Expain

Just The Tip

- Autoprodotto

A CURA DI
WALTER ANTONIO LANOTTE
11/05/2014
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Come ben possiamo sapere, il fenomeno del revival del Thrash Metal in questa decade ha portato nuovamente in auge il genere, fra vecchie glorie e reunions, passando per una nuova ondata di gruppi che esprimono la loro ammirazione (più o meno esplicita) per band imprescindibili come Metallica, Megadeth, Slayer, Anthrax, Destruction, Kreator e molti altri. Anche il filone del Thrash più tecnico (caratterizatto da soluzioni più particolari a livello stilistico), nel passato rappresentato da band importanti e di culto come Xentrix, Toxik, Heathen, Watchtower, Annihilator, ha trovato nuovi esponenti in band validissime come i Vektor, autori di due ottimi dischi. Se fino alla prima metà degli anni '80 la ricercatezza del metal era l'esprimere più violenza possibile attraverso la propria musica, con l'avvento delle band che hanno aperto la strada alla sperimentazione abbiamo assistito a nuove soluzioni in fase compositiva quasi progressive, coniugate con la violenza e l'attitudine che da sempre contraddistingue questo genere. In questa direzione (interpretata in maniera molto personale e con richiami continui a generi diversi) si collocano gli Expain con il loro primo disco "Just The Tip" che ci accingiamo ad analizzare nel suo complesso. La formazione canadese composta dal cantante Daniel Brand, da Pat Peeve e da Eric Morrison alle chitarre, dal bassista Nikko Whitworth e dal batterista Ryan Idris piazza un buon esordio, tutt'altro che scontato e banale, seppur non privo di difetti.



 



Un quasi futuristico e molto particolare sample (che ricorda un po'  quello di "Cosmic Cortex" dei Vektor, primo pezzo del loro album Outer Isolation) apre le danze all'opener "Bacchus" che si pone come un intro per il pezzo successivo (anche la lunghezza esigua ce lo conferma) con un atmosferico arpeggio dal background quasi post-rock su cui si inserisce un fraseggio di chitarra in pulito quasi jazz, che poi viene prontamente, come da tradizione, ripreso in distorto ed arricchito da qualche stacchetto di basso e batteria. Il pezzo si conclude in distorto, lasciando già capire la ricchezza musicale di questo disco, o perlomeno offrendoci una breve sintesi di ciò che è la proposta musicale di questo album. Il secondo pezzo "Agressions Progression" ci conferma come la violenza possa essere coniugata alla melodia e a variopinte sfumature compositive. Una batteria martellante sostiene le ritmiche delle chitarre, con un inizio del brano che richiama molto un ibrido abbastanza insolito fra i Vektor ed una band jazz. A 0.18 ci vengono confermate le influenze jazz con un fraseggio di chitarra in pulito, che lascia spazio alla voce del cantante. Dopo questo inizio in tempi dispari, si ritorna alla consueta sfuriata che lascia spazio alla voce del cantante. Il riffing è serrato ma niente affatto scontato, pieno di arricchimenti armonici che spesso escono dalla concezione piuttosto sterile del genere stesso. Anche la batteria offre sicurezza, passando dai ritmi più propriamente distruttivi a quelli più cadenzati. Lo scream del singer (offrendo una buona prestazione, specie nel ritornello) rappresenta bene lo sviluppo dell'aggressione fisica, e l'alimentare la guerra e la distruzione divengono ben presto un tema su cui riflettere. La mente è una specie di guerra alimentata assurdamente da una macchina distruttiva che ribalta le proprie idee e concezioni e che viene spinta all'aggressione e alla violenza, annientando la razionalità per dar sfogo ad istinti bestiali mentre vengono spogliate del loro importante significato  la mente stessa e la giustizia . Verso il minuto 2:03 abbiamo degli ottimi intermezzi in pulito che aprono la strada ad un assolo molto melodico sostenuto da un drumming molto solido. Il brano si conclude con la voce che si adagia su dei riff molto particolari. Un brano abbastanza convincente. La successiva "Phoenix Writhing" si apre con una dose di violenza in più rispetto alla precedente, aprendo la strada, dopo un riff dal forte background techno-thrash, ad un'altra buona prestazione da parte di Brand. L'approccio è simile a quello del pezzo successivo, con un riffing ossessivo e martellante ben sostenuto dalla batteria incisiva e non scontata di Idris, che si mostra solido. A 1:42 torniamo nel Thrash più oltransista con un riff molto mosheggiante, ma i nostri mostrano comunque personalità con un inserimento jazz a 2:20 per poi riprendere la violenza sonora con cui si conclude il pezzo. Incredibile, per usare le parole del cantante, come il risorgere dalle ceneri della fenice, che per quanto possa bruciare, e per quanto sia fonte di strazio, essa ritorna più forte di prima, in un viaggio quasi sublime, cogliendo appieno la profondità dell'anima continuamente. La fenice risorge dalle sue ceneri ancora. Il pezzo successivo "The King" ha un approccio diverso a livello compositivo, e comincia quasi in sordina rispetto agli altri brani, con una serie di stacchetti che fungono da introduzione ad un arpeggio fugace che dissolvendosi lascia spazio ad un riff che risulta un po' banale, per poi stopparsi prima della consueta sfuriata alla quale siamo abituati, a suon di headbanging e di mosh. Le bugie e i segreti di chi detiene il potere sono stati smascherati, in questa gabbia fatta di mass media e di corruzione; a volte ci si chiede come ci si è fatti ingannare, consapevoli che c'è bisogno di qualcosa che permetta l'uscita da questa prigionia. Quasi filosofica, ma anche piuttosto concreta se adattata ad un contesto polito-sociale. Da segnalare la prestazione molto convincente del cantante nel pezzo, non solo in ambiti veloci e martellanti, ma anche nel ritornello, più cadenzato ed apprezzabile, con una batteria convincente. La struttura è abbastanza semplice e dopo 2 strofe vi è una variazione fra le chitarre, con una batteria indemoniata ed un riff molto serrata, prima di lasciare spazio all'assolo, molto melodico su cui poi si inserisce in maniera particolare il cantato. Una serie di stacchetti ci riporta all'arpeggio iniziale con cui il brano si conclude. Da notare un'armonizzazione pregevole delle chitarre che rende ancora più godibile l'arpeggio stesso. Insolita partenza per il pezzo successivo "Don't Worry, the Worst is Yet to Come" che risulta molto più Thrash nel senso proprio del termine e del genere. Un riff meno originale, ma più granitico, introduce la voce del cantante inglese prima di dar spazio ad un riff che strizza l'occhio ai Kreator di Enemy Of God e agli Exodus di Tempo Of The Damned, con il consueto scream. Non vi preoccupate, dopo poco si torna a lidi meno granitici e più particolari con il ritornello, grazie ad un riff che appare un ottimo compromesso fra un riff mosheggiante ed un riff più intricato, una sorta di ibrido compositivo. Diversi stacchetti servono per un nuovo riff, quasi Nevermore, su cui si adagia l'assolo, questa volta più veloce del solito, ma comunque piuttosto melodico. Spazio anche per generi più estremi con il riff che conclude il brano, che sembra quasi richiamare i Morbid Angel e su cui il singer sfocia tutta la sua carica nichilista. Non vi preoccupate, il peggio sta per arrivare, a suo dire, in una visione piuttosto pessimistica sulle cose umane che quasi richiama le tematiche dei Nevermore e che in alcuni punti sembra quasi un messaggio morale ad un ipotetico figlio, un messaggio fatto di nichilismo imperante quasi leopardiano. Vi è o no speme, per il seme d'Adamo? Una domanda a cui i nostri rispondo con un atteggiamento piuttosto disilluso. Con "Idol Worship" si mostra piacevolmente un groove ben sostenuto dalla batteria e dal basso. La sezione ritmica è molto convincente anche nel resto del brano, che però sembra quello meno ispirato del disco. Il riff su cui si adagia la voce è piuttosto solido ma risulta un po' scontato e le chitarre, che spesso si dilettano in leggiadre armonizzazioni cercando di riportare un po' più di attenzione al brano, spesso non riescono nel loro intento. Il pezzo si risolleva poco dopo, con una melodia riuscita della chitarra che introduce diverse variazioni. Successivamente vi è l'assolo, molto melodico anche questa volta. Si ritorna alla violenza sonora con un riff e la melodia della chitarra si fa sentire anche nella chiusura. L'ignoranza e la stupidità vengono trattate in maniera polemica perché spesso si adorano bugie e ci si comporta in maniera acritica nei confronti di queste idee, senza controllare le fonti, e le informazioni. A volte ci si accorge di come si danno alcune cose per scontato, ma molto spesso non è così, e l'ignoranza può diventare un serio problema, in contrasto con una capacità critica di analizzare le cose. L'elogio della Follia, per citare Erasmo da Rotterdam, l'abbiamo con il pezzo successivo "Allegiance to Pain", un concentrato di violenza sonora ed attitudine. Ogni Thrasher non può non sentirsi parte del meccanismo perverso, nel senso buono del termine, di un concerto, in cui ognuno di noi diventa pazzo per un breve periodo di tempo, sfogando la sua rabbia e la sua energia, in un collettivo di metallo pronto a scatenarsi all'aumentarsi della velocità e alla gioia del pogo più oltranzista. Il brano risulta il più corto del disco e viene subito aperto da un riff cadenzato che lascia sviluppare la consueta violenza a suon di tupa tupa e di  ritmiche serrate. La struttura del brano è eminentemente semplice, ma non mancano momenti più tranquilli, come il breve arpeggio primo dell'assolo, melodico anche questa volta. Sul riff successivo si adagia cattiva la voce del singer, fornendo una delle sue prestazioni migliori all'interno del disco. La successiva "Manatee" inizia in maniera più lenta e melodica, sviluppando una linea melodica anche attraverso le parti distorte, prontamente interrotte dai consueti stacchetti e dalla voce del cantante. L'unica cosa certa è che la certezza è incerta, e che le tenebre vogliono intrappolarti, andando a riconfermare le prese di posizione pessimiste del cantante, libero di esprimersi in tutta la sua carica pregna di pathos e di nichilismo quasi nietschziano. Ma si continua ancora a non capire e la consapevolezza è lungi dall'essere presente, in un mare d'oblio. La linea vocale s'inserisce subito piacevolmente, ricordando molto i Vektor in alcuni punti, sfociando in un ritornello piuttosto lento e mosheggiante, con un riff molto particolare, prima di riprendere la strofa. Si fa notare nel brano una buona reattività nel drumming, oltre che un buon assolo, prima di un arpeggio con influenze ancora una volta diverse dal solito thrash oltranzista a cui siamo abituati. Ancora un altro assolo melodico, prima di lasciare spazio al cantante, mentre le chitarre s'intrecciano in piacevoli armonizzazioni prima di essere riportati al ritornello. La conclusione molto melodica e particolare arricchisce il brano e lo rende ancora più particolare. Un riff ossessivo e quasi al limite del meta estremo introduce "Head bang Your head Off", una traccia in cui i nostri palesano la loro gioia nello slogarsi i colli a suon di headbanging, nel bel mezzo del thrash più oltranzista, dove ci si può sfogare e lasciare che il proprio odio diventi un divertimento collettivo, innalzando fieramente la bandiera del mosh. Niente disquisizioni sociali, ma solo tanta voglia di far casino. Un riff con qualche influenza moderna lascia che il singer dia sfogo alla sua furia. Ancora un altro riff abbastanza serrato ci riporta nel tripudio di un concerto, facendoci scuotere la testa, prima di un ritornello molto ben riuscito e con una linea vocale piuttosto convincente. Ancora delle variazioni su cui la batteria cambia continuamente e verso la conclusione, a suon di doppio pedale ci sentiamo i colli doloranti. La società e l'insofferenza per la stessa sono prese di mira nella successiva "A.T.M." dove sentiamo l'effluvio del Thrash già dal titolo, che ci rimanda ai capolavori del Thrash americano della Bay Area. A volte le persone, esasperate dall'ipocrisia imperante, impazziscono e perdono la propria coscienza, senza riuscire a porsi un limite. E' un atteggiamento sbagliato ed autolesionista, eppure scaturisce dalla società stessa. Quasi una contraddizione. Proprio a causa di questi meccanismi sociali, delle leggi corrotte e contradditorie, vi è una disperazione quasi esistenziale a livello sociale Già dall'inizio si fa notare Brand, mentre una riuscita serie di stacchetti lascia sviluppare il riff su cui si sviluppa la linea vocale, un po' banale, arrivati a questo punto del disco. Il riff principale sembra anch'esso non brillare troppo di originalità, in rapporto a quanto già sentito. Anche il ritornello non sembra essere troppo entusiasmante. Il pezzo si risolleva grazie all'apporto della sezione solista, che nel brano ci propone soluzioni piuttosto interessanti, come dei fraseggi continui a due chitarre, pregni di melodia. Da segnalarsi anche un momento particolare per il basso, mentre si costituisce il riffing del brano. Un drumming martellante introduce la successiva "Eating A Beating Heart" mentre un riff abbastanza particolare lascia spazio a quello successivo, sui cui si adagia la voce del singer. Il riffing non è scontato ma è pieno di arricchimenti interessanti e la linea vocale del ritornello risulta molto convincente. Una carneficina avviene, e le persone commettono atti di cannibalismo. Le stesse persone non sanno cosa pensare, in preda ai demoni del potere e della pazzia. Si sentono sia schifate che piene di potere. Alcune variazioni introducono un riff ben sostenuto dalla batteria su cui si fa strada l'assolo per poi lasciare spazio ad un arpeggio con cui il pezzo si conclude in maniera cadenzata, ben sostenuta dalla sezione ritmica. 



In conclusione, questo disco offre continui richiami sia alle sfumature del passato sia a quelle più moderne unendo ciò a delle influenze varie. Sicuramente l'originalità delle proposta non si può mettere in dubbio, ma comunque ci sono dei difetti come delle soluzioni compositive a volte quasi uguali nei pezzi o delle linee vocali a volte simili che alla lunga potrebbero annoiare l'ascolto; anche la produzione non brilla e le chitarre non sono molto convincenti poichè prive di mordente, mentre se fossero state più taglienti il sound ne avrebbe giovato, specie nei riff più granitici e più propriamente adatti al genere. Nonostante ciò, è un buon esordio per una band che è al suo primo disco, proponendo un Thrash Metal inconsueto a livello stilistico.


1) Bacchus 
2) Aggressions Progression 
3) Phoenix Writhing
4) The King
5) Don't Worry, the Worst Is Yet to Come
6) Idol Worship
7) Allegiance to Pain 
8) Manatee 
9) Headbang Your Head Off 
10) A.T.M.