GAME OVER

For Humanity

2012 - My Graveyard Productions

A CURA DI
FRANCESCO NAPPI
24/03/2019
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Quando si parla di metal italiano, e in particolare di thrash, non si può certo dire che il nostro paese sia stato un florido cantiere di band. Malgrado ciò, l'Italia ha comunque partorito dei gruppi che hanno fatto scuola e che sono rimasti noti tra i metallari. Tra questi, si possono citare Bulldozer e Necrodeath. Tali band hanno lasciato il loro segno, sia nell'underground del nostro paese che all'estero, e ormai contano alle spalle una carriera lunga più di trent'anni. Negli ultimi anni, invece, la scena thrash italiana ha visto un vasto rinnovamento di band, tra cui spiccano i ferraresi Game Over, attivi dal 2008 e con già quattro album all'attivo più due EP, due split e un demo. Il gruppo all'inizio era formato da: Renato "Reno" Chiccoli al basso e alla voce, Alessandro "Sanso" Sansone alla prima chitarra, Luca "Ziro" Zironi alla seconda chitarra e Marcello "Med" Medas alla batteria (poi sostituito nel 2012 da Anthony Dantone). Con questa formazione, i Game Over nel 2012 danno alla luce il loro primo full length: For Humanity. Questo esordio lo tenderei a definire quasi un lavoro di rodaggio. I Game Over, in questi 35 minuti, suonano un thrash metal in perfetto stile bay-area. La band risulta fortemente influenzata da storici gruppi quali Megadeth, primissimi Metallica e Testament. Molti riff, passaggi, assoli, sono fin troppo simili a quelli dei gruppi sopracitati, dando l'idea che il gruppo, seppur affiatato, non abbia trovato ancora una vera identità, suonando in un modo fin troppo scolastico. C'è da dire anche che all'uscita di questo disco, i Game Over erano giovanissimi e di certo, il loro primo obiettivo, era quello di provare a replicare le gesta dei loro idoli del passato. Altre cose da sottolineare sono la pulizia del sound e l'abilità agli strumenti dei singoli musicisti, in particolare dei chitarristi Sanso e Ziro. Le tematiche riguardano soprattutto i problemi della società e l'amore per il thrash metal. Rispetto agli altri gruppi thrash italiani e giovani, i Game Over sono di certo una spanna sopra: innanzitutto perché ad oggi, nel 2019, molti gruppi thrash italiani faticano a far uscire i propri lavori e di conseguenza andare in tour. I Game Over, invece, già hanno acquisito una certa popolarità sia nell'underground italiano che all'estero. Ciò è dovuto soprattutto a una produzione discografica già florida. Per le giovani band, suonare thrash metal oggi, in Italia o all'estero, non significa di certo inventare qualcosa di nuovo o portare innovazioni all'interno di un genere che in più di 35 anni ha detto tutto ciò che doveva dire. Nel corso del tempo il thrash metal lo abbiamo visto in tante salse: da quello melodico di Metallica o Anthrax, a quello tecnico dei Megadeth o dei Forbidden, passando per quello violentissimo di Slayer e Kreator. O ancora, quello a tinte progressive dei Voivod e dei Coroner. Insomma, parliamo di un genere di metal che tra gli anni 80 e i primi anni 90 ha dato tutto quello che poteva dare, e oggi le nuove leve ne raccolgono l'eredità, chi suonandolo in un modo, chi un altro. Però, come detto, oggi è più un replicare, un imitare quel tipo di musica. D'altronde, gli stessi componenti delle band thrash attuali sono stati fan dei gruppi storici, quindi è ovvio che tendano a cercare di imitarli. E i Game Over suonano in tipico stile anni 80, tant'è che ascoltandoli sembra davvero di udire un gruppo di quegli anni. Personalmente, credo questi ragazzi ferraresi non abbiano gran che da invidiare ai nuovi gruppi thrash americani come Bonded By Blood o Evile. Sono una delle migliori realtà italiane e secondo me vanno a ritagliarsi uno spazio importante nella scena degli ultimi anni. E "For Humanity", malgrado qualche soluzione prevedibile, mette subito in chiaro le qualità del gruppo: dinamicità, tecnica, un sound pulito e tanta grinta e tanta energia.

Abyss of a Needle

La prima traccia dell'album è Abyss of a Needle, che significa letteralmente Abisso dell'ago. I primi venti secondi partono abbastanza interlocutori, dopo di che il brano si scatena in una tipica cavalcata thrash in perfetto stile bay-area. Ci accorgiamo subito di come il riff delle chitarre di Sanso e Ziro non sia proprio originalissimo, però riesce lo stesso a coinvolgere l'ascoltatore, il quale si ritrova immediatamente a scuotere la testa. Il drumming di Med è il più tipico dei tupa tupa, ma di grande impatto. L'elemento più personale del gruppo risulta essere la voce di Reno, la quale colpisce subito per il forte temperamento. Il cantante mette anima e corpo, sfoderando un timbro vocale aggressivo ma comunque abbastanza pulito, in modo tale da non risultare completamente inaccessibile a chi magari non mastica questo tipo di sonorità. Reno se la cava bene anche col basso, sebbene penalizzato un po' dalla produzione che preferisce mettere in risalto le chitarre il più possibile. Dopo circa 70 secondi abbiamo un primo, breve assolo. Poco dopo si giunge al ritornello, che si rivela più melodico pur non facendo perdere al brano un minimo di potenza. In seguito, la canzone riprende come prima per poi giungere ai funambolici assoli di Sanso e Ziro, i quali si dimostrano davvero abili ai propri strumenti. Il brano riprende per qualche secondo le note iniziali per poi fare sfoggio di sé nel ritornello e concludersi. Le liriche fanno riferimento alla dipendenza da eroina, argomento spesso trattato nel thrash metal. Di forte impatto la strofa finale, la quale coglie il significato del testo: un mondo in bianco e nero, un cucchiaio al tuo fianco, e tu preferisci non vedere le cose che devi vedere. I Game Over si schierano apertamente contro il consumo di eroina, narrando di come la vita di un tossicodipendente sia senza colori, senza sensazioni. La vita in questo caso sprofonda in un abisso, quello dell'ago, appunto. L'abisso della droga.

Dawn of the Dead

Il secondo brano del platter è un'altra canzone che non lascia prigionieri. Dawn of the Dead, ovvero L'alba dei Morti, non si discosta molto dall'opener, risultando essere ancora più coinvolgente. Un riff aggressivo apre il brano, subito dopo entra in scena il drumming di Med a dettare un devastante up-tempo. Subentra poi Reno, il quale sfodera un cantato forse meno acido del brano precedente ma assolutamente di grande impatto. La canzone segue binari consoni per i suoi quasi 4 minuti, ma detiene la sua forza in un riff tanto lineare quanto bello. Impossibile non scuotere la testa. Il ritornello è di quelli da cantare a squarciagola ai live: "dawn of the dead, to live again, we'll wait the dawn of the dead!" (l'alba dei morti, per vivere ancora, aspetteremo l'alba dei morti). Una volta giunti agli assoli di chitarra, Ziro e Sanso, sicurissimi di loro, ci ubriacano con le loro trame funamboliche e tecnicismi d'alta scuola. Med, nel contempo, continua a pestare le pelli mentre Reno regge l'impalcatura col suo basso. Il brano prosegue com'era iniziato e arriva al termine. I Game Over qui ci hanno rifilato un bella lezione di velocità. Le liriche sembrerebbero far riferimento al celebre film horror di George Romero, Dawn of the Dead, uscito nel lontanissimo 1978. Sappiamo infatti dell'interesse del gruppo per il cinema dell'orrore, il quale ha sempre trovato spazio nelle liriche dei thrashers ferraresi. Le strofe - e tu pagherai con il tuo cervello, sopravvivere, devi morire - lascerebbero pochi dubbi in quanto, come sappiamo, i morti viventi si nutrono di cervelli umani; quindi, le persone non possono far altro che cercare di sopravvivere. Tuttavia, se la vogliamo vedere da un'altra chiave di lettura, il testo potrebbe far riferimento ai mali compiuti dall'uomo, come possiamo dedurre dal verso iniziale: "olocausto, i non morti stanno colpendo vicino, i vivi sono accecati dalla paura, quando la civiltà crolla, chi sono i veri demoni?". Alla fine, credo la chiave di interpretazione più plausibile, sia quella che si riferisce al film.

Mountains of Madness

Un riff di "megadethiana" memoria apre la terza traccia, Mountains of Madness, letteralmente Montagne della Follia. L'intera introduzione risulta essere più articolata, con le chitarre che vanno a costruire un intricato tappeto sonoro mentre Med esegue il classico tupa tupa, anche se stavolta leggermente meno dinamico. Poco prima dei cinquanta secondi, il brano viene caratterizzato da quello che sarà il riff predominante. A dire la verità, stavolta Ziro e Sanso assumono un mood un po' troppo scolastico, tanto che qui le chitarre non sono trascinanti come nei brani precedenti. Poco prima del minuto iniziale, interviene Reno che si cimenta, come in "Dawn of the Dead", in un cantato incisivo ma non cattivissimo. Ma questo non è necessariamente un male, anzi, perché in questo modo il cantante dimostra versatilità. Il brano si sviluppa nel consueto up-tempo, anche se, come accennato in precedenza, non ci troviamo di fronte ad una canzone iper-veloce. Dopo circa settantacinque secondi si giunge al primo, breve assolo, che spezzando d'improvviso il brano, riesce a donare una certa varietà all'insieme. Si prosegue col riff principale, con Reno che canta senza sosta (che polmoni che ha questo ragazzo!) e con Med che non sbaglia un colpo. Si giunge così al secondo assolo, quello più tecnico di tutti ed eseguito quasi completamente in tapping. Subito dopo abbiamo il ritornello, adagiato nella seconda parte della canzone. Anche qui siamo di fronte ad uno di quei chorus da cantare tutti insieme ai concerti, elemento di cui i Game Over fanno spesso il loro punto di forza. Abbiamo perfino un terzo assolo che ci porta dritti, dritti verso il finale del brano, caratterizzato quasi esclusivamente dai ritornelli. "Mountains of Madness" è di certo una canzone più variegata rispetto alle due precedenti, però non ha quel tiro micidiale. Resta comunque un buon brano, sul quale fare del sanissimo headbanging. Il testo risulta non facilissimo da interpretare: le liriche sono su di una fantomatica civiltà vissuta millenni prima degli esseri umani, e lo scenario descritto è freddo, dominato dal ghiaccio e dalla neve, mentre protagoniste sono delle sculture e delle costruzioni dalle strane forme. Si parla di una razza anziana, un'antichissima civiltà del passato. Resta da capire se i Game Over in questo caso hanno fatto affidamento solo alla fantasia o se si riferiscono a qualcosa in particolare. Proprio in virtù della sua astrazione evocativa, rimane un testo attraente e misterioso.

War of Nations

Con la quarta traccia si ritorna sui binari della velocità. War of Nations, ovvero Guerra delle Nazioni, è un'altra scheggia impazzita che ci travolge senza che neanche ce ne accorgiamo. Il brano è introdotto da un riff tipicamente bay-area, dopo di che entra in scena Med con il suo drumming puntuale. Reno poco dopo inizia a cantare e subito percepiamo come la sua voce, in questo brano, sia più arrabbiata e più rauca. La velocità regna sovrana, difatti, non a caso questa canzone è tra le più rapide e dure del disco. Nei suoi tre minuti e quarantacinque secondi, il brano prosegue abbastanza lineare, ma conserva la sua forza nella potenza attraverso la quale viene eseguita. L'elemento che più sorprende però, è la precisione con la quale il gruppo suona, non ci sono sbavature e oltretutto la band appare unita e sicurissima di se. Come detto, "War of Nations" è senza dubbio uno dei brani più tosti dell'album, dove le linee melodiche sono messe da parte in favore di maggior cattiveria. Solo nel ritornello, come giusto che sia, si può avvertire una maggior orecchiabilità, ma senza mai riunciare alla velocità. Anche gli assoli di Ziro e Sanso, risultano più acidi, più atonali rispetto a quelli dei brani precedenti. Successivamente, il brano riprende i versi iniziali e, dopo il ritornello, si conclude. Le liriche esprimono una forte condanna verso la società di oggi. Viene narrato di come la gente comune sia in balia dei poteri forti, i quali ci controllano attraverso i mass media. I Game Over quindi, ci invitano a reagire, come possiamo dedurre dai versi: Svegliati! Reagisci! L'umanità - effetto! La coscienza è nera, svegliati! Reagisci! Il veleno è veloce! Hanno appena iniziato la guerra, guerra delle nazioni. Tuttavia, se nel futuro prossimo non ci sarà qualcuno che ci apre gli occhi, molto difficilemente non saremo capaci di capire chi ci sta manipolando. Un testo dunque attualissimo e che ci fa notare come i nostri ferraresi non vogliano piegarsi alle leggi del sistema.

Overgrill (El Grillador Loco)

La quinta traccia sembra uscita direttamente da un disco degli Anthrax. Overgrill, infatti, è un brano che sia dal punto di vista sonoro che da quello lirico risulta molto umoristico, proprio come usava fare negli anni 80 la band capitanata da Scott Ian. Il titolo della canzone, oltre che essere un palese riferimento a un'altra storica thrash metal band, gli Overkill, si riferisce niente di meno che a un enorme quanto improbabile grigliata di carne. La canzone inizia con Med che detta il tempo con dei semplici colpi sulla batteria. Pochi secondi dopo, un riff quadrato ed in tipico "stile anthrax" fa il suo ingresso, dando il via definitivo al brano. Con Overgrill, i Game Over mettono parzialmente da parte la velocità, preferendo stavolta cimentarsi in un thrash metal meno veloce ma sempre dal gran tiro. Solo il chorus vede la band accelerare vistosamente. E ancora una volta, il ritornello si conferma uno dei punti di forza del gruppo, grazie alla sua maggior orecchiabilità. L'assolo torna ad essere più tecnico e melodico, seppur di breve durata. La canzone continua poi com'era iniziata e si conclude. Altra cosa da sottolineare è la prova di Reno: il bassista, infatti, non si distingue tanto per le sue qualità canore, ma nell'interpretazione del brano, veramente simpatica nel suo ricalcare determinati cliché e citazioni. Reno riesce a calarsi perfettamente nel contesto umoristico della canzone, facendoci sorridere per tutti i quattro minuti e mezzo di durata. Il testo, come detto, narra di un barbeque di spropositate proporzioni, al quale tutti sono invitati a partecipare. Salsicce, carni rosse di ogni tipo e le immancabili birre, sono protagoniste di questo divertentissimo testo, il quale certo non farà piacere ai vegani. Insomma, la band dimostra di avere anche un certo lato humor. Non male!

N.S.A.

La sesta traccia è la fulminea N.S.A., della durata di soli ventiquattro secondi. L'inizio è pesante, carico di groove. Poi, improvvisamente, il basso di Reno introduce la velocissia sezione finale, che travolge l'ignaro ascoltatore. Chitarre sparate a mille, batteria iper-veloce e voce cattivissimaf, rendono questa canzone un chiaro omaggio ai gruppi hardcore punk del passato come S.O.D. o D.R.I. Il brevissimo testo è a carattere fantascientifico, con probabili riferimenti ai film horror/sci-fi usciti negli ultimi anni. Si accenna infatti di mostri e squali nucleari.

Bleeding Green

Con l'arrivo della settima traccia, ci accorgiamo finalmente delle capacità di Reno al suo strumento. Bleeding Green, ovvero Sanguinamento Verde, è introdotta infatti da un melodico giro di basso, il quale ricorda moltissimo quello eseguito da Jason Newsted in My Friend of Misery, il brano dei Metallica che concludeva il Black Album. Mentre Reno ci avvolge col suo strumento, chitarre e batteria iniziano timidamente a farsi sentire. All'improvviso, un tagliente riff di chitarra spazza via l'atmosfera malinconica che si era creata fino a quel momento, con la canzone che si sviluppa su un ritmo dinamico ma allo stesso tempo non velocissimo. La voce di Reno fa irruzione in modo prepotente mentre Med svolge un drumming preciso e variegato. Poco dopo abbiamo il primo assolo, ben più melodico del solito, con tanto di reminiscenze dall'heavy metal classico. Successivamente, il brano prosegue su questo tempo a metà tra mid e up. Il chorus è tra i migliori del disco: deciso, diretto e melodico. Abbiamo poi un'accelerazione che ci conduce verso un secondo, breve assolo. Ziro e Sanso riprendono poi il riff principale e, dopo un altro ritornello, la canzone giunge al termine. Bleeding Green si presenta come uno dei brani più variegati dell'album, e soprattutto dimostra finalmente le ottime capacità compositive di questi ragazzi. Le liriche trattano un tema da sempre caro al thrash metal: l'ambientalismo. Basti pensare a storiche canzoni come "Blackened" dei Metallica, o "When the Sun Burns Red" dei Kreator, le quali trattavano senza giri di parole l'inquinamento prodotto dall'uomo, inquinamento che sta uccidendo il nostro pianeta. E anche i Game Over, in questo caso, svolgono il loro ruolo di ambientalisti, attaccando i mali perpetrati dall'uomo ai danni della nostra madre terra. I ragazzi ferraresi criticano anche il modo in cui la gente affronta questo problema, ovvero non interessandosene proprio. E alla fine, per il nostro pianeta non rimarrà speranza.

Another Dose of Thrash

Il platter prosegue con l'ottava traccia che è un vera dichiarazione d'amore verso il thrash metal: stiamo parlando della velocissima Another Dose of Thrash, in italiano Un'altra Dose di Thrash. Un riff tagliente introduce il brano che si tramuta poi nella consueta cavalcata in stile bay-area. Evidenti in questa canzone, l'influenza dei primi Metallica: riff di chitarra scarni e affilati, drumming che punta tutto sulla velocità e liriche che trattano della foga per il thrash. Tutti elementi riconducibili al primo periodo di vita della band di Hetfield e soci. In questo brano, risalta soprattutto il buon songwriting:  quando Reno inizia a cantare, avvertiamo subito di come le sue linee vocali, siano più melodiche. E tale cosa, va in contrapposizione alla base strumentale che inveve è rapidissima. Dunque, in questa canzone, la band mette in mostra una buona capacità di fondere melodia e celerità. ll ritornello non fa altro che ripetere, in coro, il titolo del brano, mantendo sempre la stessa velocità d'esecuzione. A questo punto, si giugne agli assoli che come di consueto, sono precisi e molto tecnici. Da notare anche la velocità con cui tali soli, vengono eseguiti. Successivamenente, abbiamo una piccola sezione strumentale che presenta un riff leggermente diverso da quello principale. La canzone riprende poi il suo mood orginario e si conclude. Un altro brano veloce dunque, eseguito con classe. Il testo, come accennato in precedenza, narra dell'incontrallabile energia che il thrash provoca nella gente. D'altronde, molti gruppi, sia vecchi che nuovi, nelle loro liriche, narrano di quanto il thrash sia impetuoso, di come faccia uscire fuori il lato selvaggio di ogni persona. Difatti, band come i già citati Metallica (basti pensare al testo di "Whiplash"), Megadeth o Exodus, hanno scritto testi che descrivevano le sensazioni che il thrash faceva provare alle persone. E malgrado siano passati trenta anni, gli ingredienti chiave del thrash sono rimasti sempre gli stessi, ovvero pogo, birra a fiumi, sangue, caos e teste sbattute. E ciò, i Game Over lo sanno benissimo.

Evil Clutch

Si prosegue con Evil Clutch, che letteralmente significa Frizione del Male. Potentissimi colpi di batteria e riff pesanti aprono il brano, che immediatamente si trasforma in un'altra cannonata. Un riff affilato come un rasoio guida la canzone, mentre Med si cimenta in un drumming impeccabile e variegato. La voce di Reno è più arrabbiata e frenetica, segno di come il cantante, già al tempo, sapesse adattare il proprio timbro in base al tipo di canzone. Il brano ha un andamento isterico, inarrestabile, i Game Over ci travolgono con una foga incredibile. Questo pezzo oltretutto, ha anche un qualcosa di più moderno, grazie soprattutto alle chitarre che si discostano un po' dal tipico sound anni 80. Nel ritornello sono ancora una volta i cori, a dominare, creando un'atmosfera davvero densa di adrenalina. Arriviamo così a metà brano, dove troviamo un bel, seppur breve, momento strumentale: le due chitarre si incrociano, sfoderando un riff un pelo diverso da quello portante mentre la sezione ritmica, procede a tutta velocità con Med e Reno che ben supportano il lavoro svolto dalla coppia di asce. Subito dopo giungono gli assoli che, in questo caso, sono meno tecnici e più taglienti, rifacendosi a band come Slayer o Exodus, segno anche di come Ziro e Sanso, abbiano ricevuto influenze da più coppie di storici axeman. Si ritorna poi al tema portante, con l'alternarsi tra la voce di Reno e i cori. La conclusione è affidata ad una forte distorsione degli strumenti, i quali poi, pian piano svaniscono. Le liriche tornano sul tema del cinema horror: si parla in particolare di uno dei film simbolo dell'horror-trash italiano, ovvero "Il Bosco 1", diretto nel 1988 da Andrea Marfori, non a caso uscito in America proprio col titolo di "Evil Clutch". Si parla appunto di un bosco, il quale sta per "prendersi il nostro fiato", lasciando trasparire un inquietante doppio senso. Vengono poi menzionati streghe, loschi figuri, mostri e altro ancora, occhi di rubino che ci spiano e strambe allusioni sessuali. Sul finale, dopo averci calato nei panni delle vittime, il cantante conclude come se a parlare sia lo stesso bosco. Curioso di come i Game Over abbiano voluto parlare proprio di questa pellicola, che è considerata tra la peggiori dell'horror italiano.

Tupa Tupa or Die

Arriviamo quindi all'ultimo brano del platter, Tupa Tupa or Die. Il curioso titolo lascia pochi dubbi su ciò che vuole significare, e infatti le liriche sono rivolte ancora una volta alla follia fuori controllo che provoca il thrash metal. Pogare, sbattere la testa, bere birra in quantità: sono questi gli elementi sui quali i Game Over puntano. La band è affamata di distruzione, colpisce, festeggia con la musica a tutto volume, insomma... dei thrashers a tutti gli effetti. I Game Over ci dicono che il thrash è tornato a prenderci a calci in culo e che adesso tutti siamo nel mosh, nel pogo, a darcele di santa ragione. Riguardo il titolo in se, per "tupa tupa", si intende solitamente il ritmo, il groove di una canzone dettato dalla batteria. E nel thrash metal da sempre, il "tupa tupa" è un elemento di fondamentale importanza. Musicalmente ci troviamo di fronte a un'altra scheggia impazzita: un riff acido apre il brano, seguito dai colpi di Med sui tamburi. La canzone diventa poi l'ennesima scarica di adrenalina, col batterista che inizia a pestare le pelli come un dannato, eseguendo, appunto, il tipico tupa tupa. Sanso e Ziro suonano cattivi come non mai le loro chitarre e Reno, oltre a cantare ancora una volta in modo convincente, fa una bella prova anche col basso, che in questa canzone risulta decisamente più udibile. Bellissimo il ritornello, caratterizzato ancora una volta dai cori che gridano -Mosh all over you!-. In questa sezione, la batteria si fa ancora più pesante e a detta di chi scrive, un chorus come questo fa venire voglia di spaccare qualsiasi cosa si abbia attorno, esattamente la sensazione che un buon pezzo thrash dovrebbe sempre suscitare. Si giunge alla prima sezione di assoli: sono puliti, più lunghi e anche più melodici di quelli dei brani precedenti. Molto tecnica la sezione finale di essi. Si torna poi al motivo centrale della canzone, con Med che risalta dietro la batteria per il suo incredibile temperamento. Siamo ormai nella parte finale, ed ecco che arriva una seconda sezione di assoli, pressoché identica alla prima, ma che in maniera intelligente chiude la canzone e con essa il disco.

Conclusioni

Come esordio, è un album che funziona. Coinvolgente dal primo all'ultimo minuto, tecnico, buona produzione, né troppo violento, né troppo melodico. I Game Over prendono spunto da un po' tutta la scena della bay-area e, più in generale, dal thrash americano: la velocità ricorda i  Metallica degli esordi, l'abilità tecnica ispirata a band come Megadeth e Death Angel, qualche influsso humor tipico degli Anthrax e alcuni elementi di matrice "slayeriana". La qualità migliore che si riconosce in questi quattro ragazzi ferraresi, è la sincerità. Si, perché in 35 minuti, dimostrano tutto il loro amore, la loro passione per il thrash metal, suonandolo a 360° gradi. Questo gruppo vive e respira thrash metal: infatti, sin dalla prima canzone si capisce che nella vita non avrebbero potuto fare altro che suonare questo genere. Sul piano delle liriche ci siamo: come la regola del thrash vuole, i Game Over spaziano fra diversi argomenti: come detto in precedenza, trovano posto tematiche sociali, ma anche cinema horror, un po' di humor - che non guasta mai e col metal ci sta ancor meglio di quanto si potrebbe pensare - e infine la vita di un thrasher, condita da birra a fiumi, headbanging fuori controllo, pogo, teste sbattute, caos e chi più ne ha più ne metta. Sicuramente "For Humanity" è un disco che scopiazza fin troppo dagli storici album degli anni 80, ma, essendo un lavoro d'esordio ci può stare, e certamente, il fan più oltranzista non rimarrà deluso nel risentire le sonorità anni 80 riportate ai giorni nostri. Da sottolineare anche il coraggio della band, che nel 2012, in un paese mai stato amico del metal come l'Italia, va controcorrente, riesumando una realtà che ormai si credeva morta e sepolta, dopo il passaggio di storici gruppi quali Extrema o Bulldozer. La band ferrarese ha portato una ventata d'aria fresca nell'underground italiano, a dimostrazione che qui da noi il metal non è morto, ma aspetta solo il segnale, la scintilla giusta. Poi effettivamente, negli anni 2010, l'Italia non stava vivendo un buon periodo per quanto riguardava il metal, specie quello più old-school: c'erano già da diverso tempo band come Fleshgod Apocalypse o Rhapsody of Fire (tanto per citare due gruppi a caso), ma parliamo di band che interpretano il metal in modo diverso, più moderno. Si sentiva la mancanza di un gruppo che riportasse con la mente indietro agli anni 80-90, che riuscisse a rispolverare certe sonorità. I Game Over sono riusciti proprio in questo: Reno e soci decidono di autoproclamarsi portatori di un movimento revival-thrash italiano, e la cosa ha avuto il suo effetto. Difatti, col passare del tempo e con la pubblicazione dei dischi successivi, i Game Over si conquistano una discreta schiera di fan. È naturale poi che non fossero l'unico nuovo gruppo thrash italiano, anzi, tante band avevano visto la propria nascita intorno al 2008-2010, però i Game Over avevano un qualcosa in più, addirittura, forse, la consapevolezza di poter essere una delle band di punta del nuovo movimento metal italiano. E a testimoniare ciò, la presenza costante del gruppo pure all'estero. Infatti, dopo la pubblicazione di questo disco d'esordio, i Game Over, nel 2013, hanno fatto anche un piccolo tour mondiale (di spalla ad altre band, ovviamente): oltre all'Italia, il gruppo è andato in scena in svariati luoghi come Australia, Germania e Polonia, conquistandosi, anche in territorio straniero, la sua schiera di fan. Fan cresciuti sempre più, visto che ad oggi la band  vanta quattro full length all'attivo, seguiti, appunto, da svariate tournée in giro per il mondo a supporto di gruppi maggiori. Tirando le somme, "For Humanity" è un album frizzante, divertente e adrenalinico. Dal successivo "Burst into the Quiet", del 2014, la band inizierà lentamente a discostarsi dal mood anni 80, incidendo qualcosa di più personale, senza stravolgere il sound.

1) Abyss of a Needle
2) Dawn of the Dead
3) Mountains of Madness
4) War of Nations
5) Overgrill (El Grillador Loco)
6) N.S.A.
7) Bleeding Green
8) Another Dose of Thrash
9) Evil Clutch
10) Tupa Tupa or Die
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