione del simpatico pennuto. Anche la diboscazione di gran parte dell'isola contribuì non poco alla scomparsa del disgustoso uccello. Ma come ammesso in futuro da Tony Banks, solo la prima parte delle liriche era in vero dedicata al dodo, poi la sua mente iniziò a generare una serie di frasi nonsense e licenze poetiche che con l'estinzione del pennuto e la mania distruttiva dell'essere umano hanno ben poco a che vedere. Sul finale, si va a scomodare addirittura una vera e propria leggenda marinara, il demone marino Davy Jones divenuto poi celebre grazie alla sagra cinematografica "Pirati dei Caraibi". Al minuto 05:09 ha inizio "Lurker". Phil Collins recita parlando le prime strofe che emanano un'aria tenebrosa, grazie ad un potente accordo distorto che evapora lentamente in fader. Successivamente irrompe un irridente tema sparato dal sintetizzatore, andando a rovinare quel poco di buono fatto da un semplice accordo di chitarra distorta. Dopo questo irritante interludio strumentale, arriva l'inciso. Le tastiere aprono scenari epici, Phil Collins interpreta come ai vecchi tempi questo breve ritornello, un altro dei rari momenti "Genesis" del platter. Purtroppo però il chorus è seguito dall'odioso tema di tastiera, che dà l'idea di un assolo eseguito da un trombettista ubriaco e caracollante. Dopo questa irriconoscibile performance di Tony Banks torna l'epico ritornello, stavolta seguito da una coda strumentale degna di nota che ci abbandona evaporando lentamente. Le liriche sono un vero e proprio indovinello. Sto in agguato nel fango, ho due occhi che guardano, sono vestito di ottone e porto i capelli marroni. Raramente ho bisogno di respirare, non ho bisogno di ali per volare, ho un cuore di pietra e ho paura dell'acqua e del fuoco. Chi sono? Durante il tempo, ci sono state molte teorie per dare una risposta a questo indovinello. La più popolare era che la risposta fosse "un proiettile", riagganciandosi all'estinzione del dodo provocata dall'uomo. Ma ci sono molti indizi che non collimano, come i capelli castani e la necessità di respirare, ma soprattutto la paura del fuoco. Facendo una ricerca in rete, ho trovato una teoria interessante, quella dello scrittore Scott McMahan, sostenuta nella mastodontica opera "Genesis Discography". Secondo lui la risposta all'indovinello è "un sottomarino", ed ovviamente riporta anche tutte le sue motivazioni che vado a riassumervi. Gli occhi che guardano ci riconducono al periscopio, l'ottone è un materiale che viene impiegato sovente nelle costruzioni navali, grazie alla sua elevata resistenza alla corrosione da parte delle acque salmastre. Non ha bisogno di ali per solcare gli oceani, ha un cuore di pietra che lo alimenta. La paura del fuoco e dell'acqua possono essere riconducibili ad incidenti, che o con un incendio o con un allagamento porterebbero alla inevitabile morte dell'equipaggio. L'unico indizio meno chiaro sono i capelli castani, che possono trovare un'unica spiegazione nelle alghe che talvolta il sottomarino si porta dietro durante le emersioni.La teoria di Mr. McMahan è quella che trovo più logica, rafforzata dal fatto che uno dei due brani strumentali che in origine componevano la suite si intitolava appunto "Submarine", teoria rafforzata dal titolo "Lurker", parola dalle molteplici interpretazioni, fra le quali "chi sta in agguato" e "furtivo". Solo a rigore di cronaca, ai tempi di oggi con "lurker" viene definito un soggetto che partecipa a una un blog o ad una chat leggendo e seguendo con attenzione le attività e i messaggi, senza però scrivere o inviarne di propri, non rendendo palese la propria presenza.

Who Dunnit

 E siamo giunti a "Who Dunnit (Chi Non Lo Fa)", quella che senza la benché minima ombra di dubbio è la peggiore canzone in assoluto dell'intera discografia genesisiana. Chiunque riesca ad arrivare oltre i trenta secondi di ascolto senza premere il tasto "skip", può considerarsi un fenomeno. Se si trattava di una improvvisata jam session con la quale si scaldavano o si divertivano, i nostri potevano evitare benissimo di inserirla sul disco, o peggio ancora di suonarla dal vivo, attirando le ire delle platee. Si parte con un accordo dissonante ed una batteria elementare a cui è stato dato volutamente un suono spurio, a sottolineare la scarsa tecnica dei musicisti punk, unica spiegazione plausibile che giustifica il brano. Le note del basso vengono replicate da uno stucchevole sintetizzatore, mentre alcune fiammate di tastiera fanno il resto. Il cantato di Phil Collins è a dir poco maniacale ed ossessivo, un vortice senza fine di continuità che gira intorno al titolo del brano. Al minuto 01.22 uno spaziale effetto sparato dal synth ci lascia sperare che il brano sia finito o che si aprono le porte ad un cambio di rotta, ma invece no, i nostri continuano imperterriti a tediarci con il monofonico tema ipnotizzante, con l'aggiunta di qualche sporadica fiammata di tastiera. Sul finale, aumentano sensibilmente i BPM, il brano si fa ancora più maniacale ed irritante, accompagnandoci verso l'epilogo dove rimane la sola batteria a porre fine a questa tortura cibernetica. In origine il brano avrebbe dovuto intitolarsi "Weird Synth", ed essenzialmente era nato come una divertente presa in giro nei confronti della musica punk. Poi i nostri hanno dirottato verso un titolo che in qualche maniera andasse a richiamare un racconto di Agatha Christie già omaggiata due album orsono. Infatti il termine "Whodunit" significa "giallo", ovvero un racconto che inizia con un omicidio già compiuto e che durante lo svolgimento ci accompagna verso la scoperta dell'identità dell'assassino. Ma quali indizi abbiamo noi per riuscire a scoprire chi dei tre ha concepito una canzone così orripilante? Più che un testo siamo di fronte ad un ossessivo scioglilingua che non fa altro che ripetere le frasi "Was it you or was it me? Or was it he or she? Was it A or was it B? Or was it X or Z? Eri tu o ero io? O era lui o lei? Era una A o era un essere? O era X o Z?)". Alla faccia della rottura con il passato.

Man On The Corner

Proseguiamo velocemente oltre, sperando di non arrivare a momenti ancora più bassi. No, il vostro CD non è impazzito è solo che "Man On The Corner (Uomo All'Angolo)" inizia tale e quale alla traccia numero tre, che già a sua volta ricordava "Duchess", come se una innovativa drum machine non mettesse a disposizioni altre soluzioni. Il brano porta la firma di Phil Collins, ed in effetti non avrebbe sfigurato sul suo "Face Value", brano che comunque si segnala come una delle tracce più apprezzabili dell'album, grazie alla ottime linee melodiche su cui si dipana e rafforzato anche dalla terribile esperienza appena vissuta con l'assurda "Who Dunnit?". L'enigmatica drum machine viene ben presto affiancata da un rilassante tema di tastiera dai sentori ecclesiastici, la cui melodia seguita scolasticamente da un riflessivo Phil Collins, si incunea subito nella nostra mente. Con l'avvento del bridge il brano cala, sembra di essere sospesi un limbo, dove la tastiera diminuisce d'intensità, lasciando nella suadente voce di Phil Collins il compito di catturare l'ascoltatore. Nella strofa successiva l'accompagnamento ritmico viene rafforzato da un caloroso battito di mani, semplici arrangiamenti, poche note ma grande atmosfera. Arriva l'inciso, che viene interpretato con una buona dose di energia in più da parte del Cantastorie Di Londra, mentre la partitura delle tastiere rimane pressoché invariata. Dopo il ritorno del seducente bridge il brano, se pur con molta grazia esplode. Entra in scena la sezione ritmica, pochi colpi e volumi tenuti opportunamente più bassi rispetto alle tastiere. Il brano continua il classico susseguirsi di strofe e ritornelli, con l'apporto di basso, batteria e qualche sinuoso tema di tastiera in più. Il chorus ci viene riproposto in doppia razione, seguito da una coda strumentale dove si percepiscono fievoli lamenti di chitarra. Il brano poi se ne va via molto lentamente con un'inutile estinzione in fader di oltre quaranta secondi. Nelle liriche il Poeta di Londra prova compassione per un caso umano, un uomo che triste e solo ogni santissimo giorno si posiziona ad un angolo di una strada, fermo ad osservare la gente che passa. Nessuno lo nota, tutti lo ignorano, neanche quando a volte si mette a dare consigli nessuno ci fa caso, quasi fosse un fantasma. Ma il caso umano è l'uomo che cerca vanamente di interagire con i passanti, o sono i passanti che presi dalla frenesia della vita o da un'assurda paura nei confronti dell'uomo all'angolo, sfrecciano veloci ignorandolo, girandosi dall'altra parte o prendendolo come unità di misura per giustificare la loro sanità mentale? Raramente si sofferma qualcuno con la "scimmia sulla schiena", un modo di dire inglese che equivale al nostro "un peso sullo stomaco", o ad "un senso di colpa", ma si tratta di pochi istanti, destinati ad essere subito dimenticati, come viene tristemente dimenticato l'uomo solitario che se ne sta fermo all'angolo della strada ad osservare la vita degli altri che scorre. "Man On The Corner (Uomo All'Angolo)" è il quarto singolo estratto dall'album, rilasciato il 5 Marzo del 1982, che navigò tranquillamente introno alla quarantesima posizione della classifica dei singoli più venduti sia in patria che negli Stati Uniti.

Like It Or Not

 All'appello manca la tracia firmata da Mike Rutherford, ed ecco che arriva "Like It Or Not (Piaccia O No)", una ballata romantica che non lascia di certo il segno, interpretata però intensamente da Phil Collins. Il brano inizia con uno scolastico filler di batteria che annuncia un mellifluo tema di chitarra. Con un rilassante 6/8 la batteria ci culla fino alla strofa, doverimane una cristallino intreccio fra la chitarra arpeggiata e la tastiera, che emana calorose atmosfere natalizie. Con dolcezza Phil Collins interpreta le prime strofe, accompagnato da raffinati fraseggi di basso che si muovono sinuosi in sottofondo. Dopo circa un minuto, entra in maniera trionfale la batteria, con un filler che ricorda molto da vicino quello di "In The Air Tonight" tanto caro al nostro Phil, di quelli che ti invitano a inseguire con bacchette immaginarie la corsa sulle pelli dei tom tom. Con il chorus ritorna lo zoppicante tempo in 6/8, che dona un andamento cullante al brano. Le tastiere sono lo strumento principale e mostrano la via da percorrere al Cantastorie Di Londra. Con l'avvento del bridge il brano cresce d'intensità, annunciando un secondo ritornello. Uno scolastico cambio di tono fa salire il brano nello special, ma andando avanti ci accorgiamo che l'ossessivo tempo in 6/8 alla lunga diventa noioso. Si sente fortemente bisogno di una importante variazione ritmica che purtroppo non c'è. Al minuto 02.48, udite udite, arriva un breve e melodico assolo di chitarra, niente di trascendentale, Mike Rutherford si limita a riprendere il mellifluo tema dell'introduzione, ma si può parlare di un raro evento in questo album. Una fiammata di tastiera riporta in auge l'inciso, impreziosito da celestiali armonie vocali, poi viene ripreso l'assolo per alcune battute. I nostri ci accompagnano fino alla fine con la dondolante armonia del chorus, che lentamente evapora in fader. Pur avendo avuto una vita sentimentale più che regolare, Mike Rutherford sembra ossessionato con le crisi di coppia, tema che ricorrentemente ci propina nelle liriche da lui scritte. Non so se sia ossessionato da una rottura del suo matrimonio o sia stato impressionato dal recente divorzio di Phil Collins, comunque sia la crisi d'amore stanno diventando il tema principale delle sue liriche, tema che in futuro continuerà ad affrontare con successo nello spin-off Mike And The Mechanics, dove la cosa può andare anche bene, ma non con i Genesis, che sin dagli esordi ci hanno affascinato con liriche ricercate e quasi mai banali, se non dà qualche album a questa parte. Si tratta di un susseguirsi di frasi adolescenziali trite e ritrite, dette da un tipo che cerca di ricostruire una storia d'amore andata in frantumi, cercando di cancellare gli errori commessi in passato che hanno lacerato il rapporto di coppia. Man mano che le liriche si avviano verso la fine l'innamorato di turno esterna sempre maggiormente di voler ricucire il rapporto ed uscire dalla triste vita solitaria alzando letteralmente bandiera bianca. E non con poca fatica siamo arrivati alla conclusione di questo album, che per chi scrive a tratti si è dimostrato una vera e propria odissea. "Another Record (Un Altro Disco)" con una avvolgente introduzione ci illude che i nostri, proprio sul finale abbiano avuto un ultimo colpo di coda. Tastiera chitarra e pianoforte danno vita ad un magico intreccio che riesce a farci dimenticare tutte le banalità ascoltate fino ad ora. Purtroppo per noi, però, dopo circa quarantatré secondo uno sferragliante colpo sul charleston infrange i nostri sogni di gloria. Con uno stacco a dir poco innaturale il brano continua in blues rock dove emergono il pianoforte ed un sinuoso giro di basso. A tratti riconosciamo qualcosa dei primi Dire Straits, specialmente nella linea vocale dell'inciso che a mio avviso è più che discreta, di quelle vincenti, ma la sua magia viene spazzata via da alcuni inopportuni sospiri di un'armonica che con i Genesis ha poco a che vedere. Si continua con la strofa, Phil Collins si diverte dietro al drum set riempiendo con una serie interminabile di filler. Il chorus successivo viene a malapena accennato, poi il brano cambia nuovamente veste. Basso e batteria iniziano a pompare, un fastidioso rumore di spazzole accompagna un grintoso Phil Collins che segue i martellanti accordi del pianoforte. L'armonica a bocca fa nuovamente una breve capatina, poi si continua con la strofa, seguita dall'inciso che è semplicemente il copia/incolla di quello sentito in precedenza, compreso la stralunata appendice e l'assolo di armonica. Si continua con la strofa, che con l'aggiunta di una chitarra distorta all'unisono sarebbe stato un buon pezzo dei Cream. Nel finale la ridondante armonia si intreccia con la linea vocale dell'inciso e i lamentosi sospiri dell'armonica a bocca, evaporando molto lentamente in fader verso l'estinzione. Le liriche, a mio avviso sono molto pungenti e rivolte ai fans che non hanno digerito questo brusco cambio di rotta. Il protagonista è un vecchio rocker ormai giunto al tramonto, tramonto che affronta in maniera patetica, pretendendo di ascoltare in continuazione la sua vecchia canzone che lo ha portato al successo. Non a caso il brano inizia con una avvolgente introduzione che se pur in maniera flebile, va a richiamare il passato, mentre quando la canzone prende le sue vesti naturali, i nostri sembrano voler sottolineare come ci si trova a suonare in maniera imperterrita la stessa musica obsoleta, senza stare al passo con i tempi. Ad un certo punto, il nostro sfortunato rocker tenta di cambiare nome, finendo però con il suonare la solita musica, ottenendo il medesimo risultato insoddisfacente. Questa può essere una velata critica a quei dinosauri del progressive rock come i King Crimson, che proprio in quel periodo pensarono di far uscire un disco sotto il moniker "Discipline", cambiando idea proprio all'ultimo momento continuando opportunamente con lo storico nome. Con i loro colleghi che stavano estinguendosi in maniera preoccupante, i nostri sembrano quasi volersi giustificare di questo brusco e deciso cambio di rotta, di questa insana voglia di rompere con il passato, una svolta musicale eseguita nel nome della loro sopravvivenza, ma pur sempre difficile da accettare per chi come me è cresciuto a pane e "Foxtrot".

Conclusioni

Eh no, cari i miei Genesis, così non si va proprio d'accordo. Va bene sopravvivere, va bene rendere le sonorità più attuali per stare al passo con i tempi, come fatto precedentemente con il buon "Duke", ma con "Abacab" il cambio di rotta è troppo brusco. L'unico brano diciamo "accettabile" è la title track, che se priva della patetica coda strumentale, non avrebbe sfigurato sull'album precedente, ma per il resto è solo aria fritta, qualsiasi brano si scelga, sarebbe assolutamente il peggiore se collocato all'interno di uno qualsiasi degli album precedenti. Se con il nuovo percorso musicale album e singoli hanno rimpinzato le tasche di Mike Rutherford e compagni, allo stesso tempo hanno ferito profondamente il cuore dei fans di vecchia data, che con questo album si distaccano definitivamente dai Genesis, non riconoscendo più neanche un minimo accenno della gloriosa band degli anni settanta, finendo ingiustamente con lo sminuire anche i due ottimi primi album dell'era Collins. Con questo album, i fans si divideranno in tre ben distinte fazioni, quelli più estremisti affezionati all'era progressive durante il regno di sua maestà Peter Gabriel, ovvero dal 1969 al 1975. Il partito dei moderati, che se pur preferendo i vecchi Genesis sono disposti a continuare imperterriti le gesta dei loro idoli, ed infine il partito delle nuove leve, quelle conquistate definitivamente con "Duke" e che se ne infischiano del passato dei nostri. Prima di questo disastroso lavoro, pensavo fosse impossibile ricorrere al tasto "skip" durante l'ascolto di un disco dei Genesis. Ma qui da salvare c'è davvero poco. Le poche idee buone, sono rovinate da un eccessivo ed opprimente lavoro in fase di arrangiamento e produzione, sempre nel nome di "dover rompere con il passato", una teoria che sembra proprio ossessionare i nostri. Phil Collins, sulla scia del successo ottenuto con il suo album solista si sente pienamente a suo agio di fronte a queste nuove sonorità. Lo stesso non si può dire della sua performance dietro alle pelli, spesso sminuita dalle dubbie scelte dei suoni, tentando disperatamente di sfuggire la fantasma degli anni settanta. Anche Mike Rutherford è in costante discesa, il suo basso non è più incisivo come una volta, troppo spesso si limita a banali tappeti di sedicesime. Mentre per quanto riguarda la sei corde, la mancanza di un chitarrista di ruolo pesa assai meno rispetto al passato, visto il nuovo corso elettro-pop intrapreso. Sono solo un piacevole ricordo le avvolgenti atmosfere con cui ci ammaliava Tony Banks, le sue funamboliche scorribande sui tasti d'avorio della tastiera che lo vedevano insidiare la leadership di Wakeman ed Emerson. Preso dalle nuove tecnologiche attrezzature, preferisce perfino sostituire l'affascinate suono del pianoforte a coda con la fredda imitazione che ha a disposizione fra la vasta gamma di suoni che offre il sintetizzatore. Anche il suo livello compositivo stavolta lascia a desiderare, per chi scrive semplicemente perché non è nato per suonare questa roba. Ma al netto di tutte le mie critiche, la svolta stilistica si rivelò vantaggiosa sotto il punto di vista economico. "Abacab" vendette diversi milioni di copie in tutto il mondo, raggiungendo la prima posizione numero nella classifica degli album più venduti nel Regno Unito ed il settimo posto in quella degli Stati Uniti, diventando il primo album dei Genesis a ottenere il disco di platino oltreoceano. Anche nel resto dell'Europa l'album si comportò egregiamente, raggiungendo il quarto posto in Norvegia, il sesto in Olanda ed una dignitosa tredicesima posizione in Italia. Anche il susseguente tour ebbe un successo a dir poco planetario, consacrando i Genesis allo status di vere e proprie rock star. Il deludente "Abacab" è venuto alla il luce il 14 Settembre del 1981, partorito, arrangiato, prodotte e registrato dai nostri fra il Maggio ed il Giugno del medesimo anno, presso gli studi di proprietà della band denominati The Farm e ubicati a Chiddingfold, nel Surrey. In patria fu distribuito dalla Charisma, la Atlantic si occupò della distribuzione negli Stati Uniti, mentre la Vertigo permise la diffusione del platter nel resto del Mondo. A confermare una innaturale voglia di cambiare, anche l'artwork puntava decisamente ad una innaturale rottura con il passato. L'opera di Bill Smith (per chi scrive una delle copertine più orrende della storia del rock) si limita ad un infantile collage di pezzi di carta di color azzurro, rosso, pesca, e verde con uno scarabocchio nero al centro. Sempre in maniera infantile, una cornicetta in nero parte dal vertice in alto di sinistra fino a quello più in basso di destra, il tutto su sfondo bianco, dove in alto giganteggiava il logo della band in un banale corsivo, mentre sul lato di destra, in corsivo minuscolo troviamo il titolo dell'album. I nostri misero in commercio ben quattro versioni differenti della copertina, dove l'unica variazione consisteva nel riquadro in alto a destra che poteva essere blu scuro, rosso, pesca, o giallo, per la gioia dei collezionisti incalliti. Non riesco ad immaginare a chi poter consigliare l'album, se non ai nostalgici della musica pop degli anni ottanta, mentre per chi ama i Genesis ed il progressive rock in generale, meglio qualsiasi disco precedente dei nostri, compreso il fiacco album d'esordio, che pur fra i tanti difetti e una buona dose di ingenuità dovuta alla giovane età, lascia va intravedere le discrete potenzialità di Tony Banks e compagni, potenzialità che sarebbero esplose in maniera del tutto innaturale con l'album successivo, a poco più di un anno di distanza. Delusione.

1) Abacab
2) No Reply At All
3) Me And Sarah Jane
4) Keep It Dark
5) Dodo / Lurker
6) Who Dunnit
7) Man On The Corner
8) Like It Or Not
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