FORBIDDEN

Forbidden Evil

1988 - Combat Records

A CURA DI
ANDREA EVOLTI
12/02/2022
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Il thrash metal non è un'entità unica, monolitica; il thrash metal, per la sua stessa natura musicale, è fluidità nella violenza (nel senso di forza, la 'vis' latina) e violenza nella fluidità. Il thrash metal è una sorte di arte marziale musicale, un po' come tutto l'heavy metal ma, in questo caso, è il kung-fu della musica metal: tanti diramazioni e declinazioni che discendono da un'unica sorgente.
I Forbidden, formatisi nel 1985 a Hayward, California, contea di Alameda, un tiro di schioppo dalla Bay Area di San Francisco, rappresentato uno dei più particolari gioielli del Second Impact del Thrash Metal, quel gruppo di band che nasceranno all'indomani della prima epifania del Thrash, quella dei Fabulous 4, o meglio, Fabulous 5 dei primi '80s. Peculiari perché, oltre a segnare la strada dell'evoluzione del Thrash, che vedrà incorporare una ancor maggiore articolazione del songwriting, inseriranno elementi melodici del classic e power metal U.S. senza che questi stemperino l'impatto devastante e la dinamica violenza dei propri brani, riuscendo sempre a creare dischi di altissimo valore, sfruttando anche le problematiche esistenziali della band stessa.
Problematiche, certo, perché i Forbidden, se hanno mai avuto un difetto, è sempre stato quello (molto simile ai Megadeth, ma per ragioni differenti) di avere una formazione non stabile, se non nei componenti fondatori, soprattutto per quel che concerne la storia discografica del combo californiano.
Dopo la loro fondazione nel 1985 con il nome di Forbidden Evil (abbreviato per non essere etichettati come band black metal) per poi diventare Forbidden, si arriva all'esordio con l'album del 1988 che prende come titolo proprio l'originario monicker della band: Forbidden Evil.
Il debutto è qualcosa di tellurico, non solo per la violenza, ma anche per lo stile e la dinamica che presenta, grazie alle chitarre di Craig LoCicero e Glen Alvelais, la batteria di Paul Bostaph, il basso di Matt Camacho e la voce di Russ Anderson.
Le chitarra di LoCicero e la voce di Andeson, tutt'ora tra i superstiti della prima formazione della band assieme al bassista Camacho (i Forbidden sono attualmente in stato di stand-by artistico, almeno dal 2012), sono tra gli elementi che maggiormente contraddistingueranno questo lavoro (ma non solo) del five-piece statunitense: songwriting intricato, virtuoso ma, allo stesso tempo melodico e di grande violenza esecutiva, unito ad una voce che fonde splendidamente e con grande personalità l'aspra veemenza del thrash del 'First Impact' (Metallica, Exodus, Slayer, Anthrax, Megadeth) con la melodia aggressiva, la tecnica e gli scream melodici del metal classico e del power statunitense (Metal Church, Vicious Rumors, Agent Steel etc.).
Proprio 'Forbidden Evil' si dimostra un tuono con l'armonia di una fuga di Bach, un fulmine che danza nell'aria come un acrobata, un'onda che taglia come una lama. Questo esordio della formazione californiana che sconquassa la scena metal e thrash con uno stile che ridisegnerà la scena statunitense del metal estremo e caratterizzerà ulteriormente la corrente musicale della Bay Area di San Francisco, può essere definito uno dei debutti più importanti ma, sotto certi aspetti, non pienamente considerati, all'interno del music business metal di allora, che stava concludendo uno dei periodi più floridi della sua storia, brutalmente interrotto dallo sfruttamento che verrà fatto della scena rock di Seattle.
Un lavoro esplosivo, per l'appunto, veloce, funambolico ma anche letale e violento, con un cantato, quello di Russ Anderson, assolutamente innovativo ed esaltante, capace di mischiare i più oltranzisti stilemi del raw vocal del thrash con la melodia e le virtuosistiche aggressioni del metal classico e del power a stelle e strisce, aprendo anche la strada a correnti ibride seguite da formazioni come Heathen, Agent Steel e, in futuro, Iced Earth ed Eidolon.
Non solo vocal, però, in questa opera prima del quintetto nordamericano. Le chitarre della coppia LoCicero/Alvaleis si dimostrano asse portante compositivo, con valanghe di riff contorti ed incalzanti, capaci di lacerare ed evocare immagini apocalittiche e da incubo su ritmi serratissimi e mai ripetitivi, unendo il tutto con improvvisi fraseggi ed assoli che fanno la storia del metal e marchiano a fuoco gli scenari da incubo horror/sociale narrati nei testi.
A spingere questo vascello d'assalto dell'orrore virtuosistico, una sezione ritmica implacabile, snella, fluida ma che non perde di vista la feroce corsa contro il muro: Matt Camacho al basso ed il ninja delle pelli, Paul Bostaph (futuro Slayer) sono protagonisti di una prova che lascia l'ascoltatore come un civile che ha provato, per la prima volta, un loop 360° su di un F-22 Raptor.
Un disco pieno di brani che lasciano il segno, cambiano la vita e preparano alla guerra contro la società dell'ipocrisia pret-a-porter.
Una vera e propria arma letale.

Chalice of Blood

Partenza fulminea con Chalice of Blood (Calice di sangue), che apre con un acuto halfordiano prima di gettarsi nelle serrate strutture di riff, fraseggi, assoli introduttivi e strofe che lanciano la fanteria volante verso il campo di battaglia; l'assalto culmina nel climax del pre-chous e poi nel chorus che ripete il titolo del brano: 'Welcome to the church of lies! Doves will die, a priest will cry, Man will tithe Welcome to the church of lies! Chalice of blood, Waits to fill us, Chalice of blood'. Chiaramente, un assalto feroce ai fanatismi religiosi, al terribile fenomeno dei predicatori televisivi americani e delle sette da loro guidate.
Il feeling che unisce gli strumenti e la voce, in questo brano, è incredibilmente bilanciato e quasi 'rilassato', nonostante l'altissima tensione trasmessa e questo rende il tutto ancora più incisivo.
La sessione ritmica viaggia a velocità stellari e le chitarre intessono intrecci sostenutissimi di strofa e ritornello, fino ad arrivare al cambio di tempo che sostiene gli assoli di Alvaleis e LoCicero, vorticosi e carichi di tensione battagliera, con la struttura ritmica che si adatta senza calare minimamente la furia aggressiva che culmina nell'acuto finale anticipato da un vocalizzo basso che prepara il colpo finale e la strofa di chiusura, caratteristica che aumenta l'impatto emotivo innescato dall'uso di forti elementi melodici all'interno di una song così terremotante.
Una furia devastante ma lucida, analitica, spietata, proprio per contrastare il fanatismo che si cela, non solo in certe associazioni religiose (o sette) che si incontrano su canali televisivi via cavo o ascoltando stazioni radiofoniche perse nel nulla del Mid-West, ma anche in tutti gli aspetti della società americana (ma potremmo tranquillamente dire tutta quella mondiale).
La dichiarazione di guerra e d'intenti al mondo, con l'urlo di Anderson, è stata consegnata.

Off the Edge

Subito i Forbidden, con questo Off the Edge (Oltre il bordo), fanno capire che la loro furia è multi-sfaccettata e tutt'altro che monodirezionale, con una intro dispari in quanto a tempo di sezione ritmica (il basso di Camacho è avvolgente e sinistro), quasi jazzistico e che innalza la tensione dell'ascoltatore, prima dell'esplosione e della corsa sincopata con una strofa cadenzata ma sostenuta, dove la sezione ritmica accelera improvvisamente per portarci al refrain che è un proiettile vocale che lacera mente ed anima.
Anderson narra in maniera ansiogena, quasi nevrotica, la storia di tre persone che arrivano e sono spinte a superare il limite; la prima di queste sembra essere, visto il nome, il famoso serial-killer John Wayne Gacy, più tristemente noto come Pogo il Clown, la cui vicenda ha impregnato l'immaginario collettivo e ispirato romanzi, film e canzoni. Il brano nel suo insieme, però, con il suo nevrotico virtuosismo, esaltato dai dialoghi tra assoli di Glen e Craig, perfetti nel narrare il mood emotivo dei protagonisti, è più un giro sulle orribili montagne russe di menti portate al limite da traumi, che la storia delle gesta di un singolo serial killer, come d'altra parte viene sostenuto grandiosamente dal lavoro della sessione ritmica Camacho/Bostaph. Il "bordo" di cui parla il titolo è dunque da intendere come un confine mentale, il limite impalpabile e a volte labile tra la sanità mentale e la follia omicida. Ancora una volta la spettacolare fisicità del thrash dei Forbidden si spinge dentro l'animo umano e cerca di rappresentare le catastrofi interiori subite dall'individuo; un individuo sfaccettato ed estremamente complesso, proprio come il guitar-work della band, che esprime il tutto con la fluida violenza di azioni che esplodono detonate anche da avvenimenti (apparentemente) insignificanti.
Una perla di thrash metal psicologico e nervoso, un pugno nello stomaco e nel cervello.

Through Eyes of Glass

Una partenza fulminea, lacerante. Una corsa isterica in una mente sull'orlo della follia, perfettamente coreografata dai riff di una traccia in cui forma e sostanza vivono in perfetta simbiosi. 'Through Eyes of Glass' (Attraverso occhi di vetro) inizia in questo modo, con la strofa sostenuta dalle chitarre velocissime ed intricate e la voce tagliente di Anderson, le quali inseguono visione psicotiche fino al refrain vocalizzato dal un vibrato prima, e da un acuto in pieno stile Halford nella seconda strofa. Bostaph viaggia a ritmi velocissimi, prima di inserire un breakdown alternato a stacchi e fraseggi di chitarre isteriche che culminano in un assolo lirico e drammatico, di altissima fattura, fino a rientrare nel mood portante, sempre pieno di una tensione mentale altissima. Un vero labirinto di incubi e sofferenza psicologica ('Visions are coming at last to me/Once I was blind but now I can see/Can you believe what you see?' - Alla fine (queste) visioni vengono da me/Prima (una volta) ero cieco, ma ora posso vedere/Riesci a credere a ciò che stai vedendo?), dove tutta la scrittura del brano è volta a ricreare questa ascesa verso un climax che esplode proprie nei virtuosismi di chitarra, che narrano ciò che suonano, senza mai essere meri esercizi stilistici, in virtù del gusto melodico di LoCicero e Alvaleis. Un pezzo davvero straordinario e che anticipa uno dei temi e delle ambientazioni più care al quintetto californiano: l'introspezione ed il dramma emotivo. Una pugnalata mentale che sovrappone passato e futuro. Un labirinto tematico che indaga nella mente di un uomo confuso, il quale ripensa agli errori commessi. "Rifletto su ciò che osno stato, la vita che ho vissuto, i molti uomini che sono stato". In questo caso, è come se il protagonista delle liriche fosse sotto ipnosi regressiva e rivivesse le vite precedenti. Nella sua sfera di cristallo egli vede non solo il passato, ma percepisce anche il futuro. Non riconosce cò che è stato, perché ora la sua vita è cambiata: "Chi è costui che vive nei miei sogni?",  si interroga, alla fine del brano, ed è frastornato. La musica segue le sua confusione mentale. C'è uno spiraglio di speranza? L'uomo è cabiato davvero o continuerà a commettere gli stessi errori? Un brano dannatamente introspettivo, dall'incedere minaccioso e quasi spietato.

Forbidden Evil

VL'anthem per eccellenza dei Forbidden, l'Apocalisse narrata coi power-chord. Parliamo naturalmente di Forbidden Evil (Male proibito). Epicità e violenza thrash, melodia e dramma, decadimento ed estasi visuale della miseria. La title-track, con un incipit quasi beethoveniano, ci lancia a tutta velocità in un brano dalle strutture chitarristiche intricate ma dallo svolgimento melodico pulito, lineare ed incredibilmente efficace, con Anderson che alterna raw vocal come di rabbia ad acuti degni dei migliori, siano questi i Priest, i Maiden o i Sanctuary.
Il lirismo inserito nell'incendiaria aggressione, tenuta ritmicamente durante tutti i cinque minuti e quarantatré secondi del brano, è la perfetta colonna sonora per un videoclip che potrebbe rappresentare le scene finali di uno dei capolavori dell'horror macabro ed apocalittico: 'Il Signore del Male' (Prince of Darkness) di John Carpenter, dove la desolazione di una città ormai allo sbando sotto il diffondersi del Male attraverso la follia (c'è anche Alice Cooper nel cast), si allinea splendidamente ai tempi serrati e ai riff da "fuga di Bach" snocciolati dalla band. Violenza e follia la fanno da padrone in un mondo completamente allo sbando, visione al tempo stesso distopica e allegorica del mondo reale, mentre siamo invitati a osservare l'orrore dal punto di vista delle vittime, sospese assieme ai carnefici in un limbo senza tempo e senza luogo, come a rimarcare la monolitica immutabilità della crudeltà umana, a prescindere dai mezzi e dalle situazioni. Il male dell'uomo è tuttavia solo il vascello di un male più grande e più oscuro: un Male da lungo tempo bandito e ora finalmente pronto al suo riscatto.
Grande il lavoro del duo Camacho/Bostaph, in grado di far girare a 10 mila giri il propulsore ritmico della traccia senza mai sacrificare fantasia e abbellimenti che sottolineino tutte le sfumature di un brano aggressivo, ma anche in grado di dipingere un panorama horror-apocalittico che appare decisamente come una metafora della società americana di fine '80s. Da infarto anche gli assoli di Alvaleis e LoCicero, veri e propri guitar-hero del thrash alla pari di personalità come Jeff Waters o Dave Mustaine. Non un semplice inno, ma una vera e propria arma sonica da guerra.

March Into Fire

Coi timpani che ancora rimbombano della furia di "Forbidden Evil", eccoci investiti dalle truppe infernali di March Intro Fire (Marcia attraverso il fuoco). Rumori di anfibi che corrono, il rullante di Bostaph in ritmica da marcia e poi le chitarre a mitraglia che iniziano la mattanza, con la voce di Anderson impegnata in un assalto vocale thrash violentissimo e in uno schema strofa/ritornello mostruosamente efficace e distruttivo, perfetta rappresentazione di una condanna per questi uomini: A course on our souls/We have no choice/We are but toys/Marching into fire (Una maledizione [grava] sulle nostre anime/Non abbiamo scelta/Non siamo altro che giocattoli/Che marciano verso il fuoco)'. Guerra, da sempre uno dei temi più trattati dal metal e dal thrash in particolare. Qui il destino dei soldati, condannati al sacrificio per una guerra di cui, forse, non comprendono neppure il significato, viene tratteggiato benissimo dall'alternanza di una strofa aggressiva e veloce e da stacchi più cadenzati e cambi di tempo repentini, guidati da lead chitarristici ad altissima tensione. Stop-and-go e poi un altro passaggio strumentale di bruciante velocità che va verso gli assoli, brevi ma vorticosi, per poi ritornare nel mood principale. Una bordata metallica che invoca distruzione, quasi una resa di fronte al disastro e all'annientamento. Ciò che è stato non si può più cambiare, ormai tutto è perduto. La guerra è una maledizione, l'essere umano è piegato da questo incantesivo distruttivo e non ha scelta alcuna per ribellarsi al proprio destino. L'inferno è ovunque, "laghi di sangue sotto i piedi/il genere umano cammina nel fuoco". Questa è una marcia tra le fiamme e la band non dimentica di ricordarlo attraverso un passo pesante e una ritmica furiosa. Ritmicamente molto vicino alla scuola classica del thrash, specie il binomio Slayer/Exodus, 'Marching?' che si conclude con il classico assolo di tutti gli strumenti, è un altro classico che miete vittime in sede live, un'altra stilettata nella schiena dell'ipocrisia.

Feel No Pain

Con un inizio quasi misterioso, carico di tensione, ha inizio Feel No Pain (Non sentire alcun dolore): questo brano, che parla dello spionaggio e delle black ops, ci mostra ancora lo stile frenetico ed intricato delle chitarre dei Forbidden, intente a macinare riff velocissimi che culminano in assoli esaltanti, alternati a stacchi ritmici, supportati da Bostaph e Camacho, i quali fanno da impalcatura a duelli di almeno tre coppie di assoli, adeguatissima rappresentazione dell'incertezza e della paranoia che guidano le operazioni sotto copertura. In particolare, il continuo colpire e rispondere delle due asce americane, ci regala quel senso di perenne incertezza, di imprevisti, di complicazioni improvvise e di piani che vengono sempre disfatti quando si ha a che fare con forze che agiscono nell'ombra e non mostrano nulla di sé, che si tratti di punti di forza, punti deboli o reali intenzioni, unite ad occulte alleanze. Alleanze che possono rivelarsi inganni, parole dietro le quali si celano codici da decriptare ed interrogatori che, proprio come riportato dal titolo, devono essere superati cercando di 'Non sentire il dolore', per non rivelare informazioni vitali, tutto questo concretizzato dagli stacchi continui della sezione ritmica e dai numerosi cambi di riff della coppia di chitarre.
Anderson dà sfogo a tutto il suo lato thrash di screamer, supportato da cori taglienti che incrementano l'atmosfera nevrotica e paranoica di un brano che mette a dura prova i nervi, oltre che i muscoli del collo per l'headbanging. Una track veloce, concisa ma ricca di virtuosismi 'brutali' che sintetizzano lo stile multisfaccettato del quintetto di Hayward. Il brano sembra quasi unna invocazione alla pace sensoriale, una preghiera per fermare il dolore atroce. "La mente grida per una grazia non ricevuta". La condizione umana è ben chiara, non c'è alcuna speranza di serenità: lame taglienti, sangue che scorre placido dai cadaveri, l'acre odore di morte. Tutto sa di morte e distruzione destino della razza umana. Si tratta di una guerra segreta, con messaggi di morte trasmessi da una spia all'altra. La vita è una guerra silenziosa che colpisce duramente ogni essere vivente.

As Good As Dead

Basso e chitarra sembrano scambiarsi insulti tra loro, prima di gettarsi nella fuoriosa rissa di As Good as Dead (traducibile grossomodo "bello che morto). Ancora rabbia a velocità warp, per la coppia di pittori assassini LoCicero e Alvaleis, qui ancora più impegnati in un botta e risposta solistici di meravigliosa fattura, ad incastonarsi in continui cambi di passo nel riffing dettato dalla batteria di Bostaph, ora tentacolare come non mai. 
Anderson torna ad essere sirena della distruzione, cantando come si fosse inseguito dai peggiori incubi usciti dallo spazio esterno di Lovecfrat e, ancora una volta, questi mostri hanno il volto della guerra, in cui soldati sono vittime condannate ad essere boia. Disperazione e rabbia, mixate dal songwriting ossessivo e pieno di variazioni dei riff di chitarra, sono trasformate in un vero e proprio campo di energia distruttiva dalla sezione ritmica che fa della precisione e dell'inarrestabile velocità un punto di forza, ulteriormente rafforzato da infinite piccole variazioni nell'uso dei piatti o dalle pause e dai passaggi sincopati del basso. Una struttura architettonica implacabile, per una narrazione altrettanto spietata, vale a dire quella del teatro bellico e delle guerre moderne, quelle che vengono definite 'dimenticate', relegate nelle zone calde del mondo come Medioriente, Africa centrale ed Eurasia. Ancora una volta, i Forbidden si fanno cantori dell'orrore dei conflitti contemporanei che, se è vero che hanno ridotto le vittime militari, hanno portato ad un terrificante innalzamento di quelle civili ('Planes shoot, blood runs/Killing innocent people/Bombs hit were blown to shit/Killing all our children' - Gli aerei bombardano, il sangue scorre/Uccidendo innocenti/Le bombe deflagrate hanno devastato [ogni cosa]/Uccidendo tutti i nostri figli); un quadro orribile e delirante, dove il conflitto è progettato e calcolato da signori della guerra, per i quali tutto e tutti sono sacrificabili.
Il picco emotivo, come in quasi tutte le track di 'Forbidden Evil' è dato dal particolarissimo uso del refrain che, invece di essere melodicamente prolisso, risulta estremamente sintetico e composto da pochi versi, spesso interpretati da Anderson con scream o raw vocal secche, taglienti ed acute, veri e propri urli di rabbia lanciati verso il cielo, una sorta di invettiva contro il mondo ed i suoi crimini.
Quattro minuti sul roller coaster di cambi di battaglia che sembrano situati ai piedi della 'Montagne della Follia' del solitario di Providence, dove incubo e realtà si fondono.

Follow Me

Un arpeggio di chitarra acustica sembra introdurci ad una track di chiusura meditativa e, invece, ci porta dritti dritti verso la sostenuta ma ruggente Follow Me (Seguimi), un'ultima tappa che appare meno frenetica delle altre, ma non meno folle, dove esplodono epiche e solenni le sei-corde di Glen e di Craig. Le chitarre si riscaldano su un mid-tempo sostenuto, prima di incrementare costantemente il ritmo in una spirale ascendente che, con un balzo dettato dall'entrata della voce di Anderson, ci fa salire sulla vetta di una guglia gotica, prima di farci cadere per mano di un sadico pifferaio magico, un abisso di morte dove le vittime di questo ingannatore, quasi derise dalle strofe incalzanti cantate dal singer americano, si schiantano al suolo, proprio come le illusioni in esse stesse coltivate. Un pifferaio che sembra incarnare molte figure di manipolatori, storici o di fantasia: dall'entità maligna simil-Sutter Cane de 'Il Seme della Follia' (Venite figli miei, seguitemi/Io sostengo l'intera eternità/venerate ciò che io vivo e sogno/aiutatemi a riempire il mare demoniaco) fino ai famigerati predicatori televisivi americani, tristemente famosi per i loro falsi miracoli e le prediche infuocate e bigotte, tutto architettato per incassare il massimo dai loro seguaci/vittime (I'm drained/I can't go on/With you I feel I can go on,/Blind they'll walk into the grave,/We must hold on, we will be saved,/Saved!!!!). La fede del malcapitato si traduce ben presto nella sua disgrazia, mentre le parole del predicatore si rivelano trappole atte a nasconderne vizi, bassezze e una lussuria patologica. Nell'ottica di una band come i Forbidden, cinica nei confronti delle persone e ostile alla religione organizzata, la figura del !predicatore! può essere liberamente interpretata dall'ascoltatore a seconda della propria sensibilità, dal microscopico al macroscopico: dal pretuncolo pentacostale di quartiere, fino ai principali profeti delle grandi religioni che dominano i cuori d'interi popoli e culture. 
I continui stacchi e stop-and-go dettati dalla sezione ritmica, fanno da preludio alla risata maligna di Anderson che ci guida all'interno del break di un labirinto compositivo caleidoscopico ed asfissiante, che raggiunge il suo culmine prima con l'acuto del cantante californiano e poi con gli assoli di LoCicero e Alvaleis, per poi lanciare le anime di questi innocenti ingannati, nella trappola mortale, con una cesura secca e spietata.

Conclusioni

Strumentalmente estatico e compositivamente violento, drammatico e frenetico, 'Forbidden Evil' non è solo un capolavoro del thrash metal, ma anche una delle linee di spartiacque fondamentali per questo genere, capace di introdurre elementi particolarissimi come un uso della sezione ritmica debordante e l'impiego della velocità e dei cambi di tempo come strumento drammatico fondamentale per comunicare il senso di fobia ed angoscia dell'essere umano, gettato nella centrifuga di un mondo che lo distrugge da fuori ma anche internamente. Il prima lavoro del five-piece americano, infatti, possiede una forte carica di introspezione iper-cinetica, che verrà ulteriormente sviluppata dal suo successore 'Twisted Into Form', capace di rielaborare il thrash classico ed oltranzista con elementi quali la tecnica e la strutturazione compositiva, che si esaltano negli assoli di LoCicero e Alvaleis, nel motore ritmico del basso di Camacho e dello straordinario drummer Bostaph ma, soprattutto, nelle capacità vocali, di scrittura e di interpretazione di Russ Anderson, vero virtuoso del cantato estremo: qui il singer californiano usa tutto il suo bagaglio canoro ed il suo carisma per interpretare, in maniera estrema, visioni estreme per storie estreme.
Come altri album suoi coevi (Alice in Hell degli Annihilator, Frolic through the Park dei Death Angel, Shattered Existence degli Xentrix o Product of Society dei Defiance), 'Forbidden Evil' riesce ad evolvere in maniera considerevole sia lo spessore tecnico che lo sviluppo compositivo del thrash metal, oltre che mostrare nuovi percorsi stilistici anche sotto il profilo lirico. Riguardo quest'ultimo dettaglio, va detto che la band di Hayward parte da basi già tracciate in archetipi ben consolidati, caratteristici del genere; l'abilità di questi ragazzi è stata proprio quella di conservare un certo tipo di poetica e di "piegarla" alle proprie esigenze, partendo da presupposti ora sociali, ora politici, ora semplicemente violenti e dissacranti, riuscendo tuttavia a dare loro una forma che fosse in parte anche individualista, cinica, a tratti intima, intercettando almeno in parte quella sensibilità che avrebbe caratterizzato il suono duro anni '90 - senza però mai tradire l'attitudine del thrash vecchia scuola. Sfortunatamente, questa splendida evoluzione artistica incontrerà, un paio d'anni dopo, il muro della diffusione commerciale costruito dalle major, ormai pronte a cannibalizzare la nascente scena grunge e tagliando le gambe a molte formazioni thrash metal emergenti, assestando un gravissimo colpo allo sviluppo artistico del metal in generale e del thrash in particolare, spingendo molte band di questa scena (alcune anche storiche, come ad esempio gli Anthrax con 'Sound of White Noise') a cercare di 'conformarsi' a queste nuove direttrici, ovviamente con pessimi risultati. Questa evoluzione, nonostante lo stop forzato da tale trend, sarà la base, negli anni successivi, per la sopravvivenza e poi la rinascita del thrash stesso, il quale riuscirà a superare la crisi che aveva minato l'interesse nei suoi confronti - proprio in virtù di quell'evoluzione e ricerca personale svolta da ogni band. D'altra parte, non solo era cambiato il mercato discografico, non solo erano andate a modificarsi la sensibilità e i gusti del grande pubblico, ma perfino lo spazio vitale dei grupi thrash metal era andato via via a ridursi, fino ad arrivare agli scenari odierni. Ne accennava proprio Glen Alvelais in un'intervista concessa a EvilG per Metal Rules: All'epoca era il top del top e lo sarà sempre, la bay area adesso fa schifo. Con nessun luogo in cui suonare, i gruppi oggi faticano perfino più di prima. Penso che una delle ragioni per cui all'epoca la situazione era così buona, sia perché c'erano un mucchio di posti in cui le live band potevano suonare.
Di fronte a ciò ma anche in base al fatto che 'Forbidden Evil' ha avuto il merito di perseguire e sviluppare una sua crescita stilistica e di spessore artistico, si può tranquillamente affermare che il debutto dei Forbidden va annoverato tra le gemme 'evergreen' del metal in quanto dimostra di essere uno stupendo affresco della follia sociale di allora e di oggi, dipinto con mitragliatrici.

Lineup: 
Russ Anderson
Vocals
Glen Alvelais
Guitars
Craig Locicero
Guitars
Paul Bostaph
Drums
Matt Camacho
Bass

1) Chalice of Blood
2) Off the Edge
3) Through Eyes of Glass
4) Forbidden Evil
5) March Into Fire
6) Feel No Pain
7) As Good As Dead
8) Follow Me