GAME OVER

Claiming Supremacy

2017 - Scarlet Records

A CURA DI
FRANCESCO NAPPI
10/07/2019
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Anno domini 2017: in Italia, il movimento metal underground è mantenuto vivo grazie ad una serie di band che, con quello che possono, realizzano dischi e suonano in posti spesso piccoli ed angusti. Ma anche la presenza costante dei fans è cosa importantissima e, finché ci sono loro, suonare e fare concerti risulta più semplice, bello ed emozionante. Tra i tanti gruppi che provano a farsi le ossa in un periodo storico molto difficile per quanto riguarda il metal, ci sono i ferraresi Game Over, i quali a dire il vero, stanno già diversi passi avanti rispetto ad altri complessi che invece ancora non riescono ad emergere. Tre ottimi dischi pubblicati tra il 2012 e il 2016, produzioni di livello, concerti tenuti all'estero, musicisti di grandissima professionalità e testi impegnati, hanno fatto dei Game Over una bella realtà musicale nostrana. Col precedente "Crimes Against Reality", i quattro ragazzi romagnoli avevano prodotto sicuramente il loro lavoro migliore e l'anno seguente, eccoli di nuovo nei negozi e sulle piattaforme online col nuovo disco, Claiming Supremacy. Dopo il thrash tecnico e pulito dell'album precedente, quale sarebbe stato il nuovo passo per "Reno" e soci? Ecco, il passo è stato fatto, eccome, ma forse, non è quello che tutti si aspettavano: si, perché questo "Claiming Supremacy" ha un sound diverso, il che, forse, lo rende il disco più personale dei Game Over. Il genere suonato è ovviamente thrash metal, ma non quel thrash che ha reso la band nota nel panorama underground italiano. La produzione cambia volto rispetto alle uscite degli anni scorsi, in quanto le chitarre si fanno più sporche e il basso di "Reno" viene messo incredibilmente in risalto, tanto che a tratti copre un po' i chitarristi "Sanso" e "Ziro", e in generale, la potenza del suono sembra essere un po' ridotta. Anche il songwriting ha subito qualche modifica: rispetto al disco precedente, le canzoni sono molto più lineari, sempre coinvolgenti, ma seguono un andamento più omogeneo. Inoltre, in questo lavoro si punta tanto sulla parte ritmica e per ciò, gli assoli vengono un po' sacrificati, risultando in minor quantità, più corti, meno melodici. Evidentemente, dopo il lavoro cristallino di "Crimes Against Reality", la band ha voluto misurarsi con un'attitudine più stradaiola. Il thrash metal della band, in alcuni frangenti, flirta anche con un po' di alternative metal, segno evidente che in questo lavoro il gruppo volesse incorporare nel proprio sound altre influenze oltre al thrash. Tentativo pregevole, anche perché giunti ormai al quarto album, è arrivato il momento di guardarsi in faccia e decidere se continuare sulla stessa strada di sempre, oppure allargare i propri orizzonti. Non che tutto d'un tratto i Game Over siano diventati una sorta di Faith No More (con tutto il rispetto per Patton e soci); il genere suonato resta il thrash metal, però degli influssi, provenienti da determinati lidi, sono ben udibili. Quello che ne esce alla fine, è un lavoro curato, dove l'originalità non manca. Certo, il disco precedente è migliore di questo qui, vuoi perchè più tecnico, più melodico o prodotto meglio... insomma, era di tutt'altra stoffa. Però, questo "Claiming Supremacy" ha delle ottime cartucce nel caricatore, che magari vanno assemblate per bene (ossia, le canzoni necessitano di più ascolti) ma alla fine si resta soddisfatti. E gli amanti del thrash puro possono in fin dei conti stare tranquilli, perché il finale del disco presenta dei pezzi in classico stile Game Over. Le liriche rimangono bene o male le stesse, quindi sempre trattanti argomenti come la società, la psiche umana e altro. Rispetto agli inizi, i testi incentrati sul cinema horror sono messi un po' da parte, ma è anche quello un aspetto del processo di maturazione. La line-up ormai è la stessa dal 2012, quando "Med", il primo batterista, abbandonò il gruppo dopo la pubblicazione del disco d'esordio, venendo rimpiazzato da "Vender". Ancora una volta, comunque, l'impegno della band è da lodare, perché appena un anno dopo "Crimes Against Reality", i Game Over sono tornati in studio a realizzare nuova musica, segno che loro sono i primi a credere in ciò che fanno, anche in tempi difficili come questi.

Onward to Blackness

Il disco si apre con la strumentale Onward To Blackness ossia Avanti al buio. Si tratta di un intro abbastanza atipica, in quanto l'apertura è affidata a dei cupi sintetizzatori che subito creano un'atmosfera alla Depeche Mode. Dopo, delle sottili note di chitarra cominciano a farsi strada ma sono ancora le tastiere a prevalere. Successivamente, i synth vengono messi da parte mentre le chitarre, sempre molto calme, si prendono la scena. Una delle due asce tesse una bella melodia arpeggiata mentre l'altra si cimenta in una specie di assolo molto rock anni 70. Improvvisamente, i volumi si innalzano e le chitarre esplodono nelle orecchie dell'ascoltatore. Fanno la loro comparsa anche il basso e la batteria, con "Vender" che inizia a dare secchi colpi sulle pelli. Nei restanti trenta secondi, il brano diventa un roccioso mid-tempo, con la batteria che funge da guida e il basso di "Reno" in primo piano. Alla fine il pezzo sfocia direttamente nella canzone successiva.

Two Steps in the Shadows

La prima vera canzone è in puro stile thrash metal e si intitola Two Steps in the Shadows, in italiano Due passi nell'ombra. Un duro riff introduce la canzone e poco dopo, "Vender" inizia a dare i consueti secchi colpi sui tom. Sopraggiunge poi "Reno" con la sua voce, la quale si presenta parecchio incupita rispetto alle uscite precedenti. Il basso risalta moltissimo, ha un suono metallico donando di fatto alla canzone, un'atmosfera vagamente industriale. Il pezzo si sviluppa in una adrenalinica cavalcata thrash che ricorda molto i Death Angel e dopo neanche un minuto, ecco il primo assolo: meno melodico del solito, molto acido e grezzo. In meno di 60 secondi, i Game Over ci hanno già fatto capire, quali saranno le novità di questo album. Dopo il solo, c'è una brevissima interruzione che introduce il ritornello, sviluppato su un tempo meno veloce di quello della prima strofa, ma sempre sostenuto. Dopo abbiamo una sezione con protagonisti i cori, elemento che da sempre caratterizza la musica dei Game Over. Si apre la seconda strofa, dove la voce di "Reno" si fa ancora più cattiva anche se, la velocità della canzone, ora, non è elevatissima. Ecco però una improvvisa riaccelerazione, la quale ci conduce a un nuovo ritornello. Dopo, troviamo una bella sezione in mid tempo, con le chitarre che macinano pungenti riff. Successivamente, "Vender" torna di nuovo a pestare veloce e entriamo così nella sezione con il secondo assolo: anche questo è molto acido, seppur un filo più melodico rispetto al primo. Tuttavia, in questi soli, sono riscontrabilissime le influenze di Slayer o i già citati Death Angel. Dopo, ritroviamo l'ultimo ritornello e a seguire lo stesso frangente in mid-tempo che avevamo udito poco più di un minuto fa. Con questo, il brano termina. Una gran bella prima traccia, cattiva e ben strutturata. Il testo si presenta piuttosto criptico, di difficile interpretazione. Una chiave di lettura potrebbe essere la dipendenza di droga, in quanto le liriche narrano di un ipotetico grande addio, un viaggio verso l'infinito, mentre i nostri demoni hanno preso possesso di noi. Tante cose non possiamo più farle ma ce né una che ci tiene svegli (non è specificato di cosa si tratti ma potrebbe benissimo essere la droga). La luce non c'è più, ma perché siamo noi che scegliamo di non vederla e di conseguenza, facciamo due passi nel buio (e a seguirne molti altri). Il prezzo da pagare è alto - e qui troviamo una bella metafora, ossia il dimenticarsi di fare il lancio dei dadi, che starebbe a significare lo scegliere di non scegliere la vita - tutto è portato via, soprattutto la nostra esistenza. Alla fine spegniamo la luce, e viviamo in una notte perenne.

Last Before the End

La terza traccia presenta già ulteriori innovazioni e risponde al titolo di Last Before the End, tradotto: Ultimo prima della fine. Una rullata di Vender introduce il brano, a seguire ci sono le chitarre che, supportate dal potente basso di Reno, iniziano dapprima con l'alternarsi tra riff stoppati e brevi accelerazioni, il tutto accompagnato dalla poderosa doppia cassa di Vender. Poi, il tempo rallenta leggermente, le chitarre si assestano e Reno inizia a cantare. Il sound del brano è sporco, impastato. Successivamente abbiamo una riaccelerazione che ci consegna un passaggio in stile speed metal e a dominare è ancora la doppia cassa di Vender, il quale si dimostra ancora una volta un batterista preciso ed efficace. Arriva poi il ritornello, sviluppato su un tempo tornato meno dinamico, dove troviamo, come di consueto, l'alternarsi tra la voce di Reno (più aggressiva che mai) e i cori degli altri componenti. Molto udibile in questo frangente il basso, dal suono molto freddo. Un bel passaggio strumentale, guidato dalle affilate chitarre di Sanso e Ziro, ci porta alla seconda strofa, di nuovo tirata a notevole velocità. Reno, vocalmente, ci mette tutta la grinta del mondo, mentre le due chitarre procedono rocciose e veloci. Un nuovo ritornello ci accoglie per poi condurci, attraverso un brevissimo ma tecnico passaggio strumentale, a due corti assoli: il primo eseguito da Ziro e il secondo da Sanso, entrambi parecchio grezzi e duri. Gli ultimi venti secondi restanti, culminano con Reno che ripete ossessivamente il titolo del brano, mentre gli strumenti sotto procedono in un'ultima accelerazione per poi concludere la canzone. Il testo tratta della realtà virtuale, argomento sicuramente attuale, visto che oramai, quasi ogni giorno vengono prodotti marchingegni capaci di catapultare l'uomo in una realtà alternativa. L'elemento centrale delle liriche sembrerebbe essere un individuo che sta vivendo una tragedia, però qualcun altro gli dice che in realtà nulla è come sembra, e ciòche il tale sta vivendo, è frutto della confusione che sta vivendo lui stesso. Il protagonista sembra che non riesca a distinguere la realtà dal virtuale, evidentemente per un abuso con conseguente dipendenza da esso. Viene chiesto al soggetto se c'è divario tra lui e il macchinario che crea la realtà virtuale e di tutta risposta, il tizio dice che non sa più cosa sia reale e che solo lui sa cosa c'è nella propria testa. Alla fine, ci si chiede se ci sia qualcuno dietro tutto questo, un qualche burattinaio che vuole avere il controllo su tutto e tutti. In tal caso, palesi sono i riferimenti anche all'argomento del controllo mentale da parte dei poteri forti. 

My Private Nightmare

Il quarto brano è My Private Nightmare, letteralmente Il mio incubo privato. Una batteria non potentissima ma precisa inaugura la canzone, a seguire, quasi immediatamente, le chitarre con un riff tipicamente thrash. In grande evidenza anche il basso di "Reno" che sorregge tutta l'impalcatura. Man mano, il sound si fa sempre più potente fino ad arrivare alla prima strofa che si rivela comunque non velocissima, ma piuttosto rocciosa e caratterizzata da un incidere abbastanza trattenuto. "Reno" come al solito sfodera la sua voce aggressiva e nel frattempo, continua a farsi sentire anche col basso, strumento che in questo album fa davvero la differenza. Un improvviso cambio di tempo da una sterzata al pezzo che improvvisamente si fa più veloce e tecnico. Siamo ora nel bel mezzo di un gran bel passaggio strumentale, tecnico al punto giusto, senza strafare. Abbiamo poi la seconda strofa e il ritmo rallenta di nuovo anche se, rispetto alla prima, si procede leggermente più veloci. Un'altra riaccelerazione, dettata dalla doppia cassa di "Vender", ci porta al ritornello che presenta linee vocali più melodiche. Ci accoglie adesso un passaggio dove protagoniste sono le chitarre che partoriscono dei bei fraseggi su una base che intanto è tornata ad essere più tranquilla. Ciò ci conduce al primo assolo: corto, cattivo, supportato da una batteria che ritornata ad essere veloce. Successivamente, si continua a viaggiare ad alte velocità, riudiamo pure la voce di "Reno" che si limita a cantare il titolo della canzone ed ecco che arriva il secondo assolo, il quale stavolta è più melodico ma meno tecnico e meno incisivo. Gli ultimi venti secondi sono veloci e possenti, con "Reno" e soci che con le loro voci, ripetono nuovamente il titolo del brano. Il pezzo alla fine termina sull'ultimo riff delle chitarre. Bella canzone, coinvolgente e molto thrash. Il testo non è semplicissimo da interpretare e le chiavi di lettura, sono almeno due: la prima potrebbe essere la storia di una persona la cui vita è caduta in disgrazia, l'altra invece, il decadimento del mondo che conosciamo. Nelle liriche si narra che prima era tutto perfetto, che il sole e la notte, le stagioni della vita, tutto si trovava in perfetto equilibrio. Non sembrava potesse esserci nulla che potesse smontare tutto questo. Ora invece, sembra che questi elementi siano diventati estranei e non si può far altro che andare il più avanti possibile. Intorno a noi ci sono solo i pezzi di un mondo perso e noi stiamo li a ricordare come era la nostra vita prima, ma ormai sono solo ricordi e sembra che ora, qualcuno ci stia rubando i giorni a venire. Uno scenario desolante quello descritto dai Game Over in questa canzone, ma al tempo stesso bello e suggestivo.

Blessed Are the Heretics

Giungiamo, con i suoi sei minuti abbondanti, alla canzone più lunga del disco, Blessed Are the Heretics, ossia Beati gli eretici. Il titolo di questa canzone è un chiaro omaggio al capolavoro dei Morbid Angel pubblicato nel 1991, "Blessed Are the Sick". Il riferimento, però, è solo riguardo il titolo della canzone, perché per il resto, siamo di fronte ad un pezzo in puro stile Game Over e stavolta con richiami allo scorso album. La canzone si apre con un fraseggio di chitarra molto melodico, quasi in stile power metal, mentre la sezione ritmica comincia in sottofondo a farsi strada. Dopo, odiamo da una delle due chitarre, un riff piuttosto cupo che si fa largo, incrociandosi con le note stoppate prodotte dall'altra chitarra. Nel frattempo, "Vender" supporta il lavoro delle due asce con un andamento in mid-tempo. Successivamente, "Reno" inizia a cantare, in modo meno cattivo rispetto agli altri brani. Le linee vocali del cantate sono buone e sono impostate su una base musicale molto particolare, dove la batteria segue un tempo strano anche se azzeccato. Lo stesso fanno le chitarre e il basso, dal suono sempre molto metallico. Dopo, abbiamo un interessante passaggio, caratterizzato dapprima dallo stesso singolare ritmo di cui abbiamo parlato prima, poi da una possente accelerazione, il tutto governato dalla batteria di "Vender". "Reno" canta qui alcuni versi, adattandosi benissimo su entrambi i tempi. Un mini assolo di chitarra, da il via alla seconda strofa, seguita poi da un passaggio lento dove le chitarre tessono ora riff molto più sottili e le linee vocali si fanno più melodiche. Dopo tale frangente ecco due assoli di chitarra: il primo si rifà al passato, difatti è tecnico e melodico, seppur di brevissima durata, il secondo è tipicamente thrash, accompagnato da una batteria veloce. Arriviamo ora ad una nuova strofa, dove stavolta però il ritmo è veloce e le chitarre serrate. Anche "Reno" aumenta l'aggressività della sua voce, risultando coinvolgente come sempre. A seguire, un'ulteriore strofa uguale a quelle iniziali e a cui segue un nuovo rallentamento, identico a quello descritto prima, con chitarre e voce più melodica. Un brevissimo passaggio strumentale ci lancia nel finale del brano, dove una nuova accelerazione ci conduce alla conclusione, con "Reno" che ripete il titolo del brano. Alla fine, un tetro riff lascia sfumare la canzone. Un gran bel brano, molto articolato e suonato con perizia. Le liriche, come si evince dal titolo del brano, fanno riferimento appunto agli eretici, ovvero quelli che negano qualsiasi impartizione data dalla legge divina. Il testo accenna appunto alla negazione della parola proferita secoli prima e incisa su pietra. La verità riguardo le leggi religiose non è altro che un fragile velo, che può essere strappato in qualsiasi momento.  Ciò che probabilmente i credenti vedono, non è reale ma è stato disegnato da chi ha sempre fatto finta di disegnare le cose che si vedono. Gli occhi con i quali i credenti osservano tutto ciò che c'è intorno sono in realtà occhi, come dice la band, bruciati, al fine di trarre in inganno chiunque fin da giovane, si sia lasciato abbindolare dalla religione. I perduti che stanno da soli sono beati e benedetta sia la voce di chi può dire di no e ribellarsi alle imposizioni della religione. Quindi, beati gli eretici.

Eleven

La sesta canzone è Eleven, ossia undici. Il brano inizia in maniera lenta, creando sin da subito un'aura misteriosa, grazie alla chitarre che suonano note sottili e sinistre. Abbiamo successivamente una leggerissima accelerazione, con "Sanso" e "Ziro" che producono suoni ora un po' più massicci. Ciò, conduce alla prima strofa, il cui sound torna ad essere tenue e minaccioso, ma anche melodico. "Reno", con la sua voce, si pone in maniera molto più calma ma non senza la solita grinta che da sempre lo ha contraddistinto. La sezione successiva, vede nuovamente il ritorno dei cori, in un passaggio che vede note stoppate, eseguite da tutti gli strumenti, seguite da successive pause. Un breve passaggio strumentale, un po' più veloce, ci conduce alla seconda strofa, con l'aria che torna a farsi tetra. Successivamente, ritroviamo le stesse note stoppate e le stesse pause udite poco fa. In questo brano, sono avvertibili influssi provenienti dall'alternative metal, vista soprattutto la maggior ricercatezza di un sound cupo, compatto e vagamente melodico, che era parte integrante di tante band degli anni 90. Arrivati a questo punto, circa a metà canzone, un'accelerazione improvvisa fa irruzione ed ecco tornano i Game Over che tutti conosciamo: una bella sezione in puro stile thrash, con le chitarre belle robuste e la doppia cassa di "Vender",torna ad essere protagonista. Arriva l'assolo di chitarra, che, come la regola di questo album vuole, è duro e grezzo, ma ugualmente bello. Dopo, un nuovo passaggio strumentale fa nuovamente la sua comparsa su un tempo tornato a farsi più lento, ma una successiva riaccelerazione ci porta verso le battute finali del pezzo, con "Reno" che si cimenta in linee vocali dotate di una certa melodia ma che grazie alla sua voce grintosa assumono molta più carica. Negli ultimi trenta secondi rimanenti, il brano sfuma attraverso un delicato arpeggio di chitarra, che sancisce la fine di una delle canzoni più originali del disco. Il testo sembrerebbe far riferimento alla dipartita di un essere umano (ovviamente con i classici riferimenti ai demoni e all'oltretomba) o addirittura, potrebbero esserci dei riferimenti a qualche film, anche se non ci sono abbastanza elementi per capire quale. Un individuo si trova in una stanza, forse la stanza di un carcere, con le pareti che lo fissano. La vita del personaggio è solo questione di tempo e la colpa (non viene specificata quale) non è di nessun altro se non sua. E' stato lui a decidere di intraprendere quella direzione e forse ha deciso lui stesso di porre fine alla propria esistenza, per questo viene detto che la colpa è solo sua. Da fuori la stanza nessuno parla e il protagonista è solo con se stesso. Giunge poi Demogorgon, il principe delle tenebre che porta il soggetto via con se, su di una strada senza ritorno.

Broken Tails

Si passa adesso a Broken Tails, in italiano "Code spezzate". La canzone ha un' introduzione aggressiva e vagamente epicheggiante, con le chitarre che si mettono in risalto, mentre "Vender" da dei colpi ben assestati sulle pelli. Lo stesso "Vender", è poi artefice di una poderosa accelerazione in doppia cassa, seguita dal corposo basso di "Reno" e da "Ziro" e "Sanso" che si cimentano in un riff tipicamente thrash. A questo punto inizia la prima strofa, eseguita su un solido mid-tempo, e "Reno" subito ci investe con la sua ugola aggressiva. Da notare anche, la presenza dei cori nella strofa, elemento che nei Game Over, avevamo trovato, fino ad ora, quasi solo nei ritornelli. Un cambio di tempo, dettato dalle violente rullate di "Vender", apre ad una nuova sezione della strofa, dove il riff delle chitarre si fa un po' più cattivo e si alternano la voce di "Reno" ai consueti cori, in pieno stile anni 80. Un breve rallentamento, seguito da un ancor più breve assolo di chitarra, apre alla seconda strofa che possibilmente è ancora più rocciosa della prima. Si susseguono poi i consueti cori alternati alla voce, sempre possente, di "Reno". Un passaggio strumentale, di nuovo in mid-tempo,  apre all'assolo di chitarra, eseguito ora su una base notevolmente più veloce. Il solo è più tecnico e melodico rispetto a quelli delle altre canzoni e non a caso è tra i migliori dell'album. Siamo alle battute finali della canzone, caratterizzate da un ultimo passaggio strumentale più lento, il quale, appunto, pone fine al pezzo. Senza dubbio, "Broken Tails" risulta tra le canzoni migliori del disco ed è tra quelle più marcatamente thrash. Il testo, per l'ennesima volta di non facile interpretazione, sembra affrontare il tema delle avversità della vita e di come affrontarle. I Game Over ci dicono che non c'è spazio per i rimpianti ma bisogna andare avanti, se possibile da soli. Quando la tensione è al massimo, nella nostra testa è in corso una guerra e l'unico modo per vincerla è affrontare il tempo, fino al punto di non ritorno. L'ingrediente principale di tutto questo, è però l'umiltà, perché noi, ci dice sempre il gruppo, ce la faremo se non siamo nessuno. Possiamo anche avere delle risorse al nostro fianco (probabilmente persone), ma bisogna vedere chi sono e quali sono quelli che contano. Ma non sarà una guerra facile, perché le cose saranno sempre più veloci e più difficili.

Shattered Souls

È il momento adesso di un nuovo brano strumentale dopo "Onward to Blackness", ovvero Shattered Souls che in italiano significa Anime in frantumi. Si tratta di un pezzo molto breve, si sfiorano appena i due minuti di durata. Si tratta di un traccia quasi interamente acustica: un delicato arpeggio di chitarra inaugura il pezzo e nel suo lento caldo incidere, si crea un'atmosfera molto pacata e piacevole. All'improvviso, fa irruzione una pennata di chitarra elettrica che fa sobbalzare l'ascoltatore, seguita immediatamente da alcuni colpi sulle pelli di "Vender". Dopo di che, la chitarra acustica riprende coi suoi delicati arpeggi e va avanti così fino al termine del brano. Un episodio interessante questa "Shattered Souls", che permette all'ascoltatore di rilassarsi per un paio di minuti dopo mezz'ora buona di thrash metal.

Lysander

Con la penultima canzone, Lysander, si ritorna a "thrasheggiare" come si deve. Il brano inizia con un bell'arpeggio di basso, strumento che, lo ripetiamo, su questo disco è stato reso indispensabile. Improvvisamente, un tagliente riff, seguito da violenti colpi sui tom, si fa strada e in men che non si dica, la canzone diventa una clamorosa mazza thrash, con "Vender" che pesta come un dannato, "Ziro" e "Sanso" che partoriscono un riff semplice ma funzionale e "Reno" che tiene l'impalcatura col suo basso mentre aggredisce l'ascoltatore con la sua rocciosa voce. Un rallentamento introduce un breve passaggio strumentale che per un attimo smorza la tensione ma subito dopo ecco la seconda strofa, eseguita di nuovo a velocità elevatissime. C'è poi un breve assolo di chitarra, supportato da dei colpi precisi e ben assestati da "Vender" sulle pelli, poi si prosegue nuovamente con un andamento in mid-tempo, dove le chitarre si incrociano, sfornando minacciosi fraseggi mentre "Reno" continua a cantare imperterrito, contribuendo con la sua voce a rendere il clima del brano più cupo. Una nuova sezione veloce, ma più tecnica, irrompe, e fanno la loro comparsa anche i consueti cori. Arriva a questo turno il secondo assolo, lungo, complesso e eseguito nuovamente su una base in mid-tempo. Si odono qui parecchie reminiscenze dal metal classico. C'è anche un terzo assolo, suonato adesso su una base dapprima tornata veloce, poi di nuovo lenta. A questo punto, la canzone va a concludersi con un'ultima sfuriata di doppia cassa e con le chitarre a macinare l'ultimo riff assassino, il quale conclude il brano. Senza dubbio una delle canzoni più thrash e più veloci del disco, nonché tra le più riuscite. Le liriche stavolta, sembrerebbero trattare argomenti a metà tra lo storico e il fantasy: si narra di una guerra lunga 24 anni contro il potere di Athen. Coloro che combattono questo conflitto promettono che demoliranno la mura di questo regno e sopprimeranno le terre e i mari. Per i nemici non ci sarà pietà e l'attacco partirà dall'inferno. Tale "Lisandro", pare essere il tiranno di questo impero e viene descritto come un crudele, che sottrae la libertà. Ma adesso sembra che questa figura abbia le ore contate. Un testo che sicuramente ci si aspetterebbe di più da una band power metal ma che tutto sommato si addice bene anche ai Game Over.

Show Me What You G

La canzone che chiude l'album è la veloce Show Me What You Got, ossia Fammi vedere cosa hai. Un acido e distorto riff di chitarra introduce la canzone, seguito poi da un'energica rullata di "Vender", il quale si cimenta in un up-tempo, supportato dalle rocciose chitarre di "Sanso" e Ziro". Ed ecco che fa la sua comparsa un assolo di chitarra al fulmicotone, a darci il benvenuto per questa ultima canzone dell'album. Irrompe "Reno" con la sua voce, stavolta più cupa del solito, mentre gli altri membri continuano ad andare veloci come un treno. Ma proprio ora abbiamo un leggero rallentamento che introduce una sezione più lineare, dove anche la voce del cantante diviene un po' più "luminosa". A questo punto, abbiamo un fulmineo stop and go, e di nuovo i nostri si rimettono a pestare di brutto i propri strumenti. E proprio qui giunge il ritornello, caratterizzato dal classico alternarsi tra la voce di "Reno" e i cori degli altri componenti. A seguire, una seconda strofa, eseguita sempre ad altissima velocità, poi, una nuova sezione eseguita in un tempo più lento. Fanno la comparsa dei nuovi ritornelli, i quali introducono la sezione di assoli: il primo si presenta lungo e ben articolato seppur non molto il tecnico, il secondo invece è tipicamente thrash e dal piglio decisamente più elastico. Siamo alle battute finali e allora i Game Over, attraverso un altro, seppur brevissimo, assolo di chitarra. ci salutano con un'altra serie di chorus, i quali sanciscono la fine del brano e del disco. Il testo è di matrice apocalittico-fantascientifica e narra di una qualche forza mostruosa inviata sulla terra da chi sa chi con lo scopo di distruggere l'umanità. Quest'ultima deve reagire, mostrare i propri attributi se vuole sopravvivere e quindi, deve prepararsi ad una dura battaglia. Non ci sono scorciatoie, l'unico modo per uscire da questa situazione, è affrontare il nemico e provare a batterlo, altrimenti non ci sarà speranza. Non è chiaro se tali liriche siano ispirate da qualche film o chissà o cos'altro, fatto che i Game Over si dimostrano molto abili e soprattutto versatili nelle scritture dei loro testi.

Conclusioni

Con il quarto album, dunque, i Game Over si confermano una delle maggiori realtà metal italiane, e ormai, hanno una carriera lanciata nell'underground nostrano. Con questo disco iniziano ad allargare i propri orizzonti, prendendo qualche piccola influenza da altri sottogeneri del metal. Poi, alla fine, gli ultimi pezzi del disco confermano l'anima thrash della band, con canzoni che sono delle vere e proprie rasoiate. Interessante anche l'idea di diminuire il tasso tecnico delle composizioni, per lasciare spazio all'istinto e alla rabbia. D'altronde, se suoni thrash metal, un po' di rabbia dentro di te devi averla. Nei quattro album pubblicati finora, i Game Over hanno sempre avuto la capacità di rinnovarsi, passando dal thrash american style degli esordi, ad un sound che, seppur sempre fortemente debitore delle band sacre del passato, in qualche modo ha elevato i Game Over a gemma dell'underground. Oltretutto, il gruppo sforna dischi anche con una certa cadenza temporale, il che fa pensare che i ragazzi di Ferrara non vogliano fermarsi davanti a nulla, neanche di fronte ad un business che ad oggi tende quasi ad evitare il metal. In Claiming Supremacy, malgrado, come detto, la tecnica sia messa un po' da parte, la band dimostra per l'ennesima volta il suo ottimo stato di salute: innanzitutto si sente un certo affiatamento tra i membri del gruppo, cosa estremamente importante, altrimenti non si andrebbe da nessuna parte. Reno incattivisce la propria voce, e non a caso, diminuiscono anche quelle linee vocali più melodiche che caratterizzavano i dischi precedenti. Inoltre, in questo album il suo basso è in notevole risalto, tanto da far venire alla mente, seppur con le dovute proporzioni, il leggendario bassista degli Overkill, D.D.Verni. Insomma, il buon Reno se la cava bene anche col proprio strumento. Sanso e Ziro sono invece alle prese con delle chitarre rese più sporche e aventi un sound più primordiale. I due giovani chitarristi se la cavano alla grande, pur sacrificando, per una giusta causa, parte della loro tecnica. Vender, come sempre precisissimo, non sbaglia nulla. Certo, magari a volte gli manca un po' di inventiva, ma la strada davanti a lui è in discesa e la sua è una solidissima base sulla quale comporre i vari brani. I testi, come anticipato all'inizio, fanno in buona parte riferiemento alle tematiche che ormai da tempo sono care ai Game Over, ma ci sono anche contenuti nuovi, come, appunto, il tema fantasy, quello storico o quello apocalittico. Anche da questo punto di vista, si vede come la band non voglia soffermarsi sempre sugli stessi argomenti, e magari osare anche con tematiche non esattamente proprie al thrash metal. Comunque, Reno e soci restano particolarmente interessati ai temi dei drammi personali e del decadimento del mondo che conosciamo. Da notare anche come i testi dei ragazzi ferraresi, spesso, si concludano in maniera pessimista. A questo punto, quale potrà essere il futuro della band? Di sicuro, i nostri non molleranno un centimetro, in quanto sono molto attivi anche in sede live: nel 2017, a seguito della pubblicazione di Claiming Supremacy, i ragazzi romagnoli hanno presenziato in tante zone d'Europa, sia ai festival che come band spalla ad altri gruppi. Ovviamente, l'Italia non è affatto mancata nelle date dei Game Over, ma il mercato estero è un elemento sul quale il gruppo sembra puntare molto, soprattutto perché, in diversi paesi europei, il metal è un genere ancora molto seguito. Per quanto riguardo i prossimi full-lenght, è lecito aspettarsi ancora tanta roba buona e sarà curioso sapere quale sarà il prossimo passo del gruppo.

1) Onward to Blackness
2) Two Steps in the Shadows
3) Last Before the End
4) My Private Nightmare
5) Blessed Are the Heretics
6) Eleven
7) Broken Tails
8) Shattered Souls
9) Lysander
10) Show Me What You G
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