FORKILL

The Sound Of The Devil's Bell

2019 - Dark Sun Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
21/06/2019
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione

Il Brasile. Ogni volta che lo sento nominare in relazione al metal ho un fremito, un sussulto. E ripenso non solo ai più grandi act che questo paese è stato capace di offrirci - e parlo naturalmente di gruppi come gli Angra e i Sepultura - ma anche di realtà un pizzico più underground, come i Sarcofago, i Volcano, gli Holocausto, gli Attomica, tanto per fare alcuni esempi, tutti gruppi ancorati ad un mood particolarmente estremo. Alcune volte più inclini al thrash (i già citati Attomica, i Korzus, i Mutilator, i Dorsal Atlantica, i Ratos De Porao), altre volte maggiormente affini a un retaggio black o death (Sarcofago, Vulcano, Holocausto, Krisiun). Tutti gruppi comunque eccellenti, a riprova che il Brasile da questo punto di vista è una fucina di talenti, un paese in cui emergono continuamente band geniali destinate a rimanere impresse nella memoria collettiva del panorama metal. Chiaramente non tutto si riduce al metallo estremo dato che abbiamo fior di gruppi votati anche ad altri generi (gli Hybria, gli Aquaria, gli Shaman per dire) ma considerando il mio amore per il metal più intransigente, i gruppi citati sono stati i primi a venirmi in mente. E per rimanere in tema ho deciso di prendere in esame, in questa sede, un gruppo orientato proprio al thrash. Loro sono i Forkill, e nonostante siano in scena da circa nove anni hanno tirato fuori giusto una doppietta di dischi, comunque ottimi: "Breating Hate" dato alle stampe nel 2013, e "The Sound Of Devil's Bell" del 2019, disco analizzato quest'oggi. Nessun altro materiale è pervenuto, ne ep, ne dischi live, ne demo, a dimostrazione - forse - che i nostri preferiscono concentrarsi in maniera certosina su una buona attività in studio, prediligendo parti compiuti invece di abbozzi e mozziconi dati in pasto agli ascoltatori "tanto per". E tanta dedizione sembra premiata sotto il punto di vista tecnico, espressivo, qualitativo considerando che i nostri sono riusciti a tirare fuori due dischi di qualità capaci senza dubbio di saziare il palato di qualsiasi thrasher in cerca di buoni prodotti. Il thrash proposto si distanzia dall'aggressività cieca e furente tipica di gruppi come i Dorsal Atlantica, prediligendo un approccio vagamente più "mediato", più incline a quanto proposto dalla Bay Area piuttosto che dai teutonici. Citare un punto di riferimento preciso per "spiegarvi" il loro sound sarebbe azzardato, ma nel complesso i richiami sono sicuramente al thrash nord americano, da sempre più "arrembante" che "malefico" (tra i big fanno eccezione gli Slayer naturalmente, arcigni ispiratori di buona parte del metal estremo). Nel qui presente disco tutto sembra funzionare egregiamente, dal cantato - ottima la performance di Matt Silva - alla parte musicale, e mentre in molti dischi "revival thrash" la sensazione che rimane è stucchevole, qui si percepisce un attitudine genuina propria sia dei padri fondatori del genere - da cui i nostri hanno tratto indubbia ispirazione - sia dei fuoriclasse emersi in questi ultimi anni. Perchè nel thrash è l'attitudine che conta, oltre naturalmente alle capacità dei singoli elementi. L'attitudine e una buona dose di ispirazione, componente questa fondamentale per non ripercorrere certe traiettorie ormai solcate in lungo e in largo con quell'alone di stanchezza percepibile da chi l'ispirazione non sa neanche cosa sia. Ma qui l'ispirazione non sembra latitare, e considerando le capacità dei nostri, è lecito aspettarsi una carriera lunga e promettente in cui saranno indubbiamente inanellati album su album, uno migliore dell'altro. Nel frattempo però quel che ci interessa è questo secondo ottimo parto discografico, che voglio porre alla vostra attenzione tramite la consueta "vivisezione" (la track by track) non prima però di avervi dato uno spaccato più o meno esauriente su chi siano i nostri tramite una piccola bio presa dalla loro pagina Facebook: "Con aggressività e velocità, che sono le loro caratteristiche principali, i Forkill cercano di riportare lo spirito del vero Thrash Metal celebrato negli anni '80. Canzoni con parti veloci, violente e anche con parti cadenzate, pesanti, riff versatili fatti con l'intento di far sì che l'ascoltatore sbatta la testa senza fermarsi !! "Ispirato principalmente nelle classiche bande thrash della Bay Area come Exodus, Testament, Vio-lence, e, naturalmente, altre band leggendarie come Slayer, Sepultura, Korzus, e tante altre! Le caratteristiche principali di queste grandi band, mescolate con l'identità musicale di ciascun membro, rendono la band un'impronta molto personale e violenta. Il quartetto ha iniziato la sua attività nella città di Rio de Janeiro nel maggio 2010, e rilasciato il debutto "Breathing Hate" (settembre 2013), prodotto dal leggendario chitarrista Robby Recife, arrivando ad avere un notevole riscontro sui media specializzati. Nel corso della loro breve carriera i Forkill hanno avuto l'onore di esibirsi al fianco di grandi band come i Destruction, Nuclear Assault, Krisiun, Vulcano, Caldroun (CAN), Vicious Rumors (USA). Questa la formazione attuale: Matt Silva (Voce e chitarra), Ronnie Giehl (Chitarra), Gus N.S. (Basso), Rodrigo Tartaro (batteria). Ad oggi le esibizioni della band sono contrassegnate da un insano Stage Diving e una lezione di pesantezza, brutalità e violenza musicale al limite. Siamo una band che presta particolare attenzione ai testi e li esprime con il proprio punto di vista: su tutto troneggia l'odio nelle sue varie accezioni e le varie le atrocità del genere umano!". Detto ciò, e non avendo al momento altro da aggiungere, direi di passare alla nostra consueta esplorazione traccia per traccia.

Succubus Lament

Si inizia con una breve traccia introduttiva, "Succubus Lament", in cui troneggia un clima di disarmante mestizia: una chitarra classica abbozza timidamente un ricamo in uno sfondo brumoso e autunnale, in cui ci è dato percepire un crepitare che sembra quello di foglie secche arse dal fuoco e un canto, una nenia espressa da una voce particolarmente soave. Il tutto genera un atmosfera malinconica capace di portare il cuore dell'ascoltatore ad un senso di torpore, un'anestesia dei sensi in cui qualsiasi concetto spaziale e temporale sembrano essere banditi. 


Emperor Of The Pain

Si continua col botto con il secondo brano, "Emperor Of The Pain" (Imperatore Del Dolore), in cui la misteriosa mesmerizzazione suscitata dalle spire ipnotiche dell'introduzione cedono il passo ad un'incontrollabile esplosione di pura potenza, espressa da un urlo belluino che in breve ci porta ad un testo in cui a farla da padrone è un invettiva contro la stupidità umana. L'uomo, si sottende, è schiavo della propria weltanschauung, la propria "visione del mondo", ancorata a stilemi facenti parte del substrato sociale. L'uomo è per sua natura "pecora", gregge, bestiame, e rispettando fisiologicamente questo modo di essere annega nel collettivismo. Ma emerge anche l'uomo caparbio e intelligente, capace di ergersi dalle masse e di capire l'errore insito nella stratificazione della maggioranza delle idee collettive, architettate su astratti concetti quali "sicurezza" e "religione". L'uomo che non si lascia trascinare dal gregge e quindi si può ritenere in qualche maniera libero. Il brano, conseguentemente ad una introduzione furente, si concede un frangente meno incalzante ma tesissimo, in cui il drum kit continua a prodigare veloci rintocchi prima di una nuova deflagrazione sonica, concessa al venticinquesimo secondo da un riffing spedito in concomitanza con l'onnipresente martellamento della batteria. Il brano si stabilizza dunque su questo riff, reiterato allo spasmo, su cui si adagia furente la voce di Matt Silva, singer capace di offrire una prova davvero superlativa. La velocità la fa da padrona e poche sono le digressioni in un brano tutto sommato molto lineare, in cui il guitar work di cui sopra nega all'ascoltatore particolari voli pindarici preferendo tramortirlo con valanghe di pura potenza. Un brano perfetto nella sua tamarraggine tipicamente thrash, memore indubbiamente della lezione dei grandi maestri della Bay Area, per tutti i fanatici del genere, me compreso.

Let There Be Thrash

Un riff incalzante inaugura il terzo brano "Let There Be Thrash!" (Lasciate che ci sia il Thrash), inno all'headbanging più sfrenato, piccolo ma sentito tributo al rock duro in cui i nostri lasciano trapelare tutta la loro attitudine metallica più verace, genuina: il testo è incentrato in toto su uno spaccato di un loro concerto, tra stage diving, corna alzate e musica sparata a mille dagli amplificatori. I nostri bombardano la folla di sano thrash in un'atmosfera incendiaria, gasatissima. Talmente la descrizione risulta calzante e verosimile che sembra veramente di essere li, tra la massa fomentata, a sbattere la testa in maniera convulsa mentre i nostri pompano rock duro a tutto spiano, mentre parte quel riff incalzante accennato all'inizio, reiterato più e più volte, capace di ipnotizzare e di irrorarci di adrenalina. Un riff che concede solo un momento di respiro, oltrepassato il ventesimo secondo, in concomitanza con il subentrare di un guitar work più ragionato, e che riparte a tutto spiano al quarantesimo secondo accogliendo tra le sue spire la voce bellicosa di Silva, colma di acredine e sporcata di bile come sempre. Ancora una volta il brano concede poco spazio alla fantasia non prodigandosi in digressioni di alcun tipo, e preferendo viaggiare su binari particolarmente lineari dimodo da far stampare il brano in maniera immediata nella corteccia cerebrale dell'ascoltatore. Il brano esattamente come sopra è di quelli che un amante dei maestri della Bay Area non può non adorare, e pur non richiamando in alcuna maniera il mood dei vari gruppi compresi in quel lotto, sfido chiunque a non definire questa tipologia di thrash incline a quel genere di sound. Bay Area oriented potremmo chiamarlo, ma con il grosso pregio di avere una personalità specifica.

Keepers Of Rage

"Keepers Of Rage", quarto brano, lascia da parte qualsiasi inno al metal per scaraventarci di prepotenza nella più verace attualità, portandoci al cospetto di un testo che parla di estremismo religioso - islamico possibilmente, e vedremo perchè - visto dagli occhi di un fanatico integralista. Questo, accecato dalle sue folli ideologie, tiene una bomba sul suo letto, aspettando il momento di usarla per "purificare" (?) il mondo da quelli che secondo lui sono miscredenti, o pagani, come li definisce tale assurdo personaggio. Molti passaggi come "riceveremo un premio" (le vergini e roba simile) e la parte in cui si fa riferimento alle "bandiere nere" (quelle dell'Isis?) ci suggeriscono che si stia parlando decisamente di integralismo islamico, dato che il il colore nero viene al massimo usato dagli estremisti di destra, ma qui la componente religiosa è talmente evidente da non lasciare dubbi. Quindi non si parla di un fanatico fascista ma di un altro tipo di fanatismo, che sino a poco tempo fa ha rappresentato una piaga per il mondo libero e razionale. Sul piano più strettamente musicale invece abbiamo, a seguito di un'introduzione in fade "rumoristica", un riffing schizoide reiterato a più riprese, che in breve si pone come riff principale del brano. Ad accompagnare questo cesello chitarristico, addizionato a una batteria incisiva ma non eccedente, arriva ben presto la voce di Silva, irosa e ieratica. Il brano si assesta così su ritmiche non eccessivamente sparate, proseguendo in maniera estremamente lineare sino al refrain, in cui il guitar work diviene "più disteso" favorendo il protagonismo del chorus espresso su toni magniloquenti. Concluso il refrain si ritorna in seno al main riff ripetuto più e più volte, accompagnato al solito da una batteria sapientemente dosata, in un andamento generale totalmente lineare, ergo privo di particolari sorprese e stranezze. Quel che conta in questa sede non è "stupire", ma far sbattere prepotentemente la testa, alzando le corna al cielo (con una mano, mentre l'altra stringe un bel boccale di birra, in barba agli integralisti citati nel testo). Un altro pezzo che conferma la bontà dei nostri, nel caso si fossero avuto ancora dubi sulla loro capacità espressiva.

Warlord

"Warlord" (Il Signore Della Guerra) ci introduce in uno scenario di guerra, in cui corpi inermi di soldati feriti o morti sono accatastati a terra e le pallottole fischiano incessanti fendendo l'aria torbida. Si combatte senza sosta, e in un contesto ormai destabilizzato, fatto di macerie e puzza di cadaveri l'impietosa mietitrice scaglia contro gli esseri umani la propria falce grondante sangue per portare morte e distruzione. In questo scenario apocalittico colui che viene chiamato "Il Signore Della Guerra" è pronto a scendere in campo per incrementare il caos, la paura, la devastazione. Una blanda interpretazione ci porterebbe a vedere questo signore della guerra come un personaggio metaforico, uno spauracchio capace di personificare l'orrore massimo della guerra, ma molti sono gli elementi che contraddicono questa ipotesi, dato che sembra si parli effettivamente di un personaggio reale e sanguinario (e che la sua voce introduce i primi momenti del pezzo), un essere la cui forza è talmente ampia che tutti dovrebbero tremare al suo passaggio. Come accennato prima è proprio la voce di questo "Warlord" ad introdurre i primi frangenti del brano. Il nostro possiede una voce roca e surreale, propria di un essere che poco ha a che fare con questo mondo. Il suo sibilo infernale provoca il panico tra gli astanti, che si odono in sottofondo con  voci agitate. Presto viene messo in campo un riffing non troppo veloce ma terribilmente incisivo. Il brano si assesta su tempi medi, e la tensione che si viene a creare rivaleggia tranquillamente con quella espressa in certi passaggi di alcuni migliori pezzi degli Slayer. E non è assurdo scomodare il combo losangelino per questi primissimi, momenti, anche se ben presto il brano prende una piega differente, rimanendo ancorato agli stilemi Bay Area ma assumendo un mood più personale. Infatti con l'accelerazione verso il cinquantesimo secondo, pur mantenendo inalterato il riff di base, il gusto espresso risulta differente. La batteria inizia a pompare energia e la voce fa altrettanto. Ci si mantiene su questi ritmi non tradendo la politica della "linearità" apparentemente molto amata dalla band, con gran gioia del thrasher più incallito. Piccola variazione verso il minuto e venti, in cui subentra un differente guitar work a rendere più varia la portata. Ma è un attimo - dieci secondi appena - e in breve si ricomincia a sbattere la testa con quel ritmo portante assassino che pur con poca varietà riesce a colpire e fare male. Ancora una piccola variazione (come sopra) verso il minuto e cinquanta, quindi si cambia ritmo allo scoccare dei due minuti, con un riffing differente ma ugualmente nocivo. Cori a go go verso i due minuti e venti, più avvinazzati che epici - il che va bene, considerando che il thrash spesso e volentieri è sguaiato e ruspante - quindi un piccolo frangente strumentale, "coda" dell'accompagnamento alle vocals, e dunque di nuovo un ritorno ai ritmi principali. Ancora un pezzo di estremo pregio, destinato a fare breccia in qualsiasi cuore in cui risede il sacro verbo del thrash.

When Hell Rises

Abbiamo ancora spaccati di pura devastazione in "When Hell Rises" (Quando l'Inferno Insorgerà), pezzo che ci catapulta nuovamente in scenari catastrofici, dominati dalla morte e dal terrore. Si è al centro di un'ambientazione apocalittica, ed è evidente un senso generale di caos, dove uomini ammazzano a sangue freddo altri uomini, intere famiglie vengono sterminate, cadaveri si ammassano copiosi. Le nazioni sembrano essere allo sfascio e tutto sembra pronto per far sorgere l'Inferno sulla terra. Quando questo accadrà, riferisce la voce narrante, verranno uccisi tutti i traditori, e si combatterà sino alla morte. Gli scenari offerti sono cupi, senza speranza: nulla ha più motivo di esistere in questa terra ormai degradata, dominata da odio e corruzione, e colui che narra sembra più un dannato assetato di sangue che un elemento positivo votato al ristabilimento di un qualche equilibrio. Il brano ci offre stavolta un'introduzione "atmosferica" abbastanza consistente (specie per un gruppo che sino ad ora ha offerto brani con parti introduttive senza fronzoli) considerando che abbiamo almeno quaranta secondi di "intarsi" evocativi. Si inizia con il fragore offuscato di una tempesta (ma potrebbero essere delle bombe: essendo il tutto molto ovattato si fa fatica a distinguere la fonte), quindi un intarsio chitarristico molto sommesso si addiziona al suono di campane. La batteria emerge con dei rintocchi estremamente dilatati, sino al quarantesimo secondo, quando un guitar work fragoroso ci porta in seno al brano vero e proprio, strutturato su tempi medi, in cui spunta la voce aspra del singer. Il riffing possente si staglia minaccioso come un ombra infernale alimentando la granitica magniloquenza del brano. Questo viene reiterato più e più volte sino ad uno stacco grooveggiante oltrepassato il minuto e venti, in cui un nuovo riff subentra a variegare la struttura. Dopo questo stacco - rigorosamente strumentale - si ritorna al minuto e cinquanta alla struttura portante, alimentata dal rif principale, da una batteria sempre potente e incisiva e dalla voce aspra di Silva. Arriviamo ai due minuti e un quarto, e la struttura si distende moderatamente per lascar spazio a dei cori fragorosi (in cui viene scandito il titolo del brano), quindi si ritorna alla parte groove-oriented di cui sopra - strumentale - e di nuovo alla struttura principale. Onde evitare di dilungarmi sui dettagli, abbiamo stavolta un brano dalla struttura lievemente più composita, in cui la velocità non risulta essere una prerogativa - si viaggia più o meno su tempi medi - e la cosa risulta molto aggradante, considerando che i nostri dimostrano in questa sede di saper gestire anche pezzi quadrati e scultorei. Considerando poi che molti album thrash che amo sono composti sia da pezzi veloci che "ragionati" (leggasi quadrati, possenti, granitici) giocare su un alternanza di velocità e pesantezza è una scelta a mio parere vincente.

Leviathan

Un delicato ricamo di chitarra introduce "Leviathan" (Leviatano), brano strumentale dell'esigua durata di un minuto e mezzo circa (più o meno lo stesso minutaggio del pezzo introduttivo), e in breve siamo calati in un atmosfera plumbea, nebulosa, in cui si inseriscono cori distanti e ieratici, solenni. Il ricamo chitarristico funge praticamente da leitmotiv per tutta la durata del pezzo, screziato giusto nella parte finale da una parte effettistica straniante e il serpeggiare di un simil-organo, confuso tra gli effetti di cui sopra. Si entra e si esce, in questa breve parentesi, in un raffreddamento emotivo in cui tutta la carica elettrica precedentemente assorbita sembra dissiparsi in un buco nero.

R.E.D.

"R.E.D." (Rosso) ci introduce ad un testo in cui un personaggio non meglio specificato incoraggia un uomo ad alzarsi e a fuggire. Lo scenario in cui sono calate queste due figure sembra cupo e pessimista, presentando una certa similitudine con gli spaccati proposti da alcune track precedenti. Il protagonista esorta il suo "compagno di avventure" ad andarsene, prima di soccombere in balia del caos scatenatosi in un mondo oltraggiato dall'odio, dalla miseria e dalla morte. Lo stesso mondo che lo ha trasformato in una sorta di assassino spietato e assetato di sangue. A regnare è il marciume, e in una realtà come quella emersa si uccide anche solo per non perire. Il brano tra l'altro sembrerebbe essere una sorta di manifesto "autocitazionista" dei nostri, quasi una "traccia simbolo", dato che nelle ultime strofe appare quel "For Kill" ("Solo PER UCCIDERE/ Prima di morire.") che "per effetto fusione" corrisponde al loro monicker. Musicalmente abbiamo già dalle prime battute una parte tiratissima, con un riff forsennato e un lavoro di batteria che non lascia scampo. Verso il ventesimo secondo il riffing si fa leggermente più atonale e si nota un'addizione di un guitar work teso ed inquietante sull sfondo. Il ruggito de singer ci introduce al pezzo vero e proprio, sorretto da un riff claustrofobico gemellato da un lavoro di batteria perfettamente adiacente al pattern musicale creatosi. A quasi un minuto piccola variazione al lavoro di chitarra, che dura giusto il tempo di un breve frangente prima di catapultarci di nuovo in seno alla struttura principale, forgiata ancora sul riff claustrofobico di cui sopra, prova vocale incazzatissima del singer e batteria potente ma dosata. Ancora una variazione chitarristica al minuto e venti che ci porta in breve al refrain, scandito ad alta voce da Silva con l'addizione di gang vocals (vagamente in stile Exodus). E dopo poco, tempo di un altro pennellamento chitarristico molto teso (sulla scia di quanto abbiamo ascoltato nel primo minuto), e si ritorna nella struttura principale. Un brano anche stavolta abbastanza lineare, ma molto, molto efficace, con una grinta e una capacità di fare presa assolutamente superiori alla norma. Non il classico "revival thrash" ragazzi, ma qualcosa di decisamente più ispirato, come se il sacro spirito del vecchio thrash rivivesse in tutta la sua foga in questi giovani bardi.

Killed At Last

Non si discosta assolutamente dal plot delle ultime tracce la nona "Killed At Last" (Finalmente Ucciso), che ci mantiene entro scenari di sangue e guerra. Guerra citata solo implicitamente, dato che il fulcro del brano è lo scontro del protagonista con delle forze arcigne (solo citate nel secondo verso che recita "Non c'è volontà di sconfiggere l'immortale nemico") che vorrebbero sopraffarlo. Ma combattere con delle forze potenzialmente immortali è impresa ardua, e il nostro protagonista lo sa bene, anche se la sua volontà di non soccombere è assolutamente notevole, tanto da portarlo in breve a perdere qualsiasi controllo sino a trasformarlo in una sorta di berserker assetato di sangue, capace solo di distruggere senza riflettere ne ponderare le proprie azioni. Sul piano musicale possiamo notare come il brano inizi con serrati colpi di batteria presto addizionati ad un lavoro di basso, parte che presto confluisce in un riffing serrato e reiterato. Dopo un piccolo stop si ricomincia sulle stesse coordinate, con l'aggiunta della voce, sempre aspra e sprezzante e sempre particolarmente efficace. Si continua bene o male senza grandi variazioni (salvo l'aggiunta sporadica di gang vocals) sino ad un accelerazione che ci porta in breve al refrain. Al termine di questo si ritorna su coordinate ampiamente rodate, con il medesimo riff che gira su se stesso come una trottola o un criceto - feroce - in gabbia, mentre la voce espande un senso di follia nell'aria come un diffusore (avete presente? Tipo quelli per i deodoranti per l'ambiente, ma senza deodorante e con chili di bile infetta). Il brano, senza girarci troppo intorno, è un altro di quelli riusciti - bisognerebbe chiamare i RIS per trovare qualche filler - che grazie ad una ben giostrata linearità non solo riesce a non annoiare, ma porta ad un headbanging che potrebbe causare la caduta della vostra testa.

Old Skullz

Un riffing circolare e pompatissimo inaugura "Old Skullz" (Vecchi teschi), nel quale il singer emerge quasi subito a marcare il territorio con parole che sottolineano l'essenza on the road dei nostri e la verve maledetta che li circonda. Il testo gira attorno all'aura di fetida dannazione insita nella band, qui presentata come un gruppo di guerrieri notturni (viene in mente quasi un paragone con il celebre film "The Warriors", da noi conosciuto come "I Guerrieri Della Notte") il cui DNA risulta marcatamente stradaiolo e fuori dalle regole di una società ipocrita e "impostata". A questo gruppo di agitatori nottambuli non interessa minimamamente di appartenere alla struttura sociale, non hanno alcuna intenzione di essere "ingranaggi" in questo sistema, preferendo vivere la loro vita selvaggiamente, senza regole. Tutto questo si concretizza nella possenza di un brano che, come citato in precedenza, si apre con un riff circolare per poi permettere alla batteria di incrementare i bpm. Conseguentemente all'inserimento di un nuovo riff il brano riparte con fragore, infiammato da una batteria veloce e una prova vocale incazzatissima. Si viaggia anche stavolta su binari lineari, condiderando che ruota tutto attorno a un guitar work deciso ma privo di sorprese, fatto per incrementare la carica adrenalinica nell'ascoltatore. Immancabili le gang vocals, e, al minuto un quarto sorprende l'inserimento di un solo guitar velocissimo e serpeggiante, capace di rendere ancora più furente un panorama sonico già di per se incendiario. Il pezzo risulta veramente ben fatto, privo di punti deboli, e capace grazie alla sua immediatezza di stamparsi con poca difficoltà nella testa del fruitore, thrasher o metallaro generico che sia. E' proprio di pezzi del genere che molti vecchi dinosauri come me, amanti della vecchia scuola, sentono il bisogno, e il fatto che un gruppo come i Forkill riesca nell'impresa di mettere in piedi simili tracce è davvero una goduria.

In Your Face

"In Your Face" (In Faccia) ci immerge in un quadro di stampo apocalittico, in cui la scienza si rende responsabile del caos generale grazie all'ausilio di una nuova droga dagli effetti incontrollabili e particolarmente nocivi. Gli scienziati sono visti, in questo contesto, come servi dei potenti e votati solo al mero guadagno, indifferenti alla salute umana, alla stabilità e al fine positivo che la loro branca dovrebbe perseguire. La loro avidità, unita alle brame di chi vorrebbe sfruttare il caos a proprio favore, finisce per creare una piaga biblica destinata a far sprofondare in un abisso l'umanità. La voce narrante (aka il protagonista del brano) se ne rende conto, e forse vorrebbe lottare, ma sa che risulterebbe una lotta impari, e dunque si prepara ad una indubbia sconfitta, rendendosi conto che prima o poi anche lui sarà martirizzato in nome della follia di un malsano progresso. Presto i "demoni" portavoci del sonno della ragione faranno scempio della sua capacità cognitiva e a regnare sarà solo la follia. Anche stavolta il brano viene inaugurato da un riffone circolare bello carico, che continua a girare impazzito su se stesso sino al ventesimo secondo, per poi variare leggermente. La batteria incrementa il tasso adrenalinico proposto dal guitar work, donandogli più carica e rendendo questo primo frangente davvero ipercinetico. Un rallentamento si impone verso il quarantesimo secondo, adatto per inaugurare un nuovo frangente impostato su un riff differente, ben più arcigno e mefitico, scortato ancora da veloci rintocchi di batteria. Verso il minuto e dieci si inizia a correre, dato il notevole incremento di velocità imposto da chitarra e batteria. Il pezzo deflagra in ritmiche classicissime ma dotate di una potenza immane. Tutto quindi comincia a girare attorno a un riffing estremamente dirompente. Nel marasma creatosi emerge la voce di Silva, davvero arcigna e "in your face" (tanto per citare il titolo). Incredibilmente verso i due minuti si ode un rallentamento, praticamente inaspettato almeno per me che credevo in un altro brano totalmente "tirato", e in questo frangente la voce di Silva assume toni che possono ricordare... Lemmy Kilmister! Sembra un azzardo ma effettivamente è così (almeno per chi scrive). Ai due minuti e venti si ricomincia a correre spronati da un lavoro di chitarra e di batteria che definire spaccamontagne è poco. Escludendo un nuovo rallentamento e un ottimo solo guitar piazzato verso i tre minuti e trenta, poche le variazioni sino alla fine, per un pezzo ancora una volta a dir poco esaltante. Questo è thrash ragazzi!

Knight Of Apocalypse

La dodicesima traccia "Knight Of Apocalypse" (Cavaliere dell'Apocalisse), nonostante il nome capace di risvegliare visioni destabilizzanti e caotiche, si struttura come un tranquillo pezzo strumentale della durata di appena un minuto e tredici. Un pezzo più evocativo che altro, con una chitarra placida intenta a reiterare un giro in maniera mantrica, mentre sullo sfondo si odono rumori di varia natura, come il crepitare di pezzi di legno, il galoppare e successivamente il nitrire di un cavallo (il destriero del cavaliere, possiamo esserne sicuri). Sembra di trovarci nella parte terminale della distruzione finale, tra le macerie di un'umanità ormai annientata, con questo cavaliere, forse effettivamente uno dei cavalieri dell'Apocalisse biblici, intento a rimirare uno spettacolo fatto di morte e devastazione, in sella al suo mefitico puledro. 

Vendetta

La ribellione contro un sistema malato si erge come plot dell'ultimo brano "Vendetta", un sistema controllato da occulte potenze che vorrebbero schiavizzare e punire qualisasi mente libera, e nel quale un manipolo di uomini - destinato a crescere - si prepara ad un contrattacco, quasi come un gruppo di indomiti partigiani pronti a morire pur di non essere assoggettati a foschi giochi di potere. Uno di loro ammonisce un uomo di lasciare da parte qualsiasi timore, ora non è più solo dato che a combattere c'è un'intera folla, una miriade di persone stanche di qualsiasi vessazione e preparate al sacrificio estremo in attesa di trovare "l'eroe" che possa guidarle verso un attacco risolutore. La lotta per la libertà è appena iniziata, e ci si prepara a combattere. Inizio con il botto per quest'ultimo brano, forgiato sin dai primissimi secondi su un riff scattante reso ancor più possente dai rintocchi energici della batteria. Nell'arco di dieci secondi, sullo stesso riff, abbiamo un lavoro di batteria ancor più deciso: il contesto generale è da subito esplosivo, incontenibile, di una potenza tale da fonare i capelli. Verso il ventesimo secondo un cambio di ritmo - e riff - coincide con una misurata decelerazione, che porta il brano  su tempi più ragionati ma ugualmente tosti. Il subentrare della voce (siamo al quarantesimo secondo circa) da modo al brano di riprendere velocità, tornando su ritmi infuocati. Il brano si avvia così su binari "rettilinei", lineari, in cui si assiste nuovamente alla predilezione per un effetto dirompente più che per strane sorprese e sperimentazioni varie (ma al dodicesimo brano - l'ultimo - lo abbiamo capito, i nostro non sono tipi da sperimentazione). Abbiamo sicuramente  qualche piccola variazione qua e la ma nel complesso, come detto, ancora una volta è linearità a farla da padrone, in un pezzo che, complice certe trovate ritmiche e una capacità di coinvolgere addirittura superiore rispetto a tanti altri pezzi qui contenuti, potrei eleggere tranquillamente come uno dei migliori del lotto. Pura energia capace di stritolare l'ascoltatore, in cui il thrash tipicamente Bay Area sembra essere aggiornato ad uso e consumo dei nuovi fruitori.

Conclusioni

Arriviamo così al termine di questo disco e alle consuete considerazioni finali, che, nel caso non l'abbiate capito, non possono che essere positive considerando che il qui presente disco risulta decisamente avvincente, potente, ben cantato e suonato. Una manna per qualsiasi thrasher che si rispetti, in primis per gli amanti del thrash Bay Area e di tutti quelli che seguono la "corrente" del revival thrash, e in secundis a tutti i thrashers nel suo insieme più totalizzante (che siano amanti del versante teutonico, o inglese o qualsiasi altra roba, non importa) e a qualsiasi metallaro in cerca di un buon prodotto. In pratica sarei tentato di consigliare a chiunque di dare almeno un ascolto a questo disco, dato che la qualità scorre copiosa e per quarantaquattro minuti abbondanti il divertimento è assicurato. Un thrash che non è sicuramente "d'annata" (i nostri sono giovani e la band è in giro da poco), ma che strizza l'occhio alla parte migliore del genere che fu, e dunque suona come se lo fosse. Quasi, dato che comunque il thrash, nelle loro mani subisce un processo di svecchiamento e suona decisamente fresco, aggiornato, al passo con i tempi. Dunque qualsiasi pericolo di fetide vampate stantie è nettamente scongiurato, e penso che potrebbero essere molti i gruppi che farebbero carte false per suonare "vero" come loro, con la stessa attitudine, ispirazione, naturalezza. Sembra che esageri, ma basta mettere il disco nello stereo e farlo partire per capire esattamente di cosa stia parlando. E fa specie trovare, girando per il web, così poche recensioni su questo disco o sul precedente (cerchi Forkill e vieni assalito da un repentino giramento di scatole quando trovi tremila recensioni su Forkhill [il villaggio Irlandese N.d.A.]) dato che i nostri meritano davvero e meriterebbero decisamente più recensioni, trafiletti eccetera. Come già specificato non manca nulla ad un disco del genere, e pur essendo il secondo, i nostri mostrano una maturità davvero invidiabile: ottima la padronanza degli strumenti e ottima la capacità di tirare fuori gragnole di riff, giochi di batteria, inserimenti di basso sempre e comunque funzionanti. Oltre naturalmente a tutto il resto precedentemente specificato, come per dire l'ispirazione. Quella o c'è o non c'è, e i nostri dimostrano di averla. O la capacità di "catturare" l'attenzione. Ragazzi: in un epoca di file-sharing, in cui un disco dura meno della sua lunghezza effettiva è un miracolo trovare qualcuno che sia capace di fare ben dodici pezzi (e ci metto anche le interessanti parentesi strumentali) capaci veramente di calamitare l'interesse dell'ascoltatore tanto da non finire per essere miseramente skippate. Nota a margine per i testi, sicuramente adeguati anche se non totalmente focalizzati: abbiamo tematiche differenti che passano dalla vita del thrasher, in evidente autoindulgenza, a visioni apocalittiche pienamente in sintonia con tanti testi dello stesso genere musicale. La cosa comunque non inficia minimamente sulla riuscita del disco, dato che non è una prerogativa di un buon album quello di avere un lotto di tematiche comuni (spesso questa operazione finisce - quando le tematiche sono strettamente interconnesse - per dare vita a un concept, cosa che i nostri non volevano assolutamente fare) e anzi, molti dei migliori dischi del genere hanno brani con testi abbastanza variegati. Dunque questa piccolissima nota non vuol risultare come una critica ma come una puntualizzazione. Questo è il tipo di tematiche che i nostri volevano trattare, e di tutto il resto ce ne frega assai. Dunque, arrivato a questo punto non posso che elogiare nuovamente i Forkill per averci deliziato con un disco di siffatta bellezza, una perla rara in un panorama che al giorno d'oggi spesso si limita al riciclo, mentre avrebbe bisogno di più alfieri come loro, capace di tirar fuori dischi in cui si sente ancora quell'essenza verace, genuina, propria di quel thrash che ha fatto storia e si è saldato irrimediabilmente nel nostro cromato cuore da metallari. Evito, almeno per ora, di sbilanciarmi con il voto dato che (molto) difficilmente esagero con i numeri trattando una band al secondo disco, ma per chi ha letto sa come la penso. I nostri, se l'ispirazione non viene a mancare, hanno già il futuro spianato e un giorno saranno ascrivibili a maestri del thrash. Bravissimi, aspetto con ansia un nuovo disco targato Forkill (e nel mentre mi sparo per l'ennesima volta questo, che difficilmente arriverà a stancarmi).

1) Introduzione
2) Succubus Lament
3) Emperor Of The Pain
4) Let There Be Thrash
5) Keepers Of Rage
6) Warlord
7) When Hell Rises
8) Leviathan
9) R.E.D.
10) Killed At Last
11) Old Skullz
12) In Your Face
13) Knight Of Apocalypse
14) Vendetta