GAME OVER

Heavy Damage

2009 - Indipendente

A CURA DI
FRANCESCO NAPPI
04/10/2019
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Anno 2008: una giovane thrash metal band nostrana fa il suo ingresso nel mercato musicale, decisa a far scuotere le teste di tanti metallari italiani, in attesa di un gruppo che possa riportare in alto il nome del metallo italiano dopo storici complessi come Death SS o Bulldozer. Loro provengono da Ferrara e hanno un nome tanto semplice quanto spigliato: Game Over. Si tratta di un gruppo nato con l'obiettivo di comunicare, nel nuovo millennio, il culto del thrash metal, genere che, dopo i già citati Bulldozer o gli Extrema, a livello nazionale è andato un po' scemando. Visti i tempi cambiati e l'avvento di musica decisamente più commerciale, non ci si aspetta certo lo stesso rilievo che invece le storiche band citate prima ebbero, però, la curiosità senza dubbio è tanto. La line-up è composta dai tipici quattro elementi: alla voce e al basso c'è Renato "Reno" Chiccoli, alla prima chitarra Alessandro "Sanso" Sansone, alla seconda chitarra Luca "Ziro" Zironi e alla batteria Marcello "Med" Medas. Così, nel 2009, con la stessa formazione,la band pubblica il suo primo EP, completamente autoprodotto, per provare a far rivivere nel nostro paese, il culto del metallo. I Game Over e si presentano ai metalheads italiani con questo Heavy Damage, EP composto da sei tracce, due delle quali andranno poi a finire nel primo full-lenght della band. Il genere che la band propone per iniziare ad addentrarsi nel complicato mercato musicale italiano, è un thrash metal fortemente debitore ai grandi gruppi della bay-area degli anni 80 come Testament, Metallica e Megadeth. Questo primo EP d'esordio è, come da copione, ancora molto grezzo e avente una produzione abbastanza rozza. Tuttavia, già si denotano le ottime capacità dei musicisti, in particolare dei due chitarristi "Sanso" e "Ziro" che si dilettano in riff affilati ma dotati di melodia e assoli tecnici e veloci. "Reno" ha una buona padronanza del basso, mentre dal punto di vista vocale, si ispira ancora troppo ai cantanti anni 80 come Paul Baloff o Dave Mustaine. Comunque, è un singer che sa il fatto suo e che migliorerà vistosamente negli anni a venire. "Med" si cimenta nel classico tupa-tupa thrash, nulla di nuovo, ma sicuramente un drumming di impatto. Le liriche trattano per lo più di cinema horror e metal, poi col tempo, la band affronterà anche argomenti più profondi. I Game Over di sicuro dimostrano forte carattere e coraggio, perché provare a fare strada nel mondo metal italiano attuale è difficilissimo. Già era complicato prima, ora ancora di più con le varie tendenze commerciali presenti. Poi l'Italia non è mai stata particolarmente amica dell'heavy metal, un po' per i soliti pregiudizi da bigotti, un po' perché nella nostra penisola hanno sempre trionfato i singoli pop da classifica. Ma questo i Game Over lo sanno e oltretutto, suonando thrash metal, dimostrano di fregarsene delle classifiche e dei soldi, perché suonare thrash, significa ribellarsi contro il sistema e, attraverso la musica, buttare fuori tutta la rabbia e le energie negative che si hanno dentro di se. Suonare thrash significa trasmettere qualcosa, il musicista deve far provare all'ascoltatore ciò che prova lui. E questo i Game Over lo fanno senz'altro. Oltretutto, l'underground italiano e colmo di fedeli seguaci del metallo e sicuramente i Game Over saranno stati accolti con un caloroso benvenuto, viste tra l'altro le sonorità proposte, che, tanto tempo prima, hanno fatto impazzire tutto il mondo metal.

Dawn of the Dead

L'opener è Dawn of the Dead, ossia L'alba dei morti, micidiale brano thrash. Un riff aggressivo apre il pezzo, subito dopo entra in scena il drumming di Med a dettare un devastante up-tempo. Subentra poi "Reno", il quale sfodera un cantato acido e di grande impatto. La canzone segue binari ordinari nei suoi quattro minuti e mezzo di durata, ma detiene la sua forza in un riff di chitarra tanto lineare quanto bello. Impossibile non scuotere la testa. Il ritornello è di quelli da cantare a squarciagola ai live - "dawn of the dead, to live again, we'll wait the dawn of the dead!"-. Una volta giunti agli assoli di chitarra, "Ziro" e "Sanso", sicurissimi di loro, ci ubriacano con le loro trame funamboliche e pregiati tecnicismi. "Med", nel contempo, continua a pestare le pelli mentre "Reno" regge l'impalcatura col suo basso. Il brano poi prosegue com'era iniziato a volge al termine. Non c'è che dire, i Game Over ci hanno rifilato una bella lezione di velocità. Le liriche, sembrerebbero far riferimento al celebre film horror di George Romero, "Dawn of the Dead", uscito nel lontanissimo 1978. Sappiamo infatti dell'interesse del gruppo per il cinema dell'orrore, il quale ha sempre trovato spazio nelle liriche dei thrashers romagnoli. Strofe come - e tu pagherai con il tuo cervello, sopravvivere, devi morire - lascerebbero pochi dubbi sul significato del testo, in quanto, come sappiamo, i morti viventi si nutrono di cervelli umani. Le persone quindi, non possono far altro che cercare di sopravvivere. Tuttavia, se la vogliamo vedere da un'altra chiave di lettura, il testo potrebbe far riferimento ai mali compiuti dall'uomo, come possiamo dedurre dal verso iniziale: - olocausto, i non morti stanno colpendo vicino, i vivi sono accecati dalla paura, quando la civiltà crolla, chi sono i veri demoni? -.

Alla fine, credo la chiave di interpretazione più plausibile, sia quella che si riferisce al film.

Innocent Victims

La seconda traccia è la affilata Innocent Victims, in italiano Vittime Innocenti. Qui i Game Over si misurano con tematiche sociali, argomento da sempre centrale nel thrash metal. Un riff di chitarra puramente thrash apre il brano, seguito poco dopo dalla doppia cassa di "Med", il quale si lancia in un dinamico up-tempo. "Reno" irrompe con la sua voce acida (che fa ancora troppo eco a cantanti storici del thrash come Bobby Blitz e Dave Mustaine) e col suo basso, donando alla canzone un'aura sporca. Nelle prime due strofe, la canzone segue schemi lineari ed è guidata dalle asce di "Sanso" e "Ziro" che donano un tipico "thrash sound" alla canzone. Dopo circa un minuto, troviamo un passaggio strumentale notevolmente accelerato, dove chitarre e batteria si fanno notevolmente più serrate e frenetiche. Tale momento funge da apertura al ritornello, il quale evidenzia, appunto, le vittime innocenti causate dai mali dell'uomo. Musicalmente, il chorus è semplice, diretto e un po' più rapido rispetto alle strofe. Queste ultime riprendono subito dopo, facendo tornare la canzone alle ritmiche originarie. Giunge un altro ritornello, che apre all'assolo di chitarra. Questo è piuttosto grezzo, penalizzato dalla produzione di bassa qualità ma comunque ben suonato. Dopo ciò, arriva l'ultimo ritornello, che di fatto, conclude il brano. Canzone molto standard, ma lascia intravedere tutto il potenziale del gruppo, sopratutto dal lato del coinvolgimento.

Heavy Damage

Giungiamo ora alla title-track, che in italiano significa Danno pesante. Un riff di basso apre il brano, accompagnato da un ordinario groove batteristico. Irrompono poi le chitarre che si fanno strada attraverso un riff in perfetto stile anni 80, poi la canzone procede fino ad un leggero ma roccioso cambio di riff, il quale introduce la prima strofa. Reno inizia a cantare in maniera piuttosto tranquilla, anche se trasmette ugualmente la sua grinta. Le influenze dell'heavy britannico in questo pezzo si fanno sentire, segno che i Game Over, già al tempo, erano capaci di prendere spunto anche da altri sottogeneri del metal. Un breve passaggio strumentale introduce le seconda strofa, uguale alla prima. Poi, un'improvvisa accelerazione ci porta al ritornello, dove il titolo della canzone è cantato in coro, elemento che sarà un marchio di fabbrica dei Game Over negli anni a venire. Successivamente abbiamo una terza strofa che fa tornare il brano sui binari originari ma subito, l'ascoltatore è di nuovo scosso da un altro ritornello suonato nuovamente a velocità elevate. I punti forti di questa canzone, sono senza dubbio l'alternarsi delle parti trattenute a quelle veloci e la capacità del gruppo di cambiare repentinamente registro d'esecuzione. Arriva l'assolo di chitarra, a metà tra thrash e heavy, di buon impatto anche se grezzo. A concludere il pezzo, un ultima rapidissima strofa, stavolta in puro stile thrash, condita da una risata finale di "Reno". Una canzone che dunque, delinea già una discreta capacità di songwriting da parte del gruppo, il quale pare sapere come gestire sia le parti più veloci di una canzone, che quelle più lente.

N.F.H.

È il turno adesso di un brano cortissimo (solo ventisei secondi) denominato N.F.H.. Questo pezzo è nient'altro che un omaggio al crossover thrash degli anni 80, ovvero quella fusione di thrash metal e hardcore punk che aveva tra i suoi esponenti storici gruppi come "D.R.I" e "Suicidal Tendencies". Il brano è introdotto da un roccioso riff di chitarra, accompagnato dalla poderosa batteria di "Med". Subito dopo si scatenano venti secondi di inferno, con gli strumenti sparati a velocità folli e l'alternarsi delle voci, incomprensibili, di "Reno" e degli altri membri del gruppo.

Science Addiction

Si passa ora alla penultima traccia di questo EP, Science Addiction, ovvero Dipendenza dalla scienza. Un corposo e minaccioso riff di chitarra apre la canzone, accompagnato colpi secchi di "Med" e "Reno" sui loro rispettivi strumenti. Dopo pochi secondi, "Med" detta uno spedito up-tempo, seguito dalle galoppanti chitarre di "Sanso" e "Ziro" e dal basso di "Reno". Giungiamo quindi alla prima strofa che vede un "Reno" particolarmente acido dietro il microfono. Il cantante segue delle linee vocali davvero coinvolgenti ed è ben supportato dal resto degli strumenti. Un successivo passaggio strumentale mette ancora una volta in luce l'atmosfera un po' oscura del brano, specialmente per via delle chitarre dal sound più pieno e il basso chiaramente udibile. Via con la seconda strofa, la quale conduce al ritornello, che mantiene elevata sia la velocità, sia l'aria cupa dell'intero brano. Nel chorus viene più volte ripetuto il titolo del brano, e con ciò i Game Over vogliono evidenziare come oggi tutto sia legato alla scienza, forse in maniera fin troppo severa. Sempre nel ritornello, troviamo l'alternarsi tra la voce di "Reno" e i cori degli altri membri della band. Successivamente, arriviamo alla terza strofa, uguale alle altre due, e in seguito giunge l'assolo di chitarra: tecnico, veloce e decisamente migliore rispetto agli assoli degli altri pezzi dell'EP. Di seguito, una serie di ritornelli, i quali aprono ad un altro assolo, molto veloce e dal retrogusto melodico, seppur chiaramente di matrice thrash metal. A questo punto, c'è ancora tempo per una sgroppata finale, poi il brano termina. Probabilmente siamo di fronte alla migliore canzone di questo EP: è un po' più articolata, presenta due bei assoli ed è dannatamente coinvolgente.

Tupa Tupa or Die

L'ultima canzone di questo lavoro è probabilmente il pezzo più anni 80 (non che gli altri fossero meno) finora proposto: Tupa Tupa or Die, ossia Tupa Tupa o muori. Il curioso titolo sul significato del brano lascia pochi dubbi, infatti le liriche sono rivolte alla follia fuori controllo che provoca il thrash metal. Pogare, sbattere la testa, bere birra in quantità: questi sono gli elementi sui quali i Game Over puntano. La band è affamata di distruzione, colpisce, festeggia con la musica a tutto volume, insomma... dei thrashers a tutti gli effetti. I Game Over ci dicono che il thrash è tornato a prenderci a calci in culo e che adesso siamo tutti nel mosh, nel pogo, a darcele di santa ragione. Riguardo al titolo in se, per "tupa tupa", si intende solitamente il ritmo, il groove di una canzone dettato dalla batteria. E nel thrash metal, da sempre, il "tupa tupa" è un elemento di fondamentale importanza. Musicalmente ci troviamo di fronte ad una scheggia impazzita: un riff acido inaugura la canzone, seguito dai colpi di "Med" sui tamburi. Il pezzo diventa poi l'ennesima scarica di adrenalina, col batterista che inizia a pestare le pelli come un dannato, eseguendo, appunto, il tipico "tupa tupa". "Sanso" e "Ziro" suonano cattivi e "Reno", oltre a cantare ancora una volta in maniera convincente, fa una bella prova anche col suo basso. Buono il ritornello, caratterizzato dai cori che gridano - "Mosh all over you!-. Nel chorus oltretutto, la batteria si fa ancora più pesante. Arriva poi, dopo un'altra strofa e un altro ritornello, il primo assolo: molto più pulito e melodico rispetto  a quelli dei brani precedenti. Si torna poi al motivo centrale del pezzo, dove troviamo un'altra strofa infuocata e un ultimo ritornello, che apre ad un secondo ed ultimo assolo, il quale bene o male, è simile al primo. A questo punto, dopo un'ultima galoppata strumentale, la canzone si conclude. Insieme a quello precedente, è assolutamente il miglior pezzo dell'EP, che viene concluso in maniera soddisfacente.

Conclusioni

Cosa trarre quindi da un lavoro del genere? Ovviamente bisogna andarci molto cauti. La produzione è quello che è, grezza e di bassa qualità. Si ode chiaramente che gli strumenti suonano impastati e spesso si coprono a vicenda. La band è ovviamente acerba e fin troppo ancorata al sound delle band thrash metal americane degli anni 80. Tuttavia, non si può negare la determinazione e una, comunque, già buona padronanza degli strumenti da parte dei membri. "Reno" ha un timbro vocale squillante e sa usarlo, seppur a volte si rifà un po' troppo ai cantanti del passato, ma tuttavia è comprensibile. Molto bravo nell'uso del basso, sorregge bene l'impalcatura delle canzoni. I chitarristi "Sanso" e "Ziro" sono bravi e miglioreranno vistosamente negli anni seguenti: i riff di chitarra sono rocciosi, taglienti ma non privi di una certa melodia di fondo. Le trame chitarristiche, si sviluppano tra delle belle cavalcate, interessanti breakdown e passaggi che ricordano l'hardcore punk. Il batterista "Med" si cimenta nei classici "tupa tupa", nulla di particolarmente innovativo, però è veloce, preciso e a tratti anche bello cattivo. Un buon lavoro. 

Va detto che questo EP è naturalmente un lavoro di rodaggio, tra l'altro è completamente autoprodotto (uno dei principali motivi della scarsa resa del sound). Ma d'altronde, tutte le grandi band thrash hanno cominciato autoproducendosi i loro primi lavori, poi sappiamo tutti come è andata. Ovvio che prima erano altri tempi e il metal era un genere che era tenuto sott'occhio dai produttori e dalle case discografiche, oggi invece è tutto cambiato. In più, i Game Over devono agire prima di tutto sul mercato italiano, e sappiamo che tra la nostra penisola e la musica metal non ci sono rapporti idilliaci. Comunque, quello che conta è la volontà di provarci, una dote che di certo non manca ai Game Over. Sul piano lirico, il gruppo si concentra sul cinema dell'orrore e sul metal stesso, due argomenti che spesso hanno trovato spazio nei testi di band più o meno recenti. Vengono però toccati anche temi come il sociale, che nei dischi successivi sarà un argomento caro alla band. D'altronde il sociale è sempre stata tematiche centrale nelle liriche dei gruppi thrash, basti pensare ai Megadeth o ai Nuclear Assault. La band, dopo la pubblicazione di questo EP, non ha pressoché fatto concerti a supporto, se non magari in qualche club o in qualche piccolo locale. Per iniziare a vedere il gruppo on-stage in maniera costante, bisognerà aspettare ancora qualche anno. Dopo invece, i Game Over cominceranno a farsi vedere anche sui palchi, sia in Italia che in altre parti del mondo, facendo, ovviamente, da spalla a gruppi più importanti. Questo grazie ad una maturità che man mano è emersa e ha portato la band ad essere una bella realtà dell'underground italiano. Dal thrash metal ottantiano degli esordi, si passerà man mano ad uno stile sempre più personale e tecnico, pur non distaccandosi minimamente dal thrash stesso. Grande merito di questo, chiamiamolo, successo, è dato anche dall'ottima produzione che ha caratterizzato tutti i lavori successivi del gruppo, cosa, a detta di chi scrive, abbastanza singolare visto il genere di cui si parla e la giovane età dei ragazzi. Comunque, tanto di guadagnato. Da annotare anche, dopo qualche anno, l'abbandono del batterista "Med", sostituito da Anthony "Vender" Dantone, il quale è stato uno degli artefici della maturità raggiunta dai ragazzi romagnoli, grazie ad uno stile più variegato rispetto al suo predecessore. Insomma, una band che, rispetto a tante altre del nostro paese, ha avuto un qualcosa in più e ad oggi, ricopre un ruolo di tutto rispetto nel metal italiano attuale.

1) Dawn of the Dead
2) Innocent Victims
3) Heavy Damage
4) N.F.H.
5) Science Addiction
6) Tupa Tupa or Die
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