EVILE

Infected Nations

2009 - Earache Records

A CURA DI
FRANCESCO NAPPI
08/06/2020
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione recensione

La fine di ogni decade, si sa, porta gli ultimi fuochi, specie nel campo dell'arte: registi, pittori, scultori e musicisti, sfornano quelle ultime opere che andranno poi a caratterizzare la fine di un determinato decennio. Tali produzioni, oltretutto, visto che escono in un periodo quantomeno particolare, possono risultare pure più ambiziose, in quanto vogliono segnare la fine del decennio e affacciarsi con ambizione al successivo. Andando a guardare ad un tipo di arte che a noi piace particolarmente, possiamo osservare come l'heavy metal, nel 2009, abbia vissuto un anno di confermata freschezza. L'avvento del decennio nuovo ovviamente ha gettato ombre e dubbi sul futuro di questa musica, che per molti ha detto tutto quello che doveva dire già da tempo, ma al contempo, il metallo è uno di quei fenomeni irriducibili e che, a volte silenziosamente, continua imperterrito a serpeggiare tra noi. Come si diceva, il 2009 è stato un buon anno, specie per le uscite thrash metal: in primis, sono usciti i nuovi lavori di due colossi del genere, quali Slayer e Megadeth, che, pur non entusiasmando, hanno raccolto le approvazioni dei fan. Poi, tra i tanti altri gruppi, vanno citate le uscite dei Kreator, l'esordio dei tecnicissimi Vektor e l'ennesimo disco dei canadesi Voivod. Tra tutti questi album, esce anche "Infected Nations", secondo lavoro in studio degli inglesi Evile. Il gruppo, capitanato dai fratelli Drake, si era già fatto conoscere con il muscoloso e tagliente lavoro d'esordio "Enter the Grave", pubblicato nel 2007 e preceduto solo da un EP prodotto a livello indipendente. Quel disco, presentava un thrash sanguigno, totalmente debitore al sound degli anni 80 e influenzato in primis dai primi Metallica, ma anche da Testament ed Exodus. Malgrado la farina del proprio sacco risultasse effettivamente poca, gli Evile, con "Enter the Grave", si erano fatti sentire, buttando fuori un lavoro prodotto benissimo e suonato con maestria. Due anni dopo, dunque, la band si è ritrovata in studio per dare un degno seguito all'opera d'esordio. Quello che esce fuori è un album diverso, prima di tutto nel titolo e nelle liriche. Difatti, stavolta l'album ha un nome più maturo e attuale, "Infected Nations", ossia Nazioni infette; anche i testi si discostano da quelle tematiche un po' infantili dell'esordio, quali morte e violenza, per incentrarsi invece su argomenti quali società e natura umana. Quello che però, diciamo, non convince totalmente, è la musica proposta dagli Evile. Il sound stavolta è più personale e le canzoni sono più tecniche, e fin qui tutto bene, però certe volte, mancano di vivacità, di freschezza. Almeno una parte della tracklist, seppur comunque di buona fattura, risulta un po' povera di idee. Poi, ripeto, i brani sono comunque piacevoli e almeno 3 o 4 sono ottimi, però tutto sommato, l'album può non trasmettere quello che ci si aspettava dopo un esordio come "Enter the Grave". Tuttavia, va sottolineato il coraggio del gruppo di cimentarsi con brani dotati di un certo tecnicismo, dove ogni membro dimostra capacità non indifferenti. Oltretutto, la durata delle canzoni è decisamente più considerevole, con una media di circa sei minuti a traccia. Non a caso, il disco in questione, con la sua ora di durata, è il più lungo della carriera degli Evile. Ovviamente l'influenza delle grandi band thrash del passato è ancora tanta, sempre con i Metallica in primis, però, ascoltando "Infected Nations", si ha l'opportunità di confrontarsi con la musica propria degli Evile. La formazione è quella del disco precedente, anche se di li a poco, una tragedia segnerà la line-up: Mike Alexander, bassista del gruppo, morirà appena due settimane dopo la pubblicazione di "Infected Nations", a 32 anni, causa un'embolia polmonare. L'ennesimo musicista metal stroncato davvero troppo presto. Ad ogni modo, andiamo a vedere nel dettaglio, cosa funziona e cosa no in questo secondo lavoro dei thrashers inglesi!

Infected Nation

Il platter si apre con la title-track "Infected Nation" (Nazione infetta), senza dubbio tra i brani più riusciti, grazie al suo incidere possente ma al tempo stesso ben calibrato. Un melodico e tetro arpeggio inaugura il pezzo (e il disco), con l'atmosfera che fin da subito si fa sinistra e carica di suspense. Dopo un quarantina di secondi, l'arpeggio sfuma per far posto ad un riff di chitarra duro e serrato, accompagnato da una sezione ritmica granitica. Poco dopo, un nuovo passaggio irrompe, marziale e caratterizzato da un riff stavolta più interlocutorio, quasi a volerci preparare alla devastazione che sta per incombere sui nostri padiglioni auricolari. Difatti, senza troppi complimenti, un brusco cambio di rotta trasforma la canzone in una scheggia thrash impazzita, con le chitarre che tessono un lacerante riff di chiara scuola Slayer; Ben Carter, nel mentre, pesta in maniera veloce e precisa sulla sua batteria. Ha inizio la prima strofa con Matt Drake che ci accoglie con la sua ugola scura e roca. Il cantante/chitarrista si cimenta in linee vocali rapide e concise, di grande impatto, che ben si sposano con l'andamento frenetico del pezzo. Anche sulle suddette linee vocali, si può riscontrare un'influenza "slayeriana", con quelle tracce così dirette e senza fronzoli. Il vocalist ci narra della violenza cieca perpetrata dall'essere umano ai danni delle altre persone. Queste orde di barbari formano una specie di tempesta, canta Drake, sono nati sconsiderati e l'aggressività è il loro cibo quotidiano. Arriva il ritornello e la canzone improvvisamente rallenta, non perdendo però un briciolo di incisività. Con toni aggressivi, Matt Drake canta il titolo del brano, supportato dai cori degli altri membri. Viene espresso in questo punto, come queste persone che compiono violenza e quant'altro, siano figlie di una creazione difettosa e il loro numero è talmente vasto che creano appunto una "nazione infetta". Successivamente, un nuovo frammento suonato in mid-tempo si fa largo, segue poi lo stesso riff interlocutorio che avevamo udito all'inizio, il quale ha il compito di inaugurare la seconda strofa. Questa, a livello lirico, continua a narrare dell'inarrestabile violenza delle persone, con la privazione della libertà, ogni potere che perde valore, e i fuggitivi che non hanno alcuno scampo. Altro punto, secondo chi scrive, molto interessante, è che la conoscenza, in tale contesto, non avrà alcun potere, quasi a voler specificare che chi commette atti di violenza o razzie di vario tipo, è solamente un ignorante. Successivamente, arriva l'assolo di Ol Drake: sinuoso, lungo e dai toni acidi. In questo caso il chitarrista rinuncia, in parte, alla melodia in favore di una maggior dissonanza. Segue un ritornello, succeduto a sua volta da un nuovo passaggio, eseguito in mid-tempo, che vede le chitarre eseguire un fraseggio piuttosto "darkeggiante" ma comunque dotato di una certa melodia. Arrivati a questo punto, il brano assume toni più vicini al heavy metal classico, infatti inizia la terza ed ultima strofa, suonata ancora in mid-tempo e molto più melodica rispetto al resto della canzone. Drake canta su linee vocali più distese e vagamente epiche, mentre le chitarre suonano un riff abbastanza semplice e leggero. Gli ultimi versi delle liriche espongono come gli antagonisti abbiano completamente perso il lume della ragione e che nessuno può fermarli. Siamo ormai alla battute finali e così, gli ultimi atti del brano si sviluppano dapprima in un nuovo, breve passaggio strumentale, che rievoca nuovamente un clima sinistro, poi il tutto termina con Drake che ruggisce il titolo del brano, supportato da cori degli altri componenti. Davvero niente male come brano di apertura.

Now Demolition

La seconda traccia risponde al titolo di "Now Demolition" (Ora demolizione) ed è un brano dall'andatura più cadenzata. Ad introdurre il pezzo ci pensa un riff stoppato di chitarra, supportato da alcuni colpi secchi sulle pelli di Ben Carter. Poi, un andamento marziale più fluido inizia a farsi strada, guidato dalle chitarre molto abrasive dei fratelli Drake. Ancora un leggero cambio di tempo, con la canzone che, pur restando in mid-tempo, si fa leggermente più sostenuta, con chitarre più potenti, sfoderanti un riff adesso più pieno, e la batteria più incisiva. Ed è ora che si fa largo la prima strofa, cupa e cadenzata, con Matt Drake che impreziosisce l'insieme con la sua ugola scura. Le linee vocali ben si sposano con l'andamento marziale della canzone, donando alla un'atmosfera tenebrosa al tutto. Le liriche, un po' criptiche, potrebbero essere interpretate sotto due diverse chiavi di lettura: la prima, quella a detta di chi scrive la più probabile, è incentrata su qualcuno che ha subito un torto e vuole vendicarsi contro chi glielo ha fatto. La seconda, tratterebbe la prossima esecuzione di un condannato a morte. Il protagonista delle liriche, si trova sulla strada per perdere la testa, c'è una punizione in vista e c'è un uomo, situato dall'altra parte, forse di fronte, da affrontare. A tal punto, entra in scena un brevissimo pre-chorus, il pezzo rallenta ulteriormente per pochi secondi, favorendo ancora di più l'atmosfera cupa donata dalle chitarre. Il testo qui, recita il verso - "Vendicati dove sono tutti i colpevoli che trovi -. A tale frammento segue, ovviamente, il ritornello, musicalmente identico alla strofa, la band canta semplicemente in coro il titolo del brano. Un breve stacco, caratterizzato da un nuovo, tetro fraseggio di chitarra, introduce la seconda strofa, cantata da Drake con ancora più grinta. Le capacità vocali del singer, va detto, non è che sono eccezionali, però il buon Matt riesce a farsi rispettare dietro il microfono, mettendoci carattere e foga. Il protagonista adesso è alle ricerca di risposte, le quali forse possono essere rivelate soltanto dai suoi stessi incubi. Ci sono decine di osservatori a vegliare su dei segreti che non devono essere rivelati, forse degli individui, umani o non, che si appurino che certe cose non vegano a galla. Di seguito, abbiamo nuovamente il modico pre-chorus, recitante il verso di prima, seguito dal ritornello. Arriva l'assolo di Ol Drake, lungo, articolato e sviluppato lungo tre frazioni: la prima vede il solo un po' "singhiozzante", in quanto si mescola con la chitarra ritmica, poi arriva il passaggio più sinuoso, seppur anche in questo caso, Drake dosa moltissimo la melodia in favore di più acidità e infine, abbiamo una nuova mescolanza tra chitarra solista e ritmica. Il tutto, supportato sempre da un connubio di batteria e basso mai dinamico ma comunque sostenuto. Arrivati a questo punto, siamo quasi al finale, ed ecco che la canzone riprende la sua grifagna marcia con l'ultima strofa. A quanto pare, il protagonista del testo o non è riuscito a trovare ciò che cercava, oppure, volendola leggere sotto l'altro punto di vista, subisce la morte per mano di un qualche esecutore. Ad ogni modo, viene detto che egli non indosserà mai la sua corona e che qualsiasi cosa, gli verrà presa e strappata. Gli ultimi secondi vedono dapprima le chitarre riproporsi attraverso quel tetro fraseggio, poi, curiosamente, l'ultimo ritornello è suonato a velocità più scattanti. Di fatto, il brano volge al termine.

Nosophoros

La terza traccia del disco è "Nosophoros", un titolo dal sapore "voivodiano" che rappresenta un buon brano thrash metal. Un riff minaccioso apre le danze, accompagnato da alcune potenti rullate di Ben Carter, a seguire un bel passaggio eseguito in un poderoso mid-tempo, con le chitarre suonanti un bel riff intricato e carico di tensione. Nel mentre, Carter dietro le pelli da sfogo a tutta la sua tecnica. A tal punto però, gli Evile mettono da parte i ritmi cadenzati e, attraverso un rapido cambio di registro, scatenano la loro furia in un up-tempo da headbanging sfrenato. Chitarre suonanti, adesso, un riff duro e dinamico, sezione ritmica veloce e muscolosa, ed ecco che ha inizio la prima strofa. Matt Drake irrompe attraverso linee vocali davvero convincenti, cupe e alienanti, dando per l'ennesima un tocco di cupezza all'insieme. La voce del cantante-chitarrista qui è su toni leggermente più alti rispetto a prima, ma quel timbro scuro, caratteristico, resta sempre. Giunge il ritornello, e qui le chitarre modificano il riff, che diventa lacerante e maligno, supportando le linee vocali di Drake, anch'esse ancora più minacciose. Immediatamente arriva la seconda strofa e notiamo quanto la sezione ritmica sia indemoniata, con un Ben Carter assolutamente inarrestabile dietro le pelli. Il ritornello stavolta, è anticipato da un breve passaggio strumentale con protagonista il riff del chorus stesso, donando in tal modo un po' di varietà. Arrivati a questo punto, si ha un cambio di rotta significativo: irrompe un breakdown, con chitarre e sezione ritmica che assumono un atteggiamento quasi marziale, poi Drake canta pochi versi sempre in maniera molto fredda e distaccata. Interviene Ol Drake con un brevissimo assolo di chitarra, il che serve solo a riavvolgere la canzone su stessa, col riff iniziale che torna a farsi udire. Tale sezione introduce il vero e proprio assolo di Ol Drake, lunghissimo e molto tecnico. Dapprima si sviluppa su una base in mid-tempo, risultando molto acido, poi, la sezione ritmica, chitarra di Matt Drake compresa, riprende a galoppare, fungendo da tappeto per una serie di soli iper-veloci del chitarrista solista, il quale ci delizia con funambolismi di chiara scuola thrash. Il brano, continuando a viaggiare a velocità supersoniche, ci regala un'altra strofa, leggermente diversa dalle precedenti per via del riff di chitarra meno melodico, ma comunque di grande impatto. Poi, ecco la sorpresa: nuovo e tecnico assolo di Ol Drake, ovviamente meno lungo del precedente, ma sempre avvolgente e iper-veloce. A tal punto ci avviamo verso il finale della canzone, la quale riprende adesso quel breakdown che avevamo udito circa a metà. Matt Drake canta gli ultimi versi, poi ritorna il riff dell'inizio che di fatto conclude questa canzone senza dubbio riuscita e che ha messo mostra le capacità tecniche dei singoli componenti. Le liriche di questo pezzo parlano di come la gente non sia affatto unita, ma divisa da interessi e pensieri diversi, che creano fratture insanabili. La capacità di rendere compattare l'umanità va al di la della nostra comprensione, dicono gli Evile, perché quello che vige nelle mente degli uomini è solo una brama accecante di separare gli uni dagli altri. L'unica cosa che regna tra la gente è l'odio, e di questo ne approfittano, appunto, quelli che vogliono un mondo diviso. I riferimenti passano poi agli anziani, i quali guardano con diffidenza i giovani, i quali devono essere educati a dovere. Tale passaggio del testo, potrebbe portare l'intera interpretazione delle liriche ad una sorta di ripudio delle persone più vecchie verso i giovani, i quali modificano il mondo che i vecchi prima conoscevano. A tal punto, troviamo versi di speranza, dove troviamo un'ipotetica legione di persone pronte a battersi per far unire e non dividere la gente. Questa massa di gente arriverà sempre più lontano, facendo capire l'importanza e il significato dell'unione tra gli esseri umani.

Genocide

La rocciosa "Genocide" (Genocidio) ci accoglie con i suoi quasi otto minuti di durata e, malgrado si tratti di una buona canzone, si inizia a intravedere qualche intoppo negli ingranaggi degli Evile. Il pezzo è aperto da delle chitarre che instaurano subito un'atmosfera da film dell'orrore, adoperando strani fraseggi e distorsioni; Ben Carter, nel mentre, assesta colpi decisi sulle pelli. Il batterista inizia poi ad eseguire una serie di patterns dal sapore tribale, a supporto il poderoso basso di Mike Alexander, che finalmente udiamo distintamente, e le chitarre che suonano delle pesanti note stoppate. A tal punto, il brano inizia a svilupparsi su un mid-tempo piuttosto tipico, seppur condito dalla fantasia di Carter alla batteria; ed ecco la comparsa della prima strofa che vede l'entrata in scena di Matt Drake. Il singer stavolta si basa su linee vocali più standard, seppur trascinanti, adoperando un timbro un più vivo e meno scuro del solito. Le chitarre sono rocciose e quasi doppiano le linee vocali del cantante. Segue il ritornello, un po' più ritmato, dotato di una certa melodia e con un Drake ottimo interprete delle linee vocali, qui leggermente cambiate rispetto a quelle della prima strofa. Interviene Ol Drake che, con un inaspettato assolo sinuoso e acido, ci conduce alla seconda strofa, e già qui (stiamo intorno ai tre minuti e mezzo) si inizia ad avvertire un po' di stanca, in quanto il pezzo è si piacevole, ma fino ad ora non è mai decollato davvero. Arriva di nuovo il ritornello, che restituisce un po' d'ossigeno alla canzone, a seguire un secondo assolo di Ol Drake, luciferino e stridulo, ma anche molto tecnico e lungo. Il passaggio successivo è cupo, con chitarre che suonano simili ad inizio canzone e batteria che, supportata dal basso, adopera ancora delle dinamiche tribali. Drake canta pochi versi con fare freddo e distaccato, evocando l'idea che qualcosa di terribile stia per accadere. Tuttavia, questo ulteriore frammento del brano, a detta di chi scrive, pare un po' forzato in fin dei conti. E' si suggestivo, ma non rappresenta un episodio determinante del pezzo. Ci avviamo verso il finale, con la canzone che, tornata sui binari originari, ci regala un nuovo ritornello, l'ultimo, dopo di che, parte una "lunga" sezione (circa un minuto abbondante) dove, sempre sulla stessa base strumentale, Matt Drake non fa altro che ripetere il titolo, seguendo le stesse linee vocali del chorus. Altro segno di come gli Evile qui, hanno voluto allungare un po' troppo il brodo. Il brano a tal punto termina come era iniziato, ossia con chitarre suonanti un tetro fraseggio e Carter che da secchi colpi sulla batteria. Tutto sommato, questa "Genocide" è una buona canzone, ma non vale assolutamente quasi otto minuti di durata. Il testo, molto duro, parla, molto schiettamente, del male inflitto dall'uomo ad altri uomini. Il primo verso identifica un immaginario protagonista che si trova nelle profondità, probabilmente quelle più buie dell'animo umano, dove vede passare milioni di morti. Un conflitto, forse una guerra, avvolge il soggetto ad ondate e mostra i re e gli schiavi, ossia che quelli che vincono la battaglia e quelli che soccombono. Benché non venga detto espressamente, pare che anche il soggetto sia costretto ad uccidere per vivere, e questa cosa non la sopporta. Ora lui prega di essere liberato, in quanto a causa di tutto l'orrore che ha visto, è come se fosse morto anche lui. E ora anch'egli ha paura, perché che ciò che è stato fatto agli altri, sia fatto a lui. L'uomo continua a vedere morte e violenza, allora prova a emergere da tutto ciò, ma sente qualcosa che lo tira giù: sono i demoni, i demoni degli uomini stessi. A questo punto, il protagonista viene tirato giù, presumibilmente muore, ma poi annuncia, in maniera criptica, di essere tornato dai morti, forse perché adesso è solo un'anima che vaga libera.

Plague to End all Plagues

Con la quinta canzone, intitolata "Plague to End all Plagues" (Piaga per porre fine a tutte le piaghe) il disco si affloscia ancora di più in quanto, siamo di fronte al brano più debole del platter. Un riff di chitarra di chiara matrice thrash apre il brano, supportato da alcuni colpi di Ben Carter alla batteria. Parte poi un mid-tempo molto standard, caratterizzato da chitarre senza grande enfasi nel riff e una sezione ritmica che si limita a svolgere il più classico dei compiti. Parte la prima strofa, dove comunque troviamo Matt Drake che ci mette sempre grinta dietro il microfono, seppur deve impegnarsi su linee vocali stavolta un po' insipide. Le liriche trattano il tema dell'avidità e della necessità di imbastire conflitti. Nello specifico, Drake ci canta di qualche uomo potente e avaro, che se ne sta seduto in mezzo alla sua ricchezza e che, anche in un periodo di relativa pace, deve trovare il modo di scatenare una guerra, esclusivamente al fine dei propri interessi. Arriva il ritornello, caratterizzato da linee vocali un po' più fredde e distaccate, ma strumentalmente è uguale alla prima strofa. Qui Matt Drake, non fa altro che ripetere, con fare vagamente minaccioso, il titolo della canzone. Parte la seconda strofa, e intanto il pezzo pare non decollare mai, mantenendosi su questo mid-tempo alla lunga davvero stucchevole. Il testo, ora, narra che quando l'avidità chiama, è ora di alzarsi e la sfortuna degli altri rappresenta una preziosa fonte di guadagno per chi, appunto, da vita ad un determinato conflitto. Drake dice di non fidarsi dell'uomo che ha potere, ed ha ragione, e che la lealtà ha un caro prezzo. Qualsiasi tipo di altro ideale diventa sabbia ed è impossibile negare quanto l'uomo, di ogni etnia e cultura, sia corrotto. Il titolo del brano dunque, si riferisce alla necessità di un'ipotetica e distruttiva piaga che faccia fuori tutte le razze di uomini che si arricchiscono causando guerre e conflitti. A questo punto, arriva l'assolo di Ol Drake, sicuramente bello anche se penalizzato dalla resa non eccelsa del pezzo. Comunque il chitarrista da ancora una volta prova delle sue capacità con un solo tecnico e fluido. Il brano riprende l'andamento che ormai tutti consociamo, giunge poi un fraseggio delle chitarre che si fanno un po' più acide, a seguire c'è il solito Matt Drake cantare svariate volte il titolo della canzone. Dopo un passaggio abbastanza lungo ed eseguito tutto così, arriva il secondo assolo di Ol Drake, dotato di un po' più di melodia stavolta, seppur sempre aspra. Ci avviamo verso il finale, e così gli Evile decidono di concludere il pezzo suonando un'ultima serie di ritornelli. Poi cala il sipario. Troppi, ma davvero troppi sei minuti di durata per una canzone che non trasmette davvero nulla, risultando solamente uguale a tantissime altre presenti in giro. Brano fin troppo monotono e senz'anima. Pare quasi essere un riempitivo, e forse lo è.

Devoid of Thought

Con "Devoid of Thought" (Privo di pensiero) si ritorna finalmente su buoni, seppur ancora non eccezionali, livelli. Con questo pezzo gli Evile tornano a correre, suonando un classico thrash metal deciso e grintoso. Una serratissima intro inaugura il brano, con rullate velocissime di Ben Carter sulle pelli e riff impazziti provenienti dalle chitarre dei fratelli Drake. Dopo pochissimi secondi, parte un bel up-tempo, con alla guida un riff di chitarra violento e tipicamente thrash, e una sezione ritmica indemoniata, con Ben Carter a fare il diavolo a quattro alla batteria. Improvvisamente, una brevissima interruzione da vita ad un lieve cambio di registro: la velocità torna elevatissima in men che non si dica ma, rispetto a pochi secondi prima, troviamo un riff di chitarra leggermente diverso, meno pieno e più tagliente. L'intreccio della canzone va via via snodandosi attraverso chitarre ruggenti e grooves batteristici possenti. Si arriva all'inizio della prima strofa, la quale ovviamente vede l'entrata in scena di Matt Drake, il quale stavolta canta su linee vocali davvero molto coinvolgenti, supportate da chitarre sfoderanti davvero un ottimo riff, standard si, ma trascinante. Paradossalmente, in questa prima strofa il ritmo della canzone è leggermente calato in quanto a velocità, seppur rimanga ben sostenuto. I primi, acidi versi delle liriche, sono incentrati su un uomo che non ha il coraggio di affrontare le conseguenze delle proprie azioni, quindi preferisce camuffarsi, non farsi riconoscere, perché angosciato dagli sguardi altrui. Lui stesso prova a difendersi cercando di lanciare delle offese nei confronti di chi lo accusa, pur sapendo di essere nel torto. Un improvviso rallentamento ci consegna un curioso passaggio strumentale, caratterizzato da un atmosfera estremamente tetra, data da dei sinistri arpeggi delle chitarre. Poi, "i motori si riaccendono di nuovo" e, adesso in un ritmato mid-tempo, viene eseguito il ritornello, dove Matt Drake non fa altro che ripetere il titolo del brano. Parte la seconda strofa e stiamo già facendo di nuovo headbanging. La canzone si sta rivelando una sanissima boccata d'aria dopo gli episodi precedenti non proprio felicissimi. I nuovi versi del testo, cantanti da un Matt Drake mai domo, narrano di come questo mondo sia troppo complesso per un uomo che tende a nascondersi sotto maschere e falsi profili. Che sia negativa o positiva, la realtà per il protagonista non è ideale, in quanto la finzione si incrocia con i fatti, facendo venire in tal modo, tutti i nodi al pettine riguardo possibili atti poco nobili. A seguire, troviamo un nuovo ritornello, stavolta un po' più lungo del precedente, ma ciò è giustificato dall'arrivo di un successivo passaggio, dall'andatura sempre cadenzata, che prima vede il sovrapporsi di voci distorte e minacciose che dicono parole incomprensibili, a seguire un bel fraseggio di chitarra elettrica. Tutto l'insieme appena descritto, funge da rampa di lancio per l'assolo di Ol Drake: estremamente acido, tenebroso, tecnico. Non molto lungo ma è davvero ben suonato e incastonato in un frammento ideale del brano. Cominciamo ad avviarci verso la fine di questa bella canzone, ed ecco che ora gli Evile tornano a spingere di più sull'acceleratore, creando però una sorta di atmosfera ovattata, con chitarre e sezione ritmica che paiono equalizzate allo stesso livello e suonanti in maniera parecchio serrata. Ad ogni modo, Matt Drake recita gli ultimi versi della canzone, i quali consigliano di essere semplicemente se stessi, affrontando la verità e di non mascherarsi sotto mentite spoglie. Un progressivo rallentamento, ci conduce all'ultimo frammento del pezzo, suonato in maniera abbastanza pacata fino al suo sfumare. Non c'è che dire, qui gli Evile hanno centrato il segno con una canzone certo non spettacolare, ma comunque molto valida.

Time No More

Incontriamo ora "Time No More" (Non più tempo) che con i suoi quattro minuti è il brano più corto del disco. Un aggressivo e serrato di riff di chitarra apre la canzone, seguito dall'indomabile Ben Carter che esegue una serie di energiche rullate sulle pelli. Poi, la canzone va mano mano distendendosi attraverso una batteria dinamica ma non velocissima e le chitarre suonanti un abrasivo riff thrash di stampo classico. Inizia la prima strofa, la quale, viene eseguita su una base strumentale che torna a farsi più rapida rispetto alle battute antecedenti: la batteria ora è più galoppante, accompagnata dal basso di Alexander mentre le chitarre si fanno di nuovo più piene. Matt Drake irrompe su linee vocali parecchio convincenti, dense e cantante con piglio più maligno rispetto ai brani passati. Le liriche affrontate dal cantante/chitarrista stavolta appaiono parecchio criptiche, ma parrebbero incentrate su come nella vita bisogna essere rapidi e cogliere le occasioni al volo per portare a compimento i propri obiettivi. C'è un'anima ossessionata da un desiderio tenuto sotto chiave, ma che fatica ad essere tirato fuori perché, seguendo una linea stabilita che non per forza deve essere quella giusta, si può giungere a qualcosa di non reale. Arriva il ritornello, più snello e semplice a livello strumentale, dove Matt Drake canta di sfidare la caduta, di essere lesti per provare a prendersi qualsiasi cosa offra la vita; sopraggiunge una breve interruzione che da il via alla seconda strofa. La canzone si dimostra senz'altro piacevole nel suo scorrimento, nulla di memorabile ma diverte e fa definitivamente riprendere quota al disco. In questa seconda strofa, Drake ci assale ancora una volta con la sua voce roca, ci canta che determinati individui si arrampicano verso il cielo mentre i mostri ci tirano dalle nostre cosce. Ciò per dire che, nella vita c'è chi riesce a scalare posizioni mentre chi è debole, viene scavalcato da tutti gli altri. A seguire c'è nuovamente il ritornello, il quale conduce alla terza strofa, eseguita in maniera diversa: dapprima abbiamo le chitarre che modificano leggermente il riff, rendendolo più tagliente mentre Ben Carter, accompagnato dal basso di Alexander, si destreggia tra colpi e rullate alla batteria. Subito dopo parte la nuova strofa a velocità non molto sostenute ma comunque energiche. Drake dice che è ora di crescere, che continuando a non cogliere nulla si finirà solo col maledire se stessi, ma che se si volta pagina, sarà tutto diverso e che la vita può guarire ogni dolore. A tal punto, giunge l'assolo di Ol Drake: anche in questo caso il chitarrista solista è ispirato, suonando un solo lungo, tecnico e melodico al punto giusto. Il brano si avvia verso le battute finali, le quali sono caratterizzate da un nuovo ritornello e da un ultimo, brevissimo passaggio strumentale quasi identico a quello di inizio brano che di fatto conclude la canzone.

Metamorphosis

Si ritorna ad un brano lungo, "Metamorphosis" (Metamorfosi) che con i suoi quasi otto minuti ci porta in territori musicali abbastanza intricati. Un'introduzione, dal sapore quasi doom, apre il brano e una volta tanto, in risalto è il basso di Alexander, il quale crea subito una cupa atmosfera; nel mentre, la batteria procede a passo lento e le chitarre eseguono dei sinistri fraseggi. Intorno al primo minuto però, il registro cambia completamente, con le due asce che prendono in mano le redini del brano, dando l'input alla sezione ritmica per un andamento che si fa decisamente più dinamico. Matt Drake inizia a cantare basandosi su particolari linee vocali: difatti, il singer canta in maniera quasi rassegnata, dando alla canzone una certa aria drammatica. Interessante il riffing delle chitarre, in quanto ad ogni pausa tra un verso e l'altro del testo, i fratelli Drake compiono dei brevi fraseggi che danno colore all'insieme. C'è poi un successivo rallentamento, soffocante nel suo essere, con chitarre grevi e sezione ritmica nuovamente lenta. Si accede così ad un pre-chorus, dove i toni drammatici sono ancora più esasperati rispetto alla strofa appena passata, con Matt Drake che neanche si sforza a tirar fuori una voce rabbiosa ma preferisce adagiarsi su uno stile oserei dire quasi lamentoso. Segue il ritornello vero e proprio, eseguito sulle stesse coordinate del passaggio precedente. Da notare che le chitarre qui, emulano, in un certo senso, le vocals di Drake, in quanto anch'esse, svanito un po' quel riff cupo di alcuni secondi prima, suonano una melodia angosciosa. Il pezzo riparte con in il suo andamento thrash, inaugurando la seconda strofa, la quale però è molto più corta rispetto alla prima, difatti dopo pochi versi giunge di nuovo il ritornello, e qui si può notare dunque una costante alternanza tra dinamicità e lentezza, che sicuramente giova in quanto a varietà. Dopo il chorus, il brano prosegue in maniera trattenuta, quasi interlocutoria, col basso che torna a farsi sentire. Subito dopo, la canzone assume un'andatura più marziale, incontrando un lungo passaggio strumentale. Protagoniste le chitarre, le quali intercalano ad un riff piuttosto ordinario, degli azzeccati fraseggi, alzando in tal modo il tasso tecnico dell'insieme. Successivamente, sempre mediante lo stesso riffing, i fratelli Drake eseguono dei fraseggi alternati a brevissime pause, sempre supportati, ovviamente, da un drumming variegato di Carter e dal basso di Alexander che regge tutta l'impalcatura. Inavvertitamente, Matt Drake torna a farsi sentire dietro il microfono, con la base strumentale che rimane invariata, e canta pochi versi, sempre con fare drammatico. A ciò segue l'assolo di Ol Drake, non esattamente tra i migliori del disco, un po' troppo breve e senza grande piglio, tuttavia è incastonato nel punto adatto. Ci si avvia verso il finale, ed ecco allora giungere un passaggio impostato, ancora una volta, su un cupissimo climax donato dalle chitarre e, a seguire, un'ultima strofa che vede un grintoso Matt Drake cantare gli ultimi versi del testo. La chiusura è data da un assolo estremamente tetro di Ol Drake, che, eseguito su una base cadenzata, fa sfumare lentamente tutto l'insieme. Il testo è tra i più interessanti dell'intero platter e parla di cosa c'è dopo la vita. Anzi, più nello specifico, non è da escludere l'ipotesi che gli Evile qui parlino di un determinato protagonista segregato negli inferi e che tenta di raggiungere il paradiso. Il soggetto di questo testo si ritrova a cercare tra vari livelli, deve trovare una serie di prove al fine di capire come ambire al privilegio della vita eterna. E quindi si avventura in terre selvagge, ultraterrene, andando dove abitano "altri". Il protagonista invita poi a seguirlo, lanciandosi al sole, quindi a raggiungere il cielo e l'infinito. A giustificare quanto ipotizzato prima, c'è il seguente verso: - "lascia le mani fredde del passato, premendo forte e veloce, liberami dalla loro presa" - A discapito di ciò dunque, si può davvero pensare che questa figura che tanto ambisce a raggiungere il paradiso sia in realtà trattenuta in un posto ostile dal quale pare impossibile fuggire, e questo non può essere altro che l'inferno. E ancora, ci sono i versi finali che lasciano ulteriori interpretazioni: "il fuoco cammina con me, più avanti in crescita, essere, dalle radici tocchiamo il cielo" - Quest'ultimo punto in particolare, fa presupporre che tali radici siano appunto l'ade dal quale il protagonista cerca di scappare.

Hundred Wrathful Deities

E giungiamo dunque all'ultima canzone del platter, "Hundred Wrathful Deities" (Cento divinità irate). Senza dubbio siamo di fronte al brano suscitante più curiosità per via del suo essere interamente strumentale e per la durata di quasi dodici minuti. Sarà un esperimento riuscito? Scopriamolo. L'introduzione è affidata a dei disturbanti rumori ovattati, i quali fanno poi spazio ad un melodico, ma al contempo sinistro, arpeggio di chitarra. Subito dopo, la canzone entra nel vivo attraverso un mid-tempo ordinario ma al contempo grintoso e carico di tensione, con chitarre suonanti un riff minaccioso e sezione ritmica che si limita ad accompagnare. Poi, in maniera ben studiata, le sezione successiva vede le chitarre "esplodere" in una melodia malsana, vagamente apocalittica, che evoca scenari devastati e infuocati. Nel mentre, Ben Carter inizia dare più varietà al suo groove batteristico, con diversi colpi assestati su un po' tutti gli elementi del suo strumento. Successivamente, ritorna il mid-tempo iniziale, condito stavolta da alcuni effetti sonori distorti, simili a quelli uditi nei primissimi secondi, che accentuano il lato tetro della composizione. E ancora, ecco di nuovo la bellissima, malvagia, melodia di prima, la quale da sola stessa, rappresenta uno dei punti più alti raggiunti dagli Evile su quest'album, forse il più alto. Si cambia registro: un nuovo riff entra in gioco, dapprima parte soffuso, quasi etereo, poi man mano sale di intensità, inframmezzato dai colpi di Carter alle pelli e dalle plettrate al basso di Alexander, fino ad defalgrare in un nuovo segmento, sempre eseguito tramite un azzeccatissimo mid-tempo. Le chitarre evocano una melodia maligna, stagnante, piena di pathos, che richiama alla nostra mente degli scenari gotici, oscuri, notturni. Grandissimo il lavoro di Ben Carter che in questo passaggio fa largo utilizzo dei piatti. Fino ad ora, il brano procede in maniera interessante, sono evidenti i richiami a pezzi strumentali storici del thrash metal come, ad esempio, "The Call of Ktulu" dei Metallica, però per ora il brano mantiene una certa personalità. Arrivati a questo punto, gli Evile decidono di dare una significativa sterzata all'insieme, introducendo un nuovo passaggio, stavolta decisamente più spinto e roccioso. Ben Carter torna a pestare in doppia cassa, supportato da Alexander, mentre i fratelli Drake sfoderano un riff più tagliente e veloce. Il terreno diventa fertile per due assoli, uno attaccato all'altro, di Ol Drake: il primo risulta più dissonante e con poco gusto melodico mentre il secondo, oltre ad essere più lungo, è decisamente più sinuoso e tecnico. Però, va detto comunque che qui Ol Drake, a detta di chi scrive, non si è proprio sprecato ma si è limitato a svolgere il compitino. La canzone continua fino ad un rallentamento progressivo di tutti gli strumenti, poi la sezione ritmica si interrompe, lasciando lo spazio alle due chitarre: quella ritmica, ossia Matt Drake, esegue un arpeggio molto melodico e decisamente malinconico, la solista di Ol, in sottofondo, suona invece una sorta di assolo che ben si sposa con la linea adottata dal fratello. Momento sicuramente atipico rispetto al resto della canzone, ma che mette in luce le capacità dei musicisti di cambiare abilmente le carte in tavola. Queste vengono nuovamente rimescolate, con il gruppo che adesso torna in mid-tempo, riprendendo, in maniera leggermente diversa, il tema sentito intorno al terzo minuto, ossia quelle chitarre malefiche e oscure, accompagnate dall'ottimo lavoro alle pelli di Carter. Abbiamo un ennesimo cambio di riff, stavolta più simile al primissimo udito, anche per via di motivo che torna a farsi minaccioso. Ma non è finita, perché gli Evile ci riservano un'ulteriore modifica all'andamento della loro canzone, sfoderando un altro riff dalle chitarre dei Drake brothers, più roccioso e supportato in maniera più decisa da Ben Carter. Siamo ormai alle battute finali di questa lunga suite che ha mostrato il lato sicuramente più ricercato dei ragazzi inglesi. Delle chitarre stoppate, inframmezzate da colpi secchi sui tamburi, danno le ultime scosse, poi il brano sfocia nell'arpeggio di inizio canzone, terminando così come era iniziato. Insomma, che dire su questa "Hundred Wrathful Deities"... una strumentale sicuramente interessante, ben suonata e con idee, seppur non originalissime. Quello che però stona un po', è che gli Evile, pare non abbiano voluto davvero osare, preferendo mantenersi su territori più sicuri. Ovviamente c'è l'attenuante che prima di ora, il gruppo inglese non si era mai spinto su territori musicali del genere e alla fine è comunque riuscito a fare un buon lavoro. Però, un tocco, uno sprint in più poteva starci.

My Parasite

Nell'edizione CD+DVD, c'è un ulteriore traccia, intitolata "My Parasite" (Mio parassita). E' un vero peccato che questa canzone sia stata relegata a sola bonus track, in quanto è tra i pezzi migliori della release complessiva. Il brano è aperto da un riff composto da note stoppate che si dilatano nei secondi a venire, lasciando spazio ad ulteriori effetti chitarristici in sottofondo e a Ben Carter che ne approfitta per iniziare a scaldare le pelli con rullate e patterns. All'improvviso, uno dei riff di chitarra più letali e violenti mai usciti dalla penna dei fratelli Drake irrompe, dando il via ad uno spietato up-tempo, con un Ben Carter indiavolato alla batteria e un Mike Alexander solido al basso. Questa prima parte del pezzo è tutta strumentale ed infatti, ora gli Evile modificano leggermente il riff portante di chitarra, che da tagliente e fulmineo diventa leggermente meno arrembante, facendo, di conseguenza, rallentare un po' tutta la sezione ritmica. Ma è solo un breve momento di respiro: un nuovo cambio di riff delle due asce rende, adesso, la canzone davvero infuocata, con la doppia cassa di Ben Carter che esplode tanto il batterista suona veloce e compatto. Inizia la prima strofa, la quale vede un Matt Drake più arrabbiato del solito, infatti il singer canta i primi versi delle lyrics con tono decisamente scuro e grintoso. I primi versi del testo non si presentano di facilissima interpretazione: la tematica che più si addice, leggendo quanto scritto dai ragazzi inglesi, è un'evasione, ancora non realizzata da un carcere da parte di un detenuto. Costui si prepara ad essere inseguito una volta fuori e a escogitare dei rimedi per la caccia, verso che probabilmente sta a significare una difesa contro i tutori della legge che lo inseguiranno. Arriva il ritornello, e qui la velocità rallenta davvero di un pelo, con chitarre più rocciose e sezione ritmica un po' più distesa. Le parole pronunciate da Drake esplicitano appunto di questo vivere limitato, ossia lo stare in galera, di guardie attente e sempre presenti e dell'evasione assurda che il protagonista del testo vuole compiere. Tutto questo per liberarsi del parassita citato nel titolo, che potrebbe essere non altri che la prigione stessa. Riparte subito la seconda strofa a velocità supersonica e giungono immediatamente i nuovi versi, molto brevi, che identificano un demone eterno, probabilmente identificato nella galera stessa, che non lascia andare il protagonista. Viene anche messa a nudo la concentrazione che il soggetto sta impiegando per fare un atto simile come quello della fuga, provando ad anticipare sul tempo chi proverà a fargli saltare il piano. Arriva un nuovo ritornello, il quale sfocia in una sezione decisamente più tranquilla, dove l'andatura si fa più rilassata e le chitarre sfoderano un riff più orecchiabile, anche se sempre roccioso. Tale passaggio è inframmezzato da alcuni brevissimi rallentamenti delle chitarre, supportate dalle rullate di Ben Carter. Arriva l'assolo di Ol Drake, bellissimo, velocissimo, con largo uso di tapping e quasi per niente melodico ma acidissimo. Assolo tra l'altro diviso in due parti, con la prima in particolare che ci ricorda ancora una volta che il chitarrista solista degli Evile è uno che ha una stoffa ragguardevole. Il brano entra nell'ultimo minuto e così gli Evile ripartono subito a mille allora reimpostando il brano sui binari originari. Giunge un ultimo ritornello e infine, il brano sfocia sul riff portante, eseguito su una batteria a velocità più ridotta. Un vero assalto all'arma bianca questa canzone, peccato davvero non sia stata inclusa nella tracklist originale.

Conclusioni

Dunque, abbiamo visto come in questo "Infected Nations", gli Evile abbiano cercato, con risultati discreti, di rendere il proprio sound thrash metal più personale e in alcuni casi anche più elaborato. A detta di chi scrive, questo secondo lavoro della band inglese rappresenta, tuttavia, un passo indietro rispetto al deflagrante "Enter the Grave". E' vero, in quest'ultimo la musica proposta era puro thrash metal preso dagli anni 80 e trasportato nei 2000, ma era talmente potente e grintoso che non poteva non piacere. Qui, a parte che le influenze degli eighties rimangono in maniera salda, si avverte a volte un po' di esitazione nel fare le cose, come se il gruppo volesse intraprendere una strada nuova per la propria musica, ma senza tenere bene le redini. La tracklist, come abbiamo visto, si alterna tra pezzi veloci e dei rocciosi mid-tempo. I primi sono sicuramente i brani più riusciti per via della loro foga e velocità ed in più e un paio, presentano degli stacchi e cambi di tempo molto interessanti che testimoniano la nuova direzione intrapresa. Nei secondi invece, le cose non sono affatto rosee: alcuni di questi brani in fin dei conti funzionano, però non hanno quel piglio che ci si aspetterebbe. E poi, c'è almeno un pezzo che proprio non funziona e che scade nella noia. Insomma, riassumendo l'album nel suo insieme, si può dire che poteva essere, ma non è stato. Le soluzioni vincenti, come spiegato non mancano, però la sensazione generale che resta è quella dell'incompiutezza. Un importante passo avanti, il gruppo lo fa con i testi, molto più ispirati e complessi rispetto a quelli dell'album precedente. La tematica maggiormente trattata è la cattiveria dell'uomo e di come questi abbia devastato il nostro pianeta con ogni tipo di atto ignobile. Non mancano lyrics un po' criptiche, a testimoniare quanto gli inglesi siano maturati su tale punto di vista. Riguardo le performance dei singoli musicisti, quello che sicuramente si eleva sopra tutti è il batterista Ben Carter. Insieme a Matt Drake è il motore degli Evile, un batterista formidabile, impeccabile, molto vario, capace di spaziare in varie soluzioni con disinvoltura e, quando c'è da pestare duro e veloce, con la doppia cassa non lo ferma nessuno. Un plauso anche alla produzione che è riuscita a dare alla batteria, senza coprire gli altri strumenti, un suono tondo e pulito. Le chitarre sono sempre ruggenti, anch'esse belle limpide a livello di suono. I riff sfoderati dai fratelli Drake sono spesso efficaci, ma peccano, non poche volte, di ripetitività. Alcuni passaggi poi, sono un po' scolastici, ma in fin dei può starci. Si percepisce che la mente della band è Matt, colui che da il via quando c'è da darlo così come da lo stop. Non sempre, su questo disco, riesce ad esprimere quanto vorrebbe, secondo chi scrive ovviamente, ma comunque ha idee e soluzioni che in diversi contesti risultano più che funzionali. Ol Drake si conferma un chitarrista solista ottimo, dotato di ottima tecnica e soprattutto velocità. Però, anche su questo punto c'è qualcosa da ridere: gli assoli incisi su "Enter the Grave" erano decisamente migliori, più lunghi e suggestivi. Qui invece, qualche volta, si riducono ad un mero esercizio di velocità, senza sentimento, quasi se Ol Drake avesse inserito i suoi soli così, tanto per fare. Mike Alexander, col suo basso, è posto nelle retrovie, si sente molto poco. E' vero che fa un lavoro scurissimo, contenere il sound a volte deflagrante delle chitarre non è semplice, però sarebbe stato meglio se avessimo la possibilità di sentirlo un po' di più, ma la morte purtroppo l'ha portato via a soli 32 anni. A seguito della pubblicazione di "Infected Nations", i ragazzi hanno intrapreso un lunghissimo tour, già senza il compagno Mike Alexander, scomparso pochissimi giorni dopo l'uscita dell'album. Gli Evile hanno suonato un po' ovunque, specie nei club e locali al chiuso, come da tradizione per un gruppo thrash attivo sulle scene da qualche anno e poco più. I lavori successivi vedranno un ulteriore irrobustimento di questa tendenza techno-thrash, trovando anche risultati migliori. Quest'album è stato sicuramente un buon esperimento, si stia a vedere la strumentale di quasi dodici minuti ad esempio, ma gli angoli da lenire sono ancora parecchi. La band però c'è.

1) Infected Nation
2) Now Demolition
3) Nosophoros
4) Genocide
5) Plague to End all Plagues
6) Devoid of Thought
7) Time No More
8) Metamorphosis
9) Hundred Wrathful Deities
10) My Parasite
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