FUNERAL MANTRA

Afterglow

2015 - Sliptrick Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
20/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Ci addentriamo stavolta nell'underground italiano per parlare di un'ottima band romana autrice sino a questo momento di un demo ("Demo 2013") ed un full length, oggetto della recensione attuale ("Afterglow" del 2015). Loro sono i Funeral Mantra, e la loro proposta è di base uno stoner/doom unito ad un humus hard rock capace di rendere il loro prodotto pesante e dinamico quanto basta. Se di base quanto partorito dai nostri si può riallacciare a nomi da loro stessi citati come influenze primarie ( in primis Cathedral, Spiritual Beggars e Kyuss, ma anche - inevitabilmente - i Black Sabbath), un certo modo di gestire le strutture e la voce del singer Simone "Dude" finisce per creare parallelismi (non eccessivamente ingombranti a dire il vero) con i Black Label Society di Zakk Wylde. In particolare il secondo elemento - la voce - presenta molti punti di contatto con quella del mastermind dei BLS, proponendosi come una valida alternativa a quest'ultima, usata però su strutture più personali che evitano il citazionismo (o addirittura il plagio) della band sopra citata. Potremmo dunque definire i nostri, volendo, una creatura che partendo da un ibridame tra i BLS (di cui i nostri mutuano quel tanto che basta) e gli Spiritual Beggars, i Kyuss e molti altri protagonisti del panorama Stoner e Doom. Più stoner che doom, e pure particolarmente "elettrizzato", tanto che le strutture messe in piedi sono degli autentici cingolati capaci di demolire case, e i riff  creati risultano indescrivibili terremoti che riescono a farci sobbalzare ad ogni istante. Certo è inopportuno scomodare paragoni con i maestri sopra citati, che sono - e restano - intoccabili. Ben ricordo l'impatto che due celebri capolavori dei Kyuss ("Blues Fot The Red Sun" e "Welcome To Sky Valley") hanno avuto sul sottoscritto al primissimo ascolto (parliamo di due album che, a parte l'originalità per l'epoca, sono autentici fiumi in piena, cataclismi capaci di rovesciare le montagne). Dunque è meglio avanzare parallelismi piuttosto che paragoni, sapendo bene che per qualsiasi "new entry" è difficile -se non impossibile- ambire a detronizzare certi mostri sacri, considerando anche, come specificato poc'anzi, che a parte la bravura, certe icone possono farsi vanto di essere state le "iniziatrici" o comunque le "innovatrici" di un determinato genere. E logicamente, se si fa il nome dei Kyuss, si parla di coloro che hanno inaugurato a tutti gli effetti lo stoner, dunque parliamo di personalità provviste di una forte carica innovativa e propositiva; come fu nel passato per, nomi a caso altisonanti, Bathory (fondatori del Viking e del Black come lo conosciamo oggi; il cosiddetto Black Metal "seconda ondata", ben diverso dal cosiddetto proto-black), dei Death (tra i padri sia del Death Metal che del Technical Death), dei Meshuggah (djent) etc. Non allungo la lista perché l'argomento di oggi non è la filologia del metal, ma comunque immagino che il concetto sia chiaro. Dunque, per ritornare a quanto dicevo poc'anzi, i nostri Funeral Mantra vanno valutati in base alle loro abilità -che assolutamente non mancano- e alla capacità di intrattenere -e non manca nemmeno questa- piuttosto che effettuando paragoni con altre band considerabili come numi tutelari. E, come accennato, i nostri risultano vincenti sia dal lato delle abilità specifiche (strumentalmente, vocalmente) sia nella capacità di tenere calamitata l'attenzione dell'ascoltatore lungo i quasi cinquantadue minuti di durata di questo primo parto. Cosa non molto semplice, considerando che nell'epoca del file sharing la maggior parte degli ascolti possono essere fugaci e non lasciare il segno. Qui invece l'attenzione non scende mai, e anzi, dopo un primo ascolto viene subito voglia di risentirsi il disco. Il che dimostra una bravura indubbia da parte della band, considerando che altrove (e parlo di altre band, considerando che sono molti ad aver pescato a man bassa dagli stessi maestri), riproposizioni pedisseque del sound dei propri numi, o di un mix di sonorità mutuate sempre e comunque dai nomi storici dei propri generi di riferimento, ha suscitato noia, sbadigli, scarso interesse. Dunque, prima di una breve, sintetica bio dei nostri, e molto prima delle "considerazioni finali" che riassumono il mio giudizio, già mi esprimo a favore di questo interessantissimo parto, notevole ventata di aria fresca in un panorama stoner/doom che, se si muovesse sempre su simili coordinate di eccellenza, non rischierebbe mai di stagnare. Ora, prima di buttarci a capofitto sula nostra inevitabile disamina "track-by-track", diamo uno sguardo a chi sono i nostri, al loro percorso etc. I Funeral Mantra nascono nell'ottobre del 2010, incominciando a suonare pezzi di Black Sabbath, Spiritual Beggars e Kyuss, come già accennato. Nei primi 4 mesi del 2012 iniziano le prime esperienze live come Spiritual Beggars tribute, situazioni che portano i Mantra a suonare un po' ovunque sia a Roma (locali come il "Closer", il "Jailbreak") che nei dintorni ("Porky's", "Dissesto Musicale"). Nella primavera 2012 arriva alla batteria Adriano ZioNano, drummer esperto, ed il sound diviene più pesante. Nell'autunno 2012 Roberto Randy, virtuoso ammiratore di Randy Rhoads e Zakk Wylde, sostituisce G alla chitarra. Con questa formazione arrivano le prime idee concrete per pezzi propri, con influenze che spaziano da BLS e Black Sabbath ad Orange Goblin, Sasquatch, The Sword, Kyuss, Down, etc. Nel febbraio del 2013 Daniele lascia la band ed alla voce arriva Simone Dude. La band, stabilizzatasi, comincia a proporre pezzi originali dal vivo e registra, nel novembre 2013, il primo 4-track demo in studio. Nel febbraio 2014 Marco Karonte sostituisce Adriano dietro le pelli. Con questa formazione prende vita il primo full-length, "Afterglow", registrato tra maggio e giugno 2015 che esce il 26 novembre dello stesso anno sotto l'egida di "Sliptrick Records". Il sound dei nostri, come già accennato in precedenza, è un massiccio connubio tra heavy e stoner, all'insegna delle sonorità old school, mentre i testi sono piuttosto variegati nelle tematiche trattate: introspezione, morte-reincarnazione ed atmosfere sognanti. Detto ciò, a chiusura di questa prima parte introduttiva, dopo aver detto la mia sul parto in questione (sul quale tornerò comunque a fondo pagina) e dato un breve spaccato sulla band, non posso fare altro che ripetere come il disco in questione meriti sicuramente almeno un ascolto. Per iniziare, perché sono sicuro che un disco del genere saprà fare breccia nel vostro cuore rockeggiante. Un parto simile, messo in piedi da quattro musicisti con i fiocchi (senza contare la partecipazione di Daniele "Kamo" degli Helligators in veste di guest star) e un cantante con un martello pneumatico a posto dell'ugola, non potrà di sicuro lasciarvi indifferenti. Diamo dunque il via alla consueta analisi track by track.

Soulstice

Apre le danze "Soulstice (Solstizio dell'Anima)", strumentale di un minuto abbondante (01:09). La partenza, in fade in, rivela ben presto suoni cupi, grevi, bassissimi. Poche note di chitarra lasciano presto spazio alla voce, anch'essa molto bassa, del singer.

Dimension Onward

Poche parole dimesse si spengono quindi nel vuoto, lasciando spazio a "Dimension Onward (Un'altra dimensione)". Il primo vero brano del lotto si apre con un giro di chitarra granitico, possente, nudo (niente batteria nei primi secondi a supportare il mastodontico cesello di chitarra). La batteria si inserisce verso il decimo secondo, molto essenziale dapprima, quindi più decisa. A quarantatre secondi circa parte anche la voce, confermando quanto asserivo nell'introduzione: le similitudini con il celebre leader dei Black Label Society (Zakk Wylde) si sprecano, ma nonostante ciò si ha anche un discreto fattore "personalità", grazie a modalità espressive più irose e furenti. Il riffing si mantiene incalzante, ma non veloce (il brano rientra quasi totalmente in modalità mid-tempo. Il perchè di questo "quasi" lo vedremo poi) fungendo da supporto adeguato alla voce stentorea del singer, con poche variazioni di sorta. A un minuto e quattordici il refrain, molto melodico, reso comunque particolarmente possente dall'impostazione vocale, sempre carica di encomiabile grinta. Una grinta che non cessa mai di stemperarsi, e, anzi, verso il minuto e sedici ci colpisce con un growl animalesco assolutamente adiacente alle modalità espressive del vocalist. Un growl non eccessivamente brutale (siamo lontani da certe modalità espressive più consone al death. Niente "risucchi di lavandino" o "inhale") ma perfettamente funzionale per aumentare il climax nell'andamento vocale. A un minuto e quaranta - e dunque al termine del refrain -  si ricomincia su un tappeto ritmico già collaudato nel primo troncone del brano. Stesso rifferama e stesso modo di gestire le vocals: iraconde, incazzatissime, sino ad una nuova ripetizione del refrain, brutali nell'esibizione - di nuovo - dell'animalesco growl. A due minuti e trentasette, quando credevamo di aver "capito" tutto del brano facendoci cullare dal suo andamento su tempi medi, un accelerazione sconquassa repentinamente la tessitura del brano. Una "velocizzazione" di misura -non aspettiamoci tempi "speed", anzi, si rimane in un ambito particolarmente granitico, solo con più dinamismo rispetto a quanto ascoltato in precedenza- che riesce a donare un gran vigore al pezzo, già bello carico per conto suo. A tre minuti e tredici subentra un riffing assassino, molto heavy (ma se vogliamo esagerare direi addirittura heavy/thrash), dapprima in solitario, quindi degnamente accompagnato dalla batteria, e dal growl ferino del vocalist, destinato a mutarsi repentinamente in un apparato vocale fiero e "bellico". A tre minuti e cinquanta un solo guitar serpeggiante, isterico si inserisce come una baionettata nel tessuto corazzato del brano, regalandoci ancora momenti di pura goduria. Quindi una nuova ripetizione del refrain ci accompagna egregiamente alla fine del pezzo, notevole, assolutamente di eccelsa caratura. Per ciò che concerne il testo, come lascia presagire il titolo ("Dimension Onward", traducibile con "Altra dimensione", o anche "Dimensione aldilà"), trattasi del lungo percorso di autoconsapevolezza del protagonista, che per gradi, passo dopo passo, si allontana dal concetto di "dimensione terrena e mortale" per confluire in una sorta di dimensione superiore, una "Shangri La" mentale, un luogo ove regna la perfezione. Si parla nel testo di "vari mondi" a cui il protagonista, allontanandosi dal nostro (non è difficile capire che l'allontanamento è metaforico, dato che si tratta di un viaggio dell'anima) si va gradualmente approcciando. Ma nell'effettivo il riferimento è a un'unica realtà superiore, una sorta di "raggiungimento del Nirvana", la metafora del baco che dopo lo stadio di crisalide abbandona il suo essere imperfetto per mutarsi in una leggiadra farfalla ("Guardando verso il domani,/ con gli occhi di ieri../ mi muovo attraverso queste dimensioni,/ focalizzandomi sul presente./ Ogni passo che faccio mi allontana da questa vita effimera./ Approcciandomi a vari mondi,/ finalmente capisco../ la mia vera anima si espande./ C'è così tanto oltre quel che vediamo,/ vi è un presente parallelo al nostro.").

Gravestone Reveries

Un riff corazzato apre "Gravestone Reveries (Fantasticherie Cimiteriali)", terzo brano del lotto. Un rifferama rallentato e muscolare presto ulteriormente corazzato (00:25), cinque secondi prima dell'entrata in scena della voce, ancora possente di Simone "Dude" Cacace. Le trame si mantengono belle toste, con il lavoro di chitarra subentrato dal venticinquesimo secondo - granitico! - ben supportato da una batteria incalzante. I ritmi sembrano attenuarsi verso il cinquantasettesimo secondo, verso il refrain, per dar spazio a brevi ceselli di chitarra più melodici intervallati al solito dalla voce stentorea del singer. A un minuto e ventuno si ricomincia con il precedente riff corazzato, in un frangente destinato a procedere sulla falsariga del precedente. Verso il minuto e cinquantuno ancora il refrain, melodico, più "morbido" rispetto al resto della tessitura. A due minuti e venti la voce si spegne su note molto basse che confluiscono in una parte più atmosferica. La voce riprende presto il suo incedere, stavolta molto pacata, dimessa. A due minuti e cinquantacinque abbiamo un gustoso assolo di chitarra, un cesellamento molto pacato che segue la "scia atmosferica" di questa nuova parte. Ad accompagnarla, in veste di pacati comprimari, una batteria molto dosata e il suono del basso, lontano e non invasivo. Allo scoccare dei tre minuti e venti la chitarra impone suoni più corazzati e magniloquenti, epici nell'incedere, gestiti su note basse e allungate. Su questo cesellamento si frappone la seconda chitarra con arzigogoli melodici, di gran gusto, non dimentichi del piglio pregno di epos della prima chitarra, ma prive dello stesso gusto imperioso. Serpeggianti, baluginanti nel loro incedere, capaci di donare alla tessitura in fieri un sottile flavour malinconico. A quasi quattro minuti ci si apre verso un nuovo cesellamento di chitarra ancora una volta magniloquente, ma al contempo venato di sottile mestizia. Questo viene ripetuto diverse volte prima che, a quattro minuti e ventidue si ricomincia sulla scia di un rifferama corazzato memore di quanto udito nella prima parte. E si ricomincia qui in un frangente destinato a proseguire sulla falsariga di quella prima parte già indicata, che confluisce ancora una volta nel melodico refrain di cui sopra, che va a confluire in un ulteriore ottimo solo guitar che ci porta gradualmente alla fine del brano. Per quanto riguarda le liriche del brano, stavolta ci troviamo di fronte ad una "fantasia" del protagonista. Questi immagina diversi accadimenti in una notte al chiaro di luna, diverse apparizioni che rendono il contesto "magico", "fatato". Orme di essi ignoti emergono nella nebbia, sagome angeliche, o fatate danzano illuminate dal lucente satellite terrestre, voci ignote fanno capolino della mente annebbiata del protagonista. E questi ripensa ai mille volti visti e ritratti di figure a lui familiari. Riemerge il concetto del "viaggio" inteso in senso ampio: un viaggio dell'anima agognato da questi ma che qui viene definito come impossibile da intraprendere. Ancora una volta la volontà di viaggiare, dunque, ancora il tentativo di lasciare questo mondo immanente a favore di una dimensione trascendente a lui più consona. Che però, a giudicare dal testo, finisce per essere niente più che una fantasia ("Emergono orme attraverso la nebbia,/ la luna piena, questa notte, è la mia sposa./ Argentee sagome danzano tutte intorno,/ rapite da una silenziosa malinconia./ Battiti dimenticati si risvegliano nel mio cuore,/ voci distanti, lasciate indietro../ Sotto questa terra risiede il mistero di quei giorni che furono./ Ho visto mille volti,/ mille ritratti ho dipinto, in solitaria./ Voglio solo raggiungere un porto sicuro../ Non posso più intraprendere questo viaggio./ Il silenzio sovrasta le voci,/ lascia che i sospiri tocchino la tua anima..").

Brainlost

La seguente "Brainlost (Pazzia)" viaggia, rispetto alle sue dirette precedenti, su binari più consoni al sound dei Black Label Society. Stavolta dunque sonorità più inclini ad un hard rock pompato di testosterone sovrastano le tessiture già udite, maggiormente in odore stoner/doom. Un serrato gioco di batteria da il via al brano. Niente chitarre, ne basso, solo la batteria, nuda, con il suo tamburellare nervoso. A dieci secondo si inserisce a dovere un riffone ribassato, di quelli che ci hanno già fatto godere all'eccesso nei brani precedenti. Un riffone che si unisce alla batteria in un gioco univoco e gemellare. Sembrano procedere di pari passo come un elefante e la sua ombra (e non a caso cito tale mastodonte). Uno stop del gioco chitarra/batteria da il via al vocione del singer (ventisettesimo secondo). Quindi la chitarra riprende pesantemente piede coadiuvata dalla batteria, e si ritorna ad asfaltare tutto con il precedente rifferama corazzato. Al quarantaquattresimo secondo, senza variazioni degne di nota, subentra la voce, stentorea, a supportare la texture quadrata gestita in mid tempo sullo sfondo. A un minuto e due il ritornello, molto melodico, che stempera la tensione asfissiante del brano e gli dona un certo epos. A un minuto e ventotto, al termine del refrain, uno stop ci riporta in breve alla tessitura cementificata precedentemente udita (quella della precedente strofa pre-chorus). A un minuto e quarantasei ancora il refrain, quindi un tamburellare nervoso della batteria ci porta verso sentieri più mesti, che stemperano la precedente architettura pregna di alterigia. La texture rimane quadrata, ma si "assottiglia"a favore di un mood più atmosferico e rallentato. Questa parte centrale si muove tutta su coordinate belle lente, funeree, tristi, che possono con un po' di fantasia riportare alla mente anche certe soluzioni à la Type O Negative, in un'alchemica fusione con i soliti Black Label Society. E volendo esagerare ci metterei anche qualcosa dei Soundgarden (un po' del periodo "Badmotorfinger", un po' dal periodo "Superunknown"). A tre minuti e diciassette si ricomincia su coordinate veloci, inaugurate da un bel solo guitar a tre minuti e ventisei. A quattro minuti ci rincanaliamo nella texture principale, granitica ed arrembante, hard rock ma fortemente vitaminizzato. Ancora una volta introspettivo il testo del brano, stavolta inerente alla follia crescente del protagonista. Questi si rende conto che la sua mente, labile, sta avendo un serio crollo: pensieri riguardo il suo passato, ricordi possibilmente funesti, lo portano verso un crescente annebbiamento mentale. La realtà circostante, a causa della follia sopraggiunta, inizia ad essere deviata, incomincia ad avere connotati profondamente differenti. E il protagonista, stranamente, arriva a bearsi, a godere della cosa ("Dov'è la mia mente?/ Ricordi infranti, prendono il controllo../ Non una vita, ma attimi di panico./ Ricordi infranti che prendono il controllo./ nulla da cambiare, nulla da cancellare,/ Ricordi infranti, che mi portano fuori strada./ Nulla sembra più lo stesso,/ sto impazzendo..."). Uno status quasi di lucida follia, come se il Nostro fosse consapevolissimo di quel che accade e per questo si fosse rassegnato in precedenza. E' purtroppo indirizzato verso la deriva totale, sembra non dispiacersene affatto ed anzi, come un telecronista elenca ogni step, ogni passo che lo porta ad abbracciare questa nuova ed assurda realtà.

In These Eyes

La quinta traccia "In These Eyes (In questi occhi)" inizia con un riffone che più Kyuss non si può, torrido e reiterato.  La voce si inserisce al trentesimo secondo seguendo l'andamento dinamico del riff, e rallentando al calare della velocità imposta dall'ascia. Al minuto e diciotto riprendono dinamismo sia la voce sia il rifferama di base, per poi calare nuovamente d'intensità al minuto e trentaquattro. A due minuti e cinque la texture confluisce in un frangente più evocativo sorretto da un granitico giro di chitarra che presto si incanala in un ottimo solo guitar di grande spessore melodico e carico di un indescrivibile epos. Vi è qui un gemellaggio tra la chitarra ritmica e quella solista: la prima con un rifferama reiterato allo spasmo a fungere da supporto alla seconda, molto armoniosa. A due minuti e cinquantacinque ritorniamo insano alle coordinate portanti, con il riffone di base soggetto a accelerazioni e decelerazioni seguito puntualmente dalla voce. A tre minuti e cinquanta una ripetizione del riff sentito a due minuti e cinque ci porta alla fine del brano. Testualmente ci si trova ancora una volta di fronte ad un testo particolarmente introspettivo, solo in un'altra accezione rispetto a quanto sentito e letto in precedenza. Non abbiamo più a che fare con viaggi dell'anima - effettuati o agognati - ne con i profondi moti dell'anima del protagonista in preda a un insanabile malattia mentale. Qui si parla di dolore, un dolore mentale dato ancora una volta - come nel testo del brano precedente - da un passato costellato da avvenimenti funesti. Il protagonista infatti si perde in una riflessione sulle proprie ferite psicologiche, definite metaforicamente "ferite sulla propria pelle" (ma è chiaro che si tratta di solo di una analogia), rammentando di quanto sia stato forte, di quanto sia tutt'ora forte e capace di sopportarle nonostante il dolore non abbia cessato con il tempo di essere acuto, insopportabile. Un dolore camuffato grazie a sofismi, a "maschere pirandelliane" che hanno occultato qualsiasi ferita ma possibilmente il suo lato nascosto più fragile e ora inaccessibile ("Ho percorso questa strada per così tanto tempo,/ ho conosciuto il dolore../ ho capito come essere forte./ Capisco e realizzo../ Sulla mia pelle sopporto le ferite del peccato,/ nascoste nel profondo./ Questa maschera che ho indossato,/ ancora è visibile,/ in questi occhi..").

Funeral Mantra

La sesta "Funeral Mantra", traccia eponima, inizia con una parte atmosferica che ricorda i canti armonici tibetani. Un secco strimpellamento alla chitarra, presto seguito dalla batteria armonizza le atmosfere iniziali portandoci gradualmente al brano vero e proprio. A quarantadue secondi il brano ha effettivamente il via, scortato da un riffing cupo e da un incedere maestoso di batteria. A quasi un minuto si inserisce anche un pregevolissimo solo guitar capace di dare più spessore a questa prima parte. A un minuto e dieci la tessitura, che sembrava stesse prendendo corpo in maniera particolarmente vigorosa, si stempera placandosi in un giro più mesto coadiuvato solo da moderati rintocchi di batteria. A un minuto e ventidue subentra la voce. I ritmi tornano vigorosi, scortati da un riffing molto carico, granitico. Non si eccede assolutamente con la velocità, rimanendo sul mid tempo. Abbiamo sin qua, dunque, una struttura assestata su modalità granitiche ma non estremamente aggressive, piuttosto cariche di un certo spleen. Si coglie una certa carica ansiogena, evitando però di eccedere in aggressività, a favore di ritmi più distesi. Granitici ma "asfissianti", seppur particolarmente godibili. A tre minuti  e quindici coglie totalmente di sorpresa un'accelerazione che incrementa il tasso testosteronico del brano. Un accelerazione estremamente azzeccata che partendo da un riffing serratissimo vede subentrare anche un nuovo solo guitar letteralmente da pelle d'oca che si sovrappone al gioco della chitarra ritmica in un connubio spettacolare. A quattro minuti e mezzo si torna sulle coordinate di base, in seno a quella tessitura già ascoltata dal minuto e venti in poi. Si rimane su queste coordinate sino alla fine, con un protagonismo della chitarra ritmica al quinto minuto, e un nuovo subentrare della solista a circa cinque minuti e un quarto. Molto "stoner" il testo del brano, ancora una volta apogeo dell'introspezione, ma al contrario di quanto sentito nel brano precedente (ferite psicologiche da nascondere, maschere pirandelliane), qui si ritorna a parlare di "distacco" del corpo dall'anima, di "viaggio" inteso in senso mentale, di "oblio". Il testo a dirla tutta sembra un "bad trip" in seguito all'uso di peyote: uno di quei viaggi dell'anima stimolati da allucinogeni che dovrebbero portare a una totale autoconsapevolezza del "se", ma che invece finiscono in un trip negativo portando il protagonista in un inferno psicologico. Il protagonista infatti si prepara per un "viaggio dell'anima" (un' "immersione" come la si definisce nel testo), respirando l' "incenso della pazzia" (non ci è dato sapere se sia una metafora, se si parli di droga da sniffo, o quant'altro) e conseguentemente finisce nel calmo mare dell'oblio. Quindi, riflettendo - tra le altre cose - su coloro che "non verranno", si accorge che sta gradualmente sfiorando la follia. Quindi, quelle che possibilmente sono voci di elementi terzi avvertono che il suo corpo sarà presto prosciugato, e che presto sarà consunto dai vermi ("Parole magiche sussurrate appena,/ che ti aiutano ad affondare nella luce oscura./ Respira intensamente l'incenso della pazzia, prepara la tua anima all'immersione./ Calmo mare dell'oblio,/ nessun pensiero, nessun grido../ tutto ciò che dovrai fare è Esistere./ Il dolore è per coloro i quali non verranno../ sto forse impazzendo?/ Presto il tuo corpo sarà prosciugato,/ per noi rimarrà soltanto una lapide su cui piangere.").

Parsec

La settima traccia, "Parsec" inizia arrembante, veloce, carica di un dinamismo che la precedente traccia aveva in parte abbandonato (solo in parte considerando la stupenda accelerazione centrale). La partenza è da subito schiacciante, con un riffone veloce e cingolato capace di farci subito sobbalzare dalla sedia. A ventidue secondi subentra anche la voce a fare da contraltare al riffone serrato e alla dinamica batteria. Il brano sembra procedere lineare su queste coordinate senza particolari variazioni di sorta, una scheggia impazzita destinata a colpirci come una baionettata nello stomaco, ma leggermente imbevuta di quell'acidità stoner destinata a serpeggiare quasi invisibile nella tessitura ferocemente hard rock del brano. A un minuto e mezzo ci colpisce un rallentamento inatteso: se ci si aspettava che il brano proseguisse su queste coordinate senza particolari variazioni ci si sbagliava di grosso. Il brano infatti, dopo un inizio incalzante vede stemperarsi in questa nuova parte, più greve e mastodontica, ancora di reminiscenza stoner/doom, sorretta da un riffone megalitico decelerato, e dalle vocals belluine del singer, sempre astiose ed energiche.  A quasi due minuti e mezzo subentra un solo guitar di notevole gusto, caldo, melodico ed aggraziato, che ci porta ai tre minuti e sedici, ancora una volta, in seno alle trame di partenza, dall'incedere implacabile. Veloci e trituranti. Si prosegue dunque su queste coordinate sino alla fine, che arriva oltrepassati i quattro minuti (a quattro minuti e sedici, per la precisione). Il testo si ricollega idealmente al leit motiv di tanti brani affrontati sino a questo momento: ancora una volta il tema portante è il viaggio "trascendentale", il viaggio dell'anima, il distacco dal proprio essere di un corpo astrale. Il protagonista, ora sottoforma di pura essenza, ha raggiunto piani cosmici superiori, e talmente la sua essenza si è concretizzata, o rarefatta, in qualcosa di assoluto, che egli stesso arriva a credersi una autentica divinità, come si evince dal passaggio che dice testualmente "Ho vagato fra le galassie che ho creato". E' palese che solo un essere paragonabile a Dio, o a un'entità superiore, ha la facoltà di dare vita a manifestazioni cosmiche ("Sono seduto qui, quanti anni luce sprecati../ colma la distanza, vivi un altro giorno./ Sono lontano un parsec./ Mi muovo fra i vari luoghi,/ continuando questo gioco miserabile../ E' sempre lo stesso, cambiano solo i nomi./ Sono presente, ma sono distante."). La distanza sembra comunque un elemento atto a qualificare sia il nostro come essere superiore, sia come sofferente per la solitudine. Il fatto di non riuscire ad immedesimarsi nella vita di tutti i giorni, in ciò che la muove / alimenta, è difatti grande motivo di sofferenza per un protagonista che sembra riproporre un'ideale "romantico" di diversità: quello di una persona che, per sensibilità e capacità, è lontana anni luce dal trambusto borghese pur facendovi parti; e che, proprio per questo, si ritrova ad essere avulsa alla realtà che vive. Orgoglioso di non farne parte.. ma dispiaciuto e torturato dalla solitudine. Dissidio molto frequente in anime particolarmente "elette".

Counterfeit Soul

Si continua con l'ottava traccia, "Counterfeit Soul (Anima Contraffatta)", che inizia con un variegato gioco alla batteria, presto addizionata ad un pregevole cesello di basso. A venti secondi si inserisce anche la chitarra solista -con dei lirici vagiti di notevole gusto- presto raggiunta dalla chitarra ritmica in un gioco possente e reiterato. A quaranta secondi, nella struttura ormai assestata, si inserisce anche la voce del singer, con la sua solita carica imperiosa. La struttura prosegue per non molto sulle coordinate messe in piedi gradualmente per poi variare leggermente in concomitanza del refrain e divenire meno serrate e più "melodiche". A un minuto e tre si continua sulla scorta di ritmiche serrate e cariche di epos, grintose e cariche di emotività, capaci di far sbattere incessantemente la nostra testa. A un minuto e cinquantadue ancora il refrain, melodico ma supportato al solito dalla voce energica del vocalist. A due minuti e un quarto vi è un protagonismo della chitarra ritmica che si impone con il suo riffone estremamente carico e ridondante, da far venire la pelle d'oca. A due minuti e trentatre il brano inizia gradualmente a decelerare, sino a quando, ai due minuti e quarantacinque, ci si incanala in un frangente più atmosferico, gestito da singulti di chitarra solista, dal basso e pochi, sparuti colpi di batteria. La voce torna ai tre minuti e ventiquattro, molto mesta, in perfetta assonanza con la struttura di fondo, ora pregna di una inestricabile tristezza. Una tristezza che allo scoccare dei tre minuti e cinquantuno si trasforma in rabbia, attraverso un urlo belluino capace di svegliare i morti. E qui le coordinate tornano ancora una volta granitiche, non veloci ma belle cingolate, quadrate.  A quattro minuti e quarantasei torna la voce imperiosa del singer a supportare tali trame cementificate. Allo scoccare del quinto minuto il brano ci regala un nuovo assolo di chitarra, ancora una volta gemellato ad un egregio lavoro di ritmica sullo sfondo, che presto prende il sopravvento e nell'arco di non molto ci riporta in seno a trame dapprima più veloci, e quindi ancora una volta quadrate e corazzate. Il testo si mantiene sulla linea della presa di coscienza dell'autoconsapevolezza: il protagonista si rende conto di essere parte del cosiddetto "noumeno", e tutto quel che lo circonda rientra nel campo del "fenomeno" (concetto antitetico al noumeno). Il protagonista si identifica con il concetto stesso di verità, ha consapevolezza dei "demoni" che lo circondano e si fa da loro guidare. Non è un testimone passivo di questo alto concetto, ma lo usa come strumento per cambiare la realtà in cui è immerso, contrariamente a certe metodologie di pensiero (prendiamo ad esempio Schopenauer) in cui si può prendere consapevolezza - anche solo teoricamente -  di un mondo immerso nel "fenomeno" ma si è impossibilitati ad una effettiva interazione con esso perché la realtà circostante è immersa in un sostrato nebuloso (Schopenauer parla in tal senso del "Velo Di Maia") che filtra e cangia il concetto più puro di verità ("Ho questo bisogno,/ non riesco a controllarlo.. mi sovrasta./ Risponderò alla sua chiamata../ Io sono un servitore, la mia anima è fasulla./ Tutti coloro che vedo,/ tutto quel che fate,/ tutto quello che dite../ è tutto sbagliato./ Io sono la verità!/ Conosco i demoni,/ loro mi ascoltano.. sanno cosa penso./ Mi inginocchio dinnanzi a loro,/ io sono il servitore.").

Drifting

La nona traccia, "Drifting (Alla Deriva)", inizia con un bel riff sordo e reiterato, supportato da una batteria funzionale e non invasiva. A quasi venti secondi abbiamo l'inserimento della voce che si adagia perfettamente sulla texture messa in piedi seguendone l'andamento. A riprova di ciò, nell'accelerazione verso i quarantacinque secondi (sul bridge e chorus), imposta dalla chitarra e dalla batteria, anche la voce segue l'andamento generale accelerando i tempi. Al termine del refrain i tempi tornano più cadenzati, la velocità torna ad essere contenuta grazie al ritorno del riffone di partenza, in una struttura speculare a quanto sentito nelle prime battute. A un minuto e quarantacinque il bridge, che ci riporta in dinamismo al refrain, esattamente come sentito nel primo troncone.  Verso i due minuti e dieci la chitarra ritmica assume un certo protagonismo smarcandosi dalla voce e trovando degno supporto negli incalzanti rintocchi di batteria. A due minuti e ventidue torna in scena la voce, ancora supportata dal riffone di cui sopra.  A due minuti e trentasei un cambio di ritmo imposto dalla chitarra. Si entra in un frangente strumentale, non troppo lungo a dire la verità, in cui a farla da padrone è la ritmica (molto energica) e la batteria. A tre minuti e dieci ci si incanala ancora una volta verso il refrain, veloce, dinamico e pregno di melodia. A tre minuti e trentadue un urlazzo stirato del singer ci porta verso un solo guitar molto gradevole, bello, veloce e orecchiabile, ancora una volta gemellato alla ritmica che compie egregiamente il suo compito ritagliandosi sullo sfondo una parte da importante cooprotagonista. Il solo, a quattro minuti e ventitre, dapprima carico di una certa velocità, si fa da qui più trasognante ed evocativo. Epico, se mi si concede il termine.  Finale affidato a declamazioni belluine del singer. Il testo rimanda ad un concetto affrontato più volte nella letteratura e nella cinematografia, ossia quello di mettere da parte le proprie debolezze per arrivare alla piena crescita del sé ("Akira" di Katsuhiro Otomo, in cui Tetsuo si rende conto che usando droghe può avere poteri limitati, mentre la totale rinuncia ad esse può rendere il suo potere infinito; "Matrix", con la presa di coscienza del se da parte di Neo grazie all'aiuto di Morfeus. Per fare giusto due banali esempi). Qui i risultati da raggiungere sono meno messianici: il protagonista funge da mentore ad un elemento terzo dicendogli che solo mettendo da parte la propria "mancanza di ragione" questi può sperare di raggiungere i risultati auto-prefissi. Il protagonista gli suggerisce di dimenticare il passato, dimenticare la "polvere" (intesa come detriti, scorie del "tempo che fu"), rammentandogli che per lui (parlando di se) non c'è più futuro, non esiste un domani. Per quanto la mente del "secondo uomo" (per comodità lo definiremo così) ora sia un dedalo inestricabile, un labirinto intricatissimo, questi viene esortato dal protagonista ad "accelerare" ("Sai che la tua mancanza di ragione ti caccerà nei guai,/ sai di avere il potere tu stesso di rimetterti a posto./ Ricorda ancora qual è il risultato che vuoi raggiungere,/ i ricordi dell'infanzia sono preziosi./ Nessun errore da trovare,/ devi cambiare la tua mente./ Dimentica il passato, dimenticati della polvere./ Per me non v'è un domani,/ scivolo via, verso la deriva../ i tuoi Dei penseranno a te, oggi.").

Afterglow

Il finale è affidato alla title track, "Afterglow (Ultimo Bagliore)", il pezzo più lungo del disco (ben otto minuti e undici). L'inizio, in fade in, è atmosferico, affidato a rumori ambientali. Al ventiquattresimo parte un bel riffone grintoso supportato da moderati rintocchi di batteria. Al quarantottesimo secondo il riff si placa per dare spazio alla voce, pregna di una certa mestizia, mentre sullo sfondo viene cesellata una texture più atmosferica e controllata. Gradualmente si ritorna su binari energici, con la chitarra e la batteria che riprendono ad imporsi attraverso ritmiche più sostenute, e la voce del singer che acquista man mano grinta tornando su modalità espressive a lui più consone, dunque energiche e iraconde. A un minuto e quaranta ancora una volta la tensione decresce e ci si ritrova in frangenti più evocativi memori di quanto sentito dal quarantottesimo secondo, ma solo per un momento, dato che ancora una volta vi è un innalzamento della tensione con il ritorno a una texture più arrembante e grintosa sempre supportata dalla voce colma di acredine del vocalist. A due minuti e ventidue la chitarra ritmica si ritaglia un breve spazio esibendo il riffone "nudo" (senza voce, giusto supportata da basso e batteria). A due minuti e quarantatre la ritmica ripete mantricamente un motivo che si protrae come un eco ancora per diversi secondi (fino ai due minuti e cinquantatre circa, quando ci si spegne su un'ultima nota prolungata). A due minuti e cinquantasette ha inizio una parte più atmosferica, gestita su note meste di chitarra, sia ritmica che solista, e sul supporto moderato della batteria. La solista, con le sue note più alte e cristalline si diletta in piccoli lirismi che donano grazia a questo frangente, mentre la ritmica si limita a sostenerla con un riffing reiterato. I pochi singulti di solista si tramutano ben presto in un solo, molto delicato e dotato di gran gusto melodico, triste, esangue, malinconico. Nessun eccesso rompe questa magia, tutto sembra assumere tonalità aeree ed evanescenti, diafane e lattiginose. A quattro minuti e trenta la ritmica impone un riffing quadrato e granitico, ascrivibile senza troppa fantasia al genere stoner. A quattro minuti e cinquantasette si ritorna in seno alla struttura già rodata, arrembante e granitica, corredata dalle vocals astiose del singer. Gradualmente il brano si scioglie in un fade out che mantiene inizialmente solo la chitarra ritmica a cesellare pochi accordi. A sei minuti circa il vuoto totale: solo pochi rumori ambientali di fondo, mentre tutto tace. Niente più strumenti ne voce, solo il silenzio rotto da pochi inquietanti sfrigolii, come di fiamme che guizzano al vento. Il rumore sembra essere quello di un fuoco che arde, con il crepitio della legna che si consuma gradualmente. E' proprio questo finale atmosferico, decisamente azzeccato, a chiudere il brano, di per se bellissimo. A livello testuale continua il "viaggio" del corpo astrale, della mente pura distaccata dal simulacro mortale ormai protagonista di molti brani e  "fil rouge" di una buona parte dell'album. Il viaggio sembra ipoteticamente concludersi in una sorta di commiato, ma solo apparente. Viene esplicitata la ciclicità del tutto in una sorta di "eterno ritorno" nietzschiano, dunque questa sorta di "commiato", come la definivo poc'anzi, in realtà è solo apparente, dato che mettendo in campo questo "tutto ritorna" anche gli "ultimi bagliori" citati nel testo in realtà non sono affatto gli ultimi in assoluto, ma solo in questa era, o tempo, o piano dimensionale. Del resto anche il protagonista, ormai pura essenza (concetto quantomeno contrapposto a quello di "esistenza", dunque il qui e ora contrapposto all'essere) spende parole per sottolineare che "lui non morirà", che "non ci sarà mai un addio"("Scie dei miei ultimi bagliori,/ posti che ho già visto../ lacrime che ho già pianto,/ viaggio attraverso mondi paralleli./ Io non morirò./ Io posso rivivere tutto./ Io, io so volare,/ attraverso i miei cieli,/ questi sono i miei ultimi bagliori.").

Conclusioni

Arriviamo così alla fine di questo interessantissimo disco, capace di catturare in toto la nostra attenzione dall'inizio alla fine. Non il solito parto stoner, doom, o hard rock, ma un prodotto con una sua precisa personalità, che pur non puntando in toto sull'innovazione è capace di fare presa tramite trame non troppo articolate e dannatamente coinvolgenti. Lo abbiamo già detto, e queste ultime parole piazzate alla fine della recensione non sono altro che un riassunto di quanto ho dato modo di intuire nel "cappello" a inizio recensione. Poche parole per confermare la bontà di questo parto, nel quale i nostri danno il meglio di loro riuscendo a piazzare un disco di assoluto pregio che pur non arrivando allo status di capolavoro è capace di imporsi in questo panorama ormai saturo di tutto. E poi per il capolavoro c'è sempre tempo. Qualcuno considera possibilmente il terzo disco di una band la vera prova del nove per valutare se le premesse di partenza si siano effettivamente concretizzate in fatti. Se, insomma, la band inizi davvero a decollare, o abbia già spiccato un volo più alto di Icaro, o al contrario continui a girare su sé stessa come una trottola per mancanza di idee. O ancora se inizi a perdere colpi. Per il terzo disco dei Funeral Mantra c'è ancora tempo, e stando a questo primo parto, riuscito davvero egregiamente, posso asserire che le carte in regola per arrivare al capolavoro da far drizzare i capelli ci siano davvero tutte. Per il momento possiamo crogiolarci su questo riuscitissimo parto, una prova importante per una band piena di grinta che sono sicuro arriverà presto a risultati di un indiscutibile livello. Se un disco del genere è riuscito a far scrollare di dosso dal sottoscritto quintali di noia (data anche dall'ascolto di molte band, scovate qua e la, che si sono rivelate più fumo che arrosto. Sapete, sono uno che ama cercare la perfezione, magari negli anfratti più nascosti dell'underground musicale) sono sicuro che voi, ascoltatori onnivori e soprattutto voi, amanti dello stoner/doom, non potrete che rimanerne colpiti da "Afterglow". Ascoltatelo e non ve ne pentirete!

1) Soulstice
2) Dimension Onward
3) Gravestone Reveries
4) Brainlost
5) In These Eyes
6) Funeral Mantra
7) Parsec
8) Counterfeit Soul
9) Drifting
10) Afterglow