EVILE

Enter the grave

2007 - Earache Records

A CURA DI
FRANCESCO NAPPI
30/04/2020
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Anno domini 2007: L'heavy metal old school, dopo il periodo non proprio roseo vissuto negli anni 90, tornava lentamente a risalire la china. Vecchie thrash metal band dei gloriosi anni 80 come Exodus, Death Angel e Possessed tornavano a farsi sentire con nuove uscite discografiche e presenze live costanti. Al contempo, mostri sacri quali Iron Maiden, Metallica, Slayer, Judas Priest (da poco riunitisi con Rob Halford), hanno continuato a conquistare intere schiere di fan. E non bisogna scordarsi ovviamente nei gruppi facenti parte del nuovo corso, come Slipknot, Rammstein o Korn, che in breve tempo assunsero un ampia cerchia di sostenitori. Il metal quindi, trovò nuova popolarità e, in un certo senso, uscì fuori da quel contesto di underground nel quale si era sempre ritrovato rinchiuso. Per inquadrare meglio la nuova ascesa del genere, bisogna però anche contestualizzare il periodo storico, sia livello sociologico che culturale nel quale il metallo tornò in auge: come detto, ci troviamo negli anni 2000 e le sub-culture che si erano formate nei precedenti 35-40 anni si miscelarono fra loro, quindi di conseguenza la gente non ha più teso a caratterizzarsi tramite determinate etichette ma ognuno ascoltava la musica che preferiva. Ciò fu dovuto anche al fatto che, le citate sub-culture, che potevano essere metallari, paninari, goth, skaters, cyber e via dicendo, erano formate da ragazzi e si sa, crescendo i giovani maturano i propri gusti musicali, esplorando anche altri lidi. Perciò, e anche in virtù di quanto succedeva già negli anni 90, il metal iniziò a venir apprezzato anche da chi solitamente era estraneo a questo tipo di sonorità. L'altro fattore importante da evidenziare, è l'ammorbidimento della massa nei confronti di questo tipo di musica, specie dal punto di vista della concezione: se negli 70, 80 e in parte 90, l'heavy metal era visto di cattivo occhio, per via dei presunti contenuti blasfemi, violenti e quant'altro, negli anni successivi, fortunatamente, si riuscì ad andare oltre i soliti stereotipi. Infine, va ovviamente citato lo sviluppo delle piattaforme dell'ascolto in streaming: come sappiamo, negli anni 2000, la diffusione di sistemi come youtube, iTunes e persino i siti illegali dai quali scaricare materiale audio, ha contribuito pesantemente alla propagazione della musica nella rete e naturalmente il metal non è stato esente da ciò. Dunque, seppur non si tratta di un ritorno agli anni 80, il genere nel 21°secolo ha goduto, e gode tutt'ora, di una ritrovata vitalità. Ora però, la domanda è lecita. Oltre alle vecchie band, ne sono sorte delle altre? E possono essere considerate all'altezza di quelle storiche in modo tale da prenderne il posto in un futuro, si spera, lontano? La seconda domanda ancora non ha risposta, ma la prima si. Parlando di thrash metal, gli anni 2000 sono stati terreno ferace per svariate band vogliose di far agitare le teste di tanti metalheads. Tra le svariate formazioni che nascono tra Europa e America, ce n'è una che si è confermata porta bandiera del nuovo movimento thrash. Loro sono inglesi, si sono formati ad Huddersfield, sono giovani e vogliono suonare veloce. Si tratta degli Evile e i membri sono: Matt Drake alla voce e alla chitarra ritmica, Ol Drake alla chitarra solista e fratello minore di Matt, Mike Alexander al basso e Ben Carter alla batteria. Come detto, gli Evile si formano nella città inglese di Huddersfield e riguardo a ciò va detto che l'Inghilterra non è mai stata la patria del thrash metal: le band di maggior successo del genere o provenivano tutte dagli Stati Uniti o, se erano europee, dalla Germania. Le uniche band speed/thrash inglesi che si ricordano sono i Venom e gli Xentrix. Gli Evile però, suonano un thrash in perfetto stile bay area e ascoltandoli, non paiono affatto inglesi. La band si forma nel 1999 sotto il monicker "Metal Militia" ma, nel 2004, esso cambia in Evile. La band alla quale questi ragazzi più si ispirano sono senza dubbio i primi Metallica: la voce di Matt Drake ricorda tantissimo quella di James Hetfield e in generale, il sound proposto e gli arrangiamenti delle canzoni ricordano molto il thrash metal potente e raffinato della storica band di San Francisco. Si odono anche influenze da gruppi quali Testament, Exodus e Slayer ma sono i Metallica l'influenza principale. Stabilito il nuovo nome e dopo aver pubblicato, in maniera indipendente, il primo EP nel 2004, gli Evile si accasano alla Earache Records e nel 2007 sfornano il loro primo full-lenght, intitolato "Enter the Grave", ossia Entra nella tomba. Il produttore è niente di meno che Flemming Rasmussen, colui che produsse tre storici album dei Metallica: "Ride the Lighting", "Master of Puppets" e "...And Justice for All". Probabilmente, è anche per questo che "Enter the Grave" ricordi così tanto il sound della formazione americana. L'album, dalla durata di 53 minuti, è un buonissimo lavoro. Compatto, solido, ben suonato, ben prodotto e piuttosto vario. La tracklist, composta da dieci pezzi, non mostra mai segni di cedimento, procede spedita e varie volte alcuni dei brani assaltano l'ascoltatore senza pietà. Essendo simile a quello dei Metallica, il thrash degli Evile non è eccessivamente brutale anche se le sfuriate vere e proprie non mancano. Tuttavia, il disco punta su canzoni ben architettate, su riff in puro stile anni 80 e assoli funambolici e dotati di una certa melodia. Le liriche sono forse il punto debole dell'opera, malgrado siano comunque simpatiche: gli argomenti maggiormente trattati sono la morte, la violenza e la società. Tutte tematiche ampiamente trattate da centinaia di gruppi. Detto ciò, andiamo ora a vedere nel dettaglio pregi e difetti di "Enter the Grave"!

Enter the Grave

Il disco parte subito con la "thrashosa" title-track "Enter the Grave" (Entra nella tomba) che mette in chiaro le cose. Un improvviso attacco all'unisono di tutti gli strumenti scuote l'ascoltatore, poi una rapida rullata di Carter, ed ecco il brano procedere subito in un andamento sostenuto anche se non velocissimo. Già dalle primissime note è possibile notare quanto le chitarre dei fratelli Drake ricordino quelle di Hetfield e Hammett, con quei riff tondi e taglienti allo stesso tempo. All'improvviso, un nuovo riff di chitarra fa la sua comparsa, inaugurando così la prima strofa, eseguita stavolta in un bel up-tempo. Le chitarre suonano rocciose, la sezione ritmica è lineare ma martellante e finalmente interviene anche la voce di Matt Drake che inizia a cantare il primo verso della canzone. Il ragazzo ha un timbro vocale portentoso, non cattivo o acuto come quello di Tom Araya o Paul Baloff, ma comunque una voce che ben si sposa al sound degli Evile. Con grinta e personalità, Drake ci narra del desiderio, del brivido di caccia di un uomo, il quale vaga di notte in cerca della sua preda. Un bisogno interiore fortissimo e morboso, l'unico scopo è uccidere. Questi primi versi, possono venir interpretati in due modi: il primo è che Drake ci sta parlando sul serio di un cacciatore che cerca il prossimo animale da uccidere, il secondo invece, quello per me più plausibile, è che si parli di un serial killer pronto a colpire il primo malcapitato. Un improvvisa accelerazione ci conduce al ritornello dove Drake canta della vittima macellata, mutilata e successivamente entrata nella tomba. Subito dopo, Ol Drake ci regala il primo assolo di chitarra: tipicamente thrash, molto tecnico e piacevole all'udito, si capisce subito che lui è uno che ci sa fare. La seconda strofa arriva subito e Matt riapparire con la sua voce scura. La preda ormai è vittima del suo assassino, il quale le taglia la gola e successivamente la seppellisce. Drake ci dice anche che la preda uccisa, adesso, risiede nella mente di chi l'ha uccisa, e resterà li per sempre. Il brano subisce ora un nuovo rallentamento e il break che ne segue è guidato dalle due chitarre che si cimentano in un sinistro-fraseggio, il quale sfocia in un secondo assolo di chitarra. Poggiato su una sezione ritmica, che è tornata a martellare, il solo, rispetto al precedente, è decisamente più bello, sinuoso, giocato sia sull'aggressività che sulla melodia. Un successivo e rapido passaggio in up tempo, introduce la terza ed ultima strofa: le liriche sono le stesse dell'inizio e subito dopo udiamo anche l'ultimo ritornello. I secondi finali sono riservati ad un ultima accelerazione tipicamente thrash, con chitarre serrate e sezione ritmica galoppante. A tal punto la canzone termina.

Thrasher

Il secondo brano del platter ha un titolo tanto semplice quanto significativo: "Thrasher". Ciò a volerci dimostrare che l'unico verbo che conoscono gli Evile è quello del thrash metal. Si tratta inoltre di un brano corto, solo tre minuti, ma di grande impatto, come il genere vuole. Un minaccioso e roccioso riff di chitarra apre le danze, poi Ben Carter, da dietro la batteria, da colpi secchi ed energici sulle pelli, andando subito a tessere l'intelaiatura del pezzo. Successivamente, il brano esplode in un portentoso up-tempo, con le due asce che sfoderano un riff semplice ma diretto, mentre basso e batteria si rincorrono. Un successivo break di pochi secondi introduce la prima strofa che, sviluppata su un tempo ancora più veloce, vede l'entrata in scena di Matt Drake dietro il microfono. Il cantante/chitarrista ci aggredisce senza fronzoli con la sua ugola scura e incisiva, le sue linee vocali sono rapidissime e l'atmosfera che si crea è apocalittica, grazie anche al riff delle chitarre che ora si è fatto più cupo e tagliente. Il titolo del brano lascia poche interpretazioni: il testo è riferito ai "thrashers", coloro che appuntono ascoltano e vivono di thrash metal. Si muovono in legioni, canta Drake, sono vestiti con indumenti di pelle nera, portano borchie e catene e sono pronti per un'altra notte di violenze e abusi. Questi versi, sono ovviamente riferiti alla partecipazione di questi metallari ad eventuali concerti del genere, dove pogo e sudore sono le uniche regole. Il ritornello si mantiene sulle stesse coordinate musicali delle strofe, giusto il riff di chitarra si modifica leggermente. Matt Drake ci ordina di saltare nel pit e di dare sfogo a tutta la nostra adrenalina: - "Senti la scarica di adrenalina, salta nella fossa, calci mentre spingi, preparato al successo, inchinarsi al thrasher". Giunge ora l'assolo di Ol Drake, eseguito su una base che non accenna minimamente a decelerare. Un solo al fulmicotone, che va ad inbastardire una traccia già di per se velocissima. Subito dopo c'è la seconda strofa con Matt Drake che torni a farsi sentire dietro il microfono. Lo scenario descritto dal cantante ora è apocalittico: sul palco c'è sangue, il caos è l'unica cosa che regna, le teste degli headbangers sono doloranti, la follia è padrona del palcoscenico. Tali liriche così spietate sono accentuate ancor di più dal continuo martellare senza sosta dei quattro giovanotti inglesi. Se disponete di un buon impianto stereo, con questa canzone (e in generale con tutto il disco), l'headbanging è assicurato. Segue il ritornello che apre al secondo assolo, il quale ci accompagnerà in questo finale al cardiopalma: qui Ol Drake mostra tutte le sue capacità alla chitarra, sfoderando un solo lungo, articolato, tecnico e dotato di un retrogusto melodico. Essenziale il supporto della, manco a dirlo, serratissima sezione ritmica. Terminato l'assolo, giunge un ultima schitarrata, supportata sempre da Carter e Mike Alexander, che pone fine a questa canzone impazzita.

First Blood

La terza canzone dell'album è un'altra scheggia thrash metal intitolata "First Blood" (Primo sangue). Sin dal titolo, si intuisce chiaramente che il testo del brano è riferito al celebre film "First Blood", in Italia uscito come "Rambo", nel 1982. Il pezzo è aperto da delle plettrate secche e decise, accompagnate dal basso e da alcuni beats di Ben Carter sulla propria batteria, andando a creare un'atmosfera subito minacciosa. La canzone poi inizia la sua corsa attraverso un andamento sostenuto ma non velocissimo, con le chitarre che tirano fuori un riff semplice ma efficace. Come abbiamo visto, però, agli Evile non piace sempre spingere sull'acceleratore immediatamente, infatti lo stesso accade qui: un repentino cambio di riff da il via ad un serratissimo up tempo guidato dalle chitarre dei fratelli Drake, le cui chitarre hanno ora un sound più oppressivo, e dalla poderosa doppia cassa di Carter. Ha inizio la prima strofa con Matt che stavolta si pone in maniera particolare dietro il microfono, cantando in modo freddo, distaccato. D'altronde, il clima che si respira in queste prime battute della canzone è opprimente, cupo. Ecco, dunque, il ritornello che è senza dubbio l'arma vincente del pezzo: abrasivo, tagliente, dal sapore apocalittico. Qui, il riff delle chitarre, si fa ancora più tagliente è abrasivo, supportato sempre dal drumming incessante. I membri del gruppo dapprima cantano in coro il titolo del brano, poi dopo è di nuovo il solo Matt Drake che si riprende la scena, continuando ad essere glaciale dietro il microfono. A questo punto, la canzone decelera introducendo un passaggio eseguito in un classico ma roccioso mid-tempo. Udiamo la voce di Drake alternarsi ai cori dei suoi compagni di band, in quello che è il momento di maggior suspense del brano. Successivamente, un breve passaggio strumentale apre all'assolo di Ol Drake, eseguito su una base che è tornata a galoppare. Il solo è veloce, non molto melodico, difatti ricorda molto quelli dei brani degli Exodus. Un successivo, nuovo passo strumentale, uguale a quello di inizio canzone, da il via alla seconda ed ultima strofa, posta curiosamente quasi al termine del pezzo. Le coordinate sono le stesse della prima, non cambia nulla. Siamo alle battute finali ed ecco arrivare anche l'ultimo ritornello che di fatto chiude un'altra gran bella canzone, stavolta giocata molto sull'atmosfera. Come detto, le liriche si riferiscono al film "Rambo" con protagonista Sylvester Stallone. A grandi linee, il testo della canzone segue, in ordine cronologico, le vicende della pellicola: ci è narrato, appunto, di questo protagonista, veterano del Vietnam, spietato, una macchina per uccidere, senza una collocazione nella società, incarcerato ingiustamente per vagabondaggio e destinato, una volta, evaso, a scappare dalla legge. Quest'ultima però non sa che, colui che sta cacciando, non è un uomo, ma un guerriero che in vita sua ha assistito ed è sopravvissuto ad ogni tipo di orrore e risulta imbattibile in un qualsiasi tipo di battaglia. Molto significativo il verso posto a metà canzone: - "per sopravvivere alla guerra, devi diventare una guerra"-. Comunque, oltre alle sue abilità di combattimento, gli Evile ci ricordano anche che questo ex berretto verde, è ossessionato dai suoi orrori interiori e che forse, la sua guerra interna, è l'unica che non riuscirà mai a vincere.

Man Against Machine

La quarta traccia del platter è un brano più elaborato dei precedenti, testimone in tal caso la durata, oltre sei minuti. La canzone, intitolata "Man Against Machine" (Uomo contro macchina), è introdotta da un tetro arpeggio di chitarra, dando vita ad un'atmosfera molto cupa. Poi le chitarre iniziano a farsi più distorte, tessendo un riff tipicamente ritmico, mentre Ben Carter accompagna in mid-tempo. La fase iniziale del pezzo procede così, un interlocutorio andamento molto trattenuto che produce una buona tensione, preparando l'ascoltatore a ciò che lo attende dopo. Da segnalare comunque, in tale frangente, il bel riff oscuro partorito dai fratelli Drake. Dopo poco più di due minuti, ecco che il registro cambia improvvisamente: il riff di chitarra diviene tagliente e affilato, accompagnato da una sezione ritmica che adesso inizia a correre sensibilmente, con la doppia cassa di Ben Carter in risalto. A tal punto inizia la prima strofa, con Matt Drake che comincia a scatenare la sua scura ugola su delle linee vocali molto incisive, le quali si sposano benissimo con il compatto up-tempo del brano. Drake inizia a cantare dell'umanità collassata, di una guerra che è impossibile vincere, della tirannia che imperversa ovunque. Arriva poi il rapidissimo ritornello, eseguito sulla medesima base musicale, dove i nostri cantano in coro il titolo del pezzo. Pronti e via e già passiamo alla seconda strofa, eseguita sempre ad altissima velocità e narrante la prosecuzione della fine dell'umanità, dove ricchi, poveri, forti o deboli, vengono uccisi indiscriminatamente, per ragioni apparentemente sconosciute. Le grida di pietà servono a poco, l'unico verbo che i tiranni conoscono è quello di schiacciare chiunque si trovi sul loro cammino. A questo punto, ecco l'irruzione di un bel break che spezza l'andamento del pezzo, con le chitarre che tessono ora un riff più roccioso, mentre la sezione ritmica accompagna in mid-tempo. Si udisce di nuovo la voce di Drake, leggermente filtrata, eseguita sempre sulla stessa base strumentale ed è qui che secondo me si il momento migliore del brano: le linee vocali si fanno cariche di tensione, le chitarre idem, suonanti un riff che segue la stessa attitudine delle linee vocali e la sezione ritmica accompagna il tutto in modo deciso. Liricamente, ci viene detto come questi assassini, sono mossi dalla sola avidità, è così che progettano il loro sterminio. Arrivati a questo punto, ecco Ol Drake lanciarsi in un assolo, accompagnato dagli altri strumenti che nel frattempo sono tornati a correre. Il solo non è spaziale ma funziona, votato più alla mera velocità che alla melodia. Un nuovo break successivo, inaugura la terza ed ultima strofa, uguale alle altre due. Gli ultimi versi del testo predicano per una flebile speranza, ossia di mantenere il fuoco della resistenza acceso, combattendo fino all'ultimo respiro con l'obiettivo di un nuovo inizio. Successivamente, troviamo l'ultimo ritornello, un po' più allungato che ci introduce al bridge strumentale finale dal sapore molto "panteriano", dove chitarre e sezione ritmica rallentano sensibilmente fino a sfumare, concludendo la canzone.

Burned Alive

i passa alla muscolosa "Burned Alive" (Bruciato vivo), altra gran bella canzone carica di pathos. Si parte a bomba con le chitarre che sfoderano un riff lacerante che più anni 80 non si può, mentre la sezione ritmica si dirige subito sui binari dell'alta velocità. Dopo questi primi secondi così dinamici, si ha però un'inversione di marcia rispetto a quella che era stata la formula di, più o meno, tutti i pezzi che abbiamo visto fin qui: all'introduzione della prima strofa, gli Evile passano in un batter d'occhio ad un mid-tempo ferreo ed evocante un'atmosfera sinistra: Matt Drake inizia a cantare, basandosi su linee vocali di grande impatto mentre gli strumenti procedono trattenuti, ma senza perdere un briciolo di potenza. Terminata, la prima strofa, molto breve, si ha un passaggio strumentale dove i nostri tornano a pestare, con le chitarre dei fratelli Drake a fare da guida. Si passa alla seconda strofa, eseguita sulle stesse coordinate della precedente. Ancora poi, un nuovo passaggio strumentale, identico a quello udito prima, introduce il ritornello, brevissimo e diretto, suonato a velocità non elevatissime ma di grande impatto, con Drake che si limita a cantare il titolo della canzone. Il brano a questo punto ripropone ognuno dei passaggi eseguiti in precedenza: troviamo di nuovo quel segmento veloce condotto dalle chitarre, una sorta di collante tra le varie fasi del pezzo, la terza strofa e nuovamente il ritornello. Va detto che, malgrado questo brano possa sembrare ripetitivo, gli Evile ci mettono una foga ed una carica davvero notevoli, non facendo annoiare per nulla l'ascoltatore. Arrivati a tal punto, si ha un cambio di rotta: irrompe un bridge, non molto dinamico ma sostenuto, le chitarre sviluppano un riff più sottile e vagamente melodico mentre Drake canta poche parole con la solita grande tensione. Interviene Ol Drake col suo assolo, che si rivela uno dei migliori di tutto il disco: moderno, tecnico, lungo il giusto e caratterizzato da un delizioso gusto melodico. Ci avviamo ora verso il finale della canzone, con la band che torna a suonare veloce con quel riff portante che oramai conosciamo, poi arriva la quarta ed ultima strofa alla quale succede un ultimo ritornello. Gli ultimi secondi procedono con la band che da una ultima scarica di velocità, poi cala il sipario. "Burned Alive" è senza dubbio un brano camaleontico, scritto bene e mai noioso nei suoi sei minuti. Niente male per dei ragazzi esordienti. Il testo parla, molto probabilmente, dei roghi perpetrati ai danni di presunti stregoni, streghe, adoratori del diavolo, eretici e quant'altro, tra il 15° e il 18° secolo in Europa e America. Le liriche molto semplicemente trattano di un individuo condannato alle fiamme, non è destinato sapere sapere quale sia il crimine commesso ma d'altronde, nella cosiddetta "caccia alle streghe", moltissime persone venivano arse vive anche per il più minimo dei sospetti. Il protagonista, malgrado parrebbe davvero essere in combutta con le forze del male: - "toccato dal male, al disordine da cui provengo" -, si proclama innocente, urlando ciò con disperazione. Ma è troppo tardi e l'esecuzione sta per avere luogo. Tuttavia, il condannato annuncia che ritornerà e che l'oscurità infesterà la terra. Inoltre, l'imputato aggiunge anche che il male non morirà, che lui può anche essere spedito all'inferno, ma che tanto le legioni infernali arriveranno a chiedere il conto e a spargere la sofferenza, col fuoco che sarà il giudice di chi ha accusato.

Killer from the Deep

Con "Killer from the Deep" (Killer dagli abissi), l'oliata macchina dei thrashers inglesi non accenna minimamente a fermarsi, regalandoci un'altra canzone spaccaossa. Dei sinistri e ovattati rumori si odono durante i primi secondi, poi, un riff di chitarra che fa molto verso ai Metallica di "Kill Em' All", irrompe con cattiveria, seguito dai colpi secchi sulle pelli di Ben Carter. Subito dopo, il batterista si lancia in un velocissimo e massacrante doppio pedale, mentre le chitarre dei fratelli Drake, affilatissime e suonanti sempre lo stesso riff, vanno anch'esse spedite. A sorreggere la serratissima andatura, Mike Alexander col suo basso. A questo punto, Matt Drake inizia a cantare la prima strofa e, posso garantirvi, le sue linee vocali su questo brano sono forse le migliori del disco. Serrate, veloci e cattive. Poi qui il cantante/chitarrista, tira fuori una voce dannatamente grintosa, adattandosi meravigliosamente alle altissime velocità del pezzo. Le lyrics trattate dal gruppo, stavolta, come per la title-track, possono essere lette sotto due punti di vista: uno di questi è qualcuno rimasto solo alla deriva nel mare ed è minacciato dagli squali, risaliti dagli abissi, che gli girano attorno. Però, per via dei seguenti versi - "dalle profondità dell'inferno, il mare blu profondo, il demone è venuto per la festa.... quando il diavolo colpisce non c'è nessun posto dove nascondersi" - si può pensare che in realtà che il protagonista del testo si ritrovi vittima dell'attacco di un entità maligna, forse di Satana stesso. Ad ogni modo, terminata la prima strofa, inizia subito la seconda, sempre seguendo le stesse coordinate musicali e Drake ci canta ora che non c'è più scampo, che le fauci del killer iniziano a strappare la carne del malcapitato e che l'acqua del mare intorno diventa rossa. Da questi versi, appare più plausibile che il testo si riferisca solamente ad un attacco di squali, evento che tra l'altro accade spesso ai danni degli esseri umani, ma comunque è lecito rimanere col beneficio del dubbio. Terminata anche la seconda strofa, la canzone procede veloce ancora per un po', col medesimo riff a far da padrone, poi si ha un intenso rallentamento, il quale però è solo il preludio all'assolo di Ol Drake. Difatti, si riparte immediatamente a cento allora e il chitarrista si lancia in un solo al fulmicotone, che più thrash non si può. Da segnalare la velocità d'esecuzione e la gran tecnica. Sicuramente tra i migliori assoli di chitarra di tutto il disco. Il brano riparte poi caratterizzato sempre dal motivo centrale, poi però, un nuovo rallentamento introduce un frammento diverso: la velocità cala anche se l'andatura del pezzo rimane aggressiva e sostenuta e Matt Drake canta la terza strofa, stavolta seguendo linee vocali più classiche. I nuovi versi identificano lo squalo (o il presunto demone) come servo della morte, egli ha il cuore di pietra e chi gli si avvicina entra nella sua zona d'uccisione. A tal punto, ci avviamo verso il finale, il quale è tutto strumentale. Essenzialmente gli Evile ci accompagnano fino all'epilogo riprendendo a galoppare, con il riff di chitarra leggermente variato. Dopo gli ultimi secondi tutti i perdifiato, il brano, dunque, termina. Curioso come questa canzone non sia dotata di ritornello, ma probabilmente non ce n'era il bisogno. Tra i pezzi migliori dell'album.

We Who Are About to Die

Arriviamo adesso a "We Who Are About to Die" (Noi che stiamo per morire), canzone che con i suoi quasi otto minuti di durata risulta la più lunga del platter. Un tetro e sinistro arpeggio introduce il brano, evocando una vera atmosfera da film dell'orrore, poi, giungono le prime schitarrate dei fratelli Drake, seguite dalla sezione ritmica che inizia ad agire in sottofondo. Successivamente, un marcato mid-tempo si fa padrone del brano, con le chitarre che sfoderano un riff semplice ma minaccioso, mentre Ben Carter e Mike Alexander si limitano ad eseguire il più classico dei groove. Inizia la prima strofa, la quale risulta essere molto coinvolgente, con Matt Drake che canta, in maniera seriosa e decisa, dei gladiatori ai tempi dell'imperatore Cesare. Uomini mandati al massacro al fine di divertire un pubblico desideroso di sangue e violenza. Giunge poi il ritornello, molto breve ma intenso, dove Drake evidenzia il cinismo dell'imperatore, che con un semplice gesto del pollice dichiara chi sta per morire e chi no. Il brano, musicalmente, ricorda vagamente alcuni pezzi dei Pantera, specie per via dell'andamento slow ma comunque massiccio. Ovviamente, il riff di chitarra è molto più vicino al thrash classico che al sound della band texana, ma comunque una vaga assonanza non è del tutto ingiustificata. Irrompe Ol Drake col primo assolo, assolutamente funzionale allo stile della traccia, quindi acido e malsano. Parte poi la seconda strofa, identica alla precedente, dove nel testo viene evidenziato l'insensato sadismo della massa al fronte di uno spettacolo così cruento. E Cesare nel frattempo resta li alla sua postazione, a decidere le sorti dei gladiatori. Il riff di chitarra a questo punto inizia a cambiare fino a sfociare in un inaspettato passaggio che modifica completamente il registro del brano: il riff ora si fa tagliente e fulmineo e subito dopo Ben Carter parte a tutta velocità col suo doppio pedale, supportato da Alexander al basso. Tale momento fa da apripista al secondo, fantastico assolo di Ol Drake: lungo, fluido, molto tecnico e ben dosato dal punto di vista melodico. Poi, la band continua a galoppare fino ad un urlo di Drake, il quale grida il titolo della canzone. Subito, il gruppo si cimenta in una nuova sezione molto veloce, tipicamente thrash metal, con chitarre ruvide e sezione ritmica incalzante. Il brano poi rallenta nuovamente, introducendo un nuovo passaggio, sempre strumentale, dall'andamento più lento. Ciò serve ad introdurre un altro assolo di Ol Drake, il quale ancora una volta si lancia in un momento solistico importante, tecnico, veloce e velato di melodia. Cominciamo ad avviarci verso il finale del brano, che si riporta sui binari originari, riprendendo l'andamento in mid-tempo. Matt Drake canta l'ultima strofa, la quale indica che la battaglia si è conclusa e che sul terreno è rimasto un solo guerriero con l'ascia fra le mani. Giunge allora l'epilogo, tetro e sinistro come l'inizio, con un arpeggio di chitarra che man mano sfuma. Brano versatile e che, malgrado la consistente durata, è coinvolgente e dotato di un ottimo songwriting.

Schizophrenia

La prossima è un'altra killer song, intitolata "Schizophrenia" (Schizofrenia), violenta e veloce. L'intro del pezzo ricorda tantissimo la celebre "Battery" dei Metallica, difatti chitarre e sezione ritmica partono compresse e serrate, proprio come nella canzone dei thrasher americani dopo la nota introduzione acustica. Gli Evile poi attaccano subito con la prima strofa, la quale si sviluppa su un devastante up tempo, caratterizzato da sezione ritmica martellante e chitarre lineari ma ruggenti. Insomma, qui siamo di fronte ad un vero e proprio brano thrash anni 80 trasportato al 21°secolo. Matt Drake attacca senza pietà l'ascoltatore con la sua ugola roca, cantando su linee vocali cattive e di grande impatto. Bellissimo il pre-chorus, dove l'atmosfera si fa più lugubre grazie allo stesso Matt che interpreta i versi del testo con voce minacciosa mentre le chitarre si fanno più taglienti. Il ritornello è fulmineo, suonato su una base che nel frattempo rallenta leggermente. I membri del gruppo urlano in coro: - "Schizophrenia, Splitting of the Mind" -. Parte subito la seconda strofa, veloce e muscolosa come la prima, seguita a ruota dal pre-chorus e ritornello, il quale però, si allunga leggermente aggiungendo altri versi, quali: - "No end to paranoia, Disorder, Disease"-. L'assetto del chorus comunque non viene modificato. Il passaggio successivo del brano invece è più calmo, infatti adesso la furia dei primi minuti si attenua in favore di una nuova strofa, dall'andamento più controllato, seppur aggressivo. Matt canta, con decisione, pochissimi versi, poi via al doppio assolo di Ol Drake: il primo è breve e veloce mentre il secondo, giunto dopo un repentino breakdown, è sinuoso e tecnico, di tipica scuola bay-area e supportato nuovamente dalla doppia cassa martellante. Ci avviamo verso il finale e il pezzo ritorna sui suoi binari originari con un ultima feroce strofa, succeduta dai collaudati pre-ritornello e ritornello. Subito dopo, un ultimo passaggio strumentale, condito da sinistri fraseggi di chitarra e sezione ritmica mai doma, ci porta al termine di questa scarica assoluta di adrenalina. Il testo narra di un uomo paranoico, convinto che ci sia qualcuno che lo voglia uccidere. Ciò porta il protagonista a perdere man mano il senno della ragione. L'uomo non comprende più la realtà, nella mente gli si palesano strane visioni e immagini grottesche, la follia ormai prende possesso di lui. Più si procede, più le liriche assumono toni sempre più drammatici e diretti: la mente che si scinde, voci infernali che si moltiplicano, la psicosi di essere perseguitato che si fa sempre più insistente, l'iniziare ad essere diffidenti verso chiunque e un'esistenza che scade nel grigiore più assoluto. A questo punto, la verità viene a galla: come si può evincere dai versi "- Intrappolato nella psicosi, ti fissano, non fidarsi di nessuno, ma non c'è nessuno" - l'uomo non è minacciato da nessuno, ma è convinto di esserlo perché vittima delle sue turbe mentali. Il sipario cala col protagonista in preda alle manie di persecuzione, certo che una folla di persone lo aspetti in strada per assassinarlo.

Bathe in Blood

La penultima canzone dell'album è nuovamente di consistente durata. Infatti, con i suoi sei minuti e mezzo, "Bathe In Blood" (Fare il bagno nel sangue), è un validissimo brano in mid-tempo che vi farà muovere le teste ancora una volta. Un riff di chiara scuola "Metallica" introduce la canzone, supportata dalla marziale batteria di Ben Carter. Il riff di chitarra che udiamo si evolve in tre step: dapprima più tagliente, poi più roccioso e articolato e infine assume un mood che ricorda molto i già citati Pantera. Tutto ciò in pochi ma esaustivi secondi, a testimoniare di come la band abbia le idee. A questo punto parte la prima strofa, pesante e carica di groove: Matt, con grinta, inizia a cantare le poco rassicuranti liriche su un tappeto strumentale non originale di certo, ma comunque molto goloso. Il testo narra di un maniaco omicida che si professa il male sulla terra, l'omicidio lo ha preso per mano e scavare buche nel terreno per le sue vittime è l'attività principale. Non si sa quando ha iniziato a uccidere, si sa solo che ha cominciato quando l'oscurità è scesa sulla terra. Il ritornello, anticipato da un repentino pre-chorus, si sviluppa sulle stesse coordinate strumentali della strofa e, come in quasi tutti gli altri pezzi dell'album, è piuttosto rapido, con le chitarre che modificano leggermente il riff, rendendolo più minaccioso e i membri del gruppo che cantano in coro il titolo del brano. Parte la seconda strofa e intanto la canzone, col suo andamento cadenzato, ci ha già conquistato. Impossibile resistere ad un brano del genere, pur essendo per nulla innovativo. Come vi dicevo, la seconda strofa si sviluppa identica alla precedente, col nostro killer che ci da un assaggio delle sue gesta: adopera, con un'arma affilata, un taglio su un'ipotetica vittima, la quale urla disperata, ma nessuno la può sentire. Tale azione risveglia anche il mietitore, ossia la morte, pronta ad esercitare il suo potere per finire la malcapitata persona. L'assassino proclama poi che il sangue è la sua convinzione e la vanità la sua verità. Abbiamo di nuovo il ritornello, il quale apre ad una nuova sezione del brano: improvvisamente le chitarre cambiano registro, tirando fuori un riff affilato e tipicamente thrash mentre Ben Carter prima scaglia colpi di assestamento sulle pelli, poi si lancia, seguito dal basso di Mike Alexander, in un bel up-tempo. Matt Drake interviene per cantarci dei nuovi versi, stavolta in maniera ovviamente più diretta e concisa. Le liriche ora raggiungono il loro apice più macabro col killer che uccide e fa il bagno nel sangue della sua vittima. Questa era giovane e la sua carne è fresca. La morte è sopraggiunta, secondo l'assassino, dolcemente, quindi chissà quali metodi brutali ha applicato lo squilibrato. Sopraggiunge l'assolo di Ol Drake, molto bello come al solito anche se in questo caso meno veloce e aggressivo ma un po' più calibrato e melodico. A tal punto, la canzone riprende il suo mid-tempo, quindi le chitarre tornano a farsi granitiche e noi torniamo a muovere su e giù la testa come se non ci fosse un domani. Matt ci canta l'ultima strofa, la quale narra del folle maniaco che si compiace del suo lavoro, dicendo che ciò che prima era della sua vittima ora e suo, che il destino ha portato la sua preda alla morte e che ora lui si nutre del divino. Quest'ultimo punto, potrebbe addirittura far pensare che il killer, uccidendo persone molto giovani e quindi aventi il sangue puro, possa cercare la fonte dell'eterna giovinezza. Siamo alle battute finali e veniamo assaliti da un ultimo ritornello, poi la canzone sfuma.

Armoured Assault

Siamo giunti ormai all'ultimo brano di questo "Enter the Grave" e gli Evile vogliono salutarci con quello che, forse, reputo il miglior brano del lotto. "Armoured Assault" (Assalto corazzato), è infatti una bomba thrash di devastante potenza e, potrebbe essere considerata una sorta di "piccola Damage Inc.", il distruttivo brano che chiude "Master of Puppets" dei Metallica. Dei rumori riconducibili ad una guerra si fanno largo nelle nostre orecchie: fucili che sparano, bombe, sirene di ambulanze e una sensazione di distruzione che ci permea il corpo. Poi, un riff di chitarra dalla potenza impressionante irrompe, seguito pochi secondi dopo da Ben Carter che prima assesta qualche colpo sui rullanti, poi inizia, seguito dal basso di Alexander, ad andare di doppia cassa, scatenando l'inferno. Poco dopo, l'arrangiamento cambia leggermente col suono delle chitarre adesso un po' più compresso e scuro rispetto a prima, mentre la sezione ritmica resta la stessa. A tal punto inizia la strofa, la quale vede Matt Drake cantare non maniera particolarmente furibonda rispetto ai brani precedenti, ma si percepisce nella sua ugola un'impostazione comunque diversa, più massiccia. Arriva il ritornello ed è semplicemente spaziale: più lungo rispetto agli standard del disco, suonato sul medesimo, distruttivo up-tempo, ma con le chitarre che suonano un riff gonfio e apocalittico. Un successivo bridge ci accoglie, suonato su tempi più sostenuti e con una leggera dose di melodia, ma giusto il tempo si respirare un attimo che gli Evile ripartono con un'altra devastante strofa, identica in tutto e per tutto alla prima. Poi, nuovo ritornello e nuovi brividi ci assalgano su tutto il corpo, la band in questo caso riesce a creare una tensione davvero pazzesca. Arriva poi lo stesso bridge di prima che introduce l'assolo di Ol Drake che, come sempre, risulta lungo, articolato e al contempo veloce e molto acido, quasi per nulla melodico. Successivamente c'è un bellissimo passaggio strumentale, dove si ode nient'altro che lo splendido riff di chitarra presente nel ritornello, supportato dalla solita galoppante sezione ritmica. Poi, ancora una breve sezione ad altissima velocità inaugura l'ultima strofa. Gli Evile ci scaricano nelle nostre orecchie gli ultimi decibel attraverso questi atti finali della canzone e dell'album, per concludere l'opera come si deve. Un ultimo ritornello introduce il bridge finale, poi la canzone termina. Le liriche, ancora una volta crude e senza compromessi, narrano della piaga della guerra e delle conseguenze che essa porta. Come però si può notare, l'impressione è che qui gli Evile si riferiscano a conflitti molto antichi e non a quelli più recenti che tutti conosciamo. Come un tuono attraverso l'oscurità, la maledizione della guerra arriva e si abbatte senza pietà, a perpetrarla sono i discepoli dell'odio, trasportanti una torcia maligna e arsi in una fiamma nera. Attraverso accordi poco rassicuranti, i guerrieri, o chi sia, attaccano portando morte e distruzione, ecco dunque l'assalto corazzato. I difensori dei posti invasi provano a opporsi, ma senza successo, il sangue dei morti si fa strada ovunque, le città sono perse nelle fiamme e le preghiere sono del tutto inutili. Posso dirvi che, lo scenario che si palesa nella mente, è più quello di una guerra medievale, combattuta con spade e frecce che quello di un conflitto con carri armati e bombe. Gli ultimi versi vedono la guerra che dilaga con la cancellazione della razza subumana, la morte degli innocenti. Viene anche detto, alla fine, che in realtà si sta combattendo per una bugia, che non serve la guerra per determinare definiti fattori sociali e dell'esistenza.

Conclusioni

Tirando le somme, "Enter the Grave" è un album di ottimo thrash metal old school suonato negli anni 2000. Le coordinate sono le stesse dei gruppi storici, sia dal punto di vista musicale che da quello lirico. La cosa che, a parer mio, più stupisce di questo disco è come, in 53 minuti di musica, esso non perda mai un colpo, intrattenendo l'ascoltatore come si deve. La varietà è un altro fattore determinante nella riuscita del platter, le canzoni si distinguono bene fra loro, segno che gli Evile avevano in cantiere tante idee. Ovviamente anche la produzione ha giovato parecchio in quanto, come detto, dietro la consolle ha operato Flemming Rasmussen, che di dischi metal se ne intende giusto un po'. Il suono sprigionato dal gruppo inglese infatti è bello pieno, gli strumenti si sentono tutti e bene e la voce di Matt Drake è ben equalizzata. Forse il basso di Mike Alexander rimane un po' troppo nelle retrovie, ma sono dettagli. Difatti, il suono molto scuro e compresso delle chitarre e dovuto anche al lavoro sporco del basso al fine di contenere le due asce. Analizzando una ad una le performance dei singoli componenti, possiamo dire che: Matt Drake è un cantante/chitarrista che si ispira molto a James Hetfield, sia per come canta che per come suona, la sua voce non è uno di quei ringhi che spesso si sentono nel thrash metal, ma appunto è dotata di un timbro cupo, profondo, che dona alle canzoni una certa aura tenebrosa. Ol Drake è un'ottima chitarra solista ed è in perfetta sintonia col fratello, i due si capiscono al volo e con le loro asce danno vita a riff muscolosi, rasoiate degne del thrash più violento e veloci incursioni strumentali. Gli assoli di Ol Drake sono di gran qualità, veloci, tecnici e a volte melodici. Le influenze più avvertibili sono quelle di axeman come Gary Holt e Kirk Hammett, chitarristi simbolo del thrash anni 80. Mike Alexander, come detto, fa un lavoro di accompagnamento, il suo basso non si ode quasi mai perché impegnato a sostenere l'imponente muro sonoro eretto dai fratelli Drake. Ben Carter è fantastico dietro le pelli. Batterista dinamico, potente, diretto, magari non troppo vario, ma fa un uso della doppia cassa davvero eccellente. Ha poi un ottimo senso del ritmo, sia in nei brani più veloci che in quelli più lenti. Può questo disco essere considerato un manifesto della rinascita del thrash? In parte, a detta di chi scrive, si. E' un album che si, non offre nulla di nuovo, ma è suonato come una volta e soprattutto si percepisce la passione messa da tutti i componenti della band. Se nel 2007 ci doveva essere un senso per debuttare come band thrash, gli Evile quel senso l'hanno trovato. Poi, va detto, il disco non è certamente perfetto, più che altro per una questione di personalità del sound. E' vero, si è detto che la band ci mette passione, ci mette grinta, ci mette carattere e sforna pezzi ottimi, ma, sono tutti un po' troppo debitori al vecchio thrash del passato. Ecco, quello che gli Evile non hanno fatto è immettere un po' di farina del loro sacco, adagiandosi sui quei tipici accordi del genere e consegnandosi ad un produttore che di thrash metal ne sa più di chiunque altro. Come giustificazione a ciò, si può certamente dire che comunque questo è un album di debutto e che la band doveva trovare il proprio assestamento, il proprio rodaggio. In effetti, già dai lavori successivi, gli Evile troveranno una strada più personale, cimentandosi in canzoni spesso lunghe e tecniche. Le liriche sono simpatiche, divertenti, ma a dirla tutta non sono il massimo: stereotipate, a volte un po' infantili e trattanti dei soliti argomenti quali sangue, omicidio, lo stesso metal e la follia. Ci si diverte poi a leggerli i testi, ma si può fare decisamente di meglio. Dopo la pubblicazione di "Enter the Grave", avvenuto il 25 agosto 2007, gli Evile intrapresero un tour che ebbe parecchie date nel 2008, girando buona parte dell'Europa occidentale al fianco di band di grosso calibro. Con i dischi successivi, gli Evile si confermeranno uno dei gruppi più importanti per la rinascita del thrash e questo "Enter the Grave" è senza dubbio un ottimo biglietto da visita.

1) Enter the Grave
2) Thrasher
3) First Blood
4) Man Against Machine
5) Burned Alive
6) Killer from the Deep
7) We Who Are About to Die
8) Schizophrenia
9) Bathe in Blood
10) Armoured Assault
correlati