EXILED ON EARTH

Non Euclidean

2020 - Punishment 18 Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
23/03/2021
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Certe volte capita di imbattersi in realtà musicali non troppo conosciute capaci veramente di sbalordire. Elementi del panorama metallico che, pur non avendo la stessa fama e lo stesso blasone di altre realtà del settore, riescono veramente a creare ben più di un sussulto. Per essere ben sinceri è una cosa che non mi capita "così di rado", pur essendo il mio orecchio ormai rodato e la mia capacità emozionale decisamente più stemperata rispetto a diversi anni fa, Ma sono un curioso patologico e non smetto mai di cercare nuovi artisti e nuovi progetti capaci veramente di suscitarmi qualche emozione. Di solito capita con alcune misconosciute realtà estere, ma talvolta riesco a pescare ottima roba anche "in ambito nostrano". Dicevo, nelle prime battute, che "certe volte capita di imbattersi in realtà capaci di sbalordire e capaci di creare ben più di un sussulto". E la cosa diviene ancor più godereccia, se, come specificato prima, le suddette realtà sono parte del nostro patrimonio. Artisti nostrani, gruppi nostrani. Che dimostrano, come spesso capita, che il nostro metallo può tranquillamente rivaleggiare con qualsiasi altro metallo fuori dei nostri confini. Puramente geografici, s'intende, dato che per chi scrive il metal - e la musica in generale - non ha confini, così come l'Arte (nel senso più onnicomprensivo del termine). L'Arte e la musica (che sempre arte è) possono unire, abbattere le barriere culturali e linguistiche. Metallari (visto che di metal si parla) ai capi opposti della terra, con lingue diverse e culturalmente differenti, si possono ritrovare uniti nella passione per il black metal, o per il death metal, o per il thrash, che poi è il genere trattato stavolta, in tal sede.

Per evitare dunque ulteriori divagazioni - e avendo già rivelato il genere della band che prenderemo oggi in esame - arriviamo al dunque. Stavolta a finire sotto i nostri riflettori sono i nostrani - per la precisione romani - Exiled on Earth, talentuosi vassalli di un thrash dalle tinte progressive power. Autori di ben tre dischi "The Orwell Legacy" del 2009, "Forces Of Denial" del 2016 e questo ultimo "Non Euclidean", del 2020, preceduti da due demo ("Duality Conflict" del 2002 e "Seizure Of Rationality" del 2005), i Nostri non sono esattamente una band di primo pelo: partiti nel 1995 come Maelstrom (monicker con il quale pubblicano la demo "Tales Of Innocence" nel 1997) sono arrivati a questo 2021 a ben ventisei (!) anni di carriera. Che non è poco. Certo, tre album in studio non sono moltissimi, ma a giudicare da quanto ho avuto modo di sentire la qualità è alta. I nostri sanno ben razionalizzare una certa violenza nei loro parti, mantenendo inalterata l'efficacia complessiva grazie a una notevole sapienza compositiva e una certa visione del senso del brano. Che non è certo "picchiare alla cieca", come purtroppo ho avuto modo di sentire da determinate altre band. Mostrare i muscoli, dunque, ma insieme al cervello. A dimostrazione che spesso il materiale più efficace ci viene fornito da chi non fa uso esclusivamente di belluina possenza, solo per la volontà di mostrarsi "più estremo". Ma determinate cose saranno maggiormente approfondite nella nostra consueta analisi track-by-track. Prima di passare a quest'ultima, comunque, è opportuno per chi scrive, fornire un ulteriore spaccato biografico dei nostri (stavolta preso direttamente dal loro sito): "Gli Exiled On Earth sono stati formati nel 2000 dalle ceneri dei Maelstrom (1994-1998), da Tiziano e Gino (ex bassista) ispirandosi a determinati act thrash and death. La formazione è stata completata alla fine del 2001 quando Piero Arioni e Alessandro Croce (ex Maelstrom) sono entrati ufficialmente nella band. Nel frattempo Tiziano ha concentrato tutti i suoi sforzi nella creazione di un mucchio di canzoni sia tecniche che melodiche per cominciare. I primi brani, "The illusory Ground of Betrayal" e "Duality Conflicts" appaiono entrambi nel primo mini cd-promo "Duality Conflicts" (2002). Segue un'intensa attività live e nel 2005 ha visto la luce un secondo cd promozionale di 3 tracce "The Seizure of Rationality" (demo top Metal Shock). Il suono diventa più tecnico e controllato dando alle canzoni vibrazioni più personali rispetto a quanto fatto in precedenza. Tra l'altro la band ha guadagnato un posto su Rock Hard Online. Durante l'estate del 2007, il primo full lenght "The Orwell Legacy" è stato registrato presso i 16 ° Cellar Studios di Roma e pubblicato l'anno successivo da Zero Substance Records. i testi approfondiscono ulteriormente temi horror, fantascientifici e lovecraftiani. I lavori di Lovecraft hanno ispirato molte delle canzoni della band come "Turmoil, 2002" "Forgotten Lore, 1997-2007", "Backstabbed, 2007", "Underground Intelligence, 2016". Il suono, nel mentre, è ulteriormente migliorato, con alcuni brani prog che non tralasciano un certo retaggio thrash/death. Nel 2008 Alessandro Croce lascia la band e viene sostituito da Leonardo Noschese sino al 2012, quando entra in formazione Alfredo Gargaro. Ben otto canzoni sono state scritte e registrate per il nuovo full lenght "Forces of Denial", il secondo album, pubblicato da Punishment 18 records (2016) e acclamato da numerose recensioni decisamente positive. Seguono concerti dal vivo come gruppo di apertura di band come Vektor, Omen e Batio, tanto per citarne alcuni. Nello stesso anno, Luca Bianchi (ex bassista dei Maelstrom) si unisce alla band. Con la nuova formazione EoE ha avuto la possibilità di suonare dal vivo e iniziare a lavorare sul nuovo materiale. Molte canzoni sono state scritte seguendo i medeimi parametri: riff, ritmi chirurgici e arrangiamenti schiaccianti.  Alla fine del 2019, la band ha completato le registrazioni del terzo album "Non-Euclidean".

Parsec Devourer

Si inizia alla grande con la prima traccia, "Parsec Devourer" (Divoratore di parsec), il cui titolo fa riferimento all'unità di misura astronomica (il Parsec) corrispondente a circa 3,26 anni luce. E in effetti la citazione di tale unità di misura non è impropria, essendo adeguata ad un testo che parte con chiari riferimenti astronomici per poi rivelare la maestosa figura del supremo Azathoth, il celebre dio che gorgoglia blasfemie al centro dell'universo, creatura appartenente alla cosmogonia del grande H.P. Lovecraft. Dopo un preambolo che sembra delineare per sommi capi il background del dio cieco e blasfemo, ci vengono presentate gradalmente le creature che vorticano incessanti attorno al leader maximo degli Dei Esterni (le figure divine sempre immaginate dal celeberrimo genio di Providence: quindi i vari Shub-Niggurath, Nyarlathothep, Yog-Sothoth, La Nebbia Senza Nome), e dunque ci viene offerto uno spaccato del Supremo: un divoratore di parsec che corre veloce attraverso le linee del tempo, capace di condurre ineluttabilmente alla follia. Reso parzialmente inerme dalla sua follia, confinato nella cosiddetta "Corte Di Azathoth", se si risvegliasse dal suo perenne torpore decreterebbe la fine di ogni cosa. Stupidamente i sacerdoti adibiti al suo culto tentano di risvegliarlo, non avendo piena cognizione di quale sia il pericolo celato dietro a questa divina blasfemia gorgogliante. Sul piano strettamente musicale si nota, in partenza, un'introduzione quasi "ambient", basata su suoni sommessi ed estremamente distanti, che fungono da preambolo atmosferico prima dell'inizio della carneficina. Nell'arco di una trentina di secondi ci smarchiamo dalla suddetta intro per entrare a pieno regime nel brano, che inizia a scatenarsi su ritmi forsennati, trainati da un riffing serratissimo e una batteria-panzer. Dieci secondo dopo l'animarsi del brano, si nota un piccolo cambio di tempo, che comunque non incide affatto sulla "meccanica" del pezzo, ancora furibondo (ma più calcolato), che porta verso il minuto ad introdurre la voce astiosa del singer Marcozzi. Si prosegue così su partiture robuste e - come sottolineato in precedenza - calcolatissime, capaci di esibire violenza non tramite i muscoli ma tramite cervello. Trame non "cervellotiche" in sé ma ottimamente strutturate.

Vault Of The Decimator

Si continua altrettanto bene con "Vault Of The Decimator" (Volta del decimatore), che ancora una volta, pur non fornendo sufficienti dati per una stima adeguata, sembra parlare di una qualche creatura appartenente al pantheon lovecraftiano. Stavolta l'incipit è più nebuloso: non sono forniti nomi né peculiarità, e ci si limita a dare uno spaccato abbastanza vago di una creatura che giace oltre la luce beffarda della morte e della salvezza, un re immondo dello sgomento e dell'oblio. E, per quanto non sia fuori luogo pensare a un Nyarlathothep, la mancanza di dati dettagliati potrebbe rimandare anche a un Hastur o un Y'golonac. Maggiori dettagli avrebbero potuto riportarci a un Cthulhu (del resto si accenna anche ad una "fossa", dove "nessuna luce può raggiungerlo": e in effetti Cthulhu è un abitatore delle profondità marine, per la precisione nella cittò sommersa di R'lyeh), ma in mancanza dei suddetti chiaramente si possono solo avanzare ipotesi. Del resto sarebbe anche dubbia l'appartenenza della creatura al pantheon lovecraftiano, ma chi scrive ama pensare che sia proprio così. E dunque il suddetto "orrore" giace abbandonato da Dio, rancido e senza volto, in preda alla paura. Dimora nella sua "fossa", lontano dalla luce e dalla speranza, reo di essere un abominio di dolore, in rimembranza di resti di fantasmi e tante guerre mentali, appartenenti ormai ad un passato sepolto dalle pieghe del tempo. A livello strumentale, ancora una volta, si nota sin dalla partenza come si prediligano strutture non forzatamente "muscolari" ma altamente ponderate, capaci di trasmettere in maniera ragionata il senso di possenza, di magniloquenza. Nel giro di una quarantina di secondi dall'inizio, dopo un'introduzione di reminiscenza technical thrash, si parte in quarta su ritmi decisamente più belluini - per quanto sapientemente calcolati - con ritmiche efferate imposte dai feroci colpi di batteria. Su tale struttura si adagia ottimamente la voce aspra di Marcozzi, capace di inflazionare notevolmente il senso di soffocante acredine ben espresso dall'apparato strumentale. A quasi un minuto ci viene offerto anche un moderato "rallentamento" (grazie alla batteria che riesce a contenere il suo mitragliamento di colpi) capace di portare il brano su lidi parzialmente più claustrofobici. A un certo punto la voce di Marcozzi si carica di un inaspettato potenziale melodico, considerando che la sua voce "arcigna" si sposta su lidi maggiormente "clean" (da prendere con le pinze, dato che comunque il Nostro non usa toni di voce particolarmente alterati ma sfoggia un vocalismo particolarmente "aspro"). Il brano quindi riprende a marciare, dapprima su strutture più veloci (come in precedenza), quindi opta nuovamente per un cambio di ritmo, serrandosi su ritmiche quadrate e soffocanti.

Mythoscondria

"Mythoscondria" ci pone nuovamente di fronte a uno scenario dai connotati "lovecraftiani": stavolta si crea uno spaccato per gradi che ci porta, a un certo punto, a una menzione abbastanza esplicita ovvero "entità potenti che si nutrono di inganni e follie", che potrebbero fare riferimento non solo alle creature (o agli Dei) concepiti dal genio di Providence, ma a qualunque entità superiore elaborata da uno dei suoi epigoni (Clark Ashton Smith, Ramsey Campbell). O almeno questa è una visione personale di chi scrive: certo è da sottolineare che certe invenzioni orrorifiche (anche nel sottogenere "fantahorror") hanno come padre indiscusso H.P.L., quindi se il riferimento non è diretto si potrebbe tranquillamente dire che un riferimento "filtrato" (preso da altri che a loro volta hanno cognizione dell'opera del celebre scrittore) secondo me non manca. E nel testo in questione vediamo svilupparsi un'atmosfera malsana, che parte riferendosi alla Storia vista come "una serpe che si morde la coda", un "vortice di peccaminoso disordine, uno scatenato esilio punitivo" per poi puntare (parzialmente) il dito contro le suddette entità. Esseri potenti il cui unico nutrimento sono le menzogne e le ipocrisie dell'uomo, portandolo irrimediabilmente alla follia. Ho messo precedentemente tra parentesi quel "parzialmente", non senza una ragione: certo le entità - pur essendo un testo di conclamata finzione - agiscono sull'uomo alterandone la coscienza, ma è la debolezza dell'essere umano l'altro piatto della bilancia, l'altro cosiddetto "fattore". Quindi l'uomo, con le sue debolezze, le sue menzogne, le sue reiterate ipocrisie, è un elemento facile e malleabile per qualsiasi entità astratta che si senta libero di possederlo, di raggirarlo come una marionetta, di usarlo per i propri fini. La parabola dell'uomo tentato da Satana, che qui, in maniera indiretta, acquista una nuova veste di genere "fantahorror" e pseudo-lovecraftiana. Stavolta il brano parte in quarta trainato da mitragliate veloci di chitarra e batteria, facendo dell'iperdinamismo la sua bandiera. Vari cambi di ritmo si impongono nel prosieguo, ma l'elemento "velocità" sembra essere onnipresente. Un brano, questo, che rappresenta assolutamente un piccolo capolavoro in questo florilegio di perle: variegato e assassino al tempo stesso, capace di fare innegabilmente breccia nel cuore dell'ascoltatore.

The Cult Of The Ivory Grace

"The Cult Of The Ivory Grace" (Il culto della grazia d'avorio) non si discosta eccessivamente dal medesimo canovaccio: nuances lovecraftiane fanno eco a un'atmosfera "meno apocalittica" ma ugualmente claustrofobica, asfittica. Anche stavolta, come in precedenza, di lovecraftiano c'è giusto il subodore (dunque nulla che rimandi direttamente alle atmosfere cesellate dal celebre scrittore), ma bastano per intavolare patterns immaginifici che con il celebre Maestro ci vanno letteralmente a nozze. Si accenna al mondo dei sogni, stavolta (Kadath?), in una dimensione strutturata su percezioni intrecciate che sono al contempo maledizione e condanna. Qui dimorano anime che si nutrono di mantra, divulgatori di dogmi. Tali esseri obbediscono ad oscuri maestri in un "culto nella grazia d'avorio", perduto in una cieca devozione. Per ciò che concerne la parte prettamente musicale, il brano stavolta fa affidamento a una lunga intro strumentale - di circa un minuto - bella pompata e come al solito forte di una certa struttura, al termine della quale entra in scena la voce di Marcozzi, sempre impostata su toni ferali, che si adagia su un pattern dinamico, aggressivo, deflagrante. La componente cinetica è ancora una volta ben presente, ma intervallata a sprazzi da frangenti più "calcolati" e meno propensi a correre. Di base comunque, tra sezioni prettamente gestite su ipercinetismi e parti più ragionate, si prosegue su una texture cangiante, policroma, comunque capace di non distogliere minimamente l'attenzione dall'ascoltatore: talvolta, certo thrash più progressivo e tecnico indulge eccessivamente in voli pindarici, ma non è questo il caso, dato che il brano ha un suo notevole equilibrio dall'inizio alla fine.

Non Euclidean

E così arriviamo a "Non Euclidean" (Non euclideo), una strumentale assolutamente degna di nota, piazzata sapientemente (quasi) a metà della scaletta: un arpeggio sinistro funge da mefitica introduzione. Echi "lovecraftiani" si palesano in un atmosfera a cavallo tra l'esotico e il sinistro. E sembra, gradualmente, di scivolare nella perduta Kadath o nella Città Senza Nome. Nessuna impennata ritmica, nessuna esibizione di lancinante violenza. Sono le atmosfere, bellissime e inquietanti a farla da padrone. Atmosfere magistralmente giostrate senza dare sfoggio di mezzi né esibendo particolari cambi umorali o di tempo. Si finisce cristallizzati in arcani mondi perduti che con Lovecraft e affini hanno molto a che spartire: mondi desolati, dimenticati dal tempo, che non rispondono all'ordine logico e cronologico degli eventi umani, in cui strane architetture fanno capolino e dimorano esseri che l'uomo non vorrebbe neanche immaginare. Un minuto abbondante di delizia sonora in un brano che, stranamente (considerata la brevità e il fatto che stavolta non si parla il linguaggio del metal) riesce ad ergersi come una delle perle del disco.

Vordeghast Wood - Mater Eternitas

"Vordeghast Wood - Mater Eternitas", sesta traccia, si affida ad un testo tra l'immaginifico e il criptico: si fa cenno al "ceppo degli eoni, conforme alla disciplina di sua maestà" (e poco ci è dato sapere a chi si fa riferimento con questo "sua maestà": a un essere mortale? O a una creatura ancestrale come tante citate in precedenza?), e vengono citati spaccati dionisiaci, orgiastici ("lussuria, festa, sangue, uccisioni"). E mentre la tristezza eterna dispiega le sue nere ali, le spine violentano il volto delle anime. La fede, ormai in totale declino, sembra cadere irrimediabilmente a pezzi. Si fa riferimento ancora a qualcuno o qualcosa ("cantiamo nella follia la sua fertilità") che stavolta non fatichiamo a identificare come un qualche essere arcano: lovecraftiano magari? Qualche elemento tipo Shub Niggurath, la nera capra dai mille cuccioli? Si spiegherebbe il riferimento alla "sua fertilità". Ma è una possibile interpretazione, data la natura - come ripeto - criptica, ermetica di un testo che lascia molto spazio all'immaginazione e non per questo risulta essere meno efficace. Non un resoconto diretto, ma un affastellarsi di immagini che fungono da plot "espressionista" ottimo per delineare forme e visioni nella mente dell'ascoltatore. Lovecraft può essere un punto di riferimento, volendo, ma non risulta affatto un perno dogmatico nel suddetto testo. Passando alle musiche notiamo come l'introduzione faccia sfoggio di ritmiche quadrate, possenti, nelle quali si adagia in brevissimo tempo l'ugola del singer. Presto siamo trascinati verso cambi ritmici vari (si veda ad esempio l'accelerazione al cinquantesimo secondo) che portano il brano ad un inserimento melodico (forse anche inaspettato), con un frangente più armonioso screziato da vocals maggiormente languide e ben distanti dall'impatto arcigno della normale impostazione vocale del cantante. Poi si ritorna in seno a strutture più granitiche, con un pregevolissimo solo guitar verso i due minuti. Per farla breve, di nuovo abbiamo a che fare con un brano notevole, intenso e capace di colpire. Altra piccola gemma in questo scrigno di gioiellini.

Tindalos

"Tindalos" lascia già trasparire dal nome un riaggancio con i miti di Cthulhu, e dunque un ulteriore collegamento al pantheon lovecraftiano. In realtà, i Tindalos corrisponderebbero a creature delle tenebre immaginate dallo scrittore Frank Belknap Long (comunque in qualche modo un "allievo" di Lovecraft), ma si collegano innegabilmente all'universo immaginato dal genio di Providence. Qui, dei suddetti Tindalos, non viene detto molto: il testo si mantiene abbastanza criptico facendo affidamento su immagini, su sensazioni, più che su eventuali resoconti. Si parte infatti da considerazioni varie riguardo a "un mondo di feroci istinti appena fioriti", con "cieli dipinti di sangue e dimensioni nere che si accavallano", e solo a un certo punto vengono menzionate - anzi suggerite - tali creature, ma senza mai citarle. Si ode infatti un passaggio che recita "irrequieti cacciatori cercano la vita oltre lo spazio, oltre la mente". Innegabilmente loro. Un testo, questo, capace di fare affidamento su pennellate espressioniste, su spaccati inferi e mortiferi, senza andare a inanellare narrazioni e descrizioni particolareggiate. Del resto va benissimo, considerando che molte delle creature immaginate da Lovecraft e allievi sono fondamentalmente entità astratte, che vivono nell'ombra, oltre il mondo dei sogni, oltre lo spazio o sopite in qualche abisso. Tratteggiare narrazioni vagamente astratte incrementa l'inafferrabilità di determinate scene e delle entità che ne sono protagoniste. Passando alle musiche, stavolta si parte sin dal principio in quarta, con ritmiche ipercintiche capaci di sconquassare sin da subito l'ascoltatore: frenetiche e dotate di un'energia indescrivibile, danno la misura di cosa sappiano fare i nostri quando decidono di mollare fendenti più diretti. Ma la "corsa", a un certo punto, va verso un piccolo stop, dato che poi si ritorna in seno a partiture più possenti. In breve, si riparte verso lidi particolarmente veloci, con una batteria-contraerea che inizia ad assestare colpi quasi fosse posseduta. Da qui una serie di cambi ritmici e strutturali, con rallentamenti e repentine accelerazioni, sino a un notevole frangente strumentale forgiato su un solo guitar sopraffino.

Forager Of Sanity

Concludiamo in bellezza con la traccia "Forager Of Sanity" (Falsario di sanità mentale), eccellente sigillo di un disco privo di pecche o di punti deboli. Stavolta il fulcro del brano sembra essere un parassita (per la precisione un "dormiente parassita cieco", come si evince dal testo), che non fatichiamo a identificare come un'altra creatura ancestrale e mostruosa. Tale essere, apprendiamo, è "parassitato" a sua volta da qualche altra oscena creatura, di cui non viene detto praticamente nulla. A riprova di ciò, un passaggio recita testualmente "Il tuo cuore pompa sangue mentre la paura si intensifica (quindi il predatore, il parassita ora ha motivo di avere paura), da predatore sei trasformato in cibo". Il finale è affidato ad un altro spaccato immaginifico ("Traccia un percorso tra le stelle, nessuna fuga dalla verità oscura e cinica. Sei un predatore di sanità mentale, cacciatore di sogni") che francamente non aggiunge nulla per delineare un quadro della situazione (insomma, quale sia l'argomento specifico del testo) ma risulta ghiotto data la sua natura ancora una volta oscura ma intrigante. Infatti si gioca ancora una volta sulla messa in campo di immagini - il tutto risulta meno "nebuloso" che altrove, dato un incipit abbastanza chiaro - fondamentali per proiettarci in una dimensione mefitica e claustrofobica, con predatori predati sperduti nell'immensità del cosmo (il riferimento, nelle ultime battute, al percorso tracciato tra le stelle). E anche qui ci piace pensare che, indirettamente, lo scrittore di Providence abbia giocato un ruolo fondamentale per suggerire ai Nostri certi scenari da incubo. Del resto la maggior parte dei testi presi in esame avevano riferimenti più o meno diretti allo stesso Lovecraft (in alcune parti evidenti - quando si parla di Azathoth o dei Tindalos - in altre solo suggerite), e ci piace pensare che anche stavolta sia così. Il brano stavolta parte trainato da ritmiche massiccie, possenti, per poi adagiarsi su una struttura veloce, terremotante, scortata sin da subito dalle vocals belluine di Marcozzi. Ancora una volta non ci si accontenta di correre e basta, dato che a più riprese il brano si dimostra cangiante, recuperando parti "più lente" quasi a concedere respiro all'ascoltatore. Ma non solo, dato che tale strutturan del brano (così come la stragrande maggioranza dei precedenti) dimostra come i musicisti non si accontentino di soluzioni semplici, puntando rigorosamente sulla linearità, ma prediligendo brani maggiormente architettati.

Conclusioni

Cosa aggiungere dunque a quanto detto in precedenza? Il disco risulta molto forte, diretto e incisivo grazie all'apporto vocale e strumentale di un ensemble che dimostra di essere un'autentica macchina da guerra: Tiziano Marcozzi dà sfoggio di tutta la sua bravura sia alla voce (davvero notevole) che alla chitarra, e i vari musicisti dimostrano di non essere affatto da meno. Da Piero Arioni, davvero eccellente al suo drum kit, ad Alfredo Gargaro (seconda chitarra), sino a Luca Bianchi (basso), tutti contribuiscono in egual misura a forgiare partiture di rara efficacia, mostrando ancora una volta come il nostro belpaese sia capace senza problemi di forgiare realtà competitive dotate di estro, classe, personalità. Tre aggettivi, questi, che affibbio ai Nostri, a ragion veduta, e che precedono un ulteriore aggettivo decisamente importante e che non manco mai di notare in chiunque sia capace di mettere in  campo un prodotto davvero degno di nota, ossia "ispirazione". Gli Exiled On Earth dimostrano tra l'altro di essere molto ispirati, e la cosa è di indubbia importanza, fondamentale per la riuscita di un prodotto artistico. E un "buon" prodotto può essere considerato sì buono ma parte di un ciclo produttivo "di fabbrica", "seriale", tipico di chi ha capito la strada da seguire e la segue macchinosamente. Nei Nostri non è così: la freschezza non viene mai a mancare, neanche dopo questo terzo disco che in qualche maniera è la loro prova del nove (spesso - e per chi scrive ora è così - il terzo disco di una band determina per l'appunto una sorta di prova del nove, e si capisce se i primi buoni vagiti erano solo flash fulminei di "meteore" o elementi concreti di Artisti bravi ed ispirati). Impossibile poi tacere di un apparato testuale semplicemente fantastico: sono sempre stato un appassionato di Lovecraft, che leggo da quando ero poco più che un ragazzino, e ritrovare certe citazioni e/o allusioni al suddetto Genio o alla sua progenie (scusate il semi gioco di parole) è un qualcosa di fantastico. Vengono offerti spaccati talvolta abbastanza chiari (come in "Parsec Devourer"), talvolta più ermetici (tipo in "Vordeghast Wood - Mater Eternitas") ma ogni volta capaci di trascinarci altrove, in mondi arcani, nelle spire di creature diaboliche o sperduti negli abissi di mondi appartenenti ad altri strani eoni. Testi dunque che personalmente reputo particolarmente riusciti: in parte per la mia passione verso un certo tipo di letteratura, e in parte grazie alla capacità di stimolare l'immaginazione dell'ascoltatore, che si ritrova, brano dopo brano, in realtà oniriche, claustrofobiche, arcane. E, a prescindere dalla parte musicale (fantastica, un ottimo progressive thrash), sono proprio i testi a elevare esponenzialmente la riuscita di questo Non Euclidean. Che dire quindi, i nostri hanno fatto centro. Al terzo disco gli Exiled On Earth dimostrano la loro piena maturità, una ispirazione che sembra far parte del loro DNA e dei presupposti per un prosieguo che sicuramente non mancherà di stupire. Complimenti ragazzi. Mille di questi dischi. 

1) Parsec Devourer
2) Vault Of The Decimator
3) Mythoscondria
4) The Cult Of The Ivory Grace
5) Non Euclidean
6) Vordeghast Wood - Mater Eternitas
7) Tindalos
8) Forager Of Sanity