FLOTSAM AND JETSAM

Blood in the Water

2021 - AFM Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
04/11/2021
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Parlando dei Flotsam and Jetsam trattiamo una grandissima band, tra i pilastri assoluti di un certo speed/thrash. Un gruppo che ritorna in questo 2021 con un album nuovo di pacca, "Blood in the Water", che tratteremo a breve in questa sede. Il gruppo fondato nel lontano '81 da Jason Newsted (inutile prodigarsi in dettagli sul personaggio in questione: se conoscete i Metallica e i Voivod sapete di chi parlo), dapprima con il nome Paradox, e successivamente con i nomi Dredlox e Dogz, tre anni dopo cambiano definitivamente monicker assumendo il nome che li traghetterà negli anni a venire. Questi debuttano in una serie di locali non esattamente rinomati, e, nel 1985, danno alla luce due demo, ossia "Iron Tears" e "Metal Shock". Vengono quindi notati dalla Metal Blade che li mette sotto contratto, e per tale etichetta discografica pubblicano il primo di una lunga serie di album vincenti, ossia "Doomsday for the Deceiver", disco di grandissima fattura, ancora ricordato - e non potrebbe essere altrimenti - dalla maggior parte dei metalheads, come un vero gioiello. E, come sottolineato in precedenza, la loro avventura non si ferma qui: a questo imprescindibile pilastro fanno seguito ben quattordici dischi, l'ultimo dei quali (come specificato in partenza) uscito nel 2021. Parliamo naturalmente di Blood in the Water, album che ribadisce ancora una volta la grinta e l'ispirazione dei Nostri. Dodici tracce incandescenti in un disco (dato alle stampe per la AFM Records) capace decisamente di far sbattere le teste in maniera incessante. Laddove molti gruppi del genere arrancano, vuoi per l'età, vuoi per mancanza di ispirazione (e la cosa è da comprendere: chiaramente mantenere vivo il fattore ispirazione dopo diversi anni - nel caso si parli di veterani - non è sempre cosa facile), i nostri dimostrano continuamente di mantenersi in una sorta di inesauribile giovinezza. Quasi avessero a disposizione una specie di elisir della lunga vita capace di mantenerli in eterno dei "giovani metalheads". Certo non è più il tempo di perle come Doomsday for the Deceiver. I tempi sono cambiati, e con essi anche il gruppo, fattosi più maturo. Ma nessuno vuole salti nostalgici nel passato: quanto dato alle stampe ora è il frutto di un gruppo con una certa esperienza, che è stato capace di crescere, di (tanto per ripetermi) maturare, e ancora, dopo anni dalla propria fondazione, di rimettersi di nuovo in gioco. Dando alle stampe un prodotto cromato e incandescente che sono sicuro farà la gioia di tanti metalheads che vivono di pane e speed/thrash. L'impatto con il sottoscritto è stato notevolmente positivo, e sono sicuro che non mancherà/abbia mancato di suscitare lo stesso effetto con altri "dinosauri" come il sottoscritto amanti di prodotti particolarmente diretti. Ok: qualche parola era d'obbligo, tanto per introdurvi alla nostra consueta analisi traccia per traccia. Ma i dettagli saranno appannaggio del prosieguo (dato che non mi piace particolarmente mettere nelle introduzioni troppa carne sul fuoco). Siete pronti? Iniziamo.

Blood in the Water

Si parte in quarta con la title track, "Blood in the Water" (Sangue nell'acqua), brano che ci introduce un testo spettrale, il cui fulcro sono degli esseri che possono - per l'appunto - annusare il sangue nell'acqua, in attesa di sferrare il loro attacco. Umani o bestie, non ci è dato saperlo. Sappiamo solo che sono capaci di disseminare bugie, e tentano con queste di sedurre l'animo umano. Vendono morte per raggiungere la sublimazione più assoluta, e il loro scopo ultimo è quello di seminare odio. Affogano nelle tenebre più impenetrabili questi sordidi schiavi del massacro, sprofondando in un sempiterno buio tra sangue e acqua. Il brano prende il via rapidamente su un arazzo strumentale teso ed evocativo, per poi partire a razzo trainato da un martellante lavoro di batteria e un riffing serratissimo. Uno stop al trentottesimo secondo placa la furia iniziale per affidarsi a un cesello più melodico e raffinato, decisamente meno irruento, che in breve si rincanala nella furia distruttiva già messa in atto nei primi secondi. Da lì a breve subentra anche la voce, adagiandosi nel terremotante tappeto ritmico imposto dagli strumenti. La batteria definisce un pattern destabilizzante, ben coadiuvata dal lavoro assassino imposto dal guitar work. Al minuto e trenta scatta il refrain, dotato di appeal e non scevro da un certo epos, capace di donare un tocco più arioso ad una struttura sin qui mediamente impenetrabile. Si ritorna quindi, verso il minuto e quaranta, ad un tappeto deflagrante e bellicoso, sul quale, dopo una parte - breve - tutta affidata agli strumenti - si adagia nuovamente la voce.

Burn the Sky

Si continua con "Burn the Sky" (Brucia il cielo), brano imperniato su un testo che ha come argomento la guerra. Mentre sopraggiunge il caldo, e l'aria di mezzanotte si fa calda e secca, parte qualche tiro di mortaio, e un personaggio non meglio specificato si inserisce nel contesto con alcuni aneddoti. Rivolgendosi ad una seconda persona inizia a giudicarla con evidente sprezzo ("Petto in fuori, mento alto, sei fiducioso ed esperto"), puntandogli contro il dito facendogli capire che lui non è nessuno per poter decidere chi deve vivere o morire. Certe decisioni spetterebbero solo a Dio. Questi si perde poi in riflessioni più generali sui portatori di morte, i guerrafondai, visti come bestie affamate, che più mangiano e più divengono grandi. Il brano prende il via, sin dai primissimi secondi su di una struttura granitica impostata sul mid tempo. La chitarra scolpisce ceselli particolarmente efficaci, coadiuvata da una batteria parca ma precisa. Oltrepassati i  venti secondi il brano inizia a correre: l'apporto della batteria diviene più efficace, e la chitarra inizia a saettare un rifferama chirurgico e spietato. Al quarantacinquesimo secondo entra in scena la voce, adagiandosi su un tappeto ritmico pregno di una furia estremamente calcolata.  un certo punto si fa spazio il bridge, che porta in brevissimo tempo al refrain, estremamente melodico e colmo di epos e grandeur. La fine del refrain coincide con un ritorno estremamente armonioso su tessiture granitiche e veloci, caratterizzanti l'impianto basilare del brano.

Brace for Impact

"Brace for Impact" (Preparati all'impatto) si incentra su un testo che fa riferimento ad un pericolo di morte imminente. A giudicare da quanto leggiamo/ascoltiamo si potrebbe trattare di un grosso ostacolo (un muro, un artefatto di notevoli dimensioni o altro) contro cui i protagonisti del brano si stanno per schiantare a bordo del proprio mezzo. Questo corre a gran velocità, e per quanto il "pericolo" possa essere percepito per tempo, non è concessa via di fuga. Il terrore sembra essere più forte di qualsiasi tentativo di salvataggio. Un personaggio del brano, parlando con un secondo, lo invita a chinare la testa, stringere i denti e saldare i piedi a terra, afferrare il bracciolo, chiudere gli occhi e sperare che non sia tempo di morire. Il pezzo parte su un intarsio chitarristico decisamente efficace, metallico ed incisivo. La velocità viene incrementata a breve grazie al supporto di un drum work fragoroso, arrembante. Verso il venticinquesimo secondo subentra la voce, che grazie al suo apporto iracondo aumenta l'impatto bellico della struttura sino a qui messa in campo. La violenza è plapabile, per quanto estremamente calcolata, quindi ancor più godereccia. Allo scoccare del minuto il refrain, stavolta privo di qualsiasi effluvio "epico" e decisamente più diretto: una baionettata nel costato destinata a non fare prigionieri. Terminato il refrain si riprende sulla scorta di una tessitura possente e priva di compromessi.

A Place to Die

"A Place to Die" (Un Luogo per Morire) presenta un testo incentrato su strane apparizioni che si manifestano al protagonista, possibilmente in pieno stato di delirium tremens. L'uomo vede quelli che sembrano a tutti gli effetti dei fantasmi, che fluttuano tutt'intorno a lui. Quando si volta per osservarli questi sembrano nascondersi ai suoi occhi bruciati dall'alcool, che continuano a vedere ogni cosa doppia e sfocata. Inizia a manifestare il bisogno di bere un altro drink, per poi cercare un posto dove morire in pace. Il suo fisico è ormai minato, e le apparizioni, man mano che la morte sopraggiunge, si fanno sempre più reali. Il brano prende il via sin dai primissimi istanti con un riffing serrato abbinato ad una batteria decisa, e sin da subito si preannunciano scintille. Arrivati infatti al quarantesimo secondo circa, subentra anche la voce, come sempre carica di acredine, e la violenza espressa in sede iniziale non accenna a scemare neanche di mezza tacca. Il riffing si mantiene deciso e ben supportato da un deflagrante lavoro di batteria. Il brano si mantiene lineare e godibilissimo, arrivando verso il minuto e dieci al refrain molto melodico, capace di donare una notevole aggiunta di fascino al tutto. Presto si ritorna su linee scattanti, in un pattern aggressivo e in your face dalla notevole capacità destabilizzante. Verso i due minuti ancora il refrain a spezzare la tensione, quindi un inserto strumentale da manuale del perfetto brano speed/thrash, prepotente e cromato al punto giusto. Si continua dunque all'insegna del puro assalto sonico, senza sosta né compromessi.

The Walls

"The Walls" (I Muri) ha una trama che si sviluppa in maniera decisamente introspettiva, imperniata sui pensieri disillusi di un uomo, il protagonista. Questi riflette sulla miseria della propria esistenza, in cui ogni certezza sembra essere venuta a mancare, e sente di annegare, sente che il dolore è troppo intenso per poter essere sopportato. Ogni cosa attorno a lui si è sbriciolata, proprio come dei muri, ogni cosa sembra essergli caduta addosso schiacchiandolo. E il peso è per lui insostenibile: l'unica cosa che gli resta è piangersi addosso, dato che non si può più tornare indietro. Il brano parte con un'introduzione scattante, trainata da un riffing assassino destinato a fare breccia immediatamente nel cuore e nella corteccia cerebrale dell'ascoltatore. La batteria sostiene egregiamente il pattern messo a punto dalla chitarra, la quale si presta in breve ad un frangente più melodico, facendo da apripista per la voce, destinata a subentrare verso il trentesimo secondo. Il brano scivola così verso una struttura più incline a un certo epos che all'assalto all'arma bianca. Il tutto viene irrorato da una non indifferente magniloquenza, merito soprattutto delle linee vocali davvero evocative, a cui fa eco un tappeto strumentale mai invasivo e che non punta ad aggressioni oltremodo muscolari. E si respira, per il momento, un'aria più heavy che speed/thrash. Oltrepassato il minuto e dieci siamo deliziati da un refrain veramente evocativo, dotato di un grandissimo appeal.

Cry for the Dead

Il sesto brano "Cry for the Dead" (Il Pianto per i Morti) si sviluppa su un testo
che ha un retrogusto catastrofico: il protagonista del brano è intento a fissare le lapidi di coloro che sono caduti in seguito ad un evento disastroso (di cui non abbiamo menzione alcuna), e tra questi, come viene fatto intendere, vi sono personaggi a cui lui era particolarmente affezionato (familiari e amici possibilmente). Nel mentre riflette su quanto sia stata distruttiva questa tragedia. Talmente sconvolgente sul piano personale che le ferite psicologiche potrebbero non riemarginarsi mai più. Il brano inizia in maniera sommessa, con un intarsio strumentale pregno di soffusa delicatezza. La voce subentra nel giro di pochissimo tempo (quasi al ventesimo secondo) lasciandosi cullare dal pattern suadente intessuto dagli strumentisti. A un minuto circa il brano prende quota, portandosi su tessiture più energiche ben scolpite da un guitar work deciso e una batteria più muscolare. Anche le linee vocali assumono toni più arcigni, caricandosi di una notevole acredine. Si ritorna quindi ad una parte maggiormente delicata, sulla scorta di quanto sentito entro il primo minuto, che in una cinquantina di secondi ci riporta verso un frangente decisamente energico. Verso i due minuti e venti il brano assume dapprima toni pregni di un indefinibile epos, quindi scivola verso un solo guitar pregevolissimo.

The Wicked Hour

"The Wicked Hour" (L'ora Malvagia), settimo brano, si struttura su atmosfere da incubo, con il protagonista che sente il sopraggiungere di quella considerata da lui come "l'ora malvagia". Il tutto si svolge di notte, e il protagonista sente attorno a lui una sorta di aura malefica. Il vento soffia attraverso gli alberi e per un attimo questi percepisce un tocco gelido sulla pelle. Ne può sentire quasi l'odore nell'aria: è arrivata l'ora oscura, che porta con sé l'odore acre di orte e di benzina. Un brivido gelido lo paralizza, e non potrà difendersi in alcun modo da qualisiasi imminente minaccia, dato che con sé non ha neanche la sua fidata pistola. Il pezzo parte in quarta trainato da un riffing serratissimo, ben sostenuto da un ottimo drum work. La voce subentra di lì a poco, dato che entra in scena già intorno al ventesimo secondo. Il pezzo si mantiene bello diretto, lineare, proponendo un assalto all'arma bianca particolarmente distruttivo, proseguendo sino al refrain molto intenso, intorno al minuto. Terminato il refrain si prosegue su un pattern distruttivo, chiaramente una ripresa di quanto sentito entro il primo minuto, sino ad arrivare ad una seconda ripetizione del refrain e, arrivati al terzo minuto, un pattern strumentale particolarmente denso, claustrofobico.

Too Many Lives

Invece "Too Many Lives" (Troppe Vite) è incentrato sul tema della sovrappopolazione mondiale: il protagonista riflette su quanto eccessive siano le vite sul nostro pianeta, su quante persone nascano giornalmente (molte più di quante ne muoiano), e si rende conto del fatto che molte di queste siano persone malvage. La sua soluzione, senza nessuna esitazione, sarebbe di "premere il grilletto", sparare alla cieca per recuperare spazio, per ovviare alla sovrabbondanza di persone che in qualche maniera infestano la terra esattamente come locuste. Il brano inizia in sordina per catapultarci subito su un pattern molto aggressivo, giostrato su un guitar working particolarmente ferale, ben accompagnato dalla batteria. Al quarantesimo secondo subentra l'ugola arcigna di Eric Knutson, che si inserisce in un tappeto strumentale belligerante, feroce, destinato a non fare prigionieri. Il brano prosegue forte di una certa linearità sino ai due minuti e quaranta, evitando qualunque azzardato cambio di tempo o di atmosfere, correndo spedito senza ostacoli e macinando ogni cosa al suo passaggio. Arrivati alla soglia dei due minuti e quaranta la tensione viene stemperata parzialmente grazie ad un intarsio chitarristico di rara fattura, capace, a parte di rendere il brano "meno denso", anche di donare un certo afflato melodico e una certa dose aggiunta di fascino al tutto.

Grey Dragon

"Grey Dragon" (Il Dragone grigio) abbandona per un attimo le atmosfere horror e apocalittiche di molti brani precedenti per addentrarsi in territori quasi "fantasy". Il pezzo tratta infatti di un dragone, con il corpo coperto di scaglie che lo proteggono, gradi ali per librarsi in volo e artigli affilati capaci di fendere l'aria. Il suo stridio di avvertimento è terrificante: un autentico mostro pronto a ghermire i suoi nemici. Il protagonista - un uomo non meglio specificato - è inerme di fronte all'arrivo di questa furia alata. La considera come una sorta di "morte che viene dal cielo". Terrorizzato, le orecchie sanguinanti per via del suo orribile verso, rimane pietrificato in attesa del suo destino, ma al contempo prova una sorta di perverso fascino nel rimirare la temibile creatura. Il pezzo parte sin dai primissimi secondi in preda ad un raptus ipercinetico, trascinato da un riffing micidiale. La voce subentra di lì a poco (verso il quattordicesimo secondo), mentre il brano prosegue incessante nella sua corsa distruttiva. Il tutto si mantiene abbastanza lineare sino ai due minuti e cinquanta, quando la tensione si smorza di mezza tacca per lasciar spazio ad una parte lievemente più evocativa, destinata a sfociare in una sezione strumentale particolarmente efficace. Brano muscolare che non cerca particolari soluzioni stilistiche "accontentandosi" di picchiare e bene, cercando di infliggere quanto più dolore possibile. Una perla in un disco sino ad ora decisamente bello e riuscito.

Regression

"Regression" (Regressione) è incentrata, testualmente, sui pensieri di un uomo, che riflettendo tra sé e sé, si rende conto di come i suoi sforzi siano totalmente vani, di come la sua vita sia priva di successi. Si trova impossibilitato a vincere quella che definisce "la sua battaglia", e sembra andare avanti totalmente per inerzia. Il domani non riserva nessuna aspettativa, e si rende conto che questo avviene perché lui non può chiudere i conti con il proprio passato. Le ferite di una battaglia persa sono ancora evidenti, e le cicatrici non sono affatto metaforiche (avendo il volto tumefatto, segno di un qualche scontro fisico che lo ha portato ancora una volta a perdere). Brano scattante sin dai primissimi secondi, parte in quarta trainato da un riffing veloce sostenuto da un possente lavoro alla batteria. La voce subentra verso il ventiduesimo secondo, andandosi ad incastrare in un pattern potentissimo, quasi impenetrabile. Il brano si mantiene agile, dirompente sino a sfociare, al quarantesimo secondo nel refrain, urlato a squarciagola. Il tutto mantiene una certa linearità ed omogeneità sino a circa il minuto e cinquanta, quando fa capolino un frangente più rilassato che riesce ad allentare un minimo la tensione sino a qui accumulata. Il brano si fa quindi più suadente, venato da un vago retrogusto crepuscolare. Verso i due minuti e cinquanta il brano si apre ad una sezione strumentale arricchita da un poderoso solo guitar spaccamontagne, che infarcisce il tutto di un'ulteriore bellezza. Terminata la suddetta parte il brano riprende a correre, tirando dritto come una freccia.

Undone

"Undone" (Incompiuto) sfoggia un testo imperniato sul concetto di repressione, messa in atto da esseri potenti e malvagi (di cui non viene fatta menzione esplicita, lasciando il tutto all'immaginazione: non sappiamo se sono esseri umani o demoniaci). Questi lanciano una rete malvagia sui poveri malcapitati, e dispongono di infinite risorse (in primis soldi e potere), possono fare ricorso alla legge per annichilire i nemici, e stordirli sino a succhiare la loro vita e la loro storia. Il protagonista riflette sulla sua condizione inerme di fronte a tali esseri e si rende conto di essere un fallito, una persona inutile. Il brano stavolta parte con un'introduzione sicuramente carica, arrembante (merito di un riffing da manuale), ma sicuramente meno parossistica rispetto ai brani immediatamente precedenti. Un certo dinamismo comunque non si fa attendere, dato che, verso il ventesimo secondo, con il subentrare della voce, il brano inizia a farsi strada su di un pattern maggiormente cinetico ed aggressivo. Dopo un prosieguo relativamente lineare si arriva, verso i due minuti e venti, ad una sezione strumentale arricchita da un magnifico solo guitar.Verso i due minuti e quaranta il brano ricomincia a macinare, diretto e privo di compromessi, avanzando furioso come un panzer fuori controllo.

Seven Seconds 'Til the End of the World

Si conclude in bellezza con "Seven Seconds 'Til the End of the World" (Sette Secondi alla Fine del Mondo), brano in odore pre-apocalittico, in cui si preannuncia la fine di tutto destinata a compiersi in sette secondi. La morte sta dispiegando le sue nere ali in attesa di mietere spietatamente le sue vittime, e un'ombra nerissima si staglia su tutti i popoli: la fine sta arrivando. Nel mentre si possono udire le voci dei profeti e le lacrime dei bugiardi, ultimi bagliori di un'umanità ipocrita destinata in breve ad estinguersi. Il brano prende il via in maniera particolarmente irrequieta, furibonda, grazie ad un drum work ferale che accompagna un lavoro alla chitarra abbastanza teso. Allo scoccare del ventesimo secondo il brano si fa un pizzico meno irruento, mantenendosi comunque decisamente scattante. Giunti al quarantaquattresimo secondo siamo deliziati ancora una volta da un apporto violento di batteria, che, accompagnando la voce e il guitar work sullo sfondo, regala una parte frenetica, frullata capace di donare un senso di terrificante caos calcolato. Oltrepassato il minuto siamo deliziati da un frangente venato di un vago flavour epico, grazie alla voce stentorea del singer. Successivamente al minuto e venti il pezzo si apre ad una sezione strumentale molto pregevole e particolarmente energica.

Conclusioni

Arriviamo così alla fine del disco e alle consuete considerazioni finali. A onor del vero non ci sarebbe moltissimo da aggiungere se non sottolineare la piena riuscita di un disco destinato a fare indubitabilmente breccia nel cuore di qualsiasi metalhead che si rispetti. Dodici brani per dodici centri, in un autentico scrigno delle meraviglie che uno non si aspetterebbe da una band con tanti anni alle spalle. Dopo tanti anni di carriera, dopo aver piazzato diversi centri perfetti (e viene in mente il disco d'esordio), i nostri continuano a fare ciò che sanno fare meglio, ossia stupire il pubblico, dando in pasto ai metalhead affamati un nuovo gioiello che non solo non delude, ma lascia addirittura a bocca aperta. Infatti un disco con tanta carica, tanta energia, uno se lo aspetterebbe da una band che sta muovendo i primi passi, un gruppo in erba che ha ancora tantissimo da dimostrare, un manipolo di giovani arrabbiati che si preparano a conquistare l'empireo metallico. I Flotsam And Jetsam invece non sono dei novellini che stanno ancora affilando le loro armi e non hanno più ragione di dover dimostrare qualcosa, dato che hanno già un posto d'onore in quello che ho precedentemente definito come "l'empireo metallico". Dunque potrebbero andare avanti per inerzia, come (malauguratamente) fanno altri gruppi, e sfornare dischi su dischi senza pretendere di infliggere mortali zampate ogni volta. Ma per loro non funziona esattamente così: a distanza di anni dimostrano di credere ancora nel verbo metallico, non si sono "istituzionalizzati", non è scattata alcuna noia e il fuoco del metal continua ad ardere ancora nei loro cuori. E la dimostrazione è un disco come questo Blood in the Water, che potrebbe essere il frutto (ma non lo è) di una band ben più giovane, tanta è la passione che trasuda da ogni solco. Un lotto di tracce che potrebbero far innamorare anche l'ascoltatore più smaliziato e il metalhead più rodato. Da ogni traccia si evince grinta e passione, ma soprattutto tanta ispirazione, cosa indispensabile per qualsiasi gruppo che voglia realizzare un prodotto che non sia frutto di una semplice routine. Qui di routine non vi è nulla, e basta mettere il disco sulla puntina (o nello stereo) per capire che quel che si sta ascoltando è un qualcosa di verace. Mentre molti gruppi si accontentano, arrivati ad un certo punto, di andare avanti per inerzia, i nostri puntano ancora a colpire. E naturalmente, da quanto potete intuire, chi scrive è stato fortemente colpito. A parte i fattori di cui sopra (ispirazione in primis), abbiamo un lotto di musicisti ottimi che qui mostrano tutta la loro classe, e un singer (Eric Andrew Knutson) praticamente perfetto. Quindi gli elementi per un disco con gli attributi ci sono davvero tutti, ed è impossibile da parte mia non consigliarvi caldamente l'acquisto del disco. Se siete dei veri metalheads e, ancor più, se siete amanti del miglior speed/thrash in circolazione, dovete farlo vostro. Lunga vita ai Flotsam and Jetsam, che ancora una volta hanno dato a noi ascoltatori (e critici) pane per i nostri denti, riuscendo a saziare la nostra fame metallica.

1) Blood in the Water
2) Burn the Sky
3) Brace for Impact
4) A Place to Die
5) The Walls
6) Cry for the Dead
7) The Wicked Hour
8) Too Many Lives
9) Grey Dragon
10) Regression
11) Undone
12) Seven Seconds 'Til the End of the World