Funeral Mist

Salvation

2003 - Norma Evangelium Diaboli

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
19/03/2021
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Riprendiamo la nostra disamina con la storia del progetto Funeral Mist, una delle realtà di maggiore interesse e popolarità nella cosiddetta scena orthodox black metal, nonché emanazione semi-solista e molto personale di Daniel Rostén, qui conosciuto come Arioch, ma salito alla ribalta nel mondo estremo come Mortuus, ovvero ultimo vocalist dei Marduk. "Salvation" è il primo vero e proprio full-length della band, che in precedenza aveva pubblicato a metà anni '90 I due demo "Promo'95" e "Darkness", quando ancora erano presenti gli altri membri Velion, Vintras, Typhos, e il demo "Havoc Demo II '96" con solo Arioch e il batterista Necromorbus in formazione, e l'EP "Devilry" verso la fine del millennio. Con questo disco il nome del progetto viene consociuto da tutti gli appassionati del metal oscuro più estremo e maligno, supportato dall'etichetta di culto Norma Evangelium Diaboli (in pratica il quartiere generale dei maggior progetti in ambito orthodox black metal) e con la partecipazione in alcuni brani del chitarrista Nachash. Un disco violento, veloce, ma anche terribilmente evocativo e pregno di un'atmosfera malsana e oscura, supportata da un suono lo-fi e minimale, ma con un uso intenso del power chord e dalla strumentazione tanto veloce, quanto pesante. Non poche volte l'ascoltatore si trova letteralmente sommerso da suoni che evocano furie distruttive e venti strappa-carne. Siamo nel 2003, anno in cui il fenomeno orthodox è relativamente underground; gli Ofermod debutteranno solo cinque anni dopo, mentre gli Ondskapt pubblicheranno il loro primo album nello stesso anno, e i Deathspell Omega dovranno ancora attendere un anno per scioccare il mondo con "Si Monvmentvm Reqvires, Circvmspice". Siamo quindi agli albori di una scena che finirà per monopolizzare molto del black metal prodotto nel primo decennio degli anni duemila, e che nel bene e nel male produrrà un numero svariato di cloni. In realtà "Salvation" dimostra come questa definizione sia molto soggettiva, e come ogni band accomunata da certe tematiche occulte e legate a un satanismo spirituale, abbia in realtà una propria visione musicale e un proprio percorso. Nel caso dei Funeral Mist troviamo in realtà una rielaborazione di modi e stilemi derivati dal black metal di stampo svedese, da alcuni chiamato in modo dispregiativo norsecore. Si tratta di un suono decisamente più violento e caotico rispetto alla variante norvegese, che gioca molto su tempi di batteria impossibili, muri di chitarre, distorsioni che rasentano il noise e atmosfere dissonanti e sature. Basta pensare ai Dark Funeral o ai Marduk di metà anni '90 per avere un'idea del suono di cui si parla, una vera e propria dichiarazione di guerra fatta musica, dove il black metal assume connotazioni vicine al grind e certo death. Qui questa violenza viene mantenuta, ma declinata in uno stile che prende largamente anche dal black più tradizionale, e semplicemente spinge il piede sull'acceleratore amplificando gli elementi più caotici e violenti del genere. Questo però non significa che il songwriting è banale o noioso: uno dei punti di forza del disco sta nel usare, in modo abbastanza dosato, inserzioni di canti gregoriani e segmenti più tecnici, senza però darsi a quello sperimentalismo più dominante che da li a poco caratterizzerà molta della produzione orthodox, e anche il successivo album del Funeral Mist "Maranatha". Un punto focale e importante è quello lirico, in quanto qui inizia una tendenza ripresa da svariate band negli anni a venire, creando un topos che ha generato anche alcune controversie nel mondo del metal oscuro: l'uso e l'inversione di parti prese dalla babbia, e da testi ebraici e cristiani, comprese preghiere, passi, dissertazioni varie. Le polemiche nascono dal fatto che per alcuni questo è cattolicesimo travestito, e sarebbe meglio mantenere il black metal ateo e limitato a immagini blasfeme usate per gusto estetico e anti-religioso. Bisogna risalire alla nascita del black metal scandinavo stesso per trovare i semi di questa tendenza, contenuti nelle primissime uscite di nomi quali Mayhem, Darkthrone, Gorgoroth. Uno dei primi punti infatti abbracciati da queste band era una rappresentazione del satanismo che si discostava da quello "moderato" e filosofico di stampo Laveyano (ovvero legato alla Chiesa di Satana, dove sostanzialmente si tratta di un'interpretazione del superomismo di Nietzsche), abbracciando invece gli aspetti più orrorifici e derivati più dalle descrizioni dei tabloid, dai giochi di ruolo e fumetti, piuttosto che da una seria dissertazione esoterica. La storia è famosa è illustrata in diversi libri sul genere: la volontà di prendere glia spetti estetici dei Venom, Mercyful Fate, Black Sabbath, e portarli alle estreme conseguenze. Ora, ci ritroviamo davanti a un'ulteriore ripresa, che comporta una nuova mutazione creando quella che alcuni considerano la "terza ondata" del black metal. I membri del circolo orthodox decidono di posizionare il satanismo al centro del genere, addirittura mettendo da parte il tradizionalismo musicale, e l'elemento musicale stesso; per loro il black metal deve essere un'adorazione seria, costante, illustrata nei confronti del Diavolo, visto come entità spirituale realmente esistente. Quello che era quasi un gioco di adolescenti ribelli, diventa un percorso esoterico dove ogni band declina a suo modo una fede nera e dai tratti spesso nichilisti e anti-umanitari. Che sia l'Avversario cristiano, o un'entità gnostica anti-cosmica, Satana è costantemente simbolo di morte e mortificazione dell'umano nei testi dei Nostri, che non mancano di esplicitare questa dottrina tramite testi che fanno largo uso di dissertazioni, spiegazioni, passi in latino, lunghe preghiere. Come detto, tutto questo vede qui il suo primo fulgido esempio, tutto "Salvation" è un insieme di anti-preghiere dove i riti cattolici vengono invertiti e modificati, resi adorazione di tutto ciò che è morte, male, dolore. Un modus operandi che verrà imitato a dismisura e che diventerà inflazionato, ma che che all'epoca ha galvanizzato molti ascoltatori e artisti, aprendo la strada per una visione artistica tanto intransigente quanto sperimentale che porterà a nuove evoluzioni del genere durante i primi decenni del terzo millennio.

Agnus Dei

"Agnus Dei" ci accoglie con effetti abrasivi dalla natura oscura e cinematografica, sottolineati da voci campionate in sottofondo e grida, instaurando un clima allarmante che si prolunga poi fino all'esplosione di chitarre dai riff massacranti e ossessivi. La doppia cassa prende sempre più piede, fino a che la struttura esplode con un'accelerazione folle che porta il utto quasi verso territori grindcore. Ecco che compare Arioch con i suoi toni esaltati, vero e proprio marchio di fabbrica del suo black metal teatrale e declamatorio; il suo intento è qui quello di dissacrare e invertire la figura dell'agnello del Signore, ovvero il Redentore, presentato come un imperfetto figlio dell'umanità ed esponendo l'ipocrisia del suo messaggio d'amore che, nei fatti, ha portato guerra e odio. Non vogliamo essere da lui visti, perché i suoi sono occhi fatti di dolore, e siamo pronti ad accoltellarlo ancora una volta, invidiando le ferite sul suo corpo. Riusciamo a vedere dentro di lui, e un milione di immagini non basterebbero per nasconderlo, perché sappiamo dove nasconde la sua vera anima. Ritmica e strumentazione proseguono in un mare sonoro che incontra alcune contrazioni, lanciandosi poi in un fiume in piena che travolge tutto sulla sua strada, condito dalle vocals mutevoli del cantante. L'agnello del Signore, il principe della pace, viene denunciato per il fatto che il suo messaggio ha come eco la guerra, ma in realtà la cosa non fa disdegnare il narratore, anche lui portatore di un simile messaggio che insieme al suo creerà un bilanciamento. Si prospettano quindis cenari apocalittici dove per scappare l'uomo cercherà addirittura la morte, ma non risucirà a trovarla condannato ad assistere impotente a quanto accadde. Il suono traduce queste immagini con uno stile che coniuga il black metal vecchia scuola e accelerazioni svedesi dove si raggiunge un equilibrio ben calcolato tra caos e passaggi più cadenzati, mentre Arioch assume toni demoniaci. Verso il terzo minuto prende piede un bel motivo dal fraseggio freddo e ripetuto, che poi si traduce in una sferzata gelida e veloce. Il songwriting assume connotati che potremmo considerare death nelle sue variazioni improvvise di tempo, non ci sorprende quindi il falso finale seguito da una cavalcata devastante scolpita dai blast beat e dai ruggiti del cantato, destinata a consumarsi nell'etere con una conclusione caotica.

Breathing Wounds

"Breathing Wounds" (Ferite che respirano) si apre con una nuova sezione oscura dove versi di cani, sospiri horror e evrsi demoniaci si uniscono, collimando poi in un riffing deciso e dalle bordate ripetute. Largo quindi all'esplosione di chitarre e batteria selvaggia che distrugge le orecchie dell'ascoltatore ignaro, dominata dai versi disumani di un Arioch che vomita letteralmente le sue parole; siamo davanti a una delle sue tante preghiere oscure, santificazioni del Male e del Maligno, considerati centri e unico oggetto della propria esistenza, soggetto delle continue adorazioni del cantante. Viene evocato il dio della catastrofe, per il quale respireremo ancora una volta, colui che è sia angelo che ebstia, il nemico intimo di ogni cosa, al quale non chiediamo certo perdono per aver peccato. E' l'angelo dell'avversità, il cruccio del Mondo, solo in suo nome prosciughiamo noi stessi, per lui che è rabbia, orgoglio, dio e demone, e non gli chiediamo perdono per il fatto che siamo vivi, e quindi parte dello sporco dell'esistenza. Parole trasportate dai tempi folli e lanciati della strumentazione, dove i colpi duri di batteria sono come colpi di incudine, e dove le chitarre a motosega tagliano l'etere insieme alle esclamazioni demoniache del cantato; ecco però che incontriamo anche rallentamenti più atmosferici e dai suoni vecchia scuola, che convogliano un'atmosfera gelida e solenne. Fulgidi esempi dello stile dei Funeral Mist, dove caos e controllo, innovazione e tradizione, si uniscono in un continuo affascinante. Bordate quasi tribali e chitarre distorte ci portano verso nuove declamazioni: chiediamo di essere ripuliti e liberati dalla carne, in modo da poter ricevere la nostra punizione con dignità, chiediamo di essere usati, di far parte della fiamma che ci permetterà di ricevere con dignità l'ineffabile splendore. Siamo ferite che respirano, adorazioni viventi. I muri di chitarre si aprono a passaggi segnati dalla ritmica marziale e dai versi mostruosi del cantato, e nuove accelerazioni prendono piede senza molto preavviso. Il dio della catastrofe osserva, e solo per lui risparmieremo questa carne, la lingua infetta del senza-volto, e chiediamo che il nostro giudice venga perdonato perché lui è pulito. Evochiamo l'anti-anima, lo sguardo invertito e rinato del ricevente, l'anti-carne, e chiediamo che il suo spirito prenda forma riempiendoci, in modo tale da poter ricevere la nostra punizione con dignità, così come lo splendore ineffabile. Le alternanze di tempi e stili creano intercorsi teatrali dal grande effetto dove atmosfere sospese vanno a consumarsi in fraseggi dal gusto distorto, ripetuti nel finale che si disperde nel vuoto.

Holy Poison

"Holy Poison" (Veleno santo) è una delle tracce più celebri della carriera dei Funeral Mist, fulcro tematico e sonoro dell'arte nera di Arioch. Essa si manifesta a noi con un fraseggio sospeso e solenne, che si ripete nei suoi modi striscianti fino a che non viene sostituito con una corsa epica e fredda fatta da doppia cassa combattiva e fiumi di chitarre distorte. L'atmosfera satura domina l'etere, mentre cesure improvvise raccolgono le esternazioni altisonanti di un Arioch in ottima forma. Egli si cimenta in una glorificazione del Diavolo, divinità alla quale si consacra donando tutto se stesso e offrendo la propria devozione. Satana risplende tramite lui, vivendo attraverso quello che è un mero strumento della sua volontà, che come mille soli trasmetterà la sua luce, ma anche come mille guerre e piaghe. La musica si configura su connotati black caotici e veloci, dove le chitarre diventano rasoi assassini e la batteria una pressa spaccaossa costante e senza freno; uno stile derivato dalla scuola svedese, violento, veloce, intransigente. Ecco però che incontriamo anche rallentamenti dalle parti cadenzate dalla natura più rock, mostrando quegli elementi moderni che caratterizzano anche la produzione futura dei Funeral Mist. In nome del Diavolo leghiamo la speranza dell'uomo, sia in cielo, sia sula terra, vogliamo sentire l'angelo che brucia dentro di noi, uccidendo ciò che è umano dentro di noi (concetto questo che tornerà svariate volte nei ettsi di Arioch durante la sua carriera), e siamo pronti a ingrassare i nostri arti, perché più è la carne, più è soffocante il peccato. La musica si mantiene controllata, legata a riff distorti che serpeggiano tra i colpi di batteria, sottolineando le nere preghiere del Nostro; ma ecco una nuova accelerazione dalla doppia cassa militante e dalle atmosfere fredde tanto quanto il cuore spietato del narratore. Egli condanna tutto ciò che in lui non deriva dal suo oscuro signore, trasformandosi nella luce che risplende su ogni cosa, il veleno e la dannazione santa, rinate tramite la loro iniezione nelle vene di un uomo che diventa uno specchio di terrore che mette vita contro vita, liberato nei piani del suo Dio. Trame saldamente black metal ci accompagnano con i loro suoni dalla qualità gelida ed epocale, creando un perfetto sottofondo per le declamazioni del cantante. Evochiamo insieme a lui il serpente originale, chiediamo di essere schiavizzati e usati da lui, perché esistiamo solo per assumere la forma che esso desidera. Come bambini ridotti all'obbedienza tramite il terrore compiremo il suo sacro volere fino alla fine dell'eternità, e anche oltre. Si ripetono poi parole già espresse, immerse nellla combinazione di dissonanze e colpi duri di batteria, pronte a esplodere in attacchi parossistici e caotici; all'improvviso però tutto si blocca, lasciando spazio a cori sacri dove evocazioni in latino creano una cerimonia infernale. Batterie cadenzate si aggiungono insieme a loop di chitarre e doppie casse, in una sezione finale dove si evoca ancora una volta il veleno sacro, una spirale di caos dove si oppone Dio contro Dio, e dove una legione di spasmi colpiscono colui che porta il suo volere, un volere che si oppone a tutta la vita. Su questi climi si contraggono giochi ritmici secchi e loop di chitarre in una serie di botta e risposta che ci conducono fino al gran finale. Una traccia che come detto mette i gioco gli schemi sonori e tematici che faranno da base per molta della produzione del progetto.

Sun Of Hope

"Sun Of Hope" (Sole di speranza) parte con un canto preso da "Il Settimo Sigillo" di Ingmar Bergman, un film storico che tratta di una partita a scacchi tra un cavaliere e la morte, che permette al primo di rimandare la sua dipartita in maniera momentanea, e di assistere a vari scenari legati alla peste e al modo, anche opposto, in cui le persone reagiscono davanti alla costante presenza della morte. Un campionamento certo non preso a caso, che ben si lega ai temi di mortificazione dell'esistente e nichilismo cari ad Arioch. In questo caso, ci troviamo davanti a un pezzo che vuole venerare quello che sarcasticamente viene definito il sole della speranza, ovvero l'ennesima metafora per il Maligno, un sole nero e freddo che porta distruzione, morte, purificazione tramite l'annientamento per l'umanità. Superato quindi la parte iniziale, prende piede una cavalcata dai tempi medi con riff in loop e colpi cadenzati; esso però ha vita breve, e come molto spesso nel mondo dei Funeral Mist ci troviamo catapultati all'improvviso in tempeste sonore strappa-carne dove vortici fatti di chitarre distorte e doppia cassa ci investono insieme ai ruggiti infernali del cantante. Egli descrive in modo esaustivo scenari di panico e isteria, dove regna un caos infernale e dove l'unica salvezza possibile è quella data dalla distruzione, un nero e freddo sole della speranza. Nelle tenebre la nostra stella giace fredda, nella cecità dove cenere e sangue sono il nostro cristallo, e dove senza speranza vediamo una morte globale che si espande da polo a polo. La colonna sonora di questa apocalisse non può che mantenersi violenta e caotica, ai limiti del noise, contornata da alcune pause improvvise dalla durata di pochi secondi, che non offrono certo respiro all'ascoltatore. Tutto è legato a una tempesta nera come la notte, dove siamo in balia di venti sonori che con violenza continuano a travolgerci fondendosi con le grida forsennate del cantante. Siamo davanti a un'imprecazione di una maledizione predetta, dove l'uomo benedetto è colui che subisce una cremazione globale che è considerata salvezza, una genesi data da spade di fiamme, e l'altare dove vengono immolate le vittime non deve mai raffreddarsi, la carne deve diventare cenere nelle fiamme, in un sacro inferno che è alba delle albe. Nessuna speranza, nessuna possibilità di scampo, tanto nei testi quanto nella musica, dove ogni tanto troviamo cavalcate di batteria cadenzate, subito però violate da ossessioni spinte oltre ogni tentativo di melodia: una summa dello stile norsecore, qui emanazione di nichilista violenza. Anche le vocals di Arioch hanno sempre meno di umano, in un crescendo che va a collimare con un improvviso effetto di studio, un piccolo tocco che da quell'elemento esterno che spesso si trova nel suono del progetto. Esso annuncia una cesura dove ritroviamo una ripresa dei campionamenti iniziali, ma invece di ripeterli, ci sorprende di nuovo con un'unione di effetti di esplosioni e chitarre lanciate in loop, creando uno scenario quasi bellico nei suoi toni altisonanti. Riecco dunque alternanze ritmiche vecchia scuola e fiumi sonori in piena, portati avanti fino a un trotto che ci conduce al ritorno vero e proprio del cantico iniziale, che si protrae a lungo con le sue grida e suoni di flagellanti che puniscono la propria carne, cercando una purificazione per ironia non troppo dissimile da quella demoniaca evocata dal cantante.

Perdition's Light

"Perdition's Light" (Luce di perdizione) si apre con un verso gutturale di Arioch, seguito senza fronzoli da un'esplosione di chitarre e batteria dai toni massacranti e assassini, coadiuvate dai toni cavernosi del Nostro. Le sue parole annunciano una luce oscura, la luce della perdizione, opposto della luce del dio cristiano simbolo di purezza. Ancora una volta dunque si dedica al suo signore, chiedendo che la sua anima senza quiete venga arricchita tramite una maledizione che redime, uno splendore doloroso che impregna la luce di un'assoluta purezza. Si tratta di una luce che permette di evdere, perché il cieco è colui che nega la santità luminosa dell'anima immacolata, così come è cieco chi vede la pietà come la chiave, una pietà negata che in realtà non vedremo mai più. I toni devoti si trasmutano in una musica caotica e distruttiva, dove blast improvvisi scolpiscono l'etere, e bordate marcianti creano cesure rocciose che fanno da ponte verso nuove sfuriate folli. Dissonanze e distorsioni generano venti freddi e spietati, in un'atmosfera infernale e senza scampo. Viene ora evocato il potente angelo del destino funesto, l'aborto dell'amore senza fine, e chiediamo a lui, chi ora ci vede, di farci divorare i suoi occhi, perché la sua cecità ci dona la vista, così come la sua tenebra è per noi luce, mentre respiriamo la sua miseria. Imploriamo Satana di lanciare la sua ombra che benedice, l'ombra della morte e delle sue ali impenetrabili, e di ridurre le terre su cui si stende all'impotenza. La colonna sonora di tali parole non può che proseguire con il suo black metal cacofonico e dalle contrazioni continue, sottolineato però da fraseggi old-school che rimandano alla scuola norvegese e contrapposti a pause teatrali dove fraseggi distorti e vocals demoniache si stendono poi su apssi cadenzati, pronti a esplodere in doppie casse. Un suono tanto feroce quanto attento alla sua struttura, che mostra molti tratti che sono tipici del suono orthodox, e che faranno da base per epigoni successivi. Arioch prosegue attaccando coloro che lui ritiene ciechi: le persone che non accettano lo splendore radiante della morte, e le persone che cercano la salvezza tramite il peccato, destinate a dormire in eterno senza sognare mai più; ecco che ora torna a evocare il suo dio, l'angelo della nostra alba splendente, mentre i suoni pregni di caos ci trascinano con una gloria oscura dove il paesaggio sonoro è saturo di suoni estremi uniti alle belle note che possiamo percepire in sottofondo. Esse prendono poi posto principale, instaurando un robusto momento black ripetuto con ossessione fino alla chiusura improvvisa della traccia.

Across The Qliphoth

"Across The Qliphoth" (Attraverso il Qliphoth) si palesa con un suono di campana campionato, unito poi a una distorsione di chitarra che avanza con i suoi toni taglienti, esplodendo poi in una cavalcata dai galoppi di batteria cadenzata e dai riff circolari in loop. Essa si scontra con una cesura preparatoria, dove Arioch introduce i suoi toni rauchi, intento a parlarci di un viaggio spirituale che usa il concetto cabalistico di qliphoth, ovvero la rappresentazione del male e delle forze spirituali impure, e anche degli ostacoli spirituali che ricevono la loro esistenza direttamente da Dio in una maniera esterna, piuttosto che interna. Naturale che esso venga usato per creare inversioni dove il concetto di divino si lega al Male e all'oscurità, adorate come positive manifestazioni della reale divinità. Questi strati si aprono ed esplodono, discendendo in una formazione invertita, mostrando ciò che si trova oltre di essi, mentre la cieca follia si lega alla carne. Doppie casse e vortici di chitarre ci trascinano con loro in un mondo nero come la pece e caotico, dove colpi secchi di batteria e grida feroci dominano l'etere, facendoci pensare a schiere infernali intente nelle loro blasfeme declamazioni: pezzo dopo pezzo, andiamo avanti, mentre gli angeli dell'estasi, demoni della rivelazione, smascherano il volto più vero della parola mai pronunciata, esponendo la prostituzione del sacro nome di Dio. Attraverso il qliphoth andiamo sempre più in alto, ascendendo dalla formazione, contaminati, girando spazzati via per i sette piani esistenziali, entrando nella triade più alta. Immagini legate a concetti spirituali e cabalistici, che mettono in mostra quel gioco di discussione inversa delle scritture e dei testi sacri ebraici che da li a poco diventerà marchio di fabbrica dei Deathspell Omega, uno spostamento sul piano intellettuale della sovversione e della fede infernale del black metal. La strumentazione crea cascate di chitarre e attacchi continui, intervallati a parti più tradizionali e a momenti di raccoglimento, seguiti da doppie casse di scuola svedese e versi del cantato che hanno ben poco di umano, mettendo in risalto lo stile esaltato e declamatorio che rende Arioch uno dei vocalist più riconoscibili del panorama estremo odierno. Viene ora additato il verme strisciante della dualità, la prostituta divina, alla quale viene contestato di aver detto "sono l'Alfa, sono l'Omega", parole di un serpente appassionato. Tramite la crosta penetrano come degli sciami d'insetti che entrano nelle menti, ispirando il sole divino e facendolo splendere in un giorno in cui Dio e Giuda divetano una cosa sola. Diventiamo ora come Anubi, dio della morte, pronti per far reincarnare la divinità nelle nostre carni, in un rinnovamento dove tutto diventa uno, dove la morale più santa è la pestilenza dell'esistenza, evocando l'unione del tutto per poter uccidere l'essenza di Dio. Concetti questi che si traducono in una schizofrenia di vocals divise tra growl gutturale e screaming rauco, in una legione di voci che collimano con lente marce dove il cantato assume distorsioni da film horror ricreando le parole di un demone. Ora incarnata, al divinità è manifesta e benedetta, essa corrompe e getta via ciò che si trova innanzi a essa, avanzando per unirci con la morte. Viene detto al contrario, probabilmente con intenti occulti e mistici, che il cerchio è chiuso, destinato a non essere mai più infranto, e di seguito vengono ripetute parole precedente, lasciandoci con l'immagine finale di Dio e Giuda crocefissi insieme. La parte finale è lasciata a una coda dal gusto vecchia scuola, che cesella il percorso qui affrontato con dei versi finali.

Realm Of Plagues

"Realm Of Plagues" (Regno di malattie) ci accoglie con un canto sacro dai cori celestiali, campionato da un vero e proprio canto di chiesa, elemento questo che non deve ormai sorprenderci e totalmente in linea con le modalità d'opera del Nostro, sempre intento a sovvertire per i propri scopi gli elementi del culto cristiano. Non ci sorprende nemmeno dunque l'esplosione improvvisa di chitarre come venti neri e batteria spaccaossa, dedite a una cavalcata sottolineata dai loop segaossa e dalle vocals feroci di Arioch. Egli ci parla di un mondo dominato da una notte e inverno eterni, dove regnano la morte e la tenebra in una nebbia funerea, un regno delle piaghe dove lo scenario è mortifero e infernale. Un testo insolitamente vecchia scuola che rimanda alle fantasie oscure del black metal scandinavo dei prima anni '90 e ai suoi paesaggi medioevali dove la natura diventa simbolo delle manifestazioni dell'oscurità e del demonio stesso. Questo inverno, questa notte eterna, sono la consolazione e la luce del narratore, che si trova tra gli alberi nudi che sembrano da sempre morti in una dannazione eterna. Sogni premonitori hanno mostrato a lui la bellezza di questo posto, dove si trovano la morte, le tenebre, e la nebbia funerea della desolazione: si tratta del Regno delle Piaghe. E' interessante notare come anche la musica si mantiene su canoni abbastanza tradizionali, rievocando il freddo e malinconico stile della seconda ondata con un gusto che possiamo definire senza problemi frostbitten. Dissonanze e blast militanti incentivano però la violenza sonoro, e il cantato si dedica a versi mutanti e gorgoglianti come da mestiere per il Nostro, evocando scenari tanto oscuri quanto caotici. Le ombre non mostrano segno di vita, tutto è congelato in fiamme di ghiaccio, e viene evocato il Padrone delle ombre affinchè termini la nostra ricerca. Sentiamo il silente grido d'angoscia e vediamo le tenebre splendere, nel dominio del diavolo in persona, un regno divino. Giungiamo su questi toni a una cesura old-school dove fraseggi distorti dominano l'etere, pronti poi ad aprirsi a una bel galoppo dai tempi controllati, malinconico, che va a infrangersi contro un falso finale. Dopo alcuni rullanti e versi troviamo la ripresa delle doppie casse e dei loop freddi di chitarra, sottolineati dalle grida rauche di Arioch. Si ripetono di seguiti i versi e i modi musicali già incontrati, in uno stile dritto che trascina con sé l'ascoltatore. Riecco quindi le parti più evocative, nere e dal pathos oscuro, pronte a infrangersi contro nuove sospensioni ritmiche; largo quindi a nuove corse in doppia cassa, destiate però presto a lasciare spazio a una digressione su cui il cantante riutilizza il trucco delle farsi al contrario, chiedendosi cosa siano le vite altrui rispetto al nostro piacere, osservando la debolezza della forma umana, unendo la carne con l'acciaio. Parole che lasciano poi spazio a una breve coda drone che chiude con i suoi campionamenti il pezzo.

Circle Of Eyes

"Circle Of Eyes" (cerchio d'occhi) si apre con un lento incedere inquietante e dai tratti misteriosi, dove percussioni lontane creano un'atmosfera solenne raggiunta da un fraseggio distorto che si distende nell'etere con le sue scale appassionate. La coda si dilunga fino alla partenza di una doppia cassa accompagnata da canti gregoriani, con uno stile epico dove d'intromettono anche versi ruggenti. Infine, su queste note, s'instaura anche la voce cavernosa di Arioch, potenziato da alcuni campionamenti in sottofondo che ricordano i ruggiti di creature abissali e senza tempo. Le sue declamazioni sono dedicate a un cerchio di occhi che ci giudicano, dandosi poi a varie metafore e immagini di perdizione dal gusto criptico e mistico, dove come sempre vengono invertiti i valori cristiani della compassione e della redenzione, sostituiti da disprezzo e condanna. Questi occhi misteriosi sono quindi condannati a osservare le terre devastate, creando ruote di occhi secchi (che ricordano al descrizione degli angeli nei testi antichi ebraici) rilasciate per avvelenare il più dolce dei segreti. La musica prosegue con i suoi fraseggi freddi e distorti dal gusto old-school, mentre la batteria si mantiene combattiva con una doppia cassa martellante in un loop ossessivo e continuo. Chiediamo di essere portati da coloro che stanno annegando per portare ulteriore acqua, ed enunciamo con gravità che non si potrà vincere o perdere, perché i frutti dell'utero sono maledetti dalla cecità della nostra preda. Parole come detto dai significati misteriosi e legati a prefigurazioni e temi dei testi sacri, che proseguono insieme al suono fino a un'interruzione improvvisa: ecco ora una cesura con un suono di chitarra malinconico dalle scale altisonante,s colpito da alcuni piatti improvvisi. Segue una lenta cavalcata dal gusto piacevolmente epico, dove effetti di tempesta e versi demoniaci s'incastrano tra i motivi circolari in una sorta di atmosfera horror, prima di riprendere con i modi più veloci prima incontrati. Il cerchio di sguardi perlustra tra ogni cosa e anche nel nulla, intorno, sopra, e sotto, e ogni cosa è il peso di un'altra, anche colui che è la chiave della nostra salvezza. Chiediamo quindi di essere portati dagli affamati, per offrire loro, con sarcasmo, dell'aria, mentre il connubio di batteria ipnotica, chitarre, effetti roboanti ci trascina in un fiume sonoro in piena in puro stile black metal. Il cerchio di occhi è senza limiti nel proprio osservare, immensurabile nella sua grandezza, infinito nella sua essenza, puro come la morte nel suo giudizio. Andremo da coloro che hanno fame, e porteremo loro della terra, e ai peccatori il fuoco per poterli bruciare. Parole solenni, ossessive, tanto quanto il motivo sonoro che avanza per diversi minuti: esso va a scontrarsi verso l'ottavo minuto contro dissonanze magistrali e suoni striscianti, configurando una lunga coda che va poi a unirsi a canti gregoriani e drumming pulsante, in una summa che collima in una conclusione lasciata solo ai cnatis acri, che chiudono la traccia così come era iniziata.

Bread To Stone

"Bread To Stone" (da pane a pietra) parte con un muro di chitarre scolpito da colpi possenti di batteria, in una trama fredda e combattiva che viene improvvisamente interrotta da campionamenti orchestrali presi dalla colonna sonora del già citato film svedese "The Seventh Seal". Ecco che poi la violenza riprende, andando a intensificarsi con una natura cacofonica che ci è ben familiare. Arioch interviene con i suoi versi gorgoglianti, sottolineati da bordate di chitarre che suonano come scariche elettriche ripetute. Ancora una volta egli è intento a tessere scenari blasfemi e dalla spiritualità oscura, trattando del peccato e della corruzione della redenzione, usando la metafora della pietra data al posto del pane presente in Matteo 7:9. Nell'origine essa veniva usata come paragone tra un genitore che inganna il figlio dandogli una pietra al posto del pane, indicando che Dio non lo farebbe mai con i propri figli; qui naturalmente avviene il contrario, indicando la sofferenza e torture date a coloro che pregano inutilmente cercando la salvezza. Non importa quindi che forma abbia il paradiso, perché ci sarà sempre un serpente e un albero al quale nessuno potrà resistere, e il narratore invita a nutrirsi del frutto della conoscenza in modo che possa raggiungere la nostra anima. Siamo maledetti svariate volte, in un deserto spirituale fatto di sabbie morte e del nulla, e la sabbia ci nutrirà poiché non abbiamo mai sete di redenzione. La musica prosegue martellante e cacofonica, dominata da distorsioni distruttive e dai ruggiti del cantante, intervallati con tratti più declamatori in un duetto schizofrenico che amplifica il suo nero sermone. In una tortura senza tempo riceviamo pietre al posto del pane, e ci viene intimato di pregare per gli altri come essi pregano per noi con fare canzonatorio, dicendoci poi di accogliere il piscio che è la nostra eredità. Cascate di chitarre e batterie assassine si configurano in galoppi black metal dalla cadenza ossessiva, sottolineati da chitarre distorte e gelide dal gusto vecchia scuola, destinate a csontrarsi con cesure preparatorie, araldi di nuovi vortici sonori dove tutto è spinto al massimo. Non importa di che forma sia il paradiso, qui ci sarà sempre satana, il serpente, pronto a dare nuova forma alla nostra estasi, e ci viene intimato ancora una volta di mangiare fino a che i fiumi siano pieni di veleno. Maledetti e imprigionati, beviamo l'anima della nostra eresia, e bruciamo come degli eretici, conoscendo così Dio e trovando in questo modo la verità in una tortura senza fine dove al posto del pane riceviamo pietre. Arioch sembra qi rappresentare una divinità malvagia che ci chiede devozione in cambio di violenze e torture in un'inversione della bontà divinta predicata dal cristianesimo; ora il premio per il nostro amore è la violenza verso i nostri figli, che vengono violentati diverse volte all'infinito da essa, così come diverse volte spaccherà la nostra faccia come un frutto andato a male, poiché non abbiamo sete di redenzione. Il suono ci trascina con alcuni effetti in studio che regalano tratti "psichedelici", andando poi a configurarsi in rallentamenti che fanno da base per giochi ritmici e versi demoniaci e gorgoglianti. Largo quindi a cadenze controllate e giri di chitarra freddi, accompagnati da alcuni assoli stridenti. Troviamo ora una parte dal gusto teatrale, dove la voce modificata del cantante è protagonista; trionfante ci intima di osservare come abbiamo tramite le nostre azioni creato il tutto, dicendoci di non peccare più con nuova ironia, altrimenti qualcosa di peggiore giungerà su di noi. E' su questenote sospese e digressioni in feedback che si va a chiudere la traccia, lasciando un suono statico che si perde nell'etere.

In Manus Tuas

"In Manus Tuas" è la traccia finale dell'album, che riprende le ultime parole di Cristo prima della sua morte sulla croce, ovvero"In manus tuas Domine commendo spiritum meum - Rimetto il mio spirito nelle tue mani" atto finale del mistero della Passione di Cristo. Naturalmente qui la cosa si sviluppa in una preghiera in latino dove alcune sottili modifiche trasformano il senso di rimessa nelle mani di Dio, in quello di rimessa nelle mani di Satana, divinità adorata da Arioch, qui anti-messia e portatore di vangelo satanico. La canzone si apre con un suono dissonante e stridente, che avanza con le sue anti-melodie invertite, esplodendo poi in una cascata massacrante fatta di doppia cassa mitraglianti e chitarre veloci e fredde, venti nordici che ci assaltano regalando però anche momenti più controllati ed epici. Ecco quindi gloriosi fraseggi sottolineati da cimbali sospesi, destinati a eruttare in nuove corse cacofoniche, questa volta accompagnate dai ruggiti del cantante. Egli delinea la sua nera preghiera in latino, chiedendo al suo Signore di rimettere nelle sue mani il suo spirito in modo da essere purificato dalla verità divina, e che le sue mancanze vengano eliminate. Vuole che le sue colpe vengano lavate, ed essere liberato dal peccato perché riconosce le sue mancanze e sa che è il peccato va sempre contro di lui. La natura apparentemente benevola delle parole cozza contro le vocals demoniache e folli supportate da distorsioni di chitarra impossibili, e delineate da passaggi cadenzati dove esse si fanno ancora più mostruose in un clima da film horror. Abbiamo solo fatto del male e peccato verso di lui, e siamo nelle sue parole e giudicati come sbagliati, poiché viene mostrato come nel peccato siamo nati, e in esso sono nate anche le nostre madri; perché ama la verità, e manifesta in noi una conoscenza misteriosa e occulta, mentre ci battezza e ci pulisce, rendendoci più bianchi della neve. Le devastazioni sonore si concretizzano in fraseggi black metal malinconici e gelidi, che ripetono suoni dalla fattura pregevole, dandosi ad arie evocative che vengono poi violate da nuove follie musicali, intervallando in modo schizofrenico questi vari modi in una sequenza dal gusto quasi tecnico. Si svela ora il significato più demoniaco della preghiera: chiediamo a Satana di rinnovare noi e uno spirito giusto nelle nostre viscere, chiedendo che non distolga il suo sguardo da noi e non porti via il suo spirito sacro da noi. Vogliamo provare gioia nella sua salvezza, e che egli rafforzi in noi il suo spirito, insegnandoci i suoi modi rinnegati e convertendoci, liberandoci dal sangue e permettendoci di esaltarlo con la nostra lingua e con le nostre labbra che dichiarano con la bocca le sue lodi. Parole sempre accompagnate dai modi prima incontrati, tra sfuriate e parti cadenzate; giungiamo così a un'improvvisa cesura con effetti in studio, quasi psichedelica, poi implosa in una sessione quasi post-rock. Essa lascia poi spazio a nuovi martellamenti sonori, destinati a seguire il corso fin'ora segnato. Le vocals si dividono tra toni cavernosi e screaming rauchi in un duetto satanico, e al sesto minuto e quaranta veniamo sorpresi dal passaggio verso violini stridenti che creano una malevola orchestrazione, sottolineata poi da fiati e versi striscianti in sottofondo. Ecco che l'elemento avant-garde dei Nostri prende il sopravvento, creando una coda estraniante che prosegue a lungo, andando a concludere il nostro viaggio infernale.

Conclusioni

Un album che ha segnato, insieme ad altri di quel periodo, l'inizio di un movimento che ha stravolto e cambiato le regole del black metal all'inizio del nuovo millennio, pur mantenendo lo spirito e molti dei modi dei primi vagiti della seconda ondata. Se il black metal era ormai un genere entrato nelle classifiche, prodotto pure dalle major e visto come folklore, qualcosa di assimilato e non più trasgressivo, il movimento orthodox decide di ripartire ad capo riprendendo i punti più intransigenti della seconda ondata e trasformandoli in qualcosa di più approfondito e complesso, sia sul piano tematico che sonoro. Il satanismo medioevale abbracciato come forma di ribellione sociale, diventa qualcosa di teologicamente più definito, materia di studio e creazione di nere preghiere dove i modi del cristianesimo vengono invertiti, mutati, in modo da diventare celebrazioni dell'inverso, dell'Avversario. I riferimenti alla bibbia, ma anche alla cabala e all'esoterismo ebraico e cristiano diventano comuni, così come costruzioni verbali e giochi di parole che giocano con i significati; la musica pur rimanendo aggressiva e caotica, anzi andando spesso ad amplificare queste componenti, si fa anche più tecnica e avventurosa, toccando passaggi sperimentali e facendo uso di elementi esterni e campionamenti. Questi semi neri sono presenti anche in questo album, anche se rispetto alle produzioni che verranno (tanto di altri esponenti come i Deathspell Omega, quanto di Arioch stesso) qui troviamo un bilanciamento maggiore tra vecchio e nuovo, tra familiarità con il black metal scandinavo ed elementi post-rock e artistici che vengono innestati su questo substrato. Molti dei modi, dei temi, delle grafiche che diamo ormai scontate in ambito black metal vengono proprio da questi primi passi, che all'epoca incontrarono anche delle resistenze. Il movimento orthodox è dominato tanto da un suono che può spostarsi dai canoni del genere con buona pace dei puristi, tanto da un'intransigenza tematica che vede solo Satana come possibile oggetto dei temi del genere, rifiutando qualsiasi altra cosa non venga usata come metafora della divinità infernale. Non è difficile immaginare quindi le varie discussioni tra chi voleva mantenere il genere su certi canoni sonori, e allo stesso tempo mantenere un ateismo esplicito dove il blasfemo è solo immagine usata per scioccare i credenti. Una discussione questa, va detto, alla quale però i rappresentanti del (non)movimento non parteciperanno. Pochissime interviste, niente video, niente grandi anticipazioni dei loro lavori, spesso zero o scarse informazioni sui membri dei gruppi, e la pubblicazione su una serie di etichette vicine alla loro filosofia: questa la strada intrapresa dalle band che andranno inesorabilmente a caratterizzare il metal oscuro del terzo millennio, imitate da una serie praticamente quasi infinita di epigoni fino ad arrivare a tutt'ora. Nel caso dei Funeral Mist, in realtà il suono rimarrà largamente unico nei modi teatrali e declamatori di Arioch, così unici da essere difficilmente imitabili senza che la cosa si palesi, e nella sua intersezione di modi tipici del black metal svedese anni '90, e fantasie post metal/rock che verranno sempre più elaborate negli anni. "Salvation" è un fulmine nero che verrà ammirato per anni e che ispirerà diversi progetti, ma forse a differenza dei colleghi francesi già nominati, per ragioni non del tutto comprensibili data la carica tecnica minore rispetto alla loro, meno invitante all'imitazione. C'è da dire che il mondo dei Funeral Mist è qualcosa di molto personale e legato alle idee e alla personalità di Rostén, personaggio tanto taciturno e chiuso, quanto maniacale nel suo lavoro e attento ai particolari, caratteristiche che offriranno un lavoro certosino sia qui, sia con i suoi colleghi Marduk. Un viaggio che regalerà in futuro altri grandi dischi che non vivranno della semplice gloria qui raggiunta, ma oseranno ancora di più mettendo in discussione l'idea di black metal pur iscrivendosi completamente nel genere.

1) Agnus Dei
2) Breathing Wounds
3) Holy Poison
4) Sun Of Hope
5) Perdition's Light
6) Across The Qliphoth
7) Realm Of Plagues
8) Circle Of Eyes
9) Bread To Stone
10) In Manus Tuas
correlati