GENESIS

A Trick Of The Tail

1976 - Charisma Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI PISTOLESI
12/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

L'anno 1975, nonostante sin dal loro esordio datato 1969 sia l'unico in cui i Genesis non hanno rilasciato nessun album, è un anno fondamentale e significativo per il proseguo della loro carriera. L'addio di Peter Gabriel al termine del tour che vide suonare interamente per ben 102 volte il capolavoro "The Lamb Lies Down on Broadway" fu un duro colpo che avrebbe steso un T-Rex. Già durante il tour, Tony Banks e compagni erano al corrente del futuro addio dell'istrionico Cantante di Chobham, ma dentro di loro, speravano sempre ad un ripensamento dell'ultimo momento, visto che oltre ad essere un collega, Peter Gabriel era anche un grande amico. I motivi del divorzio furono molteplici, piccole tessere di un puzzle che incastrandosi l'una con l'altra, portarono ad uno degli addii più clamorosi e dolorosi della storia della musica. La figura dell'istrionico cantante iniziava a farsi ingombrante all'interno della band, mettendo sovente in secondo piano le gesta dei quattro super musicisti. In più per la prima volta, Gabriel pretese il copyright delle liriche di "The Lamb Lies Down on Broadway", cosa mai avvenuta in passato. Poi ci fu l'inattesa chiamate del regista William Friedkin, che dopo il successo ottenuto con l'ormai leggendaria pellicola horror "L'Esorcista" chiese a Peter Gabriel la stesura della sceneggiatura per un suo nuovo film. Il progetto poi andò in fumo, ma allontanò per un discreto periodo Gabriel dalla fase compositiva di "The Lamb", facendo inalberare Steve Hackett e compagni. Infine ci fu il problema della difficile gravidanza della moglie e i susseguenti problemi di salute della primogenita Anna, problemi che distolsero ulteriormente l'attenzione di Gabriel dalle sessioni di composizione, riducendo notevolmente le presenze in sala prove. In maniera non del tutto etica, il gruppo non prese bene l'obbligata latitanza di Peter Gabriel, che comprensibilmente si sentì come tradito dagli amici di sempre, che mettevano la loro musica davanti ai suoi gravi problemi familiari, e forse questa fu proprio la goccia che fece traboccare il vaso, portando Peter Gabriel a prendere la drastica decisione di uscire dai Genesis. Il nostro, esternerà poi i suoi sentimenti a riguardo sul suo primo ed omonimo album solista, con il brano "Solsbury Hill". Ma i Genesis non avevano perso solo un cantante, avevano perso anche un frontman che sapeva tenere il palco come pochi, incantando le platee con i suoi pittoreschi abiti e le sue elevate doti teatrali, oltre che ad un paroliere più unico che raro ed un ottimo interprete del flauto traverso. Appena la notizia dell'abbandono di Peter Gabriel circolò nei meandri dell'ambiente musicale londinese, il leggendario Melody Maker pubblicò un articolo sul numero 16 dell'Agosto del 1975, dove si leggeva che i Genesis erano morti. L'articolo mandò su tutte le furie Tony Banks e compagni, che dopo aver redarguito il giornalista Chris Welch, autore dell'articolo pubblicato a loro insaputa, ci tennero a precisare che oltre ad essere ancora vivi e vegeti, avevano già inciso molto materiale per il lor nuovo album. Lo stesso anno, in Ottobre, Steve Hackett pubblica il suo primo album da solista, "Voyage Of The Acolyte", che vede la preziosa collaborazione di Phil Collins e Mike Rutherford. Mentre il Chitarrista di Pimlico era impegnato a mixare l'album, Collins, Rutherford e Banks iniziano a pianificare il futuro della band. Viene scartata quasi subito l'idea lanciata da Phil Collins di un album interamente strumentale. I nostri andavano avanti con le nuove composizioni, inizialmente privi della preziosa collaborazione di Steve Hackett, senza avere la benché minima idea di chi in futuro, ci avesse cantato sopra. Consci di attraversare un momento critico, Phil Collins e compagnia cantante raddoppiarono gli sforzi, e nella sala prove tornò a regnare la bellissima armonia dei tempi d'oro, cosa che era venuta a mancare durante le fasi di composizione del tribolato ma ineguagliabile "The Lamb". I nuovi brani erano parecchio lontani delle sonorità del precedente album. Di struttura assai più semplice e molto lineari, con forti venature romantiche, mettono comunque in mostra un songwriting ed una esecuzione fuori dal comune, e paradossalmente si avvicinavano molto di più alle epiche atmosfere dal piacevole retrogusto fantasy di "Foxtrot" e Nursery Cryme", con però un suono più definito e cristallino, grazie all'ottimo lavoro del nuovo produttore David Hentschel. Tony Banks compare nei crediti di tutte e otto le tracce, due volte in solitario, le altre dividendo i crediti con gli altri membri del gruppo. Uno dei pezzi forti dei Genesis targati Gabriel erano le liriche, visionarie, originali, quasi sempre firmate dallo Scrittore di Chobham, costringendo i nostri a collaborare ed impegnarsi a fondo, dimostrando di essere bravi con la penna quanto con gli strumenti. Con Phil Collins preso ad addentrarsi nel nuovo doppio ruolo di batterista-cantante e Steve Hackett alle prese con il suo album solista, Tony Banks e Mike Rutherford si accollarono l'impegnativo compito di scrivere la maggior parte delle liriche, ben consci che quelle partorite dalla penna di Peter Gabriel erano più uniche che rare. Ma senza scoraggiarsi, in qualche maniera, i nostri cercarono di riprendere lo stile fantasy e fiabesco del passato, ispirandosi talvolta ad autori letterari come Carlos Castaneda e William T. Cox, non tralasciando comunque qualche simpatica storiella di fantasia contemporanea. Era comunque sin troppo evidente che Peter Gabriel aveva lasciato un enorme vuoto all'interno dei Genesis, e in qualche maniera, quel vuoto andava colmato. All'epoca, il mezzo più funzionale che avevano le band per reclutare nuovi membri era un annuncio sul Melody Maker, ed i nostri lo pubblicarono. Alla fine, saranno oltre quattrocento i nastri recapitati in Casa Genesis, molti dei quali corredati di foto che ritraevano i candidati con indosso strambi abiti gabrielliani. Phil Collins si auto incarica di incidere le linee vocali guida, per poter testare il sostenuto esercito di presunti sostituti di Peter Gabriel. Più che venivano provinati i candidati e più che i nostri si convincevano che nessuno era in gradi di far meglio delle linee guida incise da Phil Collins, che vi ricordo già in passato si era ben disimpegnato dietro al microfono su "For Absent Friends" in "Nursery Cryme" e in "More Fool Me" dal capolavoro "Selling England By The Pound", oltre che ad interagire sovente con Peter Gabriel, dando vita a suggestivi intrecci vocali. Phil Collins si offrì volontario, ma le performance vocali del Batterista Londinese non convincevano a pieno Tony Banks, che era il più titubante di fronte ad una clamorosa soluzione interna, che pareva alquanto azzardata, come quando un club calcistico esonera un tecnico blasonato, affidando la guida della squadra all'inesperto allenatore della primavera. Ma i dubbi del Tastierista Dell'East Hoathly furono sciolti quando invece di cantare vecchio materiale, Phil Collins provò ad interpretare due nuove composizioni, per la precisione le insidiose "Squonk" e "Mad Man Moon", tracce che poi finiranno sulla track list definitiva dell'imminente nuovo album intitolato "A Trick Of The Tail". Il nostro interpretò magistralmente i due brani, facendo ricredere il titubante Tony Banks e convincendo band e produttore che era venuto il momento di terminare i provini. Phil Collins sarebbe stato il nuovo cantante dei Genesis. Se pur fosse l'ultimo arrivato, Phil Collins si era ormai integrato perfettamente con la band, sia a livello musicale che umano. Oltre ad avere un timbro vocale ed uno stile che poi non si discostavano molto da quelli gabrielliani, aveva il vantaggio di conoscere tutti i brani e di mettere a disposizione della band il suo discreto background teatrale. I problemi si sarebbero manifestati in sede live, quando non avendo il dono dell'ubiquità, il nostro relegato dietro al drum set, non poteva certo replicare le teatrali gesta di Peter Gabriel, e viceversa. La soluzione fu trovata ingaggiando Bill Bruford, che aveva abbandonato gli Yes per inchinarsi alla Corte Del Re Cremisi, andando a pescare uno dei pochi batteristi in grado di replicare le strabilianti performance di Phil Collins. Bill Bruford partecipò con successo al primo tour nord americano senza Peter Gabriel, esordendo a London, nell'Ontario, dove di fronte circa cinquemila genesisiani, Phil Collins si dimostrò un degno sostituto del Cantastorie Di Chobham. Bando alle ciance, è' giunta l'ora di premere il tasto play e scoprire uno dei dischi più significativi della carriera dei Genesis, da molti dati per spacciati dopo l'abbandono di Peter Gabriel.

Dance On A Volcano

I nostri partono con la prima composizione in assoluto del nuovo corso, "Dance On A Volcano (Danza Su Un Vulcano)", brano che con le dovute proporzioni, ci riporta magicamente ai fasti del passato, con pazzeschi passaggi strumentali. Nonostante le tastiere di Banks dominino, il brano è stato composto in gran parte da Steve Hackett, anche se nei crediti porta la firma di tutta la banda. Ad aprire l'infuocata danza sul vulcano è Steve Hackett con un tema arpeggiato che si lascia dietro un alone di mistero. Phil Collins ricama con potenti filler, seguiti all'unisono dal basso, da una seconda traccia di chitarra e da Tony Banks che con il synth conferisce un qualcosa di alieno al leggendario unisono degli strumenti, traducibile in una sorta di "bip-bip bap-bap bara ba ba", suggellando poi il termine di ogni passaggio con uno spaziale pad di tastiera. Il giochino si ripete più volte, spostandosi sulle toniche e dando vita ad una delle migliori introduzioni del combo albionico. Sin da queste poche prime note, possiamo dedurre che i nostri sono ancora in forma. Con un micidiale climax, l'arpeggio inizia a farsi più incisivo e corposo, intrecciandosi con le acide trame dell'organo Hammond e con la potente ritmica sincopata del formidabile duo Collins-Rutherford. Con classe sopraffina, i nostri fondono l'intro con l'inciso, che si manifesta in versione del tutto strumentale. Si aprono scenari paradisiaci, l'ammaliante melodia della chitarra ci entra prepotentemente in testa, è di quelle che in sede live vengono replicate facilmente dai fans con un coro, come il più orecchiabile dei ritornelli. Dopo poco più di un minuto arriva la strofa, charleston, rullante, gran cassa e basso interagiscono in maniera quasi innaturale, Tony Banks stende uno spaziale tappeto di tastiera, sul quale Steve Hackett inizia a tessere una intricata trama di chitarra dai sentori acidi. Con grinta, Phil Collins si libera dalle vischiose trame della chitarra, presentandosi al pubblico come il nuovo cantante dei Genesis. Tutto d'un fiato, il nostro ci porta verso l'inciso, annunciato da una bella rullata. Il ritornello era già molto funzionale nella versione strumentale, Phil Collins lo sa e si limita a strascicare le parole "it right", lasciando poi il campo alla bellissima parte di chitarra. Ritorna la strofa, sicuramente fra le più cazzute dei Genesis, chitarristicamente parlando, seguita immediatamente dal ritornello. Andando avanti incontriamo un bellissimo interludio strumentale. Tony Banks replica la melodia della chitarra con un epico riff di tastiera, sempre scandito da preziosi filler e potenti colpi all'unisono, portandoci verso un oscura baraonda di suoni. Le trame degli strumenti si intrecciano, Tony Banks abusa dei suoi nuovi futuristici sintetizzatori, dando vita ad una babele sonora che ci fa venire in mente una miriade di farneticanti insetti alieni che si muovono freneticamente, parlando nella loro lingua incomprensibile. Una repentina corsa sulle pelli, seguita all'unisono dagli strumenti a corda annuncia il rientro in scena di Phil Collins, che si disimpegna facendosi largo fra le caustiche trame chitarristiche ed uno sciame di suoni che sembrano provenire da una galassia sperduta. La complicata ritmica jazzata rende ancora più caotico questo momento, dove i nostri mettono in mostra una tecnica ed un'inventiva fuori dal comune. Improvvisamente la suadente voce di Phil Collins rimane in compagnia del solo Tony Banks, che sfrutta al massimo le sonorità futuristiche del suo nuovo arsenale, portandoci con la mente a bordo di un'astronave aliena. Phil Collins versione batterista ritma massacrando il charleston con un bel crescendo, poi con una prolungata rullata richiama tutti all'ordine. Tony Banks ricama la linea vocale con dei delicati fraseggi simili a ronzii, fino a che rimangono nuovamente in gioco Phil Collins, il suo sferragliante charleston e i suoni spaziali di Tony Banks, che stavolta aprono scenari futuristici dal sapore epico. Ritorna l'inciso, dove Phil Collins stavolta si fa più presente. L'inciso torna nuovamente dopo una fugace apparizione della sconclusionata strofa. Ora che abbiamo familiarizzato bene con il ritornello, siamo in grado di riconoscerci le romantiche sonorità del futuro neo progressive di Marillion e IQ. A seguire, in maniera epica Tony Banks riprende con le tastiere il tema portante, poi Phil Collins con una voce effettata vomita in maniera inquietante la frase "Let The Dance Begin! (Che la danza abbia inizio!) annunciando un'epica cavalcata con l'asticella dei BPM a manetta, dove Tony Banks si fa prendere da una improvvisa crisi di autocelebratismo, iniziando una funambolica scorribanda sui denti d'avorio delle tastiere ai limiti della schizofrenia. Il nostro contagia anche Steve Hackett, che inizia con una serie di virtuosi fraseggi che vanno ad intrecciarsi magicamente con le trame delle tastiere, dando vita ad uno degli interludi strumentali più complicati partoriti dal combo albionico, che senza ombra di dubbio, hanno influenzato e non poco i Dream Theater. Improvvisamente si paventa un paradisiaco intreccio fra la chitarra arpeggiata e la tastiera, che getta acqua sulla danza infuocata, riportandoci con i piedi per terra. Ma era solo un fuoco di paglia, i nostri riprendono con la forsennata cavalcata, con allucinanti ritmiche dispari, dove domina un ridondante riff di tastiera che danza sopra un avvolgente pad di organo, facendosi largo fra l'incredibile lavoro della sezione ritmica, semplicemente impossibile da descrivere.  A tratti il tema portante di tastiera viene lasciato in solitudine. Tony Banks passa con disinvoltura da uno strumento all'altro, dando molteplici aspetti al tema portante, il tutto eseguito ad una velocità disarmante, tanto da fare impallidire un certo Rick Wakeman, detto anche il Mago Delle Tastiere. Dopo il gran finale, ritorna la paradisiaca chitarra arpeggiata, a rilassarci, come se i nostri sapessero che hanno messo a dura prova il nostro apparato uditivo. In fader, lentamente si estingue un avvolgente pad di tastiera. Veniamo ora alle liriche, curiosi se siano in grado di tenere testa alle magnificenti scritture gabrielliane. I nostri, si sono ispirati chiaramente alle opere di Carlos Castaneda, scrittore peruviano naturalizzato statunitense nel 1957, deceduto nel 1998, il quale ha basato le sue scritture sullo studio degli sciamani Toltechi, affermando di descrivere le proprie esperienze sotto la guida di uno sciamano Yaqui chiamato Don Juan, incontrato nel 1960. Infatti, per esorcizzare il fantasma di Gabriel, i nostri si affidano proprio alla magia di uno sciamano, descrivendo la sua graduale ascesa, fino al definitivo e rischioso rito propiziatorio sulla sommità di un vulcano ancora attivo. Le liriche si aprono in maniera insolita con i versi che recitano: "Holy Mother of God. You've got to go faster than that to get to the top. (Santa Madre di Dio Devi andare più veloce per raggiungere la cima)", ma non si tratta di un riferimento religioso, bensì ad una pudica imprecazione che esorta il nostro sciamano ad affrettare il passo, prima che la lava lo riduca ad un ammasso di pietra. Trovandosi esattamente a metà strada, lo sciamano è indeciso se continuare la sua ascesa rischiando la vita, o alzare miseramente bandiera bianca e tornare indietro mettendo in salvo la pelle. La strada è contornata da molteplici croci, segno che i suoi predecessori non hanno avuto fortuna e non sono riusciti a concludere il rito propiziatorio nel migliore dei modi. Se non vuole danzare fra gli zampilli di lava bollente, deve togliersi dalle spalle il pesante fardello della vita quotidiana e affrontare l'impresa con lo spirito di un guerriero, consapevole che, a differenza di chi svolge una comune vita ordinaria, sarà assai più difficile sopravvivere. Ma la consapevolezza che la morte è sempre dietro l'angolo, aiuta a vivere intensamente ogni singolo attimo di vita, assaporando tutte le essenze. La lava inizia a scendere, che la danza abbia inizio, canta minacciosamente Phil Collins. Fra le righe io ho scorto una profonda metafora, lo sciamano in cerca di una impresa impossibile sono i Genesis, il vulcano che vomita lava incandescente è Peter Gabriel. I nostri sono determinati a dimostrare che non sono morti e che possono dire la loro anche senza il vulcanico Frontman di Chobham, facendosi largo fra gli zampilli infuocati, danzando ancora a lungo verso il successo.

Entangled

Dopo questo incredibile brano, che è riuscito a farci dimenticare la pesante assenza di Peter Gabriel, come da tradizione i Genesis ci rilassano con "Entangled (Intrappolato)", una graziosa ballata madrigale firmata Banks-Hackett, dal piacevole retrogusto fiabesco, con una coda epica che vede protagonista, manco a dirlo, un Tony Banks, stavolta in versione Re Cremisi. Le chitarre a dodici corde e le tastiere danno vita ad un magico intreccio che ipnotizzandoci, ci proietta dritti verso una affascinante fiaba onirica. Phil Collins dimostra di trovarsi perfettamente a suo agio ad indossare le vesti di un seducente cantastorie d'altri tempi. Per alcuni secondi siamo letteralmente cullati dal magico intreccio degli strumenti con la melliflua linea vocale di Phil Collins, ricamata nei punti cruciale da una celestiale armonia vocale. Breve stacco strumentale, con le fragili trame delle chitarre a dodici corde che si intrecciano, e poi si continua con la dolcissima strofa, che con grazia ci porta verso il ritornello, dove si paventano due blandi strumming di chitarre acustiche che sia attorcigliano fra loro, accompagnando una melliflua armonia vocale che rievoca le future sonorità barocche dei primi Shadow Gallery ("The Queen Of The City Of Ice)", tanto per rimarcare quanto i nostri siano stati fondamentali con le loro influenze per il proseguo della musica progressive, rock o metal che sia. Dopo un altro magico bridge strumentale, con il delicato intreccio delle chitarre acustiche protagonista, ritorna a cullarci la strofa con le sue magiche atmosfere che non sfigurerebbero come colonna sonora in una trasposizione cinematografica di una fiaba targata Disney. Tony Banks ricama con futuristiche fiammate di synth. A seguire l'inciso, con le sue atmosfere madrigali e una armonia vocale capace di farci volare in meravigliosi paesaggi fantasy senza tempo. Le chitarre acustiche prendono il sopravvento, dando vita ad un favoloso intreccio che lentamente va ad accogliere Mr. Tony Banks, il quale fondendo le futuristiche sonorità dei sintetizzatori alle vetuste trame del mellotron, dà vita ad un epica coda che mixa romanticismo e drammaticità. Puntando sull'atmosfera e senza eccedere in superflui virtuosismi, il nostro ci apre meravigliosi scenari onirici, trasportandoci magicamente in gelidi paesaggi appartenenti ad altre epoche ed altri mondi. Brividi. Gli inquietanti lamenti del mellotron si fondono con affascinanti pad che rievocano canti gregoriani, trasportandoci piacevolmente verso una lenta estinzione del brano, che ci lascia con una piacevole sensazione di benessere.  Le liriche sono firmate da Steve Hackett, che ha tratto ispirazione da un quadro di sua moglie Kim Poor, pittrice brasiliana discepola di Salvador Dalì, definita dallo stesso come esponente del diafanismo, una tecnica che necessita di molti strati sovrapposti di contrastanti colori accesi e grigi per ottenere l'effetto finale. La pittrice verde oro ha firmato gran parte delle copertine degli album da solista del marito, vincendo il premio di "Album Cover of the Year" nel 1976 con l'artwork di "Voyage Of The Acolyte", lavoro che è stato esposto alla Thumb Gallery di Londra nel 1979. Siamo sul rilassante lettino di uno studio di uno psicanalista, dove un anonimo paziente cerca di risolvere il suo problema, quello di rimanere intrappolato nei propri sogni. Lo psicanalista inizia a contare a ritroso, gli occhi del paziente si fanno sempre più pesanti, fino a piombare in un sonno freudiano, ma il celebre psicoanalista austrico non è l'unico personaggio celebre ad essere celato fra le righe del testo, infatti nel verso che recita "Mesmerized children are playing (Bambini incantati stanno giocando)" troviamo nascosto Franz Mesmer, medico teutonico del settecento, considerato il precursore dell'ipnosi e pioniere del "mesmerismo" una controversa terapia basata sulla forza magnetica che non è mai stata riconosciuta dalla scienza medica. Il furbo psicanalista stila la sua diagnosi: il paziente è gravemente malato, i sogni lo stanno consumando giorno dopo giorno. Lo studio è ben disposto ad aiutarlo, ma serviranno svariate sedute sul rilassante lettino dello studio, prima che il problema venga risolto in maniera definitiva. Dopo la prima seduta, cercando di liberarsi dal mondo onirico che lo tiene intrappolato, il nostro paziente, una volta svegliato sarà risucchiato da un incubo ben più pericoloso dei sogni che sovente lo intrappolano, la salata parcella che gli presenterà l'infermiera. Sembra che Gabriel abbia fatto scuola, e che i nostri siano stati allievi attenti e diligenti. Come spesso faceva lo Scrittore di Chobham, anche Steve Hackett ha inserito un finale a sorpresa dal tono sarcastico, cercando in maniera umoristica di lanciare pungenti frecciatine a tutte quelle cliniche psichiatriche che spillano i soldi a pazienti disperati, magari senza risolvere a pieno i loro problemi. Dopo questa bellissima ballata madrigalesca, che ha rievocato inevitabilmente i primi Genesis, i nostri passano con un brano lontano anni luce dal precedente, un brano fra i meno articolati composti dal combo albionico e che possiamo considerare il precursore dei Genesis versione pop rock del decennio seguente. 

Squonk

Si tratta della prima canzone in assoluto su cui i Genesis targati Collins hanno improvvisato, alias "Squonk", che deve il titolo ad una misteriosa e bizzarra creatura che, secondo il folklore statunitense, abita nelle foreste di conifere della Pennsylvania settentrionale. Sin dai primi secondi, siamo colpiti da un ammaliante tema di chitarra, accompagnato in maniera cristallina da Phil Collins, che per una volta abbandona le complicate ritmiche jazzate, in virtù di un potente 4/4 lineare dall'anima hard rock, enfatizzato dalle precise pennate sul basso da parte di Mike Rutherford, che segue in maniera infallibile le orme della gran cassa. La chitarra si sposta su toni più alti, seguita da un sobrio riff di synth, che ne replica le gesta. Un filler scolastico annuncia la strofa, la chitarra ritorna sulla tonalità iniziale, accogliendo un grintoso Phil Collins, la cui linea vocale vien abilmente ricamata da chitarra e tastiera. Il bridge sale di tono, andando ad annunciare il ritornello. Le semplici trame degli strumenti valorizzano al massimo le capacità vocali di Phil Collins, sempre accompagnato dall'incisivo lavoro della sezione ritmica che con il passare del tempo risulta ossessivo. Una velocissima e prolungata corsa sulle pelli dei tom tom ci porta verso la parte finale dell'inciso, seguito da un interludio che vede protagonista Tony Banks. Il nostro, dichiarando pubblicamente di essersi ispirato ai Led Zeppelin ed alla loro hit "Kashmir", fa centro con un riff di tastiera semplice quanto ammaliante, che possiamo considerare musa ispiratrice per il progressive pop di inizio anni '80, quello degli Asia e dei nuovi Genesis, che hanno fatto storcere il naso ai fans di lunga data. Phil Collins strascica le ultime frasi dell'inciso, ricamando con suggestivi vocalizzi l'ammaliante riff di tastiera. I due proseguono, portandoci verso lo special, dove la ritmica si fa meno ossessiva, lasciando il campo a paradisiache tastiere che trasportano in alto Phil Collins. Mike Rutherford valorizza la ritmica con sinuosi fraseggi di basso, ricollegandosi gradualmente al precedente interludio, che vede ancora protagonista il riff di tastiera sparato da Tony Banks, ancora una volta ricamato da notevoli vocalizzi ed ad una corposa partitura di basso. Ritorna la strofa, con la sua ritmica ossessiva, seguita dal bridge e naturalmente dal ritornello. Andando avanti, al minuto 04:11 troviamo un bellissimo assolo di tastiera, che dà una svolta la brano. Funamboliche fiammate di synth si intrecciano con il riff portante di tastiera. Si paventa nuovamente Phil Collins, che apre le porte al paradisiaco special, seguito dal ritornello, stravolta dotato di un appendice che ci colpisce grazie ad un lampante cambio di tono. Sul finale, un rilassante assolo di tastiera viene accompagnato da una strana ritmica sincopata, con un roboante basso in evidenza, che ci porta verso una lenta evaporazione del brano, che porta la firma dell'accoppiata Banks-Rutherford. Dal lettino di uno psicanalista preso a liberare dal mondo dei sogni un paziente, ad un bestiario che raccoglie bizzarre creature leggendarie, il passo è breve. Stavolta è Mike Rutherford a trarre ispirazione da un libro, dall'effimero titolo "Fearsome Creatures Of The Lumberwoods, With A Few Desert And Mountain Beasts (Creature Paurose Dei Boschi Da Legname, Con Alcune Bestie Del Deserto E Delle Montagne)", nato nel 1910 dallo sforzo comune di William T. Cox, primo direttore dei Servizi Forestali del Minnesota, e di altri due dipendenti della medesima organizzazione, l'illustratore Coert Du Bois e l'esperto di dendrologia (una scienza che studia le piante che producono legno) George B. Sudworth. Quest'ultimo fu incaricato di definire il nome scientifico in latino, di ognuna delle creature descritte nel libro, che ben presto divenne rapidamente una rarità, finché fu ristampato nel 1984, anche se quella ristampata non era una versione integra, tanto da far pensare che la versione originale del libro fosse andata persa. In seguito, una copia autografata dallo stesso William Cox fu ritrovata presso una biblioteca. E, fra le bizzarre creature dell'insolito bestiario, troviamo appunto lo "Squonk" protagonista assoluto del brano in questione. Si tratta di una misteriosa creatura che abita nelle foreste di conifere della Pennsylvania settentrionale. Gli Squonk sono creature di brutto aspetto e molto tristi, di colore scuro e con una pelle cadente, coperta di verruche e di enormi nei protuberanti, che li rendono estremamente brutti a vedersi. Nella illustrazione del bestiario di William Cox, fisicamente sembra un Moreauesco incrocio fra un piccolo cinghiale ed un camaleonte. L'estrema bruttezza porta gli Squonk a piangere continuamente, lasciando dietro di se delle tracce indelebili per i cacciatori, che ne fanno un'ambita preda. E citando proprio quasi alla lettera le scritte di Cox, Rutherford ci narra di una battuta di caccia, mettendo in luce la perfidia dell'essere umano e l'ingenuità dello Squonk, che fidandosi del suo istinto, pensa che chiunque soffi in un corno non sia forzatamente un malintenzionato cacciatore. Ma il cacciatore, giocando d'astuzia, attira su di se la simpatia e la fiducia dell'ignara creatura, convincendola a saltare in un sacco. Durante il tragitto verso casa, il cacciatore sentiva la bizzarra creatura lamentarsi e contorcersi all'interno del sacco, poi di colpo, il silenzio. Con sorpresa, una volta aperto il sacco, il cacciatore trovo solamente una pozza di lacrime. Infatti, la leggenda narra che quando si trova in difficoltà, ovvero se viene catturato, o solamente spaventato, lo Squonk si dissolve in lacrime. Ed è proprio a causa di questo insolito super potere che ha meritato il nome scientifico in latino di "Lacrimacorpus Dissolvens". Le liriche si concludono con un interrogativo "Vero o Falso?" riguardo alla capacita che ha Squonk di dissolversi in lacrime di fronte al pericolo, come se si cercasse un briciolo di verità all'interno di una atavica leggenda. Se pur in maniera molto più esplicita e meno criptica, per ora i Genesis tentano di mantenere il filone narrativo fantasy che ha contraddistinto le loro liriche sin dagli esordi, dove come da tradizione non mancano chiari riferimenti ad artisti e poemi letterari.

Mad Man Moon

Andando avanti incontriamo "Mad Man Moon (Folle Uomo Luna)", un piccolo gioiello incastonato all'interno dell'album, firmato Tony Banks. Si tratta di un'avvolgente ballata incentrata su una struggente partitura di pianoforte, con un intermezzo centrale dai sentori classicheggianti e momenti più grintosi. Tony Banks ci cattura sin dai primi istanti dell'introduzione, con un tema di pianoforte che emana note di tristezza. Le nuove tecnologiche attrezzature permettono al talentuoso Tastierista Dell' East Hoathly di sopperire all'assenza dei magici flauti di Peter Gabriel, anche se il risultato ottenuto è assai più freddo e meno passionale. Nelle prime battute della strofa, la voce di Phil Collins ha un chiaro timbro che assomiglia come non mai a quello del suo predecessore. Il nostro duetta in maniera struggente con le melanconiche trame del pianoforte a coda. Nel bridge, un vetusto pad di mellotron trasporta Phil Collins verso l'inciso, dove fa il suo ingresso la sezione ritmica, che come sempre in queste occasione, entra con grazia. La struggente partitura di pianoforte si intreccia con il mellotron, dando un leggero crescendo alla parte finale dell'inciso. Ritorna la strofa, stavolta impreziosita da melanconici pad di violini e dal raffinato lavoro della sezione ritmica. I profondi glissati di Mike Rutherford fanno da legante alla sinuosa partitura di basso. Nel bridge, la batteria diminuisce i colpi, limitandosi a raffinati giochi sui piatti, valorizzando al massimo l'interazione fra Phil Collins ed il piano forte a coda. Sembra di stare sospesi in un limbo, poi ricadiamo nel mellifluo inciso, seguito da uno special che tenta di dare un po' di brio al brano, con una riuscita progressioni di accordi sparati da Mr. Tony Banks. Sul finale, dei freddi sospiri di flauto smorzano i toni, intrecciandosi con i pochi accordi di pianoforte, che poi esplode in una partitura solitaria dai sentori classicheggianti. Esotiche percussioni ed una sottile marcia sul rullante donano un ritmo andante all'assolo di pianoforte, che successivamente da vita ad un funambolico intreccio con il sintetizzatore. Ascoltiamo in silenzio questo saggio del Maestro Banks, che successivamente aggiunge anche i flauti ed altri suoni alieni rendendo ancora più maestosa la sua composizione. Le falangi corrono velocemente sui denti d'avorio, poi con un bel climax ci portano verso un brusco cambio di atmosfera. Phil Collins torna a cantare, stavolta con più grinta, seguendo una ritmica dispari ultra complicata. Si manifestano leggiadri coretti, che si librano nell'aria come impalpabili ectoplasmi. Gli accordi del pianoforte seguono i passi irregolari della sezione ritmica, fermandosi poi bruscamente. Rimane un avvolgente pad di mellotron a supportare gli ultimi colpi di coda del pianoforte. Ritorna la strofa, stavolta in una nuova veste che vede il mellotron protagonista, accompagnato da pochi accordi di pianoforte. Sinuosi glissati di basso annunciano l'ingresso della batteria, che ritorna con una ritmica più regolare. Nel bridge il Phil Collins versione drummer si limita a trillare i piatti, mettendo in luce la calda voce che duetta con il pianoforte e struggenti pad orchestrali. Un climax soffuso spalanca i cancelli al ritorno dell'inciso, che con la sua bellezza unica è capace di farci sognare ad occhi aperti. Nella parte finale, il ritornello si fa più grintoso, per poi terminare in maniera brusca. Pochi accordi di pianoforte accompagnano una triste partitura di flauto, che ci lascia presagire che siamo giunti al finale di questa bellissimo brano, che si candida come migliore del platter. Nelle ultime battute, Tony Banks va a chiudere con lo struggente intreccio fra pianoforte e flauti con il quale aveva aperto il brano. Nelle liriche, Tony Banks va a riprendere il filone onirico lanciato dal collega nella seconda traccia del platter, ma anche i mondi alternativi o paralleli tanto cari a Carlos Castaneda, ricollegandosi quindi anche alla traccia di apertura. Il protagonista è un fantomatico Uomo Luna, una sorta di supereroe del mondo onirico. Con molta probabilità, il nostro eroe deve il bizzarro nome al fatto del suo carattere lunatico e del suo instabile equilibrio mentale. Mentre l'appellativo di pazzo lo deve al fatto che vuole cimentarsi in un'ardua impresa, sfidando le rigide leggi della natura, quella di volare lontano, là dove nessun uomo era mai stato prima. Una volta partito in volo, la sua mente viene offuscata da strani miraggi che raffigurano deserti di sabbia, costringendolo ad un repentino atterraggio di emergenza. E qui, Tony Banks va a ripescare una vecchia idea dell'amico Steve Hackett, che per quello che poi diventò il capolavoro "The Lamb", basato sul viaggio allucinante di Rael partorito dal geniale Peter Gabriel, aveva in origine  ideato una trama basata sul "Il Piccolo Principe" dello scrittore aviatore francese Antoine De Saint-Exupéry, dove un pilota di aerei, precipita appunto nel deserto del Sahara. Ma le sabbie dove è atterrato l'Uomo Luna sono ben più insidiose di quelle del Sahara. Vagando spaesato fra le misteriose dune, il nostro eroe incontra Sandman, il fantomatico Uomo Sabbia, che sin dalla notte dei tempi terrorizza i bambini di gran parte del mondo. Spesso accostato all'Uomo Nero, nella leggenda comunque Sandman si limita a cospargere un po' di sabbia sugli occhi dei bambini, per farli entrare nel mondo dei sogni. Il fantomatico Uomo Sabbia lo informa che per sfuggire all'eterna prigionia delle sabbie del deserto, deve raggiungere un utopico punto fangoso nella piovosa città di Newcastle (?). La presenza di Mr. Sandman ci fa dedurre che il nostro protagonista stia sognando, aspetto che possiamo dedurre anche dalle innumerevoli licenze poetiche che sembrano essere smentite l'una dalla successiva, come ad esempio: "Was it summer when the river ran dry, Or was it just another dam. (Era estate quando il fiume si seccò, O era solo un'altra diga.)" o la più significativa: "Within the valley of shadowless death, they pray for thunderclouds and rain, but to the multitude who stand in the rain, Heaven is where the Sun shines. (Nella valle della morte senza ombra si prega invocando nuvole e pioggia, ma per la maggioranza che sta sotto l'acqua, il Paradiso è dove splende il Sole.)", versi che allo stesso tempo riflettono l'indole dell'essere umano che non si accontenta mai di ciò che ha. Alla fin fine, il folle Uomo Luna, rimarrà per sempre imprigionato nel suo mondo onirico, a sognare piogge e temporali.

Robbery, Assault and Battery

La successiva "Robbery, Assault and Battery (Rapina, Assalto e Percosse)" è un complicato brano dalle trame irridenti, che va a riprendere i riusciti esperimenti di "Get 'Em Out by Friday", "Harold The Barrel" e "The Battle of Epping Forest". Il brano, nato dalla collaborazione di Tony Banks e Phil Collins, fu usato come video promozionale dell'album, il primo in assoluto nella storia dei Genesis, dove Phil Collins indossava i panni di uno sconclusionato rapinatore, inseguito dal resto della banda nelle vesti di improbabili poliziotti. Il brano parte con un brioso sintetizzatore, accompagnato da colpi stoppati. Sembra di ascoltare la sigla di una vecchia serie tv anni '80. Dopo la nostalgica introduzione arriva la strofa, dove emerge una brillante ritmica reggaeggiante. La cavalcata sul charleston detta il ritmo, basso e gran cassa viaggiano di pari passo, scandendo chiaramente il tempo. Phil Collins segue la strada aperta dalle tastiere, con una misteriosa linea vocale. Nella seconda strofa la ritmica si fa più incisiva, fino ad arrivare al bridge, fra i più strani e sconclusionati composti dal combo albionico. Phil Collins agisce con grazia su tom tom e timpani, chitarra e tastiera danno vita ad un vischioso intreccio di note, dalle quale il nuovo frontman riesce a districarsi con abilità con una beffarda linea vocale, aprendo poi le porte all'inciso con un paio di cantilenanti "Forever (Per Sempre)". Viene fuori tutta l'anima rock che è in Steve Hackett, che spara una serie di acidi accordi distorti, che vanno all'unisono con basso e tastiera. Fra un accordo e l'altro, il nostro riesce a piazzare vorticosi fraseggi, eseguiti ad una velocità impressionante. La linea vocale del Cantante Londinese segue in maniera naturale il trascinate unisono degli strumenti. Breve stacco strumentale, con i fraseggi di chitarra che ricordano un jingle pubblicitario e poi ritorna la strofa. L'andamento andante trascina Phil Collins verso lo strambo bridge, seguito dal grintoso ritornello. Altro passaggio del jingle e poi Tony Banks ruba la scena con un funambolico assolo di tastiera, accompagnato con un'incredibile 7/4 da Phil Collins e da Mike Rutherford, che sparando una quantità industriale di note replica le scorribande del creativo Tastierista Dell' East Hoathly. Dopo una serie di fraseggi funambolici, il nostro passa a scenari più epici, per poi rifinire catturato dalla mania di autocelebratismo, con una serie di velocissimi passaggi sul synth, accompagnati dalla sezione ritmica con una serie di colpi stoppati. Un secondo sciame di note fugge dal synth, andando a formare un virtuoso intreccio di note. Dopo questa dimostrazione di tecnica e di esecuzione, Banks stende un affascinante tappeto di mellotron, mettendo in mostra le strabilianti scorribande della sezione ritmica. L'estroso Batterista Classe 1951 arricchisce la ritmica dispari con repentini filler che cadono sempre con precisione chirurgica, Mike Rutherford continua a liberare folti nugoli di note, che si librano nell'aria come uno sciame di api che vola all'impazzata in cerca della propria regina. Tony Banks libera un secondo assolo, assai più pacato, dall'aria sorniona, che in maniera leggiadra svolazza sul pad di mellotron. Bruscamente si paventa lo special, un martellante pianoforte segue la ritmica dispari, la linea vocale di Phil Collins viene ricamata da coretti vintage, poi improvvisamente, lo special se ne va come era venuto. Torna in scena Tony Banks, che apre scenari epici d'altri tempi, con un madrigaleggiante assolo di tastiera, che poi magicamente scompare, lasciando il campo al ritorno della strofa, che riporta le irridenti atmosfere assaporate ad inizio brano. Il bridge stavolta vien presentato in una versione a BPM raddoppiati, le scorribande sulle pelli dei tom tom assumono vesti tribali. Phil Collins si lascia guidare dai martellanti accordi di pianoforte, fino ad arrivare ad uno sconclusionato outro, dove i nostri eccedono nell'autocelebratismo. La ritmica folleggiante di Percussionista Di Londra viene impreziosita da una enorme quantità di note sparate a velocità incredibile dal basso di Mike Rutherford. Decisi accordi di pianoforte aprono la strada melodica ad un ossessivo intreccio vocale. I nostri corrono all'impazzata verso il gran finale, chiudendo poi in maniera scolastica un brano incredibile, che oltre a mettere in mostra una tecnica fuori dal comune, ostenta un songwriting più unico che raro. La prima parte del nostro "A Trick Of The Tail", il lato A per chi possiede il prestigioso vinile, ha visto le liriche trattare sempre argomenti che hanno a che fare con il mondo onirico, lasciandoci pensare ad un concept album. Ma non è così. Stavolta Tony Banks tira fuori delle liriche ispirandosi ai leggendari mini musical gabrielliani già citati all'inizio del track by track, ribadendo ulteriormente un ritorno alle origini. Come il suo maestro ha insegnato, Banks cerca di affrontare con ironia episodi drammatici, ironia accentuata dalle trame musicali, sempre allegre e brillanti in queste occasioni. Stavolta il protagonista è uno ostinato rapinatore senza scrupoli, che si muove furtivo come un ninja fra le tenebre, cercando di evitare le forze dell'ordine che presidiano la zona. Il suo obbiettivo è una cassaforte contenente un bel gruzzolo di preziosissimi diamanti. Colto sul fatto da un poliziotto, l'astuto lestofante si fa passare per il ragazzo delle pulizie, e mentre il poliziotto cerca di elaborare i dati, lo fredda con un colpo di pistola. Prima di esalare l'ultimo respiro, il poliziotto in maniera tragicomica recita: "You've done me wrong, It's the same old song forever. Robbery, Assault and Battery (Mi hai colpito, è sempre la stessa storia da sempre. Rapina, Assalto e Percosse", andando a riprendere il titolo del brano. In fretta e furia, lo scaltro ladro fa finire tutti i diamanti nel suo sacco, trovando lo spazio anche per alcuni mazzi di banconote. Ma preso dall'ingordigia, non si accorge che l'allarme era scattato, e in un batter d'occhio si ritrova circondato da una schiera di poliziotti con le armi spianate, che gli intimavano di venire fuori con le mani alzate (scusate la rima involontaria). La risposta del ladro fu un preciso colpo di pistola che freddò un altro agente, che passò a miglior vita recitando le medesime frasi del suo sfortunato collega. Preso dal panico, il ladro abbandonò il bottino e fuggì sui tetti. Mai e poi mai sarebbe voluto finire in prigione. Colti di sorpresa, i poliziotti lo ricoprirono di epiteti, sottolineando che spesso Dio e la buona sorte sono dalla parte dei malvagi. Con l'agilità di un funambolo, il ladro si dilegua nelle tenebre, giurando di tornare a terminare l'opera non appena avranno cambiato la combinazione della cassaforte. Durante la fuga, il furfante trova il tempo per immaginare che prima o poi non riuscirà a farla franca, finendo con le catene ai polsi e alle caviglie, progettando in maniera diabolica una sua pronta difesa quando dovrà paventarsi al cospetto di un giudice, dove in maniera beffarda dichiarerà: "Done me wrong - same old song - done me wrong (Mi avete colpito, è sempre la stessa storia da sempre)".

Ripples

Dopo questo, tremendo attacco sonoro, i nostri calmano le acque con "Ripples (Onde)", una ballata ancestrale composta da Rutherford e Banks, che punta molto sul mellifluo inciso, e dotata di una epica parte centrale. Phil Collins attacca insolitamente subito a cantare, accompagnato dalla chitarra a dodici corde, che lascia cadere una pioggia argentata di note, che vengono giù come luccicanti glitter. Si respirano le avvolgenti atmosfere dei vecchi album, quando i nostri sovente ricorrevano alla chitarra a dodici corde, poco sfruttata nel precedente "The Lamb". Le trame barocche accompagnano la voce cristallina e pacata del Nuovo Frontman. Mike Rutherford riempie con poche ma corpose note basse. Nell'effimero bridge, dove il brano sale leggermente, si paventa una dolce trama di pianoforte, che perdura anche nella strofa successiva, dando vito ad un delicato intreccio con le trame della chitarra a dodici corde. Con classe, in crescendo il Cantastorie Di Londra apre le porte all'inciso, il più sdolcinati e ruffiano scritto fino ad ora. Una celestiale linea vocale si fa largo fra le cullanti onde generate dagli strumenti. Al magico intreccio fra la chitarra ed il pianoforte, si aggiunge uno strumming acustico da spiaggia, che si tira dietro la melliflua linea vocale, di quelle che si incuneano prepotentemente nella tua mente, pronte ad essere ricanticchiate sotto la doccia. Breve stacco strumentale con una fiabesca partitura di pianoforte e ritorna la strofa. Steve Hackett continua a pizzicare suadentemente la chitarra a dodici corde, accompagnando il Cantastorie Di Londra. Ritorna il pianoforte a ricreare il magico intreccio con la chitarra acustica. Nella seconda strofa compare improvvisamente un fraseggio di basso, è il preludio al ritorno dell'inciso, infatti, al termine della strofa, che termina con un delicato crescendo, ritroviamo il fraseggio di basso, che apre le porte al ritornello e annuncia l'ingresso in campo della batteria. Con la sezione ritmica a pieno regime, il mieloso ritornello rende ancora di più, di quelli che in sede live provocano una improvvisa epidemia di accendini che ondeggiano lentamente a tempo di musica. Con filler ben assestati, Phil Collins enfatizza i momenti salienti dell'inciso, che stavolta viene proposto in una piacevole extended version. Ritroviamo il breve stacco strumentale, che va ad annunciare un tetro interludio strumentale. Tony Banks disegna trame arcane con il pianoforte, accompagnate da oscure fiammate di synth. Steve Hackett fa lamentare la sei corde, poi sopraggiungono pompose ed evocative trame di tastiera, che successivamente vanno ad intrecciarsi con i solenni fraseggi della sei corde. Phil Collins ritma con una frenetica corsa sul charleston, poi un climax dai sentori classicheggianti lo fa rientrare in gioco a pieno ritmo. Tony Banks sovrappone le epiche trame della tastiera con una funambolica fuga pianistica, Steve Hackett continua a far piangere la sei corde, dando vita ad un solenne interludio strumentale che lentamente ci porta verso il ritorno dell'inciso, che ci culla fino alla fine scomparendo lentamente in fader, come le onde del mare cullano una barca vuota alla deriva, fino a farla scomparire dalla nostra vista. Dopo una fugace apparizione nel mondo reale, si ritorna alle tematiche fantasy. La leggenda narra che in origine, che ci crediate o no, il brano aveva dovuto intitolarsi "Nipples (Capezzoli)", accompagnato da un testo osceno in Rammstein style che Mike Rutherford non ha mai avuto il coraggio di rendere pubblico, optando poi per delle liriche ben più romantiche e fiabesche, con alcuni riferimenti biblici e letterari. In effetti il testo si apre con delle affascinanti studentesse in divisa blu, con ammalianti occhi azzurri, che possono far perdere la testa ad un uomo. Leggendo questi primi versi, non è poi tanto difficile apprendere come si evolvesse il testo originale. Ma poi il nostro passa bruscamente ad una Terra Promessa, dove scorre il miele e ti guida, tenendoti per mano, frasi che potete ritrovare in parte riportate anche nel "Deuteronomio", il quinto libro della bibbia, dove vengono dettati i Dieci Comandamenti sul Monte Sinai. Ma per chi non scorge interpretazioni a sfondo religioso, il miele potrebbero essere semplicemente le avvenenti studentesse britanniche, che attirano gli uomini come il dolce alimento naturale attira le api, scomparendo poi lentamente come le onde si perdono a vista d'occhio nel blu dell'Oceano. Mike Rutherford in queste liriche dimostra avere una mente contorta quasi (e sottolineo quasi) quanto quella del Paroliere Di Chobham, andando a fondere i precedenti versi con una lapalissiana citazione tratta dall'opera teatrale "La Tragica Storia Del Dottor Faust" del drammaturgo e poeta britannico Christopher Marlowe, soprannominato Kit, vissuto nella seconda metà del 1500. Il dramma narra la storia di Faustus, che non appagato dalle sue vaste conoscenze scientifiche e teologiche, decide di avventurarsi nell'affascinante e pericoloso mondo della magia nera, invocando il Diavolo Mefistofele con il quale stipula un patto: Faustus avrà la conoscenza suprema ed i servizi del servo di Lucifero per ventiquattro anni, dopo i quali Lucifero stesso avrà la sua anima. Ma l'ingordigia di Faustus non si ferma qui. Lui desidera andare oltre, desidera anche il bacio dell'immortale bellezza greca: il bacio di Elena. Famoso è il verso con cui egli saluta l'apparizione dell'eroina greca, da lui evocata con le arti magiche: "Was this the face that launch'd a thousand ships? (Fu questo il volto che varò mille navi?), frasi che vanno a specchiarsi con quelle del testo di Rutherford che recitano: "The face that launched a thousand ships (Il volto che varò un centinaio di navi)". Ma a differenza di Marlowe, nelle liriche di Rutherford la bellezza di Elena non è eterna, ma viene corrosa dal tempo, affondando lentamente nelle profonde acque del mare. Il testo si chiude con una similitudine fra le onde del mare ed il tempo, le onde vanno dritte per la loro strada, non tornano mai indietro, andando a sottolineare l'ineluttabilità del tempo, e gli effetti irreversibili che ha sull'essere umano. E' quindi il tempo la chiave di volta di queste liriche, che in assoluto posso definire le più criptiche e complesse dell'intero album.

A Trick of the Tail

E siamo arrivati alla title track, una briosa composizione firmata Tony Banks, assolutamente la più banale del disco, che come "Squonk", ci lascia presagire l'incredibile metamorfosi musicale della band, che avverrà qualche anno più avanti. Nel brano traspariscono marcate influenze Beatlesiane, non per nulla, Banks ha da sempre dichiarato apertamente che il ritmo della canzone è appunto influenzato pesantemente da "Getting Better" dei Beatles. Il nostro per comporre "A Trick of the Tail (Il Trucco della Coda)" ha tratto l'ispirazione dal libro "The Inheritors" dello scrittore britannico William Golding, venuto alla ribalta con il celebre "Signore delle Mosche". Il brano, oltre che a essere celebre in quanto si tratta del primo singolo inciso con Phil Collins alla voce, vanta il primato di essere il primo videoclip ufficiale del combo albionico, dove grazie agli strabilianti effetti speciali (per l'epoca) un simpatico "MiniCollins" balza allegramente da uno strumento all'altro. Lo stesso Collins, ha poi di chiarato molti anni più avanti, che si tratta del video più imbarazzante della sua carriera. Tony Banks apre il brano con un'allegra marcia pianistica, ricamata da un ridondante tema di chitarra, che rievoca origini entomologiche. Phil Collins, oltra a ritmare con il charleston, segue con una ammaliante linea vocale la strada aperta Tony Banks, adagiandosi sui martellanti accordi del pianoforte a coda. I nostalgici coretti del bridge evidenziano ancora di più le influenze dei Fab Four. Il melodico ritornello punta molto sull'hook che si cela fra le ingegnose liriche, che in modalità scioglilingua recitano: "They've got no horns and they've got no tail. They don't even know of our existence (Non avevano corna e non avevano coda. Non sapevano neanche della nostra esistenza.). Ritorna la strofa, dove si paventano squittenti suoni alieni, seguita a ruota dal bridge Beatlesiano e dal ritornello, con cui iniziamo a famigliarizzare, apprezzandone i raffinati controcanti ed i sinuosi fraseggi di basso che si fanno largo fra gli allegri accordi del pianoforte a coda. Andando avanti incontriamo lo special, il protagonista è sempre il pianoforte, ma stavolta viene supportato da una ritmica incalzante che pompa fino ad arrivare ad un limbo che ci tiene sospesi nel vuoto. Ad eccezione di alcune carezze sul charleston, la batteria evapora, lasciando i compiti ritmici al solo Mike Rutherford, che disegna tortuosi arabeschi con le quattro corde. Tony Banks abbandona momentaneamente il pianoforte, accompagnando con un tappeto di organo Hammond e riprendendo il tema portante con il synth. La sognante linea vocale di Phil Collins viene ricamata da celestiali cori d'altri tempi. Successivamente il nostro torna a sedersi dietro al drum set, dando un po' di brio alla parte finale del lunghissimo special, che con un bel climax apre i cancelli al ritorno dell'inciso, seguito da uno stralunato breve interludio dai sentori alieni che anticipa la strofa. Il brano è sicuramente uno dei meno articolati composti dai Genesis, ed in maniera scolastica ritroviamo bridge e dal ritornello, seguiti dallo strano interludio dai sentori alieni, stavolta più prolungato, dove Tony Banks mette in mostra tutte le sue innumerevoli soluzioni offerte dalla sua nuova armata di sintetizzatori. Sul finale, mentre la musica evapora lentamente in fader, i nostri ci salutano con uno sciame di suoni che sembrano provenire da un altro mondo. Come accennato in precedenza, Tony Banks è stato ispirato dal libro di William Golding (premio Nobel per la letteratura), intitolato "The Inheritors", alla lettere "Gli Eredi", ma in Italia pubblicato con il titolo "Uomini Nudi", tanto per confermare l'insopportabile mania che vige nel Bel Paese di tradurre film o libri in maniera alquanto inverosimile ed inappropriata. Nel libro si narra la storia di uno degli ultimi gruppi di neandertaliani, e del loro fatale incontro con l'homo sapiens, sottolineando le differenze e l'impossibilità di qualsiasi contatto pacifico fra le due specie, nonostante infondo appartengano entrambe alla razza umana. Ma Tony Banks affronta il problema dello straniamento tramite un personaggio che non ha niente a che fare con i nostri primordiali antenati, disegnando una creatura luciferina simile ad un fauno, con una lunga coda a punta, che ritrovate prontamente in copertina. Annoiato della vita nel suo Mondo, la bizzarra creatura luciferina riesce a trovare un varco che lo catapulta nel Mondo dominato dagli esseri umani. Sia gli umani che le altre creature sostengono che il mondo reale sia il loro, e come se un umano piombasse in un mondo popolato da mostruose creature, anche il nostro simil-fauno rimane sbalordito di fronte agli esseri umani. Come canta Phil Collins nel simpatico ritornello, la creatura trova strano che gli umani non siano provvisti di un bel paio di corna e di una comoda coda e soprattutto non erano a conoscenza dell'esistenza di altre specie come la sua, considerandolo alquanto bizzarro e pericoloso. Ovviamente accade l'inevitabile, dettato dall'incapacità dell'essere umano di accettare le diversità. Gli umani catturano la povera creatura sorprendentemente in possesso del dono della parola, venuta in segno di pace, e la rinchiudono in una gabbia, mettendola a disposizione del curioso pubblico, come uno dei tanti fenomeni da baraccone che popolavano i circhi degli anni settanta. Sorpresi dal fatto che la creatura sapesse parlare, lo punzecchiavano facendogli ripetere allo sfinimento la sua storia. Ad un certo punto, la creatura aliena riesce a fuggire dalla gabbia, e afferrando un uomo, lo convince a seguirlo assieme ad altri suoi simili nel suo mondo, dove troveranno la bramata città dell'oro. Ora la narrazione si sposta dalla prospettiva degli esseri umani, che dopo un lungo e tortuoso percorso arrivano in cima ad una vetta. Ma arrivati nel mondo delle creature aliene, la città dell'oro si rivelerà una mera illusione, scomparendo magicamente e lasciando di sasso gli esseri umani, che avevano già pregustato un ricco profitto. Quindi, le chiavi di volta di questo brano sono l'avidità dell'essere umano e l'illusione, temi che possiamo ritrovare nel brano "Robbery, Assault and Battery" (l'avidità del ladro e la sua illusione di farla franca).

Los Endos

E siamo arrivasti al brano di chiusura, intitolato "Los Endos (La Fine)" una sorta di omaggio allo stile di Carlos Santana, come ha sempre dichiarato apertamente la band. In maniera scherzosa, i nostri hanno arricchito l'omaggio al celebre chitarrista messicano con il titolo in finto spagnolo storpiando le parole the end con le classiche "S" finali che tutti aggiungono quando si improvvisano provetti spagnoli. Si tratta di una vera e propria jam session, dove i nostri si lasciano prendere da maniacali crisi di autocelebratismo, riprendendo nella seconda parte alcuni temi di "Dance on a Volcano" e "Squonk". In vero, originariamente il brano si intitolava "It's Yourself (Sii Te Stesso)" ed era nato come una classica canzone cantata, corredata da un avvolgente finale strumentale dalle atmosfere mistiche, che in parte ritroviamo all'inizio della nostra canzone. Con il tempo, durante le prove, questa coda strumentale venne ulteriormente sviluppata degenerando in una vorticosa jam session, dove Phil Collins si divertiva con un massiccio uso delle percussioni. Alla fin fine, le improvvisazioni strumentali raggiunsero una identità così convincente che i Genesis decisero di recidere la prima parte cantata e far diventare il brano solo strumentale. Comunque sia, in futuro, i nostri tireranno fuori nuovamente la versione originale di "It's Yourself", inserendola come B side del singolo "Your Own Special Way" estratto dal prossimo "Wind & Wuthering". Il brano vien aperto da rilassanti suoni di tastiera e chitarra che si intrecciano fra di loro, rievocando mistiche trame dai sentori ambient. Quando ci assopiamo, ipnotizzati dalla rilassante atmosfera da tempio buddista, irrompe bruscamente Mike Rutherford, con una dirompente cavalcata sulle quattro corde, accompagnata con ritmiche tribali da un indemoniato Phil Collins. Tony Banks spara una arcana progressione di accordi con la tastiera, mentre Steve Hackett sembra fare capitolo a parte, disegnando funamboliche trame con la sei corde. La ritmica forsennata di Phil Collins, che compie vere e proprie magie sul ride, ci fa respirare le lisergiche atmosfere dei primi anni settanta. Dopo un brusco stop, il brano sembra indirizzarsi verso la fine, ma dalle ceneri di un pad di mellotron risorge come una fenice un epico tema di tastiera, che richiama tutti all'appello. Stavolta la ritmica è più calma e umana, ma poi come prima, quando ci facciamo trasportare delle evocative trame della tastiera, i nostri improvvisamente danno nuovamente in escandescenza, riproponendoci l'indemoniato wall of sound sentito nei primi minuti del brano. Breve stacco con un festoso riff di tastiera e poi i nostri tornano ad improvvisare, seguendo la strada aperta da Tony Banks. Altro falso finale, poi timidamente Steve Hackett attacca con l'introduzione di "Dance on a Volcano", andando a chiudere il cerchio dell'album, riproponendola però in una versione assai meno aggressiva, con un inquietante pad di canti gregoriani in evidenza. Andando avanti incontriamo un'angosciante marcia funebre che non sfigurerebbe in una vecchia pellicola di G.A. Romero, a fare da colonna sonora alla caracollante ed inesorabile marcia di un'orda di famelici zombi. Con classe i nostri attaccano il tema di "Squonk", passando ad atmosfere lontane anni luce con tutto quello ascoltato fino adesso, diverse come il giorno dalla notte, ma che come le due fasi si fondono insieme alla perfezione nel momento in cui il primo finisce e nasce la seconda. Fra le epiche trame di tastiera, possiamo percepire un lontanissimo Phil Collins che recita alcuni versi tratti dalla parte finale di "Supper's Ready", per la precisione: "There's An Angel Standing In The Sun (C'è Un Angelo Alla Luce Del Sole)" e "Free To Get Back Home (Siamo Stati Alla Fine Liberati Per Tornare A Casa)", dove possiamo scorgere un velato e polemico messaggio lanciato a Peter Gabriel, spesso affiancato alla figura dell'angelo. Sempre sulla base del riff di tastiera di "Squonk", Steve Hackett inizia un lancinante assolo di chitarra. Mentre la musica evapora lentamente in fader, Phil Collins recita per l'ultima volta i versi tratti da "Supper Ready", chiudendo l'album con un chiaro richiamo al passato.

Conclusioni

Per la stampa i Genesis erano Peter Gabriel, e viceversa, ma nonostante gli innumerevoli necrologi che portavano il nome Genesis sulla maggior parte delle testate giornalistiche, i nostri, rimboccandosi le maniche, dimostrarono che non erano poi proprio così Gabriel dipendenti come la gente credeva, tirando fuori un grande album, che pur privo della magica alchimia che regnava all'interno dall'ormai ex quintetto, non ha nulla da invidiare ai capolavori del passato, tanto, per esempio, da mettere in luce molteplici sinergie con il capolavoro "Selling England By The Pound". Entrambi hanno otto tracce, le tracce di apertura si somigliano nel titolo ("Dancing With The Moonlight Night" e "Dance On A Volcano"), le tracce conclusive ripropongono entrambe temi musicali portanti di quelle iniziali, dando un senso di ridondanza circolare agli album. Possono essere pure e semplici coincidenze, ma conoscendo a fondo i Genesis, non ci giurerei. Non dimentichiamoci poi del gradito cameo di alcuni versi tratti dall'immensa "Supper Ready", con i quali Phil Collins suggella l'album con un chiaro messaggio di un ritorno alle origini ed uno più velato rivolto a Peter Gabriel. Con sorpresa degli stessi Genesis, "A Trick Of The Tail" è riuscito a vendere più di ogni precedente album, raggiungendo una dignitosa posizione n ° 3 nelle classifiche degli album più venduti del Regno Unito, dove è rimasto in classifica per ben 39 settimane consecutive, e il n ° 31 nelle chart degli Stati Uniti (un record per la band), oltre ad ottenere la preziosa certificazione di disco d'oro nel Regno Unito nel Giugno del 1976. Durante il volgere dell'album, Phil Collins si è ben destreggiato nel doppio ruolo di batterista cantante. Il nostro, intelligentemente non si sforza di somigliare il più possibile a Peter Gabriel, interpretando alla sua maniera i brani, mentre dietro al drum set è il solito funambolo che tira fuori ritmiche dispari talvolta difficili da comprendere, dando una piacevole anima jazz-rock all'album. Rimasto orfano del compagno di scuola, Tony Banks è sempre di più l'anima della band (mette mano su tutte le composizioni del platter). Impreziosendo la sua attrezzatura con innovativi sintetizzatori, riesce a colmare l'assenza di un flauto, mentre sono memorabili alcune partiture di pianoforte e le scorribande in solitario. Steve Hackett e Mike Rutherford, come al solito ci deliziano con i loro magici intrecci con gli strumenti a corda, tornando spesso alla chitarra a dodici corde, rimasta forse troppo in disuso sul precedente doppio concept album datato 1974. Il quartetto albionico oltre a metter in mostra l'ormai consueta abilità tecnica ed un ottimo songwriting, si disimpegna egregiamente anche con la penna, con un ritorno alle tematiche fantasy, superando l'esame con successo. "A Trick Of The Tail" è stato registrato fra l'ottobre ed il Novembre presso i Trident Studios di Londra, avvalendosi della collaborazione di David Hentschel in fase di produzione, dando vita ad un prodotto dalle sonorità raffinate e cristalline, che grazie anche ai progressi tecnologici, è qualitativamente superiore a tutti i suoi predecessori in quanto a qualità di suoni. Sempre distribuito dalla label Charisma, è venuto alla luce il 2 Febbraio del 1976. L'artwork dell'album è opera dell'artista free lance Colin Elgie, all'epoca collaboratore del noto studio Hipgnosis, che aveva già realizzato la copertina dell'album precedente. Ma stavolta, invece di suggestive foto, in copertina troviamo un disegno, dallo stile grafico patinato e vintage, raffigurante su uno sfondo in giallo invecchiato, una carrellata  di tutti i personaggi che abbiamo incontrato nelle liriche dell'album, dove spiccano il ladro che perde il malloppo, la luciferina creatura della title track e l'infermiera con la parcella salta in mano, nonché l'orripilante Squonk, a dire il vero qui meno orribile di quello descritto da William T. Cox , molto simile ad un ratto piangente anche se di dimensioni innaturali. Varia ancora una volta il logo, stavolta proposto in un font che ricorda molto il "Broadway" che trovate su "Word", in una variante meno stilizzata e più rotondeggiante, dove subito sotto troviamo il titolo, in un affascinate corsivo d'altri tempi. Tirando le somme, "A Trick Of The Tail" è un grande album, dove i nostri sottolineano che il funerale della band tanto osannato dalla stampa dopo la dolorosa dipartita di Peter Gabriel, è rimandato a data da destinarsi. Un album consigliato vivamente ai gabrielliani con i paraocchi, che con sorpresa troveranno una band ancora in gran spolvero, ma soprattutto a chi si vuole avvicinarsi timidamente ai Genesis, senza passare dalla fin troppo facile ma inveritiera strada degli anni '80. Con questo album assaporeranno ancora i Genesis della prog era, in una versione meno criptica e ben più accessibile per chi non è avvezzo alle magiche sinfonie del progressive rock degli anni '70.

1) Dance On A Volcano
2) Entangled
3) Squonk
4) Mad Man Moon
5) Robbery, Assault and Battery
6) Ripples
7) A Trick of the Tail
8) Los Endos
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