FURIS IGNIS

Decapitate The Aging World

2022 - Iron Bonehead Productions

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
16/05/2022
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Trattiamo oggi di una nuovissima realtà del mondo black metal, un progetto tedesco nato nel 2019 e gestito da un solo misterioso musicista che si nasconde dietro al moniker Tryst, del quale non consociamo il vero nome. Parliamo di Furis Ignis (Il Fuoco Del Ladro, usando una metafora legata a Prometeo dove il musicista paragona la sua ribellione verso il mondo moderno a quella del titano verso gli dei) e del debutto "Decapitate The Aging World", un sorprendente esempio di black metal teutonico capace da una parte di mantenere un certo gusto medioevale e ruvido spesso presente nella variante tedesca del suono, dall'altra di attraversare motivi della prima e della seconda ondata aggiungendo alcuni modernismi in uno stile molto vario, ma allo stesso tempo coerente con un'estetica "antica" che evoca bastioni abbandonati, vecchie battaglie, leggende del passato, e naturalmente una forte componente anti-cristiana. Il progetto come detto è nuovo, ma la strada percorsa per arrivare alla sua forma definitiva qui proposta ha richiesto vari anni e tentativi da parte del Nostro; come da lui dichiarato in sede d'intervista, l'idea era da molto tempo presente nella sua mente, ma solo dopo vari progetti con altri musicisti che si sono risolti in nulla di concreto, e dopo aver imparato a suonare batteria e chitarra oltre a cantare, il musicista dietro alla band ha deciso di riprovare a comporre brani che lo convincessero. Ancora però non soddisfatto, ha atteso fino a oggi per creare il suo primo album, guidato dalla confidenza ora ottenuta, e da una forte visione dove ritroviamo la filosofia cara anche al movimento orthodox/religious degli anni duemila: la preminenza del messaggio rispetto allo stile musicale adottato, cosa che nel pratico permette la presenza di sei tracce (cinque cantate e una strumentale) che funzionano come diverse avventure nel mondo del black metal dove vengono esplorati aspetti ed epoche diverse contando anche su minutaggi ora più ristretti, ora decisamente più lunghi ed elaborati. Un sincretismo che rappresenta l'elemento moderno del disco, seguendo quello spirito presente in molti gruppi recenti che da una parte recuperano modi del passato, dall'altra li applicano con una visione rinnovata che non ha paura di stabilire nuovi codici di linguaggio per il metal oscuro. Il Nostro deriva come detto dalla tradizione tedesca del black metal, meno famosa per il grande pubblico rispetto a quella norvegese o svedese, ma non priva di una sua storia e di esponenti che hanno portato avanti gli stendardi del genere; oltre agli Absurd, probabilmente il progetto tedesco più famoso a causa della sua presenza nel libro "Lords of Chaos" e di un caso di omicidio qui discusso legato indissolubilmente con la storia della band e dei suoi componenti originali, oltre che per la loro aperta appartenenza all'ala di estrema destra del genere, troviamo nomi più o meno noti che portato la loro visione del black metal spesso debitrice del punk più sporco e violento, ma anche come detto di un certo gusto per produzioni e atmosfere allo stesso temo raw ed epiche. Molti progetti non sono mai usciti dal circuito underground, alcuni legati solo a demo e registrazioni di prove in studio, alcuni sono riusciti invece a creare discografie apprezzate dai conoscitori del black metal nelle sue varie manifestazioni. Parliamo di nomi come PestMoonblood, Bilskirnir, Martyrium, il controverso Nargaroth, i progressivi e sperimentali The Ruins Of Beverast e Ascension, o nella corrente orthodox i Katharsis, gruppo tanto amato per i dischi violenti e caotici che hanno lasciato dietro, quanto odiati da alcuni per la svolta nella vita privata del cantate Drakh aka Axel Salheiser, diventato un ricercatore che ha denunciato la presenza di realtà di estrema destra nella scena del paese, considerato quindi un "traditore" anche a causa della sua dichiarata omosessualità. Insomma una scena sotterranea, ma con una sua mitologia, vicende, e un filo conduttore dove band pur con connotati diversi presentano un black metal spesso violento, e che alle fredde evocazioni dei paesi scandinavi risponde con rasoiate distorte e produzioni possibilmente ancora più da dungeon sotterraneo. "Decapitate The Aging World" rientra in parte in questo spirito, ma come molte produzioni di questo periodo ha anche un respiro internazionale che guarda a tutta l'esperienza black metal cogliendo e rielaborando secondo il proprio gusto elementi diversi e ottenendo qualcosa che allo stesso tempo fa parte di un canone, ma che non rimane fermo nel passato come mera fotocopia.

Witness The Nightsky Palpitating To The Beat Of Premonition

"Witness The Nightsky Palpitating To The Beat Of Premonition" è la prima traccia del disco, graziata da otto minuti circa di black metal epico e caotico, fatto di batterie telluriche e riff affilati come rasoi conditi da vocals demoniache e avvincenti. Un episodio dove già i modi e i connotati della seconda ondata incontrano passaggi più mediati temprati da tastiere e cesure distorte; il testo tratta di paesaggi antichi dominati dal gelo e dai venti notturni, dove si accenna a vicende di re e regni perduti, battaglie dimenticate e supremazie sataniche. Insomma, il contesto artistico ed estetico dell'album e del progetto vengono chiariti subito in prima battuta creando le giuste aspettative per l'ascoltatore. Dopo un effetto iniziale siamo investiti da una doppia cassa martellante sulla quale si ergono riff altisonanti e regali, che introducono un motivo trascinante ripreso dal fraseggio portante in un'atmosfera notturna perfetta per il nostro viaggio. Grida caotiche e piatti pestati fanno da attesa prima della corsa nordica su cui il cantato si manifesta sotto forma di ululati gridati e toni crudeli: nel cielo notturno troviamo venti devastanti, che sussurrano promesse di freddo e maledizioni che sono come il tocco di mani morte. Il substrato sonoro prosegue con i suoi giri di chitarra gelidi e distorti, in una perfetta composizione black metal che però incontra anche momenti più controllati; ecco infatti una cesura improvvisa dove chitarre severe e grevi incontrano tastiere malinconiche e spettrali che sembrano mutuate dal primo Burzum, incastrate tra ponti graffianti in una lunga sessione che aggiunge un'emotività sinistra al tutto. Assoli dalle scale altisonanti completano il corso con un gusto vecchia scuola che ci porta a una serie di passaggi distesi e prolungati. Un riff robusto però segna il passaggio verso una ripresa delle alte velocità, intraprese come sempre con ritmiche forsennate, sotto le quali però percepiamo anche passaggi di basso ben strutturati, elemento quest'ultimo spesso ignorato nel black metal norvegese, ma spesso invece valorizzato in quello teutonico come nei dischi di nomi quali i Pest. Non-sogniamo di impurità che strozzano la luce nella notte impervia, uno squillo per i re che verranno. I toni epici e premonitori del testo vengono ripresi dal clima sonoro onirico ed evocativo; ma ecco che all'improvviso si passa su un registro più thrash che porta in mente lo stile della prima ondata anni '80, tra Bathory e Venom, avvincete e robusto sia nelle chitarre, sia nel drumming spaccaossa. Coerentemente, le vocals ci descrivono scenari di guerra come arte, mentre accettiamo come parte di noi la tempesta in una vanità giustificata. Si tratta di una poetica guerriera, una chimica cosmica che si manifesta nella volontà di potenza della supremazia di Satana; è facile tinture come qui vengano riportate atmosfere medioevali e battagliere legandole alla tradizione satanica del metallo nero, riportando in mente il mondo tematico ed estetico dei primi Satyricon, Dimmu Borgir e Gehenna, tra i svariati nomi che potremmo citare. Connotati da tregenda ci consegnano un galoppo appassionante che convoglia la sua energia in un baritonale assolo che come un corno da guerra risuona nell'etere con le sue scale squillanti, lasciando poi spazio alla batteria in loop e ai giri di chitarra squarciati da riff come rasoi. Tornano anche le tastiere spettrali in un climax che va a sfumare in una digressione dal gusto barocco, che conserva un certo gusto che oggi definiremmo dungeon synth, ma che in realtà si rifà alle sperimentazioni ambientali del già citato capostipite della scuola norvegese.

Hostis Mundi

"Hostis Mundi" è la prima traccia del disco caratterizzata dall'uso della lingua tedesca, elemento che ritroveremo più avanti nell'ultima canzone dell'album. Dopo una serie di rulli e piatti introduttivi, parte un bel fraseggio che introduce il motivo portante dell'episodio, un suono freddo coadiuvato da un bel fraseggio di basso che si manifesta saltuariamente nella composizione. I tempi sono qui controllati e trattenuti in un tempo medio che genera un'atmosfera dilatata e severa, basata su giri distorti e grida piene di riverbero da parte del cantato. Esso ammonisce il sognatore della luce accecante, custode della fiducia del tramonto. La verità della propria illusione è delirante, e il Demone persiste nell'interrompere la nostra via. Parole in questo caso dal gusto decisamente poetico e astratto, legate nella loro dizione e cadenza all'uso del tedesco e difficilmente rendibili propriamente in un altro linguaggio, incentrate comunque sul tema della luce solare vista come manifestazione della luce esistenziale destinata a decadere, concetto legato al "Avversario Del Mondo" citato nel titolo, che può essere tanto la figura dell'artista black metal, quanto quella del suo ispiratore, ovvero il Diavolo. Incontriamo un trotto dai colpi duri e ritmati, in una sequenza trascinante dal ritornello ruvido, ma coinvolgente, delineato da chitarre dilungate in corsi malinconici che mantengono una certa melodia notturna. Raggiungiamo una pausa fatta di marce militanti e assoli imponenti, ancora una volta mettendo in gioco una scrittura che sa variare in modo coerente il suo corso, facendo incontrare all'ascoltatore diversi passaggi sonori che coincidono con momenti topici della narrazione; dopo una digressione che si perde nell'etere con un feedback, si manifesta un motivo heavy robusto che si unisce a un drumming cadenzato in un galoppo battagliero e pesante. Esso ci conduce tra tastiere evocative che regalano un certo pathos alla composizione, in un tripudio di elementi ora completato dalle vocals crudeli e stridenti del cantante, dotate però anche di un'intonazione capace di creare ritornelli comprensibili. Dobbiamo seppellire il mattino, la cui luce punge come una lancia muovendosi silenziosa dietro ai muri, ma allo stesso tempo rumorosa come il mare, un esercito plumbeo che dorme. E' arrivato il momento di seppellirlo per sempre, è arrivato il momento della fine per il mondo visibile, è l'ora di far nascere tramite l'omicidio e con le mani sporche di sangue la decapitazione del mondo che invecchia, in un cantico ossessivo dove si evocano il mondo, l'assassinio, e il sangue. L'esaltazione tematica si traduce in scale altisonanti di assoli e percorsi ritmici che si mantengono robusti e diretti nella loro cavalcata, attraversando di nuovo melodie oniriche ripetute in un'ennesima unione di elementi che mostrano nel trotto ottenuto uno stile molto legato alla scuola tedesca, portato avanti fino alal chiusa improvvisa segnata da un feedback distorto.

Guarding The Gate

"Guarding The Gate" è un'epica dalla durata di oltre tredici minuti, dove il racconto del passaggio attraverso un bastione medioevale diventa metafora per significati arcani e occulti, manifestati tramite un suono che, ancora una volta, unisce robustezza e passaggi evocativi, sia di chitarra, sia di tastiera, non disdegnando la commistione tra modi diversi del suono del passato e alcuni accorgimenti strutturali moderni. Il tutto viene basato su parti ipnotiche, che approfittando della lunga durata della traccia, ripetono in loop i propri passaggi trascinando l'ascoltatore, senza però annoiare grazie alle sottili variazioni che fanno evolvere la traccia. Partiamo diretti con un riffing roccioso e distorto, contornato da cimbali pestati e doppie casse che attraversano passaggi di chitarra onirici uniti a note di tastiera liquida, mettendo in chiaro quello che sarà il corso portante di una buona metà della canzone; come anticipato i modi si ripetono in una lunga sezione strumentale che come un fiume in piena prosegue con il suo suono, incontrando anche fraseggi ben suonati che mostrano le capacità pratiche del poli-strumentista che sta dietro al progetto. Anche la sua voce gracchiante e satura di riverbero si manifesta, come uno spirito antico che si erge dall'oltretomba per raccontarci scenari del passato. Spettri terribili dell'antica vigilanza fanno da guardiani alla torre del passaggio oscuro, malvagi e attenti. Ricavata dalla roccia solida, la struttura è però sempre pronta alla metamorfosi, portandoci alla fine improvvisa di ogni viaggiatore imprudente, e per accedere a essa dobbiamo pronunciare antiche parole di magia nera, passando velocemente consapevoli e senza paura. Le parole vengono accompagnate dal suono altisonante e grandioso, sottolineando la solennità espressa anche da punte vocali potenziate da echi vecchia scuola, ancora una volta riprendendo alcuni modi della prima ondata del metallo nero. Ora il tutto prende sempre più i connotati della prova iniziatica: svariati occhi rossi ci osservano disprezzanti mentre procediamo, prima con riluttante accettazione, poi con consenso silenzioso. Dietro di noi, il passaggio viene serrato da fiamme nere e finalmente possiamo osservare l'oscura fortezza dell'incantesimo. Una peculiare unione tra una sorta di gusto fantastico oscuro e metafore di viaggio interiore, che mostra l'adesione ai modi del black metal della seconda ondata anche sul piano tematico. La musica intanto prosegue ripetendo le sue strutture, portandoci con sé verso lidi più ritmati, ma non prima di investirci ancora con i suoi giri distorti e dilatati. La torre è sinistra e alta fino ai cieli, eretta da un antico odio e circondata da una perenne oscurità. Nessuno oltrepasserà i cancelli, viene intimato in modo sinistro. Andiamo ora a collimare con un galoppo possente e ritmato, dove la voce graffiante si eleva con i suoi toni saturi di riverberi; coloro che hanno provato nei loro cuori il generoso regalo della maledizione più nobile di tutte, sono coloro che hanno visto con i loro occhi i misteri più profondi dell'universo. Viene esaltata ed evocata la gloria di Satana, mentre ci arrendiamo a lui, destinati a non tornare mai più alla luce, servi del difensore del peccato e portatore della notte senza fine. Incontriamo una digressione che ci fa incontrare una cesura dalle bordate ritmate, dittatoriale e potente, seguita da un riffing caotico che si scatena in una delirio tellurico fatto di doppie casse distruttive, assoli squillanti dal gusto quasi death, e cimbali impazziti, mentre il cantato conosce toni gracchianti. Ma non è finita qui: suoni dalle accordature basse tessono poi monolitici passaggi che potremmo definire doom, promulgati di seguito da chitarre notturne che si adagiano sui giri di basso ben presenti. Notiamo l'equilibrio di elementi che rimane sospeso al confine tra avantgarde, non toccato propriamente dal Nostro, e tradizione, seguita certamente, ma come punto di partenza e non come dogma da copiare senza originalità. Largo quindi a nuovi assoli dalle scale squillanti e passaggi serpeggianti, in un climax malinconico che ci regala notturne melodie dal gusto quasi progressivo. Ma il finale è lasciato a un galoppo pestato che cesella perfettamente il tutto, alternato ai motivi di poco prima in un'epica coda che si consuma in ultimi battiti e bordate marziali ripetute con forte gusto metal.

Zinnen von Eis

"Zinnen von Eis" è un momento strumentale che fa da ponte tra la prima e la seconda metà del disco, una suite di quasi tre minuti giocata su tastiere che non possono ricordare i già citati momenti ambientali di Burzum, in particolare episodi come l'album "Dauði Baldrs" dove una certa musicalità legata al passato e ambientazioni medioevali hanno ispirato, insieme all'opera di Mortiis, il così detto movimento dungeon synth, ovvero una serie di progetti solitamente underground e circolati su internet e/o in cassette limitate che viaggiano in parallelo con l'estetica e i temi del black metal, rappresentandone una sorta di corollario, pur cn le sue evidenti differenze. Un suono quindi dove le tastiere, oniriche, delicate e sognanti, tessono trame contemplative e sottolineate da corde acustiche in una sorta di interpretazione da bardo moderno. I motivi si ripetono, e l'ascoltatore vive un'esperienza quasi meditativa, che nei suoi suoni melodici, ma in qualche modo algidi, rispecchia perfettamente il significato del titolo "Merli Di Ghiaccio". Il sincretismo della seconda ondata diventa quindi materia per questo interludio, e ci permette di ponderare uno degli aspetti più affascinanti del metallo nero. Parliamo dello sperimentalismo che, in barba all'ortodossia musicale dichiara spesso a parole agli albori del movimento e anche in seguito, ha caratterizzato sin da subito il genere permettendogli di diventare probabilmente il tipo di metal che negli anni più si è contaminato con generi altri, tra il dark ambient, la musica industriale, l'elettronica contemplativa o da danza, o anche la musica d'orchestra e quella progressiva. Semi lanciati dall'autorevolezza di nomi come Øystein Aarseth aka Euronymous, aperto fan dei Kraftwerk e del kraut-rock, Varg Vikernes, ascoltatore all'epoca dei Dead Can Dance e non restio a frequentare locali dediti alla musica techno, o Gylve Fenris Nagell ovvero Fenriz dei Darkthrone, che insieme alla sua ossessione per il metal degi anni '70 e 80 è da svariato tempo anche un estimatore e DJ occasionale di musica house e techno vecchia scuola. Insomma, un'accettazione e uso di suoni lontani dal metal, ma accettati perché promulgati dai fondatori della seconda ondata, non senza qualche discussione interna al movimento in base ai casi. Anche in questo Furis Ignis si rifà quindi al passato e all'uso dei suoi metodi per il suo black metal.

C.B.M.G.3

"C.B.M.G.3" ci assalta subito con un riffing thrash metal robusto e roccioso, prolungato in una corsa rafforzata da piatti pestati e rullanti, contornata da versi sgolati che ci rimandano a un black metal vecchia scuola legato al modello della prima ondata. Il testo evoca immaginari di violenza e caccia, parlando di guerrieri terribili armati di un freddo black metal tetro, in una metafora che mischia la fantasia con una visione elitaria della musica qui proposta. Proprio essa è la nostra arma, con la quale, non appena il sole cala, cacciamo la nostre vittime come se fossero segugi. Nere gole infuocate attendono di essere nutrite in un brivido estatico, prima della semina della morte. Il tema della caccia viene ripreso dal trotto sonoro ripetuto, in un'atmosfera potente e distorta dalle bordate possenti; essa si apre ad assoli drammatici che instaurano arie altisonanti e spettrali prima di ridarsi al galoppo massacrante. L'alba rossa è insanguinata e i nemici giacciono morti, tutti tranne uno, lasciato apposta in vita in modo da far circolare le voci su di noi. Un testo semplice e diretto, più che adatto per i movimenti tellurici promulgati dai riff e dalla batteria spacca-ossa in doppia cassa; otteniamo quindi un episodio black-thrash che mette in gioco la varietà stilistica del disco, destinato a consumarsi in una serie di effetti stridenti. Si tratta del momento più diretto e breve dell'album, una freccia nera piena di energia oscura e ritmo, capace di mantenere la natura malevola dell'opera, ma anche di esaltare l'ascoltatore con bordate che rimandano ai primissimi Kreator, e naturalmente ai Venom.

Donner in den Bergen

"Donner in den Bergen", ovvero "Il Tuono Nei Monti" è la traccia finale del disco, introdotto da sorprendenti fraseggi dissonanti che creano trame non dissimili da quelle progressive dei Deathspell Omega, nome che di solito non assoceremmo a un progetto che trae linfa nera da suoni old-school. Qui in realtà Furis Ignis mette in mostra la natura muti-direzionale del suo sonno, e come il suo non sia un cieco imitare il passato, bensì un rifarsi all'esperienza black metal nella sua interezza in un discorso di continuità che ne abbraccia diversi aspetti. Torna qui l'uso della lingua tedesca, usata per narrarci con toni misteriosi e metaforici della storia di Prometeo, il titano che rubò il fuoco degli Dei per donarlo all'uomo, figura associata con la ribellione e affine a quella di Lucifero (portatore di luce, non a caso); si tratta di una figura già ripresa nel titolo dell'album, e da quanto detto non è difficile immaginare perché essa sia perfetta per un disco black metal e per le sue tematiche elitarie e di scontro/sfida verso il mondo. I suoni progressivi creano una trama strisciante coadiuvata da una ritmica cadenzata, in un' atmosfera regale che viene squarciata da grida feroci e motivi di chitarra malinconici ed epocali, stabilendo il mood della canzone. Un eroe, legato a un racconto perso nella nebbia del tempo, è il soggetto delle parole altisonanti, pronto a svelare a pochi eletti ciò che è celato in esso. Vediamo le stelle senza eguali nella loro lucentezza, così distanti, ma allo stesso tempo così vicine, esse sono come un' intossicazione. Chitarre stridenti e rocciose seguono l'andamento controllato, perfetto tappeto sonoro per le vocals graffianti e per i tempi rallentati di batteria. E' palpabile la sensazione di tempo contratto, che ricrea tempi oltre la memoria dell' uomo, atavistici. Il fuoco celeste brilla in solitudine, così come i padri del risentimento hanno deciso. Ci si chiede chi osa contrastarli, chi conosce la via attraverso i monti verso il fuoco, se sia un eroe, un ladro, o forse un principe. La risposta è semplice: si tratta di un prometeo. Tornano i fraseggi dissonanti, mentre la voce si fa pulita e narrativa, accentuando parti della narrazione, prima di collimare in una cesura sospesa dove le chitarre stridenti sono protagoniste, come punte di luce improvvise nel buio che brillano a intermittenza. Un tuono nei monti ci sorprende, il timore e la paura della morte ci assalgono prima della raccolta del seme che cerchiamo. Tutti sapevano cosa aveva fatto il loro eroe nel monte, il guerriero che da solo aveva lottato con gli dei. La sua mano bruciata e consumata dal fuoco, la sua impresa, è valsa ogni morte. Assoli squillanti ci sorprendono con scale altisonanti in un songwriting che riesce a dosare elementi vari in modo convincente, senza perdere il proprio discorso, permettendo anche l'aggiunta di tastiere squillanti che ci accompagnnao nel finale della canzone. Da questa impresa, il fuoco di questo ladro illumina la notte, e la potenza degli antichi dei nel nuovo mondo è scomparsa. Ma esso nasconde solo ciò che brilla sopra di esso, la luce della stella sembra ancora spietata e fredda, con una presa senza pari. Si conclude così il nostro viaggio, con un episodio che mostra il lato più mediato di Furis Ignis, e che porta a compimento il suo discorso tematico che si cela dietro al lungo titolo.

Conclusioni

"Decapitate The Aging World" è un sorprendete debutto che mostra sin dalle prime battute uno stile già formato e con le idee ben chiare, pur nella sua varietà. Si tratta di una lettera d'amore verso il black metal e la sua storia, dove istanze proveniente dagli anni '90 e '80 vengono usate per creare corsi sonori variegati sotto un' ottica moderna. Sempre più progetti nuovi infatti sembrano aver imboccato la strada della sintesi, dopo l'approccio sperimentale e di antitesi alla tradizione adottato da alcuni gruppi durante gli anni duemila. Vengono ripresi modi e temi del passato, ma allo stesso tempo viene mantenuta una certa visione più seria e produzioni al passo con i tempi, senza però cadere nel troppo pulito o plastificato e anzi mantenendo una certa componente raw; anche i testi mostrano una volontà di trattare tramite metafore temi esistenziali e profondi, pur senza imboccare la strada religious/orthodox. Dietro all'estetica medioevale e ai temi di battaglie e ambientazioni antiche, si nasconde spesso un messaggio legato alla filosofia del black metal stesso e al modo in cui viene vissuto dall'artista Tyrst, non solo un genere musicale che ama e che suona, ma un vero e proprio codice di vita ed espressione dei suoi valori spirituali ed elitari. Una contrapposizione contro il mondo moderno, visto come decadente e verso i suoi ultimi giorni, qualcosa da distruggere per creare qualcosa di migliore dalle sue ceneri, lontano dall'egualitarismo e con la ripresa di valori antichi. Una visione romantica nel senso più letteraria del termine, forse ingenua per alcuni, ma che si sposa perfettamente con l'estetica e il suono di Furis Ignis; suono che sa essere esaltante, evocativo, severo, malinconico, in base alle esigenze e alle tracce, e che mette in gioco tanto un senso gelido di classe scandinava, tanto una certa robustezza teutonica capace di darci bordate e momenti da panzer che sottolineano la parola metal nella denominazione del genere. Un'opera quindi che è allo stesso tempo riconoscibile come facente parte della sua scena specifica, ma allo stesso tempo come incastrata in un discorso di più larga portata e internazionale, mostrando come, a discapito di chi dichiara ormai da decenni il black metal come morto, il genere invece continua a trovare modi per mantenere la sua essenza pur davanti a innovazioni o cambi di registro, supportato dalla visione di musicisti che lo vivono pienamente e che liberi tanto dalle briglie dei dogmi musicali, quanto dallo snaturare senza cognizione di causa, creano fulgidi esempi di arte musicale nera. Troviamo certamente riferimenti e tributi a nomi come Burzum, Satyricon, Darkthrone, Mayhem, Emperor, MortiisVenom, e addirittura al thrash tedesco di stampo Accept e Kreator, ma non si ha mai la sensazione di essere davanti a una vuota imitazione o al pescare da altri per mancanza di idee. Al contrario, il "fuoco del passato" rappresentato dall' esempio di chi viene prima, diventa materia plasmata in modo molto naturale e diretto, ma con perizia e convinzione, creando un suono oscuro, ma come detto in precedenza anche solido e robusto, che fa da perfetta colonna sonora per i messaggi e le ambientazioni del disco. L'album si configura come uno dei migliori in assoluto in campo black metal e non solo, cosa che per un debutto spuntato praticamente dal nulla non è assolutamente poca cosa, anzi. Il prometeo musicale qui rappresentato ha rubato il fuoco divino e l'ha instillato nella sua musica; non ci resta che sperare che riesca a mantenere la fiamma così alta anche nelle sue future uscite.

1) Witness The Nightsky Palpitating To The Beat Of Premonition
2) Hostis Mundi
3) Guarding The Gate
4) Zinnen von Eis
5) C.B.M.G.3
6) Donner in den Bergen