EVILE

Skull

2013 - Earache

A CURA DI
ANGELO LORENZO TENACE
11/07/2013
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

C'era una volta "Five Serpent's Teeth" uscito due anni fa per Earache; c'erano una volta gli Evile, ispirati più che mai, che nonostante la proposta non proprio rivoluzionaria, riuscirono a farci gasare e scapocciare come forsennati con un platter veramente ispirato e con poche sbavature, che a parer di chi scrive superava di poco anche il comunque devastante ed indimenticato debut, "Enter The Grave". C'era una volta la nostra recensione dell'album di cui vi stiamo parlando, andatevela a leggere e capirete come è stato abbastanza deludente l'assimilazione di quest'ultimo disco degli inglesi. Se siete così pigri da non volervela leggere tutta, osereremo citare le nostre conclusioni per farvi capire con quale entusiasmo ci approcciavamo a questo "Skull": "se riusciranno a mantenere questi standard qualitativi, favorendo la loro crescita, al prossimo appuntamento ci troveremo al cospetto di un capolavoro. Attendiamo fiduciosi!" Ora capite? Certo gli intervalli di tempo con cui sfornano album è invidiabile e comunque il panorama in quanto a thrash metal bands moderne non è esiguo, con anzi alcune band che meritano di essere menzionate, come i devastanti Warbringer oppure se vogliamo tenerci in territorio nostrano i giovanissimi Ultra Violence. Ma laddove queste band appena citate continuano a crescere da un punto di vista qualitativo ed a rafforzare la propria fanbase, gli Evile nonostante le buone capacità e l'indole comunque lodevole, non riescono mai a fare il definitivo salto di qualità, complice anche una discografia altalenante che sembra un ridicolo circolo vizioso, fatto di ottimi platter alternati ad alcuni altalenanti come questo ed il suo fratellone "Infected Nations". Ok magari dalle nostre parole sembra che stiamo parlando di un'album veramente mediocre, ma in realtà non è così. Diciamo che la tracklist alterna pugni e mazzate ad altri momenti non proprio riusciti o peggio che sembrano tracce scartate dalle sessioni del precedente disco. Sicuramente tra i pregi va annotata la pur sempre ottima produzione ad opera di Russ Russell, che sembra essere diventato il quinto membro non ufficiale della band, in quanto giunto alla terza collaborazione con i ragazzi di Huddersfield, ed indubbiamente un'altro piccolo riconoscimento almeno da un punto di vista estetico bisogna farlo ad Eliran Kantor che secondo il nostro parere è uno dei migliori disegnatori di copertine di quest'ultima decade, che come stile ricorda in parte anche il grandissimo artista Gustave Dorè. Ora che abbiamo fatto le dovute presentazioni, concentriamoci sull'analisi di questo teschio putrescente: parliamoci chiaro, il trittico iniziale formato da "Underworld", "Skull" e "The Naked Sun" è veramente di buona qualità, anche se non c'è niente di nuovo sotto il sole (battuta involontaria). Ad accoglierci nella prima traccia, una serie di campionamenti che fungono da intro, anche se il tutto dura pochi secondi e ci ritroviamo dinanzi al primo pugno in faccia, con il solito rifferama veramente pregevole dei fratelli Drake. L'aggressione funziona e fa scapocciare a dovere, davvero ben costruiti anche i chorus e le varie sezioni strumentali, dove sicuramente bisogna registrare la qualità del solismo di Ol Drake, che sembra aumentare il suo estro album dopo album, in conclusione la traccia d'apertura è quanto di più classico i nostri abbiano da offrirci, ma passiamo a "Skull", che si fregia di un'intro dove è messo in evidenza il lavoro di Ben Carter alle pelli, che rende il tutto davvero terremotante e pieno di tensione fino all'esplosione di potenza, che sfocia nella solita violenza senza compromessi. Anche qui i chorus funzionano a dovere e sono davvero coinvolgenti con quel aggressivissimo "skull awaits your soul!" che fa scorrere l'adrenalina a fiumi. Tutto procede da copione con una bella sezione strumentale che fa da preludio ad un'assolo veramente pregevole, salvo poi virare in maniera ancora più assassina verso velocità folli, dove riffing e solos arrivano come mitragliate e dove inutile dirlo, ci si gasa come ogni thrasher degno di questo nome. E allora? la struttura ricorda la traccia precedente penserete, ma in realtà c'è anche spazio per un rallentamento epico che prende ispirazione da quel "Die!" di quel capolavoro della grande band da cui i nostri prendono spunto, di cui non faremo il nome perchè sarebbe futile ed inutile ai fini della recensione (sottile e cinica freddura). Quindi dicevamo il trittico iniziale, ed eccoci a "The Naked Sun", che probabilmente si colloca come una delle migliori tracce dell'album e che ci ricorda per qualità ed ispirazione gli episodi migliori del disco precedente, in particolare "Origin Of Oblivion". Anche qui ci troviamo davanti alla violenza, sembra quasi che i nostri abbiano voluto giocare sull'impatto, dove del resto danno il meglio di sè, ed ancora una volta fanno il loro sporco lavoro con chorus coinvolgenti e di presa, con il solito lavoro certosino nei solos e nelle sezioni strumentali di cui la traccia è piena. Degna di nota è la chiusura melodica fatta di delicati arpeggi di chitarra, che sembrano chiudere idealmente un ciclo formato dalle prime tre tracce, che ribadiamo, sono degli ottimi episodi, ma purtroppo iniziano le note dolenti: "Head Of The Demon". La domanda che sorgerà spontanea durante il primo minuto del brano sarà "ma questi ci sono o ci fanno?". Indubbiamente bisogna ammettere che sono dei furboni, in quanto rimandano con molta nonchalance direttamente ad un'altra traccia famosa di quella famosa band di cui continueremo a non fare il nome (risata sadica). Però c'è una piccola grande differenza: oltre a pagare il dovuto dazio a quella band, non convincono nemmeno i chorus, un pò troppo ridondanti, a causa delle vocals un pò monocorde di Matt Drake, che ricordano pericolosamente le ingenuità del controverso "Infected Nations". Non ci siamo proprio, arrivati al quarto album è un pò come darsi la zappa sui piedi, ripetere gli stessi errori commessi in passato. Meno male che a risollevare la qualità ci pensa la lunga ballad "Tomb", che nella sua posizione nella tracklist dovrebbe spezzare un pò l'andamento dell'album, o quanto meno darci un pò di respiro per la seconda parte, ed invece bisogna essere ascoltata più e più volte per essere assimilata nella sua interezza. Molto struggenti le lyrics, che probabilmente non brillano per originalità, ma al di là dei soliti clichè che popolano l'album, ed il genere in generale, fanno la loro sporca figura, visto che si sposano alla perfezione con la musica, che si snoda piacevole e sinuosa in un vorticoso crescendo emotivo fra melodie sontuose ed arpeggi aggraziati, con il valore aggiunto di un'assolo che farebbe sorridere (in senso buono) un noto chitarrista dalla folta chioma ed il pizzetto rosso che ci osserva dall'alto dei cieli (no davvero, bisogna fare nomi?). Indubbiamente un'altro degli episodi migliori dell'album. Tutt'altra storia con l'ingenua "Words Of The Dead", che parte addirittura con tempi dispari, per poi virare verso tempi più serrati, ma non eccessivamente veloci. Anche questa volta i chorus non funzionano a dovere, essendo poco incisivi, anche se a risollevare un pò le sorti ci pensa il brusco cambio di registro nel mezzo della durata del brano, dove troviamo un riff che farebbe la gioia degli Unleashed (si, loro possiamo citarli, solo alcuni deathster sanno di chi stiamo parlando), dando una connotazione tipicamente death alla sfuriata, dove sono presenti dei solos impazziti, ma purtroppo non invogliano a riascoltare la traccia, che pur non essendo la peggiore, risulta un pò un colpo a vuoto. Siamo quasi per giungere ai titoli di coda e finalmente c'è di nuovo pane per i nostri denti: "Outsider". La traccia più breve del disco, il fatale proiettile di questa roulette russa, che finalmente ci perfora il cervello, rimandando direttamente al glorioso "Enter The Grave". Semplice, diretta e davvero ben suonata, con una furia veramente devastante, che si perde un pò nei chorus, anche se comunque risultano gradevoli ed utili all'economia del brano e del disco. Con "What You Become", ci ritroviamo di nuovo a non voler fare il nome di quella famosa band di cui assolutamente non faremo il nome in questa sede (non è colpa nostra se hanno fatto la storia del genere ed hanno influenzato migliaia di band!). L'incipit ricorda molto da vicino l'album nero di quella band, ma tuttavia il riff è ficcante ed i chorus sono abbastanza anthemici, quindi almeno per questa volta nel gioco preferito dei nostri ("indovina chi?") i vari rimandi funzionano e non ci stupirebbe se venisse scelta come singolo alla stregua di "Cult" del precedente platter. Purtroppo a chiudere l'album c'è un'episodio che riassume in pieno la filosofia di esso. "New Truth, Old Lies" parte come un mid tempo che prende forma da un tetro arpeggio, al che inizia a fare capolino il riff portante che è comunque di buona fattura. Come da programma nei mid tempo degli Evile, sono i chorus la parte debole e solo nelle lunghe ed estenuanti parti strumentali che spezzano il ritmo riusciamo ad intravedere ciò di cui la band è capace, provocando headbangin' selvaggio e dando soddisfazione all'ascoltatore con solos ed adrenalina pura in primo piano. Di solito nel chiudere un'album di questo genere, ci dovrebbe essere qualcosa di riconoscibile, qualcosa che ci spinga ad arrivare fino in fondo all'ascolto, ma in quest'album non c'è lo stimolo giusto per farlo. Un peccato, davvero un peccato, ma tiriamo le conclusioni. Nonostante abbiamo analizzato con occhio critico l'album (stiamo pur sempre parlando di una recensione) e nonostante le aspettative che si erano create con l'ascolto del precedente, il lavoro si lascia ascoltare ma a livello di qualità ed assimilazione siamo ai livelli del punto più basso dei nostri "Infected Nations". Ed infatti merita anche la stessa valutazione, solo che laddove li il voto era influenzato dalla poca accessibilità della proposta, ed a scelte di songwriting coraggiose (ma bisogna anche dire che coraggio e stoltezza spesso, vanno a braccetto), qui ad affossare le sorti del platter ci pensano la presenza di alcuni filler e la scarsa ispirazione nell'elaborazione delle tracce, perchè parliamoci chiaro, da un punto di vista squisitamente tecnico non hanno niente da invidiare a band magari più in luce ed avviate di loro, ma purtroppo dal punto di vista di composizione ed ispirazione c'è ancora molto da sistemare per trovare un'equilibrio ideale. Per adesso rimandati, se questa strana ed illogica qualità altalenante che caratterizza la discografia continua anche con la prossima uscita, ci ritroveremo magicamente un'album migliore di questo; ma se in caso contrario si continua a peggiorare, la strada per raggiungere una maggiore visiblità e credibilità è ancora lontana.


1) Underworld
2) Skull
3) The Naked Sun
4) Head of the Demon
5) Tomb
6) Words of the Dead
7) Outsider
8) What You Become
9) New Truths, Old Lies

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