GAME ZERO

W.A.R.

2020 - Art Gates Records

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
29/02/2020
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

La recensione che vi apprestate a leggere è incentrata su una realtà italiana che potremmo definire emergente, anche se in circolazione già da qualche anno e per questo ha maturato una certa esperienza. Sto parlando dei Game Zero, di cui analizzeremo la loro ultima fatica: "W.A.R. - We Are Right". La band si forma nel 2013, ma soltanto nel 2015 i ragazzi riescono a portare alla luce il loro primo album, intitolato "Rise", e licenziato dalla Agoge Records. Già da questo primo vagito, però, i Game Zero riescono a far parlare di loro e a tagliare alcuni traguardi. In effetti, "The City With No Ends", loro primo singolo, riesce a diventare parte della colonna sonora di East End, film di animazione uscito nel 2017 che è riuscito ad ottenere l'attenzione addirittura del Festival di Cannes, e quindi anche la canzone ha avuto una bella opportunità di farsi sentire, oltre che guardare, visto che il video ufficiale del pezzo ottiene riconoscimenti importanti nei Festival Internazionali di Miami e Los Angeles, arrivando anche finalista nella categoria "Best Music Video". Siamo molto lontani dall'Italia e anche dal panorama Metal, ma decisamente non male per una band emergente. In questi anni i Game Zero hanno fatto diverse esperienze dal vivo, e sono riusciti a farle anche in occasioni non proprio di poco conto, già con il loro primo tour europeo condividono il palco con Sabaton ed Equilibrium, band di caratura internazionale (i primi soprattutto), e nel 2018 partecipano anche al Faine Misto Festival in Ucraina, al fianco di Tarja Turunen, The Rasmus, Amaranthe ed altri. È sempre in Ucraina, ma anche in Bielorussia e Lettonia, che nel 2019 la band apre i concerti degli Amorphis, altra band di grande importanza. Dunque, ci avviciniamo sempre di più alla data d'uscita di questo "W.A.R.". In questo lasso di tempo va aggiunto che la band compie un cambio di etichetta, passando dalla Agoge Records alla spagnola Art Gates Records. Inoltre, prima di addentrarci per bene all'interno del nuovo disco, nominiamo i membri della band: alla voce e alla chitarra ritmica abbiamo Mark Wright, alla chitarra solista, invece, abbiamo Alex Incubus, al basso Acey Guns e alla batteria Dave J.. "W.A.R." è un album composto da dodici canzoni (proprio come il debutto), dove troviamo una strumentale e una cover dei Simple Minds, pubblicata come singolo il 31 gennaio. Lo stile è un Heavy Metal dalle tinte moderne e dalle sfumature Hard Rock, quindi scordatevi le cavalcate, le galoppate e i viaggi epici, qui siamo alle prese con brani che hanno l'ossatura in riff molto potenti, rocciosi e dal suono pulitissimo. Niente di esageratamente pesante, ovviamente, anche perché il tutto è condito dalla presenza costante di una ricca melodia, la quale, possiamo dire, domina ogni singolo brano. Questo non è un problema, anzi, spesso si possono apprezzare spunti melodici molto interessanti e piuttosto piacevoli, soprattutto nei ritornelli. Anche la voce del cantante è ben lontana da quella tipicamente Heavy, quindi anche qui scordatevi vocalizzi acuti e prestazioni teatrali, visto che la voce si assesta su lidi più robusti e quasi in linea con quanto proposto dalle chitarre, con un pizzico di aggressività che però non sfocia mai nella rabbia gratuita e riesce ad essere in linea anche con tutti gli spunti orecchiabili presenti nell'album. A questo punto scendiamo nel dettaglio delle singole tracce.

We Are Right

Il disco si apre con delle linee vocali molto accattivanti e leggermente filtrate, come se provenissero da un telefono: è la title-track "We Are Right". La band ci mette subito davanti una porzione del ritornello, ma è ancora presto per apprezzarlo in toto, quindi ecco che un riff molto roccioso interrompe tutto come una colata lavica e il brano riesce così a liberarsi, partiendo ad una velocità più sostenuta. La batteria picchia e le chitarre sono in fermento, ma anche le linee vocali non scherzano, con il loro incedere deciso e aggressivo e con voci in sottofondo dure che non fanno altro che aumentare la dose di adrenalina. Sembra quasi che la band abbia indicato una ragazza tra il pubblico e si stia rivolgendo a lei direttamente, come se improvvisamente la luce puntasse su di lei mentre tutto intorno è buio: "Dai ragazza! Parla con loro, che dicono? Stanno dicendo la verità, trova la loro via, dai un'occhiata. Siamo semplicemente bellissimi, non credi? Siamo incredibili, sì è così!" A questo punto la musica si fa più cadenzata di prima, i riff più lenti e la batteria leggermente più monolitica, tutto resta comunque piuttosto potente e pronto per spianare la strada a quei versi che abbiamo ascoltato ad inizio pezzo. Il ritornello è qui ed è anche coinvolgente, semplice e breve ma coinvolgente, uno di quei ritornelli che entrano in testa solo dopo un ascolto. In ogni caso, la band decide di non abusare di questa qualità e di non ripeterlo per due volte di fila, e la cosa si sarebbe anche potuta fare vista la brevità dello stesso, ma decide al contrario di ripartire con velocità e potenza, non lasciando scampo alla ragazza che per un attimo si era sentita sotto i riflettori. In realtà è ancora lì, la luce la punta di nuovo e la band sembra quasi stupirsi di questo, ma lei non si è lasciata atterrire ed è rimasta ferma alla transenna. Allora la voce di Mark Wright con le arrabbiate voci in sottofondo sembrano quasi volerla mettere ancora alla prova: "Non credi? Non lo sai? Che siamo infallibili, incorruttibili, così fottutamente potenti!". La strofa presto si trasforma in una chiara dichiarazione di intenti che ci fa vedere una band decisa a spaccare tutto. Come da copione, la corsa si ferma e diventa una sorta di marcia in cui il breve ritornello può fare nuovamente la sua comparsa, ma ora la ragazza lo canta insieme a tutti gli altri, con il pugno al cielo. Ormai non c'è scampo, e l'assolo riporta il brano su ritmiche leggermente più veloci, le quali si stemperano improvvisamente quando il cantante ripete i versi del ritornello in un modo cauto e quasi sussurrato, ma è soltanto un momento in cui può prendere il respiro per ripartire con le ultime ripetizioni del refrain che ci accompagnano fino alla fine del brano. Ripetizioni del ritornello che questa volta sono anche impreziosite da bei cori che fanno tanto Hard'n'Heavy anni '80. Un gran bel inizio.

Goodbye

"Goodbye" attacca con tutt'altra atmosfera, visto che a darci il benvenuto è un riff ruvido e dal groove piuttosto marcato, al quale però non fa seguito un pezzo cadenzato e pesante come ci si potrebbe aspettare. Infatti, la band riesce a trattenersi dall'esplodere verso uno sfogo di potenza e dà vita ad una prima strofa abbastanza calma, ma che se andiamo a vedere bene è carica di risentimento e rabbia repressa. La chitarra in sottofondo suona note dissonanti e minacciose, la batteria si fa sentire con dei colpi leggeri, la voce è quasi sussurrata ma in un certo modo anche feroce. La seconda parte della strofa, però, comincia a togliere le briglie alla band, la quale può cominciare a sfogarsi, ed ecco che allora gli strumenti menzionati prima si fanno sentire di più: la chitarra abbandona le brevi melodie e torna a ruggire, la batteria pesta decisamente di più e la voce decide di non sussurrare più ma di far sentire tutta la sua rabbia. Il testo ci aiuta molto nel capire questo climax, visto che è chiaramente arrabbiato e sembra parlare di una situazione che molti hanno vissuto, ovvero la rottura con la propria compagna. La rottura raccontata qui non è però una rottura pacifica, la ragazza in questione sembra essere quasi un parassita, una di quelle persone nocive che fanno solo male e che vogliono controllare tutto: "Sì lo so, mi hai detto che è meglio non credere, ora so che sono troppo forte per accettare l'ipocrisia". Come si può leggere nelle ultime parole, però, c'è un deciso moto di ribellione che porta al distaccamento e alla liberazione, e questo è evidente anche nella musica, visto che il climax continua e sfocia molto bene nel ritornello, il quale è il punto di arrivo vero e proprio, con la sua accelerazione in doppia cassa e le linee vocali piene di energia e molto orecchiabili. È un addio dato con molta gioia, è un addio che ricorda quasi certe sonorità dei Rage. Nella seconda strofa ci viene ancora raccontata la storia di questa relazione nociva, nella quale l'oggetto della condanna ci viene mostrato come una di quelle persone che pensano che tutto sia dovuto e che tutto giri intorno a loro, mentre gli altri sono soltanto dei servi che non hanno né individualità né sogni: "Sì lo sai, fino a ieri ero lì per te, e lo so, tu pensavi che io non avessi niente di meglio da fare, e lo so, stai anche succhiando tutti i miei sogni". Un vero parassita da cui liberarsi in fretta. Ecco allora che il la progressione verso sonorità sempre più marcate e dure trova ancora una volta lo sfogo naturale nel refrain, che risulta particolarmente riuscito anche grazie a quest'innalzamento graduale dei toni che porta alla sua esplosione. Improvvisamente, però, la canzone cambia totalmente faccia e si trasforma in una ballata acustica, come per raccontare il momento drammatico di una coppia che si spezza, ma sembra piuttosto una parodia di una ballata triste, visto che in realtà c'è solo che da gioire. Infatti la canzone riparte piena di energie con il consueto ritornello, che va anche a chiudere il pezzo.

You've Got To Move On

Anche "You've Got To Move On" si evolve in modo abbastanza cupo e guardingo, ma non ci lascia nell'attesa di capire cosa succederà perché entriamo subito nel vivo con la prima strofa, la quale è piuttosto cadenzata e grave. La voce, come nella traccia precedente inizia con tonalità abbastanza basse e quasi parlate, ma si alza sempre di più, soprattutto quando arriva la seconda strofa, e pare che la batteria diventi sempre più potente e decisa. Fin qui, con le prime due strofe, il pezzo ha tutta l'aria di essere una sorta di riflessione sul passato, forse su cose da dimenticare, e di conseguenza su cosa fare per superare tutto e andare avanti: "Devi andare avanti, non pensare a ieri. Sai che vai avanti quando ti senti leggero e coraggioso, e se vai avanti c'è qualcosa che puoi rompere". La presa di coscienza sembra farsi sempre di più voglia di sfondare e di voltare pagina. Ma ecco che, al contrario del pezzo precedente, il ritornello non è l'apice di un climax positivo, ma sembra gettare l'Io del brano nei dubbi esistenziali, e quindi è come se i momenti di riscossa che si trovano nelle prime due strofe non valgono più niente. Le sonorità del ritornello sono molto melodiche e orecchiabili, ma hanno un retrogusto drammatico che ben si sposa con quanto detto finora, e sembra anche palesarsi la presenza di una persona che manca, forse quella che deve essere dimenticata per andare avanti? In ogni caso, le velleità melodiche e ariose vengono spazzate via dall'incedere cadenzato e roccioso del prosieguo del pezzo. Questa coppia di strofa suona anche più decisa e spavalda della prima grazie a delle chitarre più vivaci (anche rispettando il ritmo cadenzato del pezzo), ma soprattutto grazie alla voce di Mark Wright, che canta davvero come se non gliene fregasse più niente dell'opinione degli altri e avesse deciso finalmente di voltare pagina per seguire la propria strada: "Sono il padrone dei miei giorni, perché voglio la mia volontà, il mio orgoglio, il mio guadagno!". Nuovamente, però, il ritornello, con la sua carica più emotiva e drammatica viene a ridimensionare tutto l'orgoglio ritrovato, ma ha almeno il pregio di essere particolarmente riuscito. Questa carica emotiva si trascina avanti fino ad un momento in cui l'energia del pezzo sembra svanire per lasciare spazio ad un momento molto bello in cui tutto si fa delicato e crepuscolare: via i riff rocciosi quindi, meglio un suono più sensuale e pulito, via anche la batteria che pesta, meglio tenere il tempo in modo più "soffice"; c'è anche un bel fischio in sottofondo, un piccolo dettaglio che però rende tutto più piacevole. Il momento è altamente riflessivo, è come se ci fossero delle candele tutto intorno, la cui fiamma, che era l'unica cosa a fare luce nell'ambiente e nella mente del dubbioso, si spegne con l'arrivo delle ritmiche più potenti e del ritornello che vanno a chiudere il brano. Riusciremo ad andare avanti?

Don't You (Forget About Me)

Forse non tutti riescono ad andare avanti, ma l'album lo fa e ci porta ad un pezzo che un po' spiazza. Non perché sia strano o perché abbia delle particolarità stilistiche, ma perché è una cover. Stiamo parlando di un pezzo famosissimo, uno dei pezzi più popolari degli anni '80, ovvero "Don't You (Forget About Me)" dei Simple Minds. Qui il titolo è abbreviato in "Don't you", ma comunque la sostanza è quella. Il pezzo originale risale al 1985 e fu scritto da Keith Forsey e Steve Schiff per il film Breakfast Club e poi proposto alla band scozzese, che lo fece diventare un successo. Curiosamente, il brano era stato anche proposto ad artisti come Billy Idol e The Pretenders, i quali però rifiutarono. Chissà se uno di loro avesse accettato cosa sarebbe successo, se il brano sarebbe diventato lo stesso un successo mondiale. Non lo sapremo mai, quello che sappiamo è che i Game Zero decidono di farne una cover e azzardatamente messa in quarta posizione nella scaletta. Ovviamente lo stile è più duro e metallico, con una sezione ritmica possente e quindi lontanissima dalla delicatezza carezzevole del brano originale. Questo è un elemento positivo, poiché penso che le cover, rifatte identiche alle originali, non abbiano molto senso, mentre sono apprezzabili quelle che, al contrario, riescono a coniugare lo stile di partenza con lo stile di arrivo. Nel nostro caso il brano acquista delle sfumature tipiche di quei pezzi Hard Rock fatti per far cantare tutti, ma non riesce comunque a prendere più di tanto, forse perché è un brano fin troppo inflazionato, ascoltato davvero ovunque e in ogni contesto, o forse perché in alcuni momenti sembra un po' piatto. Fatto che sta vien voglia di skippare per gettarsi tra le braccia dei pezzi inediti. Mettere una cover ad album appena iniziato è alquanto rischioso.

Believe

Torniamo ai Game Zero veri e propri con "Believe", un brano con dei riff che all'inizio sembrano filtrati e lontani, ma che in un attimo ci travolgono con il loro andamento terremotante. Tuttavia, dopo questa fugace ma potente progressione, la canzone si trasforma e le chitarre sfornano degli accordi decisamente più delicati e dal suono levigato, con la batteria che si limita a tenere un ritmo abbastanza pacato per stare in linea con il suono generale e con la voce cauta del cantante che ci porta verso un'altra riflessione. Anche stavolta la riflessione sembra riguardare un altro da sé, un qualcuno che si prenda cura di noi e che non voglia accusarci, ma solo aiutarci a vedere meglio. Improvvisamente il pezzo si fa più duro e ruggente, e il ritornello fa la sua comparsa con il suo stile melodico ma che non rinuncia ad un'ossatura stabile e robusta. I versi del ritornello ci svelano chi è quel qualcuno: "E quello sono io, allora vivo e amo se lo faccio per me stesso". Forse è un modo per dire che una volta trovati sé stessi si può essere liberi di vivere appieno la vita, oppure, è questa è un'altra cosa che mi è venuta in mente, chi parla nel ritornello è l'altro che accorre in aiuto dell'Io che si trova nelle strofe. Una sorta di dialogo, dunque, ma penso di propendere per la prima teoria, quella dell'autoriflessione. I riff tornano a ruggire non appena il refrain termina e si trascinano con decisione per qualche momento, prima di sparire nuovamente dietro il lato più pacato della traccia. Tutta la musica si stempera nuovamente e ci ritroviamo ancora una volta a riflettere insieme a Mark Wright, ma stavolta è una riflessione positiva, con una strofa che ci porta ad una sorta di lieto fine in cui anche la musica sembra partecipare al movimento verso l'alto e la positività: "è così bello sentire quando il tuo cuore si squaglia, e ora che capisco chi mi può amare". È sempre un altro che può amare chi pronuncia questi versi? Il ritornello, però, ci risponde ancora una volta che quella persona altri non è che "me stesso", e quindi, se la lettura è giusta, stiamo assistendo ad una specie di ritrovato amore per sé stessi, dal quale poi possono scaturire altre cose positive. Comunque, anche questo ritornello è particolarmente riuscito ed orecchiabile, ed è tra quelli che più di tutti mi ricordano certi Rage meno Power. L'assolo che segue riesce a muoversi agilmente tra uno stile più Rock e uno più Metal, ed è uno dei miei preferiti dell'album, forse un po' troppo breve, ma comunque più che piacevole. A questo segue una strofa che a tratti riprende le sonorità di quelle già sentite, ma nasconde un'anima più energica e vogliosa di rinascita, grazie soprattutto alla voce di Wright che canta con decisione: "se riesci a credermi allora forse puoi sentirti libero, se riesci credere, se riesci a credere". Tutto ovviamente sfocia nel ritornello, che a questo punto è diventato particolarmente cantabile e ci accompagna con qualche ripetizione fino al finale del pezzo, che viene chiuso definitivamente da chitarre ruggenti.

The Ghost

Arriviamo a questo punto ad un momento di respiro, ovvero alla breve strumentale "The Ghost", che ci fa prendere un attimo di pausa con la sua atmosfera pacata e crepuscolare. I suoni infatti sono molto dolci e delicati, la batteria non è più rocciosa, così come la chitarra non è ruggente. Sembra quasi di sentire un'altra band, sembra quasi di sentire un brano scritto per una colonna sonora, con quelle tastiere evanescenti in sottofondo e quel ritmo quasi ossessivo, viene quasi in mente un pezzo di musica elettronica. Molto breve ma anche molto piacevole, il fantasma del titolo neanche ci fa paura, anzi, è una presenza rassicurante.

Compromise

Dopo un pezzo così rassicurante e rilassante arriviamo ad uno dei riff più monolitici e duri dell'intero album con il brano "Compromise". Prima, però, vi è un'introduzione acustica che sembra legarsi direttamente alla strumentale precedente, e questo potrebbe farci pensare ad un pezzo sulla stessa lunghezza d'onda, invece ecco che all'improvviso, come un tuono che ci fa vibrare i timpani quando meno ce lo aspettiamo, fanno la loro comparsa le chitarre con i loro accordi gravi, mentre in sottofondo una melodia chitarristica che è quasi una nenia inquietante avvolge il tutto. Niente fantasmi però, qui il vero spettro è quello di una vita non vissuta appieno, e il cantante ce lo racconta con quel suo modo misterioso e leggermente sussurrato, una specie di grillo parlante, una sorta di auto-coscienza che ci mette in guardia cercando di indirizzarci verso la giusta direzione: "Se non riesci a guidare la tua vita significa che lo sta facendo qualcun altro, se non vuoi guidarla sicuramente perderai la testa". Con questa strofa le ritmiche sono meno prorompenti, ma le chitarre sono sempre lì in agguato, e con la seconda strofa le cose si fanno leggermente più veloci e le linee vocali più agili e fluide, come se la coscienza volesse essere ancora più invadente, cercando però di fare la sua parte e incalzandoci con domande e riflessioni. Il modo in cui la coscienza si rivolge a noi è quasi fastidioso, ma con il ritornello la musica cambia del tutto, rendendosi decisamente più melodica ariosa (senza però perdere di forza), e quindi è come se la stessa coscienza ci mettesse una mano sulla spalla dicendoci in modo meno perentorio di prima di essere noi stessi e di non scendere mai a compromessi. Dopodiché la voce del cantante torna ad essere più sussurrata di prima, e per un attimo svaniscono anche i riff rocciosi, ma non può essere così davvero, la coscienza non può essere semplicemente svanita. In effetti, i riff riappaiono seguendo la solita ritmica cadenzata e rocciosa che poi si trasforma, come da copione, nella strofa più incalzante che abbiamo già visto prima e che, proprio come prima, risulta più perentoria e dura anche sul lato lirico: "Puoi fare le tue scelte conoscendo la verità? Puoi prendere decisioni se sei uno sciocco? Qualsiasi sia il tuo intento, con gli occhi bene aperti, non puoi vivere se sei morto dentro". Il ritornello però fa nuovamente la sua parte nello stemperare i toni e ci guida verso una breve progressione tutta dedicata ai riff che purtroppo non sfocia in un assolo ma ci porta nuovamente allo stesso refrain che non è male, anche se non è neanche brillante, e ce lo portiamo fino agli ultimi secondi del pezzo.

The Stranger

Nessun preambolo, nessuna introduzione acustica per "The Stranger", la quale inizia subito con i soliti riff duri e inscalfibili. Niente male, il problema sta nel fatto che dopo quest'introduzione c'è l'ennesimo abbassamento di toni con i riff che si stemperano, la batteria che rallenta e si ammorbidisce e la voce simil-sussurrante. Un espediente che è già stato usato in più di qualche brano e che quindi arrivati a questo punto non fa più lo stesso effetto e rischia anche di annoiare. Per fortuna che un ritornello brioso e pieno di energia riesce a sollevare la situazione, visto che è anche abbastanza veloce e questo lo fa contrastare con tutto il resto e, diciamocelo, anche risaltare. Il testo sembra possedere ancora una volta quella sfumatura esistenziale che è presente in quasi ogni brano dell'album: "Puoi salvarmi se non lo vuoi? Puoi aiutarmi?". La strofa che segue, sempre relativamente morbida e soffusa, fa pensare però a qualcosa di diverso dai dubbi esistenziale o dai rapporti interpersonali, e lo fa perché i versi risultano piuttosto criptici: "Non mi hanno detto la verità, quindi io la nasconderò a mia volta. Ho saputo tutto, ho vissuto ovunque, tu sei chi avrebbe dovuto uccidermi". Non so voi ma io ho pensato ad una sorta di spy story. Forse non è quello che aveva in mente la band, con questa figura particolare dell'estraneo che non viene mai spiegata per bene, ma leggendo questi versi è ciò che mi è venuto in mente. Eventuali suggerimenti sono ben accetti. L'unica certezza sta nel refrain, che porta un po' di grinta con la batteria più viva e le chitarre più frizzanti. Una bella trovata sta a metà pezzo, dove sulle solite ritmiche lente si inseriscono delle voci in sottofondo a mo' di cori epici e dal retrogusto sacro che risultano piuttosto inaspettati in questo contesto ma che danno quel tocco in più ad un brano che forse non era partito col piede giusto. I cori salgono sempre di più, prendono il cantante in braccio e lo fanno emergere fino a che possa cantare liberamente il ritornello, che a conti fatti è uno dei migliori dell'album e non ci dispiace affatto gustarcelo fino alla fine del pezzo. Insomma, i dubbi iniziali sono svaniti e anche questo brano ci piace, però è anche vero che sì, preso da solo è un bel pezzo, ma visto nell'economia dell'album, dove alcuni schemi tendono a ripetersi, perde qualcosa.

Blow me way

Con "Blow me wayci troviamo davanti a quello che sembra lo stesso problema della traccia appena conclusa, ovvero, strofe calme e cantate con pacatezza a cui poi seguono l'esplosione sonora e un indirizzamento verso sonorità più dure. Il pezzo già inizia in modo piuttosto pacato, con accordi che non lasciano di certo pensare ad un pezzo duro e sono ben lontani dai riff rocciosi che abbiamo apprezzato finora, ma questo ci fa subito prevedere quale potrebbe essere la prestazione canora del cantante, che infatti si presenta proprio come ce l'eravamo immaginata. Questo perché, come detto prima, arrivati ad un certo punto, troppe soluzioni simili tra loro creano quest'effetto. La batteria, comunque, sembra impaziente di suonare con forza, come quando scalpitiamo per raggiungere qualcosa ma ancora non possiamo iniziare il percorso. Sentiamo però che il suono si fa sempre più pieno e vitale col passare dei secondi, con le due strofe che si passano il testimone per facilitare l'ascesa sonora. Qui è come se fossimo alla presenza di un maestro, o di una persona più saggia di noi che ci dà consigli e ci sprona: "Sì lo so, hai così tante cose da chiedere, sii paziente, sii forte, sii qualcosa, sii qualcosa". L'incoraggiamento è palese anche grazie al climax che poi sfocia, come naturale prosecuzione, nel ritornello, il quale è, come forse ci si aspetterà, bello carico ed energico, ma non arrembante e troppo vivace, bensì melodico e dotato anche di una certa classe. Arrivati a questo punto dell'album possiamo essere certi che i ritornelli di quest'album sono sicuramente fatti bene. La canzone riparte, ma sembra scrollarsi di dosso quell'inizio cauto e quasi rilassato che poteva sembrarci prevedibile preferendo, invece, dare più spazio al lato frizzante e ritmato della musica, e infatti le due strofe che seguono suonano molto più interessanti rispetto a quelle poste in apertura. Il ritmo ci prende molto di più, è carico di positività e di brio, la voce anche è decisamente più vivace (pur restando nel solito schema), mentre la chitarra solista si diverte in sottofondo. Tutto questo porta il pezzo ad un livello superiore rispetto a quello che gli avremmo dato sentendo solo l'inizio. Il testo pare seguire quest'andamento e ci porta proprio sul palco, ora, invece che pensare ad un mentore che dà consigli ad un allievo seduti su una panchina, pensiamo ad un'esperienza più diretta. Siamo proprio sul palco infatti, con il pubblico che ci guarda, l'emozione che sale, la paura di sbagliare e la voglia di fare bene: "Le luci sul palco sono così luminose, non ci posso credere. Il mio cuore batte così velocemente, puoi sentirlo?". Ormai siamo anche noi all'interno di un turbinio emotivo, e il ritornello arriva proprio al momento giusto per cavalcare la stessa onda. Non può mancare l'assolo allora, che segue a ruota il refrain e continua anch'esso a darci energia. Improvvisamente, però, tutto si acquieta e sentiamo solo una tastiera evanescente e alcuni dialoghi tratti da "La Dolce Vita" di Fellini. Un momento di pausa inaspettato che interrompe il flusso di energia ma che non abbastanza da fermarlo del tutto, visto che in chiusura troviamo ancora il ritornello, che continua anche sorretto da voci in sottofondo. Il vero finale però è tutto affidato ad un nuovo assolo di chitarra e ad una ripresa degli accordi iniziali.

You Choke Me

Ci avviciniamo sempre di più alla fine del disco ormai, ma c'è ancora qualche traccia da ascoltare. Tocca a "You Choke Me", un pezzo che ci porta subito nel vivo con riff potenti e dal suono denso e pieno, molto moderno a dire la verità. Se con la prima strofa abbiamo quello che potrebbe sembrare il solito rallentamento, i riff restano parecchio attivi in sottofondo e danno quell'aria tetra e "cattiva" che caratterizza tutto il brano. L'atmosfera, in effetti, ben si sposa con le liriche, le quali hanno un'aria di spavalderia piuttosto marcata, come possiamo leggere: "'Fuoco Freddo' è il mio nome, posso bruciarti senza dolore, non puoi dire 'aiutami'. Se vuoi puoi provare a prendermi in giro, puoi provare a prendermi in giro!". Ho avuto l'impressione di avere a che fare con un serial killer, oppure con una persona qualunque con la quale è meglio non scherzare troppo però. Con il ritornello la batteria si fa più vitale e leggermente più veloce, così come i riff si fanno più potenti e rumorosi di prima. Tuttavia, questo refrain non prende come gli altri e non lascia molto il segno purtroppo. I toni tornano ad abbassarsi leggermente con la seconda strofa, che ci riporta ad uno scenario cupo e anche malsano, quasi da vicoli di strada, con questo tizio che si aggira come una iena che osserva su quale carcassa lanciarsi. Effettivamente il testo non è così rassicurante, adesso ci viene detto che invece di chiamarsi "Fuoco Freddo" si chiama "Pazzia". Anche peggio insomma. La strofa prosegue con questi riff lenti e pesanti a fare da ossatura, forse tra i più rocciosi dell'album, ma man mano che la strofa prosegue, questi aumentano di velocità insieme alla batteria, aprendo la strada al ritornello, che risulta un po' stanco e scialbo, ma che comunque continua a descrivere uno scenario tutt'altro che positivo, e quindi molto diverso dai pezzi visti finora: "dai, dai , dai, non riesco a respirare, mi soffochi!". Stavolta, però, il ritornello si trascina per un po' più tempo, aggiungendo qualche verso in più che, in verità, aggiunge un po' di vitalità in più. L'assolo pure è molto interessante, molto virtuoso e con un certo retrogusto nervoso che va di pari passo con quanto espresso finora dal brano e che sarebbe stato ancora più interessante se avesse avuto una durata leggermente maggiore, anche perché poi il finale è tutto affidato al ritornello, il quale, come abbiamo già visto, non è proprio tra i più riusciti dell'album.

Lying

Il penultimo pezzo potremmo considerarlo la ballata del disco. Risponde al nome di "Lyinge procede con accordi soffusi e malinconici che fanno da tappeto per la voce del cantante, mai così sussurrata e angosciata. È tutto molto silenzioso e buio, con gli accordi e la voce come unica lieve fonte di luce, che però rischia di spegnersi ogni volta a causa delle folate di irrequietezza e malinconia. Sembra proprio che i versi parlino di una storia d'amore passata, una storia che porta alla mente bei ricordi, ma che per qualche motivo mettono tristezza. Sicuramente un motivo è perché ormai è finita, ma l'altro è perché? In questo preciso istante entrano in gioco i riff elettrici delle due chitarre e la potenza della batteria, con il cantante che ad alta voce esclama ripetutamente il titolo del pezzo: erano solo bugie, è questo l'altro motivo di tanta malinconia, la quale ora si è trasformata in rabbia che nutre la fioca fiamma vista prima. Bastano pochi soffi di irrequietezza a far abbassare la luce, ma quella rabbia ancora resta, e infatti le sonorità con la seconda strofa sono meno decadenti, la batteria resta lì e gli accordi sono più acuti e dal suono d'acciaio. Continua però anche la ripresa dei ricordi: "Quando parlavamo di noi i nostri occhi sembravano bruciare, pensavo che tutto andasse bene. Per me era la miglior cosa che potessi vivere, ma tu sai che stavamo soltanto, soltanto?" Cosa stavano facendo? Stavano mentendo! Ed ecco che proprio qui troviamo il ritornello, che ci dice ancora una volta questa scomoda verità che riaccende la fiamma della rabbia e la mantiene bella attiva con l'assolo, che si inserisce su ritmiche cadenzate e si lascia andare anche a qualche fugace armonia. Le sonorità si stemperano nuovamente però, come se la rabbia non riuscisse a tenersi attiva e lasciasse il posto ancora una volta alla tristezza: "E tu stai parlando ma io non riesco a sentirti mentre sto cadendo qui giù, è la solita vecchia storia per me, ancora e ancora il mio cuore sanguinante sta cadendo". Ormai la caduta è iniziata e non si può fare molto per fermarla, tant'è che la coda del pezzo è un breve viaggio tra gli accordi più delicati e i riff cadenzati che ogni tanto fanno la loro comparsa, mentre la voce si sente in lontananza mentre ci abbandona sempre di più e ribadisce di star cadendo. Niente male come finale, forse non è il brano migliore in scaletta ma almeno aggiunge una variazione al contesto dell'album.

Full of Nothing

Sono dei riff che avanzano minacciosamente verso di noi ad aprire l'ultima canzone dell'album, che risponde al nome di "Full of Nothing". Si sente subito che tira un'ara diversa dalla maggior parte delle tracce, visto che anche se c'è il consueto rallentamento nella strofa è tutto molto più ritmato e carico di un'aggressività nascosta che non vede l'ora di esplodere; in effetti, più la strofa prosegue più le linee vocali si fanno taglienti. Se leggiamo il testo capiamo il perché di tanto astio, leggiamo versi che parlano di una verità appena acquisita, come quando pensiamo di conoscere bene una persona e poi all'improvviso ci accorgiamo che è stata tutta una bugia, quella persona che sembrava tanto favolosa è soltanto un cumulo di falsità. Ecco infatti che il ritornello, che è sicuramente il più aggressivo dell'album con quelle potenti e mascoline, quasi Thrash Metal, voci corali in sottofondo a fare da contraltare alla prestazione lievemente più melodica del cantante. La strofa che segue non segue identicamente la prima che abbiamo visto, ma è in realtà più tagliente e carica di mordente, proprio per proseguire l'energia scaturita dal ritornello. Certo, la progressione e linee melodiche della seconda parte sono uguali, ma è interessante vedere come il pezzo acquisti sempre più potenza, anche nel testo: "Tu sembri fuoco, tutti dicono che sei la fottuta bestia, anche io, sto bene, basta guardarti, ma poi mi vieni in mente, ti ho preso, e ora i miei occhi sono ben aperti, sono ben aperti!" Una volta vista la verità è quasi impossibile tornare indietro, gli occhi e la mente ormai sono aperti e vedono tutto ciò che si nasconde dietro il velo della falsità. Il refrain fa allora nuovamente la sua comparsa con i suoi ritmi arrembanti e i cori potenti, senza perdere ovviamente quel piglio melodico che è tipico della band. A ciò si lega subito un assolo davvero ben fatto, che è veloce ma nello stesso tempo riesce ad essere anche molto pulito. L'assolo riesce ad incanalare la nostra rabbia ancora meglio, ma pare portarla verso un luogo inaspettato. Improvvisamente, infatti, il brano si trasforma in una ballata, con delicati arpeggi e dolci vocalizzi che preparano la strada ad un momento che contrasta decisamente con quanto visto finora, in cui emerge il lato drammatico della faccenda, figlio forse della delusione derivata dalla presa di coscienza. Non manca comunque un attacco alla persona piena di niente: "Sei come una finta anima gemella, una fredda pietra fatta per gli sciocchi, il tuo tempo è finito, sono così contento di scegliere". Questo momento soffuso e davvero da ballata trova però una brusca interruzione non appena il ritornello fa la sua comparsa ancora una volta, e come un tornado spazza via tutto, sembrando anche più eccitato e nervoso di prima.

Conclusioni

Cosa possiamo dire allora di questo "W.A.R. - We Are Right"? Per prima cosa, nonostante ci siano 12 pezzi non è un album che tira le cose per le lunghe, quindi non è interminabile o prolisso, anzi, la durata fortunatamente risulta piuttosto contenuta, tanto che la durata media dei brani è di circa quattro minuti. In più, c'è la cover dei Simple Minds che è per l'appunto, una cover, e non riesco a considerarla parte integrante dell'album, piuttosto un'appendice, e sarebbe stato meglio usarla come traccia bonus, magari come chicca finale, e invece ce la troviamo praticamente all'inizio, proprio quando l'album comincia a decollare. Il fatto è che, in ogni caso, non colpisce molto come pezzo perché sa troppo di sentito, è troppo inflazionato. C'è anche la strumentale "The Ghost", quindi alla fine dei conti i pezzi veri e propri sono dieci, anche se va detto che la suddetta strumentale risulta piuttosto piacevole. Il resto dei pezzi, e qui entriamo nel vivo di questo resoconto, non è affatto male. In effetti, possiamo dire che l'inizio con "We Are Right", "Goodbye" e "You've Got to Move On" prende abbastanza sin da subito, ma anche l'altro singolo, "Believe", lascia molte sensazioni positive. L'elemento che colpisce di più è sicuramente la melodia dei ritornelli, parentesi che sembra costruita per contrastare con i riff molto duri e pesanti. Ciò denota, in ogni singolo pezzo, una doppia anima, laddove raffinatezza e violenza trovano un punto di contatto. I brani citati pocanzi sono infatti perfetti per un concerto, grazie al fatto che sono molto orecchiabili ma anche carichi di una certa energia che ben si sposa con il contesto live. Il problema sta nel fatto che man mano che si va avanti, l'album presenta, più o meno, le stesse soluzioni e gli stessi schemi, appiattendosi. Le canzoni si somigliano moltissimo tra loro, e come abbiamo già visto è molto presente lo schema che alterna strofe calme all'esplosione del ritornello, e questo non aiuta di certo la longevità dell'intero lavoro. Anche la voce cade spesso nelle stesse problematiche, e se da un lato risulta innegabile che si appoggi bene con le composizioni e con la sezione ritmica, dall'altro - giunti alla seconda metà dell'album - viene da pensare che alcune canzoni avrebbero avuto una marcia in più se anche il vocalist avesse provato ad osare utilizzando il suo timbro per ricercare qualche sfumatura in più. Una voce acuta sarebbe stata più consona per i pezzi più energici, per esempio, ma è chiaro che ogni cantante abbia un proprio timbro, un proprio stile e propri limiti. Di certo, il vocalist dei Game Zero non prende note impossibili, ma sa il fatto suo, concentrandosi su un'altra concezione vocale, anche perché questo non è propriamente Heavy Metal tradizionale, si tratta di un misto tra Heavy moderno ed elementi Hard Rock, e quindi è anche sbagliato aspettarsi vocalizzi eterei. A volte però, la sensazione che emerge è che la voce sia un po' troppo statica, non è un difetto enorme, certo, ma un punto su cui lavorare per i prossimi album. Un'altra piccola pecca è una chitarra solista spesso poco presente: a volte pare che abbia paura a lasciarsi andare, preferendo piazzare l'assolo ben fatto ma forse troppo impostato. Per fare un esempio concreto, il solo di "Full of Nothing" è ottimo, e oltre ad essere il più interessante di tutti accompagna l'ascoltatore verso il "momento ballad" dell'album. Per concludere, all'interno del disco si percepisce un leggero sbilanciamento, con la prima parte dell'album molto più riuscita rispetto alla seconda, la quale comunque riesce a restare a galla soprattutto grazie ad un paio di pezzi. Cos'altro c'è da aggiungere su un lavoro del genere? Sicuramente si può sottolineare che "W.A.R." è effettivamente un album ben suonato, composto da musicisti navigati e con le idee chiare, e che è anche molto piacevole da ascoltare, con i suoi riff potenti, molto puliti, e i ritornelli orecchiabili, eppure durante la riproduzione del disco aleggia costante un leggero sentore amarognolo che lo rende un po' statico. Le qualità ci sono, i Game Zero sono una buona band, ma bisogna ancora migliorare qualcosa.

1) We Are Right
2) Goodbye
3) You've Got To Move On
4) Don't You (Forget About Me)
5) Believe
6) The Ghost
7) Compromise
8) The Stranger
9) Blow me way
10) You Choke Me
11) Lying
12) Full of Nothing