Evil Never Dies

Sulphur Paintings

2013 - Antipop Records

A CURA DI
LORENZO MORTAI
09/04/2014
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

La lunga e sanguinosa (per le nostre orecchie) tradizione del Thrash Metal iniziata negli anni 80, come sappiamo bene, si è protratta fino ai giorni nostri, assumendo alle volte però connotati non proprio tipici del genere. Le contaminazioni che si sono susseguite nel corso degli anni sono molteplici, soprattutto dalla scuola “Core”, creando spesso ibridi e “sottomarche” del Thrash ottantiano non esattamente così gustose e succulente da ascoltare. Personalmente ritengo che, il problema, risieda nella modernizzazione di certi canoni, nell’introdurre all’interno di un genere che reputo con rifrazioni molto lige e atte a sopportare sperimentazioni non troppo estreme; per farvi un esempio pratico, spostare l’equilibrio di un gruppo Thrash verso ritmi e tematiche più Hardcore moderno (che, come il Thrash, niente o quasi ha a che vedere con la sua forma primordiale degli anni 80), oppure ancor di più, inserire all’interno delle liriche, riff e suoni Metalcore, Deathcore o qualsivoglia altro genere nato dalla metà degli anni 90 in poi, mina le fondamenta stesse del genere a cui il gruppo X vorrebbe ispirarsi. Questo però non vuol dire che la sperimentazione nel Thrash non ci sia mai stata o addirittura non ci debba essere (pensate soltanto a sue accezioni più particolari come il Technical Thrash, lo Speed Thrash, o l’unione di queste due ultime, lo Speed Technical Thrash), bisogna solamente essere l’equivalente di un chimico all’interno del suo laboratorio, cercando con la cura più maniacale di mescolare fluidi dalle densità diverse, e stando molto attenti che la formula non finisca per esploderci in faccia e ricoprirci di fumo nero. Al giorno d’oggi di formazioni che si dedicano a questo ve ne sono molte, tanti e tanti ragazzi che effettuano proprio il lavoro certosino di cui parlavo poche righe fa, cercando costantemente di mantenere l’equilibrio che Metallica, Overkill, Sodom, Testament, Kreator Slayer ci hanno insegnato, trasformandosi in alchimisti della tradizione. La formazione che occuperà le prossime righe di testo è proprio fra queste; essi sono ormai in circolazione da molto tempo, addirittura dall’anno in cui è nato chi vi sta scrivendo, il 1990, provengono da Napoli (patria, assieme a molte altre città del Sud Italia, di tante formazioni dedite al Metal ed al Rock davvero interessanti), e non hanno mai smesso di credere nella causa che, 23 anni fa, li spinse ad intraprendere questa china tortuosa. In questi venti e passa anni, hanno tirato fuori dal loro cilindro due Demo (State Of Dismal Woe del 1995 e E.N.D del 1998) e altri due EP (Today Is the Day del 2008 e The Maleficiis del 2012); quattro pilastri della loro storia, quattro colonne che sorreggono l’intera loro carriera, ma gli Evil Never Dies (questo il nome della formazione) non si fermano certo qui, hanno infatti da poco messo un ulteriore paletto nella loro discografia, ennesima testimonianza della loro costanza, nonché argomento della recensione odierna; dunque, bando ai preamboli e ai giri di parole, e andiamo a sviscerare con cura l’ultimo EP targato E.N.D, dal titolo di "Sulphur Paintings".



 



Un annuncio stile “comunicato televisivo”, in spagnolo, ci annuncia quasi la fine del mondo, parlandoci di un’epidemia virale che sta mietendo vittime senza sosta, e  le porte dell’inferno vengono aperte con l’intro di "V-TV" (Virus Television). Il comunicato lascia ben presto il posto alla possenza del duo chitarra – batteria, guidato da Fabio di Tullio e Felix Savarese, che ci introducono ad un ritmo a tratti claustrofobico e pressante, che non lascia minima libertà di movimento nella nostra testa. Tutto questo fa solo da preambolo all’entrata prepotente del frontman Domecost, che riprende prettamente le tradizioni canore tipiche di formazioni tanto teutoniche come i Kreator, quanto sudamericane come Sepultura, Vulcano e Sarcòfago. Come ho accennato prima, i ritmi di "V-TV" sono serrati, ogni riff, ogni passata di batteria, ogni vocale pronunciata dal frontman, è destinato ad insinuarsi come un famelico verme dentro la nostra testa, rischiando di farci impazzire. Scopriamo in realtà, a fronte del finto annuncio che funge da intro, che il Virus di cui si parla nel testo, è in realtà la Televisione; essa infatti, con il suo strapotere mediatico sulle menti di tutti noi, non ha fatto altro che infarcire il nostro cervello di spazzatura, creando all’interno della nostra mente un’immensa discarica, dentro alla quale le nostre idee più pure e giuste vengono schiacciate e lasciate a marcire da tutto il “finto” e l’irreale che la televisione ogni giorno propina ai nostri occhi. Il ritmo incessante del pezzo fa da giusto sfondo all’argomento della canzone stessa, tutto è profondamente legato a doppio filo, e l’atmosfera da camera iperbarica che si crea, non fa altro che accrescere la rabbia dentro di noi verso quella maledetta scatola con lo schermo, e ci fa desiderare quasi di prendere un martello, e rompere il velo di Maya che ci separa dalla realtà delle cose. Tolto per un momento lo sguardo dalla televisione, sicuri e cauti forse sul desiderio di avere un attimo di pausa (nonostante siano passati appena cinque minuti dall’inizio dell’intero EP), gli E.N.D subito ci afferrano una caviglia, e ci trascinano con loro in una tempesta furiosa ed incessante, un uragano di suoni che porta il nome di "Ariete" (Ariete) . Qui i ritmi, da serrati e claustrofobici che erano nel brano precedente, si fanno malmenanti e violenti, atti perfettamente a descrivere i demoni che albergano fra le note della canzone. Si passa dunque da un sound più tecnico e ragionato ad uno (seppur Technical nella resa) che ha come scopo finale solo quello di farci sanguinare i timpani, e rintronarci il cervello senza sosta. Di nuovo, anche in Ariete, vengono fuori le tradizioni a cui gli Evil si ispirano fin dalla loro formazione: la parte tecnico/eclettica, è affidata al Thrash proveniente dalla Bay Area, più precisamente agli Overkill (lo stesso nome del gruppo è il titolo di una canzone del gruppo statunitense), che vengono ripresi in maniera quasi maniacale quando all’orizzonte appare un riff di chitarra ; la parte cattiva e martellante invece è affidata a delle vere divinità all’interno di questo sottogenere, membri fondatori dello stesso e parte dei Big 4 a pieno diritto, le bestie infernali Slayer. A Kerry King e soci infatti, sempre a livello di ispirazione, è affidata la parte di batteria e la ritmica generale che prendono i brani, conferendogli quel sano alone di cattiveria che aleggia per tutto l’ascolto. La parte vocale invece, come già detto prima, è ispirata alle lunghe tradizioni del cantato sudamericano e tedesco, che preferivano (e preferiscono tutt’ora) dedicarsi a vocalizzi più grezzi ed incisivi, piuttosto che ricorrere a cantati più tecnici o alti nei toni. Nome omen per questo pezzo: se il ritmo infatti si fa ancor più martellante ed incisivo, anche il testo non è da meno; esso infatti ci descrive i pensieri di un uomo che, nella sua vita, non si è mai fermato di fronte a nessuna difficoltà, che ha sempre squarciato ogni ostacolo che gli si è parato davanti alla faccia, e che soprattutto ha sempre e comunque lottato per conservare la sua indipendenza. Da qui, sicuramente, il nome del brano; l’Ariete infatti, come tutti sanno, oltre che un animale munito di corna e dal temperamento rude, è anche uno strumento da guerra medioevale, con cui si sfondavano le porte di castelli e fortezze, chiamato così proprio perché la sua sommità, era la testa dell’animale bi-cornuto. La canzone ci insegna forse cosa voglia dire nella vita essersi sempre visto ergersi muri davanti ai nostri occhi, e se quei muri ci sono sempre sembrati invalicabili, noi invece dobbiamo, con la nostra forza interiore, trovare il coraggio di abbattere il primo, e dopo di esso il secondo ed il terzo, finchè la luce della vita non illumini il nostro volto. E’ interessante vedere, nella musica deli E.N.D, oltre che alle loro influenze di base, come essi riescano sempre a conciliare il testo e la musica, dando vita ad un sodalizio duro come l’acciaio, e quasi impossibile da spezzare; è una peculiarità non comune a tutte le formazioni, o comunque una caratteristica alla quale non tutti gli ascoltatori fanno caso, ma essa è invece il fulcro di rotazione più importante per una band, è la prova che le loro menti ragionano all’unisono, e soprattutto che i loro cuori sono in perfetta sintonia con le mani che si muovono sugli strumenti.  A questo punto gli Evil decidono che è il momento di andare più in profondità, è il momento di scavare nei meandri stessi della condizione umana, e scelgono di farlo mettendo in piedi un abisso nel quale la luce è solo un lontano ricordo, un pozzo delle anime che si chiama "Depths" (Profondità). Qui, in maniera molto fredda e costante, il gruppo ci parla di abissi, che possono trovarsi in ogni angolo della nostra vita, pronti a ghermirci come lupi famelici; ciò che colpisce particolarmente di Depths, è la lunghezza stessa del brano (ben otto minuti), rapportata all’assenza totale di momenti vuoti o meno intensi degli altri, ogni  singolo tassello del brano viene perfettamente incastrato nel precedente, e fa esso stesso da base per il seguente, mentre la voce rocciosa del frontman, ci parla di un uomo che ha dedicato tutta la sua vita alla scienza ed alla ricerca, convinto che essa fosse l’unica verità a cui aggrapparsi. Purtroppo però, esso ha finito per creare nella sua vita un mondo dentro al mondo, in cui ormai sembra si stia perdendo sempre più; con l’ultimo fiato che gli è rimasto in gola, ormai saturo e pronto alla fine, esso si scaglia sia contro la scienza stessa, rea di averlo risucchiato come un vortice senza fine, ma anche contro la società che si rifiuta di vedere gli abissi che si celano dietro ad ogni cosa, ogni singolo argomento della vita ha una doppia faccia, e ha un pertugio buio in cui possiamo cadere senza venirne più fuori. Del resto, come afferma lo stesso protagonista in uno dei suoi razionali deliri, “L’oceano appare meraviglioso in superfice, ma nelle profondità c’è un mondo pericoloso”, e così è stata la sua esistenza, egli ha sempre vissuto sulla superfice del mare, perdendosi nella sua effimera ed apparente bellezza, ma, un giorno, ha scoperto cosa si celava sotto di esso, l’orrore più buio e raccapricciante, anche se ormai, quando l’idea di ciò che esistesse dietro il suo perfetto globo , lo invase, era troppo tardi per fare un passo indietro. Proseguendo nell’ordine troviamo un altro brano molto strutturato e lungo nel suo insieme, ben sei minuti di follia cieca ed omicida, follia che si marchia a fuoco sulla nostra pelle come ferro sul legno (un po’ come la copertina stessa del disco) quando apriamo le porte di "eM" (Me) . Qui la tecnica la fa davvero da padrone, e l’unico sentore di violenza musicale viene lasciato completamente nelle mani del cantante, che come sempre ci fa assaggiare toni provenienti dai meandri più sordidi dell’inferno; il pezzo ci fa assistere ad un dialogo interiore fra le due parti di una personalità controversa, in perenne lotta fra loro, vediamo come la metà malvagia ed infernale (che definisce sé stessa malvagità, quasi un Joker, personaggio che incarna pienamente lo spirito del male), parli a quella che possiamo definire come la parte raziocinante e “bianca” che ognuno di noi ha, cercando sia di farla impazzire a suon di frasi pressanti ed incessanti, sia di portarla sulla strada della convinzione che, in realtà, anche se essi appaiano come metà di due cose diverse, sono l’unione di una cosa sola, in un equilibrio costantemente precario e messo in pericolo. In questo delirio psicotico la parte malefica si scaglia contro l’altra, dicendole che potrà provare ad ucciderla centinaia e centinaia di volte, potrà provare a chiuderla a doppia serratura negli spazi più profondi di sé stesso, ma lei ritornerà sempre fuori dal baratro per compiere il suo volere, essendo essa una parte imprescindibile del tutto che compone il corpo dell’uomo. Abbiamo adesso, avviandoci alla conclusione di questo EP, un momento diviso in tre atti separati, ma uniti da un filo rosso invisibile e al tempo stesso potente; vi è infatti prima un minuto di strumentalizzazione che richiama alla nostra mente scene da NBWOHM e Thrash ottantiano dal gusto fine e delicato, una cavalcata, seppur breve, che ci delizia il palato come un vino d’annata. "1926" è un preludio a quella che risulta essere la vera protagonista di questa conclusione d’opera, vale a dire "Land With No Future" (Terra senza Futuro): qui l’intero disco scivola quasi verso ritmiche Death in alcuni passaggi, lasciando libero sfogo alla violenza controllata, senza mai però cadere veramente nell’estremo più sfrenato. L’intro di 1926 ci aveva quasi calmato, e fatto tornare alla mente ricordi al vetriolo, magari di dischi che non ascoltiamo da anni, ma ormai gli Evil hanno messo in moto la loro mitragliatrice, e le cartucce che spara , ve lo assicuro, fanno davvero male; Land With No Future, come si può capire dal titolo stesso, ci parla di ciò che ci circonda, di quanto la natura umana possa essere meschina ed approfittatrice, e di quanto soprattutto le azioni compiute da noi, stolti esseri umani, stiano sempre più portando la terra che calpestiamo, verso l’inevitabile fine, fine che essa forse non si merita, ma noi sicuramente si. Questa è una peculiarità di molti dischi e canzoni Thrash Metal, lo scagliarsi prepotentemente contro le ingiustizie operate dall’uomo, siano esse di matrice ecologica (Critical Mass dei Nuclear Assault ne è un chiaro esempio), di matrice prettamente violenta/psicologica (Elimination degli Overkill è forse una delle testimonianze più dirette del cinismo che aleggia nel Thrash), sia, come nel caso degli Evil, una aspra connotazione di dissacrazione nei confronti di noi stessi, un esame di coscienza da effettuarsi con una pistola puntata alla tempia. A fare da degna conclusione a questa marcia trionfale degli E.N.D, la potente Outro, "The Beginning" (L’inizio), ci fa quasi pensare, dopo le parole udite nel brano precedente, che il mondo, se coloro che lo abitano cambieranno il loro modo di agire, abbia una speranza di salvarsi; The Beginning infatti ci porta alla mente scene degne di un film post-apocalittico, in cui, dopo la deflagrazione del mondo stesso, i pochi superstiti escono dai loro rifugi e , via via a gruppi sempre più grandi, camminano verso l’orizzonte, sicuri che, da quel momento in poi, potranno dare vita ad un nuovo inizio, potranno premere il tasto Reset delle loro vite, e ricominciare da zero.



 



Abbiamo iniziato parlando di quanto il Thrash, al giorno d’oggi, sia decisamente lontano dal ricordo che ne abbiamo noi, fan di esso, dagli anni 80; beh, gli Evil Never Dies sono riusciti dove altri hanno miseramente fallito, e cioè nel far garrire gloriosamente al vento una tradizione che sembra essere destinata a non morire mai, certo, con tutte le sperimentazioni del caso, ma senza mai trasformare quello che è un genere/pilastro della scena Metal mondiale, in qualcosa che neanche ci rassomiglia. All’interno di Sulphur Paintings, ne sono certo, i fan d’annata del Thrash troveranno una calda coperta con cui scaldarsi, un sentore incisivo di quelli che furono gli anni d’oro del genere, anche se con qualche vaga accezione modernizzata che però, ripeto, non schiaccia mai completamente l’esecuzione (anche la registrazione stessa fa apparire il tutto come ovattato, ma è una questione di vari e vari ascolti), ma la rende più appetibile per chi del Thrash sa poco o niente, e magari ama qualche sferzata di energia violenta sparata direttamente nei lobi temporali.



 


1) V-TV
2) Ariete
3) Depths
4) eM
5) 1926
6) Land With No Future
7) The Beginning..

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