GAME OVER

Burst Into the Quiet

2014 - Scarlet Records

A CURA DI
FRANCESCO NAPPI
24/04/2019
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Quando nel 2012 uscì il loro primo lavoro, ovvero "For Humanity", i GAME OVER furono immediatamente visti come una delle leve più promettenti della nuova ondata di metal italiano che, dagli anni 2010, stava riprendendo vita dopo anni di "letargo". Con il lavoro d'esordio, i Game Over misero subito le carte in regola, suonando un thrash metal a tutto tondo e chiaramente influenzato dai grandi gruppi degli anni 80. La band aveva sicuramente dimostrato di avere carattere e grinta da vendere, ed alcuni pezzi di "For Humanity" diventarono subito degli anthems in sede live. Le capacità tecniche non mancavano, specialmente grazie ai due chitarristi: Alessandro "Sanso" Sansone e Luca "Ziro" Zironi, puliti nel sound ed estremamente precisi. Quello che però mancava a quel disco, era una spinta in più, la capacità di osare. Perché alla fine, malgrado "For Humanity" fosse un buonissimo lavoro, non faceva altro che prendere il thrash anni 80 e portarlo ai giorni nostri. Un po' troppo facile come soluzione, anche se certamente il fan più oltranzista avrebbe accettato di buon grado. Dunque, il gruppo doveva trovare ancora una nuova identità, e così, dopo un tour che toccò varie parti del globo, ecco che i nostri cinque thrashers ferraresi si ritrovarono in studio, nel 2014, per incidere nuova musica. Innanzitutto, all'epoca (ma già dal 2012, poco dopo l'uscita di "For Humanity") ci fu il primo (e finora unico) cambio di line-up: il batterista Marcello "Med" Medas uscì dalla band e il suo posto venne preso da Anthony "Vender" Dantone. Con la nuova formazione, i Game Over incisero dunque Burst Into the Quiet, disco che vide già dei cambiamenti nel sound della band. Vender, si dimostra un batterista più potente ed impulsivo di Med, il quale, seppur fosse bravo, si limitava essenzialmente ad andare veloce ed essere preciso al massimo. Vender invece dona al thrash dei Game Over una base più violenta, più irruenta e ciò influenzerà tutta la musica che i nostri realizzeranno in questi 35 minuti. Difatti, il disco risulta essere meno melodico rispetto al predecessore: gli assoli di Sanso e Ziro restano molto tecnici e possibilmente sono ancora migliori, ma diventano più acidi e meno orecchiabili. Infatti, in "For Humanity", i due giovani chitarristi, nonostante avessero dato prova delle loro capacità, erano rimasti un po' leziosi nelle esecuzioni dei soli. La voce di Reno è di fortissimo impatto, si sente proprio che il cantante è maturato. Riesce ad essere molto più incisivo e a sfoggiare linee vocali che restano impresse. Ovviamente, il gruppo non è di colpo diventato una sorta di versione italiana degli Slayer o dei Kreator (per citare due delle band più terremotanti che il thrash abbia mai visto), alla fine la loro musica non risulta inaccessibile, anzi, però è chiaro che rispetto all'album antecedente, i ragazzi ferraresi si sono incattiviti. L'altro elemento che determina un cambiamento nella musica della band, è il parziale discostamento dagli influssi anni 80: i Game Over sembra che abbiano trovato una propria identità, o che per lo meno stiano iniziando a trovarla. Anche un orecchio meno esperto, avvertirebbe subito le notevoli differenze, anche solo nei riff di chitarra, tra i brani di "For Humanity" e quelli di "Burst Into the Quiet". Ziro e Sanso, infatti, optano per delle soluzioni più originali: il suono delle loro chitarre ora non si rifà più solamente alle sonorità di trent'anni fa, ma guarda anche a periodi più recenti. Si percepisce che il gruppo, in quest'album, abbia voglia di spaccare tutto, stavolta adottando soluzioni più azzardate. Ovviamente, le influenze dei mitici eighties persistono ancora, ma è normale e anche giusto che ci siano, perché alla fine il thrash si sviluppa in quegli anni che se non ci fossero stati, adesso non staremmo qui a parlare dei Game Over. Però è giusto anche non fare, musicalmente parlando, un copia e incolla di ciò che è stato e questo i Game Over pare lo abbiano capito.

Masters of Control

Il brano che apre il platter è assolutamente una delle migliori composizioni mai realizzate in casa Game Over: stiamo parlando di Masters of Control, in italiano Signori del Controllo. Non parliamo certo di una canzone iper-articolata o che aggiunge qualcosa al thrash metal, però c'è da riconoscere l'enorme passo in avanti che fa il gruppo, arrivando a comporre un brano davvero coinvolgente e che farà scuotere le teste di tutti i thrashers. Un tagliente riff di chitarra introduce la canzone, mentre "Vender" esegue dei semplici colpi sui tamburi, poi ci ritroviamo subito nel bel mezzo di un imponente up-tempo. Improvvisamente (e non sono neanche passati trenta secondi), il brano si interrompe e un riff in sottofondo e altri colpi sulle pelli danno il via alla canzone vera e propria, la quale si rivela essere ancora più veloce di ciò che avevamo sentito durante i primi secondi. "Sanso" e "Ziro" mantengono le loro chitarre taglienti, mentre "Vender" si dimostra veloce e preciso dietro la batteria. Entra poi in scena "Reno" e notiamo subito come la sua voce sia molto più acida e cattiva, segno di maturità del singer. Il cantante ci vomita in faccia (o meglio nelle orecchie) liriche cariche di rabbia e voglia di ribellione. La canzone procede molto veloce e arriva al ritornello, il quale risulta asciutto, semplice e diretto, magari non troppo incisivo ma per come è composto questo brano, può anche starci. La canzone non tende a placarsi, sembra di essere su di un treno in corsa che non vuole fermarsi. Dopo un altro ritornello, abbiamo una piccola sezione dove i nostri si fermano un attimo per poi ripartire con un'altra strofa leggermente meno veloce, la quale introduce gli assoli, il primo di "Sanso" e successivamente quello di "Ziro". Ed anche qui scorgiamo delle novità, perché i soli risultano piuttosto diversi rispetto a quelli presenti nel disco precedente. Sono più lunghi, più articolati e soprattutto meno melodici, segno che su questo lavoro, i Game Over ci hanno messo molte loro idee. Il pezzo riprende poi i binari della velocità, con le chitarre che guidano il tutto con i loro riff affilati. Giunge poi un'altra strofa dove troviamo ancora un "Reno" agguerrito e successivamente un altro ritornello, che chiude di colpo la canzone. Davvero un bel pezzo, senza fronzoli, frutto di idee e suonato con perizia. Il testo sembra sia stato scritto dai Fear Factory: si parla di un non troppo lontano futuro, un futuro cibernetico, dominato dalla tecnologia più avanzata e dalla comunicazione. Si narra di come l'uomo sarà completamente controllato dai poteri forti, i quali ne condizioneranno sempre l'esistenza, guidandolo, senza che lui lo sappia, in ogni cosa che fa. Non c'è più nulla di cui l'essere umano comune debba preoccuparsi, tanto ogni problema è risolto in partenza da coloro che risiedono "ai piani alti". E noi crediamo che loro ci aiutino, ma in realtà è solo apparenza ed illusione. D'altronde, il mondo che i Game Over si immaginano, non è molto lontano da quello attuale, dove ormai la vita sembra davvero pre-programmata da qualcun altro.

Seven Doors to Hell

Il secondo brano è un altro gioiellino: si tratta di Seven Doors to Hell, tradotto Sette Porte per l'Inferno. Un riff e colpi secchi sulle pelli introducono la canzone, poi arriva il "go!" di "Reno" e l'ascoltatore viene travolto ancora una volta da una scarica thrash inarrestabile. Vender, dietro la batteria inizia subito a pestare veloce, ma sempre con tecnica e precisione, mentre Ziro e Sanso partoriscono un maligno riff che caratterizzerà tutta la canzone. Irrompe poi Reno con la sua voce bella gonfia e corposa e inizia a cantare. Le prime due strofe procedono semplici e dirette, ma la forza della band sta proprio nel riuscire a coinvolgere l'ascoltatore attraverso l'immediatezza, anche se poi, dal punto di vista strumentale, come detto più volte, non ci troviamo affatto di fronte a dei ragazzi alle prime armi, anzi, tutt'altro. Arriva poi il ritornello, dove le linee vocali di "Reno" si fanno leggermente più melodiche così come le chitarre, un po' meno acide nei riff ma sempre veloci nell'esecuzione. "Vender" invece continua a viaggiare a velocità elevata, dando colpi potenti e ben assestati sui tamburi. In relazione a ciò, va fatto un plauso alla produzione, la quale ha messo molto in risalto l'operato del nuovo batterista (ma senza coprire il sound delle chitarre e del basso).  La canzone procede con una seconda strofa uguale alle prime due, seguita poi da un altro ritornello. Arrivano poi gli assoli prima di "Ziro" e poi di "Sanso", i quali si alternano per circa un minuto in un turbinio di virtuosismi funambolici che alla lunga, e con le dovute proporzioni, potrebbero ricordare i famosi duelli chitarristici tra Dave Mustaine e Marty Friedman nel celebre "Rust In Peace" dei Megadeth. Dopo, abbiamo esclusivamente ritornelli fino alla fine del brano. A canzone terminata si ode la battuta "ora affronterai il mare delle tenebre e ciò che in esso vedi esplorabile": si tratta dell'ultimo dialogo presente nel cult horror di Lucio Fulci "L'aldilà - E tu Vivrai nel Terrore", risalente al lontanissimo 1981. Il testo di "Seven Doors to Hell" infatti parla proprio dell'opera di Fulci, riconosciuta come una delle più influenti nel campo dell'horror nostrano. Si sa che i nostri ferraresi sono dei grandi appassionati di cinema horror, e l'omaggio che hanno fatto ad uno dei nostri principali maestri del brivido è davvero significativo. Si narra appunto di qualcosa di sconosciuto ma che esiste e che porterà, a chi ne venga a conoscenza, a non sapere più ciò in cui credere. È tutto scritto in un libro, il quale narra appunto delle sette porte, i sette varchi per l'inferno. Viene menzionata Emily, l'impressionante ragazza dagli occhi bianchi, che guarda nell'oscurità. Insomma, in poche righe i Game Over riassumono e sottolineano gli elementi principali di una pellicola che ha fatto storia e che ancora oggi è una delle preferite tra i fan del regista romano, scomparso nel 1996, e degli amanti dell'horror in generale.

The Eyes (of the Mad Gardner)

La terza canzone è del platter è un'altra bella cavalcata thrash intitolata The Eye (Of the Mad Gardner), ovvero L'occhio (del matto Gardner). L'introduzione è affidata alle distortissime chitarre di Sanso e Ziro e ai colpi secchi di Vender e Reno rispettivamente a batteria e basso. Poi, un brevissimo passaggio solista dello stesso Reno col suo basso, dà il via alle danze vere e proprie. Le chitarre non sono affilate come nei brani precedenti, hanno un suono più pieno e corposo, donando così anche un po' di varietà. Il riff portante è diretto, veloce e molto aggressivo, e anche i volumi delle due asce, questa volta, sono praticamente allo stesso livello, in modo da dare più compattezza alla canzone. Vender pesta subito con la solita potenza e precisione e quando irrompe Reno alla voce, ci accorgiamo subito di come in questo brano il cantante/bassista sia particolarmente ispirato, tirando fuori delle linee vocali assolutamente convincenti e una timbrica più cattiva del solito. Dopo la prima strofa arriva il ritornello, con Reno che continua a mantenere una linea vocale sempre molto acida, mentre le chitarre si limitano ad eseguire riff stoppati e Vender decelera e riaccelera alla batteria. Una fugace sezione strumentale introduce la seconda strofa, la quale si presenta più corta della prima e alla voce abbiamo un botta e risposta tra Reno e gli altri componenti del gruppo che si cimentano in dei cori. Ecco dunque giungere gli assoli di chitarra, i quali si caratterizzano per essere piuttosto lunghi: il primo assolo è suonato da "Sanso" ed è chiaramente più tecnico e melodico, oltre che piuttosto articolato. Tale solo, alla lunga potrebbe ricordare qualcosa dei già citati Megadeth, ma ovviamente la famosa band americana ha e ha avuto componenti di tutt'altra categoria, seppur il nostro Sanso dimostra di essere abilissimo al proprio strumento. Arriva poi il turno di Ziro, che invece adotta uno stile più atonale, rifacendosi a chitarristi come Gary Holt e Kerry King, pur ovviamente non ricalcandone la brutalità. Dopo un abbondante minuto di assoli, le chitarre si "zittiscono" un attimo e Reno torna a cantare, accompagnato solo dal suo basso e da Vender, il quale nel frattempo ha leggermente rallentato il ritmo. Riprende poi la strofa normale, con la batteria che però continua a mantenere un andamento non troppo veloce, salvo poi accelerare di nuovo poco dopo. Ci sono poi altri due ritornelli, inframmezzati da una breve sezione strumentale ed infine il brano si conclude. Le liriche sembrerebbero tratte da un qualche film dell'orrore, anche se risulta difficile capire quale esso possa essere. La vicenda è ambientata durante la notte, precisamente alle 3:00, in una città buia e silenziosa. All'apparenza sembra tutto tranquillo, ma nell'oscurità qualcosa si muove, pronta a colpire. Il protagonista del testo avrebbe due occhi di fuoco, i quali ridurrebbero in polvere qualsiasi cosa. Il personaggio delle liriche sembra poi chiederci direttamente a noi ascoltatori, se pensiamo come lui possa essere considerato un uomo, visto cos'è e come si comporta. Nel frattempo, si fanno le 4:00 di notte e il nostro losco figuro si prepara per l'attacco, perpetrato con benzina ed odio. A questo punto, potremmo farci una vaga idea del vero senso del testo, data dal seguente verso: "vediamo se l'acciaio è più duro della pietra, nessun segno di pietà ho sentito così lontano, di le tue ultime preghiere inutile macchina". Forse, ci si riferisce a un ipotetico scontro tra il protagonista delle liriche e una macchina, presumibilmente un robot o qualcosa del genere. Arrivate poi le 5:00, giustizia è stata fatta, il mattino è in arrivo è il protagonista deve nascondersi. Lui non promette che non farà più quello che ha fatto perché la sua è una voglia insaziabile. Resta dunque il dubbio su cosa vuole significare il testo, ma resta il fatto che è davvero molto bello. 

C.H.U.C.K.

La quarta traccia dell'album è la trascinante C.H.U.C.K, canzone da annoverare tra le più riuscite del platter. Un riff tecnico e pungente introduce la canzone, mentre Vender e Reno iniziano con secchi colpi sui loro strumenti a costituire la sezione ritmica. Subito dopo, ecco che la velocità si impossessa subito di questa C.H.U.C.K : Vender ancora una volta si cimenta in un bel tupa tupa preciso e potente mentre Sanso e Ziro sfoderano un bel riff "muscoloso". Reno davanti al microfono si presenta ancora arrabbiato, con il suo cantato che in questo caso dona anche un tocco di cupezza alla canzone. Le linee vocali sono a metà tra l'acido e il melodico, elevate dall'ottima prestazione del cantante/bassista. Il ritornello arriva poco prima del primo minuto, ed è assolutamente il momento migliore del brano: minaccioso, inframmezzato da cori e vocals eccellenti, sia per l'interpretazione che per le capacità del singer. Qui, anche le chitarre di Ziro e Sanso vengono modificate un po', diventando improvvisamente più aspre. Successivamente, si ode di nuovo quel particolare riff di inizio canzone, il quale introduce poi la seconda strofa che è identica alla prima, ma sempre di grande impatto. Dopo, troviamo anche il consueto ritornello. Arrivati a questo punto, la velocità resta invariata e un fraseggio di chitarra più melodico apre al primo assolo eseguito da Sanso. Solo breve ma intenso e tipicamente thrash, dotato di una buona dose di melodia. Giunge poi il solo di Ziro che non si discosta molto da quello di Sanso, ovvero sempre tecnico e melodico. Spazio poi ad un altro ritornello, ben piazzato dopo i due assoli. Giunti al finale, abbiamo un vistoso rallentamento, con Vender che da colpi secchi sulle pelli mentre Sanso e Ziro creano forti distorsioni con le loro chitarre fino a far sfumare il brano che, appunto, termina. Il testo probabilmente è ispirato al cinema, però i contenuti restano piuttosto vaghi. Si narrà appunto di una figura che viene dal mare, che minaccia il mondo col pungo di ferro e che sta diffondendo la sua voce. Il protagonista delle liriche è proprio questo Chuck, il quale deve essere sconfitto prima che sia troppo tardi. Insomma, tale figuro è una sorta di essere malvagio e l'umanità o un qualcuno in particolare, deve combatterlo. Come detto, il testo è piuttosto generico, il che non è necessariamente un male, però abbiamo ben pochi strumenti a disposizione per provare a dedurre a cosa davvero si ispirino tali liriche, le quali a dire la verità, in questo caso, sono un tantino scarne, Se fossero state un po' più consistenti, non sarebbe stata una cosa sbagliata.

No More

La quinta song del disco è No More, ovvero Non Più. Il brano è introdotto da un atipico fraseggio di chitarra dal sapore simil power, molto bello ma che al fan affamato di thrash potrà far storcere il naso. Nel mentre, seconda chitarra, basso e batteria si occupano di costituire un lento ed intricato tappeto sonoro. Ma l'iniziale spavento (non a detta di chi scrive) di sentire un brano in stile Helloween, viene presto smorzato dalla consueta accelerazione di Vender, che inizia a dettare un tempo veloce ma non troppo, mentre Reno dalle "retrovie" fa il suo sporco lavoro al basso e Sanso e Ziro tessono un riffing tecnico e di chiara ispirazione "megadethiana", anche se non troppo veloce. La voce di Reno appare meno acida rispetto alle altre canzoni dell'album, ma non per questo ha un impatto meno forte. D'altronde, come detto in più occasioni, il cantante/bassista ha sempre dimostrato la sua versatilità. Giungiamo poi al potentissimo ritornello, che è caratterizzato da un continuo rallentare e riaccelerare del gruppo, con Vender in grande spolvero dietro le pelli. Abbiamo quindi il primo assolo a colorire il brano, eseguito da Ziro. Tecnico, melodico e preciso come sempre, il biondo chitarrista. Riprende dunque il mood principale e quindi la seconda strofa, forse ancora più potente della prima. C'è poi un altro ritornello, al quale si aggiunge un ulteriore sezione, la quale gioca sempre con l'alternanza tra rallentamenti e riaccelerazioni, dove le chitarre tirano fuori un riff meno incisivo e più tagliente, mentre in coro viene ripetuto il titolo della canzone. Dopo ciò, i Game Over si lasciano andare ad un breve momento strumentale dove Sanso e Ziro sfoderano un riff più cattivo e affilato, mentre Vender rallenta un po' i ritmi, limitandosi all'esecuzione di un tempo tra mid e up. Ricompaiono poi gli assoli, dei quali il primo è affidato all'ospite speciale Simone Mularoni, ovvero il produttore di "Burst Into the Quiet". L'assolo è ben suonato, seppur brevissimo. Tocca poi al solito "Sanso" e costui ci tira fuori un solo molto tecnico, abbastanza lungo, melodico al punto giusto. Sempre chiare le influenze di chitarristi come Dave Mustaine e Marty Friedman. C'è addirittura un terzo assolo, eseguito da Ziro. A differenza di altre volte, il solo qui presenta chiarissimi influssi dalla NWOBHM, specie dagli Iron Maiden, come si può riscontrare nella melodia che il chitarrista compone. Ma in realtà è solo la prima parte dell'assolo, visto che nella seconda, troviamo di nuovo il classico stile thrash, quindi tecnicismi, lunghezza e melodia dosata. Dopo questo turbinio di chitarre, ritorna di nuovo quella sezione che avevamo udito dopo il secondo ritornello, la quale ci conduce verso il finale, caratterizzato nuovamente dal fraseggio di chitarra sentito all'inizio. In sottofondo, gli altri strumenti rallentano, come al termine di una lunga corsa, mentre assaporiamo le ultime melodie di chitarra. Poi, altri due colpi di Vender sulle pelli e "No More" è conclusa. Un gran bel brano, tra i più articolati dell'album. Il testo anche è tra i più elaborati della band, e si presenta piuttosto criptico e difficile da interpretare. Tali liriche sembrerebbero far riferimento allo spreco della vita, che noi esseri umani giochiamo con essa, non rendendoci conto che l'esistenza è una cosa seria, da non sottovalutare. E non ci sarà nessun futuro al quale aggrapparci. La band ferrarese, ci invita però a non arrenderci, come si può dedurre dal verso: "scegli i modi in cui vuoi affrontare, mari d'angoscia, non annegare". I thrashers quindi ci dicono di non lasciarci andare nell'ignoto, ma di tirare i remi in barca e risalire la china. Insomma, questa potrebbe essere una valida spiegazione di ciò di cui vorrebbe parlare questo testo, però resta il dubbio su ulteriori riferimenti. Restano però delle liriche decisamente affascinanti e ben scritte.

Metropolis Pt.3

La sesta song è la cortissima (solo ventisette secondi) Metropolis Pt.3, brano che segue la scia di "N.S.A.", presente nel precedente disco dei Game Over. Il brano inizia in uno spedito mid-tempo, dove si odono solo batteria e basso, il quale, durante questi primi secondi, sfodera un corposo riff. Si sente anche una voce distorta che farfuglia qualcosa di incomprensibile. Poi, all'improvviso, Vender dietro le pelli si scatena e inizia a dettare un devastante up-tempo, mentre le chitarre di Ziro e Sanso fanno la loro rabbiosa comparsa sulla scena, con un riff velocissimo e spaccaossa. Irrompe poi un indemoniato Reno, il quale adotta uno stile vocale molto simile a quello dei cantanti hardcore punk. Difatti, non a caso, questa canzone, come lo era "N.S.A.", è un chiaro omaggio ai gruppi hardcore punk e crossover thrash del passato. In poco più di venti secondi si scatena l'apocalisse e poi di colpo la canzone termina. Il testo, altro non è che un omaggio ai Dream Theater (e alla loro "Metropolis", di cui la "parte 2" è rappresentata da un intero concept album), alfieri del progressive metal ma totalmente distanti dal concetto di thrash metal. Le poche frasi che compongono le liriche del brano, sono tutti titoli facenti parte della discografia della band di Long Island.

Trapped Inside Your Mind

Giungiamo ora a Trapped Inside Your Mind, ovvero Intrappolato nella tua mente, che con i suoi 4 minuti e 44 secondi è la canzone più lunga del disco. Un tetro e rarefatto riff di chitarra apre il brano, creando un'atmosfera spettrale, poi ecco la comparsa degli altri strumenti, con Vender che inizia a dettare un poderoso mid-tempo. Mid-tempo che dura però pochissimi secondi: salgono, difatti, in cattedra le due chitarre che partoriscono un riff acido e violento, il quale alla lunga potrebbe ricordare perfino gli Slayer, mentre Vender mette subito la quinta e inizia a picchiare sulle pelli con gran foga. Il brano però, subisce un' ulteriore cambio di tempo, dettato ancora una volta dal batterista che stavolta si cimenta in una ritmica più quadrata, mentre le chitarre tirano fuori un nuovo riff, sempre dal sapore aspro mentre il basso sorregge l'intera impalcatura. Ecco però che i Game Over ci sorprendono ancora, in quanto, dopo tale passaggio, tornano di nuovo sui binari della velocità e stavolta ci rimarranno per tutto il tempo rimanente della canzone. Sanso e Ziro suonano ora un riff minaccioso e thrash al 100%, mentre Vender procede a velocità sostenute e Reno inizia a cantare. Stavolta il cantante è molto più cattivo, anche grazie a delle linee vocali dotate di grande carica drammatica. E per tali vocals, non poteva esserci riff migliore di quello partorito dalla coppia di axeman. Ma infatti, quello che risalta in questo brano, è l'ottimo songwriting. Giungiamo ora al ritornello dove abbiamo un nuovo rallentamento, anche se l'andamento della canzone resta sostenuto. Le linee vocali si fanno più classiche e oltretutto adesso, troviamo le voci di tutti i componenti sovrapposte, con quella di Reno in risalto. Nella sua seconda parte, il ritornello si velocizza di nuovo, facendosi più cupo e duro, con un alternarsi tra la voce di Reno e i cori degli altri componenti. In seguito a ciò, segue un breve, seppur abbastanza tecnico, momento strumentale, dove le chitarre compiono dei bei fraseggi. Arriva poi la seconda strofa e la canzone torna a farsi travolgente. Il secondo ritornello, apre al primo assolo suonato da Ziro: tecnico come sempre e meno melodico del solito. Tocca poi a Sanso, il quale, invece, suona un solo più morbido e più melodico, che crea un'ottima contrapposizione con quanto fatto poco prima da Ziro. Lo stesso Ziro suona il terzo e ultimo assolo, di nuovo grezzo e ruvido. A questo punto, si ode di nuovo il riff del ritornello, e dopo un breve momento strumentale, è proprio un ultimo chorus a condurci verso la fine del brano. Le liriche affrontano il tema dei disturbi mentali e si potrebbero interpretare in due modi: il primo, riguarderebbe il trattamento, spesso brutale, che subivano i pazienti nei manicomi, mentre il secondo è magari un po' più da film, ovvero le menti di persone comuni, portate allo sbaraglio da terzi. Comunque, si narra di come sia in corso un meccanismo malato, un gioco che intrappola le menti delle persone. Le vittime si ritrovano a combattere con i propri demoni interiori, ma appunto, è un effetto voluto da qualcuno che sta a capo di questo processo. Nessuno sente, si può piangere, si può urlare, ma nessuno accorerà in soccorso, si è soli, intrappolati nella propria mente. E attorno, ci si costruisce una gabbia, una specie di armatura, ma è proprio ciò che vogliono quelli che hanno programmato tutto ciò. E non ci sarà mai una fine, anzi, ogni giorno, si sprofonderà sempre più nell'oblio della propria mente.

Nuke 'Em High

La penultima canzone del disco è probabilmente quella più debole e si intitola Nuke 'Em High, dove la parola "nuke", in italiano, significa distruggere con armi nucleari. Il brano inizia introspettivo, con una sinistra melodia di basso a dare il via al brano. In sottofondo si odono dei dialoghi, probabilmente tratti da un film. Un cupo e tagliente riff all'improvviso irrompe mentre Vender comincia a eseguire i primi fraseggi alla batteria. Dopo, la canzone va sviluppandosi in un andamento abbastanza veloce, seppur molto lineare, supportato da un riff non particolarmente incisivo. Poco dopo, il suddetto riff, cambia leggermente tono, facendosi leggermente più tecnico, mentre la velocità della song resta la stessa. Inizia poi la strofa e Reno inizia a cantare, sempre con la stessa foga ed intensità. Quello che si percepisce però, è una scarsa ispirazione da un po' tutti i membri del gruppo, il che va a rendere questo brano un classico filler. Che poi per carità, i cosiddetti riempitivi nei dischi ci sono sempre stati, anche nei migliori dischi rock e metal si trovano brani meno ispirati, quindi ciò non va a penalizzare di chissà quanto il lavoro svolto fin qui dai Game Over. Però, la canzone va analizzata per quello che è. Finita la prima strofa, abbiamo il ritornello che presenta riff stoppati e le solite contrapposizioni tra voce di Reno, il quale nel chorus assume linee vocali più minacciose, e i cori degli altri componenti. La velocità invece, rimane pressoché la stessa. Successivamente, abbiamo un breve momento strumentale, il quale si sorregge sul riff principale della canzone e poi abbiamo la seconda strofa, uguale alla prima; il brano continua ad essere poco significativo. Il secondo ritornello, vede una seconda sezione di esso dove la band assume toni più epici e melodici, quasi a richiamare gli Iron Maiden, ci sono persino i tipici "ohohohoho" da stadio. I riff in questo caso si fanno un po' più solari e si avvertono reminiscenze dal metal classico. La velocità, invece, continua a rimanere invariata. Arriva poi l'assolo di Sanso: tipicamente thrash, poco melodico ma tecnico. Anche qui però, non siamo certo di fronte ad uno dei migliori soli dell'album. C'è poi un'altra strofa, forse un po' più cattiva rispetto a quelle precedenti, in particolare la voce di Reno, qui, assume toni più duri. Successivamente troviamo un altro ritornello e pure gli "ohohohoho" di prima. Arriva il turno dell'assolo di Ziro, e qui abbiamo senza dubbio il momento migliore della canzone: molta melodia che va a richiamare gli storici gruppi NWOBHM, tanta tecnica e velocità moderata. Ancora una volta il buon Ziro da prova delle sue grandi capacità, anche in un brano meno brillante. Durante gli ultimi secondi, tutti i membri cantano in coro il titolo della canzone, la quale poi si conclude. Nulla di eccezionale dunque, non una song brutta, ma abbastanza anonima. Le liriche affrontano il tema del nucleare, in particolare delle centrali presenti nelle città e che ovviamente inquinano l'aria, causando danni irreparabili, a lungo andare, agli esseri viventi. Il testo narra di come ci sia qualcosa di strano nell'aria, una specie di nemico invisibile, che contamina acqua, aria e perfino l'erba (probabilmente qui, i Game Over si riferiscono all'erba mangiata dai bovini, i quali poi a loro volta, sono mangiati da noi umani). I colpevoli di tutto ciò sono i politici, chi sta a capo delle nazioni, le quali, secondo la band, tramite il nucleare, producono degli aborti. Si fa anche riferimento alle armi nucleari, come si può dedurre dal verso: "la scuola è dominata dalla razze malvagie, venduti divertimenti nucleari". E il testo continua sempre più pessimista, in quanto il nucleare (inteso probabilmente sia come arma che come scoria radioattiva) si fa largo lungo le strade, come una bestia assetata di sangue, e non c'è alcuna via di fuga.

Burst Into the Quiet

Il disco si chiude con la title-track, Burst Into the Quiet, che in italiano significa Irrompere nella quiete. Con quest'ultima traccia si ritorna anche ad un ottimo thrash metal, dopo la piattezza della precedente "Nuke 'Em High". Una chitarra inizia a suonare il cupo riff che apre il brano, mentre l'altra chitarra si limita a delle semplici plettrate. In tutto ciò, Vender da i classici colpi sulle pelli, scelta optata in varie occasioni per introdurre le songs di questo disco. Poi, per pochi secondi, si ode solo una chitarra che continua a tessere un riff carico di tensione, come se qualcosa stesse per esplodere da un momento all'altro. Ricompare poi Vender, che dà delle autentiche e potentissime frustate sulla batteria, mentre le due chitarre iniziano a incrociarsi. Spazio poi ad un tempo lineare e abbastanza lento, momento però che dura pochi istanti, in quanto c'è un altro cambio di registro: la batteria si fa un attimo più veloce per poi rallentare di nuovo, mentre le chitarre sfoderano un riff minaccioso. A questo punto, Vender accelera un'ulteriore volta, le chitarre continuano a mantenere sempre lo stesso riff e la voce di Reno, appunto, irrompe. Il brano dunque, ha preso il via definitivo, dopo un'introduzione molto articolata. La prima strofa si basa su un tempo non molto rapido ed è caratterizzata da linee vocali dotate di forte impatto, grazie anche ad un Reno ancora una volta in ottima forma. Un breve passaggio strumentale, dominato ancora una volta dalle chitarre, conduce al ritornello, il quale si fa molto più duro e veloce. La batteria aumenta di velocità, le chitarre si fanno più acide, così come la voce di Reno. Un ottimo chorus, che va in contrapposizione con le più lente strofe. Spazio proprio alla seconda strofa, dove i ritmi rallentano di nuovo. Torna il chorus, e nuovamente ci ritroviamo a scuotere la testa. Subito dopo, spazio ai consueti assoli di chitarra, di cui il primo è opera di Ziro: meno melodico delle altre volte, ma sempre pulito, preciso e tecnico. Da notare anche la velocità attraverso la quale il biondo chitarrista esegue il solo. Tocca a Sanso, che si cimenta in un solo più acido, più atonale. A tratti, ricorda un po' quelli che erano gli assoli di Kerry King o Jeff Hanneman, la storica coppia di asce degli Slayer. Siamo ormai alla fine, sia della canzone che dell'album e i Game Over ci salutano con un ultimo ritornello a gran velocità, il quale conclude, appunto, il disco. Una degna e secca chiusura di questa seconda opera dei thrashers ferraresi. Le liriche tornano sul tema del cinema horror, anche se potrebbero esserci riferimenti all'horror in generale. Infatti, quello descritto nel testo, è uno scenario cupo, angosciante e tetro. La notte è padrona, accompagnata da una nebbia raccapricciante e in tutto ciò, la luna osserva ogni mossa. Il testo poi sembra rivolgersi ad una persona (forse persino a noi stessi) e più in particolare alla mente di questa, la quale, in questa notte spaventosa, è rimasta impressionata da un film horror visionato alla TV. E ora, la paranoia prende controllo del malcapitato, che si sente perseguitato dalle creature e dall'atmosfera orrorifica che caratterizzavano la pellicola vista. Il protagonista delle liriche poi, ricorda film come "Evil Clutch" e "Troll 2", due perle del cinema horror-trash italiano, e continua a non sentirsi per nulla al sicuro, certo che ormai le creature dell'oscurità stiano per prenderlo.

Conclusioni

In questo secondo lavoro, i Game Over si presentano dunque con più personalità, più voglia di osare, un songwriting più articolato e, forse, una maggior solidità, sia mentale che strumentale, da parte dei quattro ferraresi. Significativo il distacco, benché solamente parziale, dalle sonorità anni 80, le quali avevano condizionato fin troppo il primo full-lenght. Ovviamente le influenze dei mitici eighties restano, e ci mancherebbe: d'altronde, i Game Over propongono un thrash metal classico, quindi è inevitabile che certe sonorità siano presenti e, in certi casi, che siano perfino celebrate, a onorare radici essenziali e imprescindibili. Come detto, tuttavia, i Game Over in questo album mettono tanta farina del loro sacco, il che fa risultare "Burst Into the Quiet" un album più fresco e più interessante, finalmente oltre il puro "manierismo" del disco di debutto. Il neo-acquisto Vender ha sicuramente giovato alla formazione ferrarese: la batteria infatti suona più potente, più violenta, magari a volte un po' ripetitiva, ma comunque idonea a quelle che sono le esigenze della band. Reno ha conseguito miglioramenti notevoli, alla voce... non che in "For Humanity" cantasse male, anzi, ma in questo secondo disco è molto più rabbioso, più impetuoso, insomma: di maggiore impatto e personalità. Al tempo stesso però il buon "Reno" non sfocia mai in growl o in vocals particolarmente gutturali, quindi, dopotutto, il suo cantato non resta inaccessibile. Sanso e Ziro cambiano un poco il sound delle loro chitarre: se nel primo album i due axeman si erano cimentati in trame per lo più melodiche, seppur tecniche, qui escono fuori riff più duri, così come gli assoli, molte volte acidi e vagamente ispirati a quelli di chitarristi come Kerry King, Jeff Hanneman o Gary Holt. Sul piano delle liriche, maggior spazio al cinema horror e più generalmente a situazioni ambientate in contesti bui e tetri. D'altronde, è risaputa la passione della band per il cinema dell'orrore, e va riconosciuto il fatto che le pellicole trattate, la cui tematiche sono d'ispirazione a molti dei testi, non siano affatto scontate: ad esempio, nel brano "Seven Doors To Hell" si parla del cult di Lucio Fulci "...E Tu Vivrai nel Terrore! L'aldilà", non certo un filmetto qualunque, anzi, davvero un bell'omaggio al grande Fulci, regista capace d'influenzare numerosi maestri e che tuttavia viene troppo spesso dimenticato. Ovviamente sono presenti anche tematiche più concrete, come l'inquinamento e la moltitudine delle problematiche sociali. L'impatto del disco ha avuto discreti riscontri, infatti la band, nel 2014 ma soprattutto nel 2015, è stata impegnata in alcuni concerti sparsi un po' per il globo, tra cui alcuni show in Giappone, da sempre meta dei gruppi metal, sia vecchi che nuovi. Da notare l'ambizione di Reno e soci, che tentano subito di farsi notare sia in campo nazionale che internazionale, quando altri gruppi, di solito, prima che decidano di fare concerti all'estero e soprattutto in altri continenti, impiegano molto più tempo. I Game Over invece sono convinti di quello che fanno, vogliono far vedere a tutti i costi chi sono, vogliono portare la bandiera del thrash di nuovo in alto, e per farlo, girano per il mondo a supporto di altri gruppi più importanti. La produzione è buona: la sezione ritmica è posta in risalto e si sente bene anche il basso, valorizzato dalle buone performance di Reno, ma sono le chitarre, naturalmente, a dare l'impronta definitiva al sound dei Game Over. Con questo disco, dunque, il gruppo traccia la sua idea di musica, che andrà poi maturando con i lavori successivi, dove troveremo i nostri thrashers in continua evoluzione, anche eseguendo brani più lunghi. Non siamo ancora a livelli di perfezione, le sbavature ci sono ancora, come ad esempio alcuni riff o alcune linee di batteria un po' troppo uguali fra loro. Però, i presupposti per migliorare ci sono tutti. E da una band metal, specialmente al giorno d'oggi, non c'è la pretesa di aspettarsi un disco perfetto, basta ci siano soprattutto passione e buona volontà.

1) Masters of Control
2) Seven Doors to Hell
3) The Eyes (of the Mad Gardner)
4) C.H.U.C.K.
5) No More
6) Metropolis Pt.3
7) Trapped Inside Your Mind
8) Nuke 'Em High
9) Burst Into the Quiet
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