FURIS IGNIS

Turm

2022 - Iron Bonehead Productions

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
09/07/2022
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

A nemmeno un anno di distanza dall'uscita dell'ottimo debutto "Decapitate The Aging World" la one-man band del misterioso Tyrst chiamata Furis Ignis torna con l'EP "Turm", pubblicato sempre per la label tedesca Iron Bonehead Productions, un vero e proprio simbolo di qualità per un certo black metal underground che guarda tanto alle radici del genere, quanto avanti e alle possibilità di portare avanti la fiaccola nera nella terza decade del nuovo millennio. Un lavoro di poco più di mezzora composta da cinque tracce, tre cantate e due strumentali, la prima di chitarra, la seconda a sfondo dungeon synth, che fa da appendice e corollario al discorso artistico intrapreso con il primo album del progetto. In quest'ultimo trovavamo tendenze provenienti sia dal black metal della prima che della seconda ondata, il tutto unito ad alcune soluzioni moderne e robustezze thrash dal chiaro sapore teutonico; qui ora questo stile prosegue con incursioni di tratti leggermente più raw, andando a guardare verso un periodo del black metal spesso ignorato o molto malignato: quello di fine anni novanta. Un'epoca in cui l'onda sensazionalistica del genere, iniziata con il famosissimo articolo su Kerrang e proseguita con i casi di omicidio e attacchi alle chiese, e poi coronata dalla pubblicazione del libro "Lords of Chaos: The Bloody Rise of the Satanic Metal Underground (Lords of Chaos: La storia insanguinata del metal satanico in Italia)" di Michael Moynihan e Didrik Soderlind, si era affievolita man mano, lasciando un genere che nonostante i suoi propositi anti-commerciali era diventato l'oggetto del desiderio di molte grosse label. Molti quindi ricorderanno con negatività gruppi e uscite che hanno incominciato a copiare solo gli aspetti esteriori del genere, spesso aggiungendo innocue fantasie gotiche e romanticismi vampireschi, e le varie derive sinfoniche ed esperimenti vari, visti dai puristi come un anatema. E nemmeno i fondatori del genere vengono risparmiati dal giudizio negativo di un pubblico underground che non vuole accettare opere come "Wolf's Lair Abyss" dei Mayhem, "IX Equilibrium" degli Emperor o "Rebel Extravaganza" dei Satyricon dove si cercava di andare oltre la copia dei modi iniziali in favore di una maggiore ricerca tecnica e progressiva. La risposta a tutto questo da parte dell'underground è semplice: buttarsi nella produzione di demo e dischi fotocopia che scimmiottano "Transilvanian Hunger" a partire dalle copertine fino alla musica. E proprio i Darkthrone stessi, band che non ha mai ripetuto due volte nella sua carriera lo stesso disco, abbandoneranno sempre di più con il nuovo millennio certi percorsi musicali, andando a esplorare una commistione delle radici heavy metal, proto-thrash e punk della prima ondata del black metal. Un periodo di transizione e cambiamento, che in realtà rivisto a posteriori risulta fondamentale per ciò che avverrà con gli anni a venire: vengono infatti gettati i semi per quell'espansione mondiale del genere che porterà allo sviluppo di scene e correnti che cercheranno da una parte di rispendere lo spirito occulto e avversario della scuola scandinava elaborando con sempre muggire ricerca e serietà discorsi legati all'occulto e alla teologia, dall'altra di rinnovare musicalmente il genere, senza però snaturarlo e cadere in un altro che è visto come metal da classifica travestito da black metal. Gli esperimenti presenti nei tre dischi citati prima legittimeranno agli occhi di molti la possibilità di rendere il metallo nero qualcosa di avantgarde, a patto di mantenerne lo spirito. Ecco quindi che se con "Decapitate The Aging World" Furis Ignis ha guardato agli anni ottanta e ai primi novanta per la sua particolare commistione di modi e strutture, ora il suo sguardo si estende anche a opere appartenenti al periodo di cui abbiamo parlato sopra, con un occhio verso certe soluzioni adottate in dischi come "Ravishing Grimness" dei Darkthrone dove atmosfere tipiche della seconda ondata vengono convertite in andamenti epici dalla produzione più chiara e pulita, caratterizzati da tempi medi e accelerazioni con fredde melodie evocative. Il tutto però mischiato con quel quid teutonico violento e caustico, che ci riporta alle atmosfere dei Moonblood, Katharsis, dei Pest meno "psichedelici" e del black/thrash dei Desaster, e filtrato da alcune sensibilità moderne a livello di songwriting e produzione.

Vanguard Of Black Years

"Vanguard Of Black Years" oltre a essere il primo brano dell'EP, è anche la prima traccia che è stata presentata come anteprima per il lavoro, questo già circa due mesi prima della sua uscita. Essa si manifesta sotto forma di un black metal veloce ed epico, arricchito da grida sature di riverbero e doppie casse tempestanti dai cimbali combattivi. Loop taglienti e gelidi di chitarre generano furiosi connotati che amplificano l'effetto del cantato spietato; esso ci parla dell'avanzata degli anni neri, predetta dai veggenti e adesso arrivata come una morte silenziosa che distende le sue ali sotto alla falce dell'anello di Saturno (va ricordato come fosse per i Romani un dio della rigenerazione e dei nuovi inizi, concetti non dissimili da quelli presentati da Tyrst e dalla sua ossessione con la caduta di un vecchio mondo sostituito da un nuovo ordine). Distorsioni fumose lasciano spazio ad assoli vorticanti in nebbie sonore altisonanti e paesaggi sonori sinistri, ma anche evocativi ed esaltanti. Il drumming pulsante sorregge i corsi black metal in una trama sonora costante. La nemesi di ogni cosa è cupa, risoluta, crudele, senza eguali, e porta ciò che a lungo è stato predetto comparendo con fare terribile, rapida e suprema (probabile riferimento al diavolo, figura che comparirà più volte sotto vari nomi nelle tracce dell'EP), ed ecco che vengono spalancati i cancelli che portano a un odio legato ad alterazioni celebrali. Tutto ciò che ora è, non sarà più, e verrà lasciato un marchio che non smetterà mai di sanguinare. Le cascate di batteria e chitarre vengono aperte da assoli notturni e appassionati, di seguito uniti a cavalcate thrash che ci portano alla prima scuola del metallo nero; improvvise cesure rallentano il tutto con battaglie di chitarra e batteria, mentre le grida piene di echi del cantante si librano nell'etere. Largo a un bel motivo che mette in mostra la capacità del nostro di creare musica si nera e aggressiva, ma anche robusta e dai tratti esaltanti. Le vedove dei guerrieri piangono, ci sono lance e scudi spezzati, e innumerevoli corpi squartati che nutrono i campi di battaglia affamati. Il dado è tratto, l'avanzata degli anni neri marcia verso l'età del vento, la follia degli anni neri soffia potente. Presagi di cambiamento e di fine dell'età corrente in favore di una nuova, portata con violenza da battaglie che creano un immaginario medioevale perfetto per il suono e l'estetica del Nostro. Riff circolari e fraseggi dalle melodie fredde seguono ancora una volta la ritmica culminando in un climax segnato da assoli tetri e severi, perfetto coronamento per un viaggio che si conclude in un feedback.

To Trespass The Commandments Of Tangible Being And Time

"To Trespass The Commandments Of Tangible Being And Time" parte con un bel motivo fatto di riff di chitarra altisonanti e colpi sicuri di batteria, raggiunti da assoli baritonali che si espandono nell'etere tessendo trame nere che si muovono tra i cimbali cadenzati; ecco ora rallentamenti epici dove i riverberi di strumentazione e voce creano scenari notturni che sanno di antiche epoche e di avvenimenti misteriosi. Vengono qui ripresi temi cari al black metal anni novanta, tra misteriosi rituali e accenni alla non-morte e ai vampiri, visti come esseri demoniaci che diventano tutt'uno con la morte, paragone e ideale del blackster che guarda con disprezzo alla vita e all'esistenza. Il vento ci porta oscuri doni, come le notizie riguardo alla chiave per il cancello del crepuscolo, che è stata usata nei tempi passati in Transilvania (ingegnosi riferimenti alla figura di Dracula, che creano sottintesi utili alla narrazione qui creata). Si dice che chiunque riesca a recuperarla e usarla supererà i comandamenti della carne. Ci lanciamo con queste parole su loop di chitarra taglienti e ossessivi, modulati da epicità nere e grandiose, capace di regalare un'aria maestosa e trionfale ai suoni oscuri, sconfinando poi in bellissime malinconie melodiche che presentano un certo gusto vecchia scuola. Noi siamo intrappolati nell'esistenza tangibile e nel tempo, mortali destinati a raggiungere la nostra fine, e per questo chiediamo di essere salvati da questo destino tramite il sangue e la magia; prima dell'arrivo della luce del giorno, patti terribili sono stati fatti nelle tenebre, e ora attendiamo con desiderio, curiosi e motivati, sentendo la presenza di un'esistenza oltre la luce. I freddi suoni vengono squarciati da grida declamatorie, mentre motivi heavy metal dalle scale alte si innalzano, raggiungendo poi nuove melodie malinconiche che colpiscono l'ascoltatore. Ancora una volta una cesura rallenta il nostro corso con bordate ritmiche dai piatti pestati e dalle chitarre distorte; versi che ricordano in parte i modi di Mortuus/Arioch dei Marduk e Funeral Mist inaugurano il passaggio verso sezioni che potremmo definire doom, dominate da chitarre spettrali e passi pachidermici. I toni striscianti proseguono opprimenti con riff monolitici e oscuri, promulgando un'atmosfera nera come la notte. Il nostro desiderio non è quello di diventare vampiri per infettare altri umani, da noi considerati ratti, e prolungare la loro vita: vogliamo semmai sognare in eterno nella morte. Quando troveremo il portale invisibile metteremo mano alla nostra spada con delizia e lo trapasseremo, in modo tale da poter vagare come nemici di tutto in eterno. Visioni misantrope tipiche del mondo black metal che coronano un suono destinato a consumarsi con tratti rocciosi che ripropongono i tratti più rallentati del black di fine millennio, e in particolare un certo gusto comune ai Darkthrone del periodo e ai primi Pest.

From Unremembered Dark Pagan Dreams

"From Unremembered Dark Pagan Dreams" è uno dei due pezzi strumentali presenti nel disco, un pastiche quasi progressivo, fatto di assoli dalle alte scale che vengono ripetuti in trame malinconiche e appassionanti. Esse s'incastrano con riff fumosi e ripetuti in marce emotive dove lo strumento a corda domina su tutto, elemento in questo caso privo anche del supporto della ritmica e totalmente messo a nudo. Declinazioni notturne ci consegnano un'atmosfera solenne e ricca di pathos, ricordandoci altre malinconie nere e strumentali che hanno caratterizzato la storia del metallo nero: dalle parti di chitarra di "Sidste Kapitel I En Endelos Fortaelling" dei Angantyr per quanto riguarda il riffing, agli assoli distorti ed epici di "Norvegr" degli Enslaved o quelli più orchestrali di "The Wanderer" degli Emperor, privi però dei supporti di tastiera che invece erano cari ai colossi norvegesi del black metal sinfonico, ma violento. E vale la pena soffermarci su quest'ultimo aspetto, ovvero la mancanza di tastiere in una strumentatale dove, visti i precedenti dell'album "Decapitate The Aging World" in ci venivano spesso siate per rafforzare certe atmosfere, potevamo aspettarci la loro presenza. L'autore sceglie invece di evitarle, tenendole da parte per l'ultimissimo episodio dell'EP. Sembra quasi che gli elementi presentati in maniera più idiosincratica nel debutto, siano state qui in una compartimentazione che le isola in fotografie temporali dove vengono messi a nudo determinati strumenti e atmosfere. In poco più di tre minuti si compie quindi il nostro viaggio in una sorta di intermezzo che vuole sin dal titolo rievocare epoche pre-cristiane, misteriose e oscure, con quel gusto per un passato epico che viene anteposto alla modernità e alla cultura occidentale di stampo cristiano, acerrima nemica per gli ideali black di Tyrst e per la sua ricerca del fuoco della ribellione contro il conformismo e la "società dei mediocri".

Turm

"Turm" (Torre) è la title track in lingua tedesca, l'unica dell'EP in tale linguaggio e al momento la terza nella giovanissima discografia del Nostro, il momento più lungo di tutto il lavoro con i suoi undici minuti e passa di durata. Colpi di piatti in solitario si stendono nell'etere, raggiungendo un suono distorto che inaugura una serie di riff grevi e tetri dal sapore quasi death, che ricordano i modi dei Morbid Angel dei primi anni novanta. Ecco che un cantato demoniaco e pieno di riverberi, come d'abitudine per lo stile del Nostro, si erge sui movimenti sonori striscianti fatti di chitarre rocciose e pesanti, scolpite da una ritmica altrettanto monolitica; le atmosfere si fanno asfissianti e ossessive, tagliate da assoli baritonali e vibranti. Il testo sembra riprendere il tema della morte del vecchio mondo che dominava il debutto del progetto, qui unito al simbolo della torre nera che campeggia in copertina dell'EP qui recensito; un segnale del collegamento delle due opere e della continuazione del discorso intrapreso sia sul piano sonoro, sia su quello tematico. Una lancia arrugginita si conficca nella carne flaccida del vecchio mondo, mentre il respiro della cripta scorre sulle pareti e gela il sangue, fino al manifestarsi della luce. L'unica arma disponibile fallisce, la vana speranza è solo una spada smunta. Simbolismi dal gusto medioevale, coerenti con l'estetica della band e della sua musica, ricca di toni oscuri e grevi, ma anche epici e in qualche modo antichi. I suoni dilatati della composizione incontrano ritmiche sospese, raccogliendo energia prima di un riffing he inaugura una corsa improvvisa che mette in gioco lo spirito teutonico del progetto e la scuola di nomi come i Katharsis. Intuiamo in sottofondo fraseggi delicati che si nascondono tra i colpi duri e i giri di chitarra distorta, mentre di seguito ci lanciamo in asperità stridenti che creano percorsi alternati con grandiosità sataniche. Si dice che dal vecchio mondo nato sempre nella morte vengano portate canzoni popolari, sovrane nel lucido e amaro bisogno; viene innescato in modo duplice un incendio, ed ecco che brucia il trono e con fievole grido muore l'agnello (simbolo naturalmente di Cristo e della religione cristiana). La torre cede piano nel castello, serrata dall'interno e bloccata; ci chiediamo chi potrebbe essere così potente da poter trovare in un così cupo nemico un avversario da incolpare, egli appare come un araldo del Voland (uno dei nomi attribuiti in epoca medioevale al diavolo). La musica distorta segue le sue alternanze con esplosioni sature di riverbero, mantenendo la trama sonora oscura, ma energica. Freddi torrenti black ci investono con assoli dalle scale squillanti e con cimbali pestati, passando quindi a cavalcate pulsanti e assassine dal grande impatto. Esse evolvono in epicità distorte che fanno da climax al quadro descritto; giungiamo quindi a un rallentamento che fa da cesura con il suo fraseggio ripreso da un motivo malinconico che si da a suoni di chitarra elaborati e dal gusto classico. Rullanti di batteria e corsi grevi ci consegnano un bel ritornello nero, destinato anch'esso a collimare con assoli squillanti. Il sipario cade, e sarà ora sconfitto il coraggio dei difensori che ancora, con l'ultima forza rimasta lottano contro il diluvio che sta arrivando. L'ultimo atto si mostra, ed emerge un arciere nemico, nessuna anima si mostra questa notte nella dorata stella del mattino. Indeciso per l'ansia che prova, lo spettatore indugia indagando il cielo stellato, e il vento nella fredda e alta torre offre la risposta in un' offerta, un patto al di là del mondo, fatto affinché per sempre la torre rimanga eretta attraverso ogni tempesta. Solo un lago schiumoso circonda la torre solitaria, che dorme rigida e guarda in basso, dove lo spettatore osserva in una tomba aperta l'araldo, forte e unito nel suo patto con il diavolo, acerrimo nemico del vecchio mondo. I suoni che potremmo definire progressivi si ripropongono nei modi prima descritti, in un loop ossessivo che ancora una volta raggiunge ritornelli furiosi, questa volta delineati da tastiere oniriche che amplificano i tratti misteriosi della musica qui proposta. Acceleriamo improvvisamente con un galoppo epico sormontato da assoli heavy metal, e fraseggi eleganti intervengono dando di seguito posizione a nuovi assoli dalle alte scale melodiche. Andiamo quindi a concludere il nostro viaggio con un galoppo black da prima ondata, che si perde in corso d'opera in una dissolvenza che inghiotte un motivo di chitarra appena iniziato.

Die Enthauptung der Alternden Welt

"Die Enthauptung der Alternden Welt" è la strumentale conclusiva caratterizzata da suoni evocativi e delicati di scuola dungeon synth, ricchi di un gusto medioevale che si nutre di suggestioni ariose e oniriche che riprendono le atmosfere di quella "Zinnen von Eis" usata come intermezzo nel debutto del progetto. Il titolo in tedesco si traduce come "La Decapitazione Del Mondo Che Invecchia", frase che sembra volerci riportare al titolo dell'album "Decapitate The Aging World" e che quindi segna una sorta di chiusura di un cerchio che legittima l'idea di un lavoro che nonostante la lunghezza di trenta minuti circa è stato correttamente designato come un EP piuttosto che un album, postilla e appendice di una prima fase del progetto Furis Ignis che qui trova il suo compimento, una sorta di requiem solenne per un mondo che chiaramente non è molto congegnale alla visione di Tyrst, guerriero blackster ancorato a valori elitari e assolutamente anti-egualitari tipici del metallo nero della seconda ondata. Non a caso i suoni implicati, nonostante di natura sintetica (e qui potremmo vedere una delle tante gustose contraddizioni del mondo black che molto fanno del suo fascino, coerentemente traslata anche in questa circostanza) si legano a un'antichità medioevale, periodo spesso esaltato e venerato dal black come un'epoca di vere sfide e lontano dalla fiacchezza e omologazione odierna, dove i "veri uomini" conquistavano le cose con sudore, sangue, e acciaio. Analizzando la musica troviamo quel gusto per i momenti atmosferici alla Burzum del periodo ambient, che spesso erano comparsi nell'album di debutto all'interno di pezzi altrimenti robusti e aggressivi, facendo da isole sonore e momenti di cesura. Qui invece si è preferire rilegate il tutto in quest'ultima traccia, permettendo di mantenere una maggiore ruvidezza negli episodi propriamente metal. Ecco quindi suoni liquidi e dai tratti celestiali, dove note di tastiera si uniscono a drone regali e sognanti, che creano lunghi loop che portano l'ascoltatore verso lidi anche più rarefatti e dai tratti curiosamente new age con tanto di voci campionate che sembrano provenire da radio non ben sintonizzate. Questi elementi ci portano a considerare anche l'imprinting teutonico del Nostro, che prevede anche il retaggio dei Tangerine Dream e di Klaus Schulze, forieri di un ambient cosmico decisamente più elaborato rispetto agli esperimenti a volte molto ingenui del già citato musicista norvegese. Ecco quindi che Tyrst mostra il suo retaggio coniugando le intuizioni di uno con i modi evocativi degli altri, consegnandoci una strumentale che chiude degnamente tanto l'EP, quanto un cerchio che come detto comprende anche il full length di inizio 2022.

Conclusioni

"Turm" è un EP che fa da corollario all'esperienza vissuta con l'ottimo debutto dei Furis Ignis "Decapitate The Aging World", riprendendone i modi principali e convertendoli in un formato più ruvido e incentrato su tempi medi rocciosi e granitici, così come su corse epiche e sorrette da belle melodie tetre e perfettamente black. Vengono isolate in momenti dedicati sia le pulsioni "progressive", sia i suoni di tastiera che avevano caratterizzato alcune sezioni dei lunghi pezzi presenti nel primo album. Non quindi un'esperienza del tutto distaccata, ma nemmeno una sorta di raccolta di scarti dalle sessioni del debutto; i brani qui analizzati infatti concorrono a un discorso che fa parte del ciclo intrapreso a partire dal full length, ma che ha ragione di essere vissuto come un ulteriore passo nella definizione e conclusione del suo discorso. Il songwriting è più diretto e conciso, giocato su loop taglienti di chitarra e atmosfere raw che però non cadono mai nel lo-fi cacofonico, e seppur presenti i trionfalismi esaltanti non creano più dei propri regni all'interno delle tracce, unendosi invece al resto della strumentazione in crescendo ben calibrati. Il paragone con i Darkthrone di fine anni novanta, citati già in sede d'introduzione, si palesa come quantomeno azzeccato grazie alla natura mediata e a quei rimandi verso cavalcate distorte dal gusto roccioso. E allo stesso modo intravediamo dai Katharsis molto meno caotici e deliranti, così come dei Moonblood meno "da scantinato", e alcuni rimandi ai Bathory e alle loro cavalcate epiche del periodo viking. Tryst ancora una volta dimostra di essere un fine conoscitore della materia black metal e di comprenderne vari stilemi e momenti, capace come musicista di creare un suo percorso tramite un sincretismo ben calcolato. Il risultato non ha esattamente però lo stesso impatto del debutto, vuoi per la mancanza dell'effetto novità, vuoi per la non presenza di devastazioni black/thrash al pari di quelle di una "C.B.M.G.3", vuoi per la sensazione di una minor varietà di soluzioni rispetto agli esperimenti di songwriting adottati in "Decapitate The Aging World". Insomma, la volontà di creare qualcosa di più unificato, pur non uguale in ogni sua iterazione, non ha ancora raggiunto una forma soddisfacente tanto quanto quella presentata dall'estro idiosincratico del primo full lenght. Quindi, nonostante il minutaggio complessivo non lontanissimo da quello del già citato debutto, la natura diversa nell'economia dell'ancora nascente discografia dei Furis Ignis delle due opere è palese; aggiungiamo poi una strumentale finale che, per quanto ben suonata ed evocativa, ripete in grossa parte i modi di un brano già affrontato nella passata recensione, e la sensazione di postilla, piuttosto che di un'opera del tutto nuova si fa ancora più forte. Ma queste parole non devono far intendere che l'EP sia mediocre o privo di qualità: qui c'è pane per i denti di ogni amante del black metal della seconda ondata, e l'uso di modi e tempi più mediati tipico di un certo frangente temporale spesso ignorato e bistrattato è materia di fascino e di distacco dai vampirismi lo-fi o dall'avantgarde dissonante che spesso dominano l'underground odierno. Un suono feroce, nero e fiero che evoca paesaggi grigi e neri in mondi medioevali persi tra storia e fantasia, dove proseguono i simbolismi cari al Nostro che segnano la sua opposizione a mondo moderno, identificato come una sorta di regno della luce (quella cristiana, vista come falsa) a cui viene contrastata la tenebra, la ribellione, la ricerca della vera conoscenza che è identificata nel demoniaco. Insomma, Furis Ignis si configura perfettamente per temi e suoni nella tradizione black metal, deciso a presentare nell'epoca moderna uno stile con forti radici nel passato, ma che allo stesso tempo lo rielabora secondo un proprio sentito e gusto personale. Non resta che attendere il secondo album intero per capire fin dove arriverà il processo di crescita iniziato con il debutto e qui portato avanti con ulteriori definizioni di stili e accorgimenti che fanno da ponte verso il futuro.


1) Vanguard Of Black Years
2) To Trespass The Commandments Of Tangible Being And Time
3) From Unremembered Dark Pagan Dreams
4) Turm
5) Die Enthauptung der Alternden Welt
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