GAME OVER

Crimes Against Reality

2016 - Scarlet Records

A CURA DI
FRANCESCO NAPPI
04/06/2019
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Nell'anno 2016, il thrash ha celebrato molti trentennali. Ricordiamo gli arcinoti "Master of Puppets" dei Metallica, "Reign In Blood" degli Slayer, "Peace Sells... But Who's Buying" dei Megadeth e album altrettanto storici come "Pleasure to Kill" dei Kreator o "Darkness Descends" dei Dark Angel. Quindi, il 2016 per i thrashers e in generale per i metallari, è stato un anno di ricorrenza, di celebrazione verso quei dischi-capolavoro che hanno reso il thrash metal immortale. Tuttavia, c'è stato chi invece ha cercato di portare avanti il movimento, chi ha tentato di dare un dignitoso seguito a quelle gemme che risplendono tutt'oggi. E non parliamo di una band americana o del nord Europa, ma parliamo dei Game Over, italiani doc. Il quartetto di Ferrara, formatosi nel 2008, aveva pubblicato già due album: "For Humanity", uscito nel 2012, e "Burst Into the Quiet", pubblicato nel 2014. La proposta musicale dei Game Over era dapprima un thrash preso direttamente dagli anni 80 e riportato tale e quale ai giorni nostri, poi, coll'album successivo, c'è stata una ricerca di un sound più personale. Il 2016 li vedeva dunque alla fatidica prova del terzo disco e si sa, il terzo album può essere la svolta o il flop. A dirla tutta, questa formuletta può funzionare con le band famose e di certo i nostri Game Over non godono di milioni di fans. Però, col tempo, una discreta schiera di sostenitori se la sono fatta e quindi, i ragazzi romagnoli non passano totalmente inosservati. Con questo terzo disco, più che altro, bisognava vedere se i Game Over avevano continuato a lavorare sulla strada intrapresa dall'album precedente, oppure se erano stati solo l'ennesimo fuoco di paglia. Gli ingredienti per fare bene c'erano tutti, ma poi bisogna anche riuscire ad amalgamarli. Ebbene, quello che i thrashers ferraresi tirano fuori è un disco diverso dalle precedenti uscite, un album dove la foga e la velocità vengono parzialmente messe da parte in favore di un sound più maturo, più adulto, più tecnico e soprattutto più melodico. Sia chiaro, questo Crimes Against Reality resta un disco thrash, però ci sono notevoli influssi dall'heavy metal classico specie nei soli di Ziro e Sanso. Come detto, la velocità non fa più da assoluta padrona al sound del gruppo ma si alterna a tempi più dilatati e trattenuti. Altra cosa che si riscontra, è una ricerca di trame molto intricate che a tratti flirtano quasi col prog metal. Non che tutto d'un tratto i Game Over siano diventati una sorta di Annihilator italiani, però si può notare ad esempio come in questo album ci siano canzoni più molto più lunghe rispetto a quelle dei lavori antecedenti. Lunghezza giustificata da canzoni aventi trame varie, ricche e notevolmente perfezionate. Si vede che in questo album la band ha provato a fare il salto di qualità, forse anche ammorbidendo la sua proposta musicale, ma non snaturandosi per niente. D'altronde, se si vuol guadagnare di più, bisogna anche scendere a qualche compromesso. Non che con questo full-lenght i Game Over abbiano avuto chissà che svolta alla loro carriera dal punto di vista economico, però "Crimes Against Reality" ha dato la possibilità al gruppo di maturare ed allargare i propri orizzonti. Poi si sa che di questi tempi, in un paese come l'Italia, per un gruppo thrash metal è difficile vendere, quindi si ha molta più fiducia nel mercato estero. Si migliora anche dal punto di vista delle liriche: mentre nei primi due dischi le tematiche riguardavano per lo più film horror e lo stesso thrash metal, associate comunque ad altre liriche riguardanti il sociale, in questo terzo lavoro si trattano argomenti più complessi come la vita e la mente umana. Non mancano comunque testi legati al passato della band. La formazione è rimasta la stessa del disco precedente e vede tutti i membri in ottima forma e notevolmente migliorati ai loro strumenti. Migliorata molto anche la produzione, che qui mette in risalto anche il basso di "Reno" e dona alle chitarre un suono molto fluido, forse non durissimo, ma che ben si amalgama col mood generale del disco. Insomma, con "Crimes Against Reality" i Game Over inaugurano un nuovo corso: il contesto è diventato più adulto, i bei tempi dei mosh e dei wall of death sono finiti, adesso si fa sul serio.

What Lies Within...

Il platter è introdotto dalla traccia strumentale What Lies Within... (Cosa c'è dentro...). Già ci troviamo di fronte ad una novità, perché i Game Over nei precedenti full-lenght non avevano mai aperto con una strumentale. Un delicato arpeggio di chitarra da il via al brano (e al disco), creando una atmosfera intima e malinconica. Poco dopo, dei secchi colpi sulle pelli e plettrate dell'altra chitarra, cominciano a far salire la tensione. L'arpeggio udito all'inizio man mano svanisce e la traccia, nei suoi trenta secondi rimanenti, diventa un roccioso mid-tempo che sfocia direttamente nella prima vera canzone del disco.

33 Park Street

Ecco che allora ci esplode nelle orecchie 33 PARK STREET, ovvero Strada del parco 33. Il brano è praticamente il continuo dell'intro precedente e si apre con un corposo riff di chitarra mentre "Vender" scandisce potenti colpi sulle pelli. La canzone si scatena poi nella classica cavalcata "game overiana", quindi chitarre serrate e sezione ritmica veloce. Da notare come il basso di "Reno" si oda di più rispetto alle precedenti produzioni, giovando così al sound della band che diventa più roccioso. Un rallentamento di pochissimi secondi illude lo spettatore, difatti qualche istante dopo "Reno" inizia a cantare e i Game Over hanno già ripreso a correre. Il brano viaggia spedito rivelandosi duro ma suonato con perizia e senza mai sfociare nella violenza musicale vera e propria. La voce del cantante è bella forte, donando al brano ancora più cattiveria. Vender nel frattempo galoppa dietro alla batteria, facendo risaltare la doppia cassa. Giungiamo poi ad un passaggio dove si alternano i consueti cori, che abbiamo imparato a conoscere, e i sussurri di "Reno" e subito dopo abbiamo il primo assolo: veloce, tecnico e melodico al punto giusto. Insomma, il classico che ci si aspetta di sentire in un disco thrash. Dopo, c'è un rallentamento con le chitarre che si rendono per un momento meno violente, ma è solo un'introduzione alla seconda strofa che però, rispetto alla prima è meno veloce. Si può notare come, nonostante "33 Park Street" sia una canzone in puro stile "Game Over", la band cerchi di rendere la propria musica più intricata, più tecnica e meno lineare rispetto al passato. Ovviamente i thrashers ferraresi non si cimentano in robe cervellotiche, col rischio poi di risultare troppo forzati, però osano quel tanto che basta per dare alla propria musica un'aria diversa. E questo sarà ancora più accentuato nei brani successivi. Proseguendo, la strofa torna alle consuete velocità con la doppia cassa in risalto. Arriva il ritornello, il quale si rivela più melodico, con le chitarre che eseguono riff stoppati mentre "Vender", invece, continua a picchiare duro. C'è un improvviso cambio di tempo e udiamo un particolare fraseggio di chitarra, molto delicato ma supportato dalla consueta, possente, base. Una breve sezione in mid-tempo, apre al secondo assolo: si possono udire qui chiarissime influenze scuola NWOBHM, data la tecnica e la melodia con le quali il solo viene suonato. Molto bello e molto virtuoso. La canzone sta per volgere al termine e la band conclude con un altro ritornello, che termina di fatto un gran bel brano. L'inquietante testo parla di un manicomio situato in una strada denominata appunto "33 park street". L'edificio è stato costruito nel diciannovesimo secolo e prevedeva al suo interno soprattutto bambini curati da suore, le quali però erano malvagie e li sottoponevano a giochi sanguinari, segregazioni e altre torture di svariato genere. Con l'arrivo delle guerre, il manicomio ha poi chiuso, ma gli spiriti dei bambini o di chi chiunque sia morto li dentro è rimasto li a stanziare, infestando dunque l'edificio. Si parla di figure che girovagano nel cuore della notte e noi, persone in carne d'ossa, siamo spaventati da ciò ma abbiamo uno strano desiderio di entrare in quel luogo maledetto. Insomma, delle liriche di un certo impatto, che creano senz'altro un'atmosfera lugubre. Non si sa se i Game Over per questo testo, si siano ispirati alla pura fantasia o ad una delle tante leggende di ex-manicomi infestati dai fantasmi.

Neon Maniacs

La terza traccia del platter ci riporta ai vecchi Game Over. Neon Maniacs (Maniaci al Neon) viene introdotta da un riff diretto ed essenziale, tanto che sembra di trovarci di fronte ad una canzone dell'esordio "For Humanity". La song, dopo le iniziali note di chitarra, parte subito sparata con "Vender" che guida con la sua doppia cassa, mentre "Reno" si cimenta in un cantato quasi punk. Abbiamo un leggero cambio di registro e ci ritroviamo in un vortice speed metal dal quale pare impossibile uscire: "Vender" continua a pestare come un dannato, "Sanso" e "Ziro" eseguono riff molto semplici ma funzionali e "Reno" con la sua voce, continua ad essere impetuoso ma al contempo orecchiabile. La canzone risulta essere piuttosto solare e destinata a scatenare moshpit selvaggi nei concerti. Successivamente abbiamo un cambio di tempo e il riff di chitarra si fa più quadrato e pungente, mentre "Vender" rallenta, tenendo ora un tempo più lineare. Poco dopo però, ecco la seconda strofa, con la velocità che torna a far da padrona. Seconda strofa che si presenta identica alla prima, e noi di conseguenza siamo impegnati nuovamente in un forsennato headbanging. Le velocità restano elevatissime ed ecco che tornano i versi che avevamo ascoltato ad inizio canzone: diciamo che in questo caso siamo di fronte quasi ad un chorus, anche se è difficile classificarlo tale vista la sua estrema cortezza. Un successivo rallentamento, introduce al primo assolo, molto melodico e molto rockeggiante, donando così varietà alla canzone. Il secondo assolo invece, grazie anche ad una velocità che torna ad essere più sostenuta, è tipicamente metal pur restando melodico. Giunti ormai agli ultimi secondi del pezzo, la band urla in coro il titolo del brano, dopodiché cala il sipario. Una canzone primitiva, che trova la sua dimensione soprattutto in sede live. Le liriche tornano ad essere più semplici: si parla appunto di questi maniaci del neon che stanno arrivando in città giungendo dalle stelle, pronti a mettere a soqquadro ogni cosa. Lo scopo è quello di diventare tiranni e di terrorizzare gli umani prendendoli uno ad uno e versare il loro sangue. Viene citata la California, e a questo punto è plausibile che in realtà, questi maniaci del neon altro non sono che gli storici gruppi thrash formatisi proprio in quel luogo, negli anni 80. Sappiamo tutti quanti come la California sia stata importante per lo sviluppo della scena thrash americana, è da li che la storia ha avuto inizio. D'altronde, questa stessa canzone è molto anni 80, quindi un testo del genere calza perfettamente. 

With All That is Left

Con With AllThat Is Left (Con tutto ciò che è rimasto), giungiamo alla quarta canzone del disco ed alla prima vera sorpresa. Infatti, il brano in questione è una semi-ballad, che ricorda molto alcuni storici brani dei Metallica come "Fade to Black" o "One". Si inizia con un delicato e malinconico arpeggio, il quale apre immediatamente alla prima strofa. "Reno" comincia a cantare e ci accorgiamo di come il cantante/bassista sia davvero bravo anche in un contesto intimo come questo. La voce è melodica , accompagnata da un velo di tristezza, seppur il cantante mantenga delle linee comunque decise e solide, senza scadere nel melenso. Si prosegue dunque per circa quaranta secondi sugli stilemi tipici della ballad per poi entrare in una sezione un po' più pesante, dove le chitarre si fanno più corpose ma, l'andamento rimane comunque lento e la melodia continua ad essere predominante. In questo frangente, "Reno" fa aumentare ancora di più il pathos, grazie alle sue capacità vocali che qui esplodono. Successivamente, abbiamo la seconda strofa e il brano torna ad essere la ballad che avevamo udito all'inizio. Man mano, ci lasciamo trasportare dall'ottimo lavoro dei quattro ragazzi ferraresi, i quali sembrano decisamente a proprio agio. Anche "Vender", il quale lo abbiamo sempre sentito duro e potente, stavolta si da una calmata e tiene bene il lento tempo. Dopo, ritroviamo lo stesso passaggio più arcigno che avevamo sentito prima, il quale introduce la seconda parte della canzone, che, come la regola vuole, si fa più veloce e tecnica. Come da copione, un acido riff irrompe e poco dopo, interviene anche "Vender" con dei secchi colpi sulle pelli. Si procede poi con un tempo spedito, anche se non eccessivamente veloce, dove riudiamo la voce di "Reno". Va detto che, malgrado la band in questa seconda parte del brano sia tornata su binari più consoni, il sound rimane comunque melodico, soprattutto nelle chitarre che tessono riff rocciosi ma mai troppo duri. Lo stesso vale per le linee vocali di "Reno". Giungiamo allora agli assoli: melodicissimi, colmi di tecnica (mai fine a se stessa) e davvero belli da sentire. In tali soli, inoltre, si possono avvertire, moltissime influenze provenienti dal metal di stampo britannico. Di thrash non c'è quasi nulla, ma va benissimo così. A questo punto, la canzone termina con l'arpeggio che avevamo udito all'inizio. Non c'è che dire, una canzone davvero ben fatta, non certo originalissima ma molto coinvolgente. Anche le liriche cambiano, in quanto si fanno molto più profonde e recondite. Il testo sembrerebbe alludere ai drammi della vita e come cercare di superarli: quando  perdiamo qualcosa di importante, tutto diventa grigio ed inizia a perdere di significato. Ci sembra che il mondo ci crolli addosso e non abbiamo idea su come affrontare la cosa. Il segreto, ci dicono i Game Over, sta nel rialzarsi e andare avanti con ciò che è rimasto, senza pensare più a quello che è stato ma concentrandosi sul domani, il quale illumina tutti "gli ieri". Ovviamente per ciò, ci vuole forza di volontà, però se si è abbastanza determinati, i problemi, anche quelli che causano più dolore, saranno superati. Insomma, i quattro ragazzi ci dicono di non arrendersi di fronte alle avversità e di affrontare le difficoltà anche con poco. 

Astral Matter

Dopo questa parabola così emotiva, torniamo adesso a scuotere le nostre teste con Astral Matter, in italiano Materia Astrale. Un brano lungo, di oltre sei minuti, che ci dimostra tutte le capacità tecniche e compositive dei thrashers ferraresi. Il brano inizia con un fraseggio di basso distortissimo, che va a creare un'atmosfera tetra e paludosa. Subentrano poi chitarre e batteria: le prime cominciano a suonare un riff non durissimo ma condito da venature epico/drammatiche, mentre la seconda si cimenta in un tempo abbastanza lento. Successivamente, le chitarre cambiano registro, tornando a farsi lugubri attraverso dei fraseggi molto tecnici, supportati da ulteriori effetti in sottofondo, che contribuiscono a creare quel climax di cui si parlava prima. Un po' a sorpresa poi, troviamo un bell'assolo di chitarra, che tiene sempre alto il pathos. Dopo questa lunghissima, ed ottima, introduzione, i colpi di "Vender" sulle pelli e un roccioso riff di chitarra danno il via alla prima strofa, caratterizzata da un andamento lineare ma comunque trascinante. "Reno" come al solito impiega la sua voce al meglio, anche se in questo caso, ci mette forse meno grinta, anche per via di linee vocali che sanno di già sentito. La canzone prosegue in bilico tra thrash ed heavy metal britannico, d'altronde lo si era detto che in questo disco, i Game Over avevano preso spunto molto dai gruppi inglesi. Il ritornello non è nulla di memorabile, ma ti entra subito in testa e sarà punto di forza in sede live, grazie soprattutto alla sua melodia. Successivamente, troviamo una sezione decisamente più tecnica: "Vender" tiene un tempo a metà tra il mid e l'up, mentre le chitarre eseguono un riff molto zanzaroso ma complesso. Anche "Reno" ora torna ad essere quello che consociamo, con la sua voce potente ma melodica. Dopo, una brevissima sezione strumentale introduce un frangente caratterizzato da soli ritornelli, anche se inframmezzati da delle mini-strofe di pochissimi istanti. Un ottimo arrangiamento. Arriva il primo assolo, il quale grazie alla sua scrittura e alla sua melodia riporta subito con la mente ai soli di Adrian Smith e Dave Murray, ovvero gli axeman degli Iron Maiden durante gli anni 80. Idem per il secondo assolo. Ancora una volta però, vanno sottolineate le capacità di "Sanso" e "Ziro", i quali in questo disco si esaltano notevolmente. Abbiamo poi una nuovi ritornelli e un'ulteriore strofa, che ci portano verso la fine del brano. L'ultimo minuto è interamente strumentale e torna a farsi strada quell'atmosfera cupa di inizio canzone, grazie alle chitarre che creano nuovamente un'aria rarefatta e nebbiosa. Alla fine la canzone termina con un arpeggio di chitarra. Il testo, molto bello, tratta il tema del cosmo e di ciò che lo circonda. I Game Over ci narrano del mistero, di ciò che esiste intorno ed oltre il cosmo. C'è l'oscurità ma soprattutto l'eternità, la quale ci appare come un'infinita distesa nera punteggiata da stelle. Bisogna prepararsi all'infinito, dicono i quattro ragazzi ferraresi, e forse un giorno, non si sa quando, davvero scopriremo cosa c'è oltre l'universo che conosciamo. Il cosmo è qui identificato come una specie di elemento supremo, che governa su tutto e che ci indicherà i nostri destini. Il mondo che conosciamo sarà distrutto a causa dell'incontro di Alpha e di Omega e si apriranno nuovi orizzonti, nuovi confini e ci saranno nuove origini. Insomma, bisogna prepararsi ad un nuovo corso della vita che ci sarà mostrato a tempo debito. Non c'è che dire, i nostri thrashers si dimostrano efficientissimi anche dal punto di visto lirico, dimostrando in questo brano in particolare, una certa capacità a trattare materie molto complesse come appunto l'universo e l'astrologia. Complimenti.

Fugue In D Minor

La sesta canzone, è la brevissima (solo 45 secondi di durata) Fugue In D Minor. Come negli album precedenti, anche in questo disco i thrashers ferraresi incidono un brano dalla durata estremamente corta, in omaggio ai gruppi punk/crossover del passato. La canzone si sorregge tutta su 25 secondi di pura isteria, con batteria e chitarre sparate a mille e la voce di "Reno" grintosa e cattiva. Gli ultimi venti secondi, sono occupati da un simpatico motivo di tastiera. Il testo è piuttosto umoristico e dice di come la band volesse suonare un concerto di musica classica e quindi ha scritto una fuga in re minore. 

Just A Little Victory

Arriviamo dunque al settimo brano, ossia Just A Little Victory, che in italiano significa Solo una piccola vittoria. Non siamo certo di fronte ad uno dei migliori brani del platter, e la canzone in questione sa parecchio di filler. Un riff non originalissimo da il via alle danze e subito "Reno" inizia a cantare mentre "Vender" detta un tempo sostenuto ma non velocissimo. "Sanso" e "Ziro" poi, in sottofondo al riff delle loro chitarre, si districano in alcuni effetti sonori ottenuti dalle distorsioni dei loro strumenti. Un cambio di riff introduce il primo assolo, eseguito su una base ora più lenta. Un bel solo, melodico e rockeggiante. Si riparte poi con la seconda strofa e al termine di essa troviamo il ritornello dove le linee vocali si fanno più melodiche ma non per questo meno grintose. Insomma, un chorus come tanti, piacevole ma nulla di più. Successivamente via al secondo, bellissimo, assolo: si può udire l'effetto distorto datogli, ottenuto probabilmente con la pedaliera; troviamo poi anche una sezione di tapping e infine un ultimo frangente dal retrogusto quasi psichedelico. Dopo, un momento strumentale, caratterizzato da un riff eseguito su un tipico mid-tempo, introduce il finale della canzone, condito esclusivamente da ritornelli. Tirando le somme, "Just A Little Victory" non è uno dei pezzi migliori del disco, però si lascia ascoltare con piacere, grazie anche all'esigua durata di appena tre minuti. Il testo, si potrebbe analizzare sotto due ottiche diverse: la prima potrebbe alludere ad un individuo spregevole che riempie le giornate con "felicità usa e getta". Il suo cervello è vuoto e sembra essere manovrato come una marionetta. Questo tale sputa odio e veleno, giudica, ma non può essere giudicato. Allora, per lavare i propri peccati, questa persona ricorre alla confessione in chiesa (evidentemente ad un certo punto il tale si pente), la quale però è solo una piccola vittoria, perché in realtà nasconde chi lui è davvero. L'altra chiave di lettura che si può dare a questo testo, è un'aspra condanna della confessione cattolica, la quale è vista solo come un insignificante rimedio messo a disposizione della gente per purificare i propri peccati.

Gates of Ishtar

Si ritorna ad alti livelli con Gates of Ishtar, in italiano Cancelli di Ishtar, forse il brano più tecnico di tutto l'album e che più si avvicina, con le dovute proporzioni, al techno-thrash di storiche band come Voivod o Annihilator. La canzone si apre con un allucinato e tagliente fraseggio di chitarra, al quale, poco dopo, si affianca il potente drumming di "Vender" che si lancia in un roccioso mid-tempo. Si può anche udire il basso di "Reno", che irrobustisce ancora di più il sound. Salgono poi in cattedra le chitarre, le quali ora modificano leggermente il riff di partenza, rendendolo, se possibile, meno acido. In sottofondo, la sezione ritmica accompagna dapprima piano per poi man mano aumentare di velocità fino ad introdurre la prima strofa, sviluppata su un velocissimo up-tempo. La voce di "Reno" è come al solito funzionale, le chitarre si fanno stridenti e "Vender" detta legge con la sua doppia cassa. Abbiamo poi un improvviso rallentamento dove le chitarre tirano fuori un riff minaccioso, ma è solo un preludio al ritornello che come al solito è più melodico ma fa riacquistare velocità alla canzone. Un breve, ma tecnico, passaggio strumentale apre alla seconda strofa, dove ancora una volta risalta la batteria. Un nuovo rallentamento apre ad un bel passaggio dal ritmo lento ma possente, dove si possono udire anche dei cori, con riferimento a questa "Ishtar". Un ulteriore, corta, sezione dall'andamento marziale, introduce il primo assolo di chitarra: veloce, tecnico e tipicamente thrash, molto bello. Un nuovo rallentamento, apre al secondo assolo che risulta più aspro del precedente, ma comunque dotato di melodia. Dopo, si ode di nuovo il fraseggio chitarristico che avevamo udito all'inizio della canzone e successivamente parte l'ultima strofa. C'è spazio pure per un ultimo ritornello, il quale di fatto chiude questo bel brano. Le liriche sono pregevoli e sono a tema mitologico-religioso. Si narra di un sacrificio per soddisfare gli dei e Babilonia, regina di tutte le terre. Viene narrato di quanto sangue ci sia sulle pianure di Babilonia, città che tra l'altro, nel corso della sua storia, è stata identificata sotto tante vesti, sia buone che cattive. Successivamente, entra in scena Ishtar, che sembrerebbe la madre dei mortali ed è lei che dalle stelle deve aprirci i cancelli. Ishtar ha anche combattuto nelle profondità dell'inferno contro il male più assoluto per amore, ed è stata intrappolata nell'Ade e maledetta dal diavolo. A causa di ciò, la terra è prima appassita e poi morta. A voler leggere questo testo sotto una certa ottica, si potrebbe dire che in tal caso i Game Over hanno voluto raffigurare la lotta eterna tra il bene e il male e Ishtar potrebbe essere un messaggero di Dio mandato per combattere Lucifero.

Crimes Against Reality

È il turno della title-track, che con i suoi sette minuti e mezzo risulta essere il brano più lungo dell'album e, finora, di tutta la carriera dei Game Over. Delle fulminee plettrate e secchi colpi sulle pelli aprono il pezzo, il quale cambia subito registro con tecnici fraseggi di chitarra che danno il via ad un sostenuto up-tempo. Poco prima della prima strofa, c'è un passaggio dove si ode chiaramente il basso sovrastare tutti gli altri strumenti, quasi come se "Reno" stesse eseguendo un assolo. Dopo ciò, inizia, appunto, la prima strofa con "Reno" che sfodera una voce carica come non mai di grinta e carisma. Ad accompagnare, una sezione ritmica veloce e arcigna. Rispecchia il riffing tanto semplice quanto efficace di Sanso e Ziro. La seconda parte della strofa è molto più melodica ma continua a mantenersi su una ritmica serrata e subito dopo abbiamo il ritornello che prosegue sulla stessa riga, con tanto di cori. Troviamo poi un breve ma riuscito assolo di chitarra, il quale apre alla seconda strofa. Impossibile non fare del sanissimo headbanging, tanta è la carica che la canzone trasmette. Riecco poi il chorus e dopo di esso, una lunga sezione strumentale ci assale, condita da un gran bell'assolo di chitarra. Dapprima, il solo è eseguito su una base musicale veloce, ma la cosa che risalta è l'atmosfera che improvvisamente cambia, facendosi più cupa. Dopo invece, c'è un cambio di tempo, con "Vender" che si cimenta in un tecnico mid-tempo. A tal proposito, il solo si fa più melodico. Dopo, altro cambio di tempo, nuovo riff e via con un passaggio strumentale dal ritmo più sostenuto. Il songwriting del brano sorprende ancora, tanto è che troviamo un nuovo cambio di tempo, il quale fa tornare la song sui binari dell'alta velocità, grazie soprattutto ad un riff ignorante e tipicamente thrash, anche se non privo di quei fraseggi e tecnicismi che ormai stanno entrando nel DNA della band. Un nuovo cambio di riff ci conduce stavolta ad un passaggio abbastanza particolare: la canzone quasi si ferma ed tetro arpeggio di chitarra fa la sua comparsa, mentre "Reno" e "Vender" si limitano a dar semplici colpi sui loro strumenti, fomentando così la cupa atmosfera che si è venuta a creare. Presto, subentra l'altra chitarra con delle pennate sempre più forti, fino ad introdurre al secondo assolo: molto lungo e molto bello, dotato di tantissima tecnica, melodia e aggressività. Subito dopo, "Reno", oltre che col basso, torna a farsi sentire anche con la voce per cantare un'altra strofa. Siamo ormai quasi alla fine della canzone ed ecco che i ritornelli fanno la loro comparsa per accompagnarci in questi pochi secondi restanti. Il brano si chiude definitivamente con un bel arpeggio di basso. Insomma, sette minuti davvero coinvolgenti. Forse, in generale, la canzone, in alcuni momenti sa di già sentito, però questa title-track è un concentrato di brillante thrash metal melodico. Le liriche analizzano un tema caro ai Game Over, ovvero il controllo delle menti da parte dei poteri forti. In questo testo, di stampo molto pessimista, vediamo come l'intera umanità sia controllata attraverso mezzi anche abbastanza semplici e chi tenta di ribellarsi, si ritroverà a predicare nel deserto perché ormai tutta la gente è come lobotomizzata. L'elemento che vige è la realtà virtuale, quindi si presume che la vita sia dominata dai media e dai nuovi strumenti elettronici. C'è bisogno di menti fredde, in modo tale che si abbassino facilmente ai voleri di chi comanda. Viene detto che chi prova a ribellarsi commette un suicidio, in quanto rifiuta la guida di questi governatori deviati, i quali invece, con l'inganno ovviamente, chiedono solo di fidarsi di loro. Alla fine, delle persone che si era, non resteranno che i ricordi, mentre giunge l'alba di una nuova razza di umani.

Fix Your Brain

L'ultima canzone dell'album è la validissima Fix Your Brain, ossia Aggiusta il tuo cervello. Un tecnico fraseggio di chitarra inaugura quest'ultimo capitolo del platter, mentre gli altri strumenti, per il momento, eseguono note stoppate in sottofondo. Parte poi un coinvolgente up-tempo, guidato dalle chitarre di "Sanso" e "Ziro", i quali fuori un azzeccatissimo riff che ricorda molto i Megadeth. Quando "Reno" inizia a cantare, le chitarre improvvisamente si interrompono e udiamo, oltre la voce, solo la sezione ritmica. Ma è questione di pochi secondi e infatti le due asce ricompaiono poco dopo con un nuovo riff semplice ma melodico ed efficace. Per giunta, anche le linee vocali appaiono catchy, forse anche un po' troppo standardizzate, ma tant'è. Interessante il passaggio a fine strofa, dove "Reno" balbetta alcune parole del testo, mentre gli strumenti tornano ad eseguire note stoppate. Un nuovo fraseggio di chitarra, uguale a quello che aveva introdotto il brano, irrompe e ci trasporta subito alla seconda strofa. L'intensità non cala, malgrado siamo dinanzi ad una canzone più lineare rispetto alle altre. Ed ecco a questo punto il ritornello, potente e grintoso ma dotato sempre di quel tocco di melodia che ormai conosciamo. Arriviamo dunque all'assolo: nel primo tratto, rispetto a quelli delle altre canzoni, non è troppo tecnico e punta più sull'atonalità e in più è supportato da una sezione ritmica galoppante, con la doppia cassa di "Vender" in risalto. Nella seconda parte invece, il ritmo rallenta vistosamente ed ecco che il solo si fa molto più melodico ed orecchiabile. Siamo quasi alla fine e allora la band, che nel frattempo è tornata a suonare veloce, ci lancia addosso altri due ritornelli prima di darci il colpo finale con un altro assolo, che va a chiudere bene il full-lenght. Le liriche, ancora una volta molto interessanti e non di facilissima interpretazione: sono diverse le chiavi di lettura che potremmo darne ed una di queste è che, nel brano, si parla di un individuo presuntuoso e arrogante, al quale piace sempre avere ragione, essere superiore agli altri e non mettere mai in discussione se stesso. E quando a questo tale capitano determinate cose, la colpa è sempre del mondo intero, quando invece è proprio lui la causa di ciò che gli succede. Alla fine però, nessuno finirà per ascoltare ciò che ha dire la persona in questione, finendo solo per annoiarsi in quanto un simile personaggio è uguale a tanti altri. Se invece vogliamo vedere tali liriche sotto un altro punto di vista, si potrebbe pensare che questa sia un'altra canzone a sfondo politico. L'individuo protagonista del testo parrebbe essere qualcuno di potente, un politico appunto, che sfrutta la propria posizione per benefici a solo scopo personale. Un individuo che crede di avere tutti a suoi piedi e se qualcosa con qualcuno non gli va bene, è pronto a scatenare la guerra. Alla fine però, il personaggio, non si rivela altro che l'ennesimo pallone gonfiato e che in realtà non ha nulla se non ha la sua avidità. 

Conclusioni

Come si dice, il terzo album è solitamente quello che o ti lancia definitivamente la carriera, o te la segna per sempre in negativo. Per i Game Over, sicuramente è da escludere un temuto passo falso, visto che il disco è di ottima fattura e vanta un songwriting variegato e ispirato. Tuttavia, non si può certo parlare di lancio della carriera, ma non tanto per la band, quanto per l'anno nel quale l'album è stato pubblicato. Perché, parliamoci chiaro, nel 2016 (e tutt'ora), come ben sappiamo, il mercato musicale pretendeva ben altro e l'uscita dell'ennesimo album metal sarebbe passata inosservata. Poi, diciamocelo, i Game Over, se fossero esistiti negli anni 80, il periodo più florido riguardo il thrash metal, non avrebbero mai potuto competere con i giganti americani come Metallica o Testament. Tuttavia, questo "Crimes Against Reality" è un album che merita di essere ascoltato, anche un po' per orgoglio patriottico. Sì, perché i Game Over sono una band di assoluto talento e l'Italia, che nei confronti del metal non è mai stata molto amica, può vantare tra le nuove leve mondiali una band di indubbio valore. Come detto, questo lavoro ha una marcia in più, fin dalla produzione: pulita, equilibrata e con gli strumenti che si sentono tutti distintamente. E non è scontato che al giorno d'oggi, una band thrash italiana possa, già al terzo disco, vantare una produzione soddisfacente. Che poi a dire il vero, neanche i dischi precedenti suonavano male, anzi, ma questo qui suona meglio, decisamente. In tale disco, i Game Over mirano ad ampliare i propri orizzonti: naturalmente, il genere suonato è thrash metal al 100%, ma molto più raffinato e tecnico. C'è largo spazio a sezioni strumentali, le quali a tratti ricordano non solo quelle dei gruppi thrash più particolari ma anche quelle dei gruppi britannici come gli Iron Maiden. Lo stesso vale per gli assoli: se nei due dischi precedenti, i soli di "Sanso" e "Ziro" erano quasi sempre melodici ma tipicamente thrash, qui molte melodie sono prese in prestito sempre da quella NWOBHM che ha fatto scuola a tutti. L'elemento, o meglio, il brano che sicuramente colpisce di più è "With All That Is Left", la prima semi-ballad della band. In questo caso, i thrashers ferraresi hanno dato prova di saperci fare anche con la melodia più ammiccante, senza scadere però nel melenso e nel prevedibile. Questo e tanto altro, deriva ovviamente da un songwriting davvero efficiente, si percepisce difatti che con questo terzo lavoro, i Game Over volessero fare sul serio, tentando nell'impresa di attirare più gente possibile ad ascoltare la propria musica. D'altronde, a questi ragazzi va fatto un plauso a priori, perché, nonostante il periodo musicale nel quale militano, vanno avanti per la propria strada, ben consapevoli che in tempi come questi e soprattutto in un paese come l'Italia, il rischio di vendite basse, per non dire nulle, è altissimo. E il fatto che il metallaro medio italiano non vada in cerca di nuove band, ma rimanga sempre ancorato a quelle del passato (che per carità, nessun gruppo nuovo potrà mai sostituire), di certo non aiuta. Però, i Game Over sono certi di quello che fanno e possono contare su un discreto seguito all'estero, ottenuto anche grazie all'essere stati la band di supporto di gruppi più importanti. Infatti, il tour di supporto a questo album ha toccato sia l'America che l'Europa, dove i nostri si sono esibiti in Repubblica Ceca. Insomma, il terzo disco consacra i Game Over come band underground di rilievo; certo, difficilmente un giorno suoneranno davanti ad un pubblico numeroso e tutto per loro (ma mai dire mai), però, forse a questi ragazzi ciò manco interessa, basta che si divertono a suonare ovunque si trovino e che chi va ai loro show, si scateni come giusto che sia.

1) What Lies Within...
2) 33 Park Street
3) Neon Maniacs
4) With All That is Left
5) Astral Matter
6) Fugue In D Minor
7) Just A Little Victory
8) Gates of Ishtar
9) Crimes Against Reality
10) Fix Your Brain
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