FUNERAL MIST

Devilry

1998/2005 - Shadow Records/Norma Evangelium Diaboli

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
01/06/2021
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Ritorniamo con il nostro appuntamento dedicato alla storia dei Funeral Mist, il progetto black metal di Daniel Rostén, conosciuto come Arioch in questa sede e come Mortuus quando opera come cantante per i Marduk. Un gruppo che è per lo più creazione del Nostro, aiutato in alcuni episodi da altri musicisti come il fido batterista Necromorbus (Tore Gunnar Stjerna), e che nei primi anni duemila ha stabilito le linee tematiche e sonore del movimento orthodox black metal. Ma siamo adesso agli albori del progetto, quando ancora i successi futuri erano lontani e il nome della band era conosciuto da alcuni appassionati della scena svedese, ma sconosciuto per il grande pubblico. A fine anni novanta il black metal è in una posizione particolare: non più un fenomeno underground legato principalmente ai fatti di cronaca della scena norvegese, anche il rappresentante più oscuro del metal estremo sembra essersi arreso alle lusinghe delle major, creando un numero infinito di epigoni e cloni delle band più famose e versioni edulcorate dalla produzione di plastica e dall'inoffensiva blasfemia sui generis, se non fantasie gotiche prive di qualsiasi valenza misantropa. E' anche però un momento in cui questa accettazione da parte del grande circuito permette sperimentazioni che contribuiscono all'evoluzione del genere e aprono nuove porte, non senza naturalmente rimostranze da parte dei puristi. I Satyricon abbandonano la loro estetica medioevale in favore di un suono dalle commistioni industrial e futuristiche con "Rebel Extravaganza", strada anticipata da alcuni momenti del EP "Wolf's Lair Abyss" dei Mayhem, che in seguito daranno sfogo pienamente a questa deriva in "Grand Declaration Of War", mentre gli Emperor approfondiscono il loro suono orchestrale con "IX Equilibrium" e gli Enslaved di "Blodhemn" si avvicinano sempre più a suoni rock e progressivi. Insomma un calderone che negli anni porterà a vari sviluppi, lanciando un concetto globale di black metal dove svariate scene presenteranno il proprio stile. Lontano però dai riflettori, troviamo anche un underground attivo ancora in quegli anni, che segue una strada diversa sia da quella della mercificazione, sia da quella dell'allontanamento dai canoni esoterici e satanici della seconda ondata in favore di concetti filosofici o astrazioni fantascientifiche; uno dei progetti sviluppatisi in questo concetto sono proprio i Funeral Mist, nati nel millenovecentonovantatré per volontà di Typhos, Vintras e Velion come una tradizionale band black metal sullo stampo dell'allora contemporanea seconda ondata scandinava e diventati da li a poco la creatura del nuovo entrato Arioch, inizialmente bassista del gruppo riamsto poi unico membro dopo la dipartita degli altri componenti. Con l'aiuto del già citato Necromorbus registrerà il demo "Havoc" e poco prima l'EP "Devilry", il vero e proprio debutto ufficiale della band, uscito inizialmente nel millenovecentonovantotto in versione limitata per la Shadow Records e ristampato nel duemila e cinque dalla Norma Evangelium Diaboli con le tracce del demo come bonus. Un disco che per la prima volta mostra lo stile particolare dei Nostri, lanciando quei semi oscuri che germoglieranno pienamente a partire da "Salvation". Ecco quindi un suono che porta lo stile svedese alle sue estreme conseguenze, con velocità devastanti e attacchi caotici derivati da un certo retaggio death metal, ma totalmente incorporato in un suono black spietato ed esaltante. Alcuni accorgimenti in studio, come l'uso di sintetizzatori ed effetti vari, anticipano quella vena sperimentale che prenderà piede in seguito, anche se qui più contenuta, mentre a livello tematico le cose sono già chiare sin dagli albori. Nel retro del cd un messaggio senza fronzoli chiarisce come supportare il black metal significhi supportare lo strupro, l'incesto, la guerra, l'omicidio, le droghe, l'oppressione, il fascismo, la corruzione, e insomma tutto ciò che è il male. Una dichiarazione che ricorda molto quelle degli inizi della scena norvegese, e che in un periodo in cui diversi artisti proprio provenienti da li cercano di tagliare i ponti con il passato e di legittimare la propria carriera, suona come un nuovo grido di guerra e rifiuto verso qualsiasi variazione del messaggio nichilista e misantropo del black metal. I testi sono glorificazioni dell'emanazione spirituale del male, ovvero Satana, adorato continuamente in versi che anticipano le nere preghiere dei lavori successivi con uno stile ancora legato a tratti più astratti e con componenti del fantastico, presentando già però non poche delle immagini e temi dove il supplizio, l'oscurità, la morte, la dissacrazione dell'umano sono la norma, e che incontreremo spesso nel futuro. Il discorso è quindi chiaro, un ritorno alla mancanza di compromessi del black metal scandinavo, ma non una sterile copia come quelle generate in quel periodo dal mercato. L'abilità nel riprendere qualcosa di familiare e di stravolgerlo in nome di una libertà artistica legittimata dalla purezza del suo messaggio tematico, musa artistica tanto della band quanto della corrente orthodox, è già tutta qui. Per Arioch non c'è molto da spiegare: tutto ciò che è usato per adorare il diavolo nel black metal è legittimo, ma solo se usato per questo. Una visione tanto settaria quanto allo stesso tempo aperta, che crea una contraddizione che, come spesso accade con il metallo nero, sarà terreno fertile per manifestazioni sonore di alto livello. Per ora, i tratti veloci e lanciati del così detto norsecore svedese incontrano alcune soluzioni vicine al modus operandi norvegese, mentre alcune intro atmosferiche regalano un minimo di narrativa cinematica che mantiene una certa atmosfera nel caos continuo. Uno spartiacque, volendo, tra quella che era la concezione precedente di orthodox black metal (ovvero qualsiasi band seguisse il suono e temi della scuola norvegese) e quella futura che verrà, consapevolmente o meno, lanciata proprio dai Funeral Mist, ma anche un lavoro che per il momento rimarrà confinato nell'underground fino alla già citata ristampa fatta a seguito del successo di "Salvation".

The Devil's Emissary

"The Devil's Emissary" (L'emissario del diavolo) apre l'EP con tratti drone e dark ambient, dove cori solenni in loop, suoni da fabbrica e campionamenti vocali inquietanti si uniscono in una trama occulta e oscura dal sapore cinematico degno di un fil horror. Incominciamo quindi già a intravedere il gusto di Arioch per l'uso di mezzi non legati agli strumenti tradizionali e alle sue abilità di produttore, pur se controllato e mai sostitutivo degli elementi più classici del black metal; ecco infatti una chitarra distorta che si unisce allo schema sonoro, portandoci all'esplosione di una sana cavalacata nera come la notte e violenta come un vento di tempesta. Doppia cassa e chitarre imapzzite ci investono con un suono frostbitten che è una garanzia in merito all'identità del suono qui ascoltato, mentre i ruggiti del cantato sono meno cavernosi rispetto a quanto avverrà in futuro, ma già pregni di quello stile demoniaco che renderà la voce del cantante svedese famosa in ambito black. Le sue parole non lasciano spazio a dubbi, inaugurando una lunga stagione di blasfemia e ferocia tematica, ancora non necessariamente legata alla rielaborazione di vere preghiere e più diretta nei suoi concetti. Egli declama come la follia divina debba essere fermata, considerata come un'infezione che è cresciuta troppo ed è diventata troppo forte. L'unica soluzione e l'Armageddon, che cancellerà ogni traccia della fede grazie all'emissario del diavolo che cancellerà il dio della misericordia. Il suono si mantiene lanciato e devastante, in uno stile di chiara fattura svedese dove il nero è contenuto in assalti veloci e letali, fermato solo da cesure secche che anticipano con dei fraseggi taglienti nuove bordate vorticanti. I figli della luce moriranno nelle torture, e se conoscono la visione del Nostro, sanno già il perché. Quello che per altri è un disastro, per lui è l'arte del suo signore. Ed ecco che l'emissario del diavolo prende in giro il dio della misericordia ancora una volta. Ritmiche martellanti e riff di chitarra distorti sottintendono alcune belle anti-melodie gelide e malinconiche, mentre improvvisi stop e riprese segnano l'inasprimento della cacofonia sonora, perfetto complemento per i versi sgolati di Arioch, che ora assume toni ancora più teatrali potenziati da riverberi. La sua narrazione descrive come ci farà implorare per avere una morte veloce, facendoci gridare come bambini, fermandosi solo quando di noi saranno rimasti gli echi delle nostre grida. Si identifica con il completo annientamento dell'essenza di ciò che è sacro, ovvero l'emissario del diavolo inviato dall'inferno con un'atrocità pura. Non ci rimane che seguire il regno dei demoni, dove il nostro odio sarà condiviso e glorificato, mentre sentiamo la nera fiamma di Satana che ci dona una forza che pensavamo di avere già, e che riempie la nostra anima vuota. Parole accompagnate da una corsa diretta verso l'oblio, che però si scontra con giochi di chitarre epici e contratti, prima di consumarsi in una follia finale. Una traccia che ci da un'immagine forse ancora acerba, ma allo stesso tempo familiare, dello stile dei Funeral Mist, qui meno sperimentale ed elaborato, e dai testi più diretti e forse grossolani, vicini a quelli del primo black metal scandinavo.

Bringer Of Terror

"Bringer Of Terror" (Portatore di terrore) ci assalta subito con un suono squillante come un allarme in loop, che perfora l'etere accompagnandosi poi a dei colpi ritmati di batteria; ecco che il tutto si converte in un attacco veloce di doppia cassa e riff circolari gelidi, sottolineati dai versi gutturali di Arioch. L'aria caotica diventa ancora più devastante, mentre il Nostro declama nuove visioni blasfeme pregne di oscuro terrore e malvagità. Le fonti della vita sanguinano, egli racconta, mentre il derelitto che chiamiamo Dio ha fallito, e sentiamo al presenza del male mentre i venti della salvezza vengono rilasciati portando il terrore con le ali stellate di Satana. Parole dalle immagini sprezzanti e descrittive, sottolineate da un suono che evoca l'inferno stesso nei suoi toni altisonanti dove uno stile caotico incontra alcune sezioni più rallentate, ma non certo dalla natura tranquilla. I versi aspri del cantante convogliano tutto il veleno del suo messaggio, che si arricchisce di ulteriori visioni allegoriche dalla natura nera. Le catene che trattenevano il diavolo vengono spaccate, e ora il trono di questo mondo non rimarrà più vuoto. Non ci verrà più data pietà, perché nessuno potrà dimenticare che adoravamo la luce, e enssuno può perdonare il puzzo delle nostre menzogne. Cascate di chitarra e batteria ci investono in un fiume in piena, creando vortici che ci trascinano in bordate taglienti brutali, mentre cesure gelide creano momenti tradizionali black metal ricchi di trame ghiacciate, pronti a esplodere in nuovi attacchi assassini. Ora sanguineremo per Gesù Cristo, e torneremo al caos senza fuga, le fonti della luce stanno svanendo e il portatore dell'alba è sulle sue ginocchia. Il Re del terrore, il malvagio, porterà le tenebre, mentre tempeste crepuscolari strappano il cuore della nostra fede. Il clima demoniaco non accenna a cessare, in una formula norsecore dominata dalla doppia cassa e dai riff circolari ossessivi che creano flussi continui su cui Arioch assume i suoi toni da demone cavernoso, in uno stile che negli anni diventerà il suo marchio di fabbrica subito riconoscibile. Siamo negli atti finali del pezzo: mai più riposeremo dalle torture subite, mentre veniamo osservati con disprezzo nella nostra debolezza umana, e sarcasticamente ci viene detto che la nostra carne verrà unita con l'acciaio delle armi, in quanto le nostre vite valgono meno del piacere dei nostri aguzzini. La conclusione vede cavalcate poderose scolpite da colpi secchi di batteria, pronti a esplodere in corse folli che si fermano all'improvviso, lasciando il vuoto sonoro.

Nightside Phantom

"Nightside Phantom" (Fantasma notturno) parte con un riffing gelido e severo dalle anti-melodie gloriose, pronto a implodere in una cavalcata da tregenda coadiuvata dai toni da orco di Arioch e da cascate di batteria veloce e combattiva. Troviamo una narrazione dal gusto medioevale molto vicina a quello della primissima ondata scandinava, dove un'entità misteriosa e malvagia ci chiama in una tenebra altrettanto indefinita, con toni da leggenda; uno stacco insomma dai tratti più apertamente feroci e blasfemi, per un elemento come detto più tipicamente d'atmosfera e "romantico" nel soggetto tematico, cosa questa che non verrà portata avanti nelle opere future. Siamo tentati nella notte lamentosa dentro la tenebra dal fantasma notturno che ci chiama con i suoi versi, non riusciamo a resistere alla sua volontà troppo forte, dobbiamo per forza riunirci con la luce nera dove esso dimora. La musica, anche se tagliente e aggressiva, lanciata in corse al fulmicotone temprate da alcune parti più controllate ed esaltanti, conserva un certo elemento evocativo perfetto per le parole qui presentate. Un vento fatto di male totale lecca la nostra pelle, e ci porta oltre ogni luce e nelle tenebre notturne, circondati dalle ombre notturne e dalla tranquillità demoniaca dell'oscurità, mentre versi distanti echeggiano nelle sale notturne mentre il fantasma notturno ci richiama nel regno della notte. Fantasie dal sapore onirico, che fanno riferimento a una sorta di viaggio astrale in una dimensione notturna dove una creatura che potrebbe essere un vampiro o uno spettro, ma che non si rivela mai, ci trascina come ipnotizzati verso un destino ignoto, che accettiamo totalmente e che anzi viene qu descritto con tratti poetici. Come detto una curiosa "anomalia" se pensiamo a ciò che verrà, e un momento che mette in luce la natura di passaggio dell'opera, ancora con forti retaggi del mondo del black primi anni novanta. I loop di chitarra ci investono di continuo con le loro trame fredde, mentre improvvise esplosioni sottolineano i passaggi chiave insieme ai toni aspri del cantato. Bordate martellanti si ripetono, andando però a infrangersi contro una cesura teatrale dove risate grottesche evocano l'entità maligna. Ecco ora giochi contratti di chitarra, pronti a delineare la ripresa dei tratti più dritti e lanciati. Una montagna russa che ripresenta i muri di chitarra e la doppia cassa spaccaossa in una delirio di metallo nero che presenta familiari cacofonie svedesi. Esse avanzano fino a un'implosione improvvisa, dove distorsioni quasi noise e feedback di chitarra vanno improvvisamente a fermare la nostra folle cavalcata.

Funeral Mist

"Funeral Mist" (Nebbia funebre) si apre con chitarre distorte dalle trame ammalianti, contornate da cimbali sospesi, ma pronte a prendere presto velocità in corse contratte da stop improvvisi dalle cesure ariose. Un gioco dalle parti molto death che chiama in causa il suono svedese dei Nostri, tradizionalmente influenzato dal metallo della morte anche nelle esternazioni più black metal e in particolar modo dai tempi schizofrenici e dalle variazioni improvvise. Qui Arioch assume toni più vicini alle grida stridenti di altre band del genere, anche se non mancano alcuni dei suoi tipici tratti teatrali e cavernosi. Egli è qui intento a celebrare il nome stesso del progetto, che diventa un'ennesima manifestazione maligna foriera di morte e distruzione. Come se fosse giunta dal nulla, essa si manifesta come nuvole di nebbia demoniaca dal gelo immobilizzante, assolutamente nera e piena di odio totale, un'ombra eterna che è anche dolore e distruzione senza fine, ovvero la nebbia funerea. Notiamo ancora una volta una narrazione piena di immagini metaforiche e suggestive, lontane dalle nere preghiere che verranno in questo caso, ma con già tracce di una certa invettiva che porterà alla trasformazione di topoi cristiani. Qui invece semplicemente continua la descrizione di questa sorta di nebbia malvagia, con connotati che possiamo definire con tendenze horror: l'oscurità totale apparirà, e la morte giacerà nell'aria, mentre la nebbia bloccherà il sole iniziando un processo distruttivo. Intanto il suono mantiene i suoi tratti contratti, regalando però anche fraseggi dalle melodie malinconiche abbastanza elaborati, presto però sommersi dal bombardamento di doppia cassa e chitarre circolari. Vediamo la tenebra che riempie il cielo, destinata a non scomparire mai, e viene evocata la potente oscurità affinché porti una notte eterna. La tempesta silenziosa del male affoga la luce divina, nata dal male e dalla furia in una nebbia funerea. Un messaggio apocalittico sottolineato ora da attacchi veloci, ora da parti elaborate dai fraseggi incredibilmente melodici, che chiamano in causa un certo gusto per elementi metal anche più classici. Intravediamo qui quel senso musicale particolare che porterà a diverse commistioni anche con tratti alternative e post rock/metal in futuro, ma per ora limitate a tratti più vicini alla tradizione heavy metal. Proseguiamo con questi motivi, poi uniti alla furia della doppia cassa, che si va a scontrare contro robuste bordate metal pronte a esplodere in cacofonie vorticanti. Tempi contratti completano una traccia mutevole che chiama in causa i primi dischi dei Marduk nella sua struttura fatta di lasciate e riprese; nella parte finale una lunga digressione segna una serie di suoni grevi, quasi doom, che si disperdono nell'etere lasciando poi spazio ad alcuni effetti in studio dal sapore sperimentale.

The God Supreme

"The God Supreme" (Il Dio supremo) ci accoglie con un campionamento vocale dal significato esplicito, dedicato al Maligno considerato come proprio signore. Sin dalle prime battute troviamo quindi una traccia che può essere considerata come il passo più lampante verso l'estetica dei Funeral Mist che conosciamo oggi, caratteristica che troviamo anche in alcune delle soluzioni vocali e di suono qui adottate. Ecco infatti che subito dopo prende piede un fraseggio rumoroso e freddo, scolpito da colpi veloci di batteria e ossessioni di chitarra distorta. I versi demoniaci di Arioch mutano tra toni striduli e altri più grotteschi e cavernosi, creando un gioco teatrale che in futuro diventerà un suo marchio di fabbrica. Largo quindi alle adorazioni verso il diavolo, in una nera esaltazione della sua figura: egli è il signore della malizia, il dio supremo, che benedice con la miseria gli idioti felici. Mentre la bestia viene liberata, streghe eccitate e mostri si riuniscono per banchettare in un'estasi eterna. Troveranno un tesoro, ma non uno fatto d'oro, di perle o di pietre preziose: si tratta della vera luce che gli altri si ostinano a chiamare tenebra. Intanto la musica si mantiene su una linea massacrante, tra riff segaossa e una batteria pesante e pestata, in un suono cacofonico che ancora non raggiunge le follie totali del futuro, ma che già presenta un certo gusto per le cavalcate caotiche. Passaggi dai cimbali ritmati generano corridoi sonori che ci conducono a esercizi dal gusto tecnico, sottolineate da versi mostruosi del cantante, che usa effetti da studio. Troviamo quindi quegli accorgimenti che accostano tratti black tradizionali e accorgimenti innovativi, in nome di una libertà sonora dettata dall'ossessione tematica del testo. Ecco poi un suono più familiare, fatto di trame fredde e drumming incalzante. I ruggiti di Arioch assumono ora connotazioni controllate, ora parti demoniache che coincidono con sessioni più contratte della musica. Riprende il testo nelle sue visioni infernali, con demoni maestosi che vengono evocati affinché sorgano dai pozzi infernali delle torture, così come il principe delle tenebre e dio supremo, che benedice sarcasticamente i cani sacri con l'agonia. Intanto i muri di chitarre e doppia cassa ci investono in vortici distruttivi pregni di nera violenza, accelerando in uno stile norsecore che assalta l'ascoltatore senza tregua, ricordando non poco i Dark Funeral e i Marduk di fine anni '90. Naturalmente alcuni rallentamenti si trovano nel percorso, permettendo addirittura un assolo distorto che si cimenta in una base sopra la quale prendono posto ulteriori violenze ritmiche e vocali. Seguiamo il percorso fino a una sorpresa improvvisa: un campionamento preso dalla colonna sonora di un film d'epoca, che chiude su queste note il pezzo. Si conferma quindi una certa natura sperimentale, che completa la natura più in linea con quanto verrà del pezzo, in uno sviluppo sonoro e tematico che in stato embrionale anticipa le avventure sonore dei dischi che verranno.

Hellspell 2

"Hellspell 2" (Magia infernale 2) è una nuova versione di un pezzo contenuto nel secondo demo dei Funeral Mist. La traccia parte subito senza fronzoli o preavviso, investendoci con muri di chitarre tritacarne e colpi veloci di batteria, in una tempesta nera votata alla velocità più folle. I versi striduli di Arioch declamano nuove esaltazioni occulte delle forze oscure e infernali, naturalmente con anche evocazioni del diavolo. Dove la tenebra cade le ombre chiamano, e mentre il richiamo brucia dentro di noi non può esserci alcun ritorno. Chiediamo al signore della notte di salvarci dalla luce, mentre suona la campana dei morti e viene lanciato l'incantesimo infernale. Poche parole per un testo conciso che evoca scenari da satanismo medioevale più che un racconto dettagliato o le più complesse preghiere nere del futuro, quindi un ennesimo esempio dello stato embrionale della band, dove i tratti familiari sono si presenti, ma ancora spesso acerbi e pronti per le prossime evoluzioni. Musicalmente la trama è diretta e distruttiva, in un insieme di doppia cassa e chitarra distorta in loop in pieno stile svedese, alternata con alcune cavalcate più ritmate dove fraseggi gloriosi creano un minimo di atmosfera insieme a ululati spettrali. Superato il primo minuto una cesura dal bel motivo annuncia una sezione più "ariosa" ed evocativa, che si dilunga con i suoi motivi fino all'esplosione di nuove cacofonie black metal. Una struttura abbastanza semplice che richiama i capi saldi dello stile svedese, ma che riesce anche a offrire quegli accorgimenti che danno una propria identità al progetto: per esempio, troviamo una nuova cesura improvvisa dove feedback di chitarra e distorsioni consegnano un'atmosfera quasi post-rock, sospesa e strisciante, in una sorta di falso finale. Prendono piede voci modificate dal fare demoniaco e dissonanze campionate, in una coda sperimentale che si consuma in una digressione dai rumori lo-fi, finale del nostro percorso.

Realm Of Shades

"Realm Of Shades" (Reame delle sfumature) è la prima delle tracce che provengono dal demo "Havok Demo II", inaugurando una serie di pezzi dalla natura più tradizionale che ci mostrano la prima forma dei Funeral Mist sotto l'egida di Arioch. I tempi sono sempre veloci, ma sono presenti più parti frostbitten dal sapore norvegese, mentre notiamo effetti più classici sulle vocals, in particolare un certo gusto per l'uso del riverbero. Un fraseggio in levare ci introduce al pezzo, salendo con le sue note notturne fino al raggiungere lo scoppio di una cavalcata da tregenda dai vortici malinconici e dai blast pestati. Come detto in precedenza il cantato cavernoso è pieno di riverbero, dando un'aria spettrale che completa i suoni più freddi ed evocativi. Le parole hanno un certo gusto sognante lontano dal satanismo spinto a cui siamo abituati, anch'esse quindi parte di uno stile più vagamente old-school che si concentra su descrizioni della natura che man mano però portano all'adorazione del male che essa rappresenta. L'inverno è come una notte eterna, che ci fa da consolazione e luce, e gli alberi nudi sono come se fossero sempre stati morti in una maledizione eterna. I sogni ci hanno mostrato morte e oscurità in una nebbia funerea, una desolazione che evoca il Reame delle ombre. Immagini spettrali e decadenti che trovano corrispondenza in un suono gelido e spietato. I loop di chitarra si uniscono a ruggiti ariosi e batterie forsennate, mentre incontriamo belle cesure fatte di chitarre malinconiche dai motivi evocativi, contornate da alcune risate dal gusto horror. Largo quindi a nuovi attacchi più veloci, che però mantengono sempre un certo gusto epico che ci trascina nei suoi movimenti. Abbiamo solo ombre, nessuna fonte di vita, come congelati in fiamme di ghiaccio, e ora evochiamo il signore delle ombre affinché giunca mettendo fine alla nostra ricerca. Sentiamo il grido silenzioso del dolore, e vediamo splendere la tenebra nel regno del diavolo in persona, un dominio divino. Intanto il fiume sonoro in piena, nero come la notte, non cessa nei suoi galoppi esaltanti, destinato a proseguire con i suoi attacchi black metal fino a una parte più contratta, ausiliare a un finale controllato carico di arie fredde, concluso con effetti in reverse.

Hellspell

"Hellspell" (Magia infernale) parte anche in questa versione con chitarre vorticanti e colpi veloci di batteria, mentre lo screaming di Arioch assume riverberi tradizionali come da stile del demo in cui è contenuto il brano. Ritroviamo anche le parole legate alle forze oscure e infernali,e le evocazioni del maligno. Sentiamo il richiamo delle tenebra dove dimorano le ombre, in un'attrazione che non prevede un ritorno dal suo viaggio, evocando il signore della notte affinche ci salvi dalla luce.La campana suona a morto, completando l'incantesimo infernale. evle  parole evocative legate all'immaginariogotico medioevale. Il suono prosegue con doppie casse e iri di chitarra taglienti. Una cesura ariosa ed evocativa crea un bel movimneto sognante, collimando poi in attacchi esplosivi dalle ritmiche folli e dalle falcate caotiche. In questa versione dopo la cesura piena di feedback di chitarra la tarccia termina, non presentando quella coda sperimentale che troviamo invece nella seconda versione del brano, mettendo in mostra un minimo lavoro di riscrittura secondo i nuovi canoni del suono dei Nostri dove si utilizzano anche elementi distaccati dalla tradizione.

Nightside Phantom

"Nightside Phantom" viene ripresentata nella sua primissima versione, dove si manifesta con un riffing severo e ammaliante, caratterizzato da una fredda ossessione che presto esplode in una cascata di doppia cassa e loop taglienti, creando una corsa nera come la notte. Si collocano qui i ruggiti di Arioch, orco feroce dai toni spietati e arricchiti da riverberi vecchia scuola, dediti alla descrizione dell'entità misteriosa e malvagia che ci chiama nelle tenebre. Rullanti distruttivi e passaggi dalle cavalcate scolpite si alternano in un suono black metal deciso ed epico, prima di darsi a folli corse da tregenda, taglienti e distruttive. Siamo tentati nella notte lamentosa dentro la tenebra dal fantasma notturno che ci chiama con i suoi versi, non riusciamo a resistere alla sua volontà troppo forte, dobbiamo per forza riunirci con la luce nera dove esso dimora. Un vento fatto di male totale lecca la nostra pelle, e ci porta oltre ogni luce e nelle tenebre notturne, circondati dalle ombre notturne e dalla tranquillità demoniaca dell'oscurità, mentre versi distanti echeggiano nelle sale notturne mentre il fantasma notturno ci richiama nel regno della notte. Il viaggio astrale in una dimensione notturna continua, la creatura che potrebbe essere un vampiro o uno spettro ci trascina come ipnotizzati verso un destino ignoto, che accettiamo totalmente e che anzi viene qu descritto con tratti poetici. I loop di chitarra ci investono di continuo con le loro trame fredde, mentre improvvise esplosioni sottolineano i passaggi chiave insieme ai toni aspri del cantato. Bordate martellanti si ripetono, andando però a infrangersi contro una cesura teatrale dove risate grottesche evocano l'entità maligna, che continua dino alla partenza di nuove cavalcate lanciate. Una corsa epica e dai movimneti ripetuti in un corso ossessivo, che prosegue fino al finale lasciato alle digressioni finali.

The Old Ones Grin

"The Old Ones Grin" (I vecchi sorridono) ci accoglie con un sample vocale filtrato sospeso su un suono greve che presto si converte in una riffing solenne gelido, scolpito da doppia cassa e blast distruttivi in un'improvvisa corsa che va a infrangersi contro cesure caotiche e versi gutturali, Ecco quindi che prende ora piede una cavalcata dissonante dove il caos nero fa da teatro per le urla aspre di Arioch, intento a raccontarci di entità che esistono aldilà dello spazio e del tempo, confinate nei reami del sogno. Notiamo in questa occasione come i brani del primo periodo dei Funeral Mist abracciano a volte anche l'immaginario letterario del horror e del fantastico, pur mantenendo un certo gusto occulto, soprattutto nel finale che palesa la natura satanica di tali esseri. Nascosta dalle spiagge dei sogni, una faccia fatta di ossa, fredda e tetra, si palesa a noi mentre evochiamo il portatore delle malattie, che arricchirà i regni con la desolazione. Gli antichi sogghignano, mentre la morte fa sentire bene il folle evocatore, che invita a lasciar cadere le armi e far vincere la morte, mentre egli torna a sorridere ancora. Visioni macabre e maligne che possono portare in mente tutto il mondo fantasy più tetro fatto di armate non-morte, come anche film di culto quali "L'Armata Delle Tenebre", sebbene qui con intenzioni decisamente più seriose. La musica si configura con muri di chitarra caotici e vortici distruttivi, presentando uno stile vicino a quello futuro dei Funeral Mist. Cavalcate ritmiche e fraseggi solenni fanno da passaggi più controllati, dove si collocano epiche anti-melodie severe e gelide dal sano gusto black metal. Ci sorprende un bel passaggio di chitarra quasi delicato e sognante, segno di una voglia di sperimentare già insita all'interno del progetto e che offre un'unione tra anima old-school e accorgimenti particolari che segnano l'identità dei Nostri. Rallentamenti doom danno un carattere progressivo al tutto, evocando i suoni mortiferi dei Celtic Frost, in un'atmosfera monolitica: ecco però un'alternanza con corse possenti che ci riportano a vortici svedesi, seguendo quei cambi di tempo dal gusto death che troveremo spesso nella musica della band. Intanto il cantante prosegue con il suo racconto a metà strada tra il macabro e l'onirico; ora la faccia senza forma dell'antico si cela nella conclusione del nostro viaggio, mentre viene evocato il signore dei malvagi affinché arricchisca la nostra anima con l'oscurità e salvi i nostri occhi dalla fastidiosa luce che vogliamo muoia e scompaia, mentre i regni vengono decorati con il sangue delle loro stesse popolazioni, e finalmente si palesa la vera identità dell'essere evocato, ovvero Satana in persona. Doppie casse e buzz di chitarra vanno a collimare con possenti bordate thrash, dandosi poi a folli corse lanciate nella fredda notte fino alla conclusione improvvisa segnata da una digressione che lascia posto a sample vocali rarefatti e minimali.

Conclusioni

"Devilry" si presenta in questa forma come la perfetta rappresentazione dei primi passi dei Funeral Mist come li intendiamo oggi, ovvero la creatura principalmente seguita da Arioch nel suono e nei temi. Un punto di passaggi tra i modi e i suoni del primo black metal scandinavo e le soluzioni più caotiche e feroci dello stile adottato dalla band a partire da "Salvation" in poi, presente in forma leggermente diversa nei brani principali di quello che all'inizio era un EP, e quelli derivati dal demo "Havok Demo II" aggiunte in seconda battuta. Nei primi infatti troviamo ormai una vera e propria proto-forma degli inni satanici votati ai tempi folli e alle strutture irregolari che renderanno famoso il progetto come capostipite dello stile orthodox degli anni duemila, mentre i secondi presentano una preponderanza di topoi più familiari e legati al black metal dei primi anni '90. Si tratta anche di un interessante studio della particolare storia del progetto, nato inizialmente senza la presenza di Mortuus e in seguito ereditato da quest'ultimo sotto una forma diversa. Se infatti il primissimo vagito "Darkness" è a tutti gli effetti il figlio di un altro progetto, tra tastiere spettrali e suoni che smebrano usciti da un album norvegese della seconda ondata, nel secondo demo dove il Nostro prende le redini si intravedono quei minimi elementi sperimentali che faranno sempre più al differenza con il tempo. Un suono quindi che suona come un calderone di idee e momenti diversi in un rito di passaggio che definisce i modi e l'estetica della "seconda stagione" dei Funeral Mist. L'uso di sample, i vortici caotici, i passaggi irregolari, s'innestano gradualmente e in modo abbastanza organico tra i tratti più classici, in un'evoluzione graduale che non presenta forzature e non perde mai di vista le radici black metal del suono proposto. Questo ci dimostra come la particolarità del suono della band sia nata spontaneamente con il tempo in seno alla figura di Arioch, personaggio allo stesso tempo fedele fino all'estremo alla filosofia satanica e nichilista del black metal più intransigente, ma musicalmente curioso e portato allo sperimentare in studio con soluzioni originali. All'epoca in pochi fuori dall'ambito underground si accorsero di questi progetto così particolare, lontano sia dai semplici cloni dei Darkthrone fatti in serie di quegli anni, ma anche dalla corrente avantgarde che esplorava sempre più i confini sonori e tematici del black metal, uscendo anche da questi confini stessi. Ma i primi semi vennero lanciati, e come è stato dimostrato poi nei lunghi tempi di distanza tra un lavoro e l'altro, il progetto esisterà in un proprio tempo anche per quanto riguarda la gestione e la creazione dei propri lavori, e della prpria fama. "Salvation" sconvolgerà un mondo black metal che all'inizio degli anni duemila sentirà il bisogno di ritrovare una propria anima underground lontana dai prodotti iper-prodotti e innocui ormai in mano alle major, ma senza scadere nel circolo vizioso della ripetizione a oltranza di suoni lo-fi fermi a un eterno millenovecentonovantatré che non arriva da nessuna parte. Non solo un suono quindi, ma anche un trovarsi al posto e al momento giusto con esso, sicuramente. Ma qualsiasi accusa di artificiosità o decisione a tavolino cade subito davanti al suono e ala gestione del progetto da parte di Arioch, che non ha mai suonato con esso dal vivo, e come detto non ha mai capitalizzato su di esso con uscite ravvicinate tra di loro prive di rischi. Anzi, "Maranatha" verrà attaccato da non pochi fan della prima ora per quegli esperimenti che incorporeranno ancora di più elementi esterni nel saldo black dei Nostri, e pur riscontrado un accoglimento più caloroso il successivo "Hekatomb" non sarà un completo dietrofront rispetto a essi. Coerenza, libertà artistica controllata però da una decisa visione del proprio suono, propri tempi e modi, caratterizzeranno tutta la carriera di quella che rimarrà l'emanazione più diretta e meno filtrata del Arioch-pensiero su quello che secondo lui dovrebbe essere il black metal oggi; e come detto i primi segnali di tutto questo si trovano già in "Devilry", dimostrando una visione ben chiara sin dagli albori. Un disco che in questa forma ci permette sia di godere di un suono già interessante e prodotto come pochi dischi nel genere, ovvero evitando sia suoni di plastica, sia la bassa fedeltà anacronistica, sia di un percorso filologico che mette a nudo l'essenza dei Funeral Mist.

1) The Devil's Emissary
2) Bringer Of Terror
3) Nightside Phantom
4) Funeral Mist
5) The God Supreme
6) Hellspell 2
7) Realm Of Shades
8) Hellspell
9) Nightside Phantom
10) The Old Ones Grin
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