MARDUK

Rom 5:12

2007 - Blooddawn Productions

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
19/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

2007: un anno importante per gli svedesi Marduk, i quali rappresentano da anni una delle realtà più durature e decise del panorama black metal. Li abbiamo lasciati dopo il loro ultimo live "Warschau", il quale immortalava su disco la performance della nuova formazione con Mortuus (Daniel Rosten) alla voce, Evil (Morgan Steinmeyer Hakansson)  alla chitarra, Devo(Magnus Andersson) al basso, Emil Dragutinovic  alla batteria, impegnati in una nuova serie di live; ecco quindi un'esibizione su traghetto per il Metalboat tra Svezia e Finlandia, l'Inferno Festival in Norvegia, il nuovo tour europeo Imago Mortis, e tutta una serie di festival in Europa tra cui il Nummi Rock Festival in Finlandia. Non contenti, pubblicano il loro secondo DVD "Blood Puke Salvation" dando anche in formato video testimonianza della nuova line up e dell'affiatamento raggiunto; ecco che ora sono pronti per tornare in studio, registrando per circa un mese la nuova opera "Rom 5:12", il loro decimo album in studio il cui titolo fa riferimento al versetto "Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato". Durante le sessioni il batterista lascia la band per raggiungere i Devian di Legion (Erik Hagstedt), ex cantante dei nostri, sostituito da Lars Broddesson, il quale però non parteciperà in studio alla stesura del disco; quest'ultimo vede un'inusuale (per i nostri) schiera di ospiti, tra cui Af Gravf (Joakim Gothberg), il secondo cantante nella storia dei nostri, il batterista Jens Gustafsson (R.I.P Jul 14th, 2013) che accompagna l'uscente Dragutinovic, A.A. Nemtheanga (Alan Averill) dei Primordial (band black/folk irlandese) come seconda voce nella quinta traccia, accompagnato in un ruolo non specificato da Henry Moller degli Arditi. Un album sperimentale ed atmosferico che segna un punto di svolta ancora più sentito rispetto a "Plague Angel", dove Mortuus prende le redini del songwriting della band apportando molte influenze derivate dai suoi Funeral Mist e in generale dalla sua visione ideologica e musicale del black metal, tanto oltranzista la prima, quanto aperta la seconda; si apre quindi un nuovo corso che avvicina i Marduk sempre più all'orthodox black metal, alienando alcuni fan di vecchia data, ma allineando i nostri alla nuova realtà del genere e attirando consensi per il trovato stile più "raffinato" ed elaborato. Se prima i nostri erano per molti "la band dal blast facile", ora nessuno li potrà accusare di banalità, anche se non mancano i bombardamenti; un lavoro tetro e sacrale che gode anche questa volta della produzione di Devo presso gli Endarker Studio, la quale si distacca sempre più dal sound "laccato" degli album del periodo con Legion, pur rimanendo lontano da qualsiasi gusto lo - fi. Le opinioni si divideranno quindi, tra chi parlerà di capolavoro e loro punta più alta, e chi di punto di non ritorno e fine della band; come sempre comunque i nostri non curanti proseguiranno dritti per la loro strada, anche se ora è chiaro che le menti dietro ora sono due, e che Morgan ha trovato un collaboratore dalla personalità imponente tanto quanto la sua, capace di portare il proprio marchio nel suono e nei testi dei Marduk. Da qui possiamo parlare di una nuova band, che non disconosce il passato, ma che senza reverenze si getta verso il futuro con una maturità acquisita in ormai quasi vent'anni di carriera, e allo stesso tempo con il "sangue giovane" da poco aggiunto che gli da nuova linfa vitale; il principio di una serie dischi che daranno una nuova identità alla band "più blasfema del Mondo", e che continuano ancora oggi.

"The Levelling Dust - La Polvere Che Livella" ci accoglie con un gorgoglio infernale e prolungato, un verso dall'oltretomba che al dodicesimo secondo lascia posto ad un rifting freddo ed ammaliante, contornato da batteria cadenzata in rulli; ecco che la marcia prosegue altisonante ricca di melodia atonale. Al trentanovesimo secondo un verso osceno di Mortuus accompagna un fraseggio dissonante che si unisce ad un drumming battagliero che striscia minaccioso; ecco che poi esplode di nuovo il motivo iniziale, con le grida demoniache ed aspre del cantante, in un susseguirsi avvincente con punte di growl. Ripartono al minuto e trentuno i suoni dissonanti da sinfonia tagliente, avvicinando il suono dei nostri a certe soluzioni care ai Deathspell Omega, seppur in chiave molto più controllata e meno "avantagarde"; il gioco non è basato qui su attacchi continui, bensì sul malefico strisciare che vede altisonanti ed epiche esplosioni solenni. In tanto continuano le grida agghiaccianti di Mortuus, mentre al minuto e quarantaquattro una digressione si fa strada insieme a piatti di batteria cadenzati facendo da momento di pausa tagliente; prosegue il loop fino alla falsa impennata del minuto e cinquantasei, alla quale segue una pantomima drammatica con lamenti supportati sempre dalle chitarre distorte. Al secondo minuto e dieci riprende la marcia di poco prima in un ipnotico gioco di bordate e parti dirette, ma sempre con velocità controllate e giri dalla melodia maestosa su cui s'inseriscono vocals demoniache ed effettate; al terzo minuto e due tornano le ormai familiari dissonanze insieme a colpi di batteria dilatati. Si continua  a lungo su queste coordinate, con un alzamento dei toni al terzo minuto e ventinove, a cui segue ancora la chitarra rocciosa e distorta con la voce effettata e declamante di Mortuus; ecco quindi nuovi loop e fredde melodie, ma tutto si ferma all'improvviso al quarto minuto e ventidue con una nuova digressione di chitarra accompagnata da suoni vorticanti campionati, inquietanti e spettrali. Essi proseguono a lungo nel finale con stridenti violini, chiudendo del tutto il pezzo. Il testo delinea una sorta di oscura poesia dalle immagini tetre ed evocative; una bianca casa si trova in alto sulle colline, come una moschea del silenzio sulla punta della sconfitta, mentre ad est una linea si staglia contro la luce del cielo con l'irradiazione del tramonto in una notte autunnale. Dietro ad angeli della morte il Sole s'inscurisce, mentre le ombre si assottigliano sotto le foglie di quercia; presto gli ultimi fiori estivi appassiscono,  intorno al fuoco della città dei morti. "And as an echo of the black death, still lingers forgotten under the song of the wind A mossy remnant of the dark fates, that the scourge of plague us once bestowed -  E come un'eco della peste nera, rimane dimenticato come una canzone del vento Un muschioso ricordo dei fati oscuri, che ancora una volta il portatore di piaghe porta" continua il poetico testo, mentre nel cimitero della piaga un cantuccio di pietre si avvicina, nella pace di secoli. Il sospiro dal passato converge  con il tempio della morte nel nostro proprio tempo, completando la composizione criptica che mostra il nuovo gusto più raffinato dei Marduk, che trovano ora anche tematicamente grazie a Mortuus un punto di maturazione prima inaspettato; possiamo parlare di Simbolismo, con un richiamo tra temi funerei e l'ambiente autunnale, in un gusto d'immagini che suggeriscono piuttosto che esplicitare. "Cold Mouth Prayer" vede per pochi secondi un suono squillante, a cui segue un riffing veloce dalle melodie malinconiche contornato dalla doppia cassa; al trentesimo secondo un rullante deciso ferma il tutto dando spazio ad un fraseggio tagliente protratto nei suoi giri. Esso evolve poi in un loop veloce con drumming massacrante e vocals demoniache di Mortuus, in una sezione serrata dal grande gusto black; le declamazioni proseguono come nei toni di un posseduto alternando screaming e growl, mentre in sottofondo abbiamo aperture epiche ed ariose alternate ai giri "meccanici" e ripetuti. L'atmosfera è volutamente monotona, ma ricca di suggestioni grazie alle melodie accennate dalla grande presa; ecco che al minuto e trentasei si passa ad una marcia incalzante dalle chitarre solenni e dalla batteria battagliera. Ma si torna presto alla doppia cassa e ai vortici caotici che avvolgono momentaneamente l'ascoltatore, mentre Mortuus prosegue nelle sue declamazioni; al minuto e cinquantotto improvvisamente una chitarra in loop si accompagna a battiti ritmati e versi sommessi. Presto i toni si alzano di nuovo con la doppia cassa e i loop in tremolo terribili e serrati, mentre le grida raggiungono livelli deliranti; riecco quindi le aperture e i giri continui, insieme al ritornello sgolato di Mortuus. Al secondo minuto e trentasette abbiamo rullanti di pedale incalzanti che seguono un urlo in riverbero prolungato; il tutto poi degenera in un marasma di doppia cassa, loop lanciati e grida isteriche, lasciando il finale nuovamente al motivo cadenzato, prima di chiudere con lo stesso suono squillante iniziale. Il testo tiene fede al suono nome e si prefigura come una preghiera nera e mortifera piena di immagini terribili; pezzi di terra smossi fanno da banchetto per orribili vermi affamati, mentre contiamo i nostri peccati, una serpe interiore, un'occhiata senza occhi in un rigoglio di decadenza. E' la preghiera della fredda bocca come viene ripetuto, un minuto, un attimo, una polvere invernale, un coro di dita che cantano la putrefazione;  "A smile left to rot in the sun of despair - Un sorriso lasciato marcire nel sole della disperazione " continua il testo, ricordando che nella polvere scettro e trono cadranno e saranno eguali, e nella vuota corona la Morte ha la sua corte; fragili bolle di respiri e morti fanno da specchio per i dolori lasciati, e la nascita regale fa da muro dei dolori dipinto, mentre contiamo i nostri dolori durante la venuta del signore. I toni si fanno sempre più elaborati ed astratti, e una mappa di morte si chiarifica come il fardello della canzone, mentre il nostro nome non è altro che un richiamo per la decomposizione, catene delle tenebre in un urna di luce, un altro vuoto polmone sui bordi del pozzo; ecco quindi parole dalla difficile comprensione dal significato esoterico ed occulto, in una fredda preghiera severa rivolta alla Morte e alla tomba, che mostra l'oscura devozione di Mortuus. "Imago Mortis - Immagine Della Morte" si apre con insoliti piatti di batteria e colpi in riverbero cadenzati, riportandoci a certe sperimentazioni fuori dagli schemi tipiche dei Funeral Mist; ecco che si avanza così fino all'ottavo secondo, quando parte un bel fraseggio melodico dal gusto quasi post-rock, il quale delinea la linea melodica malinconica ed esaltante che farà da perno del brano. Al trentaduesimo secondo tutto si ferma con un effetto "subacqueo" e stridente, dopo il quale viene introdotta con una risalita la voce cupa e grossa di Mortuus;  l'atmosfera generale è strisciante e decadente, potenziata dai toni drammatici del cantante in riverbero e dalla strumentazione che avanza lenta, ma decisa.  Al minuto e quarantatré un movimento contratto dai giri solenni introduce un breve assolo stridente, il quale si alterna in un andamento meccanico con il resto del movimento; riprende poi il solito motivo, ipnotico ed ammaliante, come sempre accompagnato dai neri sermoni di Mortuus. Al secondo minuto e cinquantasette si ripropongono i suoni dissonanti e controllati, i quali evolvono poi in una melodia sinfonica ed epica dal grande effetto; in sottofondo percepiamo i giri grevi di basso, mentre la batteria si mantiene incalzante. Al terzo minuto e quarantatré un suono altisonante di chitarra fa da cesura in solitario, sviluppandosi nei suoi giri aspri, sui quali poi si aggiungono le declamazioni teatrali del cantante, e i piatti cadenzati di batteria; quest'ultimi sono poi più in rilevanza, segnando il ritmo del movimento. Si riprende poi leggermente velocità, riproponendo l'avvincente melodia iniziale, la quale prosegue dopo un breve stop con le grida agghiaccianti e i toni cupi di Mortuus; un pezzo giocato su poche varianti, ma ben organizzate in un effetto in crescendo. Al quinto minuto e quarantatré si ripropone il suono contratto alternato ad una melodia ammaliante accennata in un gioco di contrasti dinamico; ecco poi esercizi esaltanti di chitarra con bordate stridenti e melodie ariose ed evocative ormai familiari, così come i versi in riverbero di Mortuus. Al sesto minuto e cinquantasei il tutto si fa ancora più struggente con linee tristi, accrescendo l'effetto melodico ottenuto, supportato dalla batteria cadenzata e dai giri grevi di chitarra; ecco che all'improvviso un campionamento confuso di organo domina il gran finale, mantenendo la trovata sperimentazione da parte dei nostri. Il testo è un altro elaborato insieme di immagini di origine bibliche ritorte in senso blasfemo; l'immagine della morte e sin dal morso della mela del peccato un matrimonio mortale, dove i rami s'intrecciano insieme in una sedia con lo schienale freddo, nella luce del rigor mortis.  Oggi si è re, domani si ha il freddo e i vermi in bocca, in una purezza tramite la decadenza, il terreno nero di escrementi, dove nessuno starà davanti al signore del dardo delle ali della morte; "Cold and hollow, silent, yet piercing, death fire trumpets - Freddo e vuoto, silenzioso, ma penetrante, il fuoco della morte squilla" continua il testo, con fredde tracce a dodici a dodici (apostoli?), da polo a polo, da infante a decrepito; un'ombra coperta dal Sole, un cadavere inutile amato da Gesù. Osserviamo chi riceveva glorificazione dalla folla inginocchiata, e ora è nei domini della Morte, offrendo testimonianza muta al fato del Mondo; una sacca di cagnotti, una pila senza speranza di ossa, questo è il piano sacro per noi, ali di polvere, un mucchio di nulla, cieli di ferro e strade di ottone, mentre "Even the whore, she loves us all - Anche la troia, ci ama tutti" viene dichiarato sbeffeggianti verso le figure sacre. Si prosegue poi con versi precedente, gloriando ancora la Morte e la sua azione distruttrice che ogni cosa elimina e purifica; ormai il tema dell'album è più che chiaro: una continua preghiera  sarcastica che onora la decadenza in ogni suo aspetto, attaccando la sacralità presunta della vita, cibo per l'unica vera divinità. "Through The Belly Of Damnation - Tramite Il Ventre Della Dannazione" parte con un fraseggio distorto e caotico al quale segue un'esplosione di doppia cassa insieme  avortici di chitarra e ai versi aspri e cupi di Mortuus; un ritorno all'assalto sensoriale familiare ad ogni fan dei Marduk, il quale vede al ventisettesimo secondo toni ancora più serrati nel drumming spacca ossa e veloce. Il tutto ci rimanda alle sfuriate del precedente "Plague Angel", giocando largamente con vortici di chitarra stridenti e sgraziate atonalità; ecco che al minuto e cinque un arpeggio greve di basso fa da improvvisa cesura, accompagnata da colpi di piatti. All'improvviso il suo motivo scoppia con al doppia cassa e loop ipnotici, assestandosi poi su un ritornello ritmato; ma non dobbiamo abituarci perché poi il tutto si concentra di nuovo in una cavalcata stridente dal drumming assassino e dai giri dissonnati ripetuti. Ma la composizione è decisamente schizofrenica, e già al minuto e cinquantacinque si passa a suoni più sommessi, seppur squillanti, sopra i quali Mortuus si da ad enfatiche esclamazioni da predicatore oscuro, alternandosi con passaggi più grevi; riecco quindi l esplosione di doppia cassa e vortici, ripetuta fino al secondo minuto e ventuno, dove una digressione si accompagna con un verso prolungato. Quest'ultimi elementi si dipanano, sviluppandosi poi in una marcetta struggente dalla batteria cadenzata e dai giri dissonnanti; ma non dobbiamo stare sugli allori, perché al secondo minuto e cinquantasette riprende posto la doppia cassa con giri di chitarra vorticanti dagli spasmi continui. Ecco quindi che si prosegue su queste coordinate, con maestose contrazioni veloci dal gusto sinfonico, le quali spingono in avanti il movimento; riprendono poi posto le grida cavernose di Mortuus in riverbero, completando la furia generale della strumentazione. Al terzo minuto e trentatré si rallenta di nuovo, con giri stridenti e batteria cadenzata, riportando poi il tutto sulla cavalcata in doppia cassa che infine conosce una punta cadenzata ed esaltante sulla quale il cantante si da a suppliche mostruose; nel finale improvviso è una di esse ad essere protagonista, chiudendo il brano senza preavviso. Il testo ci regala altre terribili immagini con metafore oscure; nella condanna l'aria si fa pesante di peccato e desiderio, piena di arroganza dell'adorazione carnale esaltata e vana. Ecco che il giudizio arriva con ali forti, vestito nelle ceneri dei re del passato, un sorriso di pestilenza, una malattia danzante, nel ventre della dannazione; "And the rhythm of war, shall enchant us all, and batallions of plagues, to guard every gate - E il ritmo della guerra, ci incanterà tutti, e battaglioni di piaghe, controlleranno ogni cancello" prosegue, mentre poi ci viene illustrato uno scenario con giacinti abbaglianti, fiamma e zolfo, una chiamata alla distruzione senza freni, quattro venti di pulizia, tramite il ventre della dannazione. Tutta la carne è vecchia come una decorazione, poiché il comando è sin dall'inizio quello di dover morire; una lancia di carestia è vista come l'onesto amore di una madre, una colomba senza ali, denti furiosi e morso della morte, la quale caverà fuori un quarto (non si sa bene cosa) dalla maledizione che è l'uomo. Siamo invitati a venire a vedere una nuova giustizia per la quale pentirci, tramite il ventre della dannazione fino alla dimora dell'impuro; armata con una pestilenza divina, non lascia nessun sopravvissuto, e la razza umana viene considerata legata alla falsità che annega. "Bow and crown, western prophet of false -Inchinati e incorona, falso profeta dell'ovest"  viene intimato, in una tempesta rossa, ricavata dal sangue ricavato dalla spada dell'est, pestilenza del nord, portata dalle tenebre, ma schiava della bilancia in una nuova verità dal pallore del sud; tornano i ritmi della guerra, ma nel finale amaro siamo avvertiti che sarà la nostra stessa carne a segnare la caduta. Nulla si salva, tutto è destinato a perire, anche i nostri, che acclamano con gioia la cosa in un nichilismo totale ed autodistruttivo non certo nuovo nel black metal, ma ora reso vera e propria liturgia inversa e sofisticata. "1651" è la collaborazione con la band martial/industrial svedese Arditi, la quale ci sorprende con suoni dark ambient solenni e sacrali, ai quali presto si aggiungono suoni d'organo da cattedrale sconsacrata, in un'atmosfera da film horror; si prosegue così, in un incedere monolitico ed oscuro, fino al minuto e dodici. Qui si aggiungono linee d'archi tetre ed effetti gorgoglianti vocali di Mortuus, in una sorta di riproposizione maligna di certe tendenza degli sloveni Laibach, e in generale di una certa corrente martial/industrial; una marcia oscura si va quindi creando, offrendo un momento lontano dal metal canonico che può far storcere il naso ai puristi più intransigenti, ma che in realtà fortifica l'atmosfera generale dell'album. Proseguono poi le linee sommesse, mentre il cantante prosegue con la sua voce effettata in un movimento sempre mortifero e strisciante; non troviamo certo varietà di suoni, ma non è questa l'intenzione, presentandoci invece una dittatoriale marcia continua unità a toni da funerale, a metà tra il malinconicamente tetro e l'inquietantemente minaccioso. Ecco quindi che si prosegue fino alla conclusione su queste direttive, offrendo una sorta di spartiacque tra le due metà del lavoro, funzionale forse più a questo scopo che ad un'identità da singolo brano, trovando quindi il suo posto nella struttura globale dell'opera. Il testo ci offre un altro affresco di morte; sarà lei, pallida, con le sue mani fredde, a stringere il nostro petto alla fine. Il rosso corallino delle nostre labbra sarà del passato, mentre la neve sulle nostre spalle, ora calda, trasformerà il freddo in sabbia;  il tramonto dei nostri occhi lampeggia, e le abilità delle nostre mani cade difronte a colei davanti alla quale tutto cade. "That hair that rivals gold, its bleam will pall, with days and years as any common band - I capelli che rivaleggiano con l'oro perderanno la loro lucentezza, con I giorni e gli anni, come ogni fascia comune" si prosegue, e anche il piede ben formato, i modi intriganti, se non nella polvere, decadranno nel nulla, e allora nessuno si inginocchierà per la bellezza di colei che ora la possiede; questo e molto altro avverrà, e nemmeno le nostre ossa vedranno la fine dei tempi, in quanto il tempo sceglie di farne del nulla. Un testo breve e conciso che offre immagini di decadenza, ricordandoci che tutto muore e nulla ha importanza, se non la morte stessa; un messaggio ironicamente vicino all'estremismo cristiano medioevale, rielaborato in chiave oscura e satanica in un gioco di richiami non casuale. "Limbs Of Worship - Arti Dell'Adorazione" dopo una breve intro parte con un montante roccioso di chitarra sul quale si organizzano rullanti marziali e le grida di Mortuus; al ventiquattresimo secondo parte la corsa in doppia cassa accompagnata da loop vorticanti in una fredda tempesta sonora. Dopo il breve stop del quarantunesimo secondo il tutto si reintroduce con un fraseggio solenne a supporto, il quale incrementa l'atmosfera ieratica raggiunta; riecco intanto i versi malvagi del cantante, anch'essi lanciati contribuendo alla dinamica del brano. Al minuto e sei tutto rallenta d'improvviso con un bel motivo, ma non dobbiamo abituarci: la tempesta in doppia cassa e giri taglienti riesplode presto, alternandosi poi a tetri paesaggi stridenti carichi di serrato impeto. Al minuto e cinquantasei torna il suono più controllato dalle chitarre ammalianti, sul quale come sempre Mortuus si da a versi protratti; ecco poi una serie di impennate inquietanti che alternano in modo dissonnante l'andamento. Troviamo al secondo minuto e ventinove un fraseggio roccioso e malinconico insieme a batteria cadenzata, il quale si apre  a nuovi montanti dissonanti, salvo tornare alle coordinate precedenti; la struttura è quindi totalmente mutevole con cambi improvvisi e continui che vedono il ripetersi ciclico di certi andamenti. Non è quindi una sorpresa il ritorno al terzo minuto e diciassette, dopo una brevissima serie di bordate squillanti, della cavalcata in doppia cassa spacca ossa accoppiata a loop in tremolo devastanti e alle grida in riverbero del cantante; riecco quindi i fraseggi stridenti ricchi di melodia atonale, i quali proseguono nella loro freddezza fino al terzo minuto e cinquantatré. Qui torna il motivo suadente, mentre Mortuus si da a gorgheggi demoniaci; si crea quindi un loop ipnotico che si protrae fino al finale in digressione. Il testo è l'ennesima esternazione occulta dalle immagini elaborate e sacrali; una supplica, su ginocchia di vetro, coperte dalle crepe della periferia della vita; terreno e ombra, il terreno ombrato lasciato per nutrire la punizione divina. Il protagonista non ha nome, e il "libro di carne" sanguina per questo, nella stabilità dell'instabilità, in cui la sua lingua è un pilastro del tempio della morte; "Crucifixion, cross of holes, and my hands are a thousand winters - crocifissione, croce di buchi, e le mie mani sono mille inverni" prosegue con toni ostici e segreti, con ruggine e spirito, uno stormo di angeli, che usano i peccati per creare un ponte per il diavolo. Egli ha ingoiato i loro sermoni per trarne potere, mentre poi si delinea in un ennesimo gioco di rimandi e contrapposizioni una spada  a forma di chiave, che è una chiave a forma di spada, e i monti diventano acqua, e gli oceani pietra; gli arti dell'adorazione zelanti creano una canzone della cenere che glorifica la Morte. Tomba dopo tomba, infinite epoche senza speranza, in una maniacale dipendenza dalla morte, caduta dopo caduta, inevitabile, una saturazione di morte; occhi spazzati, un veleno funereo, un giusto premio per un giardino di febbri. Il tradimento non cesserà mai, perché l'ottavo giorno (della creazione) è una canzone del signore; si ripete la non identità del nostro, in un brano complicato e non certo di chiara interpretazione, dove però le suggestioni mortifere sono percepibili  ampliamente. "Accuser / Opposer - Accusatore / Oppositore" è uno dei momenti più alti dell'album, collaborazione in duetto tra Mortuus e A.A. Nemtheanga dei Primordial; essa viene introdotta dal campionamento di un rituale d'esorcismo in latino, il quale instaura l'atmosfera inquietante che poi vede rumori di tempesta che interrompono  a tratti il rito. Al trentesimo secondo si aggiunge un fraseggio tagliente e dominate, il quale fa partire il brano vero e proprio, insieme alla batteria possente, ma cadenzata, in un motivo ipnotico e strisciante; dopo versi disgustati del cantante principale, abbiamo un'impennata solenne, a cui però segue presto una cesura di giri grevi di basso. Dopo di essa riprende il motivo portante, questa volta con le declamazioni crudeli ed effettate di Mortuus, il quale si dilunga in versi in riverbero che en sottolineano il tono inquisitorio; intanto al strumentazione si alterna in giri squillanti che alternano per contrasto il motivo portante sempre controllato, e in sottofondo troviamo sempre una melodia molto azzeccata che fa da perno al pezzo. Al secondo minuto e quarantanove il cantato pulito ed operistico della seconda voce ci sorprende con i suoi toni più power, creando un momento decisamente atipico nella discografia dei nostri; si prosegue quindi con il loop ossessivo e il drumming controllato, fino alla cesura sommessa e distorta del terzo minuto e venti. Ecco quindi una ripresa dei toni epici nel ritornello in riverbero dai toni puliti ed altisonanti, mentre anche la strumentazione si fa più sentita nelle sue impennate di chitarra, che sottolineano i passaggi più concitati del cantato; al quarto minuto e sedici tutto s'intensifica in giri grevi dai contrappunti squillanti, sotto i quali poi percepiamo il basso ritmato. Torna al quarto minuto e cinquantadue il tono ben più maligno e contorto di Mortuus, sempre con un reparto strumentale lento e volutamente ripetuto, dove le minime variazioni sono date dai leggeri spostamenti di suono di chitarra; ecco quindi una serie di montanti dissonanti che danno forte enfasi ai ritmi di batteria dai rulli ben strutturati, sempre controllati. Al sesto minuto un feedback va dilatandosi prendendo sempre più posto, mentre troviamo improvvisamente cori sacrali con suoni dark ambient in sottofondo; un altro esempio delle componenti orthodox ora integrate nel suono dei nostri, il quale prosegue a lungo nella sua atmosfera sinistramente "sbagliata" dato il contesto del suo utilizzo. Si arriva quindi così al finale, concludendo una delle maggiori sperimentazioni di tutto il lavoro, e della carriera dei nostri finora. Il testo è una blasfema adorazione in un inno verso tutto ciò che è decadente e maligno; l'accusatore è una fontana inesauribile di veleno divino, e il protagonista mangia i doni della morte per purificarsi da tutto ciò che nella sua carne è divino, e rendersi un portale nel Mondo per il Male. Si evoca la furia purificatrice mentre ci si volta al proprio Signore, che sorgerà nei cieli e siederà sopra Dio, sul monte della congregazione nel lato nord; egli sorgerà nelle latitudini oltre le nuvole, e si troverà in alto sopra tutto, nonostante fosse stato  portato sui lati dell'abisso, dove ora dobbiamo confonderci con i cieli. "Opposer, opposer, core, marrow, and essence of my will, i renounce this flesh in the name of thy praise, to kindle the coals of salvation's spring - Oppositore, nucleo, midollo, essenza del mio volere, rinuncio alla carne in nome della tua adorazione, per accendere i carboni dell'inizio della salvezza" si declama in una nera preghiera, bevendo poi dall'Inferno per purificarsi da Dio, e raggiungere la nera luce in cui Satana dimora; si evoca l'avversario di ogni cosa, che con la sua lama taglia in due la lingua del Mondo, ma la cui corona è fatta dalle verità più grandi. I toni sono chiari e senza fraintendimenti, un inno satanico dove si rinuncia a Dio e si cerca l'elevazione nel Male e nella perdizione, abbracciando completamente le tematiche orthodox tanto care ai DsO e altri gruppi della cerchia a cui, da ora in poi grazie a Mortuus, i nostri faranno spesso riferimento. "Vanity Of Vanities - Vanità Delle Vanità" sembra quasi volersi far perdonare per la natura meno immediata del brano precedente, e dopo un verso gorgogliante di Mortuus parte con una vortice di doppia cassa e riff taglienti; i suoni sono decisamente freddi e veloci, così come le declamazioni bombardanti del cantante. Le chitarre si fanno sempre più aspre e dissonanti, mentre il drumming prosegue massacrante; al quarantaseiesimo secondo abbiamo giochi di fraseggi e rulli incalzanti, offrendo una cesura più mediata. Dopo di essa abbiamo un bel suono melodico, sul quale prima si sviluppano piatti, poi al doppia cassa; ecco che la melodia si fa sempre più struggente e sentita, fino alla ripresa della cavalcata vorticante continua. Ritroviamo poi con contrasto le melodie frostbitten precedenti, in una grande enfasi solenne che viene arricchita dal riverbero di Mortuus; tutto si ferma verso il secondo minuto e tredici con bordate continue, dopo le quali a sorpresa parte un fraseggio incalzante dal gusto heavy, sul quale il cantante si lancia ad una nera evocazione supportato da rullanti di batteria. Si prosegue su queste coordinate fino al finale, dove una sfumatura porta il suono in lontananza, dissolvendolo nelle nebbie del tempo; un brano decisamente più diretto quindi, ma non privo di atmosfera ben strutturata e soluzioni non così ovvie per i Marduk. Il testo ci offre un nuovo insieme di immagini sottili ed oscure; una fragile catena di rame, una grandine estiva troppo pesante da nascondere, ecco la deperibilità che avanza, la vanità delle vanità. Un oceano infinito di preghiere senza vita, dove la giustizia ha chiuso le porte della pietà, e lo scheletro (la Morte) sorge per fare il suo dovere, facendo bere sangue alle sue frecce; tutto è vanità, e nel peccato si trova la morte. "A wingless mosquito, jumping, around the light of inanition, a twinhung meagre with compulsion, vanity of vanities - Un zanzara senza ali, salta, nella luce dell'inerzia, un doppio abbraccio miserabile con compulsione" si continua, sempre con metafore elaborate e difficili; ma il messaggio è sempre quello, tutto è vanità, e tutti noi dobbiamo, anche i belli, osservare le ossa, gli intelligenti osservare i teschi vuoti, i ricchi la polvere, e tutti il resto, mentre il re vede il destino. Un ennesimo affresco gotico e decadente dalla morale nera, dove siamo messi innanzi alla nostra mortalità che "pareggia i conti", come espresso nel primo brano dell'album; prosegue quindi il tema severo e inquisitorio che nega la vita in favore della morte, realtà ultima. "Womb Of Perishableness - Utero Della Decadenza" non perde tempo e s'introduce con un fraseggio roccioso accompagnato dalla batteria cadenzata, il quale s'insinua strisciante; poco dopo prende di velocità con esclamazioni esaltanti di Mortuus che poi si lancia ad un cantato ruvido in riverbero supportato dai montanti taglienti. Riecco quindi le meloide suadenti, alternate con le impennate metal di ottima fattura, instaurando una trama sonora potente, ma controllata nella sua velocità; al minuto e trentatré abbiamo suoni epici ed ariosi, mentre il drumming si prodiga in piatti incalzanti.  All'improvviso troviamo solo un arpeggio greve con battiti lenti, in un andamento molto post rock che placido avanza fino all'innalzamento dei toni in un fraseggio roccioso  ed ieratico dal grande respiro; Mortuus si da nel frattempo ad un'interpretazione drammatica ricca di toni maligni e allo stesso tempo sofferti, facendo risaltare l'aura malata del pezzo. Tornano poi i momenti sommessi e lentissimi con suoni di chitarra e batteria minimali, molto vicini a certe sperimentazioni dei Funeral Mist; riecco quindi ancora una volta il ritorno dei giri taglienti, sempre segnati da una batteria elegante e controllata, e dalle vocals in riverbero giocate su versi ora gutturali, ora aspri. Al quarto minuto e trentasei ripartono i montanti, questa volta insieme ad un bell'assolo dalle scale avvolgenti e dal sapore classico, il quale fa da ossatura con i suoi temi vorticanti fino alla sua interruzione; proseguono quindi le bordate dittatoriali, le quali sottolineano le punte del cantato di Mortuus. Al quarto minuto e diciotto si dipanano temi struggenti di chitarra con piatti e battiti di drumming,  in un crescendo emozionale dal grande effetto che poi si consuma in un nuovo rallentamento strisciante che avanza nei suoi loop rocciosi; si prosegue quindi così fino alla digressione finale che sfocia in campionamenti inquietanti e stridenti che regalano una coda dark ambient che continua nel pezzo successivo. Il testo depressivo spinge ancora di più il piede sui temi negativi che celebrano morte e sofferenza; si prostra a noi una materia miserabile e dolorosa, mentre la vita giunge al termine. L'angelo della morte si eleva su tutto, e sul Mondo denuncia la vanità, la mortalità, mentre tutto ciò che respira sulla Terra dovrà cadere sotto la sua alabarda; la sofferenza solo andrà avanti, e scolpirà sulla tomba la parola vanità. La stessa terra accoglie le ossa dei re e degli uomini comuni, e ci si chiede cosa dica di più e cosa meno, una pietra di marmo o del fango, deridendo l'idea del lusso vano; "The strong one puts no solace in his power, and the wise not in wisdom - Il forte non trova conforto nel suo potere, e il saggio non nella saggezza" continua la morale, chiedendosi se la felicità e la gioia siano solo cose vane come beni terreni e valori monetari. Osserviamo coloro il cui mondo è limitato, e coloro che mettono in pericolo la carne, mentre entrambi alla fine troveranno stanza insieme nel lombo della stessa madre: la vanità e la mortalità, la Morte che tutti accoglie senza pietà o crudeltà, dove tutto diventa uguale eliminando i valori terreni. "Voices From Avignon - Voci Da Avignone" è il gran finale, che vede all'inizio il proseguimento dei suoni ambientali precedenti, salvo poi presentare un riffing in salire che si palesa in tutta la sua vorticante energia insieme alla doppia cassa e ai suoni grevi di basso; Mortuus si da sin da subito  atoni demoniaci dalle punte drammatiche, mentre la strumentazione alterna parti più concise e dirette con aperture cadenzate di batteria. Si prosegue quindi con la cavalcata giocata su galoppi di drumming e giri avvolgenti di chitarra, esplodendo poi in colpi continui di batteria e giri dissonanti che disorientano l'ascoltatore; ritroviamo dunque una furia ben familiari, ma insieme ad attimi atmosferici e teatrali, e ad una certa varietà di andamenti che regala dinamismo al tutto. Al minuto e quarantasette s'instaura una marcia ben calibrata dai giri esaltanti e dalla batteria vivace, la quale poi incrementa i bpm in una doppia cassa inconfondibilmente black; ma al secondo minuto e quattordici tutto va rallentando, presentando poi suoni ariosi e struggenti che ci riportano  a certo post black melodico come negli episodi più emozionali dei Blut Aus Nord. Ancora una volta quindi possiamo parlare di punto di svolta per i Marduk, che non tradiscono la loro natura feroce, ma si guardano attorno integrando una serie di tendenze che molti non avrebbero mai pensato possibili nei loro brani; dopo alcuni rullanti riprende la corsa massacrante, alternata a rallentamenti improvvisi continuando le tendenze precedenti, non risparmiano fraseggi metal dal gusto melodico ed incalzante. All'improvviso al terzo minuto e quarantasette tutto si blocca con una digressione, dopo la quale partono canti corali sacri, e subito dopo suoni di tromba con il tipico fruscio del vinile; un momento spaziante e dal gusto atmosferico che chiude su note forse inaspettate tanto il brano quanto questo lavoro per alcuni versi controverso, che ha segnato uno spartiacque definitivo tra i vecchi e i nuovi Marduk. Il testo finale ci congeda con un'ultima empia evocazione, una nera preghiera sarcastica: Si richiede al proprio signore di parlare tramite i suoi emissari, perché il peccato deve essere lavato nel sangue, mentre sogna tramite loro, in una nuova vita tramite la morte. Ma ci si chiede cosa si raggiunge quando tutti i colori scompaiono, mentre "Overwhelmed with maledictions, feel the rays of redemption of a brand new sun - Sormontati dalle maledizioni, sentiamo i raggi della redenzione di un nuovo Sole"; soffocando, strozzando, l'oscurità riempie i polmoni mentre viene respirata, e ci si chiede ancora sarcastici "But who shall you reach for when all colors fall? - Chi raggiungerai quando tutti i colori scompaiono?". Vagiti protratti e grida perforanti, uniti con preghiere e litanie, facce ossute, mentre condannata è la riva da cui tutti bevono; respiriamo l'oscurità, mentre viene ripetuto in chiusura l'evocazione iniziale, in un cerchio maligno dove l'eterno ciclo della Morte e della Vita si alimentano, ma è la prima a vincere su tutto, destinazione finale di ogni cosa. Ecco quindi il continuo tematico dell'album che trova il suo apice, in un tono a volte sarcastico, a volte severo e medioevale, in una ripresa della morale ecclesiastica, usata però per fini ancora più tetri, glorificando la Morte non come mezzo per il regno dei cieli, bensì per il nulla divoratore.

Tirando le somme: un'opera che non può lasciare indifferenti, per alcuni apice della carriera dei nostri, per altri segno inesorabile del loro declino e del compromesso "ruffiano" con certe soluzioni fin troppo moderne e lontane dai loro puri assalti. La verità è che ora Mortuus incomincia sempre più a partecipare al songwriting del gruppo, e la cosa si sente pienamente, presentando tutto il suo gusto per il melodrammatico, per i rallentamenti mortiferi, ma anche per le melodie malinconiche e i momenti più classicamente metal, così come per l'uso di stacchi dark ambient e soluzioni vicine a certe influenze post rock; il tutto coniugato comunque ai vortici di doppia cassa e loop a moto sega, i quali non dominano come in passato, ma sono tutto tranne che esiliati dal suono della band, decisa comunque a rimanere un esempio di ferocia massacrante. Un connubio quindi tra "norsecore" e tendenze orthodox che d'ora in poi regalerà una nuova identità ai Marduk, per molti non più semplicemente la band di "Panzer?", presentando anche una certa scissione nel pubblico: qualcuno li abbandonerà, qualcuno li rivaluterà e incomincerà ad avvicinarsi  a loro; come sempre naturalmente loro andranno per la loro strada, decisi a non ripetersi, ma allo stesso tempo a rimanere  la "band più blasfema al mondo" e legati di base ad un black violento e potente, solo ora arricchito da una dimensione atmosferica più matura ed inquietante che li proietta nel black moderno a pieno titolo. Come sempre, la band si concentra subito all'attività live partecipando in estate a vari festival tra cui il Sweden Rock Festival, il Metaltown  e il Waldrock Open Air, ed inoltre mette piede per la prima volta in Australia, terra che nel nuovo millennio si fa sempre più tra i protagonisti della scena più estrema e barbarica in ambito black e death; si torna poi con l'autunno in Europa con una serie di date concentrate sull'est, proseguendo poi quasi ininterrottamente per due anni con concerti in tutto il globo che mostra i Marduk trionfanti con consensi di critica e, nonostante le divisioni prima accennate, anche di pubblico. Il processo qui iniziato andrà quindi avanti con il successivo "Wormwood", probabilmente l'opera più distante dal classico suono dei nostri, legata a doppio filo con l'altrettanto destabilizzante secondo episodio dei Funeral Mist (ormai specchio dei Marduk che mostra somiglianze e differenze del lavoro solista di Mortuus dove decide tutto lui con il lavoro della band dove unisce il suo apporto a quello degli altri) "Maranatha" uscito lo stesso anno, tanto che possiamo parlare di opere sorelle che danno realizzazione all'idea del black di Rosten, tanto ideologicamente ferrea, quanto musicalmente ben poco ortodossa e schematica; non bisogna però pensare che Evil e compagnia si siano annullati, anzi i riff tipici del gruppo e i bombardamenti di doppia cassa sono comunque ben presenti, bilanciando le parti con una forza d'intenti capace di rinnovarsi, ma non tradirsi. Un percorso in salire per chi scrive,  mostrando una realtà più unica che rara, la quale dopo ormai quasi vent'anni di carriera in un ambito come il black riesce ancora a stupire tirando dritto per la sua strada mantenendo le basi iniziali del loro suono, ma maturando con il tempo e adattandosi alla nuova situazione senza paura di rischiare; questo connubio tra "classico" e nuovo permetterà ai Marduk di rimanere riconoscibili e allo stesso tempo di creare qualcosa che non è una ripetizione del loro passato, facendo ancora spesso da esempio a nomi più giovani e rimanendo tra i protagonisti indiscussi del black mondiale. Una forza con la quale ancora oggi bisogna fare i conti e che regala grandi momenti di black metal feroce e allo stesso tempo ricco di atmosfera e melodia, realizzando  a pieno il potenziale ora raggiunto grazie ad una line up azzeccatissima che riesce  a bilanciarsi perfettamente in qualcosa che è più della somma delle varie parti; la marcia quindi prosegue, le armi sono in parte diverse, ma la battaglia è sempre la stessa.

1) The Levelling Dust
2) Cold Mouth Prayer
3) Imago Mortis
4) Through The Belly Of Damnation
5) 1651
6) Limbs Of Worship
7) Accuser / Opposer
8) Vanity Of Vanities
9) Womb Of Perishableness
10) Voices From Avignon

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