GABRIELE BELLINI

Acoustic Spaces

2015 - QuaRock Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
05/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Abbiamo già parlato tante e tante volte di quanto sia difficile realizzare un disco strumentale, cercare di catturare l’attenzione e il cuore dello spettatore o dell’ascoltatore, senza l’ausilio delle parole a lui familiari. Ed allora si esplorano i suoni, si cerca di far si che le note diventino parole, quel meccanismo sacro attraverso il quale c’è solo il musicista ed il suo strumento, un connubio così forte che nessuno può cercare di scioglierlo. Dunque, se mettere in piedi un progetto strumentale è già di per sé difficile, figuriamoci cercare di parlarne. Per un recensore, un disco strumentale è una enorme sfida contro sé stesso e contro l’artista stesso che ha messo in piedi il progetto, una sfida però che non si risolve certo con la violenza o le brutte parole, ma piuttosto è uno scontro di cervelli. Da una parte abbiamo chi ha dato vita alla creatura, forte e risoluto, e dall’alto della sua esperienza guarda chi ascolta la sua musica con fare da guerriero, semplicemente perché lui lo sa bene di cosa stiamo parlando. Dall’altra abbiamo il recensore, macchina da guerra pronta a tutto pur di dare ai suoi lettori qualcosa su cui finirsi gli occhi; ecco, la sfida sta qua, nel cercare di capire, da parte di chi scrive, che cosa il musicista abbia cercato di dire o fare in quella determinata sezione o pezzo. Ed ecco quindi che partono interminabili sessioni di ascolto, in cui il recensore analizza ogni singola nota, ascolta ogni sfumatura del pezzo, tentando di dare una forma definita a quella musica, riferimenti, sfaccettature e limiti che chi sta suonando ci ha messo dentro. Dunque una sfida assai ardua ed impegnativa, ma come sempre, la soddisfazione di vedere la gente, così’ come l’artista stesso, leggere il tuo operato, ti ripaga di qualsiasi altra fatica. Di dischi strumentali, nella storia della musica, ne sono usciti a decine di migliaia, da virtuosi della chitarra, fino a stranezze come bassisti e batteristi, tutti, prima o poi, si sono scontrati con il demone dello strumentale. Oggi, per entrare in questo mondo, andremo a bussare alla porta di un valoroso cavaliere della chitarra classica, che negli anni si è ritagliato un’ottima fetta di pubblico che lo segue, diventando uno degli artisti più apprezzati nel suo campo. Cappellino in testa e sguardo verso l’orizzonte, questo è il profilo di Gabriele Bellini, maestro di chitarra, insegnante, compositore, arrangiatore e chi più ne ha, più ne metta. Gabriele è un conterraneo di chi vi sta scrivendo, viene da Quarrata, provincia di Pistoia, e nel tempo che ha dedicato alla sua passione, diventata poi un vero e proprio lavoro, ha saputo sempre dire la sua, ritagliarsi un pertugio in cui infilarsi e rimanere li, come per dire “vi piacerebbe non avermi, ma io ci sono!”. La sua passione, la sua dedizione, ed ovviamente il suo talento, lo hanno portato negli anni a diventare un artista assai apprezzato ed acclamato, senza contare tutti i suoi studenti, che, a detta loro, sono assai entusiasti di avere un maestro come Gabriele. Il buon Bellini però non è solo insegnamento e suono, è anche compositore e musicista; diversi dischi collezionati negli anni, raccolte dei suoi pensieri, delle sue paure, e perché no, frammenti della sua mente messi sotto forma di musica, che scivolano leggiadre fra le corde della sua chitarra. Oggi, in particolare, siamo qui per analizzare a fondo, come sempre, il suo ultimo lavoro, una raccolta acustica che porta il nome di Acoustic Spaces. Il disco è uscito nel luglio del 2015, fresco fresco dunque noi ce lo andremo ad eviscerare con la consueta cura, cercando di carpirne la sua vera essenza. Potremmo iniziare partendo dal titolo, spazi acustici, quasi un marchio iconico, come se Gabriele volesse mettere le cose in chiaro fin da subito; questo è il suo spazio acustico, egli lo ha confezionato per sé, ma ovviamente anche per noi, e siamo caldamente invitati ad entrarci dentro e perderci nello scorrimento della sua musica. Così, come un artista trova l’ispirazione per un quadro, Gabriele in un solo mese è riuscito a partorire dieci tracce, dieci slot di pensiero sotto forma di musica che sono usciti come un fiume in piena dalla sua testa, sembrava quasi che fossero lì da così tanto tempo che non appena la valvola è stata aperta, hanno trovato subito un foro d’uscita. Dunque, spazi acustici si, ma impregnati di influenze fra le più disparate, senza dimenticare mai babbo Rock che aleggia come un sole splendente su tutte le note suonate. Un disco che, all’apparenza, si presenta per palati assai fini (ed è una prerogativa di molti dischi strumentali, la completa assenza del testo, spesso scoraggia gli ascoltatori, che magari possono sopportare una traccia o due, ma non un disco intero), tuttavia, l’energia sprigionata è tanta fin dai primi accordi, ma come sempre, è inutile fare mille giri di parole, se le canzoni ci stanno aspettando, per cui, infiliamo il vinile sul piatto, sentiamo la puntina correre sul solco vuoto, e non appena attacca la musica, religioso silenzio, ed iniziamo ad analizzare.



Note ritmate, inframezzate da qualche sessione dal sapore spagnolo, ci introducono a questi spazi acustici, ed il primo assaggio porta il nome, manco a farlo apposta, di Season Zero (Stagione Zero): il pezzo incede, piano piano e leggiadro, ma con una grande energia di fondo, fino ad arrivare al più alto livello quando di sottofondo alcuni rumori di synth e percussioni innalzano l’atmosfera, dandoci l’impressione che qualcuno stia arringando verso di noi. Si continua così, imperterriti ed immobili a prenderci note alte, finché tutto d’un tratto il pezzo scompare, la musica rallenta e rimangono solo le corde della chitarra a cullarci dolcemente, inanellano note di calma e tranquillità (probabilmente lo “Zero” del titolo), si continua così per qualche secondo, e noi crediamo vivamente che sia finita, ma ad un certo punto riprende nuovamente l’atmosfera da orchestra. Ci sentiamo claustrofobici durante questo pezzo, sballottati da sessioni nettamente più energiche, a momenti di calma piatta, quiete e tempesta che si prendono a schiaffi per i quattro minuti del brano, alle volte continuando a malmenarsi, altre dandosi man forte, creando un equilibrio mai precario, ma sempre incasellato nel mondo giusto. Nell’ultimo minuto di brano la musica si fa sempre più incessante, riparte il ritmo che avevamo sentito all’inizio, plettrate frizzanti lasciano poi il posto nuovamente alle sole dita, sinuose essere si muovono sulle lisce e zigrinate corde dello strumento, prima di dissolversi così come erano arrivate, in una coltre di fitta e plumbea nebbia. Il dualismo del brano ci fa pensare a conflitti e quieti che si susseguono, guerre che finiscono e che ahimè spesso e volentieri iniziano, dando vita ad un vortice di sofferenza. Gabriele ci presenta questo pezzo come una “stagione zero” appunto, un posto dove ricominciare, un luogo da cui ripartire, mettere il punto ed andare a capo. Nella musica che stiamo ascoltando questo si evince assai bene, i tasselli del progetto di Gabriele si collocano al loro posto, ed ecco che nei momenti di tempesta, con l’ausilio di suoni di contorno, vediamo il mondo spaccarsi in due, terre che si aprono, fiamme che incalzano divorando tutto ciò che incontrano. Tuttavia, al caos deve sempre succedere la calma, l’ascetismo degli uomini che si rialzano dalle proprie ferite; non a caso i momenti di setose corde singole della chitarra rappresentano proprio questo, persone che si sono rese conto del male che li ha circondati, e hanno capito che non c’è più speranza di risolvere certi problemi, ma conviene molto di più ricominciare da zero. Si cambia paragrafo, si cambia registro e modo di vivere, ma il caos è sempre lì, in agguato come un leone famelico, torna alla ribalta nella seconda parte del brano, cerca di arrivare con velleità da conquistatore, ma ha fatto male i suoi conti; nel sottofondo sentiamo nuovamente le corde leggere della chitarra, segno che la calma e il raziocinio stanno tornando, hanno detto “no” a tutto questo, un secco rifiuto alla distruzione. Infatti, alla fine del pezzo, l’assoluta mancanza di calma si ferma di botto, cade in dissolvenza piano piano, lasciando solo il posto alle corde della chitarra, il bene ha vinto, il punto è stato messo e siamo di nuovo a zero, pronti per un nuovo inizio. Bello è vedere come Gabriele ha saputo dare voce ai diversi strumenti, dando ad ognuno il ruolo che gli competeva meglio, ed adattando ovviamente la sua chitarra alle varie situazioni, alternando colpi di plettro pieni di rabbia e frustrazione, al semplice uso delle sue dita, molto più leggere e calme della penna. Ed è ancora una leggera sessione acustica a trasportarci verso il secondo pezzo, Awakenings (Risvegli); di sottofondo alla chitarra sentiamo candide percussioni, finché lo strumento non inizia a prendere vita, piccole perle di Blues si alternano a momenti sempre dal sapore iberico, dando vita ad un bel connubio fra le due sonorità. Si procede così fino alla prima variazione, cambio di tempo ed un ritmo incessante, sempre con sottofondo di percussioni, che stanno diventando impercettibili, ci trasportano ancora avanti. Terza variazione e si ritorna alla calma, come il sorgere dell’alba dopo un giorno di pioggia, tornano le corde pizzicate dell’incipit, poi si continua nuovamente col duo Blues vs Spagna, che pian piano da via sempre più incalzante ad una sessione di puro virtuosismo, qualche secondo di improvvisazione così, con le mani che velocemente scorrono il manico di legno della chitarra. L’ultimo minuto torna ancora la calma con le percussioni sentita qualche variazione prima, con un leggero cambiamento dell’andante di chitarra, inframezzato da qualche poliedrica sessione ancora virtuosa. Il finale ci tende la mano con un nuovo momento di calma, e lo stesso ritmo dell’inizio, un cerchio che si è chiuso, l’ultima sezione è come la prima, come in un loop infinito. Risveglio si, ci si chiede, ma da cosa? Beh, dal letto come dalla vita, l’importante è alzarsi con il sorriso. Vi siete mai chiesti che cosa voglia dire essere veramente alternativi? Quel meccanismo complesso che è la mente umana spesso associa questo concetto all’essere diverso, al vestirsi sgargiante, o semplicemente ad andare sempre contro tutti. Verità solo in parte, perché ormai, e negli ultimi anni sempre di più, essere alternativi vuoldire riuscire ad alzarsi tutte le mattine da quel fottuto letto che abbiamo sotto il sedere, ed affrontare un temibile avversario, la vita. Gabriele sottolinea l’aspetto del risvegliarsi con il sorriso come l’unica arma che abbiamo per combattere fieramente le avversità della nostra esistenza, nonostante tutto ciò che ci possa capitare attorno, nonostante tutte le preoccupazioni, ci sarà sempre un motivo per sorridere. E non dobbiamo mai perderlo questo motivo, dobbiamo far si che esso diventi bandiera del nostro essere, portavoce della nostra anima e marchio indelebile sul nostro cuore. Musicalmente parlando, l’assenza del testo è sostituita in questo tema dai continui mutamenti di tempo, ora sull’andante, ora sul lento, ora sull’energico, un pendolo che oscilla in varie direzioni, ma che riesce a farci carpire bene i sentimenti di cui questa canzone è ricolma. I momenti di gioia e dolore sono rappresentati dalle note gravi o squillanti, così come l’andamento stesso del pezzo è la causa scatenante del nostro risveglio dal torpore dei senti; ascoltiamo il pezzo e ci viene quasi spontanea una riflessione sulla nostra vita e su ciò che in essa accade, cercando di capire che cosa potevamo fare di diverso, e che cosa ancora possiamo fare con il tempo che ci rimane a disposizione, tentando di non sprecarne neanche un minuto. Lo slot successivo è occupato dall’unica traccia estratta come singolo/video dal disco, parliamo di Squisio! Fin dai suoi primi vagiti questo pezzo è una enorme sferzata di energia; si inizia con un andamento veloce e costante, si batte quasi le mani a tempo con il ritmo prodotto da Gabriele, mentre ricami di note cominciano ad intrecciarsi fra loro creando un giardino dalle fitte trame. Alla prima variazione ci arriviamo trasportati dal ritmo iniziale, che passa poi ad un sapore spagnoleggiante durante la prima sessione di cambio, conservando quella carica di fondo che abbiamo sentito all’inizio. Si procede così, andando avanti a sentire una cascata di note che ci martellano, anche se in maniera decisamente soave, il tutto poi ogni tanto viene bruscamente interrotto da alcuni saliscendi sul manico della chitarra, piccole sessioni di improvvisazione pizzicate dolcemente che staccano di netto dal ritmo che ci siamo ormai abituati a sentire,  e ci fanno spalancare gli occhi ancor di più. Il ritmo continua così, cadenzato e percosso, fino alla fine del brano, dove, quasi con un impercettibile rumore di campanelli, che in realtà sono le corde della chitarra, veniamo presi per mano e traghettati al finale, con la solita dissolvenza sempre più bassa, fino al totale tappeto di silenzio. E’ un brano che, dall’inizio alla fine, riesce a tenerti incollato alle cuffie, non troppo complesso (se ovviamente non contiamo le sessioni di improvvisazione presenti durante l’ascolto), ma che cattura l’occhio dopo poche note, e soprattutto riesce a non stancare anche chi non è affatto fan né delle canzoni strumentali, né tantomeno di quelle acustiche. Questa canzone, secondo la filosofia di Gabriele, è una sorta di “time out”, ma da cosa? Beh, il time out ogni tanto nella vita fa comodo, quando ti trovi in quei momenti nei quali non sai veramente dove andare a sbattere la testa, prendersi un break potrebbe risultare la scelta più giusta mai fatta. Tuttavia, il pezzo, e come sempre la sua musica così frizzantina ci viene incontro, parla anche dei bambini, soprattutto di quelli mai cresciuti del tutto (e Gabriele si riconosce in uno di questi), ma non tanto per l’aspetto celebrale o di affronto dei problemi quotidiani (esiste infatti una  sottile, ma pesante differenza fra eterno bambino ed infantile), piuttosto come freschezza dell’animo, quel sentimento sempre così vivo, così vivido negli occhi di chi proprio non vuole rinunciare ad essere un eterno pargolo, che affronta sempre le difficoltà con quello spirito mai troppo critico, ma sempre arguto e diretto, senza peli sulla lingua e senza freni, esattamente come sono i bambini. I bambini si sa, specialmente nella prima fase della loro vita, non vengono toccati dagli argomenti più brutti che la vita stessa può offrire, parole come dolore, violenza, preoccupazioni, responsabilità, sono completamente estranee al loro mondo colorato; ed ecco che Gabriele mette l’accento su questo tema, quelle persone che, nonostante ormai abbiano imparato a comportarsi da adulti, semplicemente andando avanti con gli anni e con i problemi, hanno ancora la voglia di tornare indietro in alcune occasioni, chiudersi in quella scatola senza pareti che è l’eterna giovinezza, ridendo, sia con la bocca che con il cuore, e cercando soprattutto di non perdersi mai d’animo, ma andando avanti a testa alta, scegliendo quale sia la strada giusta da intraprendere. Il time out dunque ogni tanto dobbiamo prendercelo dalla nostra serietà, dai nostri problemi, abbandonare tutto per qualche ora e mettere la macchina del tempo indietro, per sentirsi di nuovo bambini.  Il ritmo si fa decisamente più classico e meno poliedrico quando incedono le note di Remake the Reinassance (Rifare il Rinascimento); questo è uno dei due brani “feat” del disco, in questo caso Michael Agostini, virtuoso batterista che ovviamente va ad occupare il posto dietro le pelli. Questo pezzo nasconde dentro di sé un’anima decisamente cacofonica e chiusa, è come se qualcuno ci avesse rinchiuso in una stanza cubica fatta di note, continuiamo a riceverne anche se smettiamo di chiederle. L’incedere era classico, così come la maggior parte del brano, fatta eccezione sul finale per qualche sessione di tecnica ammiccante ai virtuosi che il nostro Gabriele ci regala. L’eccezione di questo brano, rispetto agli altri, è ovviamente la presenza della batteria, che trasforma l’intero brano in una lunga sessione di Jazz/Blues davvero bella da ascoltare, si passa da momenti in cui il ritmo è perenne e mai movimentato, ad altri in cui, coadiuvata dalla batteria, la chitarra si sveglia dal suo sonno, ed inizia ad inanellare schiere di note come un generale con le sue truppe ben addestrate. Quasi cinque minuti sono occupati da questo pezzo, e nonostante la gioia che riesce ad esprimere, sentiamo anche una malinconia di fondo, oltre al senso claustrofobico di cui parlavamo prima; si finisce il brano soddisfatti, ma stanchi, con un forte senso di mal di testa, ma che dopo un po’ diventa ampia soddisfazione. Rinascimento, una parola che nel corso della storia ha sempre significato cambiamento, rinascita, voltare pagina ed andare avanti, un po’ come la “Sessione Zero” che ha iniziato questo lavoro. Si sente sempre più, specialmente in questi periodi di profonda crisi economica e sociale, la necessità di un cambiamento profondo nella società, tornare alle origini per ricominciare di nuovo a vivere. Anche la musica però non se la sta passando bene, e Gabriele si rivolge in questo brano proprio a questa parte dell’estro artistico umano, creando un parallelismo col brano iniziale; se l’incipit del disco infatti riguardava il cambiamento della società, questo Rinascimento Gabriele lo vede nella musica, tornare la vecchio per aiutare il nuovo, senza dimenticarsi che cosa c’è stato prima. Perché alla fine la vera arte di un musicista si riconosce da questo, dalla sua profonda capacità di affondare le mani nella storia del passato, prendere ispirazione, o alle volte riproporla così com’era perché niente di meglio è stato fatto in quel campo. L’errore che si fa molto spesso è etichettare queste performances come “roba già sentita”, ma questo spesso e volentieri lo fa chi ha la mente tappata da troppe stratificazioni di bugie accumulate negli anni; la sperimentazione è sacrosanta, in tutti i campi artistici, senza di essa saremmo ancora al Blues degli anni ’20 cantato dagli ex schiavi afroamericani, ma essa non deve essere l’unica chiave di lettura della musica moderna, si deve anche ogni tanto fare un passo indietro, a quando il vero Rinascimento musicale era al suo apice più alto, e carpire la sua vera natura. Certo, mai guardare al passato con fare troppo nostalgico, ma neanche far finta che esso non ci sia mai stato, ciò che c’è è il risultato di quel che c’è stato , e niente potrà mai cambiarlo, e questo nessuno può esimersi dal considerarlo. Si prosegue in ordine con un dualismo eterno, quello che abbiamo già affrontato qualche traccia fa, la diatriba fra ordine e caos; Gabriele ce lo fa saggiare attraverso Order'N Disorder (Ordine e Disordine); e dunque, in questo ponte che collega le due masse, ci troviamo sballottati fra ritmi calmi e tranquilli, ed altri che sembrano, a dirla tutta, il delirio di un folle. Niente però è messo a caso in questo brano (peraltro, si evince anche un’ottima registrazione e mixaggio, che permettono un più ampio apprezzamento delle dinamiche di ogni canzone), le note sommesse, timide e incerte della parte disordinata, fanno da chiaro specchio all’ordine maniacale, rappresentato dalle sessioni pulite e senza alcuna sbavatura. Anche il tipo di plettrata cambia a seconda del luogo in cui ci troviamo, nel caso dell’ordine è decisa, puntuta e potente, ma sempre con tocco leggiadro, mentre nel disordine è agitata, fibrillante e schizofrenica, come la mente di un paziente da manicomio. Questo apparentemente insolito connubio, in realtà risulta essere molto gradevole, anche se per ascoltarlo con la metrica e l’orecchio giusto, ci vuole più di un ascolto, se non altro per non giudicarlo subito una accozzaglia di ritmi messi a caso. Se si riesce ad entrarci dentro, risulta anche essere uno dei pezzi più belli dell’intero disco, in cui l’estro e la calma si fondono insieme per portarci su una immensa scacchiera, ad assister ad una difficile e complessa partita. Ordine e disordine abbiamo detto, due forze che come poli opposti di una calamita si respingono a vicenda, ma che in realtà sono in perfetto equilibrio fra loro; senza l’una non potrebbe esistere neanche l’altra e viceversa, dove c’è ordine prima c’è stato disordine, e dove c’è caos prima c’era calma. Tutto sta nel vedere chi o cosa porta da una parte all’altra, potrebbe essere qualsiasi cosa, da un evento catastrofico ad una scelta personale, tutto quanto può spazzare via o rimettere a posto, a seconda delle necessità. Gabriele riflette anche su quanto sia necessario ridare un po’ di ordine al mondo, se non altro per farlo ricominciare a girare; la nostra terra infatti, soprattutto noi, i suoi abitanti, siamo vorticosamente girando su noi stessi, perdendo di vista la strada di casa. L’ordine riporterebbe la calma e la via giusta nel caos che si sta creando, dando speranza e fornendo finalmente quella agognata luce alla fine del tunnel; durante il brano questo si sente bene, quando le ritmiche sono disordinate sembra di star vedendo il mondo implodere, gente che scappa mentre la terra sotto i piedi frana, mentre quando le note si fanno dritte ed affusolate, ecco che spunta il sereno, pronto a ridare nuovo vigore e vita a ciò che prima non lo era affatto. Un pezzo in cui Gabriele ha riversato molto sé stesso, si sente da come suona, è una musica viscerale, animata e pregna di sentimento, che ti lascia il dolce più zuccherino, così come l’amaro più forte, una sensazione che non si prova tanto spesso nella musica, specialmente nella strumentale. Da questo dualismo sempre in continuo mutamento, mettiamo, a discapito di qualche traccia fa in cui eravamo nostalgici, la macchina avanti di migliaia di anni, un periodo in cui terraformare sarà una realtà, e lo facciamo grazie a Terraforming (Terraformando). Capire che cosa sia terraformare è un concetto assai complesso, si tratta sostanzialmente di elaborare macchine in grado di prendere la morfologia di un pianeta di origine, e portarla a spasso per l’universo, essendo in grado di ricrearla su altre superfici. E’ come se riuscissimo a rendere fertile ed abitabile come la terra la nostra Luna o Giove, per essere il più chiari possibile; per fare questo Gabriele decide di affidarsi a note velate e setose, dal sapore molto retrò e costruito, grazie anche all’ausilio di un doppio ritmo che fa da ponte fra le due metà. Ci troviamo nelle orecchie una canzone che pare una ballad melanconica scritta da qualche band tanti anni fa, un inno d’amore alla nostra terra e alla sua formazione, e alla possibilità (forse reale un giorno) di portarla in giro per l’universo. Il brano però contiene anche un messaggio di ammonimento; semmai le tecnologie porteranno a questi risultati, ciò non vuol dire che dobbiamo continuare a trattare la terra come abbiamo fatto fino ad oggi, ma anzi, dobbiamo rispettarla e curarla al massimo, perché se per caso non arrivassimo a quel punto, dobbiamo ricordarci che di Terra ne esiste una sola, almeno in questa porzione di cosmo. Dunque una canzone che segna una svolta fra passato e presente, fra i ricordi di milioni di anni fa quando la nostra terra si è formata, con processi lunghi e salite ripide, ed il futuro, in cui anche noi esseri umani saremo in grado di fare altrettanto. E’ una canzone che, col suo ritmo così calmo e rilassato, risulta essere una rampa di lancio per il futuro non troppo lontano (o forse impossibile, chissà) in cui riusciremo a fare qualsiasi cosa ci venga in mente. Tuttavia, nonostante le possibilità che ogni secolo aumentano, non dobbiamo toglierci dalla testa che la nostra terra ci ha dato queste possibilità, lei ci ha creato e reso quel che siamo, ha permesso che ci fossero le meccaniche giuste per la prolificazione della vita, e per questo merita rispetto e cura eterni, anche quando magari ce ne andremo da qui. Ci troviamo di fronte ad un brano che fa ampiamente riflettere, le sue note così alte e leggere al tempo stesso, fan si che la nostra mente voli con le ali di un uccello migratore, osservando la terra dall’alto e cercando di capire che cos’altro si possa fare per salvarla; Gabriele dal canto suo continua a suonare con questo andamento, che procede per intero fino alla fine del brano, in cui la solita dissolvenza stavolta ci lascia un fondo di delusione, semplicemente perché ne avremmo voluto ancora. E’ una canzone per palati leggermente meno fini, adatta a tutti gli ascolti e a tutti gli stati d’animo, ma semplicità non vuol dire banalità, perché se lo si ascolta due o tre volte di fila, prestando attenzione ai vari cambiamenti, soprattutto per il suo significato, ci si accorge che è una canzone dalla costruzione profonda, su cui il signor Bellini, come in tutte le altre tracce, ha riversato una buona parte di sé, delle sue riflessioni e dei suoi spunti personali. Quale è stata la più grande scoperta dell’umanità dopo fuoco ed elettricità? Sicuramente la relatività, un concetto così profondo, così semplice nella sua base, che ha cambiato radicalmente le sorti del mondo. E su questo concetto Gabriele ci costruisce la traccia numero sette, Relativity (Relatività): un brano che, come la sua controparte fisica, è complesso e semplice al tempo stesso, abbiamo anche qui l’ausilio delle pelli, che conferiscono ancora più corpo alla canzone, che di base ha un ritmo incessante ed inframezzato da alcune sessioni virtuose, sempre rigorosamente di chitarra classica. E’ un brano dolce e sensuale, che reca dentro di sé quelle matrici Blues che tanto amiamo noi vecchi fan della buona musica, e che non possiamo esimerci dall’ascoltare. Il tutto però viene anche sovrastato da modernità, mai troppo pesanti, di Jazz e chitarra acustica, che si sposano perfettamente con le basi di cui abbiamo parlato. L’andante del pezzo, come una traccia di qualche minuto fa, claustrofobico e chiuso, ma invece che lasciarti un senso di disagio, ti avvolge col suo abbraccio e difficilmente ti lascia andare, lega le sue dolci spire attorno al tuo corpo e alla tua mente, il tutto mentre quel ritmo così ipnotico continua ad andare. Verso l’ultima parte il brano si fa ancora più aulico, comincia a farsi sentire un battito come di un cuore, anche se come sempre è la chitarra e le percussioni, ma tale battito incede sempre di più, portandoci al finale ancora con quel tum tum nelle orecchie. La domanda che si pone Gabriele in questa canzone è “fin dove l’uomo si può spingere?”, probabilmente uno dei quesiti che hanno generato più mal di testa nella storia del mondo. Più passano gli anni, e più sembra che la mente umana non abbia davvero confini, tante sono le scoperte, le innovazioni e i limiti superati da noi. L’uomo è una macchina complessa, il suo cervello è ancora un mistero, e così come la relatività, anch’esso in fondo è solo una enorme accozzaglia di svariate emozioni e meccanismi fisici, ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, nulla si crea e nulla si distrugge, tutto è in perenne divenire. E quindi quando il nostro Newton scoprì questo concetto, squarciò il velo che la gente recava davanti agli occhi, quella mela caduta sulla sua testa lo spinse oltre i limiti allora conosciuti, fino a scoprire la vera essenza del mondo. Dunque, se lui ci è riuscito, perché non possiamo andare ancora oltre? Perché non superare i vincoli e le regole che ci sono state date, andando avanti, abbattendo barriere, dimezzando i fattori di rischio e alle volte invece andando completamente al buio, ma sicuri che la nostra anima ci guiderà. L’uomo è probabilmente l’invenzione più completa della storia, e nonostante nei secoli abbia perso molte caratteristiche, a vantaggio o meno di altre, continua a rimanere un vero e proprio mistero senza risposta, nessuno è in grado di capire fin dove la mente ed il corpo umano potranno spingersi, ogni giorno che passa è un passo ancora in avanti, ma sembra anche un orizzonte di cui non si vede la fine neanche sforzandosi grandemente. Avete presente quello di cui parlavamo ormai molte righe fa? Quella capacità di gioia bambinesca che non deve morire mai dentro di noi? Ecco, prendete quel concetto, dategli forma e uno spazio con dei limiti in cui rifugiarsi quando si è tristi o disperati, ed ecco che otterrete Forward to Skip (In Avanti per Saltare); il brano ha un andamento gioioso e fresco, sembra di trovarsi di fronte ad una natura incontaminata, una terra vergine che è solo nostra, niente e nessuno ci potrà mai mettere piede. E così, il buon Gabriele, come per il pezzo precedente, affida la sua mente alle note alte, con fare da menestrello produce ritmi leggiadri e pieni di vita, con variazioni quasi impercettibili, dato che la struttura del brano è ciclica, si ripete fino alla fine, ma di base una gioia di suonare questo pezzo che si evince bene dalle note che escono dallo strumento. Ci sono sempre i soliti virtuosismi ogni tanto a spezzare il ritmo del brano, e come sempre ogni casella è stata accuratamente pensata, niente nel mondo di Bellini, nonostante l’album intero sia stato fatto in un mese, è a caso, tutto è stato pensato e ragionato, e alle volte esce così, già perfetto nel suo essere “di getto”, le note vengono fuori da sole, il musicista non deve far altro che raccoglierle e metterle insieme. Abbiamo parlato di spazio gioioso, quello in cui racchiudere tutte le nostre passioni, i nostri desideri e sogni, e che nessuno può entrare li dentro, se non con il nostro permesso. E’ un concetto che chiunque in realtà ha quando pensa alla propria mente, quel desiderio di continuare ad esplorare per sentirsi sempre vivi, di cambiare alcune cose della propria vita, essere curiosi e saggi, ma anche un po’ pazzi, perché ad essere troppo normali, la noia segue a ruota. Quindi diamo vita a questo cerchio personale in cui le regole del gioco le facciamo sempre noi, in cui non abbiamo paura di vivere davvero, nel quale ogni singola cosa è come noi l’abbiamo pensata, non esistono variazioni ed eccezioni, siamo solo noi ed i nostri sogni. E’ anche uno spazio in cui andare quando tutto sembra perduto, quando la strada pare essere in salita sempre più ripida, ecco che noi apriamo quella porta e non ci scordiamo mai di cosa voglia dire vivere ed andare avanti, di cosa sia veramente il condurre un’esistenza difficile o semplicemente di cosa sia la vita. La vita è un susseguirsi di compromessi, mantenimenti e responsabilità, ma questo non deve impedirci di viverla la vita, perché essa è anche altro, è curiosità, esplorazione, rischi e pazzie che tutti facciamo, ma che ci fanno capire che cosa ci stiamo a fare su questa terra. Tutto questo poi non ha e non deve avere tempo, è una capacità che dobbiamo avere finché il respiro non abbandonerà il nostro petto e gli occhi si chiuderanno, e questa canzone, col suo fare così alto, è sempre li a ricordarcelo man mano che procede, la finiamo di ascoltare col sorriso, o magari mentre stiamo camminando lungo una strada senza meta. A proposito di viaggi, Gabriele ci ha preparato un biglietto per destinazione ignota, ispirandosi ad un’alba che sorge, e al giorno che ne è seguito. Dynamic Day (Giorno Dinamico), parla proprio di questo, e l’alba è rappresentata dal ritmo ancora alto che non accenna ad andarsene da qualche canzone, i virtuosismi che abbiamo sentito nella prima parte del disco specialmente, qua sono ridotti quasi all’osso, ricordandoci che stiamo osservando il sole prendere vita sotto i nostri occhi. Ed è proprio questa la sensazione che abbiamo ascoltando il pezzo in questione, una energia solare che ci investe il petto, un'altra canzone che potrebbe tranquillamente essere definita una ballad, un inno d’amore stavolta allo spettacolo che i nostri occhi stanno vedendo, con note sempre prese dalle stratificazioni più alte della musica, ed un andante generale assai leggero e ritmato, mai troppo aggressivo (cosa che nei primi brani ogni tanto accadeva). Dunque, Gabriele e noi , stiamo osservando un’alba che nasce, un nuovo giorno, una nuova era per l’uomo, ed un’altra opportunità di far vedere chi siamo. Questa colonna sonora di luce ci accompagna in tutte le fasi di questa nascita solare che i nostri occhi stanno vedendo, prima un piccolo spicchio di giallo tepore ci scalda le tempie e il viso, poi man mano che si procede andiamo avanti a vedere sempre più luce, finché diventiamo completamente ciechi, tanta è l’energia sprigionata dalla nostra più grande e vicina stella luminescente. Il suo calore si fa sempre più grande e ci abbraccia come un’amante dopo una notte di passioni sfrenate, con quella dolcezza (che ritroviamo anche nelle note suonate da Gabriele) che solo chi ci ama davvero riesce ad avere. Questa alba però non è solo bella da vedere, ci fa anche riflettere; riflettiamo sulla vita e sul mondo, idee incessanti battono contro le pareti del nostro cervello facendoci quasi impazzire, ma ormai la scala di pensieri è partita, nessuno può fermarla. Iniziamo il nostro viaggio, meta sconosciuta, ma ci muoviamo come esploratori coraggiosi nei meandri della nostra testa e del nostro cuore, cercando di trovare un senso ai nostri pensieri; il tutto ci lascia stupiti, come dicevamo qualche momento fa, la mente umana non ha confini, ed allora questo viaggio diventa incessante, senza fine e senza fatica, cominciamo a diventare un tutt’uno coi nostri ragionamenti, continuiamo a scavare ancora più a fondo, fino a diventare qualcosa di etereo ed impalpabile, come un fantasma che vaga sulla terra dopo essere scomparso. Quella giornata che segue sarà piena di ricordi, piena di riferimenti e aneddoti da raccontare, ed il tutto, va sottolineato, è partito da una cosa così semplice, ma così pregna di significato, come un’alba al mattino. Il cerchio di Spazi Acustici si chiude con l’altro pezzo “feat” del disco, ovvero Skyland; qui torna Michael alla batteria, ma abbiamo anche, per la prima ed unica volta in questo disco, una voce ad accompagnare le note di Gabriele, si tratta del soprano Claire Nesti, che assieme a Michael formano il progetto JMP (Jam Movie Project); il pezzo è un ultimo e caldo inno alla leggerezza che ci ha accompagnato in questa ultima parte, ed è anche il più completo del disco. Troviamo al suo interno il dialogo fra la voce di Claire e la chitarra di Gabriele, che come due ballerini professionisti danzano sull’acqua delle note che scorrono, mentre le percussioni danno fondo al loro poter essere strumenti molto affabili e lenti, dando qualche colpo di tom e rullante ogni tanto, così come qualche piccolo ciak sui piatti. Il tutto poi viene ancor più reso nebbioso dall’inserimento di alcune sessioni elettroniche ed effetti sonori di vario genere, il tutto ci fa apparire questa canzone come un immenso sogno che vorremmo non finisse mai, è triste e gioiosa al tempo stesso, ci lascia le lacrime agli occhi per la splendida voce di Claire, ma anche un dispiacere perché ormai il disco è giunto alla fine. Prima della fine vera e propria, Gabriele si concede un attimo per far salire l’atmosfera di tutti i componenti, dando prova del virtuosismo che negli ultimi brani pareva essere sparito; piccola sessione di pizziche lemmi alle corde e il pezzo, a differenza degli altri , si interrompe bruscamente, come se dal sogno che stavamo vivendo ci fossimo risvegliati di soprassalto. L’ultima pennellata al quadro che Gabriele ha dipinto per noi, ci parla dell’importanza di cogliere l’attimo; saper quando e come agire al momento giusto, ma soprattutto saper rischiare senza sapere che cosa accadrà, può, anzi , deve farci vivere davvero. E’ importante sapere quando è il momento di cogliere il frutto proibito, andare avanti e sentire la vita scorrerti fra le dita della mano, nella testa e nel cuore, rendersi conto che, nonostante il buio che aleggiava, abbiamo fatto la scelta giusta, la nostra soddisfazione sarà doppia, tripla e anche di più, ci sentiremo pieni di energia, pronti a fare qualsiasi cosa, abbattere qualsiasi parete, niente ci fermerà. La teoria del sogno di cui parlavamo mentre ascoltavamo la musica non è li a caso, infatti cogliere l’attimo vuol dire anche saper sognare, perdersi dentro i propri sogni e la propria coscienza è qualcosa che prima o poi tutti dovremmo fare, se non altro per dire “ho vissuto davvero”, quando arriveremo alla fine del percorso. Ogni cosa che ci si para davanti può diventare un’opportunità, anche la più negativa o malvagia, tutto si trasforma, niente è come sembra, e a volte fidarsi del proprio istinto di base, è l’arma migliore per essere felici sul serio.



Si conclude così questo viaggio acustico nelle note di Gabriele Bellini; è un album che va goduto per quel che è, soprattutto va ascoltato nella sua interezza per poter essere apprezzato appieno. Ogni traccia è comunque legata a quella che segue, ma anche a quella che precede, l’ultima alla prima e così via, è un cerchio che si chiude in maniera perfetta. Abbiamo iniziato con un punto di svolta, finiamo col cogliere l’attimo, siamo partiti coi piedi per terra, ci ritroviamo sul finale a vagare in mezzo ai sogni più disparati, perdendo quasi la cognizione del tempo. Dunque, cari lettori, se volete andare avanti a capire la vera essenza della musica strumentale, questo nuovo lavoro del buon Gabriele fa al caso vostro. Il lavoro di montaggio, mixaggio e registrazione dei brani, lo abbiamo accennato prima, ha ben poche sbavature, si riesce a sentire ogni suono che esce dalle mani di Gabriele, e con una chitarra acustica non era affatto facile; la costruzione di ogni canzone operata da Mr Bellini viene ulteriormente alzata dal mixing che è stato operato, i meno aficionados della chitarra comunque potranno godersi anche le percussioni e la voce nell’ultimo pezzo, anche essi come la chitarra registrati davvero bene. Gli unici consigli che vi posso dare sono essenzialmente due: primo, non fermatevi affatto al meccanismo attraverso il quale si giudica un disco acustico e strumentale come la noia più assoluta, cercate piuttosto di muovervi dentro di esso come fate dentro la vostra testa, senza troppi fronzoli o ricami, così, a mano libera. Secondo, non vi fate fermare dall’assenza di testo, il signor Bellini è stato maledettamente bravo a dare corpo alle note in maniera così precisa, che esse parleranno per il testo che manca, ogni canzone vi sembrerà avere un gruppo di liriche, nonostante la totale assenza della voce, fatta eccezione per l’ultimo brano. E’ anche un disco che accontenta diversi tipi di palato, da chi cerca virtuosismi classici a non finire, a chi preferisce pezzi leggeri e setosi, è un disco che si presta a molti tipi di ascolto diversi, da chi sicuramente lo sentirà come colonna sonora di sottofondo, magari in macchina o a casa, a chi invece, come per esempio ho fatto io, si metterà li, con le cuffie alle orecchie, e se lo sentirà in religioso silenzio, carpendo ogni nota e quella seguente come una cosa sola, cercando di dare corpo al fil rouge che collega i vari slot, e soprattutto cercando di dare vita al testo che manca attraverso le musiche suonate. E’ un album che farà la gioia dei chitarristi, magari ne annoierà qualcuno, ma dalla vita non si può avere tutto, e Gabriele questo lo sa molto bene; dunque, armatevi di spirito leggero e voglia di sognare, infilate questo disco nel vostro lettore, e godetevi una musica che vi farà volare, magari non a tutti, ma certamente a chi avrà la capacità di superare le barriere che abbiamo elencato, questo album risulterà essere un enorme tornado di suoni in cui infilare la testa senza estrarla così facilmente, fino quasi a non avere più coscienza di sé stesso.


1) Season Zero 
2) Awakenings
3) Squisio!
4) Remake the Reinassance
5) Order'n Desorde
6) Terraforming
7) Relativity
8) Forward to Skip
9) Dynamic Day
10) Skyland